Archivi del giorno: 25 settembre 2010

ComeDonChisciotte – IL LINGUAGGIO DELLE PIPELINE

Fonte: ComeDonChisciotte – IL LINGUAGGIO DELLE PIPELINE.

DI LARS SCHALL
chaostheorien.de

Nella seguente intervista lo storico Dr. Daniel Ganser dell’Università di Basilea, in Svizzera, risponde a domande connesse al “National Energy Policy Development Group” del 2001, al picco del petrolio (Oil Peak) e al collegamento con le pipeline dell’Asia centrale. Secondo il Dr. Ganser è molto dubbio che la NATO abbia successo in Afghanistan per poter costruire la proposta pipeline dal Turkmenistan al Pakistan/India.

Il Dr. Daniele Ganser, nato nel 1972, è uno storico e ricercatore sulla pace all’Università di Basilea, in Svizzera, ed è stato un ricercatore senior al Centre for Security Studies presso lo Swiss Federal Institute of Technology (ETH) di Zurigo. La sua ricerca si concentra sulla questione del picco del petrolio, guerre delle risorse, la cosiddetta “guerra al terrore”, e geostrategia. Egli è inoltre autore dell’originale libro “NATO’s Secret Armies: Operation GLADIO and Terrorism in Western UErope” (Le armate segrete della NATO: operazione GLADIO e terrorismo in UEropa occidentale) (Routledge, February 2005).

Dr. Ganser, nella primavera del 2001 si riunì alla Casa Bianca il “National Energy Policy Development Group“, NEPDG. I documenti e gli appunti della “Energy Task Force” sono inaccessibili. C’è ragione di credere che questi documenti contengano informazioni specifiche e dettagliate riguardo le riserve globali di petrolio e gas ? E se è così, non sarebbe necessario e urgente pubblicare questi documenti, dato che in particolare le informazioni ufficiali sulle riserve di energia, con le quali per esempio opera la IEA (International Energy Agency), non sembrano essere attendibili ?

Infatti, sarebbe molto interessante se i documenti del NEPDG fossero disponibili a scopo di ricerca. Ritengo che il NEPDG discusse approfonditamente il problema del picco del petrolio – la questione su quando sarà raggiunto il massimo della produzione globale di petrolio. Il vice presidente Dick Cheney in qualità di passato CEO della Halliburton ha una visione molto chiara del problema del picco del petrolio. Lui sa che in molte regioni e nazioni in tutto il mondo la produzione di petrolio è in declino. Inoltre, sappiamo che il NEPDG ha esaminato attentamente e discusso la questione dei campi petroliferi in Iraq, la quale – secondo la mia opinione – ha influenzato direttamente lo scoppio della guerra in Iraq a marzo 2003.

Le cifre della IEA fornite nel World Energy Outlook (WEO) – avete proprio ragione su ciò – hanno portato enorme incertezza fra gli esperti. Primo, la IEA dichiarò che sarebbe possibile incrementare la produzione petrolifera fino al 2030 a 120 milioni di barili al giorno (mbd), partendo dagli 85 bpm odierni. Quindi: nessun picco in vista nel prossimo futuro. Tuttavia, appena poco tempo dopo queste cifre furono aggiustate verso il basso, nel WEO 2009 a 105 bpm. Ora un membro della IEA dichiara che anche questa cifra non è corretta e che il mondo non sarà mai capace di produrre più di 90/95 bpm. Quindi, c’è una considerevole confusione sulle cifre della IEA e il picco sembra essere più vicino di quanto molta gente pensa e il NEPDG ha probabilmente anticipato questa evoluzione.

A parte il dibattito corrente sulla reale esistenza del picco del petrolio: possiamo credere che gente come Dick Cheney e Matthew Simmons pensavano che lo fosse quando si è riunito il NEPDG? E potrebbe essere possibile – benché mai ammesso ufficialmente – che questo sia stato il motivo principale del meeting in modo da discutere su come affrontare questo problema in avvenire ?

Sì, credo sia possibile. Il picco è certamente reale, il petrolio è limitato, almeno per gli spazi temporali ai quali possiamo pensare. Se avessimo tempo per milioni di anni il petrolio sarebbe rinnovabile. Ma non è così. Ora, è solo una questione della tempistica di come affrontare il cambiamento. Al momento appare che le energie rinnovabili non siano in grado di colmare il vuoto che creerà il picco del petrolio. Naturalmente, ho letto della teoria abiotica [teoria secondo la quale il petrolio no è di origine fossile ma si crea continuamente da origine minerale per la temperatura e la pressione a grandissime profondità e tracima da lì nei giacimenti conosciuti a livelli più alti in continuazione. ndt], che, tuttavia, non mi convince.

Ma se ora la prendiamo sul serio…

… allora il punto principale è: se il petrolio non può fluire nei vecchi giacimenti abbastanza velocemente la loro produzione crolla. Questo è visibile.

Nella primavera del 2001 i militari USA fecero i piani dell’invasione dell’Afganistan, questo significa per primo: durante il convegno della cosiddetta Energy Task Force; secondo: molti mesi prima dell’attacco dell’11 settembre. Quale ruolo giocò il progetto della doppia pipeline che era pianificato dal mar Caspio alla costa Pakistana?

Il progetto per la costruzione della pipeline dal Turkmenistan attraverso Afghanistan e Pakistan fino all’Oceano Indiano (TAPI) fu firmato dal governo Karzai nel 2002. Per quanto si voglia costruire la pipeline, tuttavia, ciò al momento non è reso possibile a causa della guerra che destabilizza il Paese.
Dal punto di vista di Usa e UE la pipeline è importante in quanto essa permette il trasporto di petrolio e gas dal Mar Caspio senza attraversare la Russia al nord o l’Iran al sud. Incidentalmente, questa fu anche il motivo per la costruzione della Pipeline Baku-Tiblisi-Cheyhan (BTC), che fu aperta nel 2006 e che conduce dall’Azerbaigian verso ovest fino alla Turchia e al Mar Mediterraneo. È molto importante osservare da una prospettiva globale la costruzione delle pipeline. Questo “linguaggio delle pipeline” è di gran lunga più chiaro della propaganda bellica che cerca di produrre confusione.

I progetti di pipeline e l’abbondanza di energia e altre risorse minerarie che possono essere trovate in quella regione hanno un ruolo nel fatto che la guerra in Afganistan è ancora in corso? Per dirla in altre parole: gli USA e gli altri membri della NATO possono permettersi di vincere la guerra con un trattato di pace che li costringa ad abbandonare le loro posizioni ?

In Germania, quasi nessuno parla di queste pipeline. Ma secondo me sono un motivo importante per la guerra che USA e NATO stanno conducendo in Afghanistan. Non penso sia molto probabile che la NATO vincerà la guerra; il popolo afgano non accetta un’occupazione; questo fu sperimentato anche da britannici e russi. Inoltre gli afgani coltivano la vendetta e tengono conto con gran cura delle loro perdite. Per ogni morto afgano di uno dei loro clan essi vogliono ammazzare un soldato NATO.

Se a dispetto di questi problemi di sicurezza sia ciononostante possibile costruire una pipeline e se un governo fantoccio sarà in grado di tutelarla rimane da vedere. È anche possibile che la pipeline non venga mai costruita e che USA e Germania, così come gli altri Paesi della Nato perdano in Afganistan. Oppure è possibile che il Turkmenistan venda il suo gas alla Cina e costruisca un’altra pipeline assieme ai cinesi. C’è da vedere quale sarà il risultato di questa lotta per l’energia.

Sarebbe comunque importante che il nuovo governo tedesco si pronunci a proposito dei piani delle pipeline e sul loro impatto sulla guerra. Non ho ancora visto niente a riguardo. In Germania è quasi un tabù parlare delle pipeline, perché ciò contraddice la retorica ufficiale della guerra. Solo dopo aver lasciato i loro incarichi pubblici anche i politici tedeschi s’impegnano nel “global pipeline game” come Gerhard Schröder per la North Stream Pipeline dei russi e Joschka Fischer per la pipeline Nabucco della UE. Questo è certo.

Lars Schall
Fonte: http://www.chaostheorien.de
Link: http://www.chaostheorien.de/dossier/-/asset_publisher/Udr2/content/the-language-of-pipelines?redirect=%2Fdossier
11.09.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

Antimafia Duemila – La vita vince, lettera di Alex Zanotelli

Antimafia Duemila – La vita vince, lettera di Alex Zanotelli.

La cittadinanza attiva italiana ha ottenuto una straordinaria vittoria raccogliendo un milione e quattrocentomila firme per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua(Legge Ronchi ,19 novembre 2009).

Questo grazie a una straordinaria convergenza di forze sociali che vanno da associazioni laiche come Arci o Mani Tese, o cattoliche come Agesci o Acli, da sindacati , da movimenti come NO TAV o NO Dal Molin, da reti come Lilliput o Assobotteghe…. In nessun referendum si era mai visto un tale schieramento di forze sociali così trasversali , che hanno trovato poi la capacità di organizzarsi a livello locale, provinciale, regionale. E’ stata l’acqua, fonte della vita, che ha riunito in unità la cittadinanza attiva. E’ fondamentale notare che tutto questo è avvenuto senza l’appoggio dei partiti, senza soldi e senza la grande stampa. I partiti al governo ci hanno attaccato pesantemente (le dure dichiarazioni di Ronchi e Tremonti), mentre i partiti dell’opposizione presenti in Parlamento(PD e IDV)ci hanno remato contro.

Il Comitato Referendario ha sfidato il popolo italiano con delle scelte ben precise. In piena vittoria del mercato e della finanza, i 3 quesiti referendari chiedevano che , primo, l’acqua venisse dichiarata un bene di non rilevanza economica, secondo, l’acqua venisse tolta dal mercato e, terzo, che non si facesse profitto sull’acqua. E’ il massimo che si può chiedere a un popolo in pieno neo-liberismo.

Intorno ai banchetti della raccolta firme, si è svolta “la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri e l’homo economicus, furbo, speculatore irresponsabile e pronto a tutto, pur di arricchirsi”- così ha scritto il costituzionalista Ugo Mattei. Ha vinto la persona, ha vinto il diritto umano. Ed è la prima grande vittoria per un bene comune (insieme all’aria) più prezioso che abbiamo. A Roma abbiamo festeggiato questa vittoria a Piazza Navona il 19 luglio, portando poi gli scatoloni contenenti le firme alla Corte di Cassazione. Che festa!

Ma ora si apre la campagna referendaria vera e propria!

Per questo, il 4 settembre, i referenti regionali del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica, si sono ritrovati a Roma per valutare come procedere e sopratutto per preparare l’incontro nazionale di tutto il movimento in difesa dell’acqua pubblica, che si terrà a Firenze (18-19 settembre). La Corte Costituzionale entro il 15 ottobre dovrà esprimersi sulla validità delle firme raccolte e poi darci i quesiti referendari, ed infine dovrà fissare la data del referendum dal 15 aprile al 15 giugno 2011. E’ un appuntamento fondamentale questo,per cui dobbiamo organizzarci così bene da portare almeno 25 milioni di italiani a votare (è il quorum necessario per la validità del referendum).

Mi appello a tutti perchè ogni cittadino italiano e ogni cristiano si impegni per salvare “sorella acqua”. In questo cammino referendario, abbiamo avuto l’impegno serio di tante associazioni cristiane, di parrocchie e anche di diocesi (la diocesi di Termoli per esempio), ma ci è mancata la voce dei Vescovi, sopratutto della CEI. Dopo le parole così chiare del Papa sull’acqua nella sua enciclica sociale, mi aspetto che i vescovi facciano altrettanto ,perchè questo è un problema etico, morale, vitale per il nostro paese e per l’umanità.Se perdiamo il referendum sull’acqua, abbiamo perso tutto.

Per questo chiediamo a tutti di impegnarsi a tutti i livelli.

A livello personale chiediamo uno sforzo per informarsi e informare sull’acqua tramite internet (www.acquabenecomune.org), tramite cd o dvd (come Per amore dell’acqua), libri, opuscoli per potere poi coscientizzare la gente con incontri pubblici, dibattiti, conferenze e serate sul tema. Solo così potremo portare 25 milioni di italiani a votare. La grande stampa e i media non ci aiuteranno!

A livello comunale, chiediamo a tutti di fare pressione sui propri consigli comunali perchè votino a maggioranza che l’acqua è un bene di non -rilevanza economica, modificando poi lo statuto comunale per inserirvi quella decisione. Questo potrebbe diventare un altro referendum popolare. Perché, per esempio, per la Giornata dell’acqua (22 marzo 2011), non potremo invitare quei Comuni che hanno così votato ad esporre un simbolo e a contarsi?Potrebbe essere questo il referendum dei Comuni.

Ma c’è di più! Dobbiamo far passare la notizia che la legge Ronchi non proibisce il totalmente pubblico. E quello che la legge non proibisce , facciamolo! Dobbiamo gridare dai tetti che i Comuni, le province, le regioni e le comunità di valle che vogliono gestire la loro acqua come Azienda Speciale o Ente di Diritto Pubblico, lo possono fare. E’ questo il contributo della cittadinanza attiva di Napoli alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua.E’ stato l’avvocato M. Montalto, sostenuto dall’Ordine degli avvocati dell’Ambiente di Napoli, e il costituzionalista A.Lucarelli della Federico II di Napoli, a dimostrare che questo si può fare. E’ questa la sfida in atto in Puglia per trasformare l’Acquedotto Pugliese da Spa a Ente di diritto pubblico. E’ la sfida in atto nel Comune di Napoli di far passare l’Arin da Spa a Azienda Speciale. Speriamo che questo avvenga presto e Napoli diventi la “capitale dell’acqua pubblica”, anticipando il risultato del referendum.

Ci conforta in questo la decisione dell’assemblea Generale dell’ONU, che ha approvato lo scorso luglio la risoluzione che “dichiara il diritto all’acqua potabile e sicura e ai servizi igienici ,un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani” . “Questa risoluzione è un fatto storico importante- ha detto R.Petrella – , un significativo passo in avanti sul cammino dell’accesso all’acqua potabile per tutti.” Questo nostro impegno per l’acqua pubblica, ha infatti una portata mondiale, sopratutto per i più poveri. Sull’acqua ci giochiamo tutto sia per noi, sia per i poveri. Se perdiamo l’acqua, abbiamo perso tutto.

Dobbiamo vincere! Se ce l’ha fatta l’Uruguay, la Bolivia, l’Ecuador, Parigi, ce la possiamo fare anche noi.

Diamoci da fare : si tratta di vita o di morte per noi, per i poveri, per il pianeta.

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LE GUERRE NON POSSONO ESSERE VINTE

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHÉ LE GUERRE NON POSSONO ESSERE VINTE.

DEL PROF. JOHN KOZY
Global Research

L’affermazione di Edmund Burke “chi non conosce la storia è destinato a ripeterla” è spesso citata, ma in realtà tanti che conoscono molto bene la storia non riconoscono persino le lezioni storiche più ovvie.

Una volta ogni bambino in età scolare sapeva recitare a memoria il Discorso di Gettysburg, soprattutto la sua famosa perorazione: “che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.” Ma questa promessa non è stata affatto mantenuta. E infatti che cosa si è ottenuto con la Guerra Civile americana?

Sicuramente essa ha salvaguardato l’unione territoriale ed abolito la schiavitù – due cose importanti. Ma gli schiavi che furono liberati, invece di beneficiare della loro libertà, furono lasciati allo sbando, e gli atteggiamenti pregiudizievoli dei Confederati bianchi molto probabilmente aumentarono; certo non diminuirono. Perciò, sebbene la guerra unì la nazione territorialmente, non unì le persone, e quella divisione è evidente anche al giorno d’oggi.

Dopo le elezioni presidenziali del 2004, il Dallas Morning News passò un servizio sulla divisione intitolato Beyond the Red and the Blue [“Oltre il Rosso e il Blu” ndt.]. Sulla base degli stati rossi che andarono al Presidente Bush e degli stati blu che andarono al Senatore Kerry, metteva in evidenza come si classificavano gli stati blu e quelli rossi in varie categorie.

La gente degli stati rossi è meno sana di quella negli stati blu.
La gente degli stati rossi guadagna meno di quella negli stati blu.
La gente degli stati rossi è meno istruita di quella negli stati blu.
Rispetto agli stati blu, negli stati rossi molta più gente vive in case mobili.
Gli stati rossi hanno un numero di gravidanze fra adolescenti più alto rispetto agli stati blu.
Rispetto agli stati blu, negli stati rossi molta più gente muore uccisa da colpi di arma da fuoco.

E il Dallas Morning News ha omesso molte altre qualità meno pregevoli degli stati rossi.

Gli stati rossi hanno tassi di povertà più alti, sia in generale che fra gli anziani, più alti tassi di criminalità, sia in generale sia violenta, più alti tassi di mortalità infantile e divorzi, ed hanno meno medici per unità di popolazione rispetto agli stati blu.

Queste statistiche non ritraggono un bel quadro. E dato che gli stati rossi corrispondono solitamente al cuore conservatore, si potrebbe pensare che la gente che ci vive voterebbe contro i candidati conservatori semplicemente sulla base del proprio interesse razionale. Ma non è così.

C’è un’ovvia discordanza qui, perché gli stati rossi sono la patria di quella che si è autodefinita “moral America”. Ma come può una prospettiva morale tollerare la povertà, la criminalità e la mortalità infantile? Che tipo di moralità è quella che non bada al benessere delle persone? Quale massima morale guida le vite di queste persone? Certamente non la Regola d’oro, il Decalogo o il Secondo comandamento di Cristo. Da quel che ho potuto cogliere, l’America morale ha bisogno di un nuovo codice morale. Quello che ha è, per usare una parola che non piace ai membri di questo gruppo, relativo.

Quindi cosa motiva la natura conservatrice delle persone negli stati rossi? Guardiamo un po’ la storia.

Per un secolo dopo la Guerra Civile, il sud votò Democratico, ma non perché la gente condividesse i valori del resto dei Democratici del paese. (Quelli del Sud si distinguevano dagli altri Democratici persino nel nome, facendosi chiamare “Dixiecrats”.) Queste persone erano Democratici solo perché il partito politico della guerra e della ricostruzione era Repubblicano. E quando, a metà del ventesimo secolo, il Partito democratico sostenne la fine della discriminazione razziale, questi Democratici da una vita divennero istantaneamente Repubblicani, perché il Partito repubblicano era diventato reazionario nel frattempo.

Persino oggi, ciò che motiva questa gente, sebbene molto probabilmente non lo riconoscano, è la mancata volontà di accettare i risultati della Guerra Civile e cambiare i comportamenti tenuti prima di essa. Quando una società inculca delle convinzioni per un lungo periodo di tempo, queste convinzioni non possono essere cambiate con un’imposizione forzata da parte di altri. Le convinzioni un tempo manifestate apertamente continuano ad essere mantenute segretamente. La forza non è mai uno strumento di conversione efficace. Il martirio è preferibile alla resa, e persino le promesse di un futuro migliore sono inefficaci.

Perciò a cosa portò in realtà la Guerra Civile? Unì una nazione senza unire la popolazione. Gli Stati Uniti d’America divennero una nazione indivisibile fatta da due popoli divisi; divenne una nazione divisa, e la divisione si è acuita.

Questa dovrebbe essere una lezione che tutte le nazioni avrebbero dovuto imparare. Con la forza delle armi si può imporre una conformità esteriore alle istituzioni politiche e alle leggi, ma non si può cambiare l’atteggiamento antagonistico delle persone, che può rimanere inalterato per decenni o più, in attesa di opportunità di riaffermazione.

Qualunque accorto lettore può applicare questa lezione alle attuali attività nel Medio Oriente. Né la forza né le promesse di un futuro migliore del passato possono conquistare il cuore o convincere razionalmente la gente. E i soldati che muoiono nel tentativo di cambiare i valori di altre persone muoiono sempre invano.

Tutte le guerre, persino quelle portate avanti dalla nazione più potente in assoluto contro deboli oppositori, sono rischiose, e i loro costi, da tutti i punti di vista, sono sempre più di quelli previsti, persino non tenendo conto della rovina fisica e delle perdite umane.

Le nazioni che hanno iniziato guerre con la certezza psicologica di vincerle raramente le hanno vinte, e quando le hanno vinte i risultati sono stati solo in rari casi duraturi o quelli voluti. Come Gandhi osservò una volta “La vittoria ottenuta con la violenza è equivalente a una sconfitta, perché è momentanea”.

I Crociati, che combattevano sotto l’egida di Cristo, non riuscirono a rendere la Palestina parte della Cristianità. La Francia, sotto Napoleone, conquistò gran parte dell’Europa, ma la perse tutta e Napoleone ne uscì distrutto. Il militarismo prussiano ebbe la meglio nella Guerra franco-prussiana, ma in meno di un secolo la Germania perse tutto. Gli austriaci nel 1914 non solo non riuscirono a ridurre all’obbedienza i serbi, bensì persero l’impero stesso e la forma di governo monarchica. I tedeschi e i giapponesi dopo il 1939 e lo sbalorditivo successo iniziale furono ridotti in rovina.

Ma anche i vincitori sono perdenti.

Gli americani vinsero la Guerra messicano-statunitense ed annetterono gli Stati Uniti sudoccidentali, ma quella conquista portò con sé profondi e continui dissidi – pregiudizi razziali, discriminazione, e un irrisolvibile problema di immigrazione e sicurezza di confine. Allo stesso modo, gli americani vinsero la falsamente giustificata Guerra ispano-americana ed acquisirono alcuni stati coloniali, ma furono incapaci di mantenerne la maggior parte. Gli alleati vinsero la Seconda guerra mondiale, ma la Francia e l’Inghilterra persero le colonie che volevano mantenere combattendo, e queste due potenze, che erano grandi prima della guerra, furono ridotte a stati minori (sebbene entrambi rifiutino ancora di ammetterlo). Israele ha vinto cinque guerre contro vari stati arabi dal 1948, ma il suo benessere e la sua sicurezza non sono migliorati, e l’odio e l’intransigenza arabi sono diventati sempre più comuni.

La gente deve capire che dopo una guerra le cose non sono mai le stesse di prima, e che anche i vincitori raramente ottengono quello per cui combattono. La guerra è una infruttuosa caccia ad un tesoro effimero.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i leader americani ritennero erroneamente che lo stato di superpotenza dell’America le desse i mezzi per imporre la sua visione di come il mondo sarebbe dovuto essere ovunque. Poi venne la Corea e questa convinzione si dimostrò falsa. Nonostante tutta la distruzione e le morti inflitte ai nordcoreani, i loro comportamenti non cambiarono. Ma non impararono la lezione. E non la impararono nemmeno nel Vietnam, dopo il quale si riferisce che Henry Kissinger disse ingenuamente “Non potevo credere che una popolazione primitiva non avesse un limite di sopportazione”. I vietnamiti non si arresero mai. E ora, nuovamente, gli americani presuppongono follemente che le popolazioni del Medio Oriente cambieranno il loro atteggiamento se imporranno abbastanza forza per un lungo periodo di tempo e faranno abbastanza promesse di un futuro migliore. La Storia smentisce questo presupposto.

Sfortunatamente, la Storia insegna le sue lezioni solo a quelli che vogliono impararle, e l’oligarchia americana non mostra segni di volontà.

Quindi iniziamo a cantare bye-bye, Miss American Pie
Warring is nothing but a bad way to die! (Fare la guerra è solo un brutto modo di morire!)

John Kozy è un professore di filosofia e logica in pensione, scrive di temi sociali, politici ed economici. Dopo aver prestato servizio nell’Esercito USA durante la Guerra di Corea, è stato professore universitario per 20 anni e ha lavorato come scrittore per altri 20 anni. Ha pubblicato un manuale di logica formale in commercio, ha scritto su riviste accademiche e su qualche rivista commerciale, e molti editoriali da ospite per i quotidiani. I suoi pezzi possono essere trovati on-line su http://www.jkozy.com e possono essere spediti via e-mail dalla homepage del sito.

Titolo originale: “Why the Wars can’t be Won “

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
20.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIADA

ComeDonChisciotte – IL MEMO DELLA CIA ‘CELLULA ROSSA’ PUBBLICATO SU WIKILEAKS:

Fonte: ComeDonChisciotte – IL MEMO DELLA CIA ‘CELLULA ROSSA’ PUBBLICATO SU WIKILEAKS:.

DI LARRY CHIN
Online Journal

Il memo ‘Cellula Rossa’ della CIA pubblicato su WikiLeaks svela una cospicua quantità di informazioni relativamente alle incoerenze, alle ossessioni, agli imbrogli e alle illusioni della CIA.

1. In questo documento la CIA appare preoccupata del fatto che ‘le libertà americane facilitino il terrorismo’. Le ‘libertà’ comprendono internet e la possibilità di viaggiare.

Traduzione: la CIA vuole porre fine a queste e altre ‘libertà’. Nemmeno lo schema di ‘sicurezza interna’ di impronta carceraria post 11 settembre resa possibile dal Patriot Act è stata sufficiente.

2. Il memo parla: 1) di uomini di origine musulmano-americana in viaggio verso il Pakistan per ‘unirsi ai talebani nella jihad”; 2) della militanza di David Headley nel gruppo Lashkar-i-Tabiya e del suo coinvolgimento nell’incidente terroristico di Mumbai nel 2008; 3) di ebrei americani impegnati in “atti di violenza contro ritenute minacce per Israele” e 4) di irlandesi-americani sostenitori dell’IRA.

Traduzione: la CIA assolve se stessa da qualunque responsabilità per la coordinazione continuativa dei gruppi terroristici di tutto il mondo, in totale negazione dei fatti storici. Non fa alcun riferimento al suo ruolo dietro gli incidenti sopra riportati, al suo coinvolgimento nell’evento di Mumbai, con particolare riferimento al legame dell’ISI pakistana a Lashkar-i-Tabiya e agli altri gruppi responsabili.

La CIA nega, ignora o non menziona di proposito che il network CIA-Talebani-ISI-Al-Qaeda è una struttura collaborativa e che il mantenere un ‘Islam militante’ è una geostrategia anglo-americana di lungo termine. Non si fa riferimento a come Washington supporti i talebani, o di come la ‘jihad’ sia di beneficio ai i programmi di guerra alle risorse perseguiti da Washington.

La CIA nega l’ovvio quanto tacito sostegno a tutte le operazioni militari di intelligence, mirate a contrastare tutti quelli che vengono percepiti come nemici degli interessi dell’America e dei suoi alleati, ogni qualvolta ci sia una convenienza politica a fare ciò. Nega altresì il fatto che la CIA sia presente su tutti i fronti di qualsiasi conflitto.

3. La CIA è preoccupata della propria capacità di mantenere le ‘attività stragiudiziali’ – estradizione, detenzione, ‘interrogatorio’ – se gli USA venissero percepiti come esportatori di terrorismo e gli alleati americani divenissero (per ragioni politiche) meno desiderosi di cooperare.

Traduzione: la CIA deve continuare i suoi programmi illegali di attività ‘stragiudiziali’, altrimenti un elemento chiave della ‘guerra al terrorismo’ viene messo in pericolo. Nessun ‘interrogatorio’, nessuna falsa confessione. Nessuna testimonianza mendace o guidata, nessuna propaganda, nessun pretesto per altre guerre. Nessuno spauracchio.

E’ affascinante notare come il memo ‘Cellula Rossa’ sia concepito per contenere idee ‘non convenzionali’, finalizzate a ‘suscitare riflessioni’ da un punto di vista opposto. Ma le idee lì contenute sono limitate, programmate, ingannevoli e fuorvianti. La parte opposta è la stessa nonché l’unica. Tutta la burocrazia di Langley – e la stessa Washington nel suo complesso- si allontanano da questo tipo di mentalità patologica.

Come hanno scritto gli ex veterani della CIA Victor Marchetti e John Marks nel loro libro datato 1974 (La CIA e il Culto dell’Intelligence), la CIA è “romanticizzata dai miti” e “oscurata da false immagini e dalle illusioni ufficiali”. Le sue pratiche sono “nascoste dietro legalismi arcani e antiquati”.

Secondo le parole degli autori, la CIA “non sta difendendo la nostra sicurezza nazionale. Cerca più che altro di mantenere lo status quo…”

“La CIA ha uno slancio tutto suo e le sue forze continuano a esercitare i loro traffici dietro la cortina della segretezza. Non vogliono smettere le loro attività di copertura, i loro trucchi sporchi. Hanno fiducia in questi metodi e vogliono piuttosto godersi la partita”.

Niente è cambiato.

Titolo originale: “WikiLeaks’ CIA Red Cell memo: Orwellian mindset exposed “

Fonte: http://onlinejournal.com
Link
30.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE MATERASSI

ComeDonChisciotte – LO SCANDALO SAKINEH

Fonte: ComeDonChisciotte – LO SCANDALO SAKINEH.

DI THIERRY MEYSSAN
voltairenet.org

Il saggista Bernard Henry Levy e il Presidente Nicolas Sarkozy hanno mobilitato l’opinione pubblica francese per salvare dalla lapidazione una donna iraniana accusata di adulterio. L’impatto emotivo della notizia non ha lasciato il tempo ai francesi per verificare l’accusa, fino a che Dieudonne M’Bala si è recato a Teheran. Dove la vicenda si è rivelata completamente falsa.
Di seguito l’analisi di Thierry Meyssan su questa clamorosa manipolazione.

Il Times di Londra all’inizio della vicenda aveva pubblicato una falsa immagine di Sakineh Mohammadi – Ashtiani. La donna appariva a capo scoperto, fatto considerato indecente nella cultura iraniana. In una seconda foto, questa volta autentica, appare con lo chador, l’abbigliamento delle donne musulmane che si recano alla moschea e che una parte di esse indossa anche per la strada.

La proposta da parte di un pastore degli Stati Uniti di bruciare il Corano nel nono anniversario dell’attentato dell’11 settembre ha scosso il mondo musulmano. La notizia ha avuto ripercussioni diverse secondo le culture. Per gli occidentali si tratta di una provocazione alla quale attribuire un peso relativo. Certamente il Corano è un testo sacro per i musulmani, ma infine è solo carta che brucia. Al contrario, nel mondo musulmano, bruciare il Corano significa separare l’uomo dalla parola “divina” e impedirgli la salvezza. L’annuncio ha provocato reazioni emotive incontrollabili che gli occidentali percepiscono come isteria religiosa. Cose simili non potrebbero mai accadere in Europa, e ancor meno in Francia, formatasi da un secolo di pervicace laicità. Eppure …

Mobilitazione

Il saggista Bernard -Henri Levy [1] ha di recente mobilitato l’opinione pubblica sul caso di Sakineh Mohammadi – Ashtiani, una giovane donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio. Ha lanciato una petizione online per fare pressione sulle autorità iraniane affinché rinuncino a una tale barbarie.
Sempre in contatto telefonico con il figlio della vittima, che vive a Tabriz (Iran), e il suo avvocato, Javid Houstan Kian, trasferitosi da poco in Francia per sfuggire al regime, il signor Levy non ha lesinato sui dettagli: la lapidazione, interrotta da una moratoria, sarebbe tornata in auge con l’Ahmadinejad. L’esecuzione di Madame Mohammadi – Ashtiani, potrebbe avere luogo alla fine del Ramadan. Nel frattempo, il direttore della prigione le avrebbe fatto infliggere 99 frustate, furiosa risposta all’assalto mediatico.

Bernard Henri Levy concentra i suoi attacchi sul modo di esecuzione. «Perché la lapidazione ? –scrive- Non esiste un altro modo di uccidere in Iran? Perché è il più atroce di tutti. Perché questa violenza, questa pioggia di pietre che si abbatte su un volto innocente e nudo, questa raffinata crudeltà che arriva sino al punto di codificare le dimensioni delle pietre per assicurarsi che la vittima soffra più a lungo, è un raro concentrato di disumanità e barbarie. Perché, questo modo di distruggere un volto, facendone esplodere la carne e riducendola in un magma sanguinante, questo bombardare un volto fino a ridurlo in poltiglia, è qualcosa di più che uccidere. La lapidazione non è una condanna a morte. E’ qualcosa che va oltre. La lapidazione è l’annientamento di una carne che è stata processata, in modo quasi retroattivo, proprio per il suo essere stata carne: la carne di una donna giovane e bella, forse amante, o forse amata, e che ha forse goduto della felicità di essere amata e di amare. »

Il presidente Sarkozy, in occasione della conferenza annuale degli ambasciatori di Francia, ha confermato le informazioni di M. Levy [2]. Al termine del suo discorso ha dichiarato che il condannato era ora «sotto la responsabilità della Francia».
A questo movimento hanno aderito ben presto numerose associazioni e personalità e sono state raccolte più di 140.000 firme. Il primo ministro Francois Fillon è apparso sul principale telegiornale della televisione pubblica per esprimere la sua solidarietà a Sakineh «sorella di noi tutti» Mentre l’ex segretario di Stato per i Diritti Umani, Rama Yade, ha detto che per la Francia si trattava ormai di «una questione personale».

Mistificazione

Anche se non sono consapevoli, la reazione emotiva dei francesi rimanda alla parte religiosa del loro inconscio. Tutti, cristiani o no, sono stati segnati dal racconto di Gesù e dell’adultera. Ricordate la parabola: i farisei, un gruppo di ebrei arroganti, tentano di mettere in difficoltà Gesù. Gli portano una donna che è stata sorpresa in flagrante adulterio. Secondo la Legge di Mosè, deve essere lapidata, ma questa punizione è fortunatamente caduta in disuso. I farisei chiedono allora al Signore cosa bisogna fare: se sosterrà che bisogna lapidarla, apparirà come un fanatico, se rifiuta di punirla, sarà accusato di avere sfidato la Legge. Tuttavia, Gesù salva la donna rispondendo loro: « Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Il dilemma è così invertito: se i farisei la lapideranno, pretendono di essere puri, se non lo fanno, violano la Legge. E il testo precisa che: «Uscirono uno a uno, incominciando dai più anziani».
Nel pensiero occidentale questo mito è la base della separazione tra legge religiosa e civile. L’adultera ha peccato davanti a Dio e deve renderne conto a lui soltanto. Non ha commesso un crimine e dunque non può essere giudicata dagli uomini.

I francesi avvertono nella minaccia della lapidazione di Sakineh una regressione inaccettabile: la repubblica Islamica dell’Iran è un regime religioso che applica la Legge di Mosè rivista alla luce del Corano, lo Sharia. I mullah sono dei fanatici fallocrati che puniscono l’amore delle donne consumato fuori del matrimonio e le mantengono in uno stato di asservimento agli uomini. Accecati dal loro stesso oscurantismo, arrivano a uccidere scegliendo il peggiore dei modi. Siamo nel pieno dell’isteria religiosa collettiva; in un affare del genere la reazione normale di chiunque sarebbe stata quella di verificare le accuse. Ma nessuno si è preso la briga di farlo per settimane.

Interrogativi

Il leader del partito antisionista Dieudonne M’Bala M’Bala, anch’egli firmatario della petizione, trovandosi a Teheran dove ha in progetto un film, ha voluto intercedere a favore di Sakineh. Ha chiesto di essere ascoltato dalle autorità competenti ed è stato ricevuto da Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia.

L’intervista deve essere stata sul genere di una farsa: con Zadeh che si domandava se l’interlocutore, comico di professione, lo stesse prendendo in giro. Mentre dal canto suo il signor M’Bala M’Bala si faceva ripetere a più riprese le risposte, non potendo credere di essere stato vittima di una simile manipolazione.

La Repubblica islamica, succeduta alla dittatura dello Shah Reza Pahlavi, ha avuto come primo obiettivo di creare uno Stato di diritto il più rigoroso possibile mettendo fine all’arbitrarietà. Per i delitti da giudicare in corte d’assise, già da lungo tempo è previsto l’appello. La Corte di Cassazione può essere interpellata in qualsiasi momento per verificare la legittimità della procedura. Le garanzie offerte dal sistema giudiziario sono quindi molto superiori rispetto a quelle dei tribunali francesi, e gli errori molto meno frequenti.

Nonostante questo le condanne sono rimaste particolarmente dure. La prima pena applicata è la pena capitale.
Piuttosto che ridurre il “quantum” delle pene, la Repubblica islamica ha scelto di limitarne l’applicazione. Il perdono delle vittime, o dei loro familiari, è sufficiente per annullare l’esecuzione delle pene. Proprio per l’applicazione diffusa di questa disposizione non esiste l’istituto della grazia presidenziale.

La pena di morte è comminata spesso, ma molto raramente è applicata. Il sistema giudiziario prevede una dilazione di circa cinque anni tra la sentenza e la sua esecuzione, nella speranza che la famiglia della vittima conceda il perdono, con la conseguente grazia e il rilascio del condannato. In realtà le esecuzioni capitali riguardano principalmente i grossi trafficanti di droga, i terroristi, e gli omicidi di bambini. L’esecuzione è eseguita per pubblica impiccagione.
Possiamo sperare che la rivoluzione islamica continuerà a evolversi e arrivi ad abolire la pena di morte.
Comunque sia, la Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri. La magistratura è un potere indipendente e il Presidente Ahmadinejad non può interferire con le decisioni dei tribunali, qualunque esse siano.

Manipolazioni

Nel caso Sakineh, tutte le informazioni diffuse da Bernard Henry Levy e confermate da Nicolas Sarkozy sono false.

1. Questa signora non è stata processata per adulterio, ma per omicidio. Inoltre, in Iran non è prevista la condanna per adulterio. Piuttosto di abrogare questa incriminazione, la legge ha posto delle condizioni, per la costituzione del fatto, impossibili da soddisfare: sono necessari quattro testimoni contemporaneamente. [3]

2. La Repubblica islamica non riconosce lo Sharia, ma solo la Legge emanata dai rappresentanti del popolo in Parlamento.

3. Madame Mohammadi – Ashtiani ha drogato il marito e l’ha fatto uccidere nel sonno dal suo amante, Issa Taheri. Entrambi sono stati giudicati in primo e secondo grado. Gli «amanti diabolici» sono stati condannati a morte in entrambi i gradi del giudizio. La Corte non ha fatto distinzioni di sesso nel pronunciare la condanna degli accusati. Va osservato che, nell’atto di accusa, non si fa menzione della relazione tra i due assassini, proprio perché non è provata secondo i requisiti della legge iraniana, anche se i parenti la dichiarano come un fatto certo.

4. La pena di morte potrà essere eseguita attraverso l’impiccagione. La lapidazione, in vigore sotto lo scià e per qualche anno ancora dopo la sua deposizione, è stata abolita dalla Rivoluzione islamica. Indignato per le affermazioni di Bernard-Henri Levy e Nicolas Sarkozy, il vicepresidente iraniano del Consiglio della magistratura ha dichiarato a Dieudonne M’Bala M’Bala di voler sfidare gli insigni sionisti a trovare una legge iraniana in vigore che preveda la lapidazione.

5. La sentenza è ora all’esame della Corte di Cassazione, che ha il compito di verificare la correttezza di tutta la procedura. Se questa non è stata scrupolosamente rispettata, sarà annullata la decisione. La procedura di riesame sospende il processo. Poiché questo non è ancora definitivo, l’imputato gode della presunzione di innocenza e non si è mai prospettata la possibilità di una esecuzione alla fine del Ramadan.

6. Javid Houstan Kian, presentato come l’avvocato della Signora Mohammadi – Ashtiani, è un impostore. E’ legato al figlio dell’accusata, ma non ha ricevuto alcun mandato da lei e non ha avuto alcun contatto. E’ membro dei Mujahedeen del popolo, un’organizzazione terroristica protetta da Israele e dai neo conservatori [4].

7. Il figlio della donna vive a Tabriz. E’ libero di esprimersi senza impedimenti e spesso telefona a Mr Levy maledicendo il suo paese, a riprova del carattere liberale e democratico del governo Iraniano.

Per finire: niente assolutamente niente nella versione Sarkozy -Levy della storia di Madame Sakineh Mohammadi – Ashtiani, è vero. Forse, Bernard Henry Levy ha rilanciato in buona fede delle accuse false utili alla sua crociata contro l’Iran. Quanto al Presidente Nicolas Sarkozy non può fare appello alla propria negligenza. Ha certamente ricevuto dal servizio diplomatico francese, il più prestigioso al mondo, tutti i rapporti sul caso. E quindi ha deliberatamente mentito all’opinione pubblica francese, probabilmente per giustificare retroattivamente le drastiche sanzioni prese contro l’Iran a danno soprattutto dell’economia francese, già duramente messa a prova dalla sua politica.

Thierry Meyssan
Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article166999.html
16.09.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA SELMI

[1] Voir notre dossier Bernard-Henry Lévy, Réseau Voltaire
[2] Discours à la conférence annuelle des ambassadeurs de France, par Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 25 août 2010.
[3] Sur le même type de désinformation, on lira Pour diaboliser l’Iran, « Rue 89 » confond crimes pédophiles et homosexualité, Réseau Voltaire, 13 juillet 2007.
[4] Voir notre dossier Les Mujahedin-e Khalq, Réseau Voltaire. Comunque sia, la Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri

Dalla Campania agli inceneritori e un’ipotesi inquietante su Seveso

Fonte: Dalla Campania agli inceneritori e un’ipotesi inquietante su Seveso.

Lo stivale italiano dei veleni svelato 
dal super-consulente delle procure. In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice.
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi di sedimenti inquinanti».

I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».

Invece?

«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».

Rifiuti uguale camorra, dicono.

«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».

Tipo?

«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava (foto1), l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».

Sta scherzando?
«Giuro. Ho qui una foto (foto 2)».

Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.

«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto (foto 3)».

Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.

«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».

Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.

«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».

E allora, la soluzione?

«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».

Facile.

«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».

Un po’ utopistico.

«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».

Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.

«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».

Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre…

«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».

Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?

«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».

Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».

È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti… Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».

Prego
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«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del  Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».

E quindi?

«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».

Non seguo il paragone.

«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».

La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».

Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?

«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento…».

Cioè?

«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».

Quale?

«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».

Edoardo Montolli

Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore

Blog di Beppe Grillo – Distruzione e Ricostruzione

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Distruzione e Ricostruzione.

La chiamano “aid industry“. Sono gli aiuti umanitari delle nazioni ricche a quelle povere, pari a 130 miliardi di euro all’anno. Una montagna di soldi che si dovrebbe tradurre in cibo, ponti, strade, edifici,scuole, ospedali. In principio un’ottima cosa, in pratica un po’ meno, per le promesse di spesa non mantenute, per i risultati, per la mancanza di coordinamento internazionale.
Se si scorre la classifica dei Paesi che ricevono gli aiuti, il primo è l’Iraq con 9,9 miliardi di dollari all’anno, segue l’Afghanistan con 4,9 miliardi, l’Etiopia con 3,3, la Palestina e il Vietnam con 2,6. Iraq e Afghanistan sono stati distrutti dalle nazioni donatrici guidate dagli Stati Uniti. La Palestina è sotto il tallone di Israele, alleata degli Stati Uniti, il Vietnam fu bombardato in modo così intensivo dagli americani e dai loro alleati che in seguito, per celebrarne il ricordo, fu prodotto il film “Apocalypse now“. I primi due Paesi “donatori” sono, caso del destino, proprio i “bombardatori“: Stati Uniti con 23,9 miliardi di dollari e Gran Bretagna con 7,4. Distruzione e Ricostruzione.
E’ un meccanismo perfetto in quattro passi. Primo passo: si occupa il territorio e ci si impadronisce delle sue risorse. Secondo passo: si sviluppano così le industrie degli armamenti e si protegge il proprio sistema economico (ad esempio con il petrolio iracheno e con nuove basi militari in zone strategiche). Terzo passo: si aumenta il PIL del proprio Paese con la produzione di beni necessari inviati alla nazione distrutta (gli Stati Uniti vincolano i propri aiuti al fatto che almeno la metà di prodotti e servizi siano americani). Quarto: con gli aiuti si rafforza il nuovo governo “amico” insediato nel Paese a scapito delle opposizioni (di solito definite “organizzazioni terroristiche“). Un modello economico perfetto che crea la domanda attraverso la distruzione del Paese e l’offerta con la sua ricostruzione.
L’Italia ha fatto promesse su promesse per fondi umanitari, poi disattese. Ha però investito in armamenti, 131 Caccia Bombardieri dagli Usa per 15 miliardi di euro. Va considerato un investimento per il futuro, per il nostro PIL, per la Confindustria, non una spesa. Investire sulla distruzione conviene due volte.