Archivi del giorno: 8 ottobre 2010

LiberaMenteServo – ECUADOR, UN GOLPE PER COPRIRE UN DEBITO

Fonte: LiberaMenteServo – ECUADOR, UN GOLPE PER COPRIRE UN DEBITO.

Sicuramente in pochissimi sono a conoscenza che il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, nel dicembre 2008 ha ribadito l’intenzione di non ripagare i 30,6 milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Correa giustificò tale presa di posizione in quanto il debito estero del suo Paese sarebbe di natura illegittima e da considerarsi quindi immorale. Sempre Correa in tale occasione asserì anche di non volersi assumere alcuna responsabilità in merito in quanto tale debito sarebbe stato contratto prima del suo avvento alla presidenza.

Poco prima di tale decisione storica, del tutto ignorata dai media internazionali, cadeva il sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, e in tale occasione i movimenti sociali dell’Ecuador, con il Grupo Nacional de Deuda de Ecuador in prima fila, hanno manifestato nel centro di Quito per supportare la decisione del presidente di non pagare il debito illegittimo. Ormai quasi due anni fa anche il ministro delle Finanze, Mària Elsa Viteri, aveva annunciato l’avvio di una campagna internazionale del governo teso a non rimborsare 3,8 miliardi di debito estero (il 30% del totale di 10,6 miliardi di dollari), corrispondenti a crediti con banche internazionali in scadenza rispettivamente nel 2012, nel 2015 e nel 2030.

Secondo Vitieri i crediti contratti nell’arco di un trentennio, fra il 1976 e il 2006, sarebbero incorsi in numerose irregolarità nella contrattazione del debito, tanto che la stessa commissione designata dal governo per fare luce sulla vicenda avrebbe ipotizzato diversi reati, dal peculato fino all’arricchimento illecito.

Secondo tale Commissione governativa di indagine sul debito estero dell’Ecuador, il Paese avrebbe pagato quasi 120 miliardi di dollari ai suoi creditori tra il 1982 e il 2006, coprendo quindi circa l’88% della cifra attraverso il ricorso a nuovi prestiti; insomma un vero e proprio circolo vizioso che ha strangolato Quito.

Questi dati mostrerebbero dunque come l’Ecuador avrebbe già saldato ben più del dovuto ai suoi creditori, e che l’80% del debito corrisponderebbe a solo il 20% destinato ai progetti di sviluppo, una vera e propria violazione alla sovranità e alla dignità dell’Ecuador. La dichiarazione della Commisione sul debito estero del 20 novembre 2008 ebbe l’effetto di un vero fulmine a ciel sereno in quanto dichiarò il debito contratto dal paese andino non solo come illegittimo ma anche come corrotto e illegale. Le implicazioni di una dichiarazione di questo tipo sono state senza precedenti in quanto metterebbero in dubbio per la prima volta a livello istituzionale la legittimità del sistema del debito contestando le imposizioni di pagamento provenienti dai paesi ricchi.

Come se non bastasse la società civile dell’Ecuador ha deciso di presentare una denuncia penale a carico di otto ex-presidenti del Paese, accusati di irregolarità nella contrattazione del debito estero negli ultimi 30 anni; tra di loro anche Lucio Gutierrez, al governo tra il 1981 e il 2006.

L’11 giugno 2009 il governo dell’Ecuador è finalmente riuscito a riacquistare il 91% dei propri titoli di stato ad un prezzo compreso tra il 30 e il 35%, riuscendo così a ottenere finalmente giustizia.

Uno dei principali artefici di questa impresa dell’Ecuador è stato proprio il presidente Rafael Correa, e non può essere casuale che sia proprio Correa colui che nei giorni scorsi ha rischiato di essere rovesciato da un golpe delle forze di polizia. Proprio Correa, tratto in salvo dalle forze armate, ha parlato di infiltrazioni di uomini dell’ex presidente Gutierrez tra i golpisti, e anche questa non sembra essere solo una combinazione casuale, visto il collegamento tra Gutierrez e il debito pubblico cancellato dal suo successore.

Ciò che ha fatto l’Ecuador con il suo debito estero infatti potrebbe fare da precedente anche per altri paesi che vedano il loro sviluppo tarpato da un debito che spesso è di natura illecita o è stato accumulato da dittature criminali che hanno utilizzato il meccanismo dell’indebitamento per mantenere il proprio controllo sul potere. Chiaramente eliminare dalla scena Correa sarebbe potuto essere un segnale non da poco teso a intimorire altri presidenti che in futuro decidessero di imitare il loro collega ecuadoregno.

Link Attivo: nuovasocieta.it/esteri

Termovalorizzatori in Sicilia, l’ultimo affare di Cosa nostra. Una torta da sei miliardi di euro | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Termovalorizzatori in Sicilia, l’ultimo affare di Cosa nostra. Una torta da sei miliardi di euro | Il Fatto Quotidiano.

E’ quanto emerge dall’ultima relazione della commissione parlamentare sulle ecomafie. Il documento tratteggia un’inquietante mappature degli interssi dei clan nel ciclo dei rifiuti

Criminalità organizzata e rifiuti. Tradotto: gli interessi di Cosa nostra nel ciclo della monnezza. E’ questa la novità che si legge nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie presentato oggi a Palermo. Un focus inpressionate sulla situazione siciliana che ilfattoquotidiano.it ha visionato in anteprima. Tutto parte dal cosidetto Piano di ciclo dei rifiuti per la Sicilia. Questo il nome del progetto firmato nel 2002 dall’allora governatore e commissiraio all’emergenza per la spazzatura Salvatore Cuffaro. La soluzione individuata dalla giunta regionale prevedeva la costruzione di quattro termovalorizzatori. Uno a Palermo (Bellolampo), uno ad Augusta, uno a Casteltermini-Castelfranco e a Paternò. Per un giro d’affari complessivo di 6 miliardi di euro. Denaro pubblico, ovviamente, in parte provenienti dai fondi europei. In realtà, per il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Roberto Scarpinato, il progetto si traduce in “una cooperazione tra mafiosi, politici, professionisti e imprenditori anche non siciliani”.

Nelle oltre quattrocento pagine del documento, la commissione, presieduta dall’avvocato Gaetano Pecorella, senatore del Pdl, rivela come la mafia avesse già messo le mani sull’affare miliardario, approfittando del suo ruolo dominante nel sistema dei rifiuti. Un patto denunciato dal successore di Cuffaro, Raffaele Lombardo, durante la seduta dell’assemblea regionale siciliana del 13 aprile 2010. Il governatore aveva da pochi giorni emanato la legge regionale n. 9 2010, che di fatto esclude la costruzione di inceneritori.

La storia oscura dei termovalorizzatori isolani parte da una ordinanza del 5 agosto 2002 . Salvatore Cuffaro, commissario delegato per l’emergenza rifiuti, approva un “avviso pubblico per la stipula di convenzioni per l’utilizzo della frazione residua dei rifiuti urbani, prodotti dalla regione siciliana, al netto della raccolta differenziata”. Il documento viene pubblicato il 9 agosto 2002 sulla Gazzetta ufficiale della regione siciliana. Il 15 novembre dello stesso anno interviene la Commissione delle Comunità europee che trasmette alle autorità italiane una lettera di richiesta di informazioni su quanto fatto dal governo regionale. L’Europa contesta alla regione di avere seguito una strada dai livelli di trasparenza insoddisfacenti, in violazione delle direttive Cee. Eppure, si legge nel documento, “il 17 giugno 2003, Cuffaro stipula quattro convenzioni per la realizzazione degli inceneritori, rispettivamente con la Tifeo energia ambiente scpa, la Palermo energia ambiente scpa, la Sicil power spa e la Platani energia ambiente scpa”. Società mai coinvolte in procedimenti giudiziari.

Eppure, per la commissione parlamentare “alcune aziende infiltrate sarebbero dentro” l’affare inceneritori. In particolare si fa riferimento alla Altecoen, società riconducibile a Cosa nostra e presente nell’elenco soci di una delle aziende aggiudicatarie degli appalti. In alcune gare d’appalto sui rifiuti, la Altecoen, in passato, era stata sponsorizzata dal boss catanese, Nitto Santapaola. Il suo amministratore delegato, fino all’anno 2004 è stato Francesco Gulino, già presidente dell’Assindustria di Enna, arrestato nel 2005 su richiesta della procura distrettuale antimafia presso il tribunale di Messina per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nella relazione viene ripreso un report della Corte dei conti del 2007. Qui vengono messe in luce le presunte responsabilità di Salvatore Cuffaro. In merito alla questione dei termovalorizzatori si legge: “La presunta imperiosa urgenza nella conclusione delle convenzioni ha comportato la stipula delle stesse a prescindere dall’acquisizione dell’informativa antimafia: tale comportamento è da ritenersi particolarmente imprudente nella considerazione dei noti interessi della criminalità organizzata nel campo dei rifiuti e del contesto ambientale siciliano”. Secondo la Corte dei conti, Cuffaro non “poteva di certo ignorare” la presenza della Altecoen.

Al di là dei termovalorizzatori, quello che resta nelle carte redatte dalla commissione è un’impressionante mappatura degli interessi mafiosi nella grande torta dei rifiuti in Sicilia. Nel palermitano, ad esempio, c’è la Coinres (Consorzio intercomunale rifiuti, energia, servizi), che tra i propri dipendenti aveva personaggi di spicco delle famiglie di Misilmeri, legata al boss Benedetto Spera. A Messina, invece, la holding del crimine è composta da famiglie palermitane, catanesi e da esponenti della ‘ndrangheta calabrese. Qui, secondo la commissione, il controllo del business dei rifiuti avveniva attraverso la Messinambiente spa, la ‘Lex‘, di Nitto Santapaola e la Termomeccanica, sponsorizzata da Angelo Siino, l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra.

L’intero ciclo dei rifiuti, compreso la possibile speculazione attorno ai termovalorizzatori, fa, poi, registrare un salto di qualità da parte dei padrini. La commissione lo identifica come il “terzo livello”. I clan avrebbero infatti accostato “alla classica attività di estorsione (il primo livello); al rapporto con amministratori pubblici (secondo livello), una pratica più invasiva e penetrante”. Quella della gestione diretta delle principali attività del settore, gli inceneritori.

Uno scenario per il momento scongiurato dall’iniziativa del governatore Lombardo e dell’assessore regionale dell’energia, Pietro Carmelo Russo. La legge regionale n.9 dell’8 aprile 2008, da loro redatta, segna una discontinuità rispetto alla precedente legislatura. Un atto di indirizzo programmatico definito dalla commissione parlamentare “ambizioso”, ma che “definisce gli obiettivi sul recupero della materia che sono il vero obiettivo della raccolta differenziata”, e che esclude la costruzione dei termovalorizzatori.

Alfano attacca il pm antimafia

Fonte: Alfano attacca il pm antimafia.

l ministero chiede accertamenti per le dichiarazioni del sostituto procuratore Nino Di Matteo, che aveva criticato la presenza delle toghe a via Arenula. Guarda caso, è il magistrato che sta occupandosi di Spatuzza e di Schifani. L’Anm di Palermo: ‘Un inaccettabile tentativo di censurare la libera espressione’

Il pubblico ministero antimafia Nino Di Matteo, una delle toghe di Palermo più esposte nelle indagini contro Cosa nostra, finisce nel mirino per alcune opinioni espresse come presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo. Negli uffici del ministero della Giustizia, Angelino Alfano, non sarebbero state gradite alcune dichiarazioni rese lo scorso giugno da Di Matteo a tutela dei colleghi magistrati dopo le ennesime parole di fuoco del premier Silvio Berlusconi contro le toghe. E così, giorni fa, Di Matteo ha ricevuto notizia di “accertamenti” avviati su di lui e che potrebbero portare ad un procedimento disciplinare.

“Mi chiedo con quale faccia continuino a collaborare con questo Governo i colleghi distaccati al ministero della Giustizia” si era chiesto Di Matteo il 13 giugno dopo le dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati.

Ieri sera, la giunta di Palermo dell’Anm ha affrontato il caso Di Matteo e ha emesso un documento: “La Giunta denuncia la singolarità e la gravità di un’iniziativa sollecitata dal ministero della Giustizia al Procuratore Generale della Corte di Cassazione – organi deputati all’esercizio dell’azione disciplinare – per vicende unicamente attinenti ad opinioni espresse nella qualità di Presidente della Giunta distrettuale dell’Anm e dunque al di fuori dall’esercizio delle funzioni giurisdizionali. Gli accertamenti disposti dai massimi vertici della giurisdizione e dell’amministrazione giudiziaria appaiono come un inaccettabile tentativo di censurare la libera espressione del pensiero dell’Associazione Nazionale Magistrati attraverso i suoi rappresentanti”.

Fonti del ministero della Giustizia ricostruiscono così la vicenda: il 14 giugno il capo Dipartimento Luigi Birritteri, magistrato, avrebbe segnalato all’allora vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, le dichiarazioni di Di Matteo chiedendo l’apertura di una pratica a tutela delle toghe che lavorano al ministero. La richiesta era stata archiviata e la procura generale della Cassazione aveva chiesto a Birrittella chiarimenti, trasmettendo a quel punto la richiesta di accertamenti alla procura generale di Palermo.

Di Matteo, sostituto procuratore della Dda di Palermo, si occupa di molte, delicate inchieste: dalla trattativa tra pezzi dello Stato e mafiosi per fermare le stragi (e che potrebbero aver provocato l’uccisione di Paolo Borsellino nel ’92) alle dichiarazioni dell’ex boss Gaspare Spatuzza e del collaboratore Francesco Campanella che parlano del presidente del Senato, Renato Schifani, del suo passato di avvocato civilista e degli uomini dei boss Graviano.

Ecco cosa aveva testualmente detto il pm antimafia dopo l’ultima esternazione di Berlusconi contro le toghe: “Continua la sistematica e violenta offensiva di denigrazione e isolamento di quei magistrati che credono ancora nel principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Noi resisteremo perché crediamo nella Costituzione sulla quale abbiamo giurato”. Poi la domanda ai colleghi magistrati: con quale faccia si collabora con questo governo?

Alle parole di Di Matteo era seguita la replica di Roberto Piscitello e Angelo Piraino: il primo è stato a Palermo pubblico ministero della Dda di Trapani e dal settembre del 2008 è vicecapo di gabinetto vicario del ministro Alfano; il secondo, esperto in diritto civile, dal tribunale di Palermo si è spostato a via Arenula dove è vice capo dell’ufficio legislativo.

“La nostra faccia” avevano risposto Piscitello e Piraino, “è quella di magistrati che pensano a come rendere più efficiente l’amministrazione della giustizia o a come poter contribuire per rendere più efficace il contrasto alla mafia, per esempio in tema di misure di prevenzione o di confisca. È quella che suggerisce i 41 bis da applicare ai pericolosi boss mafiosi dei quali ci si chiede, o quella che propone al Ministro di ripristinarli, nonostante taluni annullamenti dei Tribunali di Sorveglianza. Quella che nelle riunioni di staff ci fa anche dire no, quando un no può servire a fare rimeditare una intenzione, a rivedere un proposito o a meglio riflettere su una iniziativa legislativa”.

«Non ho avviato alcuna inchiesta nei confronti dei magistrati di Palermo, che si sono pronunciati negativamente su alcuni loro colleghi per il fatto che essi lavorano al ministero della Giustizia» dichiara intanto il ministro della Giustizia. «Non ho mai avviato alcuna iniziativa quando sono stato attaccato sul piano personale e politico da vari magistrati; e non ho alcuna intenzione di farlo nei confronti dei magistrati di Palermo così intensamente impegnati nel contrasto alla mafia e che hanno solo espresso la loro opinione sulla “vexata questio” dei magistrati fuori ruolo».

Umberto Lucentini (L’ESPRESSO, 8 ottobre 2010)

Blog di Beppe Grillo – Allenati per la vita

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Allenati per la vita.

Non si può dire che il governo dello psiconano non sia coerente. Investe in armamenti (15 miliardi di euro per 131 cacciabombardieri F35) e fornisce una educazione paramilitare alle nuove generazioni con l’iniziativa scolastica “Allenati per la vita” grazie a un protocollo firmato da Gelmini e La Russa. Prova finale: “Una gara pratica tra pattuglie di studenti”. E’ il futuro, dopo l’università un impiego per tutti in Afghanistan e in Iraq.
“Oggi a Milano in centro sono arrivati i ragazzi delle scuole superiori a manifestare contro la ministra della diseducazione berlusconiana. Protestavano perché ha trovato soldi per portare militari in pensione e non a dare corsi di non so cosa negli istituti superiori, forse di come fare una trincea o a buttare una bomba lacrimogena. Vergogna della ultra destra neoliberista al potere che licenzia i professori ma porta questo cavolo di militari nelle scuole. Mai visto, neppure nella peggiore dittatura sudamericana ho trovato militari a dare insegnamenti. Dinosauri! con giacca e cravatta della casa della libertà”. Eduardo Dumas ( edu latino), milan