Archivi del giorno: 14 novembre 2010

ComeDonChisciotte – PER I RUMENI IL COMUNISMO REALE ERA MEGLIO DEL CAPITALISMO REALE

Fonte: ComeDonChisciotte – PER I RUMENI IL COMUNISMO REALE ERA MEGLIO DEL CAPITALISMO REALE.

DI JAMES CROSS
sinpermiso.info

Grande sorpresa: oggi i rumeni dicono che il comunismo reale era meglio del capitalismo reale

Secondo un sondaggio d’opinione effettuato di recente in Romania, la maggioranza della popolazione sostiene che la sua vita fosse migliore con al potere il Partito Comunista che attualmente, sotto il regime capitalista. La maggior parte degli intervistati ha dato una visione positiva del comunismo, e più del 60% l’ha considerata in linea di principio una “buona idea”. I sondaggisti hanno osservato un aumento significativo delle affinità con l’ideologia comunista rispetto ad un sondaggio simile di quattro anni fa.

L’inchiesta, realizzata tra i mesi di agosto e settembre di quest’anno dall’Istituto Rumeno di Sondaggi di Opinione CSOP, ha mostrato che oltre il 49% ritiene che la vita fosse migliore sotto il governo del deceduto leader comunista Nicolae Ceausescu, mentre soltanto il 23% pensa che la vita sia meglio oggi. Il resto dava una risposta neutrale o non sa/non risponde.

Nella foto: Nicolae Ceauşescu (26 gennaio 1918 – 25 dicembre 1989)

Le ragioni addotte per la valutazione positiva del periodo comunista sono principalmente economiche; un 62% ha citato la disponibilità di posti di lavoro, il 26% le condizioni di vita dignitose e il 19% l’alloggio garantito a tutti. Il sondaggio è stato sponsorizzato dall’organizzazione IICMER (Istituto per l’Inchiesta dei Crimini del Comunismo e della Memoria dell’Esilio Rumeno), ente finanziato con fondi pubblici con lo scopo di contribuire al lavoro di “educare” la popolazione sui mali del comunismo. Tra le delusioni più amare che i risultati dell’inchiesta hanno dato a questa organizzazione si contano le risposte alla domanda sul fatto che gli intervistati oppure le loro famiglie avessero sofferto sotto il sistema comunista.

Soltanto il 7% degli intervistati ha dichiarato di aver sofferto sotto il comunismo, con un ulteriore 6% che, non avendo subito danni personali, sosteneva che qualche membro dalla sua famiglia sì che l’aveva sperimentato. Anche in questi casi, le ragioni addotte sono soprattutto economiche: la maggior parte si riferiva alla scarsità che si verificò negli anni ‘80, quando la Romania mise in moto un programma di austerità con lo scopo di rimborsare il debito estero. Una piccola parte della minoranza che aveva sofferto durante il periodo comunista credeva di essere stata danneggiata quando vide le sue proprietà nazionalizzate, e un gruppo di intervistati (il 6% di quelli che ricordavano cattive esperienze sotto il comunismo) ha detto che mentre i comunisti erano al potere, in qualche occasione loro o qualche membro della loro famiglia erano stati arrestati.

Modificando discretamente il risultato del sondaggio, l’IICMER ha rilevato che molti intervistati (il 41% e il 42% rispettivamente) sono d’accordo con l’affermazione che il regime comunista era criminale oppure illegittimo. Una minoranza invece (37% e 31%) si è dichiarata chiaramente in disaccordo con queste affermazioni, e il resto si è dimostrato neutrale oppure non si è espresso.

D’altra parte, anche se la maggioranza dei partecipanti valutava positivamente il comunismo –soltanto il 27% ha dichiarato di essere in disaccordo in linea di principio con esso-, la maggior parte di quelli che hanno dato un parere definito pensano anche che le idee comuniste non sono mai state realizzate nel migliore dei modi prima del cambio di regime nel 1989. Solo il 14% ha dato la risposta univoca che il comunismo era una buona idea, e che si era realizzato nel migliore dei modi in Romania.

Dunque, gran parte importante dei rumeni indecisi sulla legalità e la legittimità del regime comunista da parte del governo e la maggior parte di quelli che pensano che il comunismo sia stato implementato in forma non corretta si sono dichiarati, tuttavia, convinti che il sistema messo in opera da parte del Partito Comunista Rumeno, con tutti i suoi difetti, offrisse alla gente una vita migliore di quella che offre il capitalismo al giorno d’oggi.

Prodezze comuniste

Prima dell’ascesa al potere dei comunisti in Romania, la maggior parte della gente era analfabeta e non aveva diritto all’assistenza sanitaria. Solo una minoranza della popolazione rurale, che era quella predominante, poteva accedere alle cure sanitarie o alla corrente elettrica. Il tasso di mortalità infantile era tra i più alti in Europa e la speranza di vita era sotto i 40 anni a causa della fame e parecchie malattie. La destra rumena aveva fatto coalizione con Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale, e nell’ottica di questa alleanza capitalista la maggior parte degli ebrei del paese furono deportati ai campi di sterminio nazisti.

Portati al potere dopo la vittoria sovietica contro la Germania nazista nel 1945, i comunisti rumeni, fino al momento un gruppo illegale di lotta clandestina contro il governo rumeno pro-fascista e i nazisti, erano poche migliaia. Anche così riuscirono a mobilitare l’entusiasmo della gente per ricostruire il paese devastato dalla guerra. Eliminarono praticamente l’analfabetismo, migliorarono e ampliarono i servizi sanitari e -come rilevato dagli intervistati dal CSOP- i posti di lavoro, l’alloggio e un livello di vita decente diventarono accessibili a tutti.

Durante gli anni ‘70, il governo comunista guidato da Nicolae Ceausescu, incoraggiato da questi successi, si indebitò con l’acquisto in Occidente di costose attrezzature industriali, allo scopo di aumentare il tasso di crescita economica del paese e con la speranza che i paesi occidentali avrebbero aumentato le loro importazioni di merci rumene. Questa strategia non riuscì, e il programma di austerità allora introdotto per pagare il debito nazionale portò ad un risentimento crescente.

Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena furono giustiziati il giorno di Natale di 1989. La loro condanna a morte fu emessa dopo un processo sommario ordinato dai nuovi leader riformisti del paese, che li dichiararono colpevoli di crimini contro il popolo rumeno.

Nonostante questa condanna e anche se l’opinione generale rilevata dai risultati dell’indagine del CSOP è che il sistema comunista così come applicato in Romania è fallito, soltanto una piccola minoranza degli intervistati nel sondaggio (15%) afferma che l’ex leader comunista Nicolae Ceausescu fosse un cattivo leader. La maggior parte è neutrale o indecisa, e il 25% afferma che la leadership di Ceausescu è stata positiva per il paese.

L’IICMER rileva nella sua valutazione dei risultati del sondaggio che i rumeni non sono gli unici nella loro valutazione positiva del comunismo del secolo scorso. Secondo un altro sondaggio realizzato in diversi paesi del Centro e dell’Est Europa nel 2009 dallo statunitense Pew Research Center, la percentuale di popolazione in paesi ex-socialisti che considera la vita sotto il capitalismo peggiore di quella che è stata durante il comunismo è quella che segue:

Polonia: 35%

Repubblica Ceca: 39%

Slovacchia: 42%

Lituania: 42%

Russia: 45%

Bulgaria: 62%

Ucraina: 62%

Ungheria: 72%

È particolarmente significativo nei risultati del sondaggio CSOP/IICMER del 2010 in Romania che più la gente acquisisce esperienza della vita in una “economia di mercato”, più diventa negativa rispetto al capitalismo e positiva rispetto al comunismo. Nel precedente sondaggio, realizzato nel 2006, il 53% esprimeva un’opinione favorevole verso il comunismo; in quello del 2010 la percentuale è salita fino al 61%.

Le conclusioni dell’indagine del CSOP non risultano affatto sorprendenti, se si ricorda quel che è successo quando si è reintrodotto il capitalismo: una carestia crescente e un aumento del tasso di disoccupazione e dell’insicurezza. Il sistema sanitario rumeno è attualmente in crisi e i lavoratori del settore pubblico hanno visto il loro stipendio ridursi del 25%. [1]

James Cross
Fonte: http://www.sinpermiso.info Link: http://www.sinpermiso.info/textos/index.php?id=3682
31.10.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA DIAZ

[1] Informazione tecnica sul presente sondaggio di opinione: sono state intervistate 1.133 persone sopra i 15 anni tra il 27 agosto e il 2 settembre 2010. Le interviste sono state fatte sulla base di un questionario standardizzato, svolto con il porta a porta. Margine di errore: 2,9%.

Antimafia Duemila – Come ti distruggo l’Italia – 10. La terra sta morendo di veleni a Terzigno

Fonte: Antimafia Duemila – Come ti distruggo l’Italia – 10. La terra sta morendo di veleni a Terzigno.

Tra discariche sature e falde acquifere inquinate
di Marina Bisogno – 13 novembre 2010
Sono passati ormai venti giorni dal “Discarica day” e la disposizione di legge che prevede la realizzazione di Cava Vitiello è ancora intatta. Dopo una breve interruzione degli sversamenti in attesa delle ultime analisi effettuate sulle falde acquifere a ridosso di Cava Sari, i camion sono ritornati a sversare.
La popolazione e i comitati si sono scontrati subito con due ordini di problemi: da un lato il segreto sulle analisi, dall’altro la mancata certezza che i camion autorizzati nuovamente a sversare, provenissero esclusivamente dai comuni vesuviani. Qualcuno sostiene infatti che la stessa spazzatura di Napoli continui a raggiungere la discarica attraverso una deviazione via Torre del Greco, raggiungendo poi Terzigno sotto mentite spoglie. Voci certo, ma senz’altro da verificare. Nei giorni scorsi i Comitati anti discarica hanno alzato la voce, chiedendo la pubblicazione dei risultati delle analisi effettuate a fine Ottobre dall’Arpac e dall’ Asia. Il dieci Novembre il sindaco di Boscoreale, Dott. Langella ha confermato la presenza di metalli nocivi nelle falde acquifere della Cava Sari, garantendo che la documentazione sarà rimessa alla magistratura. Scrivono i periti: «I dati relativi all’accertamento effettuato il 29 ottobre scorso, nonché quelli pregressi svolti dall’Asìa (l’azienda del comune di Napoli che gestisce la discarica Sari), evidenziano una contaminazione della falda acquifera profonda».  La relazione tecnica è chiara, sul punto. «Anomala è la presenza di zinco, nichel, alluminio e boro che si rinvengono nei pozzi a valle della discarica, in concentrazioni superiori a quelli indicati». E ancora: «Si rileva una concentrazione elevatissima di zinco nel pozzo 3 mentre nel pozzo a monte della discarica i livelli sono al di sotto delle soglie minime». I dati hanno fatto il giro della stampa nazionale ed europea, e come se non bastasse sono in via di saturazione anche le altre discariche campane. Intanto la popolazione si sta mobilitando come può. Associazioni, dibattiti, passa parola soprattutto con il fine di informare e di guardare in faccia la verità: la situazione è a dir poco catastrofica, e nessuno ha voglia di calcare la mano, o peggio sminuire i fatti, per chissà quale subdola manovra elettorale. Se una terra sta morendo di veleni, una coscienza civile si risveglia: è l’ennesimo paradosso napoletano, ma questa volta il prezzo da pagare appare davvero troppo alto.

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Trattavano, ma a loro insaputa – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Trattavano, ma a loro insaputa – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2010

L’ultimo in ordine di tempo è stato Giovanni Conso, ministro della Giustizia nei governi Amato e Ciampi dal febbraio ’93 al marzo ’94. Sentito in Antimafia, Conso ricorda all’improvviso ciò che non aveva mai rivelato in 17 anni: “Nel novembre ’93 decisi di non rinnovare il 41-bis a 140 mafiosi ed evitai così nuove stragi. Ma non c’è mai stato alcun barlume di trattativa. Decisi in piena solitudine senza informare nessuno: né i funzionari del ministero, né il Consiglio dei ministri, né il premier Ciampi, né il capo del Ros Mario Mori, né il Dap. Non fu per offrire una tregua, una trattativa, una pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del ’93 a Firenze, Milano e Roma, Cosa Nostra taceva. Riina era stato arrestato, il suo successore Provenzano era contrario alle stragi, dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista”. Giustamente Luigi Li Gotti, avvocato di molti pentiti e deputato Idv, commenta: “Indirettamente Conso conferma la trattativa Stato-mafia”, ma rivela pure che “c’era stata una ‘comunicazione’ di Provenzano sull’abbandono della strategia stragista” e che “il governo sapeva che dietro le stragi c’era Cosa Nostra e il 41-bis”.

Checché Conso tenti di minimizzarle, sono notizie clamorose (infatti il Pompiere della Sera non vi dedica nemmeno mezza riga): lo Stato e l’Antistato si parlavano. Altrimenti, come faceva Conso a sapere che “Provenzano era contrario alle stragi”, visto che proprio nel novembre ’93 fallì per un guasto tecnico il mega-attentato all’Olimpico che doveva essere ripetuto (stavolta con successo per Cosa Nostra) nel gennaio ’94 e fu poi misteriosamente annullato in extremis? E come faceva Conso a sapere che proprio non rinnovando il 41-bis a 140 mafiosi si sarebbero “evitate nuove stragi”? Chi era dunque il trait d’union fra Stato e mafia? Se, in quei mesi, Vittorio Mangano faceva la spola fra Palermo e Milano2 per incontrare Dell’Utri negli uffici di Publitalia dove stava nascendo Forza Italia, resta da capire chi informasse il governo Ciampi, sostenuto da quel che restava del pentapartito, su richieste e scelte di Cosa Nostra. E comunque basta questo per parlare di trattativa. Altro che “nessun barlume”.

Conso non è credibile quando giura di aver fatto tutto da solo. Perché nel 2003, sentito dal pm fiorentino Chelazzi proprio sulla revoca di quel 41-bis, non disse nulla di quel che dice oggi? La storia del biennio nero 1992-’93 è piena di “servitori dello Stato” che fanno strane cose con la mafia, poi se le scordano per 17 anni e ritrovano la memoria solo quando un mafioso pentito, Gaspare Spatuzza e il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, raccontano la trattativa. Nel giugno ’92, dopo Capaci, i capi del Ros Mori e De Donno incontrano Vito Ciancimino perché faccia da tramite con i boss. Il ministro Martelli, predecessore di Conso, manda la giudice Ferraro a informarne Borsellino. Questi incontra Mori e De Donno, che però dicono di non aver parlato di trattativa. Il 1° luglio, mentre incontra il pentito Mutolo, Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dove s’è appena insediato Mancino e ne esce sconvolto, anche perché gli han fatto incontrare Contrada che Mutolo si accinge ad accusare. Diciotto giorni dopo salta in aria in via D’Amelio e dalla scena del delitto scompare la sua agenda rossa. A fine anno Mori tenta di convincere Violante, presidente dell’Antimafia, a incontrare Ciancimino, invano. Anche Violante, come Martelli, Ferraro e Conso, impiega tre lustri per ricordare l’episodio.

Ma tutti negano la trattativa e giurano di aver agito a titolo personale. E il papello che invocava la fine del 41-bis? Un falso. E la mancata perquisizione del covo di Riina nel ’93? Un disguido. E il mancato arresto di Provenzano nel ’95? Un equivoco. E il mancato ritrovamento del papello a casa Ciancimino nel 2005? Ops… Tutti trattavano con la mafia, ma a loro insaputa.

Mafia e Stato: Un’intesa a colpi di 41 bis

Fonte: Mafia e Stato: Un’intesa a colpi di 41 bis.

Roma. Le parole dell’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, hanno fatto saltare sulle sedie alcuni dei componenti della Commissione parlamentare antimafia. E’ stato lui stesso a dichiarare un paio di giorni fa che il 4 novembre 1993 aveva deciso di non rinnovare il 41 bis per 140 mafiosi detenuti per fermare le stragi di Cosa Nostra dopo gli attentati di Roma, Firenze e Milano.
Di fronte alle forti perplessità di alcuni parlamentari l’ex Guardasigilli in carica dal febbraio del ’93 all’aprile del’94 nei governi Amato e Ciampi non si è scomposto. “Non ci fu nessuna trattativa – ha sottolineato Conso – né quella decisione fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto. Non ebbi alcuna pressione o invito da alcuno, si tratta di una scelta che feci in solitudine pensando che una soluzione diversa avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi. Quella proroga, del resto, non era necessaria”. Nell’aula dell’ex palazzo dell’Inquisizione è chiarissimo a molti dei presenti che quelle dichiarazioni sono un’ammissione indiretta della “trattativa”. Alla domanda del deputato di Fli, Angela Napoli, se della decisione di non rinnovare il 41 bis avesse parlato con qualcuno, l’ex ministro ha ribadito di non averne parlato con nessuno, senza però escludere di aver informato l’ex direttore degli Affari penali del ministero Liliana Ferraro, definita “una collaboratrice importante”.

Il primo atto di quella che, se non fosse per tutti i morti che ha causato, potrebbe essere definita una “commedia”, si è quindi consumato davanti ad un Paese sempre più narcotizzato. Ma è nella seconda parte di questo dramma neorealista che si rafforza la tesi di una vera e propria “intesa” tra Stato e mafia. Nell’edizione odierna di Repubblica i giornalisti Salvo Palazzolo ed Attilio Bolzoni pubblicano ampi stralci di un documento di 75 pagine del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria firmato dall’allora direttore Nicolò Amato dal titolo “Organizzazione e rapporti di lavoro”. Si tratta dell’appunto numero 115077 del 6 marzo 1993, indirizzato al capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giovanni Conso. A pagina 59 Nicolò Amato affronta la questione più spinosa: “Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio ´92, sulla base dell´articolo 41 bis”. In quell’appunto c’è un’indicazione ben precisa al Guardasigilli: “Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all’uso di questi decreti”. Due sono le vie consigliate: “Lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione”. Il direttore del Dap spiega il motivo: “L’emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo”. Le parole di Amato lasciano intendere chiaramente che non si tratta di un’iniziativa unicamente del Dap. “In sede di Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – si legge nel documento – nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del ministero dell’Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano”.
In quel periodo Vincenzo Parisi era al vertice della polizia, mentre il Viminale era retto da Nicola Mancino. Il primo è morto nel ’94, il secondo si ostina a negare l’impossibile: dall’incontro con Paolo Borsellino il 1° luglio 1992 fino alla sua diretta conoscenza della “trattativa”. Ma giorno dopo giorno la sua ostentata tranquillità perde sempre di più credibilità. Perché questi due uomini delle istituzioni avevano delle “riserve” sulle proroghe del 41 bis? A quali interlocutori dovevano rendere conto delle decisioni da prendere? E sull’altare di quale “accordo”?

Con le recenti dichiarazioni di Giovanni Conso la lista di coloro che a distanza di anni riacquistano la memoria si è allungata ulteriormente. Ma appare subito chiaro che alcuni nomi chiamati in causa non sono affatto nuovi. Tutt’altro. Se Conso afferma di non poter escludere di aver informato di quelle sue direttive Liliana Ferraro, definita “una collaboratrice importante”, non si tratta di un dettaglio trascurabile. La stessa Ferraro nell’udienza del 28 settembre scorso al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu (per la mancata cattura di Provenzano nel ’95) ha ammesso di essere stata sentita nel 2002 da Gabriele Chelazzi sul tema del 41 bis. Nel verbale riassuntivo del 10 maggio 2002 il magistrato fiorentino illustra all’ex direttore degli Affari Penali che secondo “alcune concrete e recenti indicazioni” i vertici di Cosa Nostra nel periodo che orientativamente coincide con l’inizio delle stragi del ’93 (maggio 1993) “nutrivano ottimisticamente l’aspettativa che il 41 bis gradualmente, perdesse di attualità fino a diventare uno strumento inutile nelle mani dello Stato, con la conseguente soppressione”. “Per quanto riguardava le dinamiche decisionali all’interno del Ministero in tema di 41 bis – si legge nel documento – dal momento che il Ministro aveva riservato a sé l’adozione dei provvedimenti, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interloquiva direttamente con il Ministro stesso”. Chelazzi si sofferma sul contenuto di una nota a firma del Vicedirettore dell’Ufficio detenuti reparto M.S. del 29 luglio del 1993 e sottopone alla dott.ssa Ferraro quelli che a suo parere sono i punti che “almeno programmaticamente richiedono ulteriore approfondimento”. Quell’annotazione a suo tempo non era stata indirizzata a tutte le strutture di vertice delle Forze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza erano stati esclusi. Nel verbale viene evidenziato il fatto che la nota “attesti non controvertibilmente che il Dap cercava un’interlocuzione esterna in vista delle proroghe dei decreti che scadevano alla fine del mese successivo, diversamente dalle scadenze, di pochi giorni prima peraltro, del 20-21 luglio”. Nel documento viene ugualmente sottolineato come il Dipartimento “si ripromettesse di proporre le proroghe non per tutti i detenuti gravati dal 41 bis ma chiedesse di conoscere le valutazioni di ordine generale (anche con chiaro, seppur implicito, a parere del pm, riferimento ai fatti di strage di poche ore prima) e anche di origine oggettivo, a valle tuttavia della individuazione di alcuni soggetti che sarebbero rimasti esclusi dalla proposta di proroga”.
La visione d’insieme appare subito inquietante. Su quali tavoli in quel periodo si stava giocando la partita del 41 bis? E a quale prezzo? Chelazzi vuole vederci chiaro e sottopone alla Ferraro un’altra nota questa volta del 29 luglio 1993. Il pm fiorentino formula una serie di osservazioni a partire dalla circostanza che “essa attesta l’esistenza di un ’41 bis a due velocità’”. Liliana Ferraro replica affermando di non ricordare “che ci fosse un 41 bis attenuato parallelo al 41 bis di rigore”, sottolineando che l’ex Vice direttore Generale del Dap, Francesco Di Maggio, “nutriva convinzioni personali molto nette e molto determinate sul problema del 41bis, all’insegna della necessità di far funzionare l’istituto in modo serio e senza smagliature”.

Cinque mesi dopo è Claudio Martelli a sedersi di fronte al magistrato di Firenze impegnato su un filone di indagini sui mandanti esterni delle stragi del ’93. Gabriele Chelazzi rappresenta a Martelli che le attività investigative “volte a chiarire tutte le articolazioni della strategia” (stragista, ndr) e finalizzate ad individuare le eventuali ulteriori responsabilità penali “hanno consentito di mettere a fuoco una sorta di interdipendenza tra la strategia di Cosa Nostra  e le deliberazioni che nel corso del tempo hanno alimentato la strategia medesima (da una parte) e l’orientamento che ha alimentato la gestione e l’applicazione del 2°comma dell’art.  41 bis da parte delle istituzioni dello Stato e in particolare da parte del Ministro di Grazia e Giustizia”. Martelli non batte ciglio e ricostruisce la genesi dell’emanazione dei primi provvedimenti dell’applicazione del carcere duro successivi alla strage di via d’Amelio, passando attraverso gli scenari socio-politici di quel periodo storico. Nel verbale vengono affrontati in successione una serie di argomenti sui quali l’ex ministro fornisce la sua chiave di lettura. Uno dei punti fondamentali riguarda la cultura “garantista” dell’allora direttore del Dap, Nicolò Amato (che successivamente sarebbe diventato il difensore di boss mafiosi del calibro di Giuseppe Madonia e addirittura dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, ndr), nei confronti del carcere duro ed anche in merito “alla necessità di impedire un eccesso di tensioni negli istituti carcerari”. Martelli esclude che Amato gli abbia mai esposto il progetto di “smobilitare” il carcere duro, nega che l’allora Capo della Polizia o il Ministro dell’Interno gli abbiano potuto manifestare “critiche o riserve sulla misura del carcere duro”. Durante l’interrogatorio Gabriele Chelazzi fa presente a Martelli come dalle indagini sia emerso “che il ‘vertice delle stragi’ officiò un’interfaccia, nella persona di un esponente politico con mandato parlamentare, al fine di monitorare, salvo se anche condizionare, la ‘gestione amministrativa’ del 41 bis”. Nel documento si legge che “Il Pm omette il nome della persona in questione”. Dal canto suo l’ex ministro esclude infine “che la situazione possa coniugarsi a qualcosa di cui sia a conoscenza”. Ma a distanza di 8 anni da quegli interrogatori “l’intesa” tra Stato e mafia sul regime del 41 bis torna prepotentemente alla ribalta con il documento del Dap del 6 marzo 1993. L’accelerazione degli eventi che porterà al raggiungimento di pezzi di verità sulla storia del nostro Paese è ormai inarrestabile.


Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo (
Antimafiaduemila, 13 novembre 2010)

Antimafia Duemila – Il Lombardo quarter: gli uomini giusti per un presidente sbagliato.

Fonte: Antimafia Duemila – Il Lombardo quarter: gli uomini giusti per un presidente sbagliato..

Così non può funzionare.
di Giorgio Bongiovanni – 12 novembre 2010
Pur ritenendo provati i “rapporti diretti” tra diversi mafiosi e il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo i magistrati della Procura della Repubblica di Catania non hanno ritenuto di dover procedere con l’azione penale. Appare in verità una scelta un tantino contraddittoria ma, a quanto pare, dietro il suggestivo linguaggio dei pm che ha abbondantemente rifocillato…

…la cronaca e giustamente scandalizzato, per il severo metro di giudizio della magistratura, non vi sono gli elementi sufficienti né per chiedere l’arresto né il rinvio a giudizio del governatore.
E ci ritroviamo al solito problema. Quanto la cosiddetta questione morale può essere vincolata all’azione penale?
Seppur senza conseguenze infatti il contenuto delle quasi 500 pagine della richiesta di custodia cautelare in cui il nome di Lombardo e quello di suo fratello Angelo compaiono nella lista degli indagati imporrebbe comunque al Presidente quanto meno di fornire delle spiegazioni e a chi sostiene il suo governo di prendere le dovute distanze di cautela.
E’ vero che Lombardo ha chiesto di essere sentito dai giudici di Catania, ma anche i siciliani suoi elettori e gli italiani tutti hanno diritto di avere risposte chiare soprattutto su alcuni episodi che emergono dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Il primo in ordine di importanza riguarda una conversazione tra Vincenzo Aiello, detto Enzo, e  Giovanni Barbagallo durante la quale, riferendosi alle elezioni per le regionali del 2008 appena concluse con la vittoria di Lombardo, il primo ricorda al secondo: “ … non vi scuddati, ci resi i soddi nostri! Del Pigno… ci resi a iddu per la campagna elettorale… “ (non scordatevelo, gli ho dato i soldi nostri! (quelli) del Pigno… glielo ho dati a lui i soldi per la campagna elettorale”.
Il Pigno – scrivono gli inquirenti – è il quartiere catanese nel quale era in corso la realizzazione di un grande centro commerciale da parte di alcune aziende già attenzionate dalle forze dell’ordine. Ma per comprendere quanto grave può essere questo breve, ma incisivo scambio di battute vale forse la pena rammentare la caratura criminale di Vincenzo Aiello che con Eugenio Galea, regge la famiglia mafiosa di Nitto Santapaola da quando questi fu arrestato il 18 maggio 1993 e condannato a più ergastoli.
In particolare proprio Aiello aveva libero accesso a Riina che lo teneva in grande considerazione e gli consentiva di partecipare alle riunioni interprovinciali più delicate, persino quelle relative alle stragi.
Che il boss sia di quelli di vecchio stampo lo dimostrano le altre numerose intercettazioni nelle quali lo si sente richiamare all’antico codice della riservatezza uno dei suoi sodali e soprattutto quando, invitato alla festa per celebrare l’elezione di Angelo Lombardo al parlamento nazionale quale deputato del Mpa, decide di andarsene non appena giunge il festeggiato, con l’esplicito intento di non compromettere l’integrità dei referenti sui quali ha puntato e investito.
Da quanto si legge nelle carte le indagini non sono state in grado finora di dimostrare che effettivamente i due candidati abbiano consapevolmente ricevuto l’aiuto della cosca mafiosa catanese, perché le cimici, per quel che si sa, non hanno mai colto la voce dei fratelli Lombardo, ma le parole del boss captate di nascosto circa i finanziamenti e il riguardo con cui ha cercato di proteggere la reputazione dei politici sono dati che meritano un rigoroso approfondimento da parte della magistratura e una seria riflessione da parte del mondo politico.
Lo stesso deve dirsi per le numerosissime intercettazioni in cui Giovanni Barbagallo, anomalo geologo in stretto e diretto contatto con Aiello, racconta diffusamente il suo personale impegno per l’elezione dei Lombardo e le proprie entrature per far giungere e gestire ingenti somme di denaro. «Enzo, io, per quello che ho potuto fare 22 milioni di euro li ho fatti arrivare».
I magistrati lo indicano come “il collaudato e stabile canale di comunicazione tra l’organizzazione criminale della quale egli stesso è partecipe e i fratelli Lombardo” ed è sempre dalle sue parole che si apprende di una passeggiata a braccetto tra il Governatore e l’imprenditore Vincenzo Basilotta, condannato per mafia nel 2005, e rivale del Barbagallo come uomo di riferimento per la campagna elettorale del politico.
Alla lista delle spiegazioni da dare Lombardo deve anche rispondere di quanto un altro esponente del clan Santapaola, Rosario Di Dio confida a suoi diversi interlocutori circa la sua marcata insoddisfazione per i rapporti intrattenuti con il Governatore.
A tale Salvo Plotino spiega con malcelato rancore di non avere più alcuna intenzione di sostenere Lombardo: “È inutile che viene per cercare voti perché voti non ce n´è più per Raffaele… quello che ho fatto io quando lui è salito per la prima volta… e siccome io ho rischiato la vita e la galera per lui…”  E in un’altra occasione ancora: “Da me all´una e mezza di notte è venuto ed è stato due ore e mezza, qua da me… si è mangiato sette sigarette”.
A riscontro di tale episodio per ora ci sarebbe la sola testimonianza del medico Salvatore Astuti, ma è Lombardo che deve fornire le prove per smentire l’accusa di un incontro tanto segreto da avvenire nel cuore della notte, la cui ragione non è difficile da immaginare visto che il Di Dio è criminale di lungo corso.
Ultimo ma non meno importante i presunti rapporti con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua  con il quale il Governatore si sarebbe incontrato, anni addietro, come attesterebbero una decina di intercettazioni telefoniche e l’agenda del boss.
Nell’attesa che Lombardo sciolga ogni dubbio e riserva su tutti questi insidiosi indizi d’indagine, la spada di Damocle che già oscillava minacciosa sulla testa del suo governo quater scende pericolosamente. Una giunta figlia di una delicata quanto improbabile alleanza trasversale nel nome delle riforme essenziali e urgentissime per la Sicilia che vede in ruoli chiave personaggi al di sopra di ogni sospetto può legittimamente continuare ad operare sotto l’egida di un Presidente con così ingombranti sostenitori ed elettori?
Potrebbe riuscire veramente a scardinare quei sistemi di potere dell’isola da sempre in mano ai potentati politico-affaristico-mafiosi che, consapevolmente o no, sono il suo bacino elettorale?
Francamente noi pensiamo di no. Al di là dei tatticismi utilitaristici della politica e anche delle migliori intenzioni di quanti vedono nella spaccatura del Pdl e dell’Udc in Sicilia l’occasione per spezzare antichi e consolidati legami che forse solo Pier Santi Mattarella aveva provato a recidere, non crediamo che sia la via giusta.
Non lo potrebbero mai capire né accettare le nuove generazioni, soprattutto in questo momento che c’è tanta voglia di pulizia e trasparenza, che c’è bisogno di cambiamenti radicali, che è il momento di voltare pagina. Il vino nuovo necessita di otri nuove, rischia se no di lasciarsi contaminare dai fondi residui.
Quindi al dottor Massimo Russo, alla dottoressa Chinnici, al prefetto Marino e al Senatore e amico Beppe Lumia, chiediamo di prendere le dovute e precise distanze da Lombardo e dalla sua poco limpida storia passata. Sappiamo con quanta serietà e con quanto rigore svolgete i vostri ruoli, ma la Sicilia merita il vero cambiamento, merita un presidente all’altezza di rappresentare i vostri intenti di efficienza e riscatto, lo meritano anche la vostra reputazione e il lavoro che avete singolarmente svolto in tutti questi anni.

Trattativa Stato-Mafia, stop al 41 bis. Spunta il suggeritore di Conso

Fonte: Trattativa Stato-Mafia, stop al 41 bis. Spunta il suggeritore di Conso.

Palermo, documento del ’93 firmato dal direttore del Dap. Nuova intimidazione a Ciancimino Jr. La vedova dell’ex sindaco del capoluogo siciliano conferma ai pm gli incontri a Milano con Berlusconi


PALERMO
– Sette mesi dopo la strage Borsellino, alcuni vertici delle istituzioni avevano fretta di revocare il carcere duro ai mafiosi. La questione fu affrontata addirittura durante un comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza. Fino ad oggi, mai nessuno l’ha ammesso. Anzi, tutti i politici interrogati dai magistrati e della commissione antimafia continuano a ribadire che in quei mesi ci fu solo la linea della fermezza contro i boss.

Adesso, un documento li smentisce. È un “appunto” del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “numero 115077 del 6 marzo 1993”, indirizzato al capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giovanni Conso. La firma è dell’allora direttore Nicolò Amato. A leggere l’oggetto, in quei 75 fogli c’è solo routine: “Organizzazione e rapporti di lavoro”. E invece, a pagina 59, Amato apre un capitolo cruciale: “Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio ’92, sulla base dell’articolo 41 bis”. È il cuore del documento, rimasto per 17 anni negli archivi del ministero della Giustizia. Oggi Repubblica lo mostra per la prima volta.

È un documento destinato a riscrivere la storia di quei mesi ancora oscuri. L’indagine sulla trattativa, condotta dai magistrati di Palermo, non si presenta affatto facile: ieri pomeriggio, Massimo Ciancimino, il principale testimone dei pm Di Matteo e Ingroia, ha ricevuto l’ennesima minaccia. Una calibro 9 carica è stata trovata nell’androne della sua abitazione, <a target=”_blank” href=”http://ad-emea.doubleclick.net/click%3Bh%3Dv8/3a51/17/c4/%2a/j%3B230980288%3B0-0%3B0%3B55174574%3B4307-300/250%3B38801632/38819389/1%3B%3B%7Esscs%3D%3fhttp://oas.repubblica.it/5c/repubblica.it/nz/politica/interna/L-33/183362008/Middle/OasDefault/Hilto_Istitu_NwInf_SqIn_081110/Hilton_Istituzionale_SqIn_Ott10.html/57775037316b746a5944414142356f78?https://www.hiltonhhonors.com/landingpages/SpendASunday.aspx?lang=IL&WT.mc_id=zCSJKAE0IT1HN2DMH3NetworkManzoni4HHonors10Q45IT840451″><img src=”http://s0.2mdn.net/2831220/300x250_IT.jpg&#8221; width=”300″ height=”250″ border=”0″ alt=”” galleryimg=”no”></a> <A HREF=”http://oas.repubblica.it/5c/repubblica.it/nz/politica/interna/L-33/183362008/Middle/OasDefault/Hilto_Istitu_NwInf_SqIn_081110/Hilton_Istituzionale_SqIn_Ott10.html/57775037316b746a5944414142356f78?http://ad-emea.doubleclick.net/jump/N5552.107060.REPUBBLICA.IT/B4915220.2;sz=300×250;ord=183362008?”&gt; <IMG SRC=”http://ad-emea.doubleclick.net/ad/N5552.107060.REPUBBLICA.IT/B4915220.2;sz=300×250;ord=183362008?&#8221; BORDER=0 WIDTH=300 HEIGHT=250 ALT=”Click Here”></A> in centro città, dentro al vano contatori. Poche ore prima, la madre aveva deposto in Procura.

Silvia Epifania Scardino (nella foto, ndr) ha confermato quanto il figlio aveva raccontato a “L’Infedele”, la trasmissione di Gad Lerner: è testimone di due incontri fra il marito e Silvio Berlusconi. Uno si tenne in un ristorante della zona di piazzale Diaz, nella Milano inizio Anni 70. Si discusse di investimenti da un miliardo e mezzo di lire a Milano 2. Sarebbe seguito un altro incontro.

L’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia fra le stragi del ’92-’93 è adesso di fronte a un’altra inaspettata novità: il documento di Amato. In quell’appunto c’è un’indicazione precisa al Guardasigilli: “Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all’uso di questi decreti”. Due sono le strade suggerite: “Lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione”. Amato spiega perché: “L’emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo”.

Dietro queste parole non c’è solo un’iniziativa del Dap. È Amato a scriverlo. “In sede di Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente – prosegue il direttore – da parte del ministero dell’Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano”.

Perché il capo della polizia Parisi e il Viminale allora retto da Mancino esprimevano quelle “riserve”? Due giorni fa, in Antimafia, Conso ha svelato che nel novembre ’93 fu tolto il carcere duro a 140 mafiosi. Amato non era più al Dap da giugno. “Fu una mia scelta, non ci fu alcuna trattativa”, ha ribadito Conso. “Bisogna ascoltare al più presto i ministri e i vertici delle forze dell’ordine che parteciparono al comitato in cui si discusse di revocare il 41 bis”, dice il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente dell’Antimafia. “Perché fu messo in discussione il carcere duro?”. Era proprio quello che avevano chiesto i capimafia nel papello. Dice Lumia: “Tutti i vertici delle istituzioni devono aiutarci di più per capire cosa sia accaduto veramente e individuare le responsabilità”.

Salvo Palazzolo (la Repubblica, 13 novembre 2010)