Archivi del giorno: 21 novembre 2010

Blog di Beppe Grillo – Chi parla? Riso Scotti Energia!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Chi parla? Riso Scotti Energia!.

La società “Riso Scotti Energia” è nata per bruciare gli scarti del riso, la cosiddetta “lolla“. In tre anni, dal 2007 al 2009, ha bruciato fanghi, cadmio, polveri provenienti dai fumi, arsenico, nichel, piombo. I guadagni erano garantiti dagli incentivi per l’energia rinnovabile, 30 milioni di euro (attraverso il CIP6), dai soldi ricevuti per smaltire rifiuti tossici nocivi delle aziende e dalla vendita dell’impasto residuo come lettiera a allevamenti zootecnici di Lombardia, Piemonte e Veneto. L’impianto di 17.000 metri quadri, appena fuori Pavia, è stato sequestrato, i dirigenti arrestati. I pavesi hanno pagato tre volte: con la quota CIP6 nella bolletta dell’ENEL, con l’aria tossica e con l’assorbimento di sostanze nocive da parte di maiali e pollame. Quanti impianti non a norma esistono in Italia? Chi li controlla? Nessuno. Mereu, capo per la Lombardia della Forestale, ha detto: “E’ la prima inchiesta di questo tipo su una centrale a biomasse, Ci vogliono più controlli…“. E, soprattutto, vanno eliminati i contributi CIP6, senza i quali non esisterebbero gli inceneritori.

Caro Beppe,
ti scrivo da Pavia, finalmente da due giorni l’aria della mattina e della sera è respirabile, non si sente più quell’odore acre che era ormai diventato tipico da almeno 3 anni (se non anche 4) il motivo c’è: la Polizia e la Forestale hanno sequestrato l’inceneritore di Riso Scotti Energia che era stato costruito sulla carta per bruciare solamente la lolla, poi non riuscendo “a starci dentro” hanno iniziato a bruciare anche rifiuti. Sui giornali c’è scritto che la Procura stima che abbiano bruciato almeno 40.000 tonnellate di rifiuti tossici. Ne hanno arrestati solo 7, il gran capo naturalmente no, strano che non potesse non sapere, non li firmava i bilanci? Come potevano stare in piedi solo con la lolla? Che schifo! Il bello è che, è riportato sempre nei giornali, gli allevatori di maiali della zona comprassero quella lolla in cui venivano occultati i rifiuti, come se poi nessuno di loro mangi mai un salame, un prosciutto, una coppa. Che idioti. Ma la gente non si rende conto che ci stiamo distruggendo? Nessuna TV nazionale ha parlato del sequestro. Tutto ciò è causato dall’ingordigia di queste bestie di persone, i profitti non bastano mai, sono degli squali. Perchè tramite il tuo blog non facciamo partire una campagna per boicottare i prodotti della SCOTTI? Spero onestamente per mio figlio che l’inceneritore non venga più aperto. Saluti.” Leonardo P.

Fuori la mafia dallo Stato

Fonte: Antimafia Duemila – Fuori la mafia dallo Stato.

di Luigi de Magistris – 21 novembre 2010
Dopo la stagione stragista di Cosa nostra degli anni 1992-1993, culminata nelle bombe di Capaci e via D’Amelio, realizzatasi anche a causa della condotta di pezzi delle istituzioni, le mafie hanno scelto di istituzionalizzarsi, di penetrare nell’economia (mafia imprenditrice)…

…e nelle articolazioni dello Stato (mafia statuale).
Questa “normalizzazione” e “legalizzazione” delle mafie si è realizzata anche attraverso l’azione dei poteri occulti di matrice massonica (deviata). Con il riciclaggio di milioni di euro di denaro sporco le mafie sono penetrate in tutti i settori economici, ovunque circola il denaro (calcio compreso).
Con la penetrazione istituzionale – soprattutto nella gestione del denaro pubblico (finanziamenti europei, emergenza ambientale, protezione civile) – si sono consolidati i rapporti con la politica e con i pubblici amministratori. La corruzione è divenuta sistema (dazioni di denaro, incarichi, consulenze, poltrone). Le mafie garantiscono voti e denaro, ciò che serve alla politica. L’intreccio tra cricche e mafie, il rapporto organico tra politica e criminalità organizzata e le collusioni nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni di controllo, consentono di far assumere al sistema criminale il volto rassicurante dello Stato.
Utilizzano la legge, l’atto amministrativo, il provvedimento giudiziario, la carta da bollo, per perseguire il disegno criminale. Il consolidamento della mediazione tra criminalità organizzata e istituzioni è stato realizzato dai poteri occulti: dalla P2 alla P3. Un governo occulto della cosa pubblica.
Nei luoghi in cui si riunisce la borghesia mafiosa si decidono anche leggi, provvedimenti amministrativi, punizioni di servitori dello Stato, epurazioni di giornalisti, il sovvertimento “legale” dell’ordine costituzionale. Questo disegno autoritario gode di sponde istituzionali di alto livello e si avvale della strategia delle tensione dell’(ab)uso del diritto. Se non si spezza l’intreccio tra mafia e politica la criminalità organizzata non sarà sconfitta. Questo legame, in continuità con la P2 degli anni 70-80, è stato preservato anche per il ruolo deviato di magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine e servizi segreti. L’elenco è lungo: gli ostacoli che ebbero Falcone e Borsellino da parte di magistrati, il ruolo dei servizi nell’attentato dell’Addaura, le stragi (in particolare via D’Amelio) e il coinvolgimento di esponenti dei servizi, la trattativa tra pezzi di Stato e mafia, l’emergere di magistrati e servizi nelle indagini di Catanzaro e Salerno sulla Nuova P2 e di Roma sulla P3. Spesso il Sisde. Queste convergenze parallele hanno consolidato il rapporto tra mafie e politica. Se si connettono talune indagini giudiziarie degli ultimi anni la verità è vicina ed è necessaria per far fuori la mafia dallo Stato. La magistratura e le forze dell’ordine sane non abbiano paura e chi sa parli, prima che sia troppo tardi e che si consolidi la strategia della tensione.

CIA = Agenzia Importazione Cocaina

Fonte: Voci Dalla Strada: CIA = Agenzia Importazione Cocaina.

L’aumento della droga negli USA e nell’ UE, il narcotraffico a livello mondiale, vanno di pari passo con l’espansione imperiale militari in tutto il mondo. La “lotta alla droga” è una farsa …

Kaos en la Red

Il giornale Mercury News di San Josè California, ha rivelato che agenti della CIA hanno venduto centinaia di tonnellate di cocaina negli USA durante gli anni in cui si è tenuto il conflitto in Nicaragua, al fine di ottenere fondi, per i Contras (paramilitari creati dagli USA per impedire la rivoluzione sandinista). Il dossier spiega che i leader del Contras si sono incontrati con un agente della CIA per pianificare l’operazione. La droga era trasportata in aerei militari, verso aeroporti nel Texas.
La droga dapprima fu distribuita nei ghetti neri di Los Angeles California e da qui si diffuse in tutto il paese, all’inizio degli 80, il crack e la cocaina hanno devastato interi quartieri degli USA, distruggendo cervelli e la volontà di lottare, di protestare, la CIA allora fu chiamata agenzia d’importazione della cocaina.

Il crack è un derivato della cocaina, la pasta della cocaina si produce spruzzando foglie secche di coca con potassio, benzina, acido solfurico, acqua, cherosene, l’impasto derivante acquista la consistenza dell’argilla, noto anche come pasta base, e attraverso un altro processo chimico, rilascia altri alcaliodi, e rimane soltanto cloridrato di cocaina.
I precursori chimici sono ingredienti indispensabili per la creazione della cocaina, e non si producono in Colombia, ma nonostante questo non esiste un “piano Germania” o “un piano Svizzera”, di bombardamenti alle multinazionali producono le sostanze chimiche … Perché è così?
La pasta base, una volta essiccata si vendeva in Colombia come “paco” (droga) dal 1981, usata per essere fumata dai tossicodipendenti, mischiata con tabacco, verso il 1985 il “paco” cominciò a essere diluito con ammoniaca, o etere, riscaldato, filtrato ed essiccato, si trasforma in crack, e dopo averlo introdotto in Colombia, gli USA lo portano al loro paese. Bisogna precisare che il crack è stato introdotto in Colombia dagli USA; che dal 1962 hanno instaurato la creazione di bande di paramilitari, intensificando le bande degli squadroni della morte che preesistevano al servizio dei latifondisti, per la loro lotta “anti-insurrezione”. Questo terrorismo di Stato, patrocinato dalla CIA, è finanziato in gran parte dei suoi strumenti paramilitari con il narcotraffico.
In quello stesso anno, 1985, il New York Times, pubblicava sull’apparizione di questa droga nei quartieri poveri, chiamando crack la droga che creava più dipendenza nella storia dell’umanità, ed è vero, il fumo arriva immediatamente alla testa, oltre ad essere assorbito dai polmoni, produce intensa euforia, seguita immediatamente da una violenta depressione, fumarla crea demenza, desiderio incontrollabile, il suo uso provoca l’arresto cardiaco, difficoltà respiratorie, disturbi mentali, delirio con forti allucinazioni, creando un atteggiamento irritabile ed aggressivo.
Fino ai primi anni 80, a causa dell’alto costo della cocaina, questa era consumata solo da artisti e gente del jet set, un anno dopo, Reagan autorizzò la formazione di un esercito paramilitare per destabilizzare il governo di Daniel Ortega in Nicaragua, conosciuto come fronte democratico nicaraguense (FDN) o Contras, era agli ordini del Colonnello Bermudez, vecchio ufficiale della guardia nazionale. Ma i fondi assegnati non bastano per l’addestramento e l’acquisto di armi. A marzo del 1982, due esiliati nicaraguensi, Danilo Blandon e Juan Meneses, volarono in Honduras per riunirsi con il Colonnello Bermudez, con lo scopo di trattare il finanziamento dei Contras. Meneses era un narcotrafficante, conosciuto come il re della droga, ha accettato di essere trasferito a San Francisco per sorvegliare l’importazione di tonnellate di cocaina, mentre Blandon la distribuiva ai trafficanti. In quell’epoca già la CIA ed il Pentagono con il Colonnello Oliver North formavano parte del cartello.
Negli USA il numero di consumatori, è passato da 6 milioni nel 1974 a circa 25-30 milioni nel 1985. Di questi consumatori il 75% si potevano considerare dipendenti. O’Maley e Washton, realizzarono uno studio sul profilo dei consumatori di cocaina negli USA nel 1982, i risultati mostrarono che l’età media dei consumatori era di 30 anni, il 50% di loro aveva entrate superiori ai 25 mila dollari annui, il 50% restante con un livello educativo uguale o superiore al liceo. Ma nel 1987, dopo l’intervento della CIA, l’età media dei consumatori era minore dei 25 anni e solo il 15% aveva entrate di 25mila dollari, solo il 12% avevano conseguito studi uguali a quelli del liceo.
Il giornalista Gary Webb del Mercury News, ha denunciato nel 2002, che la CIA è stata l’organizzatrice chiave nel traffico di armi e cocaina, per finanziare tutta la guerra sporca degli USA contro il Nicaragua, attraverso le reti di trasporto create dalla CIA in Costa Rica, Honduras e El Salvador, aerei di questo paese portavano la cocaina agli aeroporti del Texas, Florida, eludendo controlli della DEA e della dogana, dopo ritornavano carichi con armi per i Contras.
La CIA ha autorizzato l’operazione, la cocaina all’ inizio degli 80 era estremamente costosa negli USA dato che nessuno aveva trovato il modo di trasportarla con sicurezza e in enormi quantità, la rete dei Contras, si mise in contatto con i cartelli colombiani, perché la distribuissero in grandi quantità, e fu così che Meneses riuscì ad introdurre la cocaina negli USA, quasi 200 tonnellate all’anno, riuscendo ad abbassare il costo, da 50 mila dollari al chilo fino a 20 mila, e anche 10mila dollari, a causa della grande offerta, peggio ancora, era più popolare nei quartieri poveri sotto forma di crack, l’impatto è stato devastante, la dipendenza era 20 volte più forte della cocaina e molto più economica.
Mentre l’amministrazione nordamericana a metà degli 80 lanciò un’aggressiva campagna, per preservare la gioventù dai pericoli della droga, 4 organizzazioni, la DEA, DOGANE, lo Sheriff’s Department e il Bureau of Narcotics California, si lamentarono che le ricerche sul narcotraffico erano sistematicamente rese difficili dalla CIA, allegando interessi di “sicurezza nazionale”.
Il Mercury News, ha affermato non molto tempo fa, “mentre la guerra in Nicaragua, nessuno la ricorda più, i quartieri neri degli USA continuano a soffrire gli effetti della droga, specialmente del crack, introdotta dalla CIA, comunità intere di vagabondi dipendenti girovagano promuovendo violenza, le carceri sono piene di giovani neri e latini, per la maggiore, scontando sentenze per traffico di cocaina, una droga difficile da tovarere nei quartieri neri prima che la CIA la distribuisse in grandi quantità, le gang di Los Angeles, usano quei soldi per armarsi e distribuire cocaina in tutto il paese.
L’OMS, l’ONU, l’ufficio per il controllo e la supervisione UNDCP stima che attualmente, i  tossicodipendenti di cocaina  superano i 44 milioni di persone, senza considerare altre droghe legali o illegali, l’ONU, suppone che il consumo di eroina è aumentato, considerando gli ettari coltivati in Afghanistan, e per l’aumento delle esportazioni di eroina dalla Colombia, negli ultimi anni, in coincidenza con l’invasione in Afghanistan ed il piano Colombia (un’altra forma di invasione).
Gli studi di WOLA, incaricata dell’analisi dell’impatto del Piano Colombia, contro le droghe e le sue ripercussioni sui diritti umani in questo paese, avverte sul fallimento di questo progetto, fin dal suo inizio nel 2000, la proiezione di consumatori di droghe illecite nelle città statunitensi, secondo l’ultimo studio nel 2004, mostra l’aumento del consumo di droga e non solo della marijuana.
Gli USA sono i principali produttori di marijuana, superando il mais e grano, i suoi principali prodotti agricoli, sostanza praticamente legalizzata in questo paese, storia che comincia negli anni 40, le cui raccolti erano usate dall’industria della carta, e la sua alta qualità in carta moneta, per quell’epoca, poi a causa di problemi con i Rockefeller, principale imprenditore dell’industria della carta, per discussioni interne con altre aziende che producevano carta in California, e per la falsa morale dell’impero, si finì per catalogarla come droga. Gli ospedali nordamericani l’hanno sempre usata per i malati di cancro allo stomaco, oggi si consegna in dispense, prima della sua ufficiale legalizzazione negli Stati Uniti, fumare una canna era uguale a fare una passeggiata.
Questi aumenti della droga negli USA, il narcotraffico a livello mondiale, vanno di pari passo con l’espansione imperiale militari in tutto il mondo.
Con i fondi che produce il narcotraffico della CIA, si finanzia il 100% della guerra sporca, contro i paesi che non sono affini al sistema capitalista.
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

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ComeDonChisciotte – L’ ORRIBILE VERITA’ COMINCIA A FARSI STRADA TRA I LEADER EUROPEI

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ ORRIBILE VERITA’ COMINCIA A FARSI STRADA TRA I LEADER EUROPEI.

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

L’intero progetto europeo è ora a rischio di disgregazione, con conseguenze strategiche ed economiche che sono molto difficili da prevedere.

In un discorso tenuto questa mattina, il presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy (poeta e scrittore di versi giapponesi e latini) ha avvertito che se i leader europei trattano maldestramente la crisi attuale e consentono lo scioglimento dell’eurozona, essi distruggono la stessa Unione europea.

“Siamo in una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per sopravvivere con la zona euro, perché se non sopravviviamo con la zona euro non sopravviveremo con l’Unione europea “, ha detto.

Bene, bene. Questo tema è fin troppo familiare ai lettori del The Daily Telegraph, ma è come uno shock ascoltare una tale confessione dal presidente europeo dopo tutti questi anni.

Egli ammette che la scommessa di lanciare una moneta prematura e disfunzionale, senza una tesoreria centrale, o unione del debito, o governo economico per sostenerla – e prima che le economie, i sistemi giuridici, le pratiche di contrattazione salariale, la crescita della produttività, la sensibilità del tasso d’interesse del Nord e del Sud Europa arrivassero dovunque vicino ad una convergenza sostenibile – ora può ritorcersi contro orribilmente.

Fu detto a Jacques Delors e compagni, padri dell’UEM (Economic and Monetary Union), dagli economisti della Commissione nei primi anni ‘90 che questa avventura spericolata non avrebbe potuto funzionare così come costruita, e avrebbe portato ad una crisi traumatica. Essi fecero spallucce di fronte alle avvertenze.

Gli era anche stato detto che la moneta unica non elimina il rischio: essa sposta semplicemente il rischio di cambio verso ill rischio di default. Per questo motivo era tanto più importante disporre di un meccanismo efficace per i default sovrani e le ristrutturazioni del debito in atto sin dall’inizio, con regole chiare per stabilire i giusti prezzi di tale rischio.

Ma no, i maestri della UE non volevano sentire niente di tutto ciò. Non potevano esserci dei default e nessuna preparazione fu fatta o addirittura consentita per un simile risultato del tutto prevedibile. Fu sufficiente la sola fede politica. Gli investitori che avrebbero dovuto essere informati meglio andarono dritti nella trappola, pagando il debito greco, portoghese e irlandese  a 25-35 punti base al di sopra dei Bund. all’apice del boom i fondi d’investimento  acquistavano obbligazioni spagnole con uno spread di 4 punti base. Ora stiamo vedendo quello che succede quando si consolida tale rischio morale nel sistema, e si spegne il segnale d’allarme.

Delors ha detto ai colleghi che ogni crisi sarebbe una “crisi salutare”, consentendo all’UE di abbattere la resistenza al federalismo fiscale, e di accumulare energia fresca. Lo scopo della EMU è stato politico, non economico, per cui le obiezioni degli economisti potevano felicemente essere ignorate. Una volta che la moneta era in vita, gli stati UE avrebbero rinunciato alla sovranità nazionale per farla funzionare nel tempo. Ciò porterebbe inevitabilmente al sogno di Monnet di uno stato dell’Unione europea a pieno titolo. E causare la crisi.

Dietro a questa scommessa, ovviamente, c’era il presupposto che ogni crisi potrebbe essere contenuta ad un costo tollerabile una volta che gli squilibri del sistema monetaria EMU “un’unica taglia che non va bene a nessuno” avessero già raggiunto livelli catastrofici, e una volta che le bolle del credito di Club Med e dell’Irlanda fossero esplose. Si presumeva anche che la Germania, Paesi Bassi, Finlandia in ultima analisi – a seguito di molte proteste – si sarebbero impegnate a pagare il conto per una “Unione europea di sussidi di solidarietà”.

Si può presto scoprire se tale ipotesi è corretta. Lungi dall’amalgamare l’Europa, l’unione monetaria sta portando ad acrimonia e recriminazioni reciproche. Abbiamo avuto la prima eruzione all’inizio di quest’anno quando il vice premier della Grecia ha accusato i tedeschi di aver rubato l’oro greco dai forzieri della banca centrale e aver ucciso 300.000 persone durante l’occupazione nazista.

La Grecia è ora sotto un protettorato dell’Unione europea, o il “Memorandum”, come lo chiamano. Ciò ha provocato attacchi terroristici di minor conto contro chiunque associato al governo UE. Irlanda e Portogallo sono più indietro su questa strada per la servitù della gleba, ma sono già alle prese con la politica imposta da Bruxelles per essere presto sotto protettorati formali in ogni caso. La Spagna è più o meno stata costretta a tagliare i salari pubblici del 5% per soddisfare le richieste dell’UE in maggio. Tutti sono costretti a lavorare duro a causa dell’agenda di austerità dell’Europa, senza la contropartita del soccorso della svalutazione e di una più libera politica monetaria.

Dato che questo continuerà anche nel prossimo anno, con tasso di disoccupazione fermo a livelli da depressione o addirittura oltre in maniera strisciante, ci si comincia a interrogare sulla paternità di tali politiche. C’è pieno consenso democratico, oppure questa sofferenza è imposta da capi supremi stranieri con un obiettivo ideologico? Non ci vuole molta immaginazione per vedere cosa tutto questo sta per fare per la concordia in Europa.

La mia opinione personale è che l’UE è divenuta illegittima quando si è rifiutata di accettare il rigetto della Costituzione europea da parte degli elettori francesi e olandesi nel 2005. Non ci poteva essere alcuna giustificazione per resuscitare il testo del trattato di Lisbona ed imporlo attraverso una procedura parlamentare senza referendum, in quanto costituiva un putsch autoritario. (Sì, i parlamenti nazionali sono stati a loro volta eletti – quindi non scrivete commenti indignati di puntualizzazione -. Ma quale era il loro motivo per negare ai loro popoli  un voto in questo caso specifico? I leader eletti possono anche violare la democrazia. C’era un caporale in Austria … ma lasciamo perdere questo).

L’Irlanda era l’unico paese costretto a considerare una votazione della sua corte costituzionale. Quando anche questo elettorato solitario ha votato no, l’UE ha nuovamente ignorato il risultato e intimato all’Irlanda di votare una seconda volta per farlo “giusto”.

Questo è il comportamento di una organizzazione proto-fascista, per cui se l’Irlanda ora – per ironia della storia, e senza compenso – fa scoppiare la reazione a catena che distrugge la zona euro e l’Unione europea, sarà difficile resistere alla tentazione di aprire una bottiglia di whisky Connemara e godersi il momento. Ma bisogna resistere. Il cataclisma non sarà gradevole.

Il mio pensiero per tutti quei vecchi amici che ancora lavorano per le istituzioni dell’UE è: cosa accadrà alle loro pensioni in euro se il signor Van Rompuy ha ragione?

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100008667/the-horrible-truth-starts-to-dawn-on-europes-leaders/
16.11.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

“Berlusconi e Cosa Nostra”. Il primo capitolo de “L’Intoccabile, di Peter Gomez e Leo Sisti

Pubblichiamo qui di seguito il primo capitolo del libro di Peter Gomez e Leo Sisti “L’intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra” (edizioni Kaos) nel quale già nel 1997 si ricostruiva la genesi dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, il boss Vittorio Mangano e il Cavaliere. Un legame che sembra svilupparsi secondo i canoni classici dei rapporti mafia e impresa. L’imprenditore inizialmente cerca un mediatore e qualcuno che gli garantisca protezione. Poi, nel corso degli anni, la relazione si trasforma. Fino a diventare qualcosa di diverso….
Il Contratto

Quando varcò per la prima volta i cancelli di villa San Martino, ad Arcore, Vittorio Mangano stava per compiere 34 anni. Ormai da qualche mese era abituato a far la spola tra Palermo e Milano, dove divideva un piccolo appartamento con la suocera e il cognato – un operaio dell’Ansaldo impegnato nel movimento sindacale – che tentava sempre di coinvolgerlo in estenuanti discussioni politiche. Tutto quel parlare di lavoratori, di padroni, di comunisti, a Mangano non piaceva. Ma almeno fino alla primavera del 1974, quando si trasferisce con moglie e figlie nella tenuta di Silvio Berlusconi, il giovane boss lo sopporta di buon grado: in fondo, più stava lontano dalla Sicilia e meglio era. Palermo, infatti, gli andava stretta. La questura già nel 1967 lo aveva diffidato come persona pericolosa, e poliziotti e carabinieri da qualche tempo sembravano avercela particolarmente con lui. Nel giro di cinque anni aveva collezionato una lunga serie di denunce, arresti e condanne per reati di ogni tipo. Procedimenti penali per truffa, assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, che lo avevano portato in prigione per ben tre volte.

Leggi tutto: Il Fatto Quotidiano » Berlusconi e Cosa Nostra”. Il primo capitolo de “L’Intoccabile, di Peter Gomez e Leo Sisti.

Chi cattura i mafiosi latitanti

Fonte: Antimafia Duemila – Chi cattura i mafiosi latitanti.

di Claudio Fava – 20 novembre 2010
Il governo mette il cappello sull’arresto di Iovine dimenticando il ruolo di forze dell’ordine e magistrati e le proprie ambiguità nella lotta al crimine.
Ventotto pericolosi latitanti mafiosi arrestati sull’elenco dei trenta criminali più ricercati è un bel successo: si tratta solo di capire a chi vada attribuito.

Il governo vi ha subito piazzato cappello e manifesti, utilizzando l’ultimo arresto, quello del boss Antonio Iovine, per chiedere clemenza nei confronti di Berlusconi e della sua maggioranza.
Maroni ha parlato di antimafia dei fatti (contrapposta, ci mancherebbe, all’antimafia delle anime belle e dei saviani). Il cavaliere ci ha fatto sopra un pezzo da cabaret, come se Iovine fossero andati a prenderlo per i tetti di Casale lui e l’amico Dell’Utri. Insomma,un po’ di fanfara che di questi tempi non guasta.
Pochi, pochissimi, si sono rammentati che non sono i ministri a dare la caccia ai latitanti ma le forze di polizia. Che l’attività d’indagine è il frutto dell’azione del PM (a patto che sia un pubblico ministero indipendente, dotato di poteri di coordinamento dell’azione della polizia giudiziaria: ovvero le due cose che la riforma Alfano vuole cancellare).
Che quelli come Iovine li arresti, dopo quattordici anni di latitanza, perché le intercettazioni telefoniche e ambientali a carico dei loro amici non sono state compresse nello spazio di poche settimane come vuole il progetto di legge del governo Berlusconi.
Insomma, se avessero dovuto parlare la lingua della verità, Maroni e Alfano avrebbero dovuto spiegare che Iovine e gli altri superlatitanti sono stati arrestati nonostante loro, nonostante le leggine del governo Berlusconi, nonostante le protezioni che ai Casalesi sono state garantite in questi anni direttamente da onorevoli colleghi del loro partito, nonostante il voto della Camera che ha impedito fino ad oggi di arrestare e processare il coordinatore del PDL in Campania Nicola Cosentino. L’elenco potrebbe continuare: ma qui ci preme rimediare ad alcuni grossolani furti di memoria che il ministro Maroni ha tentato di mettere a segno nella sua polemica contro l’antimafia delle parole.
Li riepiloghiamo in due parole: Fondi e Milano.
Due anni fa il prefetto di Latina Bruno Frattasi chiese al ministro dell’Interno lo scioglimento del comune di Fondi, platealmente inquinato da interessi e pratiche mafiose.
La sua richiesta era confortata da centinaia di pagine e di documenti forniti dai Carabinieri e dall’evidenza di numerose inchieste penali. Fino ad allora le richieste di scioglimento, per l’urgenza e la gravità che rappresentano, erano state esaminate (e quasi sempre accolte) dai governi in carica nei giro di pochi giorni. Bene: per più d’un anno il consiglio dei ministri si rifiutò di mettere all’ordine del giorno la richiesta su Fondi, consentendo la sopravvivenza della più inquinata amministrazione d’Italia. Un’omertà istituzionale che aveva una precisa ragione politica: Fondi era il feudo di un ras del PDL, e dunque andava preservato da atti istituzionali traumatici. Alla fine, di fronte all’evidenza dello scandalo, la giunta e i consiglieri di maggioranza si dimisero: evitarono scioglimento e commissariamento, ottennero di tornare al voto tre mesi dopo e rivinsero le elezioni con la stessa squadra di malgoverno precedente. Il ministro Maroni, quello dell’antimafia dei fatti, dopo aver taciuto per oltre un anno, aprì bocca solo a misfatto consumato per ordinare che il prefetto di Latina venisse trasferito a lucidar ottoni al Viminale. Milano. Altro prefetto, altra pasta. Diceva Gianvalerio Lombardi, ascoltato in commissione antimafia poco meno di un anno fa, che Milano è città solare, trasparente, senza rischi di alterazioni mafiose del suo tessuto sociale ed economico.
Una menzogna clamorosa, smentita poche settimanedopo dalla più gigantesca operazione di polizia in Lombardia: centinaia di arresti, una colonna della ndrangheta che aveva già arruolato funzionari, amministratori, dirigenti…Un prefetto della repubblica che ammannisce parole di conforto e di convenienza mentre il suo territorio viene spolpato dalla più agguerrita organizzazione criminale d’Europa o è in malafede o non è all’altezza.
Toccava al suo capo, Maroni, offrirci la risposta. Il ministro si è limitato a dire che il prefetto di Milano non si tocca. Punto.
Difesa a oltranza, anche quando dal prefetto Lombardi è arrivata una risposta piccata al presidente dell’Antimafia Pisanu che aveva chiesto a tutte le prefetture di conoscere i nomi dei candidati e degli eletti non in regola con il codice di autoregolamentazione approvato da tutti i partiti tre anni fa. Non è compito nostro, fece sapere il prefetto: e i nomi non li ha mai dati. Maroni, anche stavolta, ha taciuto. E pazienza se tra gli eletti ci sono stati anche alcuni camorristi e mafiosi già condannati. Ma sì, signor ministro, chiamiamola pure antimafia dei silenzi.

Ciancimino junior teste al processo De Mauro: ”Su delitti di mafia la regia e’ tutta romana”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino junior teste al processo De Mauro: ”Su delitti di mafia la regia e’ tutta romana”.

Il legale di Riina: ”Don Vito informatore dei carabinieri”
di Aaron Pettinari – 20 novembre 2010
Alla fine il tanto atteso “faccia a faccia” tra il capomafia corleonese Riina, ed il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha avuto luogo ieri, durante il processo per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro.

Il “capo dei capi” è l’unico imputato come mandante del delitto, mentre Massimo Ciancimino è stato chiamato a deporre dall’accusa. Dall’altra parte del televisore, in diretta dal carcere milanese di Opera, Riina ascolta le parole del figlio di Don Vito mentre risponde alle domande del pm Sergio Demontis. Quindi Ciancimino ha tratteggiato, ricordando le rievelazioni del padre, il quadro degli anni ’70 e di quel periodo che ha visto la scomparsa di De Mauro.
“I delitti De Mauro, Scaglione, Mattarella e Dalla Chiesa hanno un’unica regia, con mandanti romani, e Cosa nostra per la prima volta si occupa solo della parte logistica’’.
Massimo Ciancimino ha riferito così in aula le convinzioni maturate dal padre dopo che proprio nel 1970, a cavallo della sua elezione a sindaco di Palermo nel novembre di quell’anno, venne convocato a Roma dall’allora ministro dell’Interno Franco Restivo e da Attilio Ruffini, poi ministro della Difesa, per fare quello che il figlio ha definito “un salto di qualita” per assumere il ruolo di informatore dei servizi e di “mediatore” tra gli ambienti istituzionali e i capi emergenti di Cosa nostra. Ciancimino jr ha fatto soprattutto riferimento alla “triade”, come l’ha definita, composta da Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano con i quali il padre aveva rapporti sin dagli anni giovanili. Con Liggio il figlio di don Vito ricorda un incontro in vacanza a Sirmione mentre Riina e Provenzano (che si presentava come il geometra Lo Verde) avevano frequentato la sua casa.
“Mio padre non aveva rapporti idilliaci con Totò Riina – ha aggiunto – Diceva sempre che Riina aveva un carattere irruento e irascibile, uno che agiva di pancia, mentre con Bernardo Provenzano c’erano delle affinità. Riina venne diverse volte a casa mia in via Sciuti a Palermo, almeno tre o quattro volte, ed era accompagnato dal geometra Lipari. Poi lo rividi anche al Castello di Trabia, nei pressi dello Zagarella e a Bagheria. Mio padre lo chiamava ‘il torto’”.
Interpellato sul delitto De Mauro si è limitato a riferire che il giornalista aveva chiesto al padre di prendere per lui un appuntamento con il procuratore di Palermo Pietro Scaglione (che poi avrebbe incontrato ugualmente pochi giorni prima di sparire il 16 settembre del ‘70), ma che don Vito tergiversava con l’intenzione di ignorare la richiesta, “così come spesso faceva con i giornalisti, ed in particolare quelli de L’Ora”.
L’eliminazione di De Mauro avrebbe sconvolto gli equilibri e innescato un meccanismo che poco dopo portò all’uccisione del procuratore Pietro Scaglione.
Il collegamento fra i due delitti veniva ricondotto da don Vito proprio alle trame della regia “romana”. Lo ha scritto lui stesso in alcuni appunti che il figlio, prima di deporre in aula, ha consegnato alla Procura. Con Scaglione l’ex sindaco aveva un’amicizia familiare. Il figlio ricorda che si trovava a casa del procuratore la sera del luglio 1969 in cui la tv trasmetteva le immagini dello sbarco sulla luna. Quando il magistrato fu ucciso, il 5 maggio 1971, don Vito rimase profondamente colpito. Si entì così male che dovette essere assistito da un medico.
“Mio padre era rimasto molto sorpreso per l’omicidio Scaglione, perché negli ambienti mafiosi erano noti i loro rapporti di amicizia. In un primo momento mio padre si sentì in colpa – ha spiegato Ciancimino junior – era convinto che Scaglione fosse stato ucciso perché non aveva voluto riesaminare il processo a Luciano Liggio. Cosa che poi fece un altro magistrato, sua eccellenza Palazzolo”.
Fu Provenzano a spiegare a Vito Ciancimino: “Chiedi ai tuoi amici romani, noi abbiamo solo eseguito degli ordini. Lo disse con un sorriso. Mio padre mi raccontò che Scaglione era stato ucciso perché aveva preso in mano l´indagine sull´omicidio De Mauro”. E su De Mauro mio padre mi disse che stava indagando sul delitto di Enrico Mattei e sul golpe Borghese, o sui cugini Salvo”.
Quando Scaglione prese in mano l’indagine sulla morte del giornalista de L’Ora, don Vito sentì la necessità di avvertire il procuratore del “vero spessore dell’avvocato Vito Guarrasi”, il potente e misterioso professionista di Palermo al centro di mille affari e sospetti. Questi era, secondo don Vito, il suo “alter ego”, cioè un mediatore tra le istituzioni e Cosa Nostra, però “dell’ala antagonista”, quella di Riina.
Successivamente ha avuto luogo il controinterrogatorio dell’avvocato Cianferoni, durante il quale Massimo Ciancimino ha parlato dell’arresto del padre: “Quando mio padre venne arrestato, il 19 dicembre del 1992, non venne mai fatta una perquisizione nella sua abitazione di Roma, dove abitava da tempo e dove teneva tutta la documentazione che poi ho consegnato, anni dopo, alla magistratura”. Quindi ha sostenuto di essere entrato in possesso della documentazione del padre, che negli ultimi mesi ha consegnato ai magistrati di Palermo e di Caltanissetta “tra il 2000 e il 2002”, cioè nel periodo della morte del padre avvenuta il 19 novembre del 2002. Cianferoni ha chiesto poi a Ciancimino junior di fare una descrizione fisica di Riina e il figlio di don Vito ha risposto: “ricordo che quando veniva a casa di mio padre indossava sempre un borsello, e che era più basso di me”. Il legale del Capo dei capi ha poi chiesto cosa lo avrebbe spinto a parlare due anni fa con il giornalista Maurizio Belpietro nel 2008. “Quando venni raggiunto da un’indagine anomala, perchè riguardava solo me e nessuno dei miei quattro fratelli, pensai di rivolgermi a Enrico Mentana, che era al Tg5 – ha risposto Ciancicmino – Lo incontrai all’aeroporto a Roma e lui mi diede il numero della sua segretaria. Poi però non si fece più sentire. Così mi rivolsi a Belpietro”.
Secondo Cianferoni, che ha fatto notare alla Corte d’Assise di avere “chiesto per anni l’audizione di Massimo Ciancimino, senza che la sua testimonianza non fu ammessa fino ad oggi”, le ricostruzioni del figlio dell’ex sindaco palermitano sono tutte fantasiose. Quindi ha chiesto la citazione in aula il prefetto Mario Mori, il generale Antonio Subranni ed il colonnello Giuseppe de Donno.
L’avvocato Luca Cianferoni vuole sentire i tre ufficiali, soprattutto Mori, per sapere proprio quali “erano i rapporti tra Vito e Massimo Ciancimino con l’Arma dei Carabinieri fino a quando Vito Ciancimino era in vita” per verificare “la credibilità di Ciancimino”.
Il pm Sergio De Montis, dal canto suo, ha chiamato sul pretorio la vedova di don Vito, Epifania Silvia Scardino.
Il Presidente della Corte d’Assise, Giancarlo Trizzino, ha accolto l’audizione di quest’ultima e inoltre sentirà Enrico Servillo, figlio del fotografo che riprese i momenti della visita il 27 maggio 1962 a Gagliano Castelferrato del presidente dell’Eni Enrico Mattei, morto la stessa sera a Bascapè sull’aereo precipitato in seguito a un sabotaggio. Saranno infine acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese, nell’ambito dell’inchiesta sul caso De Mauro, dall’ex ministro Franco Restivo, dall’ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Alessi e dal deputato del Msi Angelo Nicosia. Sono tutti deceduti. La Corte si è invece riservata se accogliere la richiesta del difensore di Totò Riina di audizione dei generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni e del colonnello Giuseppe De Donno. Il processo è stato quindi rinviato al 3 dicembre.