Archivi del giorno: 19 novembre 2010

I giudici: ”Dell’Utri mediatore tra i boss mafiosi e Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – I giudici: ”Dell’Utri mediatore tra i boss mafiosi e Berlusconi”.

Depositate le motivazioni della sentenza con la quale il senatore è stato condannato a sette anni di reclusione.

Palermo.
Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto una attività di «mediazione» e si sarebbe posto quindi come «specifico canale di collegamento» tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi.

LE MOTIVAZIONI – Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle motivazioni, depositate venerdì e in possesso dell’Ansa, della sentenza con la quale il senatore del Pdl Dell’Utri è stato condannato il 29 giugno scorso a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, Dell’Utri «ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso». In particolare, l’imputato avrebbe inoltre consentito ai boss di «agganciare» per molti anni Berlusconi, «una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico». Per questi motivi la Corte ritiene «certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo».

MANGANO – I giudici della corte d’appello di Palermo presieduta da Claudio Dall’Acqua scrivono anche di Vittorio Mangano. Il mafioso fu assunto, su intervento di Marcello Dell’Utri, come «stalliere» nella villa di Arcore non tanto per accudire i cavalli ma per garantire l’incolumità di Silvio Berlusconi. Nelle 641 pagine depositate in cancelleria i giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Palermo spiegano dunque il perché della condanna. Il parlamentare è stato condannato per i fatti avvenuti fino al 1992 e assolto per quelli successivi. Il collegio presieduto da Claudio Dall’Acqua, a latere Sergio La Commare e il relatore Salvatore Barresi, gli hanno ridotto la pena dai nove anni subiti in primo grado a sette anni.

Tratto da:
corriere.it

Mafia, la Corte su sentenza Dell’Utri “Fu mediatore tra boss e Berlusconi” – Repubblica.it

Depositate le motivazioni con cui i giudici di Palermo hanno condannato a 7 anni il senatore Pdl per concorso esterno in associazione mafiosa. Era uno “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e il premier. “Ma non è stato provato il patto di scambio”. E la notizia non compare nei titoli del TG1

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In piazza per i magistrati

Tutti in piazza!

Fonte: In piazza per i magistrati.

Sabato 20 novembre i palazzi di giustizia di Palermo, Roma, Milano e Firenze saranno presidiati dal ‘popolo dell’antimafia’. Per sostenere l’azione della magistratura impegnata nelle inchieste più delicate. La diretta web anche sul nostro sito

A Palermo parlerà Salvatore Borsellino, fratello del procuratore aggiunto Paolo e fondatore del movimento “Le Agende Rosse”. A Firenze porterà la sua testimonianza Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle Vittime di Via dei Georgofili. A Roma ci sarà il giornalista calabrese Emiliano Morrone, a Milano, Piero Ricca di “Qui Milano Libera”. Il tam-tam è già partito da giorni: sabato 20 novembre alle 10 i palazzi di giustizia di Palermo, Roma, Milano e Firenze saranno presidiati dal “popolo dell’antimafia” (la diretta web del sito www.19luglio1992.com sarà trasmessa anche da L’espresso).

“Vogliamo esprimere pubblicamente tutto il nostro incondizionato sostegno ai magistrati che indagano sulle stragi del biennio ’92-’93” spiega per tutti l’ingegnere Borsellino, che coordina la preparazione delle manifestazioni, “affinché sia compresa la nostra richiesta di giustizia e di una magistratura libera e indipendente, non più sottoposta a continui tentativi di delegittimazione, attacchi verbali e minacce reali che vertono a condizionare l’operato dei titolari di queste delicate inchieste”.

“Basta ‘sparare’ sui magistrati – In piazza per Nino Di Matteo” è l’occasione per manifestare solidarietà al pubblico ministero Nino Di Matteo (che conduce le indagini su Cosa nostra e sulle complicità istituzionali deviate) e agli altri magistrati antimafia.

La manifestazione organizzata da “Agende Rosse” e Comitato Scorta Civica vedrà in piazza l’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia (Anpi), il Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia di Palermo (Siulp) il Comitato lotta per la casa 12 luglio di Palermo, l’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, “Gli amici di Beppe Grillo di Nettuno e Anzio”, l’associazione culturale Peppino Impastato di Cinisi e la rivista ANTIMAFIADuemila solo per citare alcuni aderenti (che via mail, internet e Facebook stanno annunciando la loro partecipazione a

19luglio1992@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ; scortacivicapalermo@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ). E’ già prevista la presenza del sostituto Nino Di Matteo e del procuratore aggiunto Antonio Ingroia a Palermo e del sostituto Luca Tescaroli a Roma.

“E’ indispensabile che tutta la società civile e le istituzioni reagiscano facendo scudo attorno ai destinatari di questi attacchi, difendendoli e tutelandoli in ogni modo possibile” è il grido d’allarme che parte dai promotori dell’iniziativa.

“Agende Rosse” e Comitato Scorta Civica precisano che l’iniziativa sarà solo ed esclusivamente per cittadini e associazioni che vorranno partecipare e che non ci sarà “alcuna riconducibilità a partiti o personaggi politici, che, se vorranno e come spesso accade, parteciperanno così come qualsiasi altro cittadino. I nostri simboli saranno la Costituzione, l’Agenda Rossa e la bandiera italiana”.

Non è la prima volta che le Agende Rosse e la Scorta Civica presidiano le Procure. Già in passato, la Scorta Civica ha presidiato i tribunali di Caltanissetta e di Palermo portando in piazza i cittadini per sostenere i magistrati attaccati dalla criminalità organizzata. “Questa volta l’appuntamento si è reso necessario per esprimere il nostro appoggio ai magistrati che indagano sulle stragi del biennio ’92-93 ed in particolare al Sostituto Procuratore Antonino Di Matteo che sta conducendo a Palermo delicate inchieste sulle collusioni mafia-potere. Di Matteo è finito nel mirino per alcune opinioni espresse come presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo” conclude Salvatore Borsellino.

Dal mondo politico sono già arrivate le adesioni di Rita Borsellino, Antonio Di Pietro, Sergio Michele Piffari, Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Fabio Giambrone, Fabio Granata.

Ecco dove si terranno le manifestazioni

Firenze: ore 10,00, piazza San Firenze – EVENTO FACEBOOK

Milano: ore 10.00, Largo Marco Biagi (Corso di Porta Vittoria) – EVENTO FACEBOOK

Roma: ore 10.00, Via del Golametto (piazzale Clodio) – EVENTO FACEBOOK

Palermo: ore 10.00, Piazza V. E. Orlando 1 – EVENTO FACEBOOK

IN ARRIVO IL GOVERNO DEI BANCHIERI ?

Mi pare che quest’articolo colga proprio nel segno quando dice che l’obiettivo di un governo tecnico avrebbe l’obiettivo di “garantire che la speculazione mantenga il dominio sull’economia produttiva”

Fonte: ComeDonChisciotte – IN ARRIVO IL GOVERNO DEI BANCHIERI ?.

DI ANDREW SPANNAUS
movisol.org

Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della “cura greca” chiesta dalla finanza internazionale

Un’analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare “riforme” urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i “mercati” esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni.

I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l’ostacolo principale alla loro “libertà” di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l’esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l’economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell’economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l’Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell’investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell’interferenza politica nell’economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall’Italia in zone difficili – per esempio con Vladimir Putin e la Russia – dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l’emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l’ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull’economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell’alta velocità ferroviaria – lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite – si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

“… e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l’alto le tariffe… “ (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L’incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la “mano invisibile” che porta via l’industria e i risparmi…

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

Andrew Spannaus
Fonte: http://www.movisol.org
Link. http://www.movisol.org/10news232.htm
17.11.2010

ARGENTINA. SFIDARE I CREDITORI E FARLA FRANCA

FMI e banca mondiale sono istituti provati con ‘obiettivo di spremere i paesi in difficoltà e favorire gli speculatori. Bravo Kirchner, la sua morte prematura secondo me è sospetta.

Fonte: ComeDonChisciotte – ARGENTINA. SFIDARE I CREDITORI E FARLA FRANCA.

DI WALDEN BELLO
voltairenet.org

La recente morte di Néstor Kirchner è stata percepita come una grande perdita, non solo per l’Argentina, ma per la regione e per il mondo. Nel maggio 2003, Kirchner ha preso le redini di un Paese schiacciato dalla sua più grave crisi economica e crivellato dalla massa dei debiti. Il suo audace e riuscito faccia a faccia con il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al mondo come un paese possa sfidare il FMI e vivere per raccontarlo.

La morte improvvisa di Nestor Kirchner il 27 ottobre 2010, ha non solo privato l’Argentina di un notevole, anche se controverso leader, ma si è anche portata via una figura esemplare del Sud del mondo da quando ha cominciato a trattare con le istituzioni finanziarie internazionali.

Kirchner ha sfidato i creditori. Ancora più importante, li ha vinti.

Il crollo

Il significato completo delle mosse di Kirchner deve essere visto nel contesto dell’economia che ha ereditato con la sua elezione a presidente dell’Argentina nel 2003. Il paese era in bancarotta, con poco meno di 100 miliardi di dollari di debito. L’economia era in una fase di depressione, il suo prodotto interno lordo era diminuito di oltre il 16 per cento l’anno. La disoccupazione era pari al 21,5 per cento della forza lavoro, e il 53 per cento degli argentini era stato spinto al di sotto della soglia di povertà. Quello che, in termini di reddito pro capite, era stato il paese più ricco dell’America Latina era precipitato al di sotto del Perù e degli stati del Centro America.

La crisi dell’Argentina era causata dalla sua fideistica adesione al modello neoliberista. La liberalizzazione finanziaria, che è stata la causa immediata del crollo, era parte integrante di un più ampio programma di radicale ristrutturazione economica. L’Argentina era stata il coccolo, in stile latino, del manifesto della globalizzazione. Ha distrutto le sue barriere commerciali più rapidamente tra tutti gli altri paesi dell’America Latina e liberalizzato il proprio conto capitale più radicalmente. Ha poi fatto seguito con un ampio programma di privatizzazioni che ha comportato la vendita di 400 imprese statali – comprese compagnie aeree, compagnie petrolifere, dell’acciaio, assicurazioni, telecomunicazioni, servizi postali, prodotti petrolchimici – un complesso responsabile per circa il sette per cento annuo del prodotto interno nazionale.

Col gesto più toccante della fede neoliberista, Buenos Aires aveva adottato la parità di cambio (col dollaro USA, ndt) e ha quindi volontariamente rinunciato a qualsiasi controllo significativo sull’impatto interno causato da un’economia globale volatile. Un sistema che legava i pesos alla quantità del subentrante di dollari in circolazione. Questa politica, come ha osservato lo scrittore del Washington Post Paul Blustein, ha consegnato il controllo della politica monetaria dell’Argentina ad Alan Greenspan, il capo della Federal Reserve in cima al mondo della fornitura dei dollari. Questa è stata, a tutti gli effetti, una dollarizzazione della moneta del Paese. Il dipartimento del Tesoro statunitense e il suo surrogato, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno sia sollecitato che approvato tutte queste misure. Infatti, anche con la liberalizzazione finanziaria in discussione a seguito della crisi finanziaria asiatica del 1997-98, l’allora Segretario del Tesoro Larry Summers esaltava la svendita del settore bancario argentino come un modello per il mondo in via di sviluppo: “Oggi, in Argentina, il 50 per cento del settore bancario, il 70 per cento delle banche private, è completamente sotto controllo estero in confronto al 30 per cento del 1994. Il risultato è un mercato più ampio ed efficiente con investitori esteri che offrono maggiore sostegno alla solidità”.

Mentre il dollaro saliva di valore, altrettanto faceva il peso e quindi la produzione di beni argentini non risultava più competitiva sia a livello globale che locale. D’altronde, alzare le barriere tariffarie sulle importazioni non era una scelta possibile a causa degli impegni che i tecnocrati avevano assunto per seguire il principio neoliberista del libero scambio. È in questo modo che, prendendo pesantemente a prestito per finanziare il disavanzo commerciale che si stava pericolosamente allargando, l’Argentina è entrata nella spirale del debito. E più aumentavano i prestiti, maggiori diventavano i tassi di interesse che dovevano crescere sempre più di pari passo all’allarme dei creditori internazionali. Il denaro ha quindi iniziato a fuggire dal paese. Il controllo straniero sul sistema bancario ha facilitato il deflusso dei tanto necessari capitali al punto che le banche sono diventate sempre più riluttanti a concedere prestiti, sia al governo che alle imprese locali.

Sostenuto dal FMI, il governo neoliberale ha tuttavia continuato a mantenere il paese nella camicia di forza che era diventata la convenzione monetaria tra dollaro e peso. Come ha osservato George Soros, l’Argentina “ha sacrificato praticamente tutto sull’altare del mantenimento della parità di cambio e degli obblighi internazionali”.

La crisi si è aperta ad una velocità spaventosa alla fine del 2001, costringendo l’Argentina a correre dal FMI a chiedere fondi per onorare gli interessi sui debiti. Dopo aver fornito in precedenza dei prestiti al suo pargolo, questa volta il FMI glieli ha rifiutati, portando in tal modo al default il debito di 100 miliardi dollari del governo. Sono crollate aziende, le persone hanno perso i loro posti di lavoro, il capitale ha lasciato il paese, e le rivolte e le altre forme di protesta dei cittadini hanno rovesciato un governo dopo l’altro.

Entra in gioco Kirchner

Quando Kirchner vinse le elezioni per la presidenza nel 2003, ereditò un paese devastato. Dovendo mettere come primi gli interessi dei creditori o dare la priorità alla ripresa economica, la sua scelta era tra debito o rinascita. Kirchner offrì di saldare i debiti dell’Argentina, ma con un forte sconto: ne avrebbe cancellato il 70-75 per cento ripagando solo 25-30 centesimi per dollaro. Gli obbligazionisti alzarono le loro strida e pretesero che il FMI mettesse in riga Kirchner. Kirchner ribadì la sua offerta avvertendo gli obbligazionisti che questa era valida una sola volta e che o accettavano, o perdevano il diritto a qualsiasi rimborso. Disse ai creditori che per pagare i debiti non avrebbe tassato gli argentini in stato di povertà e li invitò a visitare i quartieri poveri del suo paese per “fare per primi l’esperienza della miseria”. Di fronte alla sua determinazione, al FMI non rimase che assistere impotente mentre la maggioranza degli obbligazionisti dovettero rabbiosamente accettare le sue condizioni.

Kirchner aveva fatto sul serio non solo con i creditori, ma con lo stesso FMI. Agli inizi del 2004 disse al Fondo che l’Argentina non avrebbe rimborsato una rata di 3,3 miliardi dollari a meno che il FMI non avesse approvato un prestito a Buenos Aires di analogo importo. Il FMI sbatté le palpebre e dette quel denaro. Kirchner, nel dicembre 2005, aveva pagato del tutto il debito del Paese verso il FMI e cacciato fuori dell’Argentina il Fondo.

Per oltre due decenni, sin dall’inizio della crisi del debito del Terzo Mondo nei primi anni ‘80, i governi dei paesi in via di sviluppo avevano pensato di sfidare i loro creditori. C’erano stati un paio di tranquilli default nei pagamenti, ma Kirchner è stato il primo a minacciare pubblicamente i creditori di una sforbiciata unilaterale e ad ottenere qualcosa da quella promessa. Stratfor, la società di analisi del rischio politico, ha sottolineato le conseguenze del sua mossa da alta acrobazia: “Se l’Argentina è riuscita a sfuggire con successo dai suoi debiti privati e multilaterali – senza collassare economicamente mentre era esclusa dai mercati internazionali per aver ripudiato il suo debito – allora altri paesi potrebbe presto prendere quella stessa via. Questo potrebbe far finire la scarsa rilevanza istituzionale e geopolitica che ha il FMI”.
E infatti, l’azione di Kirchner ha contribuito all’erosione della credibilità e del potere del Fondo nel bel mezzo di questo decennio.

Il riscatto

L’Argentina non è collassata. Al contrario, è cresciuta di un notevole 10 per cento all’anno per i successivi quattro anni. Questo non rappresenta un mistero. Una causa fondamentale dell’alto tasso di crescita è dovuto alle risorse finanziarie che il governo ha reinvestito nell’economia invece di inviarle fuori dal Paese per ripagare il debito. La storica iniziativa sul debito di Kirchner è stata accompagnata da altre mosse per liberarsi dalle catene del neoliberismo: l’adozione di un flottante gestito per il peso argentino, il controllo interno sui prezzi, le tasse sulle importazioni, il forte aumento della spesa pubblica e limiti sui tassi pubblici.

Kirchner non ha limitato le sue riforme all’ambito del Paese. Ha intrapreso iniziative di alto profilo con gli altri leader progressisti dell’America Latina, quali l’affossamento del Libero Commercio delle Americhe sponsorizzato da Washington e gli sforzi per realizzare una maggiore cooperazione economica e politica. Emblematico di questa alleanza è stato l’acquisto da parte del Venezuela di 2,4 miliardi dollari di bond argentini, cosa che ha permesso all’Argentina di pagare al FMI tutto il debito del paese.

Assieme a Hugo Chavez del Venezuela, a Lula del Brasile, a Evo Morales della Bolivia e a Rafael Correa dell’Ecuador, Kirchner è stato uno dei vari leader degni di nota che la crisi del neoliberismo abbia prodotto in America Latina. Mark Weisbrot, uno che ha afferrato la sua importanza per quel continente, scrive che ciò che Kirchner ha fatto “non gli ha in genere fatto guadagnare molto favore a Washington e negli ambienti economici internazionali, ma la storia lo ricorderà non solo come un grande presidente, ma anche come un eroe dell’indipendenza dell’America Latina”.

Walden Bello
Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article167517.html
15.11.2010

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da E.T.

VEDI ANCHE: GLI AFFARI FESTEGGIANO LA MORTE DI KIRCHNER

Blog di Beppe Grillo – Un cittadino può cambiare il mondo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Un cittadino può cambiare il mondo.

Tu sei il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Gandhi.
“Con poche pratiche e sperimentate in poco tempo ho ridotto drasticamente i miei rifiuti, l’elenco è solo parziale e non pretende di risolvere tutti i problemi. Un singolo cittadino non può cambiare il mondo… ma può provarci e l’unione fa la forza!
A – Gasatore dell’acqua del rubinetto casalingo. Mai piu’ bottiglie da incollarsi al supermercato. www.sodastream.it
B – Detersivi alla spina. Sia totalmente biodegradabili che meno, sono prodotti efficaci ed economici (una media di 1 euro al litro). www.autoricambispaziani.it/
C – Autoproduzione detersivi. Se si ha tempo e voglia ancor più economico e salutare farsi i detersivi da soli con sostanze naturali. I miei piatti sono puliti senza residui chimici sui piatti e negli scarichi. biodetersivi.altervista.org
D – Sapone solido di Aleppo. 100% biodegradabile fatto solo di olio d’oliva e di alloro. www.saponedialeppo.it
E – Sporte e buste riutilizzabili. Curiosa l’espressione di alcuni commessi al mio rifiuto della loro busta. Qualche volta mi è stato detto: ”Guarda che non te la faccio pagare”. La nostra cultura è ancora arretrata? www.magazzinirossi.it
F – Compostatore. Preferisco tenermi gli scarti alimentari in casa utilizzando una compostiera domestica autocostruita e vi assicuro che produco un terriccio ricco e naturale per le mie piante. www.meetup.com/beppegrillo-263
G -Bibite naturali. Oltre l’acqua amo il tè e i succhi frutta. Perche’ comprarne costosi , artificiali e imbottigliati in plastica?
H -Alimenti alla spina. Il mercato offre ancora poche opportunità , si può scegliere di limitare i danni con un minimo di scelta e attenzione.
I – Spazzolino intercambiabile. Mi son sempre sentito uno stupido a pagare un manico di plastica )in teoria eterno) per poi buttarlo e ricomprarlo dopo un paio di mesi.
L – Bicchiere tascabile e riutilizzabile. Questo semplice oggetto evita tanti rifiuti. www.dmail.it
M – Autoproduzione alimentare. Con poco più di 1 euro mi faccio yogurt per una settimana semplicemente versando il latte nel macchinario.
N – Tovaglioli di stoffa. In casa era diventato un oggetto da museo. L’ho riscoperto evitando di consumare rotoli e rotoli di tovaglioli di carta usa e getta.
O – Lametta intercambiabile. Evito tante lamette usa e getta essendo la rastura un ”rito” pressochè quotidiano.” Stefano Vignaroli – Roma

Black Skull | Blog di Giuseppe Casarrubea

Interessante articolo di Giuseppe Casarrubea. Nota: sia skull che crozza significano teschio.

Fonte: Black Skull | Blog di Giuseppe Casarrubea.

Black Skull

le notti del lupo mannaro

di

Giuseppe Casarrubea

Capitan America, supereroe nato nel 1940 per motivi di propaganda, ha un nemico mortale: il Teschio nero. Un essere orribile con un corpo umano e con un teschio al posto della testa. Rappresenta il fascismo italiano, il nazismo tedesco e l’imperialismo fascista giapponese.

A tirarlo in ballo è un grande giornalista italiano: Felice Chilanti, un personaggio che a piè pari era passato dalla Decima Mas al partito comunista di Togliatti. Autore di un libro memorabile: “Da Montelepre a Viterbo”, uscito nel 1952, a pochi giorni dalla conclusione del processo (3 maggio 1952) che aveva visto negare l’esistenza di mandanti nella strage di Portella della Ginestra e l’assenza per “morte” di alcuni dei suoi principali protagonisti. Uno dei primi instant book del nostro giornalismo.

E’ una storia dello scontro tra le forze del bene e quelle del male, che si ripete fino alla sentenza di questi giorni contro gli autori della strage di Brescia, quando il 28 maggio 1974 una bomba esplode contro una folla che manifesta contro il neofascismo in piazza della Loggia, uccidendo otto persone e ferendone cento. Gli imputati tutti assolti per insufficienza di prove, fatta eccezione della formula dubitativa per Pino Rauti, ex segretario del Movimento sociale italiano e fondatore di Ordine Nuovo.

Lo storia è lunga, ma al centro ha sempre lo stesso protagonista: la Crozza Nera, la testa di morto delle squadre armate neofasciste. I “mai morti”.

Nella genesi di Crozza Nera, nella Sicilia del secondo dopoguerra,  c’è l’aggravante dei suoi intrecci con la mafia e con il banditismo.

Scrive Chilanti in “Tre bandiere per Salvatore Giuliano” (Il Saggiatore, 1968): nel mese di aprile 1946 le mafie siciliane eleggono come loro capo Lucky Luciano, appena arrivato prima a Roma e poi a Palermo. A Roma si incontra con Michael Balsamo, funzionario dell’ambasciata americana e garante delle attività di Luciano in Italia. Nello stesso mese di aprile e a maggio Lucky a Palermo sente i capi del separatismo e  i boss. Secondo Chilanti si incontra anche con Giuliano nel panfilo del principe Alliata, al largo del golfo di Castellammare. Da qui i primi contatti diretti tra il bandito e gli esponenti delle trame nere internazionali. Stando a un documento del Federal Bureau of Narcotics, c’è un  mediatore dell’incontro. E’ un membro della banda di Turiddu poi espatriato anche lui in America, nell’agosto 1947, assieme a Pasquale ‘Pino’ Sciortino.  Il documento precisa che Balsamo, vestito da generale americano, probabilmente un agente dell’Ssu, il servizio segreto di Angleton, come Micke Stern, se ne va in giro per la Sicilia occidentale con un’uniforme da generale americano assieme a Lucky Luciano. E’ proprio in questi giri che passano da Settecannoli, da Bagheria, dal capomafia Santo Sorge, che i due incontrano Francesco Barone, picciotto del capobanda e, a questo punto, probabile mediatore tra quei signori e il “re di Montelepre”.

La cornice della strage di Portella della Ginestra si definisce, dunque, per la presenza della mafia, dei Servizi internazionali, e della delinquenza politica e utilizza il terrorismo eversivo come metodo di lotta politica. Inizialmente in senso separatista, poi al servizio della monarchia, e, infine, dell’anticomunismo.

Dopo il referendum del 2 giugno 1946, quando Giuliano fa campagna elettorale per il partito monarchico di Covelli-Alliata, il capobanda ha un momento di sbandamento. Nessuno lo cerca più. Ma la mafia è vigile e guarda lontano. Lo considera sempre una risorsa. Tutti si allineano su ordine di Crozza Black. “Giuliano accettò il patto [con Crozza Black che gli aveva promesso espatrio e soldi]. E cominciò in quel momento, con quell’accordo, il periodo più sanguinoso della storia della banda. Con la terza bandiera [l’anticomunismo],  veniva offerto a Giuliano un espatrio sicuro, larghi mezzi finanziari: giunto oltreoceano, egli avrebbe potuto scegliere il suo destino: la vita sicura, pacifica, di un qualsiasi cittadino ricco, o una posizione di comando nella malavita americana e canadese. La nuova bandiera altro non era che il fascismo americano. Era stato costituito in Sicilia un movimento chiamato Fronte Antibolscevico: la grande mafia siculo-americana vi occupava le posizioni chiave”.

Tutto torna. Anche con le confessioni rese da Gregorio Di Maria, a due infermieri di Castelvetrano alla vigilia della sua morte, nell’ospedale civico del suo paese, il 6 maggio 2010. L’anziano “avvocaticchio” nella cui casa era avvenuta la finta morte di Giuliano, preso da problemi di coscienza alla venerabile età di 98 anni,  in piena lucidità mentale avrebbe confessato che i carabinieri quella notte fecero carte false, e che il morto era un sosia del bandito. Una pedina dell’Internazionale nera composta dalla mafia siculo-americana, dai Servizi di Angleton e Corso e dal Nuovo comando generale voluto da Charles Poletti per conto di Truman, operativo dal maggio 1946, per volontà del capo dell’X2 e di Lucky Luciano.

*

Quand’ero bambino, mia madre e mia nonna, che abitava con lei, entrambe vedove, avevano trovato una buona maniera per tenermi calmo. Mi raccontavano che, ad una certa ora, non si doveva più uscire di casa. Con le tenebre il lupo mannaro si metteva a girare per le strade per aggredire le persone, i bambini specialmente, uccidendoli sul colpo. A rincarare la dose di paura, mia zia Marianna aggiungeva che lei una volta ne aveva visto uno, quasi sotto il portone di casa sua, che ululava come un cane, in preda alla voglia di agguantare qualcuno.

Quindi, calata la sera, me ne stavo quieto e non varcavo la porta di casa neanche a cannonate.

Crescendo, però, mi sono accorto che il mondo è pieno di lupi mannari, ciascuno con le sue pulsioni bestiali e i suoi deliri e ho dovuto cominciare a imparare ad affrontarli, senza l’aiuto di nessuno. I lupi mannari, in certi casi, sono come i fantasmi, possono tornare a rivivere, come gli zombi, e più che farti male, questa volta, ti rendono le notti insonni. Lottano con la loro coscienza sporca, sovrastati, come sono, dagli angeli della notte, che ti proteggono, e si ergono a schiera in tua difesa, se stai dalla parte della ragione, dalla loro parte. Dalla parte delle vittime.

Non hanno tempo queste anime, e gli uomini, erroneamente pensano che con il passare del tempo possono nascondere il loro grido silenzioso, la loro voglia di farsi sentire, la loro corale ribellione contro il male. Alla fine rompono la muraglia e sconfiggono il nemico.

Così, crescendo, ho capito la differenza che c’è tra la luce e il buio, tra giustizia e ingiustizia, tra gli angeli e i diavoli, mistificatori e imbroglioni da una parte e quanti cercano la verità dall’altra. Io che sono scettico  ho imparato, tuttavia, che esiste una differenza tra la profondità dove nascono tutte le sorgenti dell’acqua e del fuoco, dei principi vitali, e la superficialità del vivere quotidiano. E ho capito che l’unico vero sforzo che gli uomini dovrebbero fare su questa terra è solo quello di chinarsi un po’ di più al di sotto dei loro piedi, scavando con le mani tra i cocci che affiorano come segnali, dopo una giornata di pioggia.

Uno sforzo che quasi mai viene fatto, abituati come siamo, a correre spinti dalla forza d’inerzia, o dalla forza attiva e interessata di quanti vogliono che non ci voltiamo mai indietro, e non ci chiniamo mai a vedere cosa calpestiamo. Ma se rompiamo questa scorza, e cioè la paura di affrontare la verità, allora possiamo correre lontano e acciuffare tutte le bestie che ci hanno tenuto segregati dentro la cappa delle nostre paure.

Non ci facciamo caso, e per questo siamo quelli che siamo. Per questo il nostro mondo non ha senso e il passato coincide quasi sempre con la dimensione del terrore, del sepolto, della fuga dalla memoria e da ogni ragione.

Nella giornata dei morti nel mio paese, il cimitero si anima, vivi e morti si riuniscono come in una famiglia ancora attiva e la quotidianità si interrompe in modo brusco, come se qualcosa di sospeso, di indecifrabile, venisse a stabilirsi nella banale routine del dolore e della follia, per dare un senso alle cose, una dimensione umana.

E in questa riunione, la ragione vince sull’oblio.

Il 17 novembre apprendiamo la notizia che per i giudici non ci sono ancora colpevoli della strage di Brescia. Come per la strage della Val di Sambro, di Ustica e decine di altre stragi dimenticate o fatte passare come banali incidenti, come quello di Montagnalonga che si portò con sè 115 morti. Tutti morti senza verità e senza giustizia.

Ad aggravare il conto, nessuno ha mai calcolato le decine di altri morti in conseguenza di simili eventi che hanno sempre avuto strascichi di dozzine di altre morti misteriose.

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Portella della Ginestra insegna per tutte le stragi impunite. Nel 1952 fu trovato suicida l’ispettore che aveva trattato con Giuliano e i boss siciliani. Lo seguì l’onorevole Giacomo Cusumano Geloso, il deputato monarchico che Gaspare Pisciotta aveva accusato di essere stato mandante di quella strage, assieme ad altri. Nel 1954 fu la volta di Raimondo Lanza di Trabia, agente dello spionaggio internazionale, che si buttò dall’ultimo piano dell’Hotel Excelsior di Palermo. Nello stesso anno si disse che Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Giuliano era stato avvelenato con la stricnina nella sua cella dell’Ucciardone di Palermo. Suicidi o sospetti tali furono poi i medici che avevano fatto le perizie necroscopiche sul corpo di Salvatore Ferreri, confidente dell’ispettore di Ps Ettore Messana. Nel 1967 muore suicida, sparandosi con un cannoncino in casa sua, Tommaso Besozzi, il famoso giornalista che aveva scoperto il falso della morte di Giuliano.

Per non contare poi tutti gli altri casi misteriosi, scomparsi quando la commissione nazionale antimafia indaga sui rapporti tra mafia e banditismo: Mauro De Mauro, volatilizzatosi nel settembre 1970 a Palermo. Pietro Scaglione, ucciso nel 1971. E poi tre morti misteriose nel contesto di una catastrofe: il giudice Ignazio Alcamo che indagava su Ciancimino, Lima e Totò Riina; Letterio Maggiore, il medico chirurgo plastico della famiglia di Salvatore Giuliano;  Franco Indovina, l’aiuto regista di Rosi nel film su Salvatore Giuliano, tutti precipitati con altre 112 persone a Montagnalonga il 5 maggio 1972. E ancora il principe Alliata, il cui indirizzo era stato trovato in un’agenda del bandito monteleprino, dopo un inseguimento delle forze dell’ordine, morto suicida nel 1982. Per non contare i 411 morti per mano del monteleprino durante i suoi sette anni di guerra contro la democrazia.

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Dopo sessant’anni, vittime e carnefici sono lì in carne e ossa. Parlano. Basta metterli in fila, come pezzi di un puzzle.

Le vittime non hanno più l’appesantimento della loro corporeità. Sono leggere come l’aria e forti come la ragione. Non cercano sentimentalismi. Vogliono giustizia e hanno una pazienza antica che guarda avanti. Ma non sono disposti ad aspettare in eterno. Sanno che c’è un limite a tutto.

Se saltano i nervi ai morti, possono succedere cose inenarrabili. Sono vittime innocenti, anime che si lamentano al cospetto degli spavaldi che la sanno fare in barba a tutti, che pensano di avere vinto la partita, di essere scaltri per le ‘offerte’ del loro sacrificio pagano sull’altare del mito, della ragion di Stato. Ma sono soltanto il nulla, la negazione dell’esistenza, il rifiuto di ogni Dio.