DA MACELLAIO A BANCHIERE E COORDINATORE DEL PDL: LA STORIA DI DENIS VERDINI, IL SUPERCAZZOLA DI CAMPI BISENZIO | BananaBis

Fonte: DA MACELLAIO A BANCHIERE E COORDINATORE DEL PDL: LA STORIA DI DENIS VERDINI, IL SUPERCAZZOLA DI CAMPI BISENZIO | BananaBis.

da Repubblica.it

MALEDETTI toscani! Lo chiamarono subito il banchiere Supercazzola di Campi Bisenzio, citazione degli Amici miei di Monicelli. Denis Verdini, l’ex macellaio che non solo scalò il credito, ma divenne poi il Triumviro berlusconiano al fianco di altri due personaggi da commedia all’italiana come Sandro Bondi e Ignazio La Russa. Ora, per favore, Verdini lasci senza esitazione alcuna il ruolo di coordinatore del primo partito italiano, quando la Banca d’Italia, a parte gli altri rilievi penali, lo accusa di gravi colpe amministrative, che vanno persino al di là della costituzione di una loggia segreta che gestiva affari oscuri all’ombra del governo con un pregiudicato ben noto come Flavio Carboni.

Al banchiere di Campi Bisenzio toccò il soprannome di “banchiere supercazzola” quando finì in tribunale con l’accusa di violenza a un’avvenente correntista della sua banca, che fin da allora sembrava la succursale del tinello di casa, con la Vigilanza della Banca d’Italia che, se non era proprio distratta, era piuttosto inascoltata. La signora accusò il banchiere di averle usato violenza. Fu assolto dall’accusa, che nel cielo berlusconiano è in fondo tra le meno infamanti, per finire accusato di rivelazione di segreto bancario, violazione della privacy e diffamazione, per difendersi legalmente dell’avvenente correntista. Da allora fu a Firenze il Supercazzola.

La Vigilanza di Via Nazionale era già sbarcata a Campi Bisenzio a vedere le carte di una banchetta gestita come la cucina di casa che muoveva denari ai limiti della legalità, con un’ispezione tosta. Ma che fine fanno le ispezioni Bankitalia, nella migliore tradizione berlusconiana della Banca Rasini, lo sportello mafioso di piazza del Duomo dove lavorava il papà e che finanziò le sue prime performance palazzinare, finché non deflagrano gli scandali? Difficile persino a Firenze per la Vigilanza immaginare una qualsiasi banca, piccola o popolare, in mano a uno come Verdini.

Ma si sa, che in questo paese la politica può fare tutto, soprattutto quando la massoneria si incrocia con la politica politicante e magari con gli atei devoti, quei papisti cinici che Oltre il Portone continuano, nonostante tutto, a ricevere ascolto, nell’antica tradizione riciclatrice dello Ior.

L’ex macellaio edita l’edizione toscana del “Giornale” di famiglia, in una poltiglia politica di ex democristiani, ex comunisti, massoni e Legionari di Cristo. Con Veronica Berlusconi, diventa persino socio del “Foglio”, il giornale “intellettuale” diretto da Giuliano Ferrara, il quale ama esercitare la sua supposta supremazia culturale – si sveglino finalmente i suoi sponsor – di cui Berlusconi cadde vittima (ma forse poi si resepì), con i più brutti sporchi e cattivi del bigoncio. I reietti, rispetto alla società civile, sono la sua corte privilegiata, manovrabile, affarista, gonfia di ricchezze oscure, con pochi scrupoli e ancor meno strumenti intellettuali.

Denis Verdini, il banchiere che metteva i depositi di ignari clienti al servizio degli interessi suoi e della sua parte, è l’icona vivente della Seconda Repubblica, che coniuga il controllo delle istituzioni e il motto pseudo-liberale “Andate e arricchitevi”, quello su cui il berlusconismo ha sfondato elettoralmente su un popolo ansioso di imitare modelli forniti chiavi in mano dalle sue televisioni e dai suoi giornali, ben addestrati al ricatto politico.

Nella storia del Supercazzola di Campi Bisenzio, che fornisce un codice antropologico dell’odierno comando di questo paese, si dovrebbe anche dar conto, visto il ruolo supremo di Triumviro berlusconiano, del ricco cotè massonico, che in Italia presiede sempre alle questioni di potere. Denis è accreditato di lunga militanza massonica. Ma il Gran Maestro della Massoneria, Gustavo Raffi ce lo descrisse come un piccolo opportunista che, per meri scopi politici, insidiò la sua riconferma ai vertici della massoneria ufficiale. Sarà vero?

L’uomo di Campi Bisenzio, banchiere in affari col pregiudicato Flavio Carboni, e quindi con tutti i suoi soci trafficanti, eredi della banda della Magliana, indignato, ci ha annunciato una querela, peraltro mai giunta a destinazione, quando scrivemmo di quella massoneria fiorentina che, a detta di molti, lui rappresentava. Disse che non facevamo che raccogliere “insinuazioni, falsità, imprecisioni e malizie” sul suo sacro corpo. Se così fu, ci perdoni per questa volta il Triumviro. O, se preferisce, venga per favore in Tribunale, magari a spiegarci come funzionava la sua banca. Purché, per un minimo rispetto alle istituzioni della repubblica, lasci stamattina stessa la carica di coordinatore del primo partito italiano.
a.statera@repubblica.it

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