Archivi del giorno: 26 settembre 2010

Paolo Franceschetti: I servizi segreti nell’ambito dei tre poteri dello Stato.

Che i servizi segreti siano al servizio della P2 e non della costituzione è chiaro da tempo

Fonte: Paolo Franceschetti: I servizi segreti nell’ambito dei tre poteri dello Stato..

Ovvero: La bufala della teoria della tripartizione.

Paolo Franceschetti

Sommario. 1. Premessa. La teoria della tripartizione. 2. Come funzionano i servizi segreti in teoria. 3. Come funzionano i servizi segreti in pratica. 4. Il vero potere dello stato il potere economico. 5. Conseguenze e ricadute giuridiche. 6. Conclusioni e prospettive di riforma. 7. Una storia finale.

1. Premessa. La teoria della tripartizione.
Come abbiamo più volte sottolineato in questo blog, e come è noto a chi si informa da fonti non ufficiali, ogni cittadino, non solo italiano, viene bombardato di false notizie fin dall’infanzia, in modo che non abbia chiara la percezione di come funziona il mondo.
La disinformazione fa da padrona anche nell’Università, che in teoria dovrebbe essere il tempio del sapere.
Per quanto riguarda la facoltà di legge, una delle bufale che ci propinano fin dal primo anno, all’esame di diritto costituzionale, è quella della teoria della tripartizione.

Questa teoria risalirebbe a Montesquieu, e sarebbe valida ancora oggi perché lo stato moderno sarebbe fondato, secondo tutti gli studiosi concordi, sui suoi principi.

In base ad essa i poteri dello stato sarebbero tre:
legislativo (il parlamento);
esecutivo (il governo);
giudiziario (la magistratura).

Tale teoria la troviamo trasposta anche nella Costituzione, ove la parte II si intitola infatti “Ordinamento della Repubblica”, ed è divisa in: Parlamento, Governo, Magistratura.

Questi tre poteri sarebbero direttamente riconducibili alla volontà popolare, secondo l’articolo 1 che enuncia: “la sovranità appartiene al popolo”.
Il popolo infatti eleggerebbe i rappresentanti in parlamento: i politici eletti farebbero le leggi; il governo dovrebbe eseguire le leggi; e la magistratura dovrebbe vigilare sulla corretta applicazione delle leggi.
Tutti i poteri in altre parole discenderebbero dal popolo, che sarebbe, appunto, sovrano.

Questa ricostruzione è una balla colossale per due ragioni.
Anzitutto perché in realtà il popolo non è affatto sovrano, in quanto non ha il potere di scegliere i suoi rappresentanti; le ultime leggi elettorali, infatti, hanno completamente azzerato il rapporto diretto tra eletti ed elettori.
In secondo luogo, i politici dipendono strettamente dal potere economico, e dai servizi segreti, di cui eseguono supinamente le direttive.

Se ciò che dico pare esagerato, vediamo di affrontare meglio la questione.

2. Come funzionano i servizi segreti in teoria.
I servizi segreti, in ogni paese, sono quegli organi deputati alla difesa dello Stato, con il compito di raccogliere informazioni rilevanti per il governo e il parlamento; la loro particolarità è che possono agire anche con mezzi non ortodossi, ovverosia illegali, commettendo reati. E dispongono di fondi, molti dei quali fuori da ogni controllo istituzionale.

Per capire come funzionano i servizi segreti sono fondamentali due libri: quello di Aldo Giannuli, divulgativo e di facile lettura, che ne spiega il funzionamento in teoria (sia pure con molti esempi pratici); e quello di Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia, che traccia la storia dei nostri servizi segreti, dimostrando, dati e fatti alla mano, come tale organo abbia influenzato la politica italiana nel corso di questi ultimi decenni, a tal punto che si può affermare che sono loro il vero motore del paese.

Partiamo da una prima constatazione. I servizi segreti sono denominati in realtà “servizi di informazione”.
I loro nomi sono infatti attualmente AISE (agenzia di informazioni e sicurezza esterna) e AISI (agenzia di informazioni e sicurezza interna).

Il vero compito di un servizio segreto, infatti, non è solo uccidere, combattere i servizi segreti di altri paesi, sventare attentati, sequestrare e uccidere politici come Moro, ecc. Quella è una parte poco rilevante dell’attività dei servizi, tra le meno importanti.

L’attività principale di un servizio segreto è quella di raccogliere informazioni.
In teoria un servizio segreto (un servizio segreto vero, intendo), che sia al soldo di un governo veramente democratico, dovrebbe raccogliere informazioni su chiunque (anche semplici cittadini, perché no? nonché politici magistrati, ma soprattutto su criminalità organizzata, terrorismo, ecc.) e poi relazionare al governo, o agli organi che lo richiedono, affinché si neutralizzino i pericoli per la democrazia e il paese.
Il compito di neutralizzare i pericoli non spetta poi al servizio segreto, ma a tre organi diversi:
1) alla polizia (quando si tratta di pericoli derivanti dalla criminalità comune),
2) all’esercito (quando il pericolo deriva da uno stato estero),
3) o al parlamento.
Ad esempio: i ministri di un governo da poco insediato, con politici magari al loro primo incarico, saranno completamente all’oscuro dei pericoli derivanti da stati esteri, del modo di agire delle varie mafie, delle cellule terroristiche presenti nel territorio, ecc.
Spetterà quindi ai servizi segreti fare relazioni sui pericoli prioritari per la sicurezza nazionale, allertare chi di dovere di eventuali infiltrati negli apparati di governo, ecc.
E in base a queste informazioni il governo deciderà poi dove e come stanziare fondi, se per la lotta alla droga, alla mafia, al terrorismo, ecc., le zone in cui operare, ecc.

In tal modo è ovvio che si influenza in modo decisivo la linea di politica interna ed esterna.

Ora, date queste caratteristiche, le loro operazioni, nelle mani giuste (cioè con i politici giusti e con le leggi giuste) possono trasformare un paese in un’oasi di sicurezza e di pace.
In uno Stato realmente democratico, ove i funzionari dei servizi fossero scelti per meriti, per lealtà allo Stato, e per onestà, il servizio segreto sarebbe un organo vitale per la difesa dei cittadini e della democrazia.

3. Come funzionano i servizi segreti in pratica.
Fin qui la teoria.
Nella pratica però inizia il problema.
Nelle mani sbagliate i servizi segreti possono trasformarsi in un micidiale strumento di morte e di sopraffazione della popolazione.
Dal momento che sono in possesso di informazioni vitali su stati esteri, criminalità interna esterna, cittadini, politici, aziende, ecc., possono condizionare a loro piacimento la politica del paese.

Se i servizi segreti utilizzano male il loro potere, possono distorcere le informazioni, e piegare gli organi costituzionali, siano essi il governo, il parlamento o la magistratura, ai loro scopi.

Inoltre potendo operare nell’illegalità, e potendo trincerarsi dietro al “segreto” apposto sulle loro operazioni, possono compiere qualsiasi tipo di operazione illegale.

Qui nasce il pericolo.

Infatti il servizio segreto ha il potere di inventare pericoli inesistenti; di minimizzare il rischio derivanti da singoli settori della criminalità, ecc.
Inventando pericoli militari inesistenti possono ad esempio far affluire soldi al ministro della difesa piuttosto che a quello dell’istruzione.
Minimizzando la potenza delle varie mafie distoglieranno fondi dalle forze di polizia, ecc.
Confezionando scandali ad hoc potranno far saltare poltrone, promuovere la nomina di determinate persone; possono uccidere testimoni scomodi, possono ditruggere organizzazioni politiche infiltrandole ed eterodirigendone i fini, possono ricattare.

E questo pericolo è tanto più concreto, quanto più il sistema di reclutamento dei funzionari dei servizi sia poco trasparente e corrotto; ora, dal momento che è noto il grado di corruzione a tutti i livelli, dei politici e dei funzionari pubblici in generale, va da sé che con lo stesso metodo saranno reclutati i dipendenti del servizio segreto.
Con quale risultato è facile immaginare. E’ sufficiente rammentare alcuni fatti:

– in ogni strage italiana, da Capaci, a Portella della Ginestra, passando per casi eclatanti come il sequestro Moro, c’era sempre dietro lo zampino dei servizi che – quanto meno – hanno depistato e deviato le indagini.

In alcuni casi, come quello del sequestro Moro, c’è praticamente la certezza che i servizi abbiano organizzato e condotto tutto il sequestro, come abbiamo avuto modo di vedere proprio su questo blog.

Per le stragi di Capaci e via D’Amelio, è praticamente provato che il telecomando che fece saltare in aria Borsellino fu azionato dal Cerisde di Palermo, situato a Castel Utveggio, sede dei servizi segreti; e che dalla stessa sede partì la telefonata che avvertì Brusca dell’arrivo di Falcone a Punta Raisi.
Di più. La strage di Via D’Amelio pare sia stata organizzata dai SOLI servizi segreti, senza la mafia, che si è solo presa la colpa, così come a suo tempo i brigatisti rossi si presero la responsabilità del sequestro Moro (ma è stato dimostrato che i brigatisti più noti erano in realtà uomini dei servizi).

E questi sono esempi.

In compenso non esiste una sola strage in Italia, o un solo evento importante, che i servizi segreti abbiano contribuito a risolvere, facendo arrestare i colpevoli.
Anzi. Nei vari processi per strage italiani, da Ustica a Piazza della Loggia al Mostro di Firenze, si riscontra sempre, inevitabilmente, con una precisione quasi chirurgica, la morte di tutti i testimoni chiave, degli investigatori, ecc. Sono morti per incidenti, per malori improvvisi, ecc., ma – come abbiamo trattato diffusamente in molti articoli del nostro blog – si tratta di morti effettuate con la stessa tecnica, con le stesse modalità, con la stessa tempistica, addirittura con identici simbolismi; e queste morti non sono attribuibili alla mafia, o alla criminalità organizzata in genere. Tecniche così sofisticate e precise possono essere il frutto unicamente di un lavoro effettuato dai servizi segreti.
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Ricordiamo poi vicende come quella del Generale Santovito, imputato nel traffico d’armi in una vicenda che coinvolgeva OLP e BR, morto prima della sentenza.
O quella del generale dei ROS Ganzer, condannato a 14 anni per traffico di stupefacenti; poi i depistaggi dei servizi nella vicenda Toni e De Palo, ecc.
L’elenco è infinito e potrebbe continuare a lungo.

– i funzionari dei servizi corrotti, o implicati in qualche scandalo, sono stati non arrestati e degradati, come dovrebbe essere, ma addirittura promossi o collocati in posti di prestigio. Ricordiamo ad esempio il caso del generale Mori che, messo sotto inchiesta per la mancata perquisizione al covo di Riina, è stato prima nominato capo della sicurezza del Porto di Gioia Tauro, e poi capo della sicurezza del Comune di Roma, da Alemanno.

Il genersale Miceli, capo del SID, arrestato per cospirazione contro lo stato, e sospettato di essere coinvolto in attentati, stragi, nel Golpe Borghese e delitti vari (in quanto faceva parte dell’organizzazione Rosa dei venti), coinvolto nella P2, fu assolto e promosso a generale d’armata. E, giusto per non farsi mancare niente, come ulteriore premio fu eletto deputato nell’MSI.

A questi dati ne dobbiamo aggiungere un altro:

– I vertici dei servizi, per anni, sono stati anche membri della P2 o della massoneria. Nella lista della P2 c’erano 22 generali dell’esercito e 12 generali dei Caraninieri. Nonchè tutti i vertici dei servizi segreti, Miceli, Santovito, Pelosi, Allavena, Grassini, La Bruna.

Che significa questo?
Significa che è fortissimo il legame tra servizi segreti e massoneria. Per dirla tutta, e con parole chiare, il sospetto è che i servizi segreti dipendano in realtà non dal ministro in carica, ma dai vertici della massoneria. E che cariche, compiti, fini, siano decisi non a livello politico ma massonico.

I risultati pratici ed operativi di questa situazione possono essere riassunti con alcuni esempi.

Si deve far saltare la poltrona su cui siede Marrazzo? Ecco confezionato ad hoc lo scandalo dei trans. La firma dei servizi è inequivocabile, non solo per la tecnica usata, ma anche perché il luogo dello scandalo era quella famosa via Gradoli, dove dicono fu tenuto Moro prigioniero, che altro non è se non uno stabile di proprietà dei servizi segreti.

Si deve mandare un pesante avvertimento ad Andreotti? Ecco lì belli e pronti alcuni falsi pentiti che dichiarano pure di aver visto Andreotti baciarsi con Riina. Beninteso: non sto dicendo che le accuse mosse ad Andreotti fossero false. Sto solo dicendo che ad essere falso era in realtà il processo, perché i sospetti sulla collusioni di Andreotti con la mafia (per non dire le certezze) esistevano da molto tempo (dai tempi in cui Nando Dalla Chiesa scrisse “Delitto imperfetto”). Il punto è che le accuse sono emerse solo dopo molto tempo, e solo quando si trattava di punire Andreotti per ben altri motivi; motivi tutti interni alla massoneria internazionale, e che nulla hanno a che vedere con ragioni come legalità e giustizia.

Stessa cosa è stata fatta per Berlusconi. Le accuse di collusioni con la mafia ci sono da anni; sono note le vicende di Mangano, la condanna di Dell’Utri per associazione a delinquere di stampo mafioso, ecc., ma la notizia delle collusioni tra mafia e Forza Italia è stata sparata su tutti i giornali e sulle stesse TV di Berlusconi solo al momento giusto, quando cioè si trattava di dare un ulteriore colpo a Berlusconi, per affossarne la leadership. C’è poco da dubitare che le dichiarazioni del pentito Spatuzza (irrilevanti a livello giuridico, come abbiamo detto in un altro nostro articolo) siano un’operazione ben congegnata dei servizi.

Si deve mandare un messaggio trasversale, un ricatto, una minaccia? Ecco pronto il dossier sull’acquisto irregolare di una casa per Fini, per D’Alema, e per chiunque, detto in parole povere, rompa i coglioni.

E’ nata un’organizzazione politica che si impegna troppo nel sociale? E’ stato creato un centro sociale che potrebbe attivarsi troppo per far capire alla gente come funziona il sistema?
Ecco inviati un bel po’ di infiltrati dei servizi, che in poco tempo distruggono l’organizzazione, o la rendono innocua uccidendo o mettendo fuori gioco i membri più pericolosi. Qualche esempio pratico? Eccolo.

Forza Nuova ha un programma troppo smaccatamente antisistema e troppo pericoloso? Ecco belli pronti e confezionati degli articoli di giornale che li presentano come razzisti e fascisti; ecco confezionato qualche bell’incidente che coinvolga i Forzanovisti, magari con qualche morto (come quello di Nicola Tommasoli) in modo che la gente associ il nome di Forza Nuova a quello di razzisti assassini. Non a caso Forza Nuova è l’unico movimento che si batte avendo tra i 9 punti del suo programma ufficiale l’abolizione dei servizi segreti.

Il centro sociale Leoncavallo è troppo attivo? Ecco qui belli e pronti incidenti stradali per i più pericolosi:

– un bel suicidio per l’avvocato del leoncavallo Lucio Iassa;
– una morte tra le fiamme, per Betty Altomare,
– un assassinio per Fausto e Iaio (ovviamente attribuito ai fascisti) ecc.
– Se poi qualche giornalista, come Mauro Brutto, inizia a sospettare che dietro ai due omicidi non ci sono i fascisti, ma i servizi segreti, no problem: lo si fa investire da una Simca 1100 che toglie di mezzo il rompicoglioni.

Delle morti sospette nei centri sociali ne abbiamo parlato più diffusamente qui.:

http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/01/lettere-da-una-lettrice-sui-centri.html

L’immenso potere dei servizi spiega, ad esempio, come possa essere eletto parlamentare un politico come D’Elia, che si è fatto venti anni di galera per aver ucciso a sangue freddo un poliziotto; non perché – come ha detto il prode difensore dei deboli Bertinotti – è un uomo che ha pagato il suo debito con la giustizia, ma perché era un uomo dei servizi, che ha agito sotto copertura, e che poi è stato premiato per il “servizio” reso ai “servizi”.

4. Il vero potere dello Stato. Il potere economico.
A questo punto però c’è da rispondere ad una domanda fondamentale.
A chi rispondono i servizi?
Se è vero infatti che sono questi l’organo più potente dello Stato, è anche vero che essi non hanno finalità proprie, ma dipendono a loro volta da altri poteri.
Per rispondere occorre conoscere la storia, il diritto, e la cronaca giudiziaria, per capire che sono tre gli enti cui fanno realmente capo i servizi, ma nessuno di essi è un organo regolare.

Andiamo con ordine.

Dal punto di vista giuridico, occorre leggere la nostra costituzione e alcune leggi che riguardano gli organi statali più importanti, e allora è facile individuare la prima risposta: le banche. Senza leggere teorie complottiste o autori notoriamente antisistema, è sufficiente leggere la legge con cui viene regolato il funzionamento della Banca D’Italia e della BCE, per capire che sono le banche i veri padroni del sistema in cui viviamo (capisaldi di questa legislazione delirante sono: le immunità di cui godono gli amministratori della BCE, la completa indipendenza da parlamenti e governi, e il totale assoggettamento delle banche centrali al potere delle banche private anche estere).

Dal punto di vista storico, un’analisi dei rapporti tra il nostro Stato e gli USA ci fa capire che noi siamo uno Stato a sovranità limitata, nel senso che dipendiamo sia economicamente sia dal punto di vista militare dagli USA, quindi dalla CIA. Lo dimostrano, a tacer d’altro, le innumerevoli basi NATO sparse sul territorio nazionale, che sarebbero impensabili in uno Stato veramente sovrano.

Infine, la cronaca giudiziaria – che ha dimostrato come i vertici dei servizi per decenni fossero tutti scelti all’interno della P2 – ha dimostrato che l’ente più potente, che comanda direttamente i servizi segreti, è un ente non statale: la massoneria.

Massoneria, banche e servizi segreti costituiscono quindi un connubio indissolubile, e sono portatori di interessi unitari; interessi che vengono perseguiti tramite i servizi segreti, che sono quindi un organo non al servizio del nostro governo (spesso i ministri in carica non sanno neanche come funzionano nella pratica, i servizi) ma al servizio del potere economico internazionale.
A tal proposito mi ricordo un colloquio che ebbi con l’onorevole Falco Accame, tempo fa, il quale mi disse che all’epoca in cui fu nominato sottosegretario alla Difesa, passando per gli uffici della Difesa notava degli uffici con scritto “Ufficio SB”; racconta che con alcuni suoi amici, non sapendo di cosa si trattasse, e non riuscendo a capire quali funzioni avessero questi uffici, ironizzava su di essi e li chiamavano “uffici servizi bassi”. Solo dopo molto tempo capì che era “ufficio Stay Behind”: Gladio, insomma.

5. Ricadute giuridiche di questa situazione.
In altre parole, e concludendo, viviamo in un paese ove l’organo più delicato e potente dello Stato non ha alcuna garanzia costituzionale e opera fuori da ogni controllo e al soldo di poteri che non sono affatto previsti dalla Costituzione.
Le ricadute di questa situazione dal punto di vista giuridico sono molteplici.

Primo. La sovranità non appartiene al popolo, ma al potere economico. Non a caso la sovranità monetaria, una delle più importanti forme di sovranità statale, è in mano alle banche private.
Se ne va a farsi benedire quindi l’articolo 1 della Costituzione.

Secondo. Il diritto all’informazione è una vana chimera. La verità è che le informazioni sono filtrate, manipolate, condizionate dai servizi segreti. Talvolta le notizie non sono semplicemente manipolate: sono addirittura create ad hoc (si pensi al falso dossier sulle famigerate armi chimiche inesistenti di Saddam Hussein, preparato dal nostro governo, che fu – ufficialmente – la scintilla che fece scoppiare la guerra in Iraq).
Viene vanificato cioè l’articolo 21 della Costituzione.

Terzo. Il diritto alla giustizia è, nei casi più gravi, nulla più che una chimera. I processi più importanti sono manipolati in modo da lasciare impuniti i colpevoli, in quanto la giustizia viene condizionata in vario modo, dall’uccisione dei testimoni alla corruzione dei magistrati, fino all’eliminazione fisica di magistrati, poliziotti o carabinieri che conducono seriamente le indagini.
Come abbiamo detto, è da spiegare nell’intervento costante dei servizi segreti in ogni strage italiana, nonché nei delitti più importanti, il motivo della mancata assicurazione alla giustizia dei responsabili.
In poche parole, viene reso come carta straccia tutto il titolo IV della Costituzione, dedicato alla magistratura.

Quarto. Una chimera senza fondamento è l’articolo 28, secondo cui i funzionari dello Stato sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti.
La recente legge sui servizi segreti, infatti, la L. 124/2007 ha addirittura rafforzato la possibilità per i dipendenti di questi organi, la possibilità di commettere reati e l’impunità per la loro commissione.
Quindi la verità è che ad essere responsabili saranno tutt’al più alcuni dipendenti pubblici in settori non vitali della Repubblica; ma i funzionari che ricoprono incarichi più delicati potranno fare quello che vogliono, sicuri della totale immunità.

6. Conclusioni e prospettive di riforma.
La situazione che abbiamo delineato sembrerebbe drammatica ma non lo è così tanto, sol che si pensi che la nostra nazione è diventata democratica da poco più di un secolo; e la monarchia è scomparsa definitivamente solo dal ’47 in poi.

Poco più di sessanta anni non possono garantire un passaggio da millenni di stato assoluto ad uno stato democratico. Per far questo ci vorranno ancora molti decenni, molto sangue, molte ingiustizie.
Presa coscienza del problema, i primi progetti politici seri dovranno essere quelli di una riforma dei servizi in senso democratico, dando a questo organo delle garanzie costituzionali; riforma non disgiunta da una completa revisione della Costituzione, in modo che siano veramente assicurati i diritto fondamentali ad ogni individuo.

In particolare, sarà necessario adeguare sempre di più i servizi al quel principio di trasparenza che, in teoria, dovrebbe permeare tutto il sistema amministrativo italiano, ricordandoci che anche tali organi sono pur sempre organi amministrativi, soggetti alle regole del diritto costituzionale e amministrativo.

Per ora, noi cittadini dobbiamo accontentarci di capire il sistema, sperando che sensibilizzando un numero maggiore di persone, venga presto il giorno in cui saranno in molti a chiedere una riforma dei servizi segreti, per trasformarli in un organo realmente a difesa del cittadino.
Tale trasformazione dovrebbe essere chiesta anche dagli appartenenti ai servizi stessi, perché i primi a pagare il prezzo di questo sistema sono i dipendenti dei servizi stessi, che – vivendo nell’illegalità e nell’ombra – possono essere uccisi da un momento all’altro quando giudicati scomodi per qualche motivo, o quando siano portatori di segreti troppo pericolosi.
Per esemplificare la drammatica situazione in cui vivono i dipendenti dei servizi stessi, concludo con il racconto di un mio amico di infanzia, il cui padre era un funzionario dei servizi segreti. All’età di dodici anni gli uccisero il padre, e la cosa – manco a dirlo – fu fatta passare per suicidio. In quello stesso periodo si “suicidarono” altri due funzionari dei servizi nel paese in cui viveva, Bracciano.

7. Una storia finale.
Per esemplificare la drammatica situazione in cui hanno sempre vissuto i dipendenti dei servizi stessi, concludo con il racconto di un mio amico di infanzia, che per comodità potremmo chiamare Giulio, Adriano o Cesare.

Il padre era un funzionario dei servizi segreti durante gli “anni di piombo”.
All’età di dodici anni perse il padre, secondo quella che definirei una “moda intramontabile”, ovvero il suicidio. Naturalmente, con il passare del tempo e l’aumento di queste morti a dir poco sospette, la storia ufficiale ha riconosciuto, con un abile gioco di parole, che non “si suicidarono” ma “furono suicidati”. D’altronde – mi racconta Giulio – era in corso una vera e propria guerra, nella quale era difficile comprendere quali fazioni fossero al servizio dello Stato e quali invece fossero “deviate”, tanto che fin troppo spesso questa verità era ignota anche agli stessi agenti.
Il trasferimento da un nuovo incarico, anche di maggior prestigio, non rappresentava quasi mai una promozione, ma solo la morte di un collega: per questo, appena giunta la notizia del richiamo in patria, il padre di Giulio comprese immediatamente la situazione. Sapeva che sarebbe morto e ne rese partecipe la famiglia, cercando di prepararla alle difficili situazioni che sarebbero seguite.
Purtroppo al peggio non c’è limite e neanche il momento di maggior dolore è in grado di allontanare la “guerra” dai superstiti, i familiari, vittime anch’essi di questi giochi di potere. La storia delle famiglie di almeno un’ottantina di fedeli servitori dello Stato è stata sempre la stessa:
– sequestro dei corpi ed esami autoptici condotti da medici legali “autorizzati”;
– perquisizioni effettuate tra i parenti in lacrime, finalizzate alla ricerca di armi, documenti ed effetti personali;
– funerali blindati, ai quali non è mai intervenuta nessuna autorità, né collega;
– blocco dei conti bancari noti ed insabbiamento delle pratiche pensionistiche, qualora una famiglia osi chiedere il riconoscimento della morte in servizio o per cause inerenti il servizio: in questo caso, nell’ottica che infangare è più semplice che premiare (ovvero spiegare al popolo fatti oggettivamente scomodi), sono stati versati fiumi di veleno che giustificassero quanto avvenuto. Il padre di Giulio, come gli altri, fu descritto come uno che aveva avuto relazioni extraconiugali, debiti, che amava la bella vita, le auto di lusso e le donne: al tempo stesso però, la sera era sempre rientrato a casa, giocava con i figli e non litigava mai con la moglie. Aveva un orticello dove coltivava la terra e trascorreva le poche giornate libere con la famiglia e gli amici e Giulio non vide mai queste belle donne e queste macchine.
Fortunatamente però le giornate duravano solo 24 ore anche per gli agenti dei servizi segreti, e quindi Giulio non credette mai a quanto veniva riportato dai giornali. Sua madre, una donna dal carattere molto forte e legata al marito da un amore indissolubile, gli ricordò quanto aveva detto suo padre ed intraprese la strada più difficile, passando attraverso tutte le tappe, tra ricatti, difficoltà economiche e minacce di morte.
Ad ogni loro mossa venivano avvicinati da uno sconosciuto che gli consigliava di salutarsi, perché magari Giulio non sarebbe tornato da scuola o non avrebbe trovato la madre al suo ritorno. Ogni mattina Giulio trovava sul cammino da casa a scuola uno sconosciuto che gli diceva “Bambino, saluta tua madre, perchè non sai se la rivedrai al tuo ritorno”. Con questo stato d’animo Giulio veniva a scuola senza raccontare a nessuno quel che gli succedeva, perché non avrebbero capito.
In questa situazione hanno vissuto e vivono tuttora molte famiglie di persone che sono morte credendo di fare qualcosa di buono per lo stato; credendo che il loro lavoro servisse per un fine più nobile di uno sporco gioco di potere.
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A Giulio che ho rincontrato dopo oltre venti anni e che è rimasto come allora. Quando eravamo adolescenti dicevo spesso “mi sta molto simpatico ma nasconde qualcosa. Ride troppo e scherza troppo”.
Oggi ho capito cosa nascondeva.
Che il sacrificio di tuo padre in futuro si trasformi in energia positiva e possa essere un piccolo contributo per un miglioramento futuro della nostra società.

E che questa carneficina possa finire un giorno.

Italia: notizie dai confini | Il Fatto Quotidiano

Ma porca vacca, sveglia Italia, non ti rendi conto di essere governata dal crimine?

Italia: notizie dai confini | Il Fatto Quotidiano.

La frase è questa: “Lo so che poi tocca a me. Non è che mi faccio illusioni. Dico solo che qui siamo soli. Io vado avanti. Faccio il mio lavoro ma lo so che ogni giorno può succedere. Qui è così”. Voce di uomo, appena un po’ stanca, ma senza costernazione e senza lamento. È una mattina di settembre (mercoledì 22) , è un programma giornalistico quotidiano della radio di stato italiana (“Tutta la città ne parla”, RadioTre, ore 10, conduce Giorgio Zanchini – ascolta la puntata). La voce appena un poco stanca l’ho ascoltata dal luogo in cui una donna, Teresa Bonocore, era stata assassinata due giorni prima per aver denunciato e fatto condannare l’uomo che ha stuprato la sua bambina (e un’altra bambina) di otto anni. Colpevole o no, qui come nella vita politica della capitale, non importa il delitto, ma chi ti fiancheggia e chi ti protegge. E così Teresa Bonocore è stata uccisa da due ragazzi ventenni dietro compenso di cinquemila euro e la promessa di un posto di lavoro. Pochi giorni prima era stato ucciso il sindaco di Pollica (periferia di Salerno), Angelo Vassallo. Era solo, nove di sera, tornava a casa.

La voce appena un po’ stanca che riflette su questi delitti con il giornalista Zanchini è di Vincenzo Cuomo, sindaco di Portici, il borgo napoletano di Teresa Bonocore. Il sindaco parla alla radio di Stato della sua possibile uccisione, oggi, in Italia. E per quanto la trasmissione che diffonde quella voce sia unica per precisione e coraggio, non c’è, né sul momento né dopo, alcuna reazione o conseguenza o emozione o commento. Non so: un vescovo, un sociologo, la firma di un giornale, i cittadini.

Il caso Cosentino
C’è però una coincidenza. Quella stessa mattina la Camera dei deputati ha dovuto votare se permettere ai giudici di  utilizzare le intercettazioni di un politico di rilievo, l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, tuttora coordinatore del partito di governo (PDL) per la Campania, ovvero della regione di Pollica, di Portici, del sindaco ucciso e di quello che parla della sua possibile uccisione. E’ la regione di Teresa Bonocore e del ben difeso stupratore di bambini, che però – si capisce – nella vita ha ben altri impegni. C’è esagerazione in queste righe?  No, direi che c’è una triste pedanteria. Perché quelle intercettazioni richieste come prova processuale riguardavano l’accusa e l’arresto di un deputato potente per gravi reati di camorra. Non violavano il divieto di intercettare deputati perché le intercettazioni discusse riguardavano altre persone, e la presenza del deputato, allora al Governo (e il legame intimo con la malavita che le conversazioni registrate hanno dimostrato) è stata un importante imprevisto investigativo. Ma nessuno si preoccupi per eventuali offese ai diritti di personaggi eletti. Nonostante il peso e l’evidenza delle accuse e il legame di diretta responsabilità politica di Cosentino nei territori della morte di cui aveva parlato la mattina di quel giorno il programma di RadioTre dal titolo esemplare “Tutta la città ne parla”, la libera decisione dei deputati della Repubblica italiana è stata la seguente: 308 voti a sostegno di Nicola Cosentino, per impedire ai giudici di usare le intercettazioni che provano lo stretto legame del notabile politico con la camorra. 265 a sostegno dei giudici. Voto segreto che lascia capire che non tutti coloro che avevano annunciato di votare secondo la legge (che accusa Cosentino) lo hanno fatto. Evidentemente – voto segreto o no – qualcuno si è sentito a rischio. Chi ha verificato i tabulati suggerisce che persino dall’opposizione qualcuno si è messo al riparo dal rischio Berlusconi-Cosentino-camorra che, ammettiamolo, nell’Italia di oggi non è poca cosa.

Però qualcosa deve essersi incrinato nel filo di lunga armonia fra camorra e Governo. Tornano all’improvviso i cumuli di immondizia che bloccano Napoli. Ciascuna di queste storie spiega l’altra. I telegiornali mostrano le strade di Napoli come negli ultimi giorni di Prodi. Barricate di immondizia, popolazioni in rivolta nelle strade, camion di rifiuti incendiati, tumulti di donne contro i battaglioni di polizia in tenuta da sommossa, cronache concitate che non raccontano né l’inizio, né l’esito di ciò che sta accadendo. Si direbbe che il dio della camorra non è stato placato dai delitti, perché il sangue è il suo business (il sindaco di Portici, mentre parlava a RadioTre, ha elencato senza enfasi i nomi di altri sindaci uccisi, non la storia di anni, ma la cronaca di giorni). Il dio della camorra, che aveva realizzato il celebre miracolo (attenzione, è arrivato Berlusconi, oggi l’immondizia c’è, domani è sparita, strade pulite e cassonetti in ordine, mai vista una cosa simile?) adesso non si fida. Infatti il padrone di Cosentino appare rimpicciolito, spaventato dai suoi ribelli, troppa gente infida che lo sta abbandonando. Se c’è un patto, come farà – con tutta la buona volontà – a mantenere quel patto?  La camorra non è un alleato politico che compensa questo con quello. È un socio d’affari . Se non vede dividendi, va a prenderseli. Per prenderseli entra in azione. Come fai a continuare a fidarti di un capo di Governo così piccolo, così debole, così distratto dalle vendette private? Ecco dunque che è guerra.

Colpisce la sequenza dei fatti e la coincidenza dei tempi. Forse molti di noi, nell’euforia di avere notato l’inizio della caduta di Berlusconi, avevano prestato un’angosciata attenzione al furibondo vandalismo istituzionale che sta segnando quella caduta (distruggere dal bunker la terza carica dello Stato come modo di destabilizzare anche gli aspetti ordinari e quotidiani della vita pubblica e renderla impossibile). Ma non avevano previsto le conseguenze del frantumarsi di un patto fra illegalità e malavita, che controlla indisturbata un terzo dell’Italia, nonostante il tarlo di giudici ostinati, di sindaci che conoscono il proprio destino e lo possono anche raccontare a un Paese inerte, di poliziotti senza mezzi, persino senza benzina, che non hanno mai smesso di fare il proprio lavoro impossibile.

I precari del crimine
Eccoci dunque al momento in cui la Repubblica Italiana fa il suo incontro, accanto al cadavere di Teresa Bonocore, con Enrico Perillo, di professione camorrista, che dal carcere è in grado di uccidere chi lo ha denunciato per lo stupro di una bambina e ci accorgiamo che – in questa scena – lo stupro è un dettaglio, l’uccisione è un lavoro quotidiano, (Roberto Saviano) gli esecutori di quel lavoro sono precari del crimine, che sparano a prezzi stracciati con la promessa di un posto, mentre sullo sfondo si accendono i fuochi di montagne di immondizia che rischiarano la torbida scena  e danno un senso alla vita che stiamo vivendo e a quella che sta per venire. Ah, se avessimo un partito o uno schieramento politico per ritrovarci insieme a parlare di queste cose, a domandarci (ma per rispondere chiaro, subito): “Che cosa fare adesso? Che cosa fare dopo?”.

Rostagno: un rivoluzionario in Sicilia

Fonte: Rostagno: un rivoluzionario in Sicilia.

Oggi Valderice, Trapani e l’Italia tutta commemorano una persona scomparsa ventidue anni fa, un rivoluzionario torinese che piantò la bandiera della Libertà nelle infestate coste trapanasi e pagò il suo impegno di giornalista con la morte, come tanti che, nella ricerca della Verità, vengono fermati dai tentacoli di Cosa nostra.

Il giornalista in questione si chiamava Mauro Rostagno e nacque a Torino nel marzo del 1942. A diciotto anni non conseguì il diploma scientifico perché sposò la donna che gli diede una bambina. Negli anni successivi lasciò l’Italia per lavorare in Germania e in Inghilterra, dopodiché tornò in patria, stabilendosi a Milano. Il suo spirito rivoluzionario lo portò quasi alla morte quando, mentre protestava sotto il consolato spagnolo per l’uccisione di un ragazzo da parte del regime franchista, rischiò di essere investito da un tram e, qualche anno più tardi, sempre per lo stesso motivo, venne espulso dalla Francia, in seguito ad una manifestazione giovanile di protesta.

Negli anni Sessanta ebbe inizio la sua esperienza a Trento, presso la facoltà di Sociologia, dove si laureò a pieni voti nel ’70. Seguirono la fondazione di Lotta Continua e gli anni di protesta della sinistra extraparlamentare. Tra il ’72 e il ’76 gli venne assegnata una cattedra di sociologia presso l’Università di Palermo, ma la sua avventura in Sicilia era destinata a proseguire negli anni successivi, al suo ritorno dal viaggio in India, dove si era unito agli arancioni di Bhagwan Shree Rajneesh (Osho).

Nell’81 il ritorno in terra di mafia, nel trapanese. “La rivoluzione è qui adesso, a Trapani contro la mafia” amava dire, mentre si occupava della comunità Saman, centro terapeutico per il recupero di tossicodipendenti, che aveva appena fondato insieme alla compagna.

Mostrare il proprio dissenso in Sicilia significa attentare alla propria vita, perché quando si inizia a denunciare certi ambienti collusi e criminali, Cosa nostra non gradisce e scrive il tuo nome su registro nero. Mauro Rostagno però, era convinto che mostrare il proprio dissenso alla mafia significasse anche dare un senso alla propria esistenza, difendere la propria dignità di uomo e servire una nobile causa. Non potendo fare altrimenti, iniziò a lavorare come giornalista e conduttore per l’emittente televisiva locale, RTC (RadioTeleCine), denunciando i rapporti tra mafia e politica, quelli che, ancor di più, ti costano la vita.

La sera del 26 settembre del 1988, alcuni sicari lo uccisero mentre era a bordo della sua auto, in contrada Lenza, a meno di un chilometro dalla sede Saman. Per anni, le indagini sull’omicidio di quel giornalista che voleva portare la rivoluzione in Sicilia, hanno percorso piste diverse e talvolta hanno assunto i tratti di un giallo cinematografico. Inizialmente si imboccò la pista giusta, quella della mafia, poi vennero i depistaggi. C’era chi supponeva che un membro stesso del Saman fosse stato l’autore del suo omicidio, altri avevano intrapreso la pista del traffico di droga, valutando l’ipotesi che Rostagno avesse scoperto traffici illeciti di armi con la Somalia, da parte di Francesco Cardella e Sismi, e avesse intenzione di denunciare il tutto.

Nel 1988 i faldoni vengono inviati alla Dda di Palermo, che scrive nel registro degli indagati il nome di Vincenzo Virga, il quale, secondo quanto confessato nel 1997 dal pentito Vincenzo Sinacori ai magistrati, “è stato lui a organizzare tuttodopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate…non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione…dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio”.

Nel 2007, Antonio Ingroia chiede l’archiviazione per scadenza dei termini, ma il caso non era destinato a chiudersi così, senza colpevoli, né innocenti. È del 21 settembre scorso la notizia dell’ANSA che la Procura antimafia del capoluogo è pronta a chiedere il processo contro Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e l’assassino del giornalista torinese. Una perizia balistica avrebbe infatti confermato i sospetti su Vito Mazzara, indicato come esecutore materiale del delitto e nei confronti del capo mandamento di Trapani, il boss Vincenzo Virga, in qualita’ di mandante.

Un delitto, in ogni caso, costellato di misteri. Non si capisce il perché, ad esempio, non siano mai state ritrovate le registrazioni delle trasmissioni di Rostagno, in particolare una cassetta audio e una cassetta video su cui torreggiava la scritta “non toccare”. Sono troppi gli eroi scomparsi dietro un alone trascendente di mistero. Sono troppi gli eroi scomparsi, ecco tutto.

Mauro Rostagno è stato uno dei tanti rivoluzionari degli anni Settanta, ma il solo che ebbe il coraggio di portare la rivoluzione tra i tentacoli della mafia. “Questo è stato Mauro per i trapanesi: uno tsunami sotto un cielo plumbeo di conformismo e rassegnazione, che con la sua onda lunga incitava i trapanesi a guardarsi intorno e a diventare protagonisti del loro futuro.” È così che lo ricordano quelli che ancora oggi, a distanza di ventidue anni dalla sua morte, fanno tesoro dei suoi insegnamenti per costruire una società migliore perché, come diceva Mauro, “noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto.”

Serena Verrecchia

Video approfondimenti:
Lo speciale di Rainews24
Rostagno su Blu Notte (fonte Fragen79)

L’ultima lettera di Mauro Rostagno scritta a Renato Curcio (citata dal libro di Bolzoni, D’Avanzo):

Ho cominciato a mandare le telecamere tra la gente, farla parlare, ho fatto un gran casino sull’acqua (che manca ed è inquinata), sulla monnezza (le città sporche, i traffici loschi della nettezza urbana), sulle case popolari, sulle scuole antigieniche e carenti, sui palazzi di giustizia lasciati deserti di sostituti procuratori, soprattutto sulla sanità pubblica.Si getta alle spalle il lungo sonno agitato, i lacci e le catene. L’unica cosa che rimane delle sue molte vite, felici e agre, è il meglio che Mauro ha: l’insopprimibile desiderio di vivere.

E questo desiderio la natura, lo stile del suo modo di fare giornalismo.Non gli interessa la cronaca, che informa ma non fa conoscere. Vuole comunicare la vita.

Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono.

Sociologicamente si chiama “primato dell’esistenziale sul teorico”: e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso. Mauro, che ha sempre voluto sfuggire alla prigionia della coerenza, avverte che questo lavoro è coerente con la sua vita passata e le idee che ha coltivato.Vede la sottile trama che annoda i nuovi giorni, la nuova fatica, alle speranze di un tempo.

La vera rivoluzione è qui a Trapani.Le tensioni che mi sentivo dentro nel Sessantotto culturalmente possedevano già un vestito, la rivoluzione.

E avevano pure una biancheria intima, l’ideologia marxista.Tutto il movimento di quegli anni è stato una grande emersione del nuovo che si vestiva di vecchio.Non siamo neppure riusciti a inventarci un linguaggio: usavamo parole antiche, terrificanti, inutili. Adesso, questa cosa non la chiamo più rivoluzione, non ci vedo più alcun rapporto col marxismo.

Però la vivo come una sfida molto più impegnativa: è la vita, il diritto di vivere.E la lotta alla mafia esprime la stessa identica esigenza di un tempo: la gioia di vivere. è un altro Mauro o è sempre lo stesso? Chissà.

Mauro Rostagno

ComeDonChisciotte – LA FALSA INFORMAZIONE SULL’ ECONOMIA DEL VENEZUELA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA FALSA INFORMAZIONE SULL’ ECONOMIA DEL VENEZUELA.

DI MARK WEISBROT
The Guardian

Se volete una perfetta immagine di come i media seguano la linea ufficiale (del governo degli U.S.A.), basta non guardare oltre alle previsioni di rovina dell’ economia Venezuelana.

Quando il governo degli Stati Uniti deve affrontare una seria campagna di politica estera, spesso si trascina con se la maggior parte dei media, che quasi da nessuna parte è cosi compatta come nei confronti del Venezuela. Durante il periodo precedente alla guerra in Iraq, ci furono diversi giornalisti che non si bevvero la storia ufficiale, invece per quanto riguarda il Venezuela, i media sono come una giuria di 12 persone ma con un unico cervello.

Da quando l’opposizione venezuelana ha deciso di affrontare la campagna elettorale di settembre puntando sull’ elevato tasso di omicidi, la stampa internazionale ci ha riempiti di storie su questo tema, alcune molto esagerate.

A SEGUITO, “IL BOMBARDAMENTO DI INFORMAZIONI FALSE O DEFORMATE CHE RIGUARDANO IL VENEZUELA” (Eva Golinger, aporrea.org);

Questo, in realtà, è un successo sorprendente per le pubbliche relazioni dell’ opposizione venezuelana proprietaria dei maggiori media venezuelani, misurati in termini di audience, ma non della stampa internazionale. Normalmente ci vuole una notizia d’impatto, come il 10.000esimo omicidio o una dichiarazione dalla Casa Bianca, per far decollare una campagna mediatica di tale portata. Ma in questo caso è bastata la decisione presa dall’ opposizione politica venezuelana di fare degli omicidi il punto principale della loro campagna politica e la stampa internazionale gli ha dato corda.

Che le notizie dovessero essere sempre e solo cattive era il tema principale anche durante l’espansione record dell’ economia venezuelana dal 2003 al 2008. L’economia è cresciuta come mai prima, la povertà è stata dimezzata, ci sono stati grandi progressi nell occupazione, la spesa sociale pro capite è piu che triplicata e l’assistenza sanitaria gratuita è stata estesa a milioni di persone. Dovrete cercare duramente per trovare questi fatti principali riportati dai mass media, anche se i dati non sono in discussione fra gli economisti delle organizzazioni internazionali che si occupano di statistiche.

Per esempio, in maggio, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) delle Nazioni Unite ha dichiarato che il Venezuela ha ridotto la diseguaglianza economica piu di ogni altro paese in America Latina tra il 2002 e il 2008, finendo con la distribuzione del reddito più equa della regione. Questo deve ancora essere menzionato dalla grande stampa internazionale.

Il Venezuela è entrato in recessione nel 2009, e potete immaginarvi quanta piu attenzione sia stata dedicata alla crescita del PIL ora, rispetto a quando l’ economia Venezuelana andava più forte di qualsiasi altra nell’ emisfero. Poi, a gennaio, il governo ha svalutato la sua moneta, e la stampa previde un enorme aumento dell’ inflazione, circa piu del 60% quest’ anno. “Stagflation”- recessione con una inflazione galoppante – è diventata la nuova parola di moda.

L’ inflazione non è andata fuori controllo, infatti negli ultimi 3 mesi è del 21% l’ anno, notevolmente inferiore rispetto a prima della svalutazione. Questo è un altro indicatore che gli economisti citati dai grandi media come fonti fidate hanno una conoscenza limitata dell’ attuale funzionamento dell’ economia venezuelana.

Ora, sembra che il Venezuela potrebbe essere emerso dalla recessione nel secondo trimestre dell’ anno. Su base stagionale annua corretta, l’ economia è cresciuta del 5,2% nel secondo trimestre. A giugno, la Morgan Stanley ha stimato che l’ economia si sarebbe ridotta del 6,2% quest’anno e del 1,2% il prossimo. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) sta stimando una rovinosa depressione per il Venezuela: crescita negativa del PIL pro capite nei prossimi 5 anni. Vale la pena notare che il IMF, con le sue ripetute e estremamente errate sottovalutazioni dell’ economia venezuelana durante l’espansione, compete con gli autori di “DOW 36,000” in quanto a previsioni creative.

Tutto questo può sembrare normale se lo compariamo alla copertura della piu grande economia del mondo: gli Stati Uniti, dove la stragrande maggioranza dei media, in qualche modo, ha mancato le due piu grandi bolle speculative della storia – quella dell mercato azionario e quella del mercato immobiliare. In questo caso ci furono importanti eccezioni (per esempio il New York Times nel 2006), ma per quanto riguarda il Venezuela – beh, avete capito la situazione.

Di sicuro la continua crescita del Venezuela non è assicurata; dipenderà dagli impegni che il governo farà per mantenere alti i livelli di domanda aggregata. In questo senso la sua prossima situazione sarà simile a quella di Stati Uniti, Eurozona e molte altre economie sviluppate, la loro ripresa economica è lenta e ancora non certa.

Il Venezuela ha adeguate riserve internazionali, un surplus nella bilancia dei pagamenti, sta commerciando, ha bassi livelli di debito pubblico, e un bel po’ di capacità di debito estero se necassario. Questo è stato dimostrato piu recentemente, ad aprile, con un credito da 20 miliardi di dollari (circa il 6% del PIL venezuelano) da parte della Cina. In quanto tale, è estremamente improbabile imbattersi in ristrettezza di cambio. Puo’ quindi usare la spesa pubblica e d’ investimento, per quanto è necessario, per assicurarsi che l’ economia cresca sufficentemente per aumentare l’ occupazione e il tenore di vita, come era stato fatto prima della recessione del 2009. (Il nostro governo potrebe fare lo stesso negli Stati Uniti, anche piu semplicemente – ma ciò non pare nei programmi al momento.) Tutto questo può proseguire per molti anni.

Qualunque cosa succeda, da parte dei media, ci possiamo aspettare una completa copertura di solo una parte della storia. Tenetelo bene a mente: quando state leggendo il New York Times o state ascoltando NPR sul Venezuela, state ricevendo le notizie della Fox. Se volete qualcosa di piu equilibrato, dovrete cercare sul Web.

Titolo originale: “Misreporting Venezuela’s economy”

Fonte: http://www.guardian.co.uk
Link
11.09.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

ComeDonChisciotte – AHMADINEJAD E L’ 11/9

ComeDonChisciotte – AHMADINEJAD E L’ 11/9.

DI PINO CABRAS
megachipdue.info/

In qualche modo è giunta a tutti la notizia che il 24 settembre 2010 il presidente iraniano Mahmūd Ahmadinejād ha posto la questione della verità sull’11 settembre 2001 in una sede solenne, l’Assemblea Generale dell’Onu. Sia lo speaker sia l’argomento sono fra i più difficili da trattare nella sfera del pubblico dibattito in Occidente, perché quando si parla di loro i media si mettono l’elmetto in testa, dentro una logica militarizzata, la stessa che ha portato in altre circostanze – che so, «La Repubblica», «Le Monde» – a chiudere un occhio sulle menzogne che poi sostennero l’Occidente nel dare inizio ai massacri iracheni. Sfumature, concessioni, parziali apprezzamenti, atteggiamenti spassionati, sono tutte cose scoraggiate, quando si va come alla guerra.

Nella foto: Il presidente iraniano, Mahmūd Ahmadinejād, parla durante la 65esima Assemblea Generale dell’ONU

Gli ostacoli alla guerra diventano altrettanti nuovi Hitler, anche quando dicono cose comprensibilmente politiche, ragionevoli, discutibili, controverse, ma ancora perfettamente dentro il campo del razionale. I nostri giornali non hanno quasi più corrispondenti in Medio Oriente, e al nostro pubblico (ma ho l’impressione anche alle élite) rimangono idee vaghe delle ragioni politiche di quelle comunità.

Se dovesse servire lo ribadisco ancora, per capire come la penso: Ahmadinejād non mi piace, così come non mi piace il suo sottostare a quella specie di Vaticano moltiplicato per dieci che condiziona clericalmente la vivace e dialettica vita politica iraniana. Penso che la società e la repubblica iraniana debbano e possano trovare un modo per “costituzionalizzare” la forte opposizione interna al regime politico degli ayatollah dentro un nuovo compromesso che garantisca certo la sovranità nazionale dell’Iran, ma nei termini di una società con istituti democratici più solidi.

Tuttavia guardo freddamente a come in Occidente viene affrontato Ahmadinejād e scopro abnormi distorsioni del suo pensiero. Vorrei poterlo leggere senza i troppi aggettivi con cui viene filtrato. Magari leggendo il testo autentico e criticarlo con il mio giudizio. Non voglio capitolare davanti all’istupidimento della propaganda di ogni risma, voglio vedere le carte.

[Lo faccio spesso su Ahmadinejād e pertanto, per non farla lunga qui, vi propongo di leggere, quando vi va bene, altri articoli in cui analizzavo i meccanismi con cui sono manipolati i suoi discorsi (QUI e QUI ), o alcune considerazioni sull’uso della recente vicenda Sakineh (QUI ).]Il discorso al Palazzo di Vetro è stato presentato dai media più importanti secondo la linea poi riassunta da Obama: parole «odiose e offensive».

Per chi voglia leggersi l’intero discorso, c’è invece la traduzione di Massimo Mazzucco.

Per quel che in particolare riguarda il ragionamento del presidente iraniano sull’11 settembre, vi proponiamo qui direttamente gli estratti da noi tradotti. Come potrete vedere, non si tratta di parole «odiose e offensive». Riportano un dubbio che si fa strada sempre di più in merito alle verità correnti della vicenda 11/9 proposte da governi e media occidentali. Sappiamo che questo dubbio può essere utilizzato da Ahmadinejād per criticare l’impianto delle guerre volute dai paesi che hanno invaso i paesi confinanti al suo.

Ma occorre andare oltre i suoi interessi. Porre fine a quei massacri e pericoli è interesse suo come nostro. La guerra afghana e quella irachena non sono risolte. L’evento fondante della Guerra Infinita, la rappresentazione mitologica dell’11/9, va rivisto, senza fermarsi alle verità fin qui ufficializzate. Per fare un esempio storico: in Italia si tentò di ragionare sulla Strategia della tensione che coinvolse nello stragismo pezzi importanti degli apparati statali in un disegno politico dagli effetti duraturi: parlare di settori deviati e complici con coperture statali fu il primo passo di un’ipotesi investigativa seria, anche nel caso delle stragi del 1992-1993. Sono segreti difficili da scardinare. Pensate cosa ha detto il procuratore Roberto Scarpinato in un’intervista a Marco Travaglio in merito alle complicità dello stragismo italiano: «Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone».

Per molti versi è anche il ritratto dello stragismo globale conosciuto a partire dalla fase inaugurata l’11 settembre 2001 (si pensi al 7 luglio 2005 londinese).

Nell’intrico bellico mediorientale non potranno mai funzionare delle “exit strategy” che vogliano fare a meno di questi elementi: 1) un coinvolgimento politico dell’Iran; 2) una revisione delle ragioni fondanti della “guerra al terrorismo”, ossia una seria inchiesta; 3) un piano di lungo termine per la questione della Terra Santa.

L’alternativa è più guerra ancora. In quest’ottica, le parole che seguono non appaiono affatto gli insulti del pazzo che qualcuno dipinge, bensì i ragionamenti di un uomo politico con cui converrà parlare.

Ecco gli estratti sull’11 settembre del discorso di Mahmūd Ahmadinejād all’Assemblea Generale dell’Onu:

L’evento dell’11 settembre (…) ha condizionato il mondo intero per circa un decennio.

Tutto ad un tratto, le notizie dell’attacco alle torri gemelle sono state trasmesse utilizzando numerosi filmati dell’incidente.

Quasi tutti i governi e i personaggi noti condannarono duramente questo incidente.

Ma poi si attivò una macchina della propaganda in tutta la sua potenza; si considerò implicito che tutto il mondo fosse esposto a un grandissimo pericolo, chiamato terrorismo, e che l’unico modo per salvare il mondo fosse quello di dispiegare delle forze in Afghanistan.

Alla fine l’Afghanistan, e subito dopo l’Iraq, sono stati occupati.

Prego prendete nota:

È stato detto che circa tremila persone sono state uccise l’11 Settembre e per questo tutti noi ci siamo tutti molto rattristati. Come, fino ad oggi, in Afghanistan e in Iraq centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ci sono milioni di feriti e sfollati, e il conflitto è ancora in atto e si sta espandendo.

Nell’identificare quei responsabili degli attacchi, ci sono state tre versioni.

1) Che un potentissimo e complesso gruppo terroristico, capace di raggirare con successo tutti i livelli dell’intelligence e della sicurezza americana, effettuò l’attacco. Questa è la versione ufficiale sostenuta dagli statisti americani.

2) Che qualche segmento all’interno del governo USA ha orchestrato l’attacco per invertire il declino dell’economia americana e la sua influenza in Medio Oriente con lo scopo di salvare il regime sionista. La maggioranza del popolo americano così come delle altre nazioni e politici concordano con questa versione.

3) E’ stato commesso da un gruppo terroristico, ma il governo americano lo ha supportato e ha approfittato dalla situazione. Apparentemente, questa versione ha pochi sostenitori.

La prova principale di colpevolezza che viene collegata all’incidente erano alcuni passaporti trovati in mezzo a un’enorme massa di detriti e un video di un individuo il cui domicilio era sconosciuto ma era noto che fosse coinvolto in affari petroliferi con alcuni funzionari americani. È stato anche omesso e detto che, a causa dell’esplosione e del fuoco, nessuna traccia degli attentatori suicidi è stata trovata.

Rimangono, comunque, alcune questioni a cui occorre rispondere:

1) Non sarebbe stato ragionevole che una prima indagine approfondita fosse condotta da gruppi indipendenti per identificare definitivamente gli elementi coinvolti nell’attacco e poi elaborare un piano razionale per prendere dei provvedimenti contro di loro?

2) Prendendo per buona la versione del governo americano, è razionale scatenare una guerra classica con un amplissimo dispiego di truppe che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone per combattere un gruppo terroristico?

3) Non è stato possibile agire nel modo in cui l’Iran ha combattuto il gruppo terroristico Riggi che ha ucciso e ferito 400 persone innocenti in Iran? Nell’operazione iraniana a nessun innocente è stato fatto del male.

Si propone che le Nazioni Unite istituiscano una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi dell’11 settembre affinché in futuro non sia proibito esporre punti di vista sulla questione.

Desidero annunciare qui che l’anno prossimo la Repubblica Islamica dell’Iran ospiterà una conferenza di studio sul terrorismo e sui mezzi per affrontarlo. Invito funzionari, studenti, intellettuali, ricercatori e istituti di ricerca di tutti i paesi a partecipare a questa conferenza.

Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli

Il testo completo del discorso di Ahmadinejad all’Onu: IRNA.

La traduzione per luogocomune.net a cura di Massimo Mazzucco: (QUI)

La traduzione e trasmissione curata da Russia Today:

Pino Cabras
Fonte: http://www.megachipdue.info/
Link: http://www.megachipdue.info/finestre/zero-11-settembre/4631-ahmadinejd-e-l119.html
25.09.2010

Quel Drago di deputato – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Travaglio ironizzava che la L di pdL starebbe per ladri. Ebbene questo Drago è ladro condannato in via definitiva e adesso il pdL lo vuole arruolare… quando si dice le coincidenze…

Fonte: Quel Drago di deputato – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Nel 2008, alla vigilia delle ultime elezioni, Berlusconi dichiarò solennemente: “Non candideremo supposti autori di reati”. Infatti i supposti non li candidò: solo quelli certi. Anche Casini, nella campagna elettorale del 2006, aveva giurato a “L’espresso”: “A parte Cuffaro, in Sicilia non ricandideremo nessun inquisito”. Infatti, fra gli altri, candidò Giuseppe Drago, ragusano, all’epoca condannato in appello per peculato. Nel maggio 2009 Drago è stato condannato pure in Cassazione: tre anni di reclusione (coperti dall’indulto) e interdizione perpetua dai pubblici uffici (poi ridotta anch’essa a tre anni). In un Paese serio, sarebbe stato subito accompagnato all’uscio di Montecitorio: “Arrivederci alle prossime elezioni”. Invece la giurisprudenza domestica vigente tra i politici italiani prevede che, anche sulle sentenze definitive, si pronunci il Parlamento. La giunta per le elezioni della Camera ha cincischiato 14 mesi, poi finalmente il 29 luglio ha deciso ciò che aveva già stabilito la Cassazione: Drago è ineleggibile, dunque deve sloggiare sino a fine legislatura. Se n’è andato? Nemmeno per sogno: deve ancora pronunciarsi l’aula. Nell’attesa, il deputato abusivo è entrato di diritto nel “gruppo di responsabilità nazionale” corteggiato dal premier per colmare il vuoto aperto dai finiani e votargli lo scudo spaziale. Drago non si è fatto pregare e, insieme ai corregionali Cuffaro, Mannino e Romano, ha preso a contestare la scelta dell’Udc di non vendersi al governo. Nella sua posizione, restare all’opposizione potrebbe rivelarsi rischioso. Meglio trasvolare nella maggioranza: chissà che, fra un’impunità e l’altra, non ci scappi qualcosa anche per lui. Ma che ha fatto Drago per buscarsi tre anni per peculato? Semplice. Nel 1998, allo scadere del suo breve mandato di presidente della Regione Sicilia, svuotò la cassa dei fondi riservati e si portò via i 268 milioni di lire ivi contenuti. Così, quando arrivò il nuovo governatore, il Ds Angelo Capodicasa, trovò le casse vuote. Se ne accorse quando dispose l’acquisto di lenzuola nuove per l’appartamento presidenziale, ma si sentì rispondere che non c’era più una lira. E dovette metter mano al portafogli.

“Quei soldi li ho spesi in beneficenza”, balbettò Drago. E portò alcune pezze giustificative. Ma i giudici scoprirono che erano state fabbricate a posteriori. Così lo condannarono. Come pure la Corte dei Conti, che gli impose di restituire il maltolto “usato arbitrariamente per spese personali”. Casini lo premiò con la vicepresidenza del gruppo Udc. E Berlusconi con una poltrona di sottosegretario. Ora che è ufficialmente un pregiudicato, il premier lo vuole tutto per sé. Forse non sa che Drago, come gli yogurt, ha la data di scadenza: appena la Camera vota la sua ineleggibilità, diventa inservibile e bisogna comprarne un altro. A meno che la maggioranza non voglia ribaltare il voto della giunta e lasciarlo in Parlamento. In fondo, non c’è nulla di più provvisorio delle sentenze definitive.