Archivi del giorno: 3 settembre 2010

ComeDonChisciotte – IL PIU’ GRANDE CRIMINE

Ecco un saggio che spiega bene i meccanismi del signoraggio e del moltiplicatore bancario e di come questi meccanismi sono fatti per strangolare economicamente la popolazione. Da leggere tutto, il saggio completo è disponibile in formato PDF.

ComeDonChisciotte – IL PIU’ GRANDE CRIMINE.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Questo saggio vi parla del più grande crimine in Occidente dal secondo dopoguerra a oggi. Milioni di esseri umani e per generazioni furono fatti soffrire e ancora soffriranno per nulla. I dettagli e l’ampiezza della loro sofferenza sono impossibili da rendere in parole. Soffrirono e soffriranno per una decisione che fu presa a tavolino da pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici. Essi sono all’opera ora, mentre leggete, e il piano di spoliazione delle nostre vite va intensificandosi giorno dopo giorno, anno dopo anno.

La decisione di cui parlo si è materializzata in un progetto di proporzioni storiche come pochi prima, architettato con un dispiegamento di mezzi impressionante, quasi impossibile da concepire per una mente comune, e una finalità che toglie il respiro solo a considerarla: la distruzione degli Stati sovrani, delle leggi, delle classi lavoratrici, e di ogni virgulto rimasto di democrazia partecipativa in tutto l’Occidente, per profitto. Fu letteralmente deciso a tavolino, e ci sono riusciti: nomi e cognomi, date e fatti, nelle righe che seguono.

Quella decisione piagò, e tutt’ora sta piagando, l’esistenza di milioni di famiglie e di milioni di singole vite tormentate dalla disoccupazione, con le infinite agonie sociali e personali che causa; costrette a penuria e malattia dai tagli al Welfare e alla Sanità, con i suoi eserciti di morti anzi tempo; e poi mettete in conto i morti sul lavoro nella perenne rincorsa al taglio dei costi; l’attacco frontale alle pensioni, che immiserisce fino all’oltraggio gli ultimi preziosi anni di tantissime persone degne; i centesimi spesi per l’istruzione, cioè la condanna all’arretratezza sociale per schiere di giovani vite oggi ormai irrecuperabili; il precariato, che è stata ed è la più oscena negazione del diritto al proprio futuro, portatore di drammi personali come gli aborti decisi per carenza di reddito o i danni irreparabili alla dignità della persona, e strumento di resa in neo-schiavitù della forza lavoro; sto parlando degli impieghi nelle fabbriche con stipendi sempre al limite dell’indecenza per milioni di operai, impiegate, manovali; della svendita dei beni pubblici edificati col sacrificio di generazioni, ma alienati per “far cassa” a seguito di un subdolo inganno; delle economie nazionali sempre minacciate dalla crisi, e noi sempre con l’acqua alla gola per una vita intera, la nostra vita e quella di tantissimi che ci hanno preceduti, intimiditi dall’incessante incubo del debito degli Stati e della perenne carenza di ricchezza. Insomma, milioni di persone, milioni di destini troncati, vite schiacciate per sempre. Era ed è tutto un inganno.

Il lungo testo viene fornito in formato Pdf per download: cliccare qui per scaricare il file.

ComeDonChisciotte – LE FORZE ARMATE AMERICANE SPENDONO TRILIONI PER IL PETROLIO

Fonte: ComeDonChisciotte – LE FORZE ARMATE AMERICANE SPENDONO TRILIONI PER IL PETROLIO.

DI PETER MAAS
mondialisation.ca

Iraq: una guerra per il petrolio

Poco dopo che i Marines erano entrati a Bagdad abbattendo una statua di Saddam Hussein, ho visitato il ministero del petrolio. Le truppe americane avevano circondato l’edificio dalle pareti color sabbia, proteggendolo come un gioiello d’importanza strategica. Intanto, non lontano di là, i saccheggiatori alleggerivano il Museo Nazionale dei suoi veri gioielli. Baghdad era allora teatro di saccheggi diffusi. Davanti al cordone delle truppe americane si erano radunati qualche dozzina d’iracheni che lavoravano per il Ministero del petrolio e uno di questi, osservando la protezione di cui godeva il posto in cui lavorava, e la mancanza di protezione degli altri edifici, mi ha rivolto quest’osservazione: “E’ tutta una questione di petrolio.”

Quest’uomo ha centrato il punto fondamentale per comprendere quanto paghiamo effettivamente un litro di benzina. La marea nera della BP nel Golfo del Messico ha ricordato agli americani che il prezzo della benzina al distributore è solo un acconto; un calcolo onesto dovrebbe includere l’inquinamento di acque, terra e aria. E il calcolo è ancora incompleto se non prendiamo in considerazione altri fattori, e in primo luogo quello che è forse il più importante fra i costi esterni: il fattore militare. In quale misura il petrolio è legato alle guerre e al mezzo trilione (un trilione rappresenta mille miliardi) annuo di spese militari? In questo periodo di enorme deficit, probabilmente non è inutile chiedersi cosa paghiamo e quanto.

Il dibattito si limita spesso a una disputa da bambini: “Hai detto una bugia/no,l’hai detta tu”. Donald Rumsfeld, ex Segretario della difesa (ministro della Difesa) insisteva che: l’invasione dell’Iraq non aveva ” nulla a che fare con il petrolio”. Ma anche Alan Greenspan, ex Presidente della Federal Reserve, ha respinto l’affermazione: “È imbarazzante politicamente ammettere ciò che sanno tutti”, scrive Greenspan nel suo libro di memorie . “La guerra dell’Iraq è essenzialmente una guerra per il petrolio.” Anche se fosse “solo in parte” vero che abbiamo invaso l’Iraq per il petrolio e che i nostri militari e la nostra Marina sono là oggi per questo scopo, quanto ci costa? Questo è uno dei principali problemi, i costi nascosti, il che spiega in parte la nostra dipendenza dal greggio: non ne conosciamo il prezzo reale.

Eppure, se vogliamo, possiamo conoscerlo. Un approccio innovativo proviene da Roger Stern, geografo dell’economia all’Università di Princeton. In aprile 2010, ha pubblicato uno studio approfondito dei costi di manutenzione delle portaerei degli Stati Uniti nel Golfo Persico dal 1976 al 2007. Poiché le portaerei pattugliano il Golfo Persico per proteggere il traffico petroliero, Stern attribuisce al petrolio il costo della loro presenza. Si tratta di un ottimo metodo di stima. Attraverso una dettagliata analisi dei dati del Dipartimento della Difesa – cosa non facile perché il Pentagono non disaggrega le spese per missione o regione – arriva a un totale, in oltre tre decenni, di 7,3 trilioni di dollari. Trilioni!

E si tratta ancora di una stima parziale delle spese sostenute perlopiù in tempo di pace. È molto più complicato stabilire in che misura le guerre in America sono collegate al petrolio e stimarne così il costo indirettamente. E se Donald Rumsfeld, oggi in pensione, finisse con l’ammettere, in un momento di “abbandono”, che l’invasione dell’Iraq ha avuto qualche cosa a che fare con il greggio? Uno studio pubblicato nel 2008 dal premio Nobel Joseph Stiglitz e da Linda Bilmes, (Università di Harvard) esperta di finanza pubblica, stima il costo di questa guerra – sommando quanto è già stato speso e quanto sarà probabilmente speso nei prossimi anni – in un minimo di 3 miliardi di dollari (e probabilmente molto di più). Ancora una volta trilioni.

Naturalmente dovremo aspettare a lungo prima di trovare una presentazione di PowerPoint al Pentagono o alla Casa Bianca (indipendentemente dal partito al potere), sui costi legati alla difesa del greggio. Così come sono un tabù i tagli alla previdenza sociale, le spese militari per il petrolio non vengono mai menzionate nei corridoi del potere. E’ un terreno scivoloso per i politici come per generali; facendo riferimento alla questione troppo apertamente, si rischia di ridurre a mal partito il concetto chiave della politica estera degli Stati Uniti: “La nostra unica ambizione è di costruire un mondo migliore”. È molto più facile fare della retorica che parlare di cifre concrete.

Si deve tornare indietro di quasi 20 anni per trovare qualcosa sul tema nel GAO (Government Accountability Office), la sezione investigativa del Congresso che, nel 1991, ha stimato che tra il 1980 e il 1990 gli Stati Uniti hanno speso un totale di 366 miliardi di dollari per difendere le forniture di petrolio in Medio Oriente. La relazione del GAO era un’istantanea di una regione in un determinato periodo, quando l’America non era coinvolta in una guerra maggiore. Sarebbe stato un buon inizio, se a questo studio ne fossero seguiti altri più approfonditi, ma non è accaduto.

E’ quindi necessario basarsi su studi di esperti non governativi come Stiglitz e Stern per trovare i parametri che misurano le connessioni tra petrolio e guerra, corruzione e povertà. Tra questi esperti, Paul Collier dell’Università di Oxford, autore di The Bottom Billion, Michael Ross dell’UCLA, Michael Watts dell’Università di Berkley, Ian Gary a Oxfam e Sarah Wykes, in precedenza componente dell’ O.N.G. Global Witness, (che tenta di far luce sui legami tra lo sfruttamento delle risorse naturali e le conseguenze negative che ne derivano). Le loro aree di competenza – economia, geografia, scienze politiche, corruzione – e i dati su cui lavorano sono simili agli scenari e alle idee non convenzionali degli esperti invitati dal generale David Petraeus (comandante delle operazioni militari in Afghanistan N.d.T.) per ripensare i dati e la pratica antinsurrezione.

Il petrolio deve ancora trovare il suo Petraeus; perché il problema oggi rimane difficile da quantificare. La proiezione degli effetti del riscaldamento globale, la vista dei pellicani coperti di petrolio e persino i morti in Iraq non hanno modificato in modo concreto la nostra dipendenza da nessun tipo di prodotti petroliferi. Gli Stati Uniti consumano più benzina oggi che il giorno dell’invasione dell’Iraq e dell’incidente sulla piattaforma della BP nel Golfo del Messico. Se, per ogni volta che un politico ha affermato -come ha fatto il Presidente Obama nel discorso tenuto nello Studio Ovale in giugno- che “ora dobbiamo rivolgerci all’energia pulita”, io avessi un dollaro, potrei costruire un parco eolico. Un atteggiamento più onesto ci costringerebbe, molto più che queste banalità ripetute fino all’usura, a confrontarci con il problema dei costi nascosti, quelli che non vediamo al distributore. E dopotutto, il sistema migliore per attirare l’attenzione dei consumatori passa attraverso il loro portafoglio. Articolo originale in inglese: The U.S. Military Spends Trillions for Oil, 5 agosto 2010.

Peter Maass (collaboratore del New York Times, è autore di:Crude World: The Violent Twilight of Oil)

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=20716
20.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte,org a cura di RAFFAELLA SELMI

Mafia, il super killer racconta i segreti d’Italia

Il discorso di Calcara quadra perfettamente.

Fonte: Mafia, il super killer racconta i segreti d’Italia.

Il giornalista Edoardo Montolli intervista Vincenzo Calcara

1 gennaio 2007. Arriva alla rotonda sgommando. Inchioda. Scende dall’auto e si guarda intorno. Mi stringe la mano con un sorriso nervoso:”Via libera. Possiamo andare”. E’ passato appena un mese da quando la moglie ha trovato nella casella della posta una busta di plastica con dentro sei pesci e cinque proiettili. Come dire: sappiamo dove siete. Possiamo uccidere te e i tuoi figli. Un linguaggio mafioso. Un linguaggio che lui conosce bene. Vincenzo Calcara lo ha usato per dodici anni. Fino a quando è stato un killer di Cosa Nostra.

Talmente bravo che a lui avevano affidato il compito di uccidere il giudice Paolo Borsellino. “Era il 1991. Decisi di collaborare e chiesi di parlargli. Glielo dissi in faccia: vede, io sono quello che doveva ammazzarla. C’erano pronti due piani. Uno prevedeva che le sparassi con il fucile di precisione. Il secondo un’autobomba”. Borsellino apprezzò la sincerità. Riuscì a farlo trasferire dal carcere di Palermo per proteggerlo dalla vendetta. E prese appunti. Da allora sono passati quindici anni. Il giudice fu ucciso in via D’Amelio pochi mesi dopo. Gli appunti sparirono. L’inchiesta si fermò. Eppure le rivelazioni di Calcara sono ancora tutte da raccontare. Ci stanno in parte provando i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone di Roma, che hanno riaperto il caso della morte del banchiere Roberto Calvi, trovato morto sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra la mattina del 18 giugno 1982. Dopo anni passati a vagliare l’attendibilità oggi, mentre si indaga sulle sue confessioni esplosive che vanno dal caso Calvi all’attentato al Papa fino all’agenda di Borsellino scomparsa il giorno della strage, Calcara vive senza protezione.

Assoldato dal boss

Gira col suo nome nonostante da due anni chieda che gli vengano cambiate le generalità. Testimonia in aula in delicatissimi processi. E soprattutto, dopo la recente minaccia che colpisce lui, la compagna e le loro quattro figlie piccole, è incredibilmente ancora lì. In quella casa. Costretto a muoversi ancora come un fantasma, ma per altre ragioni. Come se lo Stato se lo fosse dimenticato. Se non fosse per l’aiuto, anche economico, fornitogli dalla famiglia Borsellino, proprio quella famiglia che avrebbe dovuto decapitare al vertice, le sue verità sarebbero probabilmente sepolte da un pezzo. Sotto tre metri di terra. “Io sono un uomo d’onore – dice -, non mi tirerò mai indietro dalle promesse fatte al giudice”.
L’auto si ferma davanti a una piccola casetta. Siamo in un salotto angusto, dove la moglie di Calcara custodiva le pistole – regolarmente registrate con tanto di porto d’armi – per difendere i figli e che Vincenzo le ha fatto restituire. Simuliamo tutti una serenità che non c’è. E cominciamo un’intervista quasi surreale, con dichiarazioni che portano ai confini della fantapolitica, ma dannatamente corroborate da documenti impilati, pagina dopo pagine, uno sull’altro.
Alza le spalle e si schiarisce la voce. “Come iniziò? Be’ da piccolo. Abitavo a Castelvetrano, provincia di Trapani, a trecento metri dalla casa di Francesco Messina Denaro. Fu lui a mettermi alla prova, a 17 anni, dopo che avevo rubato oro e fucili in una villa. Fu quello il vero battesimo. Perché lì iniziò la fase di studio di Cosa Nostra di cui sarei diventato uomo d’onore nel 1979”. Periodo di prova nella mafia significa tacere e compiere reati. Delitti. I magistrati ne conteranno cinque. “Mi allenavo spesso al poligono. Ero bravo.” Il suo destino è segnato però dall’omicidio del commerciante Francesco Tilotta.

L’incontro con Marcinkus

Dopo la condanna in appello a quindici anni, Calcara viene sottoposto a sorveglianza speciale. Nonostante questo riesce a entrare in un posto delicatissimo. “Andai a lavorare all’aeroporto di Linate, alla dogana. Nel 1981. Avevo il compito segreto di smistare la morfina e l’eroina proveniente dalla Turchia”. Lo fa assumere Michele Lucchese, politico e imprenditore di Paderno Dugnano, nel milanese, che, come spiegano le sentenze, era uomo di sicura estrazione mafiosa. “Di più – aggiunge – Era il figlioccio di Francesco Messina Denaro. E io vivevo da lui”. Calcara diventa un soldato. Il figlio di Francesco, Matteo, che da ragazzino difese dai bulli, è considerato l’erede al trono di Bernardo Provenzano. L’intreccio spiega tutto.
Ed è proprio qui, a Paderno, dal Lucchese braccio destro di Messina Denaro, che Calcara, pur non essendo un boss, assiste a riunioni di vertice. “Portavo il caffè, sorvegliavo la situazione. Poi Lucchese mi diceva tutto, per me era come un padre. Un giorno mi esorta ad andare a Castelvetrano insieme ad un maresciallo amico suo. Lì avrei trovato gli ordini da eseguire”.
Gli ordini sono un viaggio da fare a Roma, portando con sé due valigie. “Una era aperta, piena di banconote da centomila lire. In tutto, seppi poi, si trattava di dieci miliardi. A Fiumicino ci vennero a prendere due auto scure del Vaticano. C’erano un cardinale, poi c’era monsignor Paul Marcinkus e un notaio. Andammo a casa di quest’ultimo. Io attesi in macchina. Venti minuti più tardi arrivò un tipo calvo, coi baffi. Non sapevo chi fosse, ma lo avevo già visto a Linate, dove era giunto con l’aereo privato per incontrare Lucchese, per poi essere portato in un albergo. Tornato a Paderno, lo dissi a Lucchese: “C’era il tipo dell’altra volta”. E lui mi fece un sorriso: “sei fisionomista”. Mi spiegò che quello era Roberto Calvi e che avrebbe investito i dieci miliardi della “Famiglia” ai Caraibi e in Venezuela”.
Di certo in questa storia c’è che due sentenze hanno considerato questo viaggio narrato da Calcara insieme al maresciallo, verosimile. C’è però di più :”Poco dopo quel viaggio a Roma si svolse a Paderno una riunione molto tesa. I soldi erano andati persi. Io c’ero. Erano presenti anche un cardinale, un politico, un uomo della massoneria. E quella fu una delle tre volte in cui vidi Bernardo Provenzano. Lì fu decisa la sentenza di morte di Roberto Calvi”.
Dieci anni dopo quella serata, la condanna di Calcara per il delitto Tilotta è diventata definitiva. E’ stato cinque anni in prigione in Germania, dove era stato arrestato per una rapina con sequestro di persona. In Italia è evaso dal carcere di Favignana, approfittando di un permesso. Calcara si dà alla latitanza, mimetizzandosi vestito da monaco e armato di pistola. “Mi chiamò Francesco Messina Denaro. Voleva che andassi a trovare Lucchese che stava morendo. E che mi tenessi pronto per ammazzare il giudice Borsellino. Una volta fatto, sarei partito per l’Australia. Fu lì che capii che dopo quell’ultimo incarico mi avrebbero ucciso. Ebbi paura. Quando conobbi Borsellino decisi che avrei raccontato tutto ciò che sapevo. Lui prendeva appunti su un’agenda rossa. Per alcune cose non parlava nemmeno con i suoi sostituti. Gli parlai anche di Antonov e dell’attentato al Papa”.
Sergej Ivanov Antonov, uomo sospettato di appartenere ai servizi segreti bulgari. Il suo nome è tornato alla ribalta lo scorso marzo, dopo la chiusura dei lavori della commissione Mitrokhin: appare in una foto a piazza San Pietro il giorno in cui Alì Agca spara al Pontefice.
Sembrava una storia chiusa. E invece ora Calcara ci torna su “Io l’avevo detto nel marzo del 1992 a Borsellino. Vede?”.
Spieghi.
“Due giorni prima di quel 13 maggio 1982 mi danno l’ordine di partire per Roma. Due uomini d’onore, Furnari e Santangelo, mi presentano Antonov. Io e lui passeggiamo per cinquanta metri, poi torniamo indietro. E mi fa: verranno da te, in questo posto preciso, due turchi. Sono armati. Ora loro ti hanno visto. Ti saluteranno dicendo:’Ciao Antonov’. Li porterai a Milano”.

Una talpa nelle istituzioni

Quindi?

“Venti minuti dopo che hanno sparato al Papa, arriva invece solo Antonov, agitato, insieme a un turco. Ci salutiamo e andiamo alla stazione Termini, io, il turco, Furnari e Santangelo. L’altro evidentemente era Alì Agca. Il treno ha un’ora di ritardo. Giunti a Milano, il turco va con loro, io torno da Lucchese. Il turco viene ucciso e io do una mano a seppellirlo in un campo di granturco a Calderara, una frazione di Paderno. Do anche indicazioni precise del luogo, ma quando il giudice Priore andrà a controllare, scoprirà che in quell’esatto posto hanno iniziato a scavare da poco tempo. Il campo è una voragine. La verità è che c’era una clamorosa fuga di notizie nelle cose che dicevo a Borsellino. Non è un caso che tutto ciò che gli raccontai e che lui segnò sull’agenda rossa senza verbalizzarle, le ritrovai il 7 maggio del 1992 sul Corriere della Sera. Lui s’infuriò. Non capiva come potesse essere successo”.

La supercommissione

L’agenda rossa sparì il 19 luglio 1992, il giorno della strage di via D’Amelio. Una foto immortala l’attuale colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli con la borsa del giudice in mano. A lui i magistrati di Caltanissetta hanno chiesto che fine abbia fatto, indagandolo poi, per false dichiarazioni all’autorità giudiziaria (1). E’ possibile che anni dopo sia difficile ricordare momenti così concitati. Certo, che cosa fosse scritto lì dentro resta l’ultimo dei misteri sul periodo delle stragi. Il probabile motivo della morte del magistrato. Calcara giura:”Poco prima della strage, Borsellino si era appuntato le prossime rivelazioni che avrei poi verbalizzato. Cose fondamentali, clamorose, perché riguardavano i rapporti tra Cosa Nostra, la massoneria e le istituzioni. E cioè la supercommissione.”
Prego?
“La famosa riunione di Paderno in cui era presente Provenzano, un cardinale e gli altri, era una di quelle della supercommissione, come mi spiegò Lucchese. Cosa Nostra non poteva decidere da sola fatti di quel tipo. Cosa Nostra è solo un’entità e ha ai suoi vertici un triumvirato. Lo stesso vale per gli apparati deviati dello Stato, del Vaticano e della Massoneria. Questi vertici tra loro si riuniscono nella supercommissione quando si deve decidere su vicende così gravi. Tre persone a testa. La supercommissione garantisce l’autonomia a ciascuna entità, ma decide su ogni cosa”.
Della supercommissione nessuno ha mai parlato, nemmeno boss pentiti del calibro di Nino Giuffrè. Possibile? Sembra un po’ una rivelazione con il sapore della fantapolitica.
“Tante cose io so che altri, di più alto livello di me in Cosa Nostra, ignoravano. Se è per questo, ad esempio, Giuffrè non ha mai parlato nemmeno di Marcinkus, eppure quel viaggio dei dieci miliardi è risultato credibile. Evidentemente non lo sapeva nemmeno lui. Provenzano lo sa. Le mie dichiarazioni, anche quelle apparentemente più incredibili, hanno sempre avuto riscontri: la presenza di Antonov il giorno dell’attentato è stata confermata solo quest’anno. Ma io ne parlai nel ‘91”. Calcara uscì dal programma di protezione volontariamente. Quando fu indagato per calunnia parlando del viaggio a Roma per incontrare Marcinkus. Pareva follia. Invece no.

Un uomo solo

E’ stato assolto. Ha cambiato sei abitazioni, vive nascosto ma continua a collaborare.
“E’ una cosa che non sopportavo quella di non essere creduto. Da Borsellino ho imparato la lealtà. Io non ho mai parlato di ciò che non ho sentito dire. Io dico solo le cose a cui ho assistito. Calvi l’ho visto quel giorno. Il turco l’ho seppellito io, potete controllare anche il ritardo del treno. Potete controllare che lui e Agca soggiornarono in un albergo di Palermo prima dell’attentato. Io alla riunione della supercommissione, nell’estate del 1981 c’ero. Ero lì. Vidi e sentii tutto. Lì si decise la sorte di Calvi. Lì l’attentato a Wojityla, che, mi spiegò Lucchese, avrebbe voluto rimuovere personaggi molto discussi all’interno della Chiesa. Come Marcinkus.”
Nel frattempo Lucchese è morto. Marcinkus pure. L’agenda rossa è scomparsa. L’ultima prova rimasta della presunta super commissione, Provenzano a parte, è un collaboratore di giustizia minacciato di morte. Un collaboratore atipico. Un uomo solo. Della cui vita lo Stato non sembra preoccuparsi granchè.

Edoardo Montolli (fonte: il periodico MAXIM, anno 10, n°1, 1 gennaio 2007)

NOTE:
(1) Il 1 aprile 2008 il GUP di Caltanissetta Paolo Scotto di Luzio ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti del col. Giovanni Arcangioli “per non aver commesso il fatto”, ritenendo l´ufficiale estraneo alla vicenda relativa alla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Il 17 febbraio 2009 la sesta sezione penale della Cassazione presieduta dal dott. Giovanni de Roberto ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Caltanissetta avverso la decisione del GUP Scotto. Il col. Arcangioli è stato pertanto definitivamente prosciolto “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di aver sottratto l’agenda rossa di Paolo Borsellino con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione Cosa Nostra.

Quell’apocalisse annunciata

Fonte: Quell’apocalisse annunciata.

Una catastrofe ambientale sotto casa. I rifiuti che martedì sono andati in fumo nel rione Casacelle di Giugliano in Campania erano distesi su una superficie di oltre 200 metri quadri. Pochi passi più in là, ed ecco spuntare una palazzina occupata da 45 famiglie, costrette a respirare i fumi tossici sprigionati dalle fiamme. Perché a bruciare non erano solo semplici sterpaglie: pneumatici, automobili, persino l’eternit, materiale contenente fibre d’amianto e per questo potenziale causa di tumori polmonari.

A specificarlo è la denuncia presentata al sindaco di Giugliano Giovanni Pianese da parte dell’associazione per la tutela di cittadini e ambiente La Terra dei Fuochi (che ha lanciato anche le “denunce collettive”). L’istanza fu spedita al primo cittadino ben due mesi fa, il 5 luglio.

Da allora… nessun provvedimento è stato preso dall’amministrazione comunale. “Il sindaco sapeva – scrive Angelo Ferrillo, patron dell’associazione, sulla sua pagina Facebook – c’è una denuncia presentata all’ufficio protocollo del Comune di Giugliano”.

ROGHI VICINI ALLE COLTIVAZIONI – “Al momento via Bosco a Casacelle è completamente bloccata da una piramide di pneumatici – si legge nella denuncia del 5 luglio – i roghi sono finalizzati sia per lo smaltimento-occultamento, sia per il recupero illecito di vari materiali come svariati metalli, in particolare il rame”. Inoltre, come più volte specificato da Ferrillo, “Questi reati avvengono spesso vicino alle coltivazioni dei prodotti agroalimentari, arrecando danni incalcolabili a tutta la cittadinanza(non solo locale).

PNEUMATICI E AMIANTO – Già due mesi fa, la denuncia lamentava un generale lassismo delle autorità competenti in materia di pubblica salute: “Nonostante tutte le segnalazioni e proteste, la situazione permane inalterata da diversi anni, anzi peggiora sempre più”. Il fumo nero che lentamente sale verso il cielo e appesta i polmoni dei vicini residenti proviene da materiali non certamente innocui: “Pneumatici, diverse auto, addirittura l’eternit, contenente il micidiale amianto, la cui esposizione è causa certa di tumori polmonari”.

LA DENUNCIA – Questa la richiesta finale dopo l’esposizione dettagliata della precaria situazione di via Bosco a Casacelle: “In base ai fatti sopraccitati si denunciano seri danni già conclamati per la salute dei cittadini (…) Inoltre la contaminazione di tutta la catena agroalimentare dovuta a diossine, furani, policlorobifenili, nonché danni biologici, morali, economici e all’immagine dell’intero territorio”. Danni che ieri hanno raggiunto un picco estremo. Sono servite otto autobotti dei pompieri per domare le fiamme.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DELLA DENUNCIA

La Voce dell’EmergenzaCampaniasuWeb

Blog di Beppe Grillo – Italia corrotta, Europa infetta

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Italia corrotta, Europa infetta.

Italia corrotta, Europa infetta. Il Bel Paese è da decenni un terreno di coltura del virus mafioso, un’area protetta, un’oasi WWF della delinquenza. Le mafie hanno due redditi: dallo Stato attraverso gli appalti e i contributi europei, miliardi di euro annui che sfuggono a ogni controllo, e dalle attività più classiche, dalla droga che entra a tonnellate dal porto di Gioia Tauro, alla prostituzione, ai rifiuti, al traffico di armi. Le mafie sono cresciute forti e potenti nell’indifferenza della Comunità Europea e del suo asfittico Parlamento diretto dalla BCE e con la benevolenza di parte dello Stato italiano. Lo Stivale gli va stretto da tempo, sono come un paguro che cerca sempre una conchiglia più grande.
La strage di Duisburg è passata quasi inosservata. La cancrena europea però non si può più nascondere. Il settimanale francese L’Express ha dedicato copertina e servizio principale alla diffusione delle mafie nei Paesi europei. La copertina è la più inquietante dopo quella che ci dedicò il Der Spiegel ai tempi delle BR (un piatto di spaghetti con una P38). L’articolo de L’Express inizia con queste parole: “La Mafia non conosce la crisi. Il suo volume di affari oscilla tra i 120 e i 150 miliardi di euro annuo, dal 5 al 7% del PIL italiano. Le tre principali organizzazioni criminali della penisola, Mafia siciliana, ‘Ndrangheta e Camorra non hanno mai avuto una tale potenza. Se reinvestono dal 40 al 50% della loro ricchezza nelle attiità tradizionali come la droga, le armi e il pagamento dei salari agli “affiliati”, esse reinvestono il resto di questa manna nell’economia legale. E ben al di là dei confini italiani…“. Seguono mappe geocriminali, tratte dal libro: ” Mafia Export” di Francesco Forgione, con i nomi delle famiglie in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo. Ovunque un’epidemia di clan e di famiglie con presenti tutti i nomi più noti: dai Piromalli, ai Mazzarella, ai Santapaola.
Se non si circoscrive la fonte di contagio, l’Itala, il fenomeno non potrà che svilupparsi al ritmo di 40/50 miliardi di euro annui di investimento mafioso in Europa. Quanto ci vorrà per trasformare il nostro continente in Euromafia? Nessuna multinazionale ha le disponibilità finanziarie delle mafie. Io sono andato due volte al Parlamento europeo per avvertire i Belli Addormentati di Bruxelles. La prima per chiedere che non fossero più inviati in Italia i fondi europei, pari a circa 9 miliardi all’anno, che in gran parte sono gestiti dalla criminalità organizzata. La seconda per avvertirli che la mafia stava colonizzando l’Europa. Dopo due anni nessuna risposta è pervenuta dalla UE e non possiamo aspettarci che venga dall’Italia. Nel Bel Paese Mafioso i condannati per mafia stanno in Parlamento, le amicizie camorristiche e ‘ndranghetiste sono credenziali per incarichi governativi. Il presidente del Consiglio si vanta di aver avuto un pluriomicida di Cosa Nostra in casa e lo chiama eroe, Casini deve il suo elettorato a Cuffaro e Schifani è l’interlocutore del Pdmenoelle.
Per salvarsi l’Europa deve nominare un commissario straordinario per l’Italia, se necessario un liquidatore, altrimenti il prossimo presidente europeo sarà eletto a Corleone o a Torre Annunziata.

Dell’Utri ‘mafioso’ cacciato dalla folla. Quel re sempre piu’ nudo

Fonte: Dell’Utri ‘mafioso’ cacciato dalla folla. Quel re sempre piu’ nudo.

Alla fine ha dovuto gettare la spugna e abbandonare la kermesse letteraria da uomo sconfitto.
Il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un epilogo così di certo non se lo aspettava.
Incurante del numero di iscritti al gruppo “No a Dell’Utri a Parolaio” che su facebook era cresciuto gradualmente, superiore ai primi venti di polemica che già soffiavano nei giorni scorsi e come sempre sicuro di sé, pronto a presentare in anteprima nazionale i suoi presunti, probabilmente falsi, diari di Mussolini che a breve verranno pubblicati da Bompiani.
Ieri sera però, alla rassegna libraria di Como, nella cornice di piazza Cavour, niente è andato come pensava. E alle 18.00 dopo la presentazione dell’amico giornalista Armando Torno non è riuscito neppure ad aprire bocca di fronte a una nutrita folla di rappresentanti della società civile che agli organizzatori ha chiesto conto di quella presenza: “Vi sembra giusto aver invitato qui un condannato in appello a sette anni per mafia?” ha gridato qualcuno, la voce sovrastata da uno scrosciare di applausi. E poi slogan, cori e striscioni degni di un “uomo d’onore”: “Vergogna”, “mafioso”, “devi andare in carcere”, “Marcello, baciamo le mani”. A gridare non sono sparuti gruppi di “estremisti”, ma gente comune, di tutte le età, uniti pacificamente nella loro protesta. Tra loro rappresentanti dell’Anpi (l’associazione nazionale partigiani) di Como e del Comitato locale per la difesa della Costituzione che esibiva un foglio sul quale erano riportati i nomi di vittime della portata del generale Carlo Alberto dalla Chiesa contrapposti al mafioso Vittorio Mangano, al secolo “l’eroe”.
Qualcuno teneva invece in mano l’agenda rossa, il simbolo della lotta combattuta da tempo da Salvatore Borsellino – il fratello del giudice assassinato nel 1992, che chiede verità e giustizia sulla strage di Via D’Amelio – e intonava il coro che lo scorso 19 luglio ha nuovamente riempito di speranza la stessa Via D’Amelio e le strade di Palermo: “Fuori la mafia dallo Stato”.
Poi alcuni contestatori, fermati dalla scorta del senatore, sono saliti sul palco, come arma alcuni volantini sui quali era stampata la parte finale della condanna a Dell’Utri in appello.
Sotto quel palco uno di loro sventolava un libro, “Dossier Mangano”, un regalo per il senatore.
Alla fine, dopo mezz’ora di contestazione gli organizzatori si sono rivolti al pubblico presente – circa novecento persone in tutto, il doppio dei posti a sedere – chiedendo la possibilità di andare avanti, ma la risposta è stata un coro di “no” mentre alcuni anziani al senatore gridavano: “Devi andare via da Como”.
A Dell’Utri, vinto, non è rimasto che abbandonare il tendone, facendosi largo tra il disprezzo del pubblico.
Un segnale, molto forte, dei tempi che cambiano. E del re che è sempre più nudo.

Monica Centofante (Antimafiaduemila, 31 agosto 2010)

Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano

Fonte: Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano.

La notizia che Gaspare Spatuzza abbia indicato il presidente del Senato Renato Schifani come uno dei personaggi di raccordo tra i fratelli Graviano e Marcello Dell’Utri spunta proprio mentre i suoi avvocati presentano il ricorso al Tar per la mancata assegnazione del programma di protezione.
Come si ricorderà il collaboratore che ha consentito la riapertura delle indagini sulla strage di via D’Amelio è il primo nella storia ad aver incassato il parere favorevole di tre procure e di vedersi comunque escluso dallo speciale trattamento per i pentiti.
La questione, quella pretestuosa, è la cavillosa interpretazione dell’assurda legge sul limite dei 180 giorni, quella vera, è che Spatuzza ha avuto la pessima idea di confermare per l’ennesima volta il collegamento tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra e questo è altamente sconsigliabile se si immagina di poter ottenere i benefici che la legge prevede, come cercare di salvare la pelle.

A quanto pare Spatuzza, per quanto sia facile da denigrare e avvilire a causa dei gravissimi delitti di cui si è macchiato, deve proprio far paura. Al momento le sue rivelazioni riguardo a Schifani non sono che indiscrezioni giornalistiche e non se ne conoscono i dettagli, ma le manovre più o meno palesi per intralciarne la collaborazione, per screditarla, per renderla il più possibile innocua sono state a largo raggio.
Per esempio, l’altra eccezione rappresentata da questo nuovo incubo per gli amici del premier dal passato quanto meno ambiguo, è che i suoi capimafia di riferimento, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, spietati boss del mandamento di Brancaccio, stragisti e per questo ergastolani, non lo hanno assalito, vituperato e rinnegato, come tradizione vuole. Anzi, gli hanno confermato l’affetto e persino il rispetto per il cammino intrapreso. Addirittura il minore, Filippo ha parlato di un “percorso di legalità”, certo, alla sua maniera, ma è un dato rilevante, considerato il soggetto.
E Giuseppe, il più potente e riverito, tanto da essere chiamato “Madre Natura”, nel corso del processo Dell’Utri, si è avvalso della facoltà di non rispondere a causa della sua condizione di detenuto in isolamento lasciando intendere che non appena si fosse ripreso avrebbe volentieri risposto ai giudici.
La lunga storia dei sottili dialoghi tra mafia e stato ci insegna che il sottaciuto è persino più eloquente di quanto detto e soprattutto che la tempistica delle risposte silenziose non è un dettaglio da sottovalutare.

I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano hanno accettato di rispondere alle domande dei magistrati di Firenze il 28 luglio 2009, lo stesso giorno in cui effettuano l’amichevole confronto con il traditore Spatuzza, e poi mantengono una certa disponibilità anche nel mese di agosto e di settembre.
Il 4 dicembre con una tensione mediatica paragonabile solo a quella del maxi processo, quando ha deposto Buscetta, i giudici sentono il pentito. Esattamente un mese prima perviene in Cancelleria l’istanza degli avvocati di Giuseppe Graviano che chiedono di revocare l’isolamento diurno che il boss sconta dal 24 ottobre 2001. Secondo quanto prevede la legge, la “separazione coattiva” può essere prorogata ogni sei mesi per un massimo di tre anni e riapplicata in caso di eventuale commissione di ulteriore reato. Il provvedimento per Graviano sarebbe quindi dovuto terminare il 23 ottobre 2004 ma, nonostante le richieste dei legali, è stato sempre prorogato. Invece il 17 dicembre 2009, una settimana dopo che Giuseppe Graviano ha lasciato intendere di mal tollerare la sua condizione e di essere disponibile a parlare, è stato prontamente accontentato.
Invano il suo avvocato, per ben cinque anni, aveva perorato la causa, sono bastate due parole non dette in mondo visione per far passare al temibile boss, depositario di chissà quanti segreti sulle stragi del ’93 di cui è stato regista e sui mandanti ancora occulti, quella pericolosa tentazione.
E se mai gli dovesse tornare, sarebbe interessante vedere fino a quanto può alzare la posta.
Quando si dice il potere del silenzio.

Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 30 agosto 2010)

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