Archivi del giorno: 20 novembre 2010

Quando Dell’Utri usava la mafia per il recupero crediti

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Quando Dell’Utri usava la mafia per il recupero crediti.

Marcello Dell’Utri non è stato il “mediatore” tra cosa nostra e Silvio Berlusconi solo per proteggere la famiglia del presidente del Consiglio, e in Sicilia i ripetitori Fininvest e i magazzini Standa, in cambio di tanto denaro, naturalmente. Marcello Dell’Utri ha usato cosa nostra per far avere soldi in nero a Publitalia, la cassaforte pubblicitaria del biscione, di proprietà del presidente del Consiglio. A scriverlo sono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni di condanna a 7 anni per il senatore Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda risale al 1991-1992 e riguarda una sponsorizzazione della “pallacanestro Trapani”. Al proprietario della squadra, Giuseppe Garraffa, è stato chiesto di pagare, in nero a Publitalia ( Dell’Utri allora era il presidente) 530 milioni di lire. Quasi il 50% della sponsorizzazione concessa dalla Birra Messina. A fare la richiesta, che non prevedeva un rifiuto, non fu solo Dell’Utri, ma anche il capomafia di Trapani, Vincenzo Virga.

Una storia questa, che giudiziariamente non è ancora chiusa. Anzi la Cassazione il 28 maggio scorso l’ha riaperta. La suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di Milano. I giudici di secondo grado avevano derubricato l’accusa di tentata estorsione in minacce gravi e pertanto avevano dichiarato prescritto il reato. Secondo la Cassazione appare “insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza della minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto ‘sicura natura estorsiva’ e, contestualmente, ritenere che poiché a quella minaccia – di fatto – non ne erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era “estinto” per desistenza volontaria”. Dunque il processo è da rifare.

Ma secondo i giudici di Palermo, comunque, il “fatto storico” è ormai accertato ed è per questo che lo inseriscono nella sentenza, con diversi dettagli, per motivare il “contributo” di Dell’Utri al mantenimento e al rafforzamento di cosa nostra.

Ricordano i giudici: “…Il Garraffa aveva riferito che dopo l’accredito della seconda rata di 750 milioni di lire gli era stato richiesto di versare, in contanti ed in nero, altri 530 milioni a titolo di ‘provvigione’ senza emissione di fattura seppure richiesta e con l’invito a risolvere se del caso la questione direttamente incontrando il Dell’Utri. Nel corso dell’incontro, avvenuto tra la fine del 1991 o i primi giorni del 1992, nella sede di Publitalia a Milano, il Dell’Utri aveva ribadito al Garraffa che non sarebbe stata rilasciata alcuna fattura a fronte della ‘provvigione’ richiesta, rammentando nell’occasione al suo interlocutore che ‘…i siciliani prima pagano e poi discutono…’ e che avevano comunque ‘uomini e mezzi per convincerlo a pagare’.

Si legge ancora dalle motivazioni: “Qualche mese dopo, comunque prima dell’elezione al Senato del 5 aprile 1992, il Garraffa aveva ricevuto presso l’ospedale di Trapani ove era primario, la visita di Vincenzo Virga accompaganato da Michele Buffa, che gli aveva chiesto se fosse possibile risolvere la questione con Publitalia, aggiungendo, alla richiesta del medico di sapere chi lo aveva ‘mandato’, che si trattava di ‘amici’, menzionando infine proprio il Dell’Utri”. A confermare l’intervento di Virga e dello stesso Dell’Utri, anche il pentito Vincenzo Sinacori, ex reggente del mandamento di Mazara del Vallo. Ha raccontato che il capomafia della provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro, lo incaricò di parlare con Virga per chiedergli di “parlare” con Garraffa perché saldasse il “ debito” con Publitalia. E Virga, ricorda Sinacori, poi gli confermò di aver assolto il compito.

La sentenza Dell’Utri non ammette repliche

Fonte: Antonio Di Pietro: La sentenza Dell’Utri non ammette repliche.

Le motivazioni della sentenza di condanna per il senatore Marcello Dell’Utri confermano quel che già sapevamo ma che troppi in questo paese fanno finta di non sapere. Quelle motivazioni dicono che negli anni ’70, all’inizio della sua irresistibile ascesa, l’uomo che oggi guida il paese non esitò a intrecciare rapporti intimi e a stringere loschi patti con Cosa nostra. Incontrò nel 1975 nei suoi stessi uffici milanesi Stefano Bontade, “il principe di Villagrazia”, che allora era il più potente tra tutti i boss mafiosi. Si avvalse dei buoni uffici della mafia per sbarcare con le sue emittenti in Sicilia. La presenza di un mafioso di peso come Vittorio Mangano nelle stalle di Arcore suggellava l’accordo e garantiva a Silvio Berlusconi la protezione di Cosa nostra.
Per l’Italia, il fatto che un uomo simile occupi ancora la presidenza del consiglio è una vergogna che impiegheremo anni a lavare. Trovo incredibile che quest’uomo non senta il bisogno di restituire all’Italia onore e credibilità rassegnando da solo le dimissioni, come farebbe qualunque altro presidente del consiglio nel mondo democratico.
Ma Berlusconi non lo farà. Si barricherà invece più che mai a palazzo Chigi, non per governare il paese, di cui nulla gli importa, ma per difendersi dai processi e dalle sentenze, per evitare ancora una volta di affrontare le sue responsabilità.
Berlusconi non se ne andrà da solo. Dovrà essere il Parlamento, se ha ancora una dignità e una coerenza, a restituire all’Italia un volto presentabile nel mondo mandandolo una volta per tutte a casa e in tribunale. Coloro che il 14 dicembre non voteranno la sfiducia a Berlusconi ne diventeranno i conniventi e complici.

Blog di Beppe Grillo – Marcello, portali via con te

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Marcello, portali via con te.

Ora sappiamo che Marcello Dell’Utri ha mediato tra la mafia e Silvio Berlusconi. E’ uno sparo nel buio, il sole a mezzanotte, un sipario strappato, l’inconcepibile che si manifesta. Noi che lo credevamo bibliofilo, manager, senatore della Repubblica. Un tranquillo signore laureato in giurisprudenza, ospite gradito della Rai, di Mediaset e intervistato dal Corriere della Sera e dalla Repubblica per quindici lunghi anni. Presidente della Commissione per la biblioteca e per l’archivio storico, membro della Commissione permanente per territorio, ambiente, beni ambientali, membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa. E’ vero, in passato Marcello è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione di Publitalia ed è stato ospite delle patrie galere per 18 giorni dove si è comportato da detenuto modello. Ma fu un errore giovanile (aveva solo 54 anni), una svista. Può essere considerato un peccato veniale, persino un attestato di umanità, di onestà intellettuale. Quanti parlamentari hanno rubato e non hanno trascorso un solo giorno in carcere?
L’eurodeputato, l’amico di Vittorio Mangano, il frequentatore di noti mafiosi era e resta innocente fino a prova contraria. Le condanne della magistratura non sono sufficienti a infangare la reputazione di una persona. Va fatto un chiaro distinguo tra Legge e Giustizia. Resta comunque un velo di tristezza. Ora, dopo che le 641 pagine dei giudici di Palermo hanno precipitato la nazione nello sconforto, che faremo ora? E’ facile dire che gli italiani non potevano non sapere, che ci sono voluti anni e anni di indagini per arrivare alla verità, che il gessato di Marcello era di alta sartoria. Tutto vero. Ma quanto ci vorrà per dimenticare, metterci una pietra sopra e continuare a vivere in una beata ignoranza? Un mese, due giorni, qualche ora? Il fine settimana ci aiuterà a medicare le ferite inferte dai giudici, lunedì questa maledetta pioggia smetterà e Marcello sarà di nuovo lui, tirato a lucido in televisione, alleato di Maroni che combatte la mafia, amico di Casini che gli diede la sua solidarietà nel 2004, da presidente della Camera, durante il processo che lo condannò a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, collega del Pdmenoelle che mai ne ha chiesto l’espulsione dal Parlamento e ha ignorato la legge popolare “Parlamento Pulito“, intervistato da stuoini in forma umana che in Italia sono chiamati giornalisti, leader del Pdl come fondatore di Forza Italia, mai messo in discussione dal Fini neo giustizialista.
Leonardo Sciascia divise gli uomini in cinque categorie: “… ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…“.
Se Marcello Dell’Utri, per un motivo o per l’altro, dovesse scomparire dalla scena, ci faccia un favore. Non ci lasci soli con gli ominicchi e i quararaquà. Marcello, portali via con te.

Coso nostro

Fonte: Coso nostro – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ci sarà tempo per valutare nei dettagli la sentenza della Corte d’appello di Palermo che spiega la condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di carcere (contro i 9 del primo grado). Il perché dello sconto era già chiaro dal dispositivo emesso il 29 giugno: i secondi giudici, diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo, quando Dell’Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò la Fininvest nello Stato.

Le motivazioni del taglio netto al ‘92 aprono ampi spazi per un ricorso in Cassazione: i giudici fanno i salti mortali per salvare il Berlusconi politico dalle contiguità mafiose, negando addirittura l’evidenza delle prove documentali (come gli incontri con Mangano nel novembre ’93 registrati nelle agende di Dell’Utri primo e da lui stesso ammessi) e liquidando frettolosamente le testimonianze di Spatuzza e Ciancimino. Ma, anche alla luce di questa sentenza discutibile e minimalista, non si comprende – se non per scopi di bieca propaganda – l’esultanza che accompagnò la lettura estiva del dispositivo. Semmai c’è da notare come i giudici più benevoli che Dell’Utri abbia mai incontrato nella sua lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a meno di citare in una sentenza di mafia Silvio Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia.

In pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze dell’ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì farsi proteggere dai mafiosi. Cioè: abbiamo un presidente del Consiglio che per vent’anni ha finanziato la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso “esterno” infiltrato nelle istituzioni. Noi lo sappiamo da 15 anni. Altri, si spera, lo scopriranno ora. Ogni giorno che passa con Berlusconi a Palazzo Chigi e Dell’Utri in Senato è un giorno di troppo.

”Sentenza Dell’Utri mi soddisfa a meta”’

Fonte: Antimafia Duemila – ”Sentenza Dell’Utri mi soddisfa a meta”’.

«Vuole sapere come la penso? Se devo essere sincero, posso essere soddisfatto della sentenza solo a metà. Ho letto questa mattina i giornali, ma le motivazioni della sentenza dei giudici le ho avute solo un’ora fa.

Però, da quello che leggo dai giornali, dico che è stata confermata solo in parte la mia tesi accusatoria». Lo ha detto all’ADNKRONOS Antonino Gatto, il sostituto procuratore generale di Palermo, che ha rappresentato l’accusa nel processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, condannato lo scorso 29 giugno per concorso esterno in associazione mafiosa a sette anni di carcere con una riduzione di pena di due anni rispetto al giudizio di primo grado. Mentre ieri il pm di primo grado, Antonio Ingroia, si era detto «profondamente soddisfatto» perchè «è stato confermato dalla sentenza d’appello l’impianto accusatorio di primo grado», il pg Gatto non la pensa allo stesso modo. «Per quanto riguarda la parte sulla politica – ha spiegato Gatto – purtroppo non è stata confermata la tesi che io avevo portato in aula». Secondo l’accusa Forza Italia, dopo la sua nascita nel 1994, avrebbe fatto un ‘pattò con Cosa nostra. «Ma i giudici di secondo grado non confermano la tesi dell’accusa sulla parte politica», ha detto Gatto. Poi, il magistrato che ha rappresentata l’accusa nel lungo processo d’appello, che si è concluso l’estate scorsa, contesta anche la parte della sentenza riguardante la mancanza di prove sui presunti rapporti tra il senatore Dell’Utri e i boss mafiosi Giuseppe e Filippo Graviano. Per i giudici di secondo grado, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale «non sussiste alcun concreto elemento ancorchè indiziario comprovante l’esistenza di contatti o rapporti, diretti o indiretti, tra Marcello dell’Utri e i fratelli Graviano, essendo risultato sostanzialmente inconsistente anche il contributo offerto da Gaspare Spatuzza le cui dichiarazioni si sono palesate prive di ogni effettiva valenza probatoria». «Ho letto la parte della sentenza riguardante i fratelli Graviano solo sui giornali, perchè le motivazioni non le ho ancora lette, però se così fosse contesterei vigorosamente questo punto», ha detto ancora il pg Antonino Gatto parlando della sentenza depositata ieri in cancelleria dopo cinque mesi. E il magistrato spiega anche il perchè: «Da mie elaborazioni c’è la prova documentale dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Quindi lo dimostrerò nel ricorso». Parlando poi delle dichiarazioni rese ieri da Dell’Utri all’ADNKRONOS, che continua a dirsi «fiducioso» sull’esito dei giudici della Corte di Cassazione, il pg Gatto risponde serafico: «Mi pare giusto che il senatore sia fiducioso, è umano che sia così. D’altro canto se lui è convinto della sua innocenza…».

Io, Bollate e la ‘ndrangheta

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Io, Bollate e la ‘ndrangheta.

La squadra mobile di Catanzaro ieri ha sequestrato a Bollate due ville appartenenti a Francesco Corapi, 63 anni, personaggio vicino ai clan calabresi di Soverato, arrestato per estorsione continuata e aggravata dal metodo mafioso il 6 settembre 2010. Il Francesco Corapi secondo le indagini della squadra mobile, svolgeva da tempo attività estorsiva insieme ad altre 4 persone appartenenti alla cosca mafiosa dei Gallace di Guardavalle. Avevano imposto il pizzo per mille euro al mese a un villaggio turistico di Sant’ Andrea Apostolo dello Jonio, dove imponevano anche la fornitura di merci e servizi. Di qui l’ indagine patrimoniale che ha portato al sequestro delle due ville di sua proprietà a Bollate. Le ville in questione sono abitate dai figli Pietro e Maria Teresa. Maria Teresa Corapi è titolare, assieme al marito, di una società che si occupa di movimento terra denominata SDS s.r.l.. Questa società più volte ha scaricato nella discarica di Bollate. Quella stessa discarica  dove vengono portati rifiuti di ogni tipo. A testimoniarlo un clamoroso video pubblicato il 22 luglio scorso sul sito di Sos Racket e usura.

In questa stessa cava, precisamente la ex cava Bossi, abbiamo potuto vedere decine di camion della SDS che scaricavano terra. Recentemente, uno dei soci dell’impresa, assieme al boss latitante Vincenzo Mandalari sono stati denunciati per estorsione da un imprenditore dell’ hinterland Milanese. Denuncia regolarmente depositata alla stazione dei carabinieri di Caronno Pertusella. Intanto nell’ ex cava Bossi si continua a scaricare veleni, e rifiuti di ogni tipo come hanno accertato i Vigili della Polizia Provinciale intervenuti sia il 24 luglio 2010, due giorni dopo la diffusione del nostro video, si lo scorso mercoledì. In entrambi i casi è stato accertato che sono stati scaricati rifiuti di ogni sorta senza documentazione. Tanto che l’assessore provinciale alla Sicurezza Stefano Bolognini dice: “Vista la vicinanza della cava a case e scuola, non dà la garaizia per la tranquillità dei cittadini. Per questo stiamo lavorando per la revoca dell’autorizzazione”.

Ma l’ex cava Bossi già nel 1987 fu protagonista di una clamorosa inchiesta. Al settore ecologia del comune di Bollate si accorsero che all’ interno della cava si stava eseguendo un’ escavazione abusiva, in quanto avevano asportato 70.000 metri cubi di ghiaia. Fu chiamata la Finanza di Rho che accertò la gravissima irregolarità, ed emise un verbale di 1.600.000 di lire. Racconta l’allora assessore alle Finanze Carlo Galimberti: “Negli uffici del settore ecologia, per 15 anni, ha lavorato un parente di Vincenzo Mandalari. A un certo punto la multa sparì dai cassetti”. Il documento fu ritrovato grazie all’ ostinazione dello stesso Galimberti e della geometra Elena Feleppa, che riuscirono a fare emergere questo scandalo, ripescando la multa su cui era stata apposta da funzionari del Comune di Bollate la richiesta di archiviazione. Esplose lo scandalo che portò all’ apertura di una commissione di inchiesta comunale. Prosegue Galimberti: “Si trovò l’ accordo per ottenere il pagamento della multa attraverso la cessione dell’ area stessa, ma a una condizione: era necessario il parere dell’ ASL che dovesse certificare che sotto non vi erano rifiuti tossici o dannosi. L’ ASL non ha mai dato nessun tipo di parere e di fatto il Comune di Bollate tuttora non ha mai incassato il 1.600.000 di lire”.

Questa è la cronaca di uno scandalo, uno scandalo che in questa cava va avanti dal 1980 e che si intreccia con brutte ombre di mafia. Dimostrazione perfetta di quanto sostenuto da Roberto Saviano. Vale a dire che la ‘ndrangheta sta infiltrando l’economia lombarda.

ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ ISTRUZIONE PUBBLICA

Fonte: ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ ISTRUZIONE PUBBLICA.

Aggiornamento Il Più Grande Crimine 2

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Non credo che sia chiara a tutti la finalità ultima dell’attacco all’istruzione pubblica cui da tempo assistiamo. Eppure l’intento primario è alla luce del sole e si qualifica appieno come parte del Più Grande Crimine, cioè l’ennesimo massacro delle speranze di vita per milioni di cittadini europei, noi inclusi di certo, lungo il percorso preordinato della distruzione del sistema Europa. Prima di scrivere di questo scempio, chiedo al lettore di sostare per alcune righe su un effetto collaterale che per dovere di completezza va ricordato, e che gode di un preliminare favorevole, questo: la paralisi completa inflitta agli Stati dell’Eurozona nella loro capacità di spendere a deficit per creare la piena ricchezza sociale, di cui la scuola e l’università sono una parte (sulla paralisi si legga il saggio paolobarnard.info/intervento)

Di questo effetto collaterale dell’attacco all’istruzione, va detto qualcosa che vada oltre l’ovvia e annosa pratica dell’impoverimento di un servizio pubblico al fine poi di renderlo appetibile per una privatizzazione selvaggia per pochi spiccioli e per il giubilo degli investitori privati (pratica di cui il centrosinistra italiano è maestro eccelso). Il fatto che risulta evidente è che nell’intervallo che separa la scuola pubblica di oggi dalla sua definitiva scomparsa, non era concepibile per il settore privato non lucrarvi sopra in attesa del banchetto finale. A tal proposito, la corsa al business dell’istruzione ci dovrebbe insegnare di nuovo come lavora il Vero Potere. Sotto il naso distratto di studenti e genitori, e distratto non di rado dai falò dell’Antisistema dei falsari italiani, sono spuntate ovunque sigle come European Schoolnet, ANSAS, CoSN, Education.eu, EMINENT 2010, UNI-C, ANP, DANTE, BDEB, Consortium GARR, HEAnet, RedlRIS, RENATER, SWITCH… e una ridda di altre. Sulla facciata si tratta di impeccabili istituti per l’avanzamento delle tecnologie didattiche, non profit di rigore, che tuttavia nascondono immancabilmente le ombre onnipresenti in ogni loro mossa di Microsoft, Intel, Oracle, Pasco, Smart, eInstruction, Acer, Apple, per dirne solo alcuni. Bè, che le nascondano non è proprio il termine giusto, poiché in effetti ci sono istanze in cui mostrano una faccia tosta incredibile. Alla premiazione di Docente dell’Anno 2010, la sorridente Mariastella Gelmini accompagnata dall’amministratore delegato della Microsoft Italia Pietro Scott Jovene, premiava un progetto scolastico chiamato “Un robot che gioca a Dama è spesso avanti di un passo se utilizza Windows!”. No comment. La quantità di eventi, simposi, concorsi, summits, che costoro sono in grado di organizzare è incredibile. Il loro lavoro di lobbistica presso i ministeri competenti non lascia speranza di poter distrarre la formazione di milioni di nostri giovani da quel killer delle anime che si chiama Information Computer Technology (ITC). Cioè un sistema educativo all’esclusivo servizio di chi da una parte spera nella scomparsa dell’umanizzazione dei cittadini, e dall’altra nella trasformazione (in atto) di chiunque abbia ancora una mente ribelle in puri attivisti di tastiera per annullarli (esiste già il termine inglese di clicktivism). Naturalmente, sempre per l’esclusivo interesse del solito Vero Potere.

Vengo allo scopo primario dell’attacco all’istruzione. Eccolo: drasticamente ridurre il numero di giovani che conseguono un titolo d’istruzione alto, per schiacciare ancora di più le rivendicazioni salariali. In altre parole, impoverirci in massa. La tendenza storica originatasi dal dopoguerra d’innalzamento delle qualifiche di studio nella popolazione media, ha portato nei decenni a reclamare redditi sempre più alti, ed è avvenuto, anche se poi il trend è stato interrotto. Questo però è un meccanismo che anche solo in sé, cioè per il solo fatto di esistere, da sempre minaccia il piano di deflazione della ricchezza pubblica e dei mercati voluto dai falchi neoliberisti, di scuola ricardiana soprattutto, i seguaci dell’eminenza grigia Francois Perroux, che nel 1933 scrisse: “Il futuro vedrà la supremazia delle nazioni capaci di imporre povertà di massa, per generare super profitti e perciò accumulo di capitale”. Costoro, cioè i nostri reali padroni, temono sempre gli altissimi pericoli di una deflagrazione sociale anche nelle classi medie, quelle che oggi vedono i propri figli laureati elemosinare lavori ignobili per stipendi ignobili quando va bene. E più cresce il numero di giovani cittadini altamente qualificati, più diviene difficile per i datori di lavoro comprimere i loro salari senza scatenare ondate di sdegno nelle opinioni pubbliche e soprattutto instabilità sociali incontrollabili. Meglio, come strategia, evitare all’origine la creazione di tali professionalità, e quindi la falcidia delle istituzioni scolastiche secondarie e universitarie diventa essenziale, con la mira di impedirvi l’accesso ai più. In Gran Bretagna, una ricerca della Ipsos Mori ha scoperto che il vertiginoso aumento dei costi universitari pianificato dal presente governo taglierà fuori dagli atenei fino ai 2/3 (sic) degli studenti meno ricchi. Come dimostrato nei dettagli nel mio Il Più Grande Crimine, la pianificazione economica/sociale del Vero Potere in Europa e negli Stati Uniti, impersonato dalle destre finanziarie e grandi industriali, punta alla creazione, in Europa soprattutto, di sacche di sottoccupazione ‘cinese’. La strategia della creazione delle moneta unica (euro) e della stagnazione degli stipendi reali negli USA sta rendendo realtà quel piano. Servono quindi masse di giovani sotto qualificati e possibilmente disoccupati per imporre il crollo dei salari, mentre pochi colletti bianchi rigorosamente figli di classi agiate (gli unici in grado di pagarsi l’università) saranno funzionali alla nuova classe dirigente.

Mariastella Gelmini è solo un’esecutrice di ordini, che come sempre vengono dall’esterno del ‘cortiletto del potere, escono cioè dalle stanze del Vero Potere. Personalmente non provo alcuno scandalo per ciò che ella sta facendo; è il suo compito di scherana e lo svolge con diligenza, forse unica nel governo Berlusconi ad aver compreso cosa si deve fare per una carriera futura di prestigio (Prodi docet). Assai più scandaloso è che nessuno dei sindacati italiani stia capendo chi sia il nemico del lavoro e dei salari, e non parlo dei patetici CGIL, CISL e UIL, ma precisamente delle formazioni cosiddette oltranziste. E chi ci rimette alla fine…

Il nostro premier per parte sua non ne capisce nulla di questa storia, ed è stato ‘suicidato’ il 10 novembre scorso quando ha versato (consapevolmente?) la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Vero Potere finanziario internazionale con una lettera consegnata al G20 di Seul, dove il Cavaliere (o chi per lui) chiede “che il G20 adotti misure che contrastino la speculazione sui mercati finanziari e delle materie prime… e un maggiore controllo sui derivati… Le regole e la vigilanza devono riguardare anche i mercati precedentemente non regolamentati… al fine di scoraggiare operazioni esclusivamente speculative… noi, leader del G20, dobbiamo fare pressione perché siano prese azioni immediate e incisive”. Per un uomo che l’organo di stampa del Vero Potere, il Wall Street  Journal, definiva nel marzo del 2008 “un nemico corporativo del Libero Mercato”, questa è la fine. Vero Fini? (salvo sorprese clamorose dall’elettorato italiano).

Ma la falcidia dell’istruzione come mezzo di emancipazione sociale non si fermerà. Masse sottoqualificate, sottoccupate, intimidite, e dunque da pagare poco. Semplice. Come ai bei vecchi tempi di David Ricardo, appunto. Questo attende tuo figlio. Smetti di farti distrarre, datti da fare.

Paolo Barnard
Fonte: http://www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=195
19.11.2010

ComeDonChisciotte – SOVRANITA’, BOMBE ATOMICHE E PATACCHE

Fuori le bombe atomiche dall’Italia! Se gli USA devono riposizionarle, che se le portino a casa.

Nota: l’analisi di Chiesa è interessante anche se l’attacco alla petizione anti-nucleare mi pare fuori luogo oltre che superficiale.

Fonte: ComeDonChisciotte – SOVRANITA’, BOMBE ATOMICHE E PATACCHE.

Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri – avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo.

Video. Giulietto Chiesa, Le atomiche in casa nostra

E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l’accetterebbe. Rimane, apparentemente, l’Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell’aiuto dell’abbronzato presidente, non vede l’ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all’amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell’Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l’ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l’ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l’ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando – come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) – trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell’Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l’Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com’è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.

Giuletto Chiesa
Fonte: http://www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5095-sovranita-bombe-atomiche-e-patacche.html
19.11.2010

”Dell’Utri fu mediatore tra boss e Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Dell’Utri fu mediatore tra boss e Berlusconi”.

Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto negli anni ’80 un ruolo di «mediazione» tra Cosa nostra e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi.

È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo che lo scorso 29 giugno hanno condannato a 7 anni di carcere il politico accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come scrivono i giudici, presieduti da Claudio Dall’Acqua, Marcello Dell’Utri «ricorrendo all’amico Gaetano Cinà e alle sue ‘autorevolì conoscenze e parentele, ha svolto un’attività di ‘mediazionè quale canale di collegamento tra l’associazione mafiosa Cosa nostra, in persona del suo più influente esponente dell’epoca, Stefano Bontade e Silvio Berlusconi, così apportando un consapevole rilevante contributo al rafforzamento del sodalizio criminoso al quale ha procurato una cospicua fonte di guadagno illecito rappresentata da una delle più affermate realtà imprenditoriali di quel periodo». I giudici hanno insomma confermato quanto sostenuto sia in primo che in secondo grado dall’accusa. Secondo la Corte d’Appello la mediazione tra i boss mafiosi e il premier Silvio Berlusconi sarebbe durata per circa vent’anni, una mediazione che avrebbe consentito a Cosa nostra «con piena coscienza e volontà, di perpetrare un’intensa attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese (Berlusconi, ndr) imponendogli sistematicamente il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di ‘protezionè personale e famigliare». Però gli stessi giudici hanno sottolineato nella sentenza, lunga più di 600 pagine, che non è stato provato il patto politico-mafioso tra Dell’Utri e Cosa nostra. Secondo l’accusa, invece, il senatore nel 1994 avrebbe stipulato un «patto di scambio». «Non risulta provato nè che l’imputato Marcello Dell’Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso nè che tali pretesi impegni siano stati rispettati». Infine i giudici hanno anche parlato dello ‘stallierè di Arcore, Vittorio Mangano, che non sarebbe stato assunto per occuparsi dei cavalli bensì per impedire che all’allora imprenditore Silvio Berlusconi potesse accadere qualcosa.

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PER LEGGERE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

Depositate motivazioni condanna a 7 anni

19 novembre 2010
Palermo.
Sono state depositate oggi presso la Cancelleria della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo le motivazioni della sentenza di condanna del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, che lo scorso 29 giugno è stato condannato a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il politico, che ha sempre respinto le accuse, è stato condannato per i fatti che gli vengono contestati fino al 1992 e assolto per quelli successivi. In primo grado, Dell’Utri, era stato condannato a 9 anni di reclusione. La Corte d’Appello era presieduta da Claudio Dall’Acqua, giudici a latere Sergio La Commare e Salvatore Barresi. Nella sentenza i giudici hanno sottolineato il ruolo che avrebbe svolto Marcello Dell’Utri come «mediatore» tra la politica e Cosa nostra. Nelle motivazioni i giudici fanno anche riferimento allo «stalliere» di Arcore Vittorio Mangano che sarebbe stato assunto, come aveva affermato l’accusa, per garantire la «incolumità», del premier Silvio Berlusconi.

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Ingroia: ”Sentenza Dell’Utri conferma nostro impianto accusatorio”

19 novembre 2010
Palermo.
«Dalla lettura dei primi stralci delle motivazioni della sentenza d’appello di condanna a 7 anni del senatore Marcello Dell’Utri, non posso che esprimere soddisfazione perchè è un’ulteriore conferma della bontà dell’impianto accusatorio del processo di primo grado». Lo ha detto all’ADNKRONOS il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, commentando le motivazioni della sentenza di secondo grado del processo a carico del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. «Bisogna leggere con attenzione la parte della sentenza che riguarda il patto politico-mafioso», ha detto ancora Ingroia parlando del capitolo nel quale i giudici d’appello di Palermo sostengono che non c’è una prova certa «nè concretamente apprezzabile» che tra il senatore Dell’Utri e Cosa nostra sia stato stipulato un patto politico-mafioso. Commentando poi della parte della sentenza in cui i giudici d’appello hanno assolto Dell’Utri per i fatti di mafia nel periodo successivo al 1992, il procuratore aggiunto spiega: «ma il grosso dell’impianto accusatorio, anche in primo grado, era quello che riguardava il periodo antecedente al 1992. Era quello il nucleo vero dell’accusa». Poi Ingroia sottolinea: «è stata confermata, insomma, la nostra impostazione e anche quella dei giudici di primo grado che non avevano dato spessore al patto politico-mafioso». Poi, Ingroia ribadisce: «se ci saranno i margini per ricorrere in Cassazione la Procura generale, se lo riterrà opportuno, lo farà».

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Piero Ricca » Il mediatore

Fonte: Piero Ricca » Il mediatore.

Sono state rese pubbliche le motivazioni della condanna d’appello nei confronti di Marcello Dell’Utri. Le motivazioni già note a Paolo Borsellino e forse non estranee alla decisione di “scendere in campo” di Silvio Berlusconi. Per Tg1 e Tg5 questa notizia non merita di entrare nei titoli di testa.