Archivi del giorno: 18 novembre 2010

Un disastro l’atomo all’italiana, parola del nuclearista Clò

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Archivio cartaceo Economia & Lobby » Un disastro l’atomo all’italiana, parola del nuclearista Clò.

Attorno al “rinascimento nucleare”, del quale si parla molto facendo poco, ci sono alcuni misteri. Il primo è che in un profluvio di interviste e convegni, il governo Berlusconi ha costituito l’Agenzia per la sicurezza nucleare, primo passo operativo per la costruzione di nuove centrali. Ma, chissà come, si è dimenticato di scrivere il documento programmatico che dovrebbe precedere il gran fervore di attività e che infatti il decreto legislativo n. 31 del 15 febbraio 2010 ordinava di redigere in poche settimane. Questa è solo una delle bombe di profondità sganciate da Alberto Clò, docente di Economia industriale a Bologna e ministro dell’Industria nel governo Dini (1995).

Il suo pamphlet Si fa presto a dire nucleare, appena pubblicato da Il Mulino, se letto con qualche attenzione dalla classe politica, metterebbe la pietra tombale su un piano nucleare fatto di chiacchiere. Che però, alla lunga, rischia di aprire la strada a una rendita miliardaria (in euro) e quindi a un gigantesco drenaggio di denaro pubblico. Clò si addentra nelle stranezze del nucleare all’italiana con perfida ironia: “Costruire per non produrre non è una gran prospettiva, specie se si sono spesi miliardi di euro”. E si chiede come mai si parte con il nucleare ma nel frattempo si autorizza anche un nuovo esercito di centrali a metano, cosicché si rischia tra 20 anni di non sapere che farne. L’impatto del suo volumetto è moltiplicato dal fatto che fin dalla prima riga l’economista bolognese si dichiara nuclearista non pentito. E, quando Clò passa in rassegna le sciocchezze fatte o dette dai pasdaran dell’atomo, lo fa per metterli sull’avviso: sarà colpa vostra, avverte, se anche stavolta non combineremo niente. A 21 anni dal referendum che ci ha fatto uscire dal nucleare, secondo Clò una iattura, siamo rientrati in ballo con una semplice dichiarazione dell’allora ministro Claudio Scajola all’assemblea della Confindustria del 22 maggio 2008.

Clò prende di mira la ottusa propaganda filonucleare, che non ha imparato niente dalla sconfitta degli anni Ottanta, e fa impietosamente il verso all’idea ossessiva di dipingere il ritorno al nucleare come una marcia trionfale all’insegna degli slogan: “La convenienza del nucleare è fuor di dubbio. Gli investitori sono in grado di assumersene l’onere senza alcun aiuto, sussidio, incentivo. I soldi non sono un problema. Possiamo farcela nel giro di pochissimi anni”. “Si fa presto a dire nucleare”, replica appunto Clò, che smonta una per una queste asserzioni, pur paventando il rischio di essere considerato “un traditore”. E al contrario sostenendo che solo guardando i problemi per quello che sono, senza fare i furbi, si potrà costruire attorno all’energia atomica quel consenso sociale indispensabile per procedere. Ed ecco la lista dei problemi. Innanzitutto non è vero che il nucleare avanza in tutto il mondo e gli italiani sono gli unici fessi a restare tagliati fuori. “Rispetto ai massimi toccati nel decennio scorso l’apporto del nucleare si è ridotto del 21 per cento in Germania, del 14 per cento in Giappone, del 27 per cento in Gran Bretagna, del 7 per cento in Francia, del 12 per cento nell’intera Unione europea”, scrive Clò.

Inoltre le difficoltà economiche sono assai spinose. “I tempi medi di costruzione delle centrali sono raddoppiati”, scrive Clò, e questo pesa sul costo finanziario dell’operazione. Tra l’altro, rileva l’economista, “l’Agenzia di Parigi ha calcolato che per le oltre 150 centrali realizzate tra 1986 e 1997 il costo effettivo è risultato doppio di quello previsto; mentre le cose sono andate ancor peggio negli Stati Uniti, con uno scarto di tre volte”. E ancora: non è vero che il nucleare fa risparmiare sui costi di generazione dell’elettricità. Arrivando al 25 per cento di produzione nucleare, come promesso da Berlusconi, Clò calcola nel 5 per cento il risparmio massimo ottenibile.

Un po’ poco per giustificare economicamente un investimento di decine di miliardi di euro. Anche perché non è detto che il risparmio finisca ai consumatori. E qui Clò affronta il tema più insidioso della sfida nucleare. Con la leggenda dell’investimento tutto privato che si ripaga sul mercato, si rischia di accollare alle future generazioni un vincolo spaventoso: quello di dover mantenere per decenni, con il denaro di Pantalone, una rendita assistita dallo Stato. Già nei decreti del governo Berlusconi è prevista una copertura assicurativa dello Stato su tutti i ritardi di costruzione “per motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione”. Poi c’è la cosiddetta “priorità di dispacciamento”: significa che l’elettricità nucleare avrà sempre la precedenza per l’immissione sulla rete, senza passare dai meccanismi di offerta all’asta, e quindi lasciando ferma la centrale a metano che in quel momento offrirebbe la stessa elettricità a meno. E infine, osserva Clò, “un ulteriore tipo di provvedimento – il più rilevante di tutti – è come garantire ai produttori nucleari certezza sui prezzi di cessione, per metterli al riparo dalle oscillazioni dei prezzi delle fonti concorrenti, dall’imprevedibilità della domanda, in una parola: dal mercato e dalla concorrenza. (…) Un simile intervento, che temiamo a protezione dei venditori più che a tutela dei consumatori, solleva legittimi interrogativi”.

Questa prospettiva di un nucleare antieconomico e assistito fa la parte del leone nel libro di Clò, che da economista dichiara di non voler entrare nei temi dei rischi ambientali. Però una parte decisiva del suo pamphlet è dedicata al tema delle “paure irrazionali”, a partire dal problema delle scorie, “rimasto irrisolto, con la loro dislocazione e sistemazione ignote e comunque non degne di un paese civile”. Da qui parte un ragionamento che ribalta il senso comune nuclearista. Si è scoperto, attraverso serie ricerche, che “l’avversità al nucleare si basa sostanzialmente su implicazioni psicologiche, tali da annullare ogni considerazione sui suoi effetti benefici. Morale: insistere su questi, anziché tentare di rimuovere le prime era e rimane strategia comunicativa inutile, ancorché dominante”.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2010

Il neocolonialismo della fame

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il neocolonialismo della fame.

925 milioni di persone soffrono la fame nel mondo mentre il prezzo del cibo sta aumentando. Dallo scorso luglio è cresciuto del 18%. La malnutrizione è la principale causa di morte, molto prima di malattie come l’AIDS, malaria o TBC. La maggior parte delle nazioni affamate si trova in Africa. Con queste premesse il primo pensiero degli Stati più ricchi dovrebbe essere quello di aiutare l’Africa e non di sfruttarla.
13 milioni di etiopi non hanno cibo sufficiente, il governo etiope ha però offerto tre milioni di ettari di terra coltivabile a nazioni dove la fame è sconosciuta. 1.000 ettari sono già stati affittati per 99 anni da un miliardario saudita e coltivati con serre, costruite con la miglior tecnologia, che producono 50 tonnellate di cibo al giorno inviate entro 24 ore nei ristoranti di tutto il Medio Oriente. Uno studio della società Grain ha rilevato che 50 milioni di ettari di terra fertile (quasi due volte la superficie dell’Italia) sono stati acquistati da gruppi economici internazionali o direttamente da governi dei primi Stati del mondo. Il Darfur non è solo un eccidio, è anche un affare. Jarch Capital, una società di investimenti di New York ha affittato 800.000 ettari nel sud del Sudan. Il ritorno economico stimato è almeno del 25%. India, Cina e Corea fanno shopping da anni di suolo africano in Mozambico, Madagascar, Kenya e Senegal. L’Africa è la grande abbuffata del pianeta alle spalle dei morti di fame. La UE fa, come tutti, la sua parte. Con la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili si è posta l’obiettivo di produrre il 10% di energia con biocarburanti entro il 2015. Secondo l’organizzazione ActionAid le società europee di biocarburanti hanno già acquistato quasi 4 milioni di ettari che diventeranno in futuro 17,5 milioni.
I disordini dovuti alla fame sono sempre più frequenti, le cause sono l’erosione del suolo nelle nazioni più sviluppate per la cementificazione e l’inaridimento per le colture intensive, e il cambiamento del clima con inondazioni gigantesche, come in Pakistan, o incendi mai visti prima, come in Russia che ha dovuto vietare l’esportazione di grano. La guerra del cibo è al suo inizio e in confronto, quella del petrolio sembrerà una passeggiata. Sullo scacchiere mondiale si stanno muovendo, per impossessarsi delle aree coltivabili, le nazioni più potenti, come in un Grande Risiko. Un neocolonialismo della fame che non può durare nel tempo, non si può pensare che l’Africa o in Sudamerica, dove la Cina è presente con l’acquisto di immensi territori agricoli, non trattengano le loro risorse alimentari in caso di crisi mondiale. Non si possono bombardare i terreni coltivati. In futuro la vera ricchezza sarà un campo di grano, un orto, una serra. Possibilmente vicino a casa.

La sentenza di Brescia e la strage di piazza della loggia

Fonte: Paolo Franceschetti: La sentenza di Brescia e la strage di piazza della loggia.

Di Solange Manfredi

28 maggio 1974, Brescia, Piazza della Loggia un ordigno esplode durante una manifestazione. E’ strage: 8 morti e più di 90 feriti.

Oggi, dopo 36 anni, la strage è ancora senza colpevoli.

Martedì 16 novembre 2010 il tribunale di Brescia ha assolto per “insufficienza di prove” in primo grado i 5 imputati: Il generale dei Carabinieri Francesco Delfino, il senatore Pino Rauti (unico imputato per il cui i pm avevano chiesto l’assoluzione), Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte.

Un processo durato due anni, 150 udienze di cui i media non hanno mai parlato. L’unica volta che i giornalisti si sono precipitati in aula è stato in occasione della deposizione di Angelo Izzo, il mostro del Circeo. L’interesse della stampa, peraltro, era rivolto non alla deposizione nel processo di Izzo, ma al suo matrimonio con la giornalista Donatella Papi celebratosi il giorno prima.

Peccato perché è stato un processo importante cui sono emersi con chiarezza i rapporti del movimenti estremisti con i servizi segreti e le istituzioni militari. Ma non solo. In questo processo è stata ripercorsa, e riscritta con nuovi documenti, parte della storia d’Italia. Nel corso della requisitoria il pm ha ricordato come nel corso del processo sia emerso quali politici sapevano dov’era la prigione di Moro, come Kappler sia stato fatto scappare dal Celio dai nostri servizi segreti e barattato con la Germania per un prestito, come la liberazione di Cirillo sia stata trattata da Cutolo, come non vi fosse un solo estremista che non avesse un referente nei servizi. Ed ancora come alcuni estremisti cui era demandato il c.d. “lavoro sporco” non solo concordassero con uomini dei servizi le azioni da compiere, ma da questi ricevessero l’esplosivo per compiere gli attentati. E’ emerso come, per depistare le indagini e salvare gli autori delle stragi, venissero stilati rapporti falsi da inviare alla magistratura, come imprenditori mettessero a disposizione ingenti capitali per finanziare queste attività eversive, ecc..

Tutto pubblico, tutto agli atti del processo

Cose sicuramente più interessanti del matrimonio di Angelo Izzo, ma non per il c.d. “quarto potere”, ovvero quella che ancora, e senza vergogna, ci ostiniamo a chiamare “informazione”.

Oggi, nonostante la mole impressionante di documenti e informative dei servizi, è arrivata l’ennesima sentenza di assoluzione. Il perché la Corte abbia deciso in tal senso lo sapremo solo leggendo le motivazioni della sentenza che saranno depositate tra 90 giorni.

Lo diciamo subito, l’assoluzione non era attesa. Chi ha seguito il processo (le cui udienze è possibile ascoltare su radio radicale o leggere sul sito http://www.28maggio74.brescia.it/) , riteneva fosse possibile arrivare ad una condanna.

La Corte ha assolto per insufficienza e contraddittorietà delle prove. Probabilmente nel corso del processo ha giocato un ruolo importante la ritrattazione operata in aula da Maurizio Tramonte, informatore del SID dal 1973 al 1977, nome in codice “Tritone”.

Tramonte in aula ha affermato che le dichiarazioni rilasciate precedentemente agli organi inquirenti, in cui confermava quanto successo nel 1974 e le sue responsabilità, erano false: “non ce la facevo ad andare…, non riuscivo a muovermi senza cocaina…molto influiva la droga, l’alcool….mi inventavo tante storie. “

Domanda del PM: “lo scopo di queste invenzioni?”

Risposta di Tramonte: “Io dico che non ero normale…partivo con una idea la mattina ed a mezzogiorno non era più quella…ho detto una gran serie di sciocchezze…io so quanto male ho fatto alle persone, ho tirato dentro tutte le persone che conoscevo…gente che non c’entrava, il dottor Maggi che non conoscevo, il dottor Zorzi che non conosco, Delfino che non conoscevo nel ’74 e non conosco neanche oggi. Cioè ho tirato dentro di tutto e di più…Io do la colpa al mio stato di alcolista e drogato” (udienza del 01/06/2010).

Tutto inventato dunque. Ma quali conseguenze ha, nel processo, la ritrattazione? Nel nostro sistema processuale la prova si forma in dibattimento in contraddittorio con le parti; ovvero, tutte le dichiarazioni fatte nel corso delle indagini preliminari non hanno valore di prova, perché per assurgere a valore di prova devono essere riconfermate in dibattimento. Certo, se nella deposizione in aula la persona non riconferma quanto messo a verbale precedentemente gli si può contestare la difformità con quanto dichiarato all’organo inquirente, ma tale contestazione ha la sola funzione di controllo della credibilità del teste, ma non ha valore di prova.

A questo punto una domanda sorge spontanea: visto che in precedenti dichiarazioni rilasciate all’autorità inquirente Tramonte ha accusato persone di gravi reati pur sapendole innocenti (così ha detto in aula durante la ritrattazione) verrà condannato per calunnia? No, perché visto il tempo trascorso dalle dichiarazioni il reato di calunnia è prescritto. Una ritrattazione che, quindi, Tramonte ha potuto operare con tranquillità e senza nessuna conseguenza penale.

Comunque, anche in questo caso, come è sempre successo nella storia della nostra Repubblica, quando nei processi sono coinvolti i servizi segreti le sentenze sono sempre assolutorie. La cosa non sorprende gli storici, tanto che nello straordinario libro “I servizi segreti in Italia” di Giuseppe De Lutiis, uno dei più autorevoli studiosi di terrorismo e servizi segreti, si legge: “I servizi segreti sono, in tutto il mondo, organi clandestini del potere politico ed economico. La loro funzione sarebbe quella di garantire la sicurezza dello stato, ma accade spesso che la democrazia sia messa in pericolo proprio dalle attività illegali….Crediamo di poter affermare che esse si identificano, salvo alcune eccezioni, in una costante tutela dell’illegalità, intesa come protezione dei responsabili di gravi fatti eversivi, sia come abituale depistaggio delle indagini su quei fatti, sia infine come continuo ricorso al comodo paravento del “segreto politico-militare” anche quando è evidente che esso viene invocato per coprire verità scottanti. Da questa continua opera di intralcio sono poi inevitabilmente venute le varie sentenze assolutorie…”

Ma se questa appena riportata è un’analisi generica, ecco cosa dice Miguel Gotor, storico dell’Università di Torino, in ordine a questa assoluzione in una intervista rilasciata al TG2 delle ore 20.30 del 16/11/2010 :

Oggi a Brescia, ancora una volta una strage senza colpevoli. Gli imputati sono stati assolti in base all’art. 530 c.p.p., comma 2, assimilabile alla vecchia insufficienza di prove, con una sentenza che richiama ad una prova contraddittoria e non sufficiente. Certo le sentenze vanno rispettate. Certo bisognerà attendere la lettura delle motivazioni della sentenza, ma l’indignazione è tanta. A distanza di 36 anni c’è ancora bisogno di giustizia, ci sarà la possibilità di un appello, ma la coscienza civile dei cittadini ed i risultati della coscienza storica, mi sento di dire, in questo caso, sono più avanti, e più consapevoli, di questa sentenza”.

Gino Strada: 5 per mille: ”Si rimangino questa decisione-truffa, prima di andare a casa”

Fonte: Antimafia Duemila – Gino Strada: 5 per mille: ”Si rimangino questa decisione-truffa, prima di andare a casa”.

di Luca Galassi – 16 novembre 2010
Il fondatore di Emergency: ”La questione del tetto al 5 per mille è molto grave perchè è un segno della mentalità autoritaria di questi politici e della loro incoerenza”

Uno dei punti della legge finanziaria che andrà presto in Parlamento pone un tetto di 100 milioni per il “5 per mille”, la quota delle tasse che i cittadini possono devolvere per la ricerca o per gli aiuti umanitari. Emergency ha inviato in Parlamento una proposta di legge per svincolare il 5 per mille dalle contingenze legate alla Finanziaria, come si chiamava una volta quella che oggi viene chiamata legge di stabilità. Secondo la Ong il percorso della sottoscrizione deve essere del tutto simile a quello previsto per l’8 per mille.

Gino Strada, se l’aspettava questa proposta di taglio del tetto per il 5 per mille o la meraviglia?

Ci si meraviglia di una cosa nuova. Il nostro parlamento brulica di corrotti, condannati con sentenza definitiva, ladri, truffatori, sporcaccioni, voltagabbana, evasori fiscali, mercanti di voti, tutti nemici spietati di ogni idea democratica, volgarmente e crudelmente insensibili ai bisogni e ai problemi dei più poveri. E’ allora “normale” che stanzino fondi per le armi o per le scuole private sottraendoli a quelli per la ricerca e per gli aiuti. Ma non è questo il solo aspetto grave della vicenda”.

E quale sarebbe?

Intendo dire che non mi aspetto certo una sensibilità sociale e una mentalità aperta e intelligente dai signori della politica. Che tipo di persone sono e come vivono è sotto gli occhi di tutti: ci aspettiamo che quella gentaglia sia interessata alle decine di milioni di bambini che muoiono ogni hanno per la fame e per la povertà? O che siano interessati al milione e settecentomila bambini poveri che ci sono in Italia, un terzo dei quali in condizioni di povertà estrema? Riescono i loro cervelli limitati a capire che tagliare i fondi per gli aiuti umanitari significa in molti casi negare possibilità di sopravvivenza? E che tagliare i fondi alla ricerca significa tra l’altro castrare l’ Italia? Credo proprio di no, non ci possono arrivare. E non serve neppure perdere tempo a spiegarglielo, sarebbe come predicare la verginità in un bordello.

Ma la questione del tetto al 5 per mille è molto grave perchè è un segno della mentalità autoritaria di questi politici e della loro incoerenza (per inciso, il 5 per mille fu instituito qualche anno fa proprio da Tremonti). La loro idea di democrazia e di rispetto della libertà dei cittadini è molto semplice: i cittadini sono liberi di scegliere se destinare allo Stato il 100 per cento delle loro tasse o solo il 99 e qualche e dare il loro 5 per mille a cause umanitarie e un altro 8 per mille a varie Chiese. Bene.

Però, se i cittadini esercitano davvero questa libertà riconosciuta, allora non va bene. Si mette un tetto: 100 milioni al 5 per mille. (l’8 pe rmille per le Chiese è ovviamente sacro e quindi intoccabile). Il resto, oltre i 100 milioni (più o meno mezzo miliardo di euro) se lo incamera comunque lo Stato.

Secondo i signori della politica, i cittadini sono liberi di scegliere solo se a scegliere in un certo modo sono in pochi. Una libertà condizionata, insomma, un vero e proprio insulto alla libertà di scelta dei cittadini, all’esercizio dei diritti.

Tradotto in termini più politici, é come dire che i cittadini possono votare contro chi ha il potere a condizione che a votare contro sia una minoranza. Loro la pensano proprio così.

E allora?

E allora spero che si rimangino questa decisione-truffa, sarebbe un bel gesto prima di andarsene tutti a casa.

Tratto da:
it.peacereporter.net

Antimafia Duemila – Una firma per Roberto Saviano (che da’ del mafioso ai mafiosi)

Fonte: Antimafia Duemila – Una firma per Roberto Saviano (che da’ del mafioso ai mafiosi).

di Stefano Corradino – 18 novembre 2010FIRMA L’APPELLO!
“Il Giornale”
apre questa mattina una campagna di firme contro Roberto Saviano.
“Le sue più che rivelazioni e riflessioni ci sembrano fanfaronate” ha scritto questa mattina nel suo editoriale Vittorio Feltri, il direttore che non dovrebbe editare nè dirigere perchè sospeso “per aver violato la dignità e l’onore del collega Dino Boffo e per aver compromesso il rapporto di fiducia tra stampa e lettori”. Un indiscutibile maestro quindi in quanto a fanfaronate.
Noi crediamo che sia grazie alle “fanfaronate” di Saviano e di tanti altri giornalisti che coraggiosamente, e spesso silenziosamente indagano sulla criminalità, sui rapporti tra mafia, economia e politica se si sia aperto uno squarcio, uno dei tanti muri di omertà di questo Paese, e se si è arrivati agli arresti di capi clan come Antonio Iovine.

Roberto Saviano ed altri giornalisti meno noti hanno avuto il fegato di urlare a Casale di Principe, paese ad alta densità camorristica in faccia ai boss, chiamandoli per nome “Non valete niente!”
Per questo siamo con Saviano, e con tutti i Saviano che ogni giorno dalle redazioni più grandi a quelle più sperdute ingaggiano una battaglia difficile e rischiosa contro la criminalità e i suoi intrecci perversi.
Giornali e tv, giustamente, hanno fatto gli elenchi dei criminali di mafia, camorra e n’drangheta compiuti sotto questo governo. Ci piacerebbe altresì che stilassero anche una lista di tutti i cronisti che da nord a sud rischiano la propria pelle per raccontare la verità. Se poi hanno ancora spazio potrebbero ricordare quanti e quali sono i deputati, i senatori, gli assessori, e i consiglieri su cui pendono pesanti accuse di mafia. Se vorranno li aiuteremo nell’impresa.

FIRMA L’APPELLO

Tratto da:
articolo21.org

Antimafia Duemila – ”41 bis” revocato a 140 boss il giorno dopo l’attentato a Costanzo

Fonte: Antimafia Duemila – ”41 bis” revocato a 140 boss il giorno dopo l’attentato a Costanzo.

Una provvedimento che precede quello di novembre di cui ha parlato Conso all’Antimafia
di Aaron Pettinari – 17 novembre 2010
Duecentottanta anziché centoquaranta. E’ questo il numero giusto dei boss mafiosi che nell’anno ’93 beneficiarono della revoca del 41 bis. Ne parla oggi il Corriere della Sera collocando il provvedimento il giorno dopo l’attentato di via Ruggero Fauro, che avrebbe dovuto uccidere Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).

Non vi furono mai dubbi sull’attribuzione alla mafia di tale tentato omicidio, tuttavia il Governo non ebbe remore nel revocare il “carcere duro” nel giorno successivo. Solo per 17, su 140 boss, c’era la richiesta di alleggerimento da parte dei magistrati in quanto divenuti collaboratori di giustizia. Per il resto fu una scelta autonoma del Governo.
Insediato da soli tre mesi, subentrato a Claudio Martelli, al Ministero della Giustizia vi era proprio Conso. Tuttavia questi, sentito nei giorni scorsi in Commissione Antimafia, non ha mai parlato di questo provvedimento. E’ vero che i nomi dei detenuti per mafia riammessi al regime di reclusione ordinario il 15 maggio non sono famosi, ma sono proprio quelli il cui stato carcerario era stato reso più duro all’indomani dell’eccidio che ha visto morire nel ’92 Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Anche per questo desta preoccupazione la decisione presa dal Governo di allora proprio all’indomani di un nuovo attentato come quello di via Fauro.
Un’iniziativa che potrebbe trovare spiegazione con la stessa motivazione data da Conso per quella decisione, presa a novembre dello stesso anno, “in assoluta solitudine, senza consultarmi con nessuno, pensando che una scelta diversa avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi” revocando il 41 bis per altri 140 detenuti.
Potrebbe aver preso il via in questo modo quello che sembra essere un “dialogo” cifrato tra Cosa Nostra e Stato dove i messaggi sono costituiti dai provvedimenti presi dal Governo ad ogni azione criminale commessa.
Anche il direttore dell’amministrazione penitenziaria Nicola Amato proponeva la revoca dei decreti sul “carcere duro”. Lo ha fatto in un appunto per il ministro della Giustizia, stilato il 9 marzo ’93, in maniera abbastanza esplicita.
Secondo Amato tale azione “rappresenterebbe un segnale di forte uscita da una situazione emergenziale e di ritorno a un regime penitenziario normale”. In casi di nuovi eccidi, aggiungeva, si sarebbero eventualmente potuti ripristinare.
Probabilmente le revoche firmate dal suo vice il 15 maggio erano state decise per tempo, resta però il fatto che sono diventate esecutive proprio il giorno dopo l’attentato a Costanzo.
Quattro mesi fa, a fine giugno, ancor prima che l’ex Guardasigilli Conso deponesse in commissione Antimafia, il presidente della suddetta commissione parlamentare, Giuseppe Pisanu, aveva esposto una relazione in cui dichiarava che ci fu una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, o almeno “qualcosa del genere”.
Nella relazione di Pisanu vengono elencate tutte le date delle stragi messe in atto da Cosa Nostra nel ’93, incrociandole con i provvedimenti ministeriali, a cominciare dalla strage di Firenze a via dei Georgofili (5 morti e 48 feriti) avvenuta il 27 maggio, cioè due settimane dopo l’attentato di via Fauro. In merito a questa il presidente dell’Antimafia si chiedeva: “E’ il ‘colpettino… per stuzziacare la controparte’ di cui parlarono Riina e Brusca? O, in altri termini, un messaggio diretto a caldeggiare una richiesta o a riavviare una trattativa?”.
Così prosegue con l’analisi degli eventi di luglio ricordando il rinnovo del “41 bis” per 325 mafiosi, a cui sono seguite, tra il 27 e il 28 luglio, le esplosioni di Roma e Milano (5 morti e 12 feriti).
“Il 1° novembre del 1993 – scriveva Pisanu proseguendo la sua cronologia – scade un altro blocco di provvedimenti 41 bis, ma nel frattempo Cosa nostra tace. Imprevedibilmente, tre giorni dopo quella scadenza, il 4 e il 6 novembre il ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti. Se ne può desumere che la “trattativa -ricatto” abbia prodotto i suoi effetti tra il 29 luglio e il 6 novembre?”. Senza rispondere al questito il presidente dell’Antimafia commentava: “E’ comunque plausibile ritenere che l’organizzazione mafiosa avesse interpretato quella revoca come un cedimento o una concessione dello Stato per i colpi subiti e che, pertanto, la campagna stragista dovesse andare avanti”.
Del resto il 31 gennaio si doveva decidere se confermare o meno il “41 bis” a boss d’alto rango come Gerlando Alberti, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Luciano Liggio, Francesco Madonia, per citarne alcuni. Segue che di attentati non ce ne furono, ma solo per caso.
Secondo quanto raccontato dal pentito Gaspare Spatuzza, il 13 gennaio 1994 sarebbe dovuta scoppiare un’autobomba per colpire un gruppo di carabinieri in servizio allo stadio “Olimpico” di Roma. Un’azione che avrebbe dovuto compiere su ordine del boss Giuseppe Graviano. L’attentato fallì e qualche giorno dopo (27 gennaio), a Milano, proprio Giuseppe Graviano, assieme al fratello Filippo, venne arrestato dando presumibilmente fine alla “stagione stragista”.
Quasi sicuramente Conso sarà sentito prossimamente dai pm di Palermo che stanno indagando sulla cosiddetta trattativa. Le spiegazioni fin qui date anziché chiarire hanno sollevato nuovi dubbi.
Perché sono state firmate quelle cento revoche di “41 bis” a maggio? Perché si è proseguito su tale strada se già si era avuta prova che le bombe non si erano fermate? Possibile che decisioni tanto delicate vengano prese in assoluta autonomia? Sono solo alcune delle domande a cui sarà chiamato a rispondere, nel frattempo domani i pm della Dda di Palermo interrogheranno Nicolo’ Amato, come persona informata sui fatti.

Antimafia Duemila – Mafia e Stato: Un’intesa a colpi di 41 bis

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia e Stato: Un’intesa a colpi di 41 bis.

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 14 novembre 2010
Roma. Le parole dell’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, hanno fatto saltare sulle sedie alcuni dei componenti della Commissione parlamentare antimafia.
E’ stato lui stesso a dichiarare un paio di giorni fa che il 4 novembre 1993 aveva deciso di non rinnovare il 41 bis per 140 mafiosi detenuti per fermare le stragi di Cosa Nostra dopo gli attentati di Roma, Firenze e Milano.

Di fronte alle forti perplessità di alcuni parlamentari l’ex Guardasigilli in carica dal febbraio del ’93 all’aprile del ’94 nei governi Amato e Ciampi non si è scomposto. “Non ci fu nessuna trattativa – ha sottolineato Conso – né quella decisione fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto. Non ebbi alcuna pressione o invito da alcuno, si tratta di una scelta che feci in solitudine pensando che una soluzione diversa avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi. Quella proroga, del resto, non era necessaria”. Nell’aula dell’ex palazzo dell’Inquisizione è chiarissimo a molti dei presenti che quelle dichiarazioni sono un’ammissione indiretta della “trattativa”. Alla domanda del deputato di Fli, Angela Napoli, se della decisione di non rinnovare il 41 bis avesse parlato con qualcuno, l’ex ministro ha ribadito di non averne parlato con nessuno, senza però escludere di aver informato l’ex direttore degli Affari penali del ministero Liliana Ferraro, definita “una collaboratrice importante”. Il primo atto di quella che, se non fosse per tutti i morti che ha causato, potrebbe essere definita una “commedia”, si è quindi consumato davanti ad un Paese sempre più narcotizzato. Ma è nella seconda parte di questo dramma neorealista che si rafforza la tesi di una vera e propria “intesa” tra Stato e mafia. Nell’edizione di sabato 13 novembre di Repubblica i giornalisti Salvo Palazzolo ed Attilio Bolzoni hanno pubblicato ampi stralci di un documento di 75 pagine del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria firmato dall’allora direttore Nicolò Amato dal titolo “Organizzazione e rapporti di lavoro”. Si tratta dell’appunto numero 115077 del 6 marzo 1993, indirizzato al capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giovanni Conso, di cui i giornalisti Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci avevano già accennato nel loro libro Il Patto. A pagina 59 Nicolò Amato affronta la questione più spinosa: “Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio ´92, sulla base dell´articolo 41 bis”. In quell’appunto c’è un’indicazione ben precisa al Guardasigilli: “Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all’uso di questi decreti”. Due sono le vie consigliate: “Lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione”. Il direttore del Dap spiega il motivo: “L’emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo”. Le parole di Amato lasciano intendere chiaramente che non si tratta di un’iniziativa unicamente del Dap. “In sede di Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – si legge nel documento – nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del ministero dell’Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano”. In quel periodo Vincenzo Parisi era al vertice della polizia, mentre il Viminale era retto da Nicola Mancino. Il primo è morto nel ’94, il secondo si ostina a negare l’impossibile: dall’incontro con Paolo Borsellino il 1° luglio 1992 fino alla sua diretta conoscenza della “trattativa”. Ma giorno dopo giorno la sua ostentata tranquillità perde sempre di più credibilità. Perché questi due uomini delle istituzioni avevano delle “riserve” sulle proroghe del 41 bis? A quali interlocutori dovevano rendere conto delle decisioni da prendere? E sull’altare di quale “accordo”? Con le recenti dichiarazioni di Giovanni Conso la lista di coloro che a distanza di anni riacquistano la memoria si è allungata ulteriormente. Ma appare subito chiaro che alcuni nomi chiamati in causa non sono affatto nuovi. Tutt’altro. Se Conso afferma di non poter escludere di aver informato di quelle sue direttive Liliana Ferraro, definita “una collaboratrice importante”, non si tratta di un dettaglio trascurabile. La stessa Ferraro nell’udienza del 28 settembre scorso al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu (per la mancata cattura di Provenzano nel ’95) ha ammesso di essere stata sentita nel 2002 da Gabriele Chelazzi sul tema del 41 bis. Nel verbale riassuntivo del 10 maggio 2002 il magistrato fiorentino illustra all’ex direttore degli Affari Penali che secondo “alcune concrete e recenti indicazioni” i vertici di Cosa Nostra nel periodo che orientativamente coincide con l’inizio delle stragi del ’93 (maggio 1993) “nutrivano ottimisticamente l’aspettativa che il 41 bis gradualmente, perdesse di attualità fino a diventare uno strumento inutile nelle mani dello Stato, con la conseguente soppressione”. “Per quanto riguardava le dinamiche decisionali all’interno del Ministero in tema di 41 bis – si legge nel documento – dal momento che il Ministro aveva riservato a sé l’adozione dei provvedimenti, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interloquiva direttamente con il Ministro stesso”. Chelazzi si sofferma sul contenuto di una nota a firma del Vicedirettore dell’Ufficio detenuti reparto M.S. del 29 luglio del 1993 e sottopone alla dott.ssa Ferraro quelli che a suo parere sono i punti che “almeno programmaticamente richiedono ulteriore approfondimento”. Quell’annotazione a suo tempo non era stata indirizzata a tutte le strutture di vertice delle Forze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza erano stati esclusi. Nel verbale viene evidenziato il fatto che la nota “attesti non controvertibilmente che il Dap cercava un’interlocuzione esterna in vista delle proroghe dei decreti che scadevano alla fine del mese successivo, diversamente dalle scadenze, di pochi giorni prima peraltro, del 20-21 luglio”. Nel documento viene ugualmente sottolineato come il Dipartimento “si ripromettesse di proporre le proroghe non per tutti i detenuti gravati dal 41 bis ma chiedesse di conoscere le valutazioni di ordine generale (anche con chiaro, seppur implicito, a parere del pm, riferimento ai fatti di strage di poche ore prima) e anche di origine oggettivo, a valle tuttavia della individuazione di alcuni soggetti che sarebbero rimasti esclusi dalla proposta di proroga”. La visione d’insieme appare subito inquietante. Su quali tavoli in quel periodo si stava giocando la partita del 41 bis? E a quale prezzo? Chelazzi vuole vederci chiaro e sottopone alla Ferraro un’altra nota questa volta del 29 luglio 1993. Il pm fiorentino formula una serie di osservazioni a partire dalla circostanza che “essa attesta l’esistenza di un ’41 bis a due velocità’”. Liliana Ferraro replica affermando di non ricordare “che ci fosse un 41 bis attenuato parallelo al 41 bis di rigore”, sottolineando che l’ex Vice direttore Generale del Dap, Francesco Di Maggio, “nutriva convinzioni personali molto nette e molto determinate sul problema del 41 bis, all’insegna della necessità di far funzionare l’istituto in modo serio e senza smagliature”. Cinque mesi dopo è Claudio Martelli a sedersi di fronte al magistrato di Firenze impegnato su un filone di indagini sui mandanti esterni delle stragi del ’93. Gabriele Chelazzi rappresenta a Martelli che le attività investigative “volte a chiarire tutte le articolazioni della strategia” (stragista, ndr) e finalizzate ad individuare le eventuali ulteriori responsabilità penali “hanno consentito di mettere a fuoco una sorta di interdipendenza tra la strategia di Cosa Nostra e le deliberazioni che nel corso del tempo hanno alimentato la strategia medesima (da una parte) e l’orientamento che ha alimentato la gestione e l’applicazione del 2°comma dell’art. 41 bis da parte delle istituzioni dello Stato e in particolare da parte del Ministro di Grazia e Giustizia”. Martelli non batte ciglio e ricostruisce la genesi dell’emanazione dei primi provvedimenti dell’applicazione del carcere duro successivi alla strage di via d’Amelio, passando attraverso gli scenari socio-politici di quel periodo storico. Nel verbale vengono affrontati in successione una serie di argomenti sui quali l’ex ministro fornisce la sua chiave di lettura. Uno dei punti fondamentali riguarda la cultura “garantista” dell’allora direttore del Dap, Nicolò Amato (che successivamente sarebbe diventato il difensore di boss mafiosi del calibro di Giuseppe Piddu Madonia e addirittura dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, ndr), nei confronti del carcere duro ed anche in merito “alla necessità di impedire un eccesso di tensioni negli istituti carcerari”. Martelli esclude che Amato gli abbia mai esposto il progetto di “smobilitare” il carcere duro, nega che l’allora Capo della Polizia o il Ministro dell’Interno gli abbiano potuto manifestare “critiche o riserve sulla misura del carcere duro”. Durante l’interrogatorio Gabriele Chelazzi fa presente a Martelli come dalle indagini sia emerso “che il ‘vertice delle stragi’ officiò un’interfaccia, nella persona di un esponente politico con mandato parlamentare, al fine di monitorare, salvo se anche condizionare, la ‘gestione amministrativa’ del 41 bis”. Nel documento si legge che “Il Pm omette il nome della persona in questione”. Dal canto suo l’ex ministro esclude infine “che la situazione possa coniugarsi a qualcosa di cui sia a conoscenza”. Ma a distanza di 8 anni da quegli interrogatori “l’intesa” tra Stato e mafia sul regime del 41 bis torna prepotentemente alla ribalta con il documento del Dap del 6 marzo 1993. A conferma di quell’appunto i giornalisti del Fatto Quotidiano, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, hanno pubblicato nell’edizione odierna del giornale uno stralcio del verbale di interrogatorio reso da Giovanni Conso a Gabriele Chelazzi il 24 settembre 2002. Il racconto dell’ex Guardasigilli parte dal marzo del ’93 quando “il tema del rinnovo dei decreti ex art. 41 bis era in quel momento senz’altro prematuro e quindi mi riservavo di farne oggetto di ulteriori, più aggiornate, meditazioni. E feci, a mio avviso, senz’altro bene, perché gli eventi successivi, e in particolare la strage di Firenze, mi convinsero nel modo più assoluto della necessità di mantenere fermo il 41 bis e di rinnovare i decreti”. Successivamente a dirigere il Dap era stato chiamato Adalberto Capriotti che nella nota del 26 giugno aveva sottolineato la necessità di rinnovare i 41 bis. “Quell’appunto non poteva prescindere dalle stragi del maggio (via dei Georgofili, ndr) – ha specificato Conso – nonché – altro aspetto per me di grande significato – dall’atmosfera vissuta soprattutto nella ricorrenza dell’attentato a Falcone e nell’approssimarsi della ricorrenza dell’attentato a Borsellino, vicende ancora così cocenti da non poter giustificare soluzioni diverse da quella che si andava delineando nelle varie sedi ministeriali, a partire da quella da me diretta. Tanto da risultare ormai praticamente scontato che la soluzione sarebbe stata la proroga”. Per Giovanni Conso quindi la fermezza contro i boss detenuti rappresentava la strada da seguire: “Ribadisco in conclusione che la mia determinazione di rinnovare in linea di massima i decreti emanati dal mio predecessore è sempre stata chiara e convinta – ha aggiunto Conso nell’interrogatorio a Chelazzi – sin dal momento in cui ho cominciato a dedicarmi in modo specifico e responsabile al problema, nell’approssimarsi quindi della scadenza dei decreti”. Ma inspiegabilmente a fine ottobre del ’93 l’ex Guardasigilli inverte le sue stesse decisioni non rinnovando 140 proroghe di carcere duro, a suo dire: per “fermare le stragi”. Incongruenze e ambigui misteri che la procura di Palermo ha intenzione di chiarire una volta per tutte ascoltando al più presto Giovanni Conso, Nicolò Amato e risentendo Nicola Mancino..


ARTICOLI CORRELATI

Una pistola per colpire Ciancimino di Silvia Cordella

Conso: ”Non rinnovai il 41 bis per evitare stragi”
di Maria Loi