Archivi del giorno: 17 novembre 2010

Antimafia Duemila – Lombardia: la ‘Ndrangheta influenza la vita politica, sociale ed economica

Fonte: Antimafia Duemila – Lombardia: la ‘Ndrangheta influenza la vita politica, sociale ed economica.

Le famiglie storiche della ‘ndrangheta presenti in Lombardia influenzano la vita economica, sociale e politica della regione.

Lo rileva la relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia (Dia) riferita al primo semestre 2010. La «consolidata presenza» in alcune aree lombarde di «sodali di storiche famiglie di ‘ndrangheta» ha «influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi», riporta la Dia. La relazione sottolinea il «coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede a impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative».

CONSENSO E ASSOGGETTAMENTO – Per penetrare nel tessuto sociale, le cosche – che in Lombardia godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla «casa madre» calabrese come ha dimostrato l’inchiesta «Crimine» che ha ricostruito l’organigramma della ‘ndrangheta – si muovono seguendo due filoni: «quello del consenso e quello dell’assoggettamento». Tattiche che, sottolineano gli esperti della Dia, «da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici».

MOVIMENTO TERRA E OPERE DI URBANIZZAZIONE – Con questa strategia, e favorita da «una serie di fattori ambientali», si consolida la «mafia imprenditrice calabrese» che con «propri e sfuggenti cartelli d’imprese» si infiltra nel «sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata» come il «multiforme compartimento che provvede alle cosiddette opere di urbanizzazione». Secondo la Dia dunque, si assiste ad un vero e proprio «condizionamento ambientale» da parte della ‘ndrangheta, che è riuscita «a modificare sensibilmente le normali dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale illeciti proventi e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali». E la penetrazione nel sistema legale dell’area lombarda, è favorita, dice la Direzione investigativa antimafia, da «nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso» nelle gare d’appalto e la «decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere».

Tratto da:
corriere.it

Talpe e ricatti, così “sparì” il carcere duro – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Talpe e ricatti, così “sparì” il carcere duro – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2010

Un’estorsione o se preferite un tentativo di ricatto (riuscito) allo Stato e alle istituzioni. Ecco cosa sono state le stragi di mafia del 1993. Ed ecco perché solo oggi, a 18 anni di distanza, in molti ritrovano brandelli di memoria. Di fronte ai documenti sulla trattativa forniti da Massimo Ciancimino e alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ha ormai poco senso negare. Meglio allora minimizzare e dire, come ha fatto l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, che la decisione di revocare, tra il 4 e il 6 novembre del ‘93, il 41-bis a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone, fu da lui presa in totale autonomia “senza consultare nessuno”.

L’obiettivo, certo, era quello di evitare altre bombe. Ma, sostiene Conso, nessuno oltre a lui, era al corrente della scelta e soprattutto nessuno trattava. Dalla cronache di quei mesi e dalla lettura dei documenti (finora disponibili) emerge però una storia diversa. Non solo a Roma si sapeva benissimo che dietro il tritolo c’era la volontà di Cosa Nostra di spingere la politica a chiudere le carceri di Pianosa e l’Asinara e arrivare alla cancellazione del 41-bis per tutti i detenuti (il carcere duro). Nella Capitale succedeva di più e di peggio. Qualcuno teneva i boss informati in tempo reale di ciò che si discuteva in segreto negli uffici del ministero di Grazia e Giustizia. E spiegava alla mafia cosa era stato deciso sul 41-bis, un decreto che allora doveva essere rinnovato ogni sei mesi. Anche per questo tutti gli ultimi anni di vita di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’indagine sulle stragi morto nell’aprile del 2003, sono stati dedicati alla ricerca delle talpe istituzionali che dialogavano con Cosa Nostra.

Quello che aveva scoperto, Chelazzi lo riassume in un interrogatorio a Claudio Martelli nel febbraio del 2001. A Martelli, che era stato ministro prima di Conso, il magistrato racconta come Bernardo Provenzano, nelle settimane precedenti agli attentati di Milano e Roma del 27 luglio ‘93, fosse particolarmente ottimista sul mancato rinnovo del carcere duro. I collaboratori di giustizia infatti erano concordi nel descrivere un Provenzano convinto “nei primi dieci giorni di giugno che il 41-bis si sarebbe rivelato un flop nelle mani delle autorità di governo”. E Provenzano, che oggi è ritenuto essere il Padrino con cui lo Stato e i suoi apparati dialogavano, allora non aveva torto. Il 12 febbraio ‘93, circa un mese dopo l’arresto di Totò Riina, durante una riunione del Comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza, sia il capo della Polizia, Vincenzo Parisi sia il ministro dell’Interno, Nicola Mancino, avevano espresso “riserve sulla durata” del 41-bis. E il 6 marzo Nicolò Amato, il direttore del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) aveva scritto al capo gabinetto di Conso, per proporne la revoca. O immediatamente, soluzione che Amato (vicino ai socialisti) prediligeva, o evitando la proroga dei decreti in scadenza per il 20 luglio. Di tutto questo dibattito, Provenzano sembrava dunque informato. E, per Chelazzi, il sospetto che sapesse si era mutato in certezza guardando a cosa era accaduto subito dopo.
Il 4 giugno ‘93 il vecchio staff del Dap viene silurato. Vicedirettore delle carceri diventa Ciccio Di Maggio (oggi deceduto), un uomo che di revocare il carcere duro non ne vuole sapere. Da quel momento, spiega Chelazzi a Martelli, “lo stato maggiore delle stragi contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché, praticamente nelle stesse ore nelle quali erano in corso le notifiche, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e per Milano, perché fosse possibile eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni nei quali gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe”.

Qualcuno, insomma, dall’interno delle istituzioni, aveva avvertito Cosa Nostra. Chelazzi per capire attraverso che canale filtrassero le notizie batte varie strade. Inizialmente pensa al senatore Vincenzo Inzerillo, della sinistra Dc come Mancino, legato ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, gli autori materiali delle stragi (la posizione d’Inzerillo sarà però archiviata). Poi ragiona sugli incontri tra l’allora comandante del Ros, Mario Mori e il consigliori di Provenzano, Vito Ciancimino. Mori, anche se Ciancimino era ormai in carcere, un canale con i vertici di Cosa Nostra forse ce l’aveva. E per questo al magistrato appare singolare che, proprio per la mattinata del 27 luglio (a sera ci saranno gli attentati) Mori avesse segnato un appuntamento con Di Maggio accompagnato dalla scritta “per 41-bis”. Il generale voleva forse dirgli che la mafia era pronta a rispondere alle proroghe con il tritolo? Mistero. È certo, solo che Di Maggio, subito dopo le nuove bombe, dice in un’intervista che quella è la risposta alla firma dei decreti. Passano le settimane. I Graviano trascorrono il loro tempo tra la Versilia, il Veneto, Milano (dove secondo un informatore incontrano Marcello Dell’Utri) e la Sardegna. Il 12 settembre un parlamentare Dc, Alberto Alessi, entra a passo veloce all’Ucciardone. E decide di restarci. Dice che non uscirà finché il ministro Conso “non revocherà il 41-bis”.

A convincerlo a desistere dalla protesta, secondo i giornali, sarà poi una telefonata proprio con Di Maggio. Arriva novembre e Conso i 41-bis dell’Ucciardone li revoca per davvero. I boss sono allora sempre più convinti che le stragi paghino: per cancellare il carcere duro bisogna continuare con le bombe. Tanto che nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano vede Spatuzza e gli spiega di voler uccidere allo Stadio Olimpico di Roma 100 carabinieri. “Dobbiamo dare loro il colpo di grazia”, dice. Il telecomando però non funziona. L’autobomba non esplode. E i Graviano vengono poco dopo arrestati a Milano. Così chi nello Stato ha trattato con la mafia non si ritrova sulla coscienza altre decine di morti. Ma a ben vedere, questo, è solo un caso.

La lista dei bolliti – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: La lista dei bolliti – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2010

Pubblichiamo la versione integrale delle liste dei valori di sinistra e di destra, peraltro intercambiabili, lette l’altra sera da Bersani e Fini a “Vieni via con me” e tagliate all’ultimo momento per motivi di tempo.

PIER LUIGI BERSANI. La sinistra è l’idea che, se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti (non vediamo l’ora di imbarcare Luca Cordero di Montezemolo e il banchiere Alessandro Profumo). Abbiamo la più bella Costituzione del mondo (infatti, con la Bicamerale del compagno Massimo, facemmo di tutto per riscriverne più di metà con Berlusconi). Ci sono beni che non si possono affidare al mercato: salute, istruzione e sicurezza (l’acqua invece no: quella si può tranquillamente privatizzare, e magari anche l’aria). Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto (non per nulla la legge Treu l’abbiamo fatta noi). Chi non paga le tasse mette le mani nella tasche di chi è più povero di lui (non a caso abbiamo approvato la riforma del diritto penale tributario, detta anche “carezze agli evasori”, che depenalizza l’evasione tramite la dichiarazione infedele fino a 100 mila euro e tramite la frode fiscale fino a 75 mila euro l’anno). Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore vuol dire che il mondo è capovolto (mica per niente abbiamo sponsorizzato speculatori come Chicco Gnutti e Giovanni Consorte). Indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli (il primo ministro dell’Istruzione che ha regalato soldi pubblici alle scuole private è il nostro Luigi Berlinguer). Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l’abbiamo trovato (tant’è che vogliamo riempire l’Italia di inceneritori e centrali a carbone). Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento (del resto la legge sul testamento biologico mica l’abbiamo approvata). Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato (ricordate il nostro ministro della Giustizia? Mastella). Chi si ritiene di sinistra e progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace e deve combattere contro la tortura (infatti abbiamo fatto guerra alla Serbia chiamandola missione di pace, poi abbiamo lasciato dov’erano le truppe di occupazione dell’Iraq e abbiamo pure messo il segreto di Stato per coprire le spie del Sismi imputate per aver sequestrato lo sceicco Abu Omar e averlo deportato in Egitto per farlo torturare per sette mesi).

GIANFRANCO FINI. Essere di destra vuol dire innanzitutto amare l’Italia (è per amore che le abbiamo regalato per 16 anni uno come Berlusconi). Apprezziamo imprese e famiglie che danno lavoro agl’immigrati onesti, i cui figli domani saranno italiani (vedi legge Bossi-Fini). Destra vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri (non faccio per vantarmi, ma le leggi sul falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Schifani, Alfano ecc. le abbiamo votate tutte). Lo Stato deve spendere bene il denaro pubblico, senza alimentare clientele (salvo quando c’è da salvare il Secolo d’Italia). Lo Stato deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti (esclusi, si capisce, i ministri e i parlamentari, che abbiamo sempre salvato dalla galera e dalle intercettazioni). Chi sbaglia paga e chi fa il proprio dovere viene premiato (non a caso abbiamo approvato tre scudi fiscali e una quindicina di condoni tributari, edilizi e ambientali). Senza una democrazia trasparente ed equilibrata nei suoi poteri non c’è libertà, ma anarchia (pure la Gasparri che consacra il monopolio Mediaset e la Frattini che santifica il conflitto d’interessi sono farina del nostro sacco). L’uguaglianza dei cittadini va garantita nel punto di partenza (soprattutto alle suocere per gli appalti Rai e ai cognati per le case a Montecarlo). Dalla vera uguaglianza delle opportunità, la destra vuole costruire una società in cui merito e capacità siano i soli criteri per selezionare una classe dirigente (avete presenti i ministri Ronchi e Urso? No? Ecco, appunto).

ComeDonChisciotte – LA SPECTRE HA DECISO: PER BERLUSCONI PRONTO IL TRATTAMENTO BLOFELD

Fonte: ComeDonChisciotte – LA SPECTRE HA DECISO: PER BERLUSCONI PRONTO IL TRATTAMENTO BLOFELD.

DI ANDREA CARANCINI
andreacarancini.blogspot.com

Da tempo si dice che Berlusconi rischia di fare la fine di Craxi, o di subire il “trattamento Andreotti”, ma forse si tratta di previsioni errate per difetto. Forse Berlusconi rischia di fare addirittura la fine di un Milosevic o di un Saddam. Colpirne uno (di capo di governo) per educarne cento: questa l’aria che tira in Italia, la sempiterna “Bulgaria della Nato”

Questo progetto criminoso è oggettivamente favorito da un errore di percezione tanto diffuso quanto fuorviante: quello di considerare il premier l’uomo forte del conflitto in corso. Il satrapo, il capomafia, il tiranno da abbattere a ogni costo.

La “gente” continua a non capire che Berlusconi, in realtà, è più debole dei suoi nemici, e che sta per soccombere. E questo nonostante la modestia dei suoi avversari dichiarati: di personaggi come Fini, Bersani, o Casini, che da soli non sarebbero certo in grado di impensierirlo. Nani, che però sembrano giganti perché a indebolire il presidente del Consiglio c’è la Spectre. Quella evocata dall’ex portavoce della Marcegaglia nei suoi colloqui con Porro. Quella vera, quella degli Stati Uniti d’America, che non è certo meno cattiva di quella dei film di 007.

Ve lo ricordate Blofeld? Ernst Stavro Blofeld, il capo che con pugno di ferro impartiva ai propri sottoposti le direttive dell’Organizzazione: terrorismo, ricatto, estorsione! Nella realtà, quelle direttive corrispondono tuttora alle linee-guida della politica estera americana. Certo, oggi metterle in pratica è un po’ più complicato rispetto a qualche anno fa: le crescenti difficoltà dell’Impero sono sotto gli occhi di tutti. Ma in un paese come l’Italia, segnato dal particolare servilismo della propria classe dirigente, chi fa il riottoso, chi sgarra, come Berlusconi, ancora oggi rischia di fare un brutta fine. Bruttissima.

Quelli che odiano Berlusconi per il “trattamento Boffo” – che in realtà poi è il “trattamento Feltri” – provino a considerare che sul capo di Berlusconi pende qualcosa di molto peggio. Qualcosa, appunto, come il trattamento Blofeld: pulsante, botola, piscina con i piranha. E Blofeld, a quanto pare, ha deciso. Perché? Perché Berlusconi, tra le altre cose, ha portato l’Eni – grazie ai buoni uffici di Putin – a ottenere commesse in Turkmenistan[1], in quello che gli americani – restii ad abbandonare la loro logica imperiale – considerano il loro giardino eurasiatico.

Eccola la colpa di Berlusconi: ha fatto la pipì nel giardino del capo della Spectre.

Quindi, deve morire. Ed è, sia chiaro, l’interesse nazionale – quel minimo di interesse nazionale perseguito in questi anni – ciò che non gli si perdona, non certo i suoi affari, leciti o illeciti che siano. La storia degli ultimi tre lustri, con il famoso conflitto di interessi, perennemente evocato ma mai seriamente sanzionato, ce lo insegna.

Fai quello che ti pare ma non dispiacere agli americani. E non fare loro concorrenza. E invece Berlusconi ha esagerato. Si è messo in testa, pensate un po’, di procurare all’Italia qualche vantaggioso contratto energetico con governanti che l’ipocrisia atlantista definisce “impresentabili” – Putin, Gheddafi, Chavez. Questa davvero non poteva passare.

E ecco allora la levata di scudi dell’estate scorsa, il tentativo di tagliare le unghie al riottoso. Ricordate cosa disse in agosto il finiano Carmine Briguglio?

“Ci sono rapporti troppo stretti con Putin e Gheddafi che necessitano di un chiarimento tutto politico”[2]. Traduzione: dei tuoi affari personali con Russia e Libia non ce ne frega niente, ma devi mandare a monte gli accordi energetici sgraditi agli USA.

L’ultimo avvertimento – trasversale – è stato quello del Corriere della Sera[3]:

“Nessuna decisione definitiva è stata invece ancora assunta sulla partecipazione a South Stream, tanto meno se ne è fissata la quota”.

Ma Berlusconi, a quanto pare, non se l’è sentita di rimangiarsi tutto, ed ecco pronta la soluzione finale: qualcuno prospetta per Berlusconi un’”uscita morbida”? Ormai non basta più. Sentite cosa ha dichiarato sabato scorso a il Fatto Quotidiano (p. 5), il deputato UDC Roberto Rao:

“Se Berlusconi accettasse di ragionare e di fare un passo indietro si potrebbe di certo pensare a un salvacondotto per lui”. “Però”, chiosa l’articolista, [Rao] “va oltre: “A questo punto il problema non sono solo i suoi problemi giudiziari e il conflitto di interessi ma anche le relazioni che ha intrattenuto in questi anni. Come con Putin o Gheddafi”.

Traduzione: ti avevamo avvertito ma non ci hai dato retta; ormai rimane solo la piscina coi piranha.

Come non pensare, leggendo dichiarazioni come queste, al prof. La Grassa, quando definisce la politica italiana attuale “una guerra per bande”? Detto questo, non si può non rilevare come Berlusconi sia, almeno in parte, corresponsabile del proprio destino: è anche la sua perdurante assenza di iniziativa politica che lo condanna. L’ultimo sprazzo di lucidità risale all’anno scorso, quando pensò, saggiamente, di mandare a casa Cefis-Tremonti[4] – l’uomo degli americani, quello che non solo lo ha commissariato, con la politica del “rigore”, ma anche squalificato di fronte al paese, con la politica dei tagli – salvo poi fare marcia indietro di fronte alla levata di scudi di Bossi.

A chi ancora dubita del vero ruolo di Tremonti, consiglio di leggere le considerazioni di Miguel Martinez sull’Aspen Institute – di cui il ministro dell’Economia è tuttora presidente – e su altri consimili laboratori del dominio:

“…Organismi come l’Aspen, o l’Acton Institute, sono veramente importanti, ma sono un ingranaggio fondamentale di un enorme sistema sociale. Sono un’emanazione dei miliardari che li finanziano, e a loro volta permettono ai miliardari riuniti insieme di dettare la linea alle istituzioni dello stato, ai media, al mondo militare, alla culturale, alla cosiddetta “opinione pubblica”. E di farlo con qualunque governo ci sia al potere. Che scegliamo Gianni Letta o Enrico Letta, ci troveremo sempre qualcuno del giro dell’Aspen. Un altro punto interessante è che tutti i laboratori del dominio, in Italia, fanno riferimento agli Stati Uniti, che si tratti di laboratori transnazionali come la Aspen o di laboratori indigeni, ma filoamericani, come la Fondazione Liberal. Gianni Letta ed Enrico Letta hanno uno spazio enorme in Italia, ma rendono sempre conto agli Stati Uniti. Come Fassino e l’Annunziata”[5].

Il testo di Martinez è di qualche anno fa ma la sua analisi è ancora attuale: a parte Gianni Letta che, mi sembra, in questi anni si è un po’ sganciato (se non altro perché, come sottosegretario con delega ai servizi segreti, non ha permesso finora particolari “deviazioni” di questi ultimi) il mestiere dei politici italiani è sempre quello di fare gli interessi dello Zio Sam.

A cominciare, appunto, dal protetto di Bossi che, quando taglia l’istruzione, la ricerca e la cultura non lo fa per miopia ma a ragion veduta, con il duplice scopo di sabotare il premier e di favorire, anche da un punto di vista precipuamente commerciale, gli Stati Uniti (i ricercatori che non trovano spazio nel nostro paese sono costretti ad andare in America). Ecco perché si parla così tanto di lui come “traghettatore” del dopo Berlusconi (persino, si vocifera, dal Vaticano!).

Non c’è che dire: qui da noi, non è solo l’opposizione ad essere “la più stracciacula della storia dell’umanità” (definizione di Marco Travaglio), ma la classe dirigente tutta, a cominciare dagli “intellettuali”. Cos’è infatti, per dirne una, quel “Manifesto di Ottobre”[6] firmato giorni fa da alcuni note firme dell’intellighenzia a sostegno di Gianfranco Fini se non l’ennesima manifestazione, tristissima e decrepita, dello sport preferito dagli italiani, e cioè quello di correre in soccorso del vincitore?

Insomma, se Berlusconi verrà fatto fuori, ciò sarà non per aver fatto il male dell’Italia ma per non averlo fatto abbastanza. Che paese di merda!

Andrea Carancini
Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com
Link: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/11/la-spectre-ha-deciso-per-berlusconi.html
15.11.2010

[1] http://estjournal.wordpress.com/2010/09/23/turkmenistan-loro-azzurro-che-piace-alleni-alla-faccia-della-democrazia/
[2] http://www.atuttadestra.net/index.php?tag=briguglio&paged=2
[3] http://archiviostorico.corriere.it/2010/ottobre/11/Misteri_Southstream_Cda_Eni_Scadenza_co_9_101011028.shtml
[4] http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/slitta-consiglio-dei-ministri/berlusconi-diktat/berlusconi-diktat.html
[5] http://www.kelebekler.com/occ/vaticano3.htm
[6] http://www.ilgiornale.it/interni/ecco_manifesto_futurista_firmato_ideologi_marxisti/26-10-2010/articolo-id=482734-page=0-comments=1

“Amato avvocato di mio padre su ordine di uomini dello Stato”

Fonte: “Amato avvocato di mio padre su ordine di uomini dello Stato”.

Ciancimino jr svela i motivi della nomina dell’ex direttore Dap. L’alto funzionario si difende: “Il 41 bis l’ho voluto io”. Ma Martelli smentisce: “Lui era contrario”. Ieri sequestrati beni per 22 milioni al clan Madonia: “Gestivano gli affari dal carcere duro”

PALERMO – L’ultimo tassello della complicata indagine sulla trattativa fra Stato e mafia fra il ’92 e il ’93 l’ha portato ieri mattina Massimo Ciancimino in Procura. Il figlio dell’ex sindaco mafioso, ormai il teste principale di questa inchiesta, ha consegnato un ricordo ben preciso al pm Nino Di Matteo: “È affiorato dopo le polemiche di questi giorni, sulla revoca del 41 bis chiesta all’inizio del ’93 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Nicolò Amato”, spiega Ciancimino a Repubblica. “Poi, Amato diventò l’avvocato di mio padre. Il suo nome fu suggerito e imposto da uomini delle istituzioni”. Il figlio dell’ex sindaco aggiunge: “All’epoca, la cosa ci sembrò molto strana in famiglia, mio padre aveva fior di avvocati. Lui disse: “Bisogna fare così””. E ancora una volta a Ciancimino junior fu chiesto di fare da postino: “Ricordo che andavo spesso nello studio dell’avvocato Amato, per consegnare o prendere delle buste chiuse”.
L’appunto di Nicolò Amato al ministro della giustizia Conso, che il 6 marzo ’93 ufficializzava una decisa contrarietà al 41 bis, è adesso al centro delle attenzioni anche della Procura di Caltanissetta, che indaga sulle stragi Falcone e Borsellino. Il procuratore Sergio Lari ha già sequestrato il documento.

Amato precisa: “Della trattativa tra Stato e mafia non so nulla. Il fatto che l’allora ministro Conso non rinnovò 140 decreti di 41 bis nel novembre ’93 l’ho appreso solo in questi giorni. Io me ne andai a giugno dal Dap”. Amato nega di avere avuto “suggeritori”, nega soprattutto di essersi consultato con l’allora ministro dell’Interno Mancino. L’ex direttore del Dap rivendica piuttosto di aver chiesto in quel documento “una serie di misure, come la registrazione dei colloqui tra i detenuti mafiosi – spiega – se fossero state attuate per tempo avrebbero evitato altre stragi”. Amato conclude: “Il 41 bis l’ho introdotto io, d’accordo con Claudio Martelli, nell’estate 1992”.
Ma queste ultime parole non sono piaciute affatto all’ex ministro della Giustizia: “Non è vero che elaborammo insieme il 41 bis – taglia corto Martelli – non avanzo alcun sospetto, ma una cosa la voglio contestare: di aver elaborato il decreto Falcone con Amato”. L’ex Guardasigilli è categorico: “Lui era contrario al 41 bis, tant’è che non firmò il decreto di trasferimento dei boss a Pianosa e all’Asinara. A farlo dovette essere il ministro, cioè io”.

Sono polemiche senza precedenti. Il senatore del Pd Giuseppe Lumia chiede che la commissione antimafia acquisisca i verbali di tutti i comitati per l’ordine e la sicurezza convocati al Viminale fra il ’92 e il ’93. “Come facevano i capimafia a sapere che si discuteva delle revoca del 41 bis al vertice dello Stato? – si chiede Lumia – E come facevano alcuni vertici dello Stato a sapere che in Cosa nostra c’era una fazione che cercava il dialogo? Solo i protagonisti della trattativa potevano sapere”. Per i prossimi giorni, l’Antimafia ha in programma le audizioni di Luciano Violante e di Gianni De Gennaro.

Il tema del 41 bis resta di grande attualità. A Palermo, le indagini del Ros hanno portato il tribunale a confiscare beni per 22 milioni di euro. Sono il tesoro dei boss di Resuttana, i due fratelli Madonia rinchiusi al carcere duro. Tramite parenti e alcuni insospettabili prestanome riuscivano a gestire aziende edili e attività commerciali. Nel tesoro del clan c’era anche il purosangue Irak, che all’ippodromo della Favorita aveva già vinto diverse gare.

Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 16 Novembre 2010)

Antimafia Duemila – Radio Vaticana, perizia choc in Procura

Fonte: Antimafia Duemila – Radio Vaticana, perizia choc in Procura.

«Fermate Radio Vaticana: provoca morti come un’esplosione nucleare». Sono stati consegnati alla procura di Roma i risultati dell’incidente probatorio sull’inquinamento elettromagnetico dell’emittente della Santa Sede. Secondo il coordinamento dei comitati di Roma Nord, i dati sono «da Hiroshima. Livelli così elevati di rischio si riscontrano, nella letteratura scientifica, solo negli studi epidemiologici di zone che hanno subito gli effetti dell’esplosione di una bomba atomica»…

ComeDonChisciotte – YEMEN: NUOVA MOSSA DEL “GRANDE GIOCO” GEOPOLITICO DEGLI STATI UNITI

Fonte: ComeDonChisciotte – YEMEN: NUOVA MOSSA DEL “GRANDE GIOCO” GEOPOLITICO DEGLI STATI UNITI.

Il tempismo degli attacchi (ossia i tentati attacchi, o meglio, i probabili tentati attacchi) è stato scelto con molta cura. Gli Stati Uniti affrontano le elezioni di medio termine e per i democratici si avvicina la peggiore sconfitta degli ultimi decenni. Riandando a un passato non molto lontano, viene in mente che un attacco terroristico di grande risonanza rappresenta forse il modo più efficace per innalzare l’indice di popolarità dell’amministrazione dominante.

-L’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione un nuovo punto su cui far convergere i suoi sforzi e le sue iniziative. Dopo l’evidente fallimento in Iraq e in Afghanistan, lo Yemen potrebbe costituire la nuova mossa del “Grande Gioco” geopolitico statunitense. L’importanza strategica di questa nazione è difficile da sopravvalutare, giacché la potenza che controlla lo Yemen dominerebbe le rotte marittime di maggiore interesse che collegano l’Europa al Medio Oriente, all’Asia meridionale e sudorientale.

– Certo, non si può ribaltare l’orologio della storia e ritornare indietro. Ma imparare dal passato sembra essere molto utile. E riandando agli anni ’80, si può dire che furono gli Stati Uniti, appoggiando i mujahedeen in Afghanistan, a creare i Talebani e Al Qaeda. Ora che li combattono ferocemente stanno rivoltando contro se stessi e i loro alleati l’intero mondo musulmano.