Libero Grassi: ‘Non rinuncio alla mia dignità di imprenditore’

Libero Grassi: ‘Non rinuncio alla mia dignità di imprenditore’.

Sono le sette e mezzo del mattino del 29 agosto 1991. Un uomo sulla settantina esce di casa e, come ogni giorno, si incammina verso la sua azienda di biancheria, la Sigma. È un imprenditore noto, amato e temuto dai suoi dipendenti, uscito alla ribalta grazie a qualche trasmissione televisiva che ha raccontato la sua storia e ad alcune lettere pubblicate sui giornali che sono lì, a testimonianza delle sue battaglie. La fama non gli ha portato la felicità, tantomeno gli ha attirato addosso l’invidia della gente. Puoi essere felice e invidiato se sei un calciatore, un attore, un uomo di spettacolo, ma se la tua fama è legata all’opposizione alla mafia, diventi un “famoso” al contrario: nessuno ti cerca, la maggior parte delle persone ti evita. Ma quell’uomo non si ferma, continua a camminare a testa alta, a difendere strenuamente e con orgoglio la propria libertà dalle prepotenze mafiose.

Continua a camminare, finché due uomini non lo raggiungono, gli si avvicinano, tirano fuori una pistola calibro 38 e gli sparano addosso quattro colpi. Quel corpo che ora giace inerme a terra, era appartenuto ad un uomo coraggioso, intelligente e battagliero; un uomo che si chiamava Libero.

Questi nacque a Catania il 19 luglio 1924 e visse la maggior parte della sua adolescenza a Palermo, prima di trasferirsi a Roma durante gli anni della guerra. Appartenente ad una famiglia antifascista, anch’egli dimostrò una profonda avversione nei confronti del regime di Benito Mussolini e nei confronti della politica nazista e antisemita. Per questo, dopo essersi iscritto alla facoltà di Scienze Politiche, entrò in convento come seminarista, per sfuggire alla guerra ed evitare di servire gli ideali di uomini folli. Nel ’45 tornò con la famiglia a Palermo e conseguì la laurea in Legge e, sebbene volesse intraprendere una carriera di diplomatico, prese in mano le redini dell’attività imprenditoriale di famiglia.

Tuttavia, un imprenditore a Palermo è soggetto ad una tassa in più da pagare; una tassa che non gli impone lo Stato, ma la mafia: il pizzo. E così arrivarono le prime richieste da parte degli esattori di Cosa nostra. Il lungo calvario iniziò negli anni Ottanta con una telefonata di un certo “zio Stefano”, che pretendeva cinquanta milioni di lire. Libero risponde di no, così “ignoti” ladri entrarono nella sua azienda e gli rubarono gli stipendi destinati agli operai, per un totale, neanche a farlo apposta, di cinquanta milioni. Arrivarono nuove richieste e nuove minacce, finché Libero non decise di prendere carta e penna e scrive una lettera, pubblicata sul “Giornale di Sicilia” il 10 gennaio 1991, diretta al suo estorsore, che iniziava così: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.”

Il giorno dopo giornalisti e poliziotti si presentarono sotto casa sua e sulla porta delle aziende commerciali, così quel piccolo imprenditore diventò un simbolo della lotta all’estorsione e l’incarnazione vivente del sogno di una Sicilia libera dalle prepotenze mafiose.

Libero di nome e di fatto, quando gli chiedevano se avesse paura di eventuali ritorsioni da parte di Cosa nostra, rispondeva: “Paura? E perché? La paura fa il gioco della mafia. Bisogna avere il coraggio di fare scelte precise, di decidere da che parte stare. E non farsi cogliere da sentimenti irrazionali.” Eppure la punizione della mafia non si fece attendere e, il 29 agosto 1991, due sicari lo uccisero brutalmente sulla strada che lo portava al lavoro.

Il sogno di una Sicilia non più schiava del pizzo, però, non è morto del tutto e, proprio grazie all’esempio e al sacrificio di Libero Grassi, sono sorte numerose associazioni antiracket, molte delle quali intitolate allo stesso imprenditore. Comitati come Addiopizzo, l’associazione Libero Futuro, Libere Terre e tanti altri, sono la testimonianza di come il cambiamento sia possibile. Ma per essere davvero tutti partecipi di una rivoluzione delle coscienze, bisogna stare accanto a quelle persone, come Ignazio Cutrò, Pino Masciari e molti altri, che portano avanti la battaglia contro la mafia e contro il racket, con lo stesso spirito e lo stesso coraggio di Libero Grassi. Solo sostenendoli, aiutandoli, seguendo il loro esempio, onoreremo il loro impegno.
Libero Grassi è morto per affermare la propria Libertà e ci ha insegnato come si fa ad essere uomini liberi. Sta a noi scegliere se seguire il suo esempio oppure no.


Serena Verrecchia

Domenica mattina, 29 agosto, per ricordare Libero Grassi a diciannove anni dalla morte, il comitato Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Futuro e la Fai, saranno presenti in massa in via Alfieri alle 10.
”Il modo migliore per onorare la memoria di Libero è quello di essere numerosi anche per dare una risposta ferma a coloro che in queste ultime settimane hanno inviato messaggi di morte sia a uomini delle istituzioni che a semplici testimoni.
Nel futuro libero che vogliamo non c’è posto per i mafiosi e le loro cupe minacce.”
(Confindustria, ANCE e Lega delle cooperative parteciperanno massicciamente)

L’evento su facebook

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