Archivi del giorno: 18 settembre 2010

Vince chi sorride! | Il Fatto Quotidiano

ÄUna storia positiva da cui dovremmo imparare tutti.

Fonte: Vince chi sorride! | Il Fatto Quotidiano.

Con queste facce serie non vincerete mai. Non l’ha detto Buster Keaton, lo ha detto un grande maestro di arti marziali ai suoi giovani focosi allievi. Io credo che questo principio valga anche in politica. Ai progressisti manca un po’ il sorriso. Molti oppositori al governo dello sfascio fanno a gara per apparire in televisione con la faccia più seria e incazzata possibile e a urlare a più non posso. Essere incavolati neri è la prova della sincerità e della forza del proprio impegno politico. Berlusconi invece fa il sorriso finto e vince.

Già sento scalpitare alcuni che mi massacreranno nei commenti a questo articolo: dici bene tu! Ma se fossi un operaio licenziato non avresti niente da sorridere! Allora vorrei raccontarti la storia di 100 milioni di donne che sono uscite dalla miseria insieme a 300 milioni di loro familiari senza dover fare la faccia scura e urlare, neanche per 10 minuti. Anzi hanno dovuto sorridere molto, perché hanno dovuto collaborare, mettersi d’accordo, darsi fiducia. E se non sai sorridere non ci riesci. Perché il sorriso è il cemento delle relazioni sociali. Non essere capaci di sorridere è una malattia relazionale grave: chi non sorride resta da solo (e perde le elezioni).

La storia di queste donne inizia in Bangladesh dove nasce la Grameen Bank di Mohammad Yunus, quello che dopo 30 anni di risultati incredibili ha preso il Nobel. Yunus è un tipo paffutello. E ovviamente ha sempre il sorriso stampato sulla faccia. Questo non gli dà un’aria volitiva e intelligente. Sembra un po’ un pirlotto. Sono andato a vederlo di persona a una conferenza. Volevo vedere com’è uno che crea le condizioni perché milioni di persone si salvino dalla fame e dalla miseria. E’ basso, con la faccia tonda, il viso gentile. Parla a centinaia di persone come se fosse al bar. Senza toni da comizio, senza sventolare bandiere. Ogni tanto si ferma, guarda la platea e sorride. Iniziò prestando 23 dollari a 46 donne di un villaggio miserabile del Banghladesh, mezzo dollaro a testa, e chiese pure il 17% di interessi! Lui non voleva fare la carità ma una banca funzionante, con i conti in attivo. E molti gli dissero che era un cane rognoso perché cercava di arricchirsi prestando denaro alle donne che morivano di fame. Lui dimostrò che queste donne erano capaci di restituire il denaro con gli interessi nel 97% dei casi, molto più di quanto riesca a ottenere una banca normale che presta denaro solo a chi dà garanzie di solvibilità. Quelle donne dovevano andare all’alba dall’usuraio e prendere in prestito mezzo dollaro, compravano il bambù, costruivano uno sgabello e alla sera ripagavano il debito contratto al mattino con interessi spaventosi (giornalieri). Così restava loro in tasca quasi niente. E vivevano nella miseria più totale. Il prestito di mezzo dollaro, restituito in 52 rate settimanali, le tolse dalla disperazione. E Yunus dimostrò che si poteva creare una banca dei poveri con i conti in attivo e quindi una capacità crescente di autofinanziarsi e di erogare quindi sempre nuovi microprestiti. Ti consiglio di leggere la sua biografia, una storia da fantascienza (Il banchiere dei poveri, Feltrinelli).

La cosa che più mi ha colpito nella storia del microcredito è il metodo che questi hanno usato. Innanzi tutto hanno fatto affidamento sulle donne. Le donne devono liberarsi, la banca offre solo un’opportunità, un’occasione, una possibilità. Le donne per ricevere il prestito devono riunirsi in gruppi di 5. Il debito è individuale ma c’è un gruppo solidale. La restituzione avviene in microscopiche rate settimanali. Le donne si incontrano, il bancario riceve i soldi e dà ogni volta un’informazione utile su un’erba da cucinare, regole di igiene o un trucco per allevare i polli. E in questo incontro le donne raccontano cosa hanno fatto, che difficoltà hanno incontrato, trovano sostegno psicologico e aiuto. E devono accettare un impegno: se hanno un figlio maschio non devono chiedere alla sposa la dote, se hanno una figlia femmina devono rifiutarsi di sottostare all’obbligo della dote. Questo perché per le famiglie povere diventa una rovina pagare la dote e questo trasforma in una disastro l’avere figlie femmine e determina quindi uno stato di asservimento della donna che fin da piccola deve andare a lavorare per iniziare a accumulare la dote… e non può andare a scuola… Yunus ha capito che l’unico modo per cancellare questo costume assurdo era vincolare i prestiti all’impegno di non seguire più la consuetudine della dote. Niente volantini, comizi, cortei, proteste, lotte parlamentari. Hanno affrontato il problema alla fonte: le madri. E hanno vinto senza combattere creando le condizioni perché il cambiamento diventasse inevitabile. Ovviamente più d’uno s’è incavolato: gli usurai, i tradizionalisti e anche alcuni preti musulmani, si andava contro tradizioni millenarie. Ed è successo che alcuni Mullah abbiano minacciato alcuni funzionari della Grameen Bank: siete dei blasfemi! Già perché la tradizione di quel paese vuole che le donne non possano neppure toccare il denaro… Figuriamoci contrarre un prestito… Di fronte alle minacce la banca dei poveri ha reagito organizzando cortei? Proteste? Presidi?No. Hanno abbandonato immediatamente i villaggi dove venivano minacciati dalle autorità religiose.E molti gli han detto: siete dei vigliacchi! E loro niente. Se ne sono andati.

Le donne che avevano preso un prestito dovevano così percorrere a piedi magari 10 km per raggiungere un villaggio dove i banchieri dei poveri non erano stati minacciati. Ed erano un po’ incavolate. E quando avevano dieci minuti andavano dal Mullah e gli dicevano: “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca fa, che devo andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro i banchieri dei poveri, che prima morivo di fame con i miei figli, Mullah…”. Tutti i giorni, 40 donne che andavano dal Mullah a torturarlo. E a un certo punto i Mullah crollano e alcuni dicono: “Va bene, fate tornare quei dementi della banca dei poveri! Non se ne può più.” Le donne vanno dai banchieri dei poveri: “Potete tornare!” E loro rispondono: “Torniamo solo se quel Mullah, viene qua, con tutti gli abitanti di quel villaggio e ci dice, di fronte al Mullah di questo villaggio e alla gente di questo villaggio che noi siamo i benvenuti e che lancerà una Fatwa contro chiunque ci tocchi.” Che esagerati! Le donne riferiscono la richiesta al loro Mullha. E quello dice: “Andate al diavolo!” E allora le donne ricominciano a rompergli i santissimi. “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro quelli là? Mullah Mullah! Che prima morivo di fame, Mullah… Mullah, Mullah, me fan male i pe! Disgrazià!” E alla fine i Mullah hanno ceduto. Crollo psichico depressivo.

E dopo anni che la banca funzionava ed era stata clonata in decine di altri paesi e prestava denaro a decine di milioni di donne, la Banca Mondiale decise di farle un prestito enorme. E allora quelli della Grameen Bank decidono di lanciare la proposta di un mutuo di 500 dollari (che là sono una cifra vertiginosa) per la costruzione di una casa. Arrivano domande a migliaia. Ma c’è una condizione: per avere il mutuo la donna deve possedere il terreno dove sarebbe sorta la casa. E questo era semplicemente impossibile. Nessuna donna poteva possedere la terra, era un tabù preislamico. Allora tutti dicono a Yunus: “Adesso che hai avuto i soldi della Banca Mondiale non li presti più senza garanzie… Allora facevi solo finta! Traditore.” E loro invece giù duri: “Se la terra è tua ti diamo i soldi. Sennò continua a morire con i tuoi figli in baracche fatiscenti.” Sticavoli! Ma passano 6 mesi e 500 mila donne scassano talmente i santissimi a mariti, padri, vicini di casa, amanti, che alla fine hanno la loro terra e ci hanno costruito sopra una casa. Quanto c’avrebbero impiegato con il sistema delle proteste, dei cortei, degli scontri di piazza, delle petizioni? Yunus ha creato le condizioni. Ha cambiato direttamente la realtà quotidiana, senza chiedere leggi nuove a nessuno.

Ma continuavano a criticarlo. Soprattutto perché prestava denaro solo alle donne che potevano lavorare. Vecchie e invalide erano escluse. Poi un bel giorno Yunus rifà per la terza volta tutti i conti e dice: “Ce la possiamo fare.” E creano una compagnia di telefonia cellulare di proprietà della Banca dei Poveri. Danno così lavoro a 36 mila donne vecchie o invalide che diventano un posto telefonico pubblico, con un cellulare e un pannello solare per ricaricarlo. Vendono telefonate a basso prezzo, riuscendo così anche a portare il telefono nei villaggi più sperduti. Un salto di qualità enorme, perché se sei il più povero, poter fare una telefonata invece di camminare per 20 chilometri fa la differenza. Se cammini non lavori e se non lavori non mangi e il giorno dopo sei talmente stanco e affamato che non riesci a lavorare.

Nel suo ultimo libro, “Un mondo senza povertà” (Feltrinelli) Yunus spiega la nuova fase nella quale sono entrati e promette, semplicemente, la fine della povertà.
Yunus è quello che oggi può dire di aver inventato un metodo che ha tirato fuori dalla miseria 100 milioni di donne in tutto il mondo grazie a piccoli prestiti finalizzati all’auto impresa e a una faccia sorridente. Non c’è nessuno che sia riuscito a realizzare niente di simile.
Ora, nel suo nuovo libro, Yunus ci spalanca una nuova prospettiva (vera) di lotta alla povertà.
Come suo solito lo fa andando controcorrente e mettendo in pratica strategie che scandalizzano la buona parte del mondo del Movimento solidale, almeno di quello italiano.
Nel 2006 è nata una società tra la banca dei poveri di Yunus (Grameen Bank) e la multinazionale Danone leader mondiale nel settore alimentare (in Usa si chiama Dannon).
Quel che ha fatto Yunus è qualche cosa di veramente geniale.
Parte da un problema concreto: i bambini del Bangladesh si ammalano e muoiono perché dopo l’allattamento mangiano solo riso. Serve un alimento ricco di vitamine e proteine adatto allo svezzamento. Studiano il problema e scoprono che la cosa migliore sarebbe uno yogurt arricchito.
Domanda:
Come facciamo a far sì che milioni di bambini possano mangiare questo yogurt nei prossimi decenni?

Soluzioni:

1) Facciamo una raccolta di fondi e regaliamo
yogurt? No, perché servirebbe una quantità di denaro impensabile, ogni anno, per sempre.

2) Creiamo una società, un’impresa capitalista, di nuovo tipo. I finanziatori (la Danone) mettono i soldi ma rinunciano a guadagnarci. Potranno soltanto riavere i loro soldi rivalutati rispetto all’inflazione dopo 10 anni. Ma attenzione, lo scopo della società è fare utili per potersi sviluppare. L’obiettivo di questa Spa non è quella di guadagnare il più possibile, non è quello di regalare, vuole essere un’impresa sana, con i conti in attivo, il suo obiettivo è vendere yogurt per lo svezzamento al prezzo più basso possibile, senza perderci.

La soluzione del problema nasce da una concezione diversa della logistica.
Innanzi tutto tagliano un costo principale che è quello di conservare e trasportare al freddo lo yogurt. Invece di costruire una grande fabbrica ne costruiscono tante piccole che servono una zona limitata dove il prodotto viene realizzato e consumato in giornata. Questo semplice accorgimento permette di tagliare enormemente i costi offrendo al contempo un prodotto migliore.
Semplice e geniale. E funziona.

E attenzione: l’azienda finanziatrice rinuncia alla rendita finanziaria dell’investimento ma non ci rimette in quanto il denaro verrà rivalutato.
Ma l’azienda ottiene un guadagno collaterale enorme in termini di pubblicità. In questo articolo sto parlando bene della Danone e sto cercando di convincerti che sono capitalisti di tipo nuovo che hanno dato vita a una delle più grandi rivoluzioni di questo secolo. E questo lo faccio per convinzione senza che la Danone mi abbia dato un solo euro.
E la Danone ottiene anche un clamoroso successo verso i suoi dipendenti che possono avere la soddisfazione di vedere che il frutto del loro lavoro non finisce solo in donne e champagne per gli azionisti ma viene utilizzato per salvare la vita di migliaia di bambini. E si sa che i dipendenti motivati lavorano meglio e hanno meno voglia di sabotare l’azienda per dispetto. E anche questi sono soldi!
Ecco che Yunus e la Danone hanno inventato un nuovo modello di impresa capitalista che riesce a dare utili notevolissimi a costi irrisori. Quel che ci rimette la Danone sono i soldi che potrebbe guadagnare investendo il capitale immobilizzato. Ma il capitale continua a essere suo.
Quando le aziende spendono denaro in pubblicità non lo vedono più. In questo caso la Danone si paga la pubblicità rinunciando a utili (ipotetici).
Ma c’è un altro elemento interessante dal punto di vista economico che Yunus ci fa capire.
Sono i dirigenti della Danone che contattano Yunus. Sono loro a dirgli: abbiamo un sacco di soldi, vorremmo combinare qualche cosa di buono, avrebbe mica un’idea nella quale potremmo spendere una vagonata di milioni di euro?
La Danone è l’azienda che ha gestito in modo più geniale la propria attività umanitaria ma non è la sola. Yunus scopre che le grandi multinazionali potenzialmente possono essere interessate a investire in buone azioni.

Bill Gates ha scelto di donare 25 miliardi di dollari (che una volta erano circa 50 mila miliardi di lire) e molti altri lo hanno imitato con cifre superiori al miliardo di euro (duemila miliardi di lire).
Ora ammetterete che donazioni di questo calibro ci costringono a rivedere l’immagine del capitalista pronto a sterminare i bambini per un dollaro in più.
Esiste pure quello e prima o poi finirà in galera. I petrolieri e i venditori di armi hanno fatto l’impossibile per ottenere una bella guerra in Iraq, con un numero di morti civili che viene valutato dai 350 mila al milione.
Ma esiste anche un capitalismo che ha identificato la solidarietà come un lusso irrinunciabile. Preferiscono cercare di vivere in un mondo migliore piuttosto che comprarsi altre 100 Ferrari, altre 10 barche a vela e altri 10 aerei da gran turismo.

Chi l’avrebbe detto che la ricchezza estrema avrebbe generato qualche cosa di buono?
E vorrei anche osservare che Yunus ha organizzato questa Spa umanitaria dedita allo sviluppo ma non alla massificazione dei profitti, in modo molto particolare.
Ad esempio, i manager del progetto sono dirigenti Danone, pagati a suon di milioni di dollari.
Yunus non ha chiesto che venisse ridotto il loro stipendio. E questo va contro una delle leggi della morale solidaristica. Sono anni che attacchiamo i funzionari Onu che si occupano di fame del mondo con stipendi da favola.
Ma a Yunus non interessa. Ha bisogno dei migliori del mondo per progettare le linee di ricerca, produzione e distribuzione di uno yogurt che oggi esiste e costa pochissimo.
E reputa conveniente pagare i migliori tecnici ai prezzi di mercato.

Attenzione, Yunus non dice che questo sia l’unico sistema giusto.
Lui dice: va benissimo l’organizzazione che aiuta elargendo aiuti senza chiedere niente e si regge sulle donazioni, come Emergency; va benissimo l’organizzazione commerciale solidale come la banca dei poveri o il commercio equo, che sono un’impresa, devono avere i conti in attivo ma utilizzano anche volontari non pagati e danno stipendi con un “tetto morale” medio basso; va bene anche la società per azioni che si limita a devolvere in imprese umanitarie una quota degli utili; tutto questo va bene ma ci serve anche qualche cosa d’altro.
La povertà è legata soprattutto alla mancanza di opportunità per i poveri. La banca dei poveri, le reti cellulari per collegare i paesi più sperduti alle linee telefoniche e a internet, la creazione di scuole di impresa studiate per i micro imprenditori individuali, vanno in questo senso: offrono accesso a possibilità.
Ma per affrontare i problemi della povertà ci serve anche che arrivino sul mercato in quantità massiccia prodotti a basso costo e alta qualità. Prodotti studiati apposta per i più poveri, fatti su misura per le loro esigenze: dallo yogurt arricchito alla tanica a forma di ruota con un buco al centro, che rotola e diminuisce del 70% la fatica di trasportare acqua, le pompe solari e il computer a basso costo. Ideare e progettare questi nuovi prodotti è difficilissimo proprio perché sono rivolti a clienti molto particolari. Questi nuovi prodotti richiedono investimenti colossali e tempi lunghi di ritorno che le imprese del no-profit classico non possono affrontare.
Inoltre non è pensabile inventare da zero una struttura industriale capace di creare decine di prodotti diversi, è molto più semplice, ed economico, associarsi con aziende che hanno uomini, mezzi e conoscenze (anche se i loro manager sono super pagati).
Ecco da dove nasce l’idea della joint venture tra imprese solidali e multinazionali per la creazione di questo business sociale (come lo battezza Yunus).

Ma la genialità di questo approccio sta anche in un altro aspetto. I micro laboratori che producono yogurt sono imitabili proprio perché sono studiati per fare utili. Questo ha portato molti piccoli imprenditori a copiare la formula della distribuzione senza refrigeratori e a creare aziende che fanno concorrenza alla banca dei poveri. E questo ha permesso di raggiungere livelli di produzione e di diffusione molto superiori alle capacità del trust Danone-micro credito mobilitando forze molto superiori che hanno aiutato a vincere questa battaglia e a ridurre in modo enorme la mortalità infantile. Le ultime notizie che ci giungono dalla banca dei poveri parlano di centinaia di migliaia di impianti fotovoltaici e a biogas (gas per cucinare dalla cacca: una trincea, un sacco di plastica lungo 50 metri per 1 metro di larghezza e uno di profondità, qualche bottiglia di plastica, qualche tubo, colla, costo 146 dollari, dà gas per 6 famiglie con 50 litri di letame e acqua al giorno evitando ore di lavoro per tagliare alberi e la desertificazione). Ci sono pescatori collegati a internet che hanno finalmente previsioni del tempo e indicazioni su dove sono i pesci, via satellite. E allevatori mongoli che essendo disperati per una moria di cavalli si rivolgono a una specie di Emergency dei veterinari. Ma nessuno trova una cura. Allora diffondono un appello che raggiunge i villaggi più sperduti del mondo. Risponde una tribù sperduta di nativi americani del Canada che hanno affrontato lo stesso tipo di epidemia vent’anni prima: basta aggiungere magnesio alla dieta dei cavalli. E i cavalli mongoli iniziano a guarire. Io credo che questa esperienza sia piena di insegnamenti per chi si sta impegnando per un’Italia migliore. E molti in Italia l’hanno capito e lo stanno facendo con risultati enormi.

Questo nuovo modo di concepire l’azione politica ci dice molto dal punto di vista delle azioni strategiche e dell’atteggiamento che rifugge lo scontro e le questioni di principio per trovare l’efficienza. Militanti politici di nuovo tipo che hanno sostituito l’aggressività con il sorriso, le urla con l’azione quotidiana. Il mondo si cambia così: dando qualche possibilità a una donna per volta.

Nel mio prossimo articolo ti racconterò un’altra storia incredibile di grandi risultati ottenuti con la strategia dei piccoli passi e della spinta gentile. Risultati che con la forza e la rabbia non si ottengono mai. Se non sorridi non ci riesci.

Riccardo Iacona svela in tv su Rai Tre le ombre del nucleare | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Riccardo Iacona svela in tv su Rai Tre le ombre del nucleare | Il Fatto Quotidiano.

“I lavori per la prima centrale nucleare in Italia inizieranno entro tre anni, sicuramente prima della fine della legislatura in corso”. Con questa ‘rassicurante’ comunicazione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 26 aprile scorso durante l’incontro con il compagno di bisbocce Vladimir Putin, inaugurò la sua crociata a favore dell’energia nucleare. Una crociata che il mondo dell’informazione ha un po’ sottovalutato in questi mesi. Il tema sarà sviscerato domenica sera alle 21 in un’inchiesta televisiva targata Riccardo Iacona dal titolo eloquente: “Nucleare”. Terza puntata della serie di successo ‘Presadiretta’ su Rai Tre. “Mentre in Italia ci si interroga su dove e quando far partire le centrali nucleari – dichiara Iacona – noi abbiamo scoperto che la tecnologia costosissima della quale ci dovremmo avvalere, in altri posti stenta a partire”. Il giornalista tv, insieme a Vincenzo Guerrizio e Alessandro Macina, hanno realizzato un reportage di due ore frutto di mesi di lavoro. “Sfateremo alcune leggende – racconta il giornalista tv – che girano sull’energia atomica e su chi dice che come Paese dovremmo modernizzarci al pari di altre nazioni vicine”. Iacona è ancora al montaggio perché uno dei suoi reporter è appena tornato da Berlino con le immagini dell’ultima grande manifestazione contro il nucleare. Oltre 100mila persone in piazza. Le proteste sono contro la cancelliera tedesca Angela Merkel che ha annunciato di aver intenzione di concedere proroghe fino a 14 anni alle 17 centrali a energia atomica già esistenti. “Quando si dice – racconta Iacona – che gli altri Paesi convivono benissimo con il nucleare”.

Il governo Berlusconi ha già deciso di costruire otto centrali elettronucleari, pari a una potenza installata di 13 mila megawatt, e l’Enel e l’Edf hanno già varato un investimento di una ventina di miliardi di euro per costruire quattro delle otto centrali. “Il punto è  che l’Italia si sta dotando di una tecnologia francese che è solo un prototipo”. I reporter di Presadiretta sono stati, infatti, negli unici due cantieri dell’EPR, la centrale nucleare francese di nuova generazione che l’Italia sta per comprare. Uno dei cantieri è in Francia, a Flamanville, e l’altro è in Finlandia. “Un uomo del governo finlandese – racconta Iacona – ci ha detto ‘Viste le problematiche che stiamo incontrando con questa nuova tecnologia francese è evidente che la Francia ci ha usati come cavie’”. Eppure il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, tornò entusiasta dopo la visita francese nel cantiere di Flamanville.

Ma Presadiretta è andata a capire anche quali problematiche incontrano i paesi vicino al nostro quando si parla dei depositi per le scorie nucleari. “Anche in Germania i siti sono temporanei, c’è un dibattitto fortissimo tra nuclearisti e antinuclearisti che va avanti da anni e sui depositi delle scorie radioattive sono state trovate solo soluzioni tampone”. Nel 2002, in Germania, la pressione esercitata dall’opinione pubblica ha indotto il governo tedesco a commissionare al Childhood Cancer Registry della University of Mainz uno studio caso-controllo per valutare l’incidenza del cancro intorno alle 16 centrali nucleari commerciali allora in attività: il Kikk study. “I risultati di questo studio di autorevoli epidemiologi – continua Iacona – hanno messo in evidenza un aumento statisticamente significativo dell’incidenza dei casi di leucemia nei bambini che vivevano entro un raggio di pochi chilometri da una centrale nucleare: 3,4 volte in più rispetto alle zone distanti dalle centrali”.

Le telecamere di RaiTre mostreranno da vicino i grandi depositi di riprocessamento e di stoccaggio delle scorie in Germania, Francia e in Inghilterra. Ed è proprio sui depositi che in Italia si giocherà una partita importante. “Sul nucleare la verità – conclude Iacona – è che il nostro governo è in confusione. D’altronde: la Sogin, la società che dovrebbe gestire gli impianti nucleari, è commissariata; ancora dopo un anno non è ancora partita l’Agenzia nazionale per la radioprotezione, fondamentale, perché è l’organo indipendente che dovrebbe vigilare sulla sicurezza del nucleare in Italia; E poi il ministro per lo Sviluppo economico, colui che dovrebbe dirci i vantaggi e gli svantaggi economici per i contribuenti, chi l’ha visto ancora?”.