Archivi del giorno: 20 agosto 2010

Blog di Beppe Grillo – Il silenzio nucleare

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il silenzio nucleare.

Il fatto di avere 50 testate atomiche sotto il culo tra Aviano e Ghedi Torre, capaci di spazzare via mezza Europa, non è sufficiente ai nostri imbelli pidiellini, pidimenoellini e dintorni. E neppure la costruzione della più grande base militare europea a Vicenza. L’orgasmo nucleare dei politici ha bisogno anche di centrali nucleari francesi sparse su tutto il territorio italiano, uno dei più sismici del mondo.
“Ciao Beppe ( e collaboratori, s’intende), leggo oggi sul giornale della Carinzia Kleine Zeitung (www.kleinezeitung.at) che in Italia alcuni possibili siti per piazzare le nostre centrali atomiche future sono a Monfalcone o Chioggia. Nell’articolo a pagina 20 si segnala anche la base di Aviano come deposito di ben 50 testate atomiche. Ovvio che i nostri vicini austriaci siano ben preoccupati di ciò.Meno ovvio è che invece da noi sia calato il più assoluto silenzio su questa vicenda, favorito dalle dimissioni di Sciaboletta…e meno ovvio ancora che nessuno da noi (tranne voi) parli dell’arsenale atomico nascosto sul nostro territorio…”. Massimiliano A.

Mondadori salvata dal Fisco | BananaBis

Crocifiggono fini per un appartamento del partito e tacciono sul regalo di quasi 200 milioni di euro di denaro dei contribuenti che Berlusconi ha fatto a se stesso? L’informazione italiana è al capolinea…

Fonte: Mondadori salvata dal Fisco | BananaBis.

scandalo “ad aziendam” per il Cavaliere

La somma dovuta dall’azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma che si somma ai 36 provvedimenti “ad personam” fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel ’91 non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente arrivano

Antimafia Duemila – Francesco Cossiga e il giorno in cui fummo ”fucilati” per la nostra inchiesta su Cia-P2

Fonte: Antimafia Duemila – Francesco Cossiga e il giorno in cui fummo ”fucilati” per la nostra inchiesta su Cia-P2.

di Roberto Morrione
La morte di una persona, semplice o importante che sia, richiede sempre rispetto umano e civile ma per un uomo come Francesco Cossiga, che ha vissuto da protagonista la recente storia d’Italia, esige anche contributi di testimonianza e di verità. Il solenne coro a più voci che ha accompagnato la sua scomparsa, certo significativo di un ruolo poliedrico nelle vicende del Paese e nello stesso immaginario degli italiani, minaccia infatti di coprire con la glorificazione retorica dello statista o con l’anatema liquidatorio del picconatore un po’ folle troppo amante dei segreti, quelli che sono stati invece eventi, scelte, atti che hanno inciso nel corso della Repubblica, fino a condizionare i giorni che viviamo, oltrechè le vite e i destini di tanta gente. Un contributo di conoscenza diretta, al di fuori di ogni tentazione immodesta di giudizio critico, può essere utile soprattutto per i più giovani, per coloro ai quali i concetti di “statista” e di “picconatore”, a distanza di decenni, dicono di per sé poco o nulla. Credo pertanto che sia corretto, dal punto di vista morale oltrechè professionale, rievocare sulla base dei nudi fatti l’insolito incontro “a distanza non ravvicinata”, ma certo letale, che il TG 1 ebbe con Cossiga nell’estate del 1990. Ero allora capocronista, in un TG 1 assolutamente su Marte rispetto a quello oggi conosciuto, animato da inchieste, approfondimenti, testimonianze, che cercava di penetrare i mille problemi del Paese in una stagione difficile per la democrazia, compresi i misteri e gli angoli oscuri del potere. Con l’impegno diretto di Ennio Remondino e d’intesa con il direttore Nuccio Fava, realizzammo con il massimo riserbo un’inchiesta internazionale senza precedenti, che partiva da un telegramma inviato dai capi della loggia P 2 Gelli e Ortolani a uno stretto collaboratore del presidente americano Bush in cui si annunciava che “l’albero svedese sarà abbattuto”: pochi giorni dopo veniva assassinato a Stoccolma il leader socialista e pacifista Olof Palme. Ennio, acutissimo giornalista investigativo già punta di diamante in inchieste su servizi segreti, mafia, terroristi rossi e neri, corruzioni di ogni tipo, mentre si sviluppava Tangentopoli, percorse mezza Europa, incontrando ex-agenti della CIA e approdò negli Stati Uniti. Qui intervistò un ex-contractor CIA, Richard Brenneke, che aveva a lungo lavorato a contatto di Licio Gelli e che gli rivelò come la loggia deviata del Gran Maestro aretino era stata per anni la longa manus dei servizi USA per alimentare il terrorismo e l’eversione in Italia. Testimone assolutamente credibile, che aveva appena vinto una causa contro il presidente Bush davanti a una Corte Federale, in merito alle vicende Iran-Contras e che gli consegnò una mole di documenti sui traffici d’armi ed esplosivi della P 2 di Gelli. Al ritorno di Remondino, questi documenti, fatti sequestrare dai magistrati romani che indagavano sulla P 2, si rivelarono tutti autentici ed esatti… Nuccio Fava mandò in onda l’inchiesta in quattro puntate nell’edizione principale delle 20.00 e, nonostante il concomitante svolgimento dei Mondiali di calcio, la eco politica e giornalistica fu considerevole. E qui entra prepotentemente in campo il Presidente della Repubblica. Chiamato direttamente e pubblicamente in causa da Licio Gelli, il Capo dello Stato scrive una lettera riservata al Presidente del Consiglio Andreotti, chiedendo di fatto o una clamorosa azione diplomatica verso gli Stati Uniti o, in caso di falso, di cui si dice peraltro certo, il licenziamento dei “dipendenti” Rai che hanno costruito la “provocazione”. Andreotti, secondo un’antica abitudine di prudenza, mette in un primo momento la lettera in un cassetto, ma qualche “manina” la fa uscire dal Quirinale per lanciarla in copertina su Panorama. Il premier è costretto così a presentarsi alla Camera negando su tutta la linea la veridicità dell’inchiesta. Le sue fonti di verifica in USA sono ovviamente la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato, la stessa CIA, ma tant’è…Lo scandalo è enorme, i giornali cosiddetti d’opinione linciano Fava, Remondino, Morrione, mentre si scatena all’interno del TG 1 la canea dei boiardi democristiani, che hanno fiutato il vento che porterà di lì a poco al cambio fra la segreteria di De Mita e il triumvirato Craxi, Andreotti, Forlani. Fava è costretto a dimettersi ed è pronto ad arrivare Bruno Vespa. Altro quadro politico, altro TG 1. Da quel momento Ennio Remondino viene spostato come inviato e successivamente come corrispondente all’estero e non toccherà più inchieste investigative su temi nazionali, mentre io rimarrò per due mesi a confrontarmi ogni giorno duramente con Vespa direttore, che mi costringerà a dimettermi dopo aver spaccato in due a mia insaputa compiti e contenuti della redazione Cronaca. Un anno di ferie “forzate” in una stanzetta di Saxa Rubra, prima di approdare al TG 3 d Sandro Curzi. Nel frattempo Licio Gelli, che in un primo momento aveva chiesto alla Rai un indennizzo civile di 10 miliardi, ritirò la querela: su nostra richiesta al governo americano sulla base del Freedom of Information Act in merito ai suoi eventuali rapporti con l’amministrazione americana, ci avevano formalmente risposto che non potevano dare notizie riguardanti “la sicurezza del governo e della politica americana” e relative “a persone di cui l’Agenzia si è avvalsa”. Cosa era avvenuto al Quirinale dopo l’incalzare di Licio Gelli, qual’era il legame massonico o di natura politica o di rapporti internazionali che ha indotto Cossiga a prendere quella posizione? Non so e forse non lo sapremo mai, anche se è certo che quello scoppio d’ira, quella inusitata pressione anche sulla Rai, fra le prime esternazioni anomale del Presidente picconatore, coincidevano curiosamente con l’inchiesta giudiziaria che il giudice veneziano Casson stava conducendo sulle strutture militari segrete di Gladio e Stay Behind. Noi del TG 1 non ne sapevamo francamente niente, ma fummo fucilati lo stesso per la nostra inchiesta, chissà, forse a scopo preventivo… La memoria ed evidentemente l’abitudine di tenere aggiornati elenchi di persone ritenute “ostili” non difettavano comunque in Francesco Cossiga, se nel ’99, quando il DG della Rai Celli mi spostò da Rai International alla direzione della nascenda Rai News 24, ritenne opportuno di attaccarmi in un’interpellanza urgente al Senato, con farneticanti quanto disinformate accuse di aver dissipato denaro Rai e male amministrato la precedente direzione. Perché dunque affidarmi un campo tecnologico strategico come i New Media della Rai? Tentai allora di querelarlo, ma l’ottimo avvocato Cossu mi spiegò che l’interpellanza urgente non era suscettibile di querela, una sorta di licenza d’uccidere. Mi è rimasta invece la curiosità di questo suo interesse per i New Media delle tecnologie digitali. Un mistero davvero piccolo, fra i tanti che hanno costellato la sua fulminante ascesa politica.

Tratto da:
liberainformazione.org

Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore | Il Fatto Quotidiano.

Che Francesco Cossiga sia stato “il picconatore” della Prima Repubblica, come hanno titolato ieri tutti i giornali, di destra e di sinistra, è una leggenda metropolitana che non si capisce come si sia potuta creare. Se “picconò” mai qualcosa fra il 1990 e il 1992, quando era Capo dello Stato, fu proprio quello che allora veniva chiamato “il nuovo che avanza”: la Lega, la Rete, Leoluca Orlando, Mani Pulite.

La telefonata a Miglio
Prima delle elezioni del 1990, violando ogni regola di imparzialità imposta dalla sua carica, attaccò pesantemente la Lega allora agli albori e qualche mese dopo definì i leghisti “criminali”. Inaudita è la telefonata intimidatoria che fece a Gianfranco Miglio, il principale consigliere di Bossi, come qualcuno ricorderà, il 26 maggio 1990, pochi giorni dopo le elezioni, e che lo stesso Miglio ha raccontato in un libro: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). E Miglio così proseguiva: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo, avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”.
Cossiga non ha mai querelato Miglio per queste affermazioni gravissime che denunciavano atti (la telefonata intimidatoria con i suoi corollari) che andavano ben oltre la violazione clamorosa del galateo istituzionale ma che non possono essere definiti altrimenti che criminali e che non hanno precedenti, nella pur nebulosa storia dell’Italia repubblicana e che in qualsiasi altro Paese avrebbero provocato l’avvio immediato di un procedimento di impeachment. Ma gli scricchiolanti partiti della Prima Repubblica, che stavano per essere abbattuti dai colpi di maglio della Lega e di Mani Pulite, si guardarono bene dal muovere orecchia, plaudirono anzi alle iniziative antileghiste e anti-magistratura così come oggi altri partiti, diversi nei nomi ma non nella sostanza, e le più alte cariche dello Stato lo beatificano come “Padre della Patria” e definiscono “insigne costituzionalista” un uomo che ha sistematicamente violato, e nei modi più gravi, la Costituzione (sia detto di passata: docente di Diritto Costituzionale Francesco Cossiga non ha mai scritto un rigo in materia se non, nel 1950, una nota sulla Rassegna di diritto pubblico che conteneva un clamoroso errore sulle attribuzioni dei Pubblici ministeri e nel 1969, fatto credo unico, il Consiglio di Facoltà dell’Università di Sassari, su richiesta degli studenti, gli revocò la cattedra dopo che il futuro “Presidente emerito” era stato bocciato due volte agli esami per diventare ordinario, per salvarlo gli inventarono una cattedra di “Diritto costituzionale regionale”).

Il grande difensore
In compenso, se picconava “il nuovo che avanza”, Cossiga difese fino all’ultimo i socialisti che dell’ancien régime e delle sue sozzure, delle sue tangenti, delle sue prevaricazioni erano considerati l’emblema. “Perché li difende?” gli chiesi una volta che mi aveva invitato al Quirinale dolendosi per alcune critiche che gli avevo mosso. “Oh bella – rispose – perché i socialisti difendono me”. Che non mi sembra un bel modo di ragionare per un Presidente della Repubblica. Del resto nella Prima Repubblica, e proprio nel suo centro, la Democrazia Cristiana, aveva fatto tutto il suo “cursus honorum”. Lui stesso ammise, in un momento di rara lucidità, di essere “un puro prodotto dell’oligarchia”.
Forse l’averlo confuso con un “picconatore” deriva dal fatto che negli ultimi due anni del suo settennato si mise a insultare, nel modo più gratuito e sguaiato, uomini politici e non, con cui aveva vecchie e nuove ruggini personali: “piccolo uomo e traditore” (il dc Onorato), “cappone” (il dc Galloni), “zombie con i baffi” (il pds Occhetto), “poveretto” (il dc Flamigni), “analfabeta di ritorno” (il dc Zolla), “mascalzone, piccolo e scemo” (il dc Cabras), “cialtrone e gran figlio di puttana” (Wallis, caporedattore della Reuter) e, infine, un onnicomprensivo “accozzaglia di zombie e di superzombie” appioppato all’intero Parlamento.
Da allora si aprirono le cateratte e furono una serie di messaggi trasversali, cifrati, allusivi, intimidatori, secondo il suo miglior stile. Ricattò il governo con una grottesca e inapplicabile “autosospensione”, minacciò undici volte le dimensioni, minacciò una crisi perché due parlamentari si erano permessi di concedere un’intervista a La Repubblica, giornale a lui sgradito.

Finito il suo mandato si sperò che di Francesco Cossiga non si sarebbe sentito parlare più. E invece ha continuato a mestare, a mandare messaggi trasversali, a creare partitini (l’Udr, l’Upr, l’Associazione XX settembre, il Trifoglio) che otterranno sempre percentuali di albumina, senza però dismettere mai quell’aria di arrogante superiorità che non si capisce bene su che si fondasse se non sul suo delirio narcisistico che tutto riportava a sé, tutto riferiva a sé, come se il mondo intero ruotasse intorno alla sua augusta persona. È stato un vecchio malvissuto. E noi non saremo così ipocriti da scrivere ora, perché è morto, cose diverse da quelle che scrivevamo quando era vivo.

Blog di Beppe Grillo – Cossiga o Kossiga?

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cossiga o Kossiga?.

Cossiga con o senza la K? Nel dubbio scelgo la K di Kossiga. Ai defunti il rispetto è d’obbligo, ma il giudizio sulla loro vita è un’altra cosa. Il cordoglio untuoso dei partiti e di molti che lo hanno odiato di certo non gli avrebbe fatto piacere. Cossiga se n’è andato con due gesti simbolici. Il primo, molto apprezzabile, di non volere funerali di Stato e il codazzo dei cialtroni della politica al suo corteo funebre. Lui del resto li conosceva bene. Il secondo è, solo in apparenza, sorprendente. Ha indirizzato quattro lettere ai “vertici istituzionali“, di cui una, dal contenuto per ora riservato, allo psiconano. Nessuna lettera aperta agli italiani invece per spiegare ciò che sapeva di Gladio, degli gli anni di piombo, dei servizi segreti deviati, delle stragi di Stato e dell’omicidio Moro. Il suo testamento politico e umano è in questo ultimo gesto.

Post:
Cossiga fuori dal Parlamento, 24/10/2008
Il sagace Cossiga, 24/6/2006

ComeDonChisciotte – LA NUOVA CINA CHE ABBIAMO SOTTOVALUTATO

…Sul volo che mi riporta in un aeroporto del terzo mondo (Fiumicino) provo a tirare le somme di quello che ho visto. Crescente utilizzo di alta tecnologia a basso impatto ambientale, competitività sempre più basata sulla elevata produttività del lavoro anziché sul basso costo della forza-lavoro, manodopera qualificata, aumenti salariali al fine di creare un grande mercato interno, efficienza delle infrastrutture fisiche e amministrative (come lo sportello unico per le imprese che ho visto nel Comune di Qingdao: un solo interlocutore e 8 giorni per avviare un’impresa). In una parola: il contrario di quanto sta accadendo da noi. La Cina ha trasformato la crisi mondiale in opportunità per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e puntare sulla crescita accelerata del mercato interno, così come sta rovesciando il problema ambientale in opportunità per conquistare un primato tecnologico.

Conclusione: la nostra immagine di una Cina che vince grazie al basso costo del lavoro e all’uso irresponsabile delle risorse naturali non è soltanto sbagliata, ma pericolosa. Perché ci impedisce di capire su quali nuovi terreni si gioca oggi la competizione globale.

Molte imprese tedesche hanno capito la situazione e stanno riemergendo dalla crisi proprio grazie alle esportazioni in Cina. Da noi, invece, c’è ancora qualcuno che pensa di recuperare competitività abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, anziché aumentando gli investimenti in ricerca. O producendo automobili in Serbia (a spese della Bers e del governo di Belgrado) per venderle in Italia. Tanti auguri.

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Quando Schifani fu indagato per mafia L’affare-metano e l’archiviazione | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Quando Schifani fu indagato per mafia L’affare-metano e l’archiviazione | Il Fatto Quotidiano.

Palermo, quell’affare da 140 miliardi e le accuse di essere “consulente” per gli interessi dei boss

Non finisce di stupire il passato di Renato Schifani. Il presidente del Senato è stato indagato dal 1996 dalla Procura di Palermo per associazione mafiosa e un’altra decina di reati. Al termine di un complesso iter, la sua posizione è stata archiviata nel 2002. La vicenda prende origine dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Lanzalaco e, al di là della sua irrilevanza penale, merita di essere riportata perché comunque descrive l’ambiente dal quale proviene il primo presidente del Senato indagato (e prosciolto) per mafia. Il Fatto Quotidiano è riuscito a visionare il fascicolo dell’indagine.

Tutto inizia nel 1996 quando si pente l’ingegnere Salvatore Lanzalaco, un professionista che si occupava di appalti pubblici e che era in contatto con Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra. Era il periodo nel quale il tavolino tra Cosa nostra, le imprese e la politica funzionava a meraviglia. Lanzalaco preparava i progetti per le gare. I politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano in modo da fare vincere una di loro, la mafia eseguiva i subappalti e incassava anche una tangente, come anche i politici.

Lanzalaco racconta quello che sa su decine di gare. Il 18 dicembre del 1996 il collaboratore di giustizia viene sentito dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Gaspare Sturzo sulla metanizzazione di Palermo. La gara da 140 miliardi di vecchie lire è stata aggiudicata il 14 dicembre del 1993 all’associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Saipem di Milano e composta da Bonatti di Parma, Mediterranea Costruzioni Srl di Roma e Consorzio Emiliano Romagnolo (Cooperative bianche) che a sua volta girava il 10 per cento della sua quota del lavoro a due società siciliane: Cogepa e Climega. Secondo Lanzalaco la gara era stata truccata a suon di mazzette. Lanzalaco racconta che nell’accordo era inclusa una percentuale dell’1,5 per cento per la mafia e il suo socio Riccardo Savona (ora consigliere regionale) gli riferiva le lamentele della mafia a causa del mancato pagamento da parte delle imprese del nord. Lanzalaco racconta poi di essere andato a Parma a discutere prima dell’aggiudicazione con gli imprenditori della Bonatti sulla spartizione dei lavori. In questo contesto fa il nome di Schifani.

“Altri documenti che ho predisposto- spiega Lanzalaco ai pm – riguardavano i cosiddetti patti parasociali che dovevano servire nella gestione del lavoro successivamente all’aggiudicazione dell’appalto della metanizzazione all’Ati composta da Saipem, Bonatti, Mediterranea e Cer, nella trasformazione della stessa in consorzio con la divisione delle quote dei lavori. Il Raimondo mi presentò tale Avvocato Schifani Renato come un esperto del ramo. L’ho conosciuto per la prima volta a Parma quando ci recammo lì come ho detto nei precedenti verbali, nella sede della Bonatti e ricordo che fu lo Schifani assieme ai legali della Bonatti a preparare i patti parasoeiali. Lo Schifani era a conoscenza di tutte le fasi illecite di gestione della gara, e mi risulta che fosse molto inserito tra i consulenti del Comune di Palermo”.

Sulla base di queste e altre dichiarazioni di Lanzalaco, Schifani e altre 30 persone furono iscritte nel registro degli indagati il 13 marzo del 1996 per associazione mafiosa e altri reati. L’inchiesta fu archiviata nel marzo del 1998 ma quando a dicembre del 1998 il Gico della Finanza consegna finalmente l’informativa con alcuni riscontri, la Procura iscrive nuovamente Schifani e compagni. Il Gico scoprì che le ruspe erano di soggetti come il cugino del boss Salvatore Cancemi, Vincenzo Cancemi, e di una società di di Vito Buscemi, arrestato e sottoposto a misure di prevenzione. Buscemi – per una coincidenza della quale gli investigatori non si sono accorti – abita nel palazzo di via D’Amelio costruito dalla cooperativa Desio nella quale Schifani e Buscemi sono stati soci per breve periodo prima di diventare condomini. Le Fiamme gialle recuperano anche l’elenco dei passeggeri dei voli Palermo-Bologna nel periodo precedente all’assegnazione della gara, quando Lanzalaco sosteneva di avere lavorato con Schifani ai patti sociali tra emiliani e siciliani. Nell’informativa si riporta l’elenco dei passeggeri del volo del 29 ottobre 1993: Schifani era seduto accanto ai fratelli Michele e Aldo Raimondo. Michele, morto nel 1995, era il politico Dc che aveva garantito a Lanzalaco e ai suoi amici “una quota di 5 miliardi di lire sui lavori della Bonatti”. Mentre Aldo era l’imprenditore che – sempre secondo Lanzalaco – andava in giro con le valigette piene di soldi per i consiglieri comunali. Secondo il pentito: “Quando chiesi al Raimondo quanto avevamo speso per tangenti, lui mi riferi che ci eravamo attestati su una quota di circa 500 milioni, che dovevano però essere intese come anticipazioni e che dopo l’aggiudicazione avremmo dovuto pagare la rimanente quota”. Il 9 novembre del 1999 il pm Sturzo iscrive ancora Schifani per associazione mafiosa e altri 9 reati, tra i quali il concorso in corruzione, concussione e abuso di ufficio “in relazione all’acquisto dei decreti di finanziamento e al pilotaggio dell’asta inerente l’appalto per la metanizzazione della città di Palermo e in particolare agli accordi raggiunti con Cosa Nostra per l’assegnazione della gara a un gruppo di imprese collegate con l’organizzazione mafiosa e agli accordi economici successivi per l’affidamento di noli autorizzati a imprese facenti capo direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.

Trascorrono due anni e la Procura stralcia alcuni indagati, che verranno arrestati nel 2003 per bancarotta aggravata dal favoreggiamento alla mafia e manda in archivio il filone principale. L’appalto della metanizzazione è salvo. Nessun reato nemmeno per Schifani: “considerato che in base alle dichiarazioni dei collaboratori e all’attività di riscontro del Gico non è stato addirittura possibile ricostruire in concreto quali interessi specifici o quali condotte in concreto abbia tenuto” i pm Lia Sava e Sergio Lari chiedono di archiviare “lo Schifani che è menzionato solo dal Lanzalaco come soggetto che avrebbe fatto parte di un gruppo che a Parma avrebbe redatto i patti parasociali per il contratto di appalto”.

Il 2 marzo del 2002 il Gip archivia Schifani, nel frattempo diventato capogruppo di Forza Italia al Senato.

Consulenze e mafia: nuove accuse a Schifani

Fonte: Consulenze e mafia: nuove accuse a Schifani.

Il pentito Campanella ai Pm di Palermo: favorì il boss Mandalà. Quei “consigli” per la variante del piano regolatore a Villabate e gli interessi dei clan

Francesco Campanella, il pentito che ha ottenuto la falsa carta d’identità per favorire la latitanza di Bernardo Provenzano, torna ad accusare Renato Schifani.
Il presidente del senato, 15 anni fa quando era solo un avvocato, secondo l’ex politico Udeur legato al clan Mandalà, avrebbe messo a disposizione del capofamiglia del mandamento Nino Mandalà (allora incensurato) la sua scienza giuridica. Nel suo ruolo di consulente del comune in materia urbanistica, secondo Campanella, Schifani avrebbe suggerito le soluzioni tecniche per modificare il piano regolatore in modo da aderire agli interessi immobiliari e imprenditoriali di Nino Mandalà. La Procura di Palermo sta verificando con attenzione queste dichiarazioni. Anche perché il duello tra il pentito e il presidente va avanti da alcuni anni e quello che si sta svolgendo a Palermo è il secondo round della contesa svoltasi davanti ai giudici di Firenze e conclusa con un pareggio che ha il sapore della sconfitta per Campanella.

Il pentito aveva parlato dei rapporti tra Schifani e Nino Mandalà nel 2007 in un’aula a Firenze. La querela di Schifani per diffamazione è stata archiviata ma il decreto del gip conteneva giudizi molto duri nei confronti di Campanella. Il gip Michele Barillaro scriveva: “gli atti del procedimento hanno fornito la chiara e inconfutabile prova che le dichiarazioni di Campanella relative alla persona ed al ruolo dell’avvocato Schifani non solo non abbiano avuto alcun positivo riscontro ma, anzi, siano risultate, in taluni casi, palesemente infondate”.

Campanella non è stato affatto contento dell’archiviazione ed è tornato in Procura per puntualizzare le sue accuse. Al Fatto Quotidiano risulta che il pentito ha accusato Schifani di reticenza nel suo verbale reso di fronte alla Procura di Firenze nel 2008. Secondo Campanella quando il presidente del senato è stato nominato consulente del comune di Villabate nel novembre del 1994 non è vero che nessuno, come ha sostenuto davanti ai pm, “mi dà nessun ruolo nella rivisitazione del piano regolatore”. Non è vero che non c’era stato “nessun accenno a varianti (del piano regolatore Ndr) perché il piano c’era, io non mi sono occupato di nessuna variante, nei primi mesi del 1996 non si parla di nuova variante né mi viene compulsata l’ipotesi di assistere qualcuno su varianti quindi con me non ha mai parlato con nessuno”. Queste affermazioni, secondo Campanella, contrastano non solo con quanto appreso dal pentito per bocca del boss Nino Mandalà ma anche con gli atti del comune e della regione Siciliana. Campanella sfida i magistrati a riscontrare le sue parole acquisendo le delibere del consiglio comunale e della commissione urbanistica del comune di Villabate relative alle varianti presentate alla Regione Sicilia.

La ricostruzione di Campanella inquadra il ruolo di Schifani in un momento particolare della storia di Villabate. In quegli anni il clan Mandalà aveva appena vinto la guerra di mafia con i Montalto che avevano guidato il mandamento fino ad allora. Il piano regolatore del 1993 era figlio della vecchia mafia e per questa ragione i Mandalà volevano modificarlo.

Il sindaco Giuseppe Navetta era espressione della famiglia Mandalà, capeggiata dal vecchio Antonino (poi arrestato nel 1998 e condannato per mafia e riarrestato e ora scarcerato) e dal figlio Nicola (arrestato nel 2006 quando era diventato il braccio destro diProvenzano). Nicola Mandalà era amico fraterno di Campanella che divenne presidente del consiglio comunale di quella giunta, nonostante fosse stato eletto con la lista legata ai Montalto. Quando parlo del piano regolatore, del ruolo di Schifani e dei rapporti con Nino Mandalà, sostiene Campanella, in parte sono testimone diretto e in parte riferisco le cose che mi raccontò Nino Mandalà. Che non era uno che passava lì per caso ma era il vero dominus della maggioranza e del clan.

Schifani scopre di essere stato scelto come consulente del comune nello studio di La Loggia alla presenza del sindaco Navetta e proprio di Mandalà. Il boss sosteneva di avere puntato su La Loggia e Schifani perché erano stati suoi soci e avevano partecipato al suo matrimonio. Il presidente ha confermato queste due circostanze riducendone però la portata. Fino al 1998, Antonino Mandalà era un dirigente provinciale di Forza Italia incensurato e sia la sua partecipazione (con una quota minima) alla società Sicula Brokers sia la presenza al matrimonio risalivano al 1980-1981 quando Schifani era un giovane legale dello studio La Loggia. Secondo Campanella, però Mandalà gli raccontava che ci furono diverse riunioni nello studio Schifani alla presenza di Mandalà proprio per il piano regolatore. Nell’estate del 1995 la Regione Sicilia, secondo il pentito, chiede al comune di Villabate le sue controdeduzioni. A quel punto si tiene un consiglio comunale al quale partecipa anche l’avvocato Schifani come consulente. L’avvocato Schifani, sempre secondo il racconto di Mandalà riferito ai pm da Campanella, si interessò anche di altre modifiche al piano regolatore. Mandalà avrebbe ottenuto dall’avvocato Schifani preziosi consigli per risolvere un paio di problemi: il centro storico e i terreni delle cooperative edilizie.

La Regione aveva chiesto al comune di creare una zona A tutelata come centro storico. Mandalà aveva i suoi interessi in quell’ area e – racconta sempre Campanella ai pm – fu proprio l’anziano capofamiglia a preparare le controdeduzioni con l’aiuto di Schifani per limitare i danni della zona A. Mentre della questione della localizzazione delle cooperative edilizie, Campanella racconta di aver parlato in prima persona con Schifani.

In fondo l’avvocato del comune era pagato per fare il consulente. Il problema sorgerebbe se fosse mai provata la sua consapevolezza di fare gli interessi di Antonino Mandalà, in qualità di mafioso. E anche Campanella ammette con i pm di Firenze di non essere certo che il presidente del senato fosse consapevole della caratura mafiosa del suo vecchio ex socio. Al collaboratore di giustizia preme un altro aspetto: Schifani non ha detto tutta la verità nella sua testimonianza a Firenze. Il presidente del senato – a differenza di quello che ha detto ai pm – secondo Campanella, fu interessato da subito da Mandalà di tutte le questioni che riguardavano il piano regolatore di Villabate e si occupò delle varianti fino al maggio 1996 quando si candidò al Senato e lasciò l’incarico.

Marco Lillo (da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2010)

Primi e secondi Fini – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Primi e secondi Fini – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ci vorrebbe il candore di un bambino, come nella fiaba del re nudo, per strillare: “Che ce ne frega dell’alloggio di 65 metri quadri a Montecarlo venduto da An e abitato dal fratello della compagna di Fini?”. Non ce ne frega niente perché riguarda una bega privata tra gli eredi della contessa Annamaria Colleoni che lo donò ad An che lo vendette a due off-shore che lo affittarono a Giancarlo Tulliani (da privato a privato a privato a privato). Perchè non investe un solo euro di denaro pubblico. E perchè a menarne scandalo sono il partito e i giornali di un tizio, incidentalmente presidente del Consiglio, indagato per aver minacciato un’organismo pubblico (l’Agcom) affinchè chiudesse trasmissioni a lui sgradite e imputato per gravissimi reati contro l’interesse pubblico: corruzione giudiziaria di un testimone, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita. L’unico pallido motivo d’interesse pubblico nel “caso Fini” è l’accusa, mossa ai vertici di An, di aver tradito le ultime volontà della contessa Colleoni, che aveva lasciato i suoi beni (compreso un gatto) al partito per sostenerne “la buona battaglia”.

La vicenda ricorda, per sommi capi, quella del Bosco di Gioia, la rara e antica area verde sopravvissuta nel Parco Sempione alla cementificazione di Milano e donata nel 1964 da una nobildonna, Giuditta Sommaruga, all’Ospedale Maggiore. Ma a una condizione: che “non venga venduta né data in affitto, ma sia mantenuta fra le proprietà dell’Ospedale Maggiore, non solo ma venga bensì destinata ed adibita a scopi ospitalieri… per lenire le sofferenze dell’umanità”. L’ospedale pubblico, poi divenuto Niguarda, accettò l’eredità, ma poi tradì le ultime volontà della donatrice vendendo i terreni nel 1983 con la complicità della Regione Lombardia. Che in seguito decise di costruirvi un grattacielo di 160 metri, una cosina sobria da 400 milioni destinata a ospitare la sua nuova sede: una moderna piramide non di Cheope, ma di Roberto Formigoni, a imperitura memoria del Celeste governatore del Pdl. Così, per non disturbare il capolavoro, vennero rase al suolo le 200 piante del Bosco di Gioia, 12 mila metri quadri di area verde.

Contro lo scempio ambientale insorsero 15.500 abitanti del quartiere e vari comitati spontanei animati da Verdi, Milly Moratti, Dario Fo, Beppe Grillo e Rocco Tanica (il tastierista del gruppo Elio e le storie tese che ha dedicato al fattaccio la canzone- invettiva Parco Sempione). Ma fu tutto inutile.Oggi al posto degli alberi c’è un gigantesco cantiere, l’ennesima colata di cemento. Ma nessuno, a parte Report, ha mai denunciato lo scandalo su scala nazionale. Forse perché questo, diversamente dall’eredità Colleoni, riguarda denari, poteri, enti e interessi pubblici.O forse perché Formigoni è amico di Berlusconi. O forse perché gli alberi non posseggono tv né giornali. O forse perché non c’è di mezzo Fini. O forse per tutti questi motivi insieme.