Archivi del mese: settembre 2010

ComeDonChisciotte – LA SAGGEZZA DI GANDHI

Saggissime parole di Gandhi

Fonte: ComeDonChisciotte – LA SAGGEZZA DI GANDHI.

DI URI AVNERY
gush-shalom.org/

Facendo zapping alla tv, mi sono imbattuto in un’intervista con il nipote del Mahatma Gandhi su una rete americana (la Fox – pensate!).

“Mio nonno ci ha detto di amare il nemico anche quando si lotta contro di lui“, ha detto, “ha combattuto contro gli inglesi risolutamente, ma amava gli inglesi” (cito a memoria).

La mia reazione immediata è stata: sono sciocchezze, il pio desiderio dei buonisti! Tuttavia mi sono improvvisamente ricordato che nella mia giovinezza avevo avuto esattamente la stessa sensazione, quando mi sono iscritto all’Irgun (gruppo militante sionista che operò in Palestina dal 1931 al11948. ndt) all’età di 15 anni. Mi piacevano gli inglesi (come chiamavamo tutti i britannici), la cultura e la lingua inglese, ed ero pronto a mettere la mia vita in prima linea, al fine di cacciare gli inglesi fuori del nostro paese. Quando dissi questo alla commissione di reclutamento dell’Irgun, mentre sedevo con una fiammante bagliore nei miei occhi, fui sul punto di essere respinto.

Ma le parole del nipote mi hanno indotto ad approfondire il mio pensiero. Si può fare la pace con un avversario mentre lo odiamo? La pace è possibile senza un atteggiamento positivo verso la controparte?

A prima vista, la risposta è “sì”. Sedicenti “realisti” e “pragmatici”, diranno che la pace è una questione di interessi politici, che non dovrebbero coinvolgere i sentimenti. (Talii “realisti” sono persone che non possono immaginare un’altra realtà, e talii “pragmatici” sono persone che non possono pensare a lungo termine). Come è ben noto, si fa la pace con i nemici. Uno fa la pace, al fine di fermare una guerra. La guerra è il regno dell’odio, disumanizza il nemico. In ogni guerra, il nemico è rappresentato come un essere sub-umano, maligno e crudele per natura.

Si suppone che la pace ponga fine alla guerra, ma non che prometta di cambiare l’atteggiamento verso il nemico di ieri. Cessiamo di ucciderlo, ma questo non significa che cominciamo ad amarlo. Quando si arriva alla conclusione che è nel nostro interesse a fermare la guerra piuttosto che proseguirla, questo non significa che il nostro atteggiamento verso il nemico sia cambiato.

Quì abbiamo un paradosso insito: il pensiero della pace nasce mentre la guerra è ancora in corso. Ne consegue che la pace è pianificata da coloro che sono ancora in guerra, che sono ancora nella morsa della mentalità bellica. Ciò può distorcere il loro pensiero.

Il risultato può essere un mostro, come il famigerato trattato di Versailles con cu si è conclusa la prima guerra mondiale. Esso calpestò la Germania sconfitta, la spogliò e, peggio di tutto, la umiliò. Molti storici ritengono che questo trattato porta gran parte della colpa dello scoppio della seconda guerra mondiale, che fu ancora più devastante. (Da bambino sono cresciuto in Germania sotto l’ombra scura del trattato di Versailles, quindi so di cosa sto parlando).

Il MAHATMA GANDHI ha capito questo. Non era solo una persona dai grandi principi, ma anche molto saggia (se c’è davvero qualche differenza). Non ero d’accordo con la sua opposizione a resistere con la forza alla Germania nazista, ma ho sempre ammirato il suo genio come il leader della liberazione indiana. Si rese conto che il compito principale di un leader per la liberazione è quello di formare la mentalità del popolo che vuole liberare. Quando centinaia di milioni di indiani affrontarono alcune decine di migliaia di britannici, il problema principale non era quello di sconfiggere gli inglesi, ma di indurre gli stessi indiani a volere la liberazione e una vita in libertà e armonia. Per fare la pace senza odio, senza un desiderio di vendetta, con un cuore aperto, pronti a riconciliarsi con il nemico di ieri.

Gandhi stesso ottenne solo un successo parziale in questo. Ma la sua sapienza ha illuminato il cammino di molti. E formò gente come Nelson Mandela, che ha stabilito la pace senza odio e senza vendetta, e Martin Luther King, che invocò la riconciliazione tra i bianchi e i neri. Anche noi abbiamo molto da imparare da questa saggezza.

Questa settimana, un esperto in analisi di sondaggi di opinione è apparso su un talk show televisivo israeliano. Il prof. Tamar Harman non ha analizzato questo o quel sondaggio, ma l’insieme dei sondaggi nel corso di decenni.

Il prof. Harman ha confermato statisticamente ciò che tutti noi sentiamo nella nostra vita quotidiana: che vi sia uno spostamento continuo e di lungo periodo in Israele dai concetti della destra ai concetti della sinistra. La soluzione dei due Stati è ormai accettata a larga maggioranza. La grande maggioranza accetta anche che il confine debba essere basato sulla Linea Verde, con scambi di territorio che lascerà i grandi blocchi di insediamenti in Israele. Il pubblico accetta che gli altri insediamenti debbano essere evacuati. Esso riconosce anche che i quartieri arabi di Gerusalemme Est debbano essere parte del futuro Stato palestinese. La conclusione dell’esperto: questo è un processo dinamico continuo. L’opinione pubblica continua a muoversi in questa direzione.

Mi ricordo dei lontani giorni nei primi anni ‘50, quando abbiamo introdotto per primi questa soluzione. In Israele e nel mondo intero non c’era neanche un centinaio di persone che sostenesse questa idea. (La risoluzione delle Nazioni Unite del 1947, che ha proposto esattamente questo, era stata cancellata dalla coscienza pubblica dalla guerra, dopo di che la Palestina è stata divisa tra Israele, Giordania ed Egitto). Ancora nel 1970 ho vagato per i corridoi del potere a Washington DC, dalla Casa Bianca al Dipartimento di Stato, alla vana ricerca anche di un solo statista importante che la sostenesse. L’opinione pubblica israeliana si oppose quasi all’unanimità, e così fece l’Olp, che pubblicò anche un libro speciale sotto il titolo “Uri Avnery e il neo-sionismo”.

Ora questo piano è sostenuto da un consenso a livello mondiale, che include tutti gli stati membri della Lega Araba. E, secondo il professore, ha anche il consenso israeliano. La nostra estrema destra accusa ora Binyamin Netanyahu, sia in scritti che in discorsi, di eseguire ciò che essi chiamano il “progetto Avnery”. Così dovrei essere molto soddisfatto, felice di vedere i telegiornali che parlano di “due Stati per due popoli” come verità evidente.

Quindi, perché non sono soddisfatto? Sono un brontolone professionista?

Mi sono interrogato, e credo di aver identificato la fonte della mia insoddisfazione.

Quando oggi si parla di “due Stati per due popoli”, è quasi sempre legato all’idea di “separazione”. Come ha esposto Ehud Barak nel suo stile unico: “. Noi saremo qui e loro saranno là”. Si connette l’immagine di Israele con quella di “una villa nella giungla”. Tutto attorno ci sono bestie selvagge, impazienti di divorarci, e noi nella villa dobbiamo innalzare un muro di ferro per proteggere noi stessi.

Questo è il modo in cui questa idea viene venduto alle masse. Raccoglie popolarità perché promette una separazione definitiva e totale. Fateli uscire dalla nostra vista. Lasciate che abbiano uno Stato, per l’amor di Dio, e che ci lascino soli. La “soluzione dei due Stati”, sarà realizzata, noi vivremo nella “Nazione-Stato del popolo ebraico”, che farà parte dell’Occidente, e “loro” vivranno in uno stato che farà parte del mondo arabo. Tra noi ci sarà un alto muro, parte del muro tra le due civiltà. In qualche modo mi ricorda le parole che Theodor Herzl ha scritto 114 anni fa nel suo libro “Lo Stato ebraico”: “In Palestina … noi saremo per l’Europa una parte del muro contro l’Asia, serviremo come avanguardia della civiltà contro la barbarie”.

Questo non era l’idea nella mente del pugno di persone che hanno sostenuto la soluzione dei due Stati sin dall’inizio. Essi sono stati animati da due tendenze interconnesse: l’amore del Paese (nel senso tutta la terra tra il Mediterraneo e il Giordano) e il desiderio di riconciliazione tra i due popoli.

So che molti saranno scioccati dalle parole “amore per il Paese”. Come molte altre cose, sono stati dirottate e prese in ostaggio dall’estrema destra. Glielo abbiamo consentito.

La mia generazione, che ha attraversato il paese ben prima che lo Stato entrasse in essere, non ha trattato Gerico, Hebron e Nablus come se fossero all’estero. Li abbiamo amati. Ci appassionavano. Io li amo ancora oggi. Per alcuni, come il defunto scrittore di sinistra Amos Kenan, questo amore era diventato quasi un’ossessione.

I coloni, che incessantemente declamano il loro amore per il Paese, l’amano nel modo in cui uno stupratore ama la sua vittima. Essi violano il paese e lo vogliono dominare con la forza. Questo è espresso visibilmente nell’architettura della loro fortezze sulle cime delle colline, i quartieri fortificati con tetti in stile svizzero. Essi non amano il paese reale, i villaggi con i loro minareti, le case di pietra con le loro finestre ad arco adagiato sulle colline e la fusione con il paesaggio, i terrazzamenti coltivati al centimetro, i wadi e gli oliveti. Essi sognano un’altra terra e vogliono costruirla sulle rovine del paese amato. Kenan ha semplicemente detto: “Lo Stato di Israele sta distruggendo la Terra di Israele”.

Al di là di romanticismo, che ha un suo valore, abbiamo voluto riunire un paese lacerato, nel solo modo possibile: attraverso l’associazione dei due popoli che lo amano. Queste due entità nazionali, con tutte le loro somiglianze, sono differenti per cultura, religione, tradizioni, lingua, scrittura, modi di vita, struttura sociale e sviluppo economico. La nostra esperienza di vita, e l’esperienza di tutto il mondo, in questa generazione più che in ogni altra, ha dimostrato che tali popoli diversi non possono vivere in uno Stato. (L’Unione Sovietica, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Cipro, e forse anche il Belgio, Canada, Iraq.) Pertanto, sorge la necessità di vivere in due Stati, uno accanto all’altro (con la possibilità di una futura federazione).

Quando siamo arrivati a questa conclusione al termine della guerra del 1948, abbiamo modellato la soluzione a due Stati non come un piano per la separazione, ma, al contrario, come un piano per l’unità. Per decenni abbiamo parlato di due stati con un confine aperto tra di loro, un’economia comune e libera circolazione delle persone e delle merci.

Questi erano i motivi centrali in tutti i piani per la “soluzione dei due Stati”. Fino a quando non sono arrivati i cosiddetti “realisti” e hanno preso il corpo senza l’anima, riducendo un piano pieno di vita ad un cumulo di ossa secche. Anche a sinistra, molti erano pronti ad a adottare il programma di separazione nella convinzione che questo approccio pseudo-pragmatico sarebbe più facile da spacciare per buono alle masse. Ma nel momento della verità, questo approccio non è riuscito. I “colloqui di pace” sono falliti.

Propongo di tornare alla saggezza di Gandhi. E ‘impossibile spostare masse di persone senza una visione. La pace non è solo l’assenza di ostilità e neanche il prodotto di un labirinto di muri e recinzioni. Non è neppure un’utopia della “coabitazione del lupo con l’agnello”. Si tratta di un vero stato di riconciliazione, di collaborazione tra i popoli e tra gli esseri umani, dove ognuno rispetta l’altro, è pronto a soddisfarne gli interessi e a commerciare con lui, a creare relazioni sociali e – chissà – qua e là anche a piacersi l’un l’altro.

In sostanza: due Stati, uno futuro comune.

Uri Avnery
Fonte: http://zope.gush-shalom.org/
Link: http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1285413817/
26.09.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org ac ura di ETTORE MARIO BERNI

Blog di Beppe Grillo – Siamo tutti coinvolti. Lester Brown a Woodstock 5 Stelle

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Siamo tutti coinvolti. Lester Brown a Woodstock 5 Stelle.

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Il mondo è nelle nostre mani, le soluzioni per evitare una catastrofe ecologica esistono, applicarle è solo questione di volontà politica. Questa è un’ottima notizia. Il tempo che ci rimane per intervenire è però molto limitato, ci spiega Lester Brown uno dei più influenti ambientalisti del mondo. Se non interviene la nostra generazione, i nostri figli non ne avranno più la possibilità. Di questo si dovrebbe occupare la politica, non di puttane in Parlamento e della casa di Tulliani a Montecarlo. Le centrali elettriche a carbone vanno chiuse, ora e per sempre, sta già succedendo nel mondo, che si inizi anche in Italia. Organizzatevi, collegatevi ai movimenti internazionali che hanno già ottenuto la cancellazione di decine di centrali a carbone. Informatevi e agite per i vostri figli.

Intervista a Lester R. Brown, ambientalista, economista, scrittore:

Una coda di auto lunga cento miglia (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Salve Cesena e congratulazioni per il lancio di Woodstock Five-Star. Anche se non fisicamente, sono con voi con lo spirito. Il mio nome è Lester Brown. Lavoro alla ricerca e alla produzione di testi sulle questioni ambientali e sono il presidente dell’Earth Policy Institute, un istituto di ricerca ambientale no-profit a Washington, DC.
Poco tempo fa, abbiamo letto sui giornali e visto in televisione, un ingorgo stradale in Cina. C’era una fila di macchine lunga 100 miglia e durò nove giorni. Non potete neanche immaginare. Può sembrare comico, ma le persone bloccate in quell’ingorgo, per nove giorni, non l’hanno trovato per nulla divertente. Ciò che stiamo iniziando a vedere è una crescente richiesta delle risorse del pianeta, che si tratti di terra, acqua, sistema climatico o pesca. Tutto è sotto stress. Stiamo creando una situazione in cui il disboscamento delle foreste, lo sfruttamento dei pascoli, la pesca e la coltivazione della terra hanno raggiunto livelli molto elevati, aumentando le emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera e generando così cambiamenti climatici a una velocità e con dimensioni mai viste prima e che, fino a pochi anni fa, erano inimmaginabili. La nostra sfida è di stabilizzare la relazione tra l’uomo e il sistema terrestre e questo sforzo coinvolge molte componenti. Io sto già attuando una possibile soluzione. Questo sforzo coinvolge molte componenti. Noi, all’Earth Policy Institute, lo chiamiamo Piano B. Il Piano A è business, come al solito. Il Piano A non sta funzionando molto bene. Il Piano B richiede riduzioni di emissioni di anidride carbonica derivanti dalla combustione di combustibili fossili dell’80%, non entro il 2050, che è ciò che i politici amano dichiarare, ma entro il 2020. Stiamo cercando di stabilizzare la popolazione mondiale a un numero non superiore agli 8 miliardi. Un terzo elemento è eliminare la povertà: stabilizzare la popolazione ed eliminare la povertà sono elementi che vanno di pari passo. Più riusciamo a rallentare la crescita della popolazione e accelerare il passaggio a famiglie più ristrette, più facile sarà eliminare la povertà. Più eliminiamo la povertà, più facile sarà avere famiglie meno numerose e stabilizzare la popolazione mondiale. Il quarto componente del Piano B è ripristinare il naturale sistema di supporto all’economia: foreste, campi, terreni, falde acquifere, riserve di pesca. Questa è un’enorme sfida che la nostra generazione si trova a dover affrontare. Se non affrontiamo questa sfida, le prossime generazioni non avranno nemmeno la possibilità di farlo. Quando parliamo di ridurre le emissioni di anidride carbonica dell’80% entro il 2020, la gente è piuttosto attonita perché si tratta di un risultato decisamente ambizioso. Perchè non ci siamo mai fatti questa domanda: “Cosa pensiamo che sia politicamente realizzabile?”. Al contrario, noi siamo partiti dalla scienza e abbiamo chiesto: “Cosa dobbiamo fare, e quanto poco tempo abbiamo, per ridurre le emissioni di anidride carbonica se vogliamo salvare il ghiacciaio continentale della Groenlandia? Quanto tempo abbiamo per chiudere, per esempio, gli stabilimenti alimentati a carbone se vogliamo salvare il ghiacciaio della Groenlandia?”. Il ghiacciaio continentale della Groenlandia si sta sciogliendo a una velocità sempre crescente. Se continuiamo con le nostre solite attività, quasi sicuramente perderemo il ghiacciaio groenlandese. La sfida è chiudere velocemente le centrali alimentate a carbone così da poter salvare il ghiacciaio continentale della Groenlandia. Se continua il disgelo, il livello del mare aumenterà di 7 metri. Questo significa che l’aumentare del livello del mare causato dallo scioglimento del ghiacciaio groenlandese potrebbe inondare molte delle città costiere di tutto il mondo, centinaia di città costiere, da Londra, a Shanghai, a New York.

L’energia solare dell’Algeria (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Dobbiamo pensare a come porre un freno al nostro utilizzo di carburanti fossili, in primo luogo il carbone, ma anche il petrolio. Stiamo assistendo a una situazione in cui l’innalzamento del livello del mare, causato dallo scioglimento dei ghiacciai, da solo può inondare molte città costiere, ma anche tutte le risaie sul delta dei fiumi asiatici. A pensarci è sorprendente, ma l’idea che lo scioglimento dei ghiacci su un’isola nel lontano Nord Atlantico possa minacciare la coltivazione del riso in Asia non è immediatamente ovvio. Ma questa è la situazione in cui ci troviamo oggi. La buona notizia è che stiamo assistendo ad alcuni progressi straordinari nel mondo, sia nello sviluppo delle fonti di energia rinnovabili – come l’eolico, il solare e il geotermico – ma anche nella prevenzione della costruzione di nuovi stabilimenti alimentati a carbone, e cominciare a chiudere quelli esistenti. Con l’eolico, per esempio, abbiamo visto che lo stato americano del Texas, uno dei produttori leader di petrolio da almeno un secolo, è oggi il leader nella produzione dell’elettricità dal vento. Se il Texas ultimasse tutti gli impianti eolici previsti, o in costruzione, genererebbe più energia di quanto i 24 milioni di abitanti del Texas potrebbero consumare. Perciò il Texas potrebbe esportare l’energia generata dall’eolico al resto degli Stati Uniti nello stesso modo in cui, tradizionalmente, esportava il petrolio. Ma oggi la storia più eclatante sull’eolico appartiene alla Cina. Nel 2009, la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti nella capacità addizionale installata in quell’anno. La Cina ha installato 12.000 megawatt contro i 10.000 degli Stati Uniti. Ma oltre a ciò, il governo Cinese ha annunciato un programma basato sull’eolico, un programma di sviluppo dell’energia eolica su larga scala, mai visto finora. Hanno pianificato 7 mega complessi eolici che, tutti insieme, avranno una capacità di generazione di oltre 130.000 megawatt. Sarebbe l’equivalente della costruzione di un nuovo stabilimento a carbone al giorno per i prossimi due anni e mezzo. È smisurato. Non abbiamo mai visto uno sviluppo di tali dimensioni prima d’ora. Ma ancora più impressionante è il risultato di un inventario che un team cinese e americano ha fatto delle risorse eoliche della Cina: il team ha pubblicato un articolo sulla rivista “Science” in cui mostra che la Cina ha sufficiente energia eolica accumulata da poter aumentare l’attuale consumo elettrico di 18 volte. Ho voluto fare questo esempio solo per dare un’idea della dimensione dell’energia eolica accumulata. Negli Stati Uniti abbiamo 50 Stati. Tre di questi stati – North Dakota, Kansas e Texas – hanno sufficiente energia eolica accumulata da poter facilmente soddisfare i bisogni elettrici nazionali. Perciò non si tratta di capire se c’è abbastanza energia eolica o meno. Esiste una riserva enorme di energia eolica. C’è inoltre una riserva enorme di energia solare, e il più importante sviluppo in questo campo fu annunciato nel luglio del 2009, quando una dozzina di società europee annunciò un nuovo progetto per lo sviluppo delle risorse del solare del Nord Africa, e per l’integrazione del Nord Africa e dell’Europa in un’unica rete di distribuzione. Questo gruppo di aziende, dirette da Munich REA, Munich Re Insurance, insieme alla Deutsch Bank, Siemens, ABB e un discreto numero di altre aziende ben conosciute, crearono questa nuova organizzazione. Lo scopo era sviluppare una strategia per accumulare le risorse del solare del Nord Africa, con un relativo piano finanziario. L’aspetto impressionante di tutto ciò è ancora una volta la dimensione del progetto. Come ha fatto notare l’Algeria, nel loro deserto, che è la parte più vasta del loro paese, hanno accumulato sufficiente energia solare da poter alimentare l’economia mondiale. Non solo l’economia algerina o quella europea: bensì l’economia mondiale. Questa affermazione potrebbe suonare come un errore matematico, ma non lo è. È un indicatore di quanta energia solare c’è nel mondo. Nella letteratura energetica si sottolinea questo punto e si evidenzia che il sole che scalda la terra produce in un’ora abbastanza energia per alimentare l’economia mondiale per un anno. Anche se abbiamo considerato solo l’energia eolica o solare, non abbiamo nemmeno menzionato l’energia geotermica, che ha un enorme potenziale di per sé. Stiamo guardando a un futuro in cui possiamo alimentare l’economia mondiale attraverso l’energia eolica, l’energia solare e l’energia geotermica e prevedere un futuro più radioso e più pulito di quello che conosciamo ora. Possiamo farlo senza distruggere il sistema climatico della terra. Un’altra interessante nuova tecnologia è sul lato dell’efficienza. Infatti esistono due nuove tecnologie che ci permettono di aumentare drasticamente l’efficienza con cui utilizziamo l’energia. Nel campo dell’illuminazione, per la maggior parte dell’ultimo secolo, abbiamo tutti utilizzato lampadine ad incandescenza, che sono notoriamente inefficienti. Non sono cambiate di molto dalla loro prima realizzazione per mano di Thomas Edison, ormai più di un secolo fa. Ma ciò che abbiamo ora, dopo parecchi anni, è un bulbo fluorescente compatto, che riduce l’uso dell’elettricità del 75% se comparato a un’incandescente. Ma abbiamo una tecnologia ancora più efficiente, chiamata LED, o diodi a emissione luminosa. I LED, se utilizzati correttamente, combinati anche a sensori di movimento, spegneranno le luci in una stanza in assenza di persone. Inoltre stiamo puntando a una potenziale riduzione dell’uso dell’elettricità per l’illuminazione del 90% rispetto al livello di utilizzo della stessa con le lampadine a incandescenza. È un enorme vantaggio. Vediamo un simile potenziale anche nell’industria automobilistica dove, per la maggior parte dell’ultimo secolo, l’unica opzione possibile era rappresentata da un motore interno a combustione, sia esso a benzina o diesel. Ora, improvvisamente vediamo auto ibride ed elettriche apparire sul mercato. La cosa eccitante è che un motore elettrico usa solamente un terzo dell’energia adoperata da un motore a combustione interna. Così ancora, abbiamo un salto qualitativo che otteniamo se cambiamo i motori delle nostre macchine da motori a combustione interna in motori elettrici. Se siete interessati a risparmiare energia, e ad aumentare l’efficienza energetica, questo è un grande momento da vivere. Perché noi ora abbiamo nuove tecnologie che ci permettono riduzioni enormi nell’uso dell’energia. Ho fatto solo due esempi, parlando di illuminazione di trasporto. Ma potremmo parlare degli elettrodomestici per i quali sono possibili anche risparmi incredibili.

Chiudere tutte le centrali elettriche a carbone (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Nel complesso dell’intera economia possiamo ridurre drasticamente l’uso di energia e le emissioni di carbonio e nel frattempo stabilizzare il clima per le generazioni future. Spesso mi sono posto questa domanda: “Visto tutti i problemi che affrontiamo nel mondo, come può uno essere ottimista? Come potete essere speranzosi per il futuro?”. Io spesso torno indietro e rileggo la storia economica della seconda guerra mondiale. 7 dicembre 1941. Attacco a sorpresa dei giapponesi a Pearl Harbor, nelle Hawai. Una grande parte della flotta del Pacifico degli Stati Uniti era ancorata a Pearl Harbor nel momento dell’attacco. Quasi tutte quelle navi vennero affondate. Fu un’iniziativa militare molto riuscita per i giapponesi. Ma quello che fece realmente fu portare gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, sia in Asia che in Europa. Il 6 gennaio 1942, un mese dopo l’attacco a Pearl Harbor, il presidente Roosevelt, nel suo “Discorso sullo Stato dell’Unione” tracciò lo schema degli obiettivi di produzione delle armi negli Stati Uniti. Egli disse: “Noi stiamo per produrre 45.000 carri armati, 60.000 aeroplani e migliaia di navi”. Gli americani non si interessarono alla cosa perché eravamo ancora nel 1942, in piena depressione economica. Quello che Roosevelt ed i suoi consulenti sapevano era che, a quel tempo, la più grande concentrazione del potere industriale nel mondo era nell’industria automobilistica degli Stati Uniti. Così dopo il suo discorso sullo Stato dell’Unione, quando presentò questi obiettivi straordinari per la produzione di armi egli chiamò i capi dell’industria e disse: “Poiché voi rappresentate una così grande parte della nostra capacità industriale, vogliamo contare molto su di voi per raggiungere questi obiettivi nella produzione di armi”. E loro dissero: “Bene Signor Presidente, noi faremo tutto quello che possiamo ma sta diventando difficile produrre automobili e anche tutte queste armi…” e lui disse: “Non capite. Stiamo per vietare la vendita delle automobili negli Stati Uniti”. Ed è quello che esattamente accadde. A partire dall’inizio del 1942 fino alla fine del 1944, sostanzialmente, non ci furono automobili prodotte negli Stati Uniti. Ma abbiamo superato ognuno di quegli obiettivi per la produzione di armi. L’obiettivo era di produrre 60.000 aerei. In realtà, producemmo 229.000 aerei. Aerei da combattimento, aerei per il trasporto delle truppe, aerei per il trasporto di merce, aerei da ricognizione, voglio dire, fu straordinario. Anche oggi, l’idea di un Paese che produce 229.000 aerei è difficile da immaginare. Il punto di questa storia è che non ci vollero decine di anni per ristrutturare l’economia industriale degli Stati Uniti. Non ci vollero anni. Fu una questione di mesi. Se quindi noi potessimo fare lo stesso, se noi potessimo ristrutturare totalmente l’economia industriale degli Stati Uniti in una manciata di mesi, allora potremmo ristrutturare l’economia energetica del mondo nei prossimi dieci anni, per stabilizzare il clima della Terra. Quello che ora è nuovo è che noi siamo in una situazione dove dobbiamo andare oltre, facendo solo dei cambiamenti nel modo di vivere. Le persone spesso mi chiedono: “Cosa posso fare?” E loro si aspettano che io dica: “Ricicli i suoi giornali, cambi le sue lampadine…“. E così via. Queste cose sono importanti, ma noi adesso dobbiamo cambiare il Sistema. Dobbiamo diventare politicamente coinvolti. Scegliete un argomento che è importante per voi. Lavorate per la chiusura della centrale elettrica a carbone nella vostra comunità. Unitevi a una delle organizzazioni che lavorano per stabilizzare la popolazione nel mondo. Sviluppate un programma sistematico di riciclaggio totale nella vostra comunità, perché, se abbiamo un riciclaggio completo, riduciamo drasticamente il nostro consumo di energia. Scegliete un argomento che è importante per voi. Trovate alcuni amici che condividono quell’interesse e lavorateci sopra. Negli Stati Uniti questo è successo negli ultimi tre anni, da quando è nato un movimento potente che vieta la costruzione delle centrali elettriche a carbone. Più di 120 centrali elettriche a carbone, che erano state progettate, ora sono state cancellate dalle liste a causa di questo sforzo. Infatti, non potremo mai più concedere una licenza per un’altra centrale elettrica a carbone negli Stati Uniti. Ora questo movimento sta entrando nella fase due del programma, che prevede di chiudere le attuali centrali elettriche a carbone. C’è una lunga lista probabilmente di almeno 30, forse più, centrali elettriche a carbone negli Stati Uniti che verranno chiuse nei prossimi anni e l’obiettivo è di chiuderle tutte, non solo negli Stati Uniti, poiché questo movimento sta diventando internazionale. Così, se volete lavorare ad un obiettivo importante, lavorate per chiudere le centrali elettriche a carbone. Possiamo rimpiazzarle con i parchi eolici, con l’energia solare, con le centrali elettriche di energia geotermica, con le centrali elettriche solari. È completamente realizzabile, ma voi ed io dobbiamo esserne coinvolti. La cosa è in questione per salvare la civiltà stessa e questo non è uno sport per spettatori. Tutti dobbiamo venirne coinvolti.

PS: Il 29 settembre gli Amici di Beppe Grillo di Roma sono in sit in davanti Montecitorio dalle ore 10 alle 20 per ricordare che la DEMOCRAZIA NON SI COMPRA e che l’8 settembre 2007 350.000 cittadini hanno firmato una proposta di legge per un PARLAMENTO PULITO che da troppo tempo è opportunamente dimenticata in un cassetto.

Rifiuti, la politica delle pezze

Fonte: Rifiuti, la politica delle pezze.

Tutto secondo copione, poco più di due anni dopo una campagna elettorale in cui l’emergenza rifiuti in Campania era stato il tema centrale dello scontro politico ed il terreno su cui si era giocato lo spostamento di milioni di voti: nei telegiornali sono tornate le immagini dei cassonetti campani stracolmi di rifiuti, della polizia in tenuta antisommossa a presidiare le discariche, dei cittadini inferociti, per i quali ci sono sempre le due solite etichette, “fiancheggiatori della camorra” oppure “pochi isolati dell’area dell’antagonismo”. Niente di nuovo sotto il sole del Golfo.

Ancora una volta, si tratta di un’emergenza che viene sovraesposta mediaticamente per un solo aspetto, quello dei rifiuti urbani. Ma è solo l’ennesima falsa emergenza, presentata da… una sola angolazione. Infatti, non è certo questo che preoccupa. A dare pensieri seri a chi è competente in materia, è semmai la totale assenza di una progettualità, di una seppure vaga idea di un ciclo integrato dei rifiuti. Certo, qui la camorra non c’entra molto, anzi quasi nulla: la storia della mancata risoluzione del problema dei rifiuti campano (e di tante altre regioni italiane) è una storia di mala politica, di mala amministrazione, piuttosto che di malavita.

In Campania la produzione di rifiuti è nota e ben misurata. Attualmente, la regione produce in un anno 2.8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e ben 4.5 milioni di rifiuti speciali di provenienza industriale, e la Campania non è certo una delle regioni più industrializzate d’Italia. Da altre parti, spesso e volentieri i rifiuti speciali sono oltre il doppio di quelli urbani, e solo per questo dovrebbe risultare alquanto sospetto che un’emergenza rifiuti riguardi i soli rifiuti solidi provenienti dalle utenze domestiche. I sospetti aumentano se si nota che in Campania non esiste né un ciclo integrato per i rifiuti urbani né uno per i rifiuti speciali, anche se di questi ultimi si tende fin troppo spesso a non parlare. Ed è proprio in questo settore, invece, che la malavita s’innesta alla perfezione.

In questo quadro, quel che trova spazio nel panorama informativo italiano sono gli attacchi con vetri rotti ai mezzi di trasporto, gli scontri con la polizia. Cioè solo ad alcuni effetti del problema, ma non certo al problema stesso. Anche quando si parla dei rifiuti, si parla solo dello stadio finale, dello smaltimento. Come se aprire una discarica, che prima o poi si esaurirà, o un inceneritore – che chiederà maggiori quantità di rifiuti e prima o poi non basterà più – possa essere la soluzione. Sarebbe certamente più serio e costruttivo parlare di politica dei processi industriali, di come modificarli affinché generino minori quantità di scarti e scorie, di politica dei materiali e tutto il resto. Ma in Italia, si sa, si preferisce alla politica la mala politica e soprattutto si preferisce fare cose che permettano spese ingenti di capitali pubblici e che facciano girare i soldi. Soldi che oggi girano per aprire una nuova discarica a Terzigno, domani da qualche altra parte.

Nel caso particolare di questi giorni, l’attuale maggioranza di governo del Paese attribuisce la responsabilità della situazione alle aziende municipalizzate: sarebbe quindi un problema organizzativo delle singole realtà municipali. Per l’opposizione, l’Esecutivo non ha fatto altro che illudere i cittadini, non fornendo un ciclo completo e virtuoso per lo smaltimento dei rifiuti. I cittadini, in realtà, per ora si chiedono dove sia la verità; anzi, a dire il vero, sono 16 anni che se lo chiedono.

Nella Campania reduce da una gestione commissariale straordinaria che dura dal febbraio 1994, la famosa “soluzione” sbandierata da Berlusconi all’indomani della vittoria elettorale del 2008 è stata quella di mettere qualche “toppa” qua e là, costituita da qualche discarica poco capiente, spesso e volentieri di rifiuti indifferenziati. Esaurita la discarica, se n’é aperta un’altra, poi un’altra ancora, sempre con spirito “emergenziale”. Facendo sempre attenzione a rimuovere bene i rifiuti dal centro-salotto del capoluogo, visitato dai turisti e a limitare la circolazione di stampa e telecamere nelle periferie. In pratica, volendo fare un paragone con una partita a scacchi, si è scelto di giocare senza un piano. E giocare a scacchi senza un piano, è sempre una strada perdente.

Lo si vede in questi giorni a Terzigno: questo continuo andare a risolvere con delle toppe messe qua e la, poteva al massimo far tardare di qualche mese la venuta dei nodi al pettine e fa emergere in modo inconfutabile la mancanza di un vero e proprio ciclo integrato dei rifiuti. Questa è la situazione di oggi in Campania: una vera soluzione non è mai stata adottata, anzi addirittura neanche pensata. Si è preferito applicare delle pezze successive. In nome della situazione di emergenza, le discariche sono state imposte con la forza in luoghi dove non dovrebbero essere situate, come a ridosso di centri abitati o all’interno di un parco nazionale. Tutto è stato fatto nel nome dell’emergenza e del “fare presto”, sacrificando quindi continuamente il “fare bene” e, in fin dei conti, la legge stessa.

Anche per quanto riguarda la permeabilità del sistema dei rifiuti dalla criminalità organizzata, delle vere e proprie misure non sono mai state prese. Per tutta l’epoca commissariale si è agito, ancora una volta per “emergenza”, senza fare delle gare di appalto regolari, senza svolgere regolari controlli antimafia. Il risultato è che il ciclo criminale dei rifiuti speciali, compresi quelli tossico nocivi, ancora oggi (contrariamente a quel che sbandiera chi si ostina a negare) gode di ottima salute e si sovrappone non solo al ciclo del cemento, come avviene da trent’anni, ma sta invadendo in pieno il ciclo agricolo, facendo finire i rifiuti anche sulle nostre tavole.

Eppure le soluzioni esistono, ma tutte le buone soluzioni non possono certo essere imposte dall’alto da questo o quel prefetto, vanno invece concertate con tutta la società civile. Peccato che proprio la concertazione è venuta a mancare in Campania da almeno otto anni, provocando una gravissima frattura, tuttora non sanata, nella democrazia della regione. Sono le conseguenze di questa frattura democratica, quelle che ci fanno vedere nei TG, non certo le conseguenze di “fiancheggiatori della camorra”, che di solito si guardano bene dall’andare a fare tafferugli con la polizia fuori le discariche. Sono i segni della frattura democratica causata dal fatto che fino ad oggi si è sempre cercato di imporre dall’alto certi determinati modelli di soluzione al problema dei rifiuti, sempre limitatamente a quelli urbani. Ma sono modelli che non sono né accettati né ben visti dalla società civile e neanche dai tecnici, che di ciclo dei rifiuti ne capiscono.

Intanto, se oggi tocca alla Campania e alla Sicilia, si vedrà domani a chi toccherà: la Campania e la Sicilia non sono le uniche regioni italiane ad essere in emergenza rifiuti, sono in compagnia di Calabria, Puglia e Lazio e, prima o poi, toccherà anche ad altre regioni. D’altronde, in un’Italia che sembra aver perso ogni forma di memoria, sia storica sia a breve termine, pare che nessuno ricordi più dei primi anni ’90, quando l’emergenza rifiuti era in Lombardia e Milano era ricoperta di rifiuti. All’epoca il problema venne risolto da qualcuno che poi è andato a ricoprire un ruolo di primo piano anche nell’emergenza campana: lo fece circondando la città di inceneritori, che al passare degli anni non bastano più, perché hanno spinto tutta la società ad incrementare la mole dei rifiuti prodotti, ad usare prodotti usa e getta.

Tornando alla Campania, dove le cose sono molto più gravi che nella Lombardia di 15 anni fa, il territorio è martoriato da migliaia di discariche abusive, alcune delle quali hanno un’età talmente elevata da essere prossime al maturare una pensione INPS. Mai bonificate, con un traffico di rifiuti speciali e tossico-nocivi di provenienza extra-regionale mai terminato e che oggi si cerca addirittura di negare. Non esiste alcuna forma di gestione dei rifiuti, qualunque essi siano, ma si preferisce far notare che qualcuno va a fare a botte con la polizia, cercando di sdoganare il messaggio che la cittadinanza si oppone alla soluzione del problema ed alla rimozione dei rifiuti dalle strade.

Ottima scelta per fuorviare chi in Campania non ci vive, ma il vero risultato che si cerca di perseguire è duplice: nascondere l’incapacità, come la mancanza di volontà, di gestire seriamente il ciclo dei rifiuti urbani, magari con meno sprechi monetari, e soprattutto mantenere sotto silenzio e lontano dall’opinione pubblica quel che succede in tutta Italia con i rifiuti di provenienza industriale. Peccato che ancora una volta sia la politica del “metterci una pezza dopo l’altra”. Politica pericolosa e che non sempre paga.

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‘Ndrangheta e veleni a Milano, sotto sequestro il quartiere costruito dalle cosche | Il Fatto Quotidiano

Si tratta di un complesso residenziale a Buccinasco. In diverse aree sono stati trovati rifiuti tossici. Scavi e urbanizzazioni furono fatti dal clan Barbaro-Papalia

A Milano scoppia l’allarme rifiuti tossici. Quella che fino a ieri era un’ipotesi investigativa, è diventata certezza. Il quartiere di via Guido Rossa di Buccinasco, paese a sud-ovest della città, è contaminato da rifiuti pericolosi per la salute umana. Dopo le indagini della procura di Milano, ieri è arrivata la conferma della Polizia provinciale che ha messo “sotto sequestro preventivo” le aree verdi limitrofe al complesso residenziale. I lavori sono iniziati nel 2005. E molti costruttori, secondo i giudici, hanno fatto affari con la ‘ndrangheta…

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Processo Mori: Borsellino sapeva. Questa è l’unica cosa certa

Fonte: Processo Mori: Borsellino sapeva. Questa è l’unica cosa certa.

28 settembre 2010. Si trasformerà in una guerra tra periti e consulenti il processo che vede imputato il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, in special modo per quanto riguarda i documenti prodotti da Massimo Ciancimino ed entrati nel faldone del pm per consolidarne i capi di imputazione.
L’udienza di oggi presso la IV sezione penale del Tribunale di Palermo si é aperta proprio con la richiesta del Pubblico Ministero Nino Di Matteo di risentire il figlio di don Vito in merito ad un’altra delle lettere del padre in cui si farebbe riferimento alla trattativa, elemento fondamentale per questo processo, consegnata il 13 settembre scorso ai magistrati.
Nelle due paginette formato A4 battute a macchina e con alcune notazioni di suo pugno Don Vito scrive: “Nonostante gli inviti ad andare avanti per l’unica strada possibile so che anche io sono a rischio. Ho aderito alla richiesta fatta dal colonnello Mori lo scorso giugno, Lima Falcone Borsellino Salvo ancora la lista è lunga so che se non interveniamo come ho suggerito non si fermeranno. (…) Mori mi dice di essere stato autorizzato ad andare avanti per la mia strada. Ho chiesto di potere incontrare in privato Violante. Sono ancora in attesa del passaporto promesso dal colonnello e dal capitano (Giuseppe De Donno ndr) (…) Il piano folle messo a punto per la destabilizzazione del nostro sistema politico-affaristico – spiega l’ex sindaco – ha avuto inizio con l’inchiesta di tangentopoli. Oggi è stato compromesso tutto il sistema, Falcone aveva capito subito cosa e che fine gli sarebbe riservata dopo l’omicidio Lima.

Anche Borsellino aveva intuito il terribile disegno, forse ancora prima del suo collega Falcone aveva intravisto scenari inquietanti. Anche lui come Di Pietro era messo in conto». «Perché – si chiede – Di Pietro è stato avvisato a chi serve che vada avanti? In questa logica si sta consumando il tutto» E si chiede: Che concreti rischi corre oggi mio figlio Massimo?». Prosegue poi: “Se i mafiosi temevano che Falcone avrebbe potuto pilotare le sorti del maxiprocesso in Cassazione lo avrebbero dovuto ammazzare prima dell’introduzione del sistema di rotazione. È stato ucciso per profilassi non per quello che aveva fatto, ma per quello che poteva fare da Roma». Il documento scritto a macchina si conclude con tre righe manoscritte: «In questa logica – si legge – è stato assassinato Falcone e lui lo ha capito tant’è che quando uccisero Lima ha scritto ‘Ora tocca a me’».
La difesa degli ufficiali rappresentata dagli avvocati Milio e Musco si è dapprincipio opposta per poi riservarsi il diritto di avanzare una richiesta di supplemento d’esame per sentire Ciancimino junior, non in merito alla lettera, ma anche su altre questioni.
Al centro del contendere vi è infatti l’autenticità delle missive consegnate da Massimo ai magistrati e depositate al processo, già oggetto di molte speculazioni da parte dei media. E tanto per fissare un punto fermo, il pm Di Matteo ha depositato la perizia che senza ombra di dubbio certifica la veridicità della firma di don Vito, scritta in calce a molte delle lettere in questione. Per ora si tratta dell’unico elemento provato, gli altri “pizzini” e lo stesso ormai famoso “papello” sono ancora in cerca di autore, ma nemmeno sono stati smentiti come la solita banda dei detrattori vorrebbe far credere.
E sulla veridicità dei documenti di Ciancimino si è dilungata la prima delle due dichiarazioni spontanee concesse oggi al generale Mori che, munito di Power Point, ha mostrato alla Corte come, a suo avviso, e secondo la sua fonte, il libro “Prego dottore”, scaricabile da internet, il rampollo di Ciancimino avrebbe manomesso la lettera indirizzata da Don Vito a Dell’Utri e per conoscenza a Berlusconi consegnata durante lo stesso processo l’8 febbraio scorso.
Secondo la dettagliata ricostruzione del generale la versione fornita alla Corte non corrisponderebbe a quella pubblicata sul libro “Don Vito” edito da Feltrinelli, che sarebbe invece frutto di manipolazione così come gli altri reperti che Mori non esita a definire falsi, tagliati, copiati e incollati da quello che è diventato il suo peggior nemico.
In effetti, taglia e cuci a parte, dopo che Massimo Ciancimino ha raccontato la storia della trattativa dal suo punto di vista, anticipandone la datazione, sono spuntati anche altri testimoni a confermare che l’operazione di avvicinamento a don Vito è scattata molto prima di agosto come invece sempre sostenuto dal generale.
Sul punto è stata sentita anche Liliana Ferraro, ex collega di Falcone all’Ufficio Affari penali, che questa mattina in aula, visibilmente tesa, ha sostanzialmente ripetuto in aula quanto aveva messo a verbale nei mesi precedenti.
Secondo i suoi ricordi, a circa un mese dalla strage di Capaci, il capitano De Donno le aveva confidato che si stavano battendo tutte le strade pur di arrivare agli assassini di Falcone, compreso un tentativo di dialogo con Vito Ciancimino, e per questo era venuto a chiedere una sponda politica. La dottoressa avrebbe replicato che più che rivolgersi alla politica avrebbe dovuto rivolgersi a Paolo Borsellino. Cosa che comunque fece lei stessa quando lo incontrò assieme alla moglie presso la saletta vip dell’aeroporto di Roma dove il magistrato era in attesa di rientrare da un viaggio a Bari, in compagnia della moglie.
Almeno un dato, dopo 17 anni è certo: Borsellino sapeva. Dettaglio che fino ad oggi si è sempre cercato di confutare, dettagli che il generale Subranni, citato come teste della difesa, ha cercato di rivoltare a suo vantaggio.
Smentendo il suo diretto sottoposto, Mori, circa la sua conoscenza e addirittura supervisione degli incontri con don Vito, Subranni ha cercato di sostenere che se, come attestano ormai le agende, la sera del 11 luglio 1992 Borsellino aveva cenato con lui e con gli altri ufficiali in clima di cordialità, significa che sebbene ne fosse a conoscenza, non vedeva nei “colloqui investigativi dell’ Arma con Ciancimino, l’intenzione dello Stato di trattare con la mafia”.
Peccato che in tutti questi anni si è cercato di dire e smentire l’impossibile pur di negare che Borsellino fosse al corrente di questi colloqui, persino spostando le date.
Si vorrebbe approfittare del passare del tempo per cercare di offuscare alle menti dei più la granitica integrità del giudice che mai e poi mai avrebbe tollerato scorciatoie che passassero attraverso patti con la mafia.
Tanto è vero che più volte in quei 57 giorni di vita residui più volte era tornato a casa stravolto e alla moglie aveva confessato: “Sto vedendo la mafia in diretta” e ancor più furente, a pochi giorni dalla morte: “Ho saputo che il generale Subranni è punciuto”, cioè mafioso.
Difficile a dirsi se queste rivelazioni, terribili, per il suo altissimo senso dello Stato gli siano giunte prima o dopo quella cena, se le avesse correlate tra di loro e ancor di più se non abbiano concorso a renderlo solo, vulnerabile e irrinunciabile merce di scambio.

La prossima udienza è prevista per il 12 ottobre. L’accusa ha deciso di non sentire il giudice Fernanda Contri, ma di limitarsi, con il consenso della difesa, all’acquisizione del verbale che vi riproponiamo qui di seguito in forma riassuntiva.

di Lorenzo Baldo – 28 settembre 2010 (antimafiaduemila, 28 settembre 2010)


Fernanda Contri: “Mori mi disse di Ciancimino”


Palermo.
Lunedì 18 gennaio 2010 l’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Fernanda Contri, viene sentita negli uffici della Procura nazionale antimafia di Roma dai procuratori nisseni Lari, Gozzo e Marino insieme ai funzionari della Dia di Caltanissetta Buceti e Ganci. «Ho chiesto di essere sentita dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta – esordisce la Contri – perché avendo visto a più riprese trasmissioni televisive sulla “trattativa” tra Stato e Cosa Nostra, mi sono ricordata di alcuni particolari relativi alle stragi del 1992 che ho avuto modo di ricostruire attraverso le mie due agende che esibisco in questa sede». L’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nonché grande amica di Giovanni Falcone, ricostruisce i suoi incontri con Mario Mori. Il primo avviene in un periodo a cavallo tra il 1986 e il 1990 quando la Contri faceva parte del Csm, ma di questo appuntamento non ha una traccia scritta se non un vago ricordo. Il mattino del 22 luglio 1992 Fernanda Contri, nella sua veste di Segretario Generale, appunta sulla sua agenda l’incontro con l’allora colonnello Mori. «Ricordo che Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che si stava incontrando con Vito Ciancimino, parlando di un’attività investigativa che a mio parere doveva ancora iniziare; ciò affermo sulla base di un mio ricordo personale». In occasione di un altro incontro con Mori avvenuto il 28 dicembre a Palazzo Chigi la dott.ssa Contri ricorda che in quell’occasione parlarono anche dell’arresto di Bruno Contrada avvenuto quattro giorni prima. «Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino; aggiungendo: “mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Ricordo il momento molto bene anche perché l’arresto di Contrada fu un fatto eclatante; lo stesso Prefetto Parisi il giorno dell’arresto era venuto a Palazzo Chigi palesemente turbato per l’accaduto, ritenendo l’arresto un fatto assurdo». Il virgolettato di Fernanda Contri si interrompe. Sul fondo della pagina compare la scritta “omissis”. Nella pagina successiva la scritta in latino è ripetuta in alto. Poi il verbale prosegue con la Contri che ricorda un ulteriore incontro con Mori senza però riuscire a datarlo nè tanto meno a definirne i contorni. «Tengo a precisare – ribadisce successivamente l’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – che non avevo attribuito ai contenuti degli incontri con il col. Mori particolare rilevanza in quanto egli non aveva effettuato nessuna richiesta né di copertura né di altro rispetto al suo operato. Certamente mi aveva colpito la circostanza che egli avesse parlato di Vito Ciancimino come uno dei capi di Cosa Nostra». I magistrati fanno notare alla dott.ssa Contri l’anomalia di una simile confidenza fattale dal vice capo di una struttura investigativa come il Ros. L’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri non si sa spiegare la condotta di Mori e mostra appositamente agli inquirenti l’appunto dell’incontro con l’ufficiale del Ros accanto all’annotazione “capo”. Gli investigatori le chiedono quindi se la parola “capo” possa essere riferita al Presidente del Consiglio. «Escludo che con l’annotazione “capo” volessi riferirmi al Presidente del Consiglio – afferma con fermezza la Contri – in quanto in vita mia non ho chiamato mai nessuno “capo”». Sul foglio compare nuovamente la dicitura «omissis». Fine del verbale.

di Lorenzo Baldo – 28 settembre 2010

Silvio il venerabile | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Silvio il venerabile | Il Fatto Quotidiano.

In un libro un capo massone rivela: ha la sua loggia, ne fanno parte Previti e molti leader Pdl. Gioele Magaldi: “Le decisioni ufficiali del partito vengono prese in privato dagli affiliati e poi comunicate a tutti gli altri”

Dall’altro lato del pianeta massonico (…) si leva una voce che sembra dare corpo a una interpretazione molto più “forte” della P3: non si tratta di quattro sfigati (…). A sostenerlo è Gioele Magaldi, massone a capo di una nutrita corrente di dissidenti, il Grande Oriente Democratico (…) dietro di lui non meno di settemila massoni (…). Una pesante lettera aperta compare in Internet il 26 luglio, Magaldi invita il “fratello Berlusconi” a ritirare alcuni provvedimenti, in particolare il Lodo Alfano e il disegno di legge sulle intercettazioni (…) Un terremoto silenzioso. Dal premier nessuna risposta o smentita (…). La voce di Magaldi appare ferma, sicura. (…): “I rapporti di Berlusconi con la massoneria non sono mai cessati”. Ma prima fa una premessa: quello che fu scoperto nella casa di Gelli, l’elenco di 962 nomi più documenti, è solo una parte del materiale sulla P2. Il resto – secondo lui la parte più scottante – non è stato divulgato. (…) Materiale custodito in almeno quattro parti diverse, perché potrebbe avere “conseguenze piuttosto traumatiche”. (…)

E oggi, questa P3 in che rapporti sta con quella P2?

FormalmentelaP3èun’invenzione della stampa, non è una loggia regolarmente costituita all’interno del Grande Oriente d’Italia, a differenza di quanto era avvenuto per la P2. Ma sostanzialmente esiste, eccome.

Chi sta in cima?

Si dice ci sia Berlusconi, più giù Dell’Utri e ancora Verdini, Carboni, e poi gli altri, i Martino, i Lombardi. La manovalanza…

Berlusconi e la massoneria…

Non fu un fatto superficiale l’adesione di Berlusconi alla P2 di Gel-li, come tante volte si è sentito dire. Non è finita lì. Il suo interesse alla massoneria, al mondo dell’esoterismo e dell’iniziazione lo coinvolge da sempre in modo significativo. Lui, che aveva già fatto studi esoterici prima, viene iniziato ai riti massonici da Giordano Gamberini e Licio Gelli. Entrambi in rapporti organici e strutturati con la Cia. Tramite Flavio Carboni e Giuseppe Pisanu è stato in grandi e costanti rapporti con Armando Corona, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1982 al 1990. Poi, sempre tramite Carboni, Pisanu e Corona, è stato in rapporti stretti con lo scomparso presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Questo in gioventù, e poi?

Berlusconi è una sorta di maestro illuminato che, autonomamente, ha conquistato i gradi della sua successiva iniziazione. Ha frequentato direttamente il vertice, prima Gelli, poi il Gran Maestro Corona e altri del suo entourage. Non ha fatto vita di loggia,cessata la P2 non si è iscritto altrove. Ne ha fatta direttamente una sua…

In che senso?

Nei primi anni ’90 si dice che abbia ritenuto di aver compiuto il proprio percorso di formazione massonica in modo così adeguato da poter costituire un gruppo autonomo e indipendente (…). È una persona con un’altissima percezione di sé.

Che riconoscimento ha questa “loggia fatta in casa”, da parte delle altre logge?

Berlusconi ha rapporti con tutti gli ambienti internazionali massonici. Il problema è che oggi questi rapporti sono in crisi. È il suo problema più grande: la parte maggioritaria (…) ritiene che Berlusconi sia diventato un problema per l’Italia e non una soluzione. Perché non offre un progetto strategico che possa essere in linea con l’idea massonica della società. Non ha fatto le riforme strutturali e ha attentato alle libertà fondamentali di uno Stato democratico e occidentale.

Berlusconi a capo di un gruppo autonomo. Gli altri?

È una loggia di cui farebbero parte alcuni suoi stretti collaboratori. Gustavo Raffi mi raccontò dell’affiliazione di Cesare Previti, tramite una loggia romana.

Carboni, Confalonieri, Letta, Verdini? Magaldi sorride, non si esprime ma sembra annuire. Andiamo per esclusione: Bossi, Tremonti?

No.

Bondi?

Lo escludo categoricamente

A un certo punto sembra sfuggirgli una precisazione, al nome di Dell’Utri lui specifica.

C’è chi racconta che Marcello Dell’Utri e suo fratello siano molto, diciamo, affascinati dal milieu massonico e farebbero parte di questo ambito così riservato, costituito da Berlusconi (Marcello e Alberto Dell’Utri, quindi)

Berlusconi, Verdini, Dell’Utri… sembra un normale vertice di partito, con l’anomalia d’essere fatta in casa. Perché scandalizzarsi?

Non proprio un vertice di partito. Non se si usano i paramenti e i rituali della massoneria. Non se partecipano fratelli non appartenenti alle forze politiche ufficiali o provenienti da paesi stranieri. E, soprattutto, se ne sono esclusi altri protagonisti del Pdl.

Quindi il problema sta nella cabina di regia…

Il problema è se le decisioni vengano prese in organi ufficiali del partito Pdl o vengano prese altrove. Si dice che le riunioni avvengano in luoghi significativi nelle varie case del premier. Vi sarebbe un luogo, una loggia massonica fatta in casa da Berlusconi che pianifica le strategie più importanti in ambito politico, aziendale… su tutti i piani dei suoi interessi. È li che va cercata l’origine delle decisioni, di tutto ciò che poi tracima a diversi livelli. In questo modo le riunioni del Pdl sono svuotate di vero significato, perché non c’è una discussione, ma solo distribuzione di compiti e ordini imposti.

Ci sono persone all’interno della loggia che non fanno parte dell’entourage politico?

Direi di sì (…).

Massoni e partiti politici, quanti e dove?

Sono ovunque: nel Pdl, certo, ma in tutta la politica, anche Pd.

E nella Lega Nord?

Molti leghisti hanno il dente avvelenato perché sono stati rifiutati. (…) La massoneria ha molto caro il processo risorgimentale che ha portato all’Unità d’Italia. È interessante notare quanti leghisti di giorno suonano contro la massoneria e l’Unità e di notte vengono a chiederci di poter aderire…

Parlava di massoni dell’ex Forza Italia che sarebbero in dissenso con Berlusconi…

Quelli che ci hanno contattato sinora sono un gruppetto, ma il numero è significativo, quanto basta in questo periodo per far ballare la maggioranza.

Quindi: la P3 esiste, è una loggia massonica autonoma, creata e guidata da Silvio Berlusconi, si riunisce nelle sue case dove vengono svolti riti massonici, si sovrappone e sostituisce nelle decisioni ai vertici ufficiali e legittimi del Pdl, prende decisioni sulla politica nazionale come sugli affari privati del premier e comprende i membri dell’inchiesta che abbiamo fino ad ora raccontato.
di Giusy Arena e Filippo Barone

*Autori del libro: “P3: tutta la verità” Editori Riuniti, 2010

Da il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2010

Quei simboli massonici ad Arcore e a Villa Certosa | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Quei simboli massonici ad Arcore e a Villa Certosa | Il Fatto Quotidiano.

Cerchi e dolmen nel giardino e un mausoleo per la sepoltura degli adepti a villa San Martino

Labirinti, cerchi concentrici, dolmen. Nel cuore di Silvio Berlusconi la massoneria sembra aver conservato un posto importante. Almeno dal punto di vista architettonico.

Secondo gli esperti, infatti, sia il giardino di Villa Certosa che il mausoleo fatto costruire dal presidente del Consiglio ad Arcore si ispirano alla simbologia esoterica e massonica. Esiste infatti una tomba progettata da Pietro Cascella, con un sarcofago per Berlusconi e un “dormitorio” per un’altra trentina di persone, all’interno della famosa tenuta brianzola. Ma non si tratta di una cappella di famiglia, bensì di un luogo di sepoltura per lui e i suoi collaboratori più stretti, proprio come previsto dalle regole di una setta. Composto da 12 colonne alla cui sommità si stagliano cubi, sfere e piramidi, e poi ancora compassi e squadre, tradizionali simboli massonici. Tra questi si riconosce anche una svastica, che nel paganesimo ricopre molteplici significati.

Ma il punto più alto delle rappresentazioni di origine massonica si raggiunge in Sardegna, grazie alle opere dell’architetto Gianni Gamondi. È lì che si è sfogata tutta la passione esoterica di Berlusconi: dall’anfiteatro all’orto botanico fino al lago-vulcano, che evoca il tema del battesimo del fuoco.
L’orto botanico, ad esempio, visto nelle foto dall’alto pubblicate in un servizio da L’espresso, ha una pianta quadrata ispirata a quella del Tempio di Salomone a Gerusalemme, importante per la tradizione massonica perché sarebbe stato progettato da Hiram Abif, figura allegorica di architetto, fondamentale per tutta la loggia mondiale.

Intorno al pozzo di pietra dell’Agorà, ci sono invece dodici dolmen disposti a raggiera. E poi otto pezzi di meteorite scolpiti e levigati, che Berlusconi ha acquistato da un meteorite caduto in India nel 2003 e che aveva provocato un morto. Insieme formano “la Piazza dell’altro mondo”, posti al centro di uno spiazzo circolare uno accanto all’altro, con forme che possono sembrare falliche ma in realtà richiamano le “uova cosmiche”. E della passione per questi simboli aveva parlato anche Gioele Magaldi, massone a capo della loggia Grande Oriente Democratico, nella lettera aperta al “Fratello” Silvio Berlusconi, scritta il 26 luglio:

“Di una esplicazione compiuta e filologicamente rigorosa delle realizzazioni paesaggistico-architettoniche di significato massonico-iniziatico del Fratello Silvio, ci occuperemo ben presto Noi di Grande Oriente Democratico. Per rendere effettivo omaggio al genio atomistico di questo Fratello, se non altro”.
E poi: “Vogliamo rivelare – chiede Magaldi a Berlusconi – la tua idea di come usare il “mondo delle immagini” (Maya=Magia) per formare, guidare, trasformare, manipolare pulsioni, sentimenti, convinzioni delle masse di ‘spettatori’ (…)”?

Da Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2010

Guarda la fotogallery: il mausoleo di Arcore