Archivi del giorno: 23 novembre 2010

ANTROPOLOGIA DEL POTERE

Purtroppo Ciampi e Prodi ci hanno fregati, l’euro è una mega truffa legale ai danni dei cittadini.

Ma mi viene da chiedermi perché “il Giornale” in questo periodo pubblichi questi articoli meritevoli e invece queste notizie importanti non vengono date sulle TV dello stesso padrone? Secondo me lanciano messaggi trasversali contando sulla scarsa diffusione del giornale. B è stato messo sul posto di comando da quello stesso potere che viene adesso attaccato da quest’articolo e che ora lo vuole fare fuori. Beh, che queste cose le dicano in TV in fretta se B vuole salvare la poltrona e avere i cittadini dalla sua parte, altrimenti verrà presto sostituito da Fini (che è membro dell’European Council on Foreign Relations, un gruppo simile ai Bildberger) o ancora peggio da Draghi, espressione diretta delle banche speculatrici.

Fonte: ComeDonChisciotte – ANTROPOLOGIA DEL POTERE.

DI IDA MAGLI
ilgiornale.it

Il 2 maggio l998 alcune delle famiglie europee più importanti del mondo politico e degli affari tenevano pronto lo champagne da stappare per lo storico momento in cui da Bruxelles i corrispondenti televisivi di tutti gli Stati d’Europa avrebbero annunciato la nascita dell’Unione Monetaria Europea. Ma soprattutto la nascita dell’unico vero sistema di governo e di potere su tutti i cittadini d’Europa: la Banca centrale europea (Bce). In Italia si aspettava l’apparizione in tv di un soddisfattissimo Prodi che, con il calice in mano, doveva festeggiare, insieme a Carlo Azeglio Ciampi, suo principale complice nella gigantesca svendita dei beni e del denaro degli italiani offerti in sacrificio alla nuova divinità «Europa», l’avvenuto tradimento.

In un divertente, anche se amarissimo libro, intitolato L’insostenibile pesantezza dell’euro, Antonello Zunino, noto analista finanziario, prefigurava (siamo nel l999), raccontandolo come contenuto di un suo sogno, quali sarebbero state le strade segretissime che avrebbero preso i politici, ma soprattutto i banchieri e gli economisti che avevano voluto a tutti i costi creare la moneta unica europea, per sfuggire alle ire e alle vendette dei popoli al momento del crac dell’euro.

Il compito di accompagnarli fuori dalle loro nobili sedi in luogo sicuro, in grande segretezza, era stato affidato proprio a lui, Zunino, nella sua qualità di vecchio finanziere, buon conoscitore dei vizi piccoli e grandi degli abitanti del mondo più nefando di tutti, quello della creazione e dell’accumulo dei soldi. Il sottotitolo del libro spiega ancora meglio, infatti, la gravità del momento: «È iniziato il crepuscolo degli dei».

Che si siano sempre considerati come dei, i signori delle banche, centrali e non, insieme ai loro compagni d’affari, economisti e finanzieri, non c’e dubbio; ma che potessero cadere così in fretta dal loro empireo, erano stati davvero in pochi a prevederlo. La fuga viene portata a termine come tutti desideravano, e i nostri eroi ritornano sani e salvi al sicuro nelle proprie case. Chi erano? Zunino fa pochi nomi fra quelli italiani: Ciampi, Prodi, Monti, Visco, nomi talmente noti e ovvi che il citarli non sembrerebbe dover richiedere alcuna precauzione. Zunino, tuttavia, ha ritenuto che non fosse sufficiente, per tutelarsi da eventuali vendette, affidarsi a un romanzo di «fantaeconomia», ma addirittura a un sogno all’interno del romanzo. Qualche buona ragione nel temere rappresaglie la si poteva individuare nel fatto che, contrariamente alla giustizia sognata nel racconto, i traditori della patria erano (sono) diventati più potenti di prima, in base alla regola che più hanno tradito e più debbono essere ricompensati. Ciampi è stato infatti premiato dal Bilderberg e dalle altre potentissime società di cui è membro, con il massimo della carriera: è diventato presidente della Repubblica Italiana. Mario Monti, invece, anch’egli membro dei due club mondialisti più potenti, il Bilderberg e la Commissione trilaterale, è stato premiato, in maniera forse meno vistosa agli occhi del pubblico ma più significativa dal punto di vista del potere, in quanto è stato immesso nel Consiglio della Banca centrale europea .

Romano Prodi, complice di Ciampi nella svendita dei beni dello Stato e nella rincorsa all’euro, alla cui inaugurazione avevano ambedue brindato «con le lacrime agli occhi», come ha detto Ciampi, è stato premiato con la nomina a presidente della Commissione europea. Se non fosse per il fatto che non esiste banchiere al mondo capace di spremere una lacrima, potremmo quasi credergli. Nessuno più di lui, infatti, aveva speso le proprie energie per convincere gli italiani che «entrare in Europa» era il miglior destino che potessero mai attendersi. Abbandonata la fiducia nello «Stellone d’Italia», i poveri italiani si sono affidati, con Prodi, a uno «Stellone» purtroppo mai sperimentato in precedenza, quello d’Europa, che ancora non ha manifestato neppure una briciola della carica magica attribuitagli.

Pochi centri di potere, silenziosi e invisibili, garantiscono dunque la carriera dei personaggi di maggior rilievo. A dire il vero gli italiani non sono molto numerosi fra i membri delle organizzazioni che governano il mondo al riparo dei rappresentanti politici ufficiali; possiedono però, in confronto ad altri, una preziosa virtù agli occhi dei vari club mondialisti: eredi di una lunghissima storia di governanti traditori della patria, sono i più entusiasti. Collaboratori del progetto di distruzione delle sovranità nazionali per la costruzione dell’Unione Europea e del Nuovo ordine mondiale. Francesco Cossiga, per esempio, diventato presidente della Repubblica per non essere riuscito a salvare, da ministro degli Interni, la vita del più importante uomo politico italiano, era figlio di varie generazioni di massoni e membro dell’Aspen Institute for Humanistic Studies, una delle tante istituzioni mondialiste che, più che dedicarsi agli studi umanistici, ha il compito, sotto la guida del Royal Institute for International Affairs (Riia) e della Fabian Society, di collegare in una rete di interessi reciproci, le classi dirigenti (politici e industriali) di tutti gli Stati, in preparazione del futuro Ordine mondiale.

Insieme a Cossiga partecipavano, e partecipano, alle sedute dell’Aspen Institute i personaggi più influenti della società italiana, come Giuliano Amato, che è stato il presidente della Sezione italiana fino al l995, seguito da Carlo Scognamiglio e da Romano Prodi che, sempre nel l995, ne veniva nominato vicepresidente vicario. Poi, Umberto e Gianni Agnelli, Giorgio La Malfa, Giorgio Napolitano, Mario Draghi, Giulio Tremonti, Enrico Letta… Di Ciampi, che conosciamo già come devastatore delle finanze italiane tramite la massiccia svalutazione della lira e come liquidatore, con l’aiuto delle potenti banche Goldman Sachs, Merrill Lynch e Solomon Brothers, delle maggiori industrie dello Stato, è inutile forse sottolineare il fatto che appartiene a quasi tutte le organizzazioni semisegrete che guidano il mondo. Oltre che del Bilderberg e dell’Aspen Institute, e membro della Banca dei Regolamenti internazionali (Bis), autentico vertice del capitalismo finanziario mondiale, di cui è stato anche vicepresidente. Giustamente, quindi, è stato premiato con la presidenza della Repubblica.

Ida Magli
Fonte: http://www.ilgiornale.it
Link: http://www.ilgiornale.it/cultura/antropologia_del_potere/22-11-2010/articolo-id=488598-page=1-comments=1
22.11.2010

Stragi di mafia del ’93, lo Stato non si costituisce parte civile nel processo

Il governo si conferma mafioso

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Giustizia & impunità » Stragi di mafia del ’93, lo Stato non si costituisce parte civile nel processo.

Assenti anche il comune di Roma e il comune di Milano. Si sono invece costituite parte civile il Comune di Firenze, la Regione Toscana e circa 30 privati cittadini. Maggiani Chelli: Nessun processo alle intenzioni, ma così si agevolano i mafiosi”

Lo Stato non si costituisce parte civile nel processo sulle bombe della mafia dei primi anni ’90. L’avvocato dello Stato non si è presentato questa mattina nell’aula bunker di Santa Verdiana dove si è aperto il processo contro Francesco Tagliavia, uno degli uomini accusati dalla procura di Firenze di concorso nella strage mafiosa del 1993 nel capoluogo toscano facendo così decadere la possibilità di costituirsi parte civile nel procedimento. Stessa scelta adottata anche dai comuni di Roma e di Milano. Presenti invece il Comune di Firenze, la Regione Toscana e circa 30 privati cittadini. “Questo processo comincia come cominciano tutti i processi. Non so se l’avvocato dello stato sia in ritardo….”, aveva detto il Capo della Procura di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio per decidere sulle richieste avanzate questa mattina in aula. L’Avvocatura di Stato, raggiunta telefonicamente dai giornalisti, si è difesa sostenendo di non avere ricevuto nessuna notifica dall’autorità giudiziaria. “Non ci è stato notificato nulla per iscritto o verbalmente, ma solo tramite pubblici annunci”. Una prassi che secondo Quattrocchi è corretta: “La notifica è stata fatta per pubblici proclami. Sta nella Gazzetta ufficiale. Così si fa”.

Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili, contattata da Ilfattoquotidiano.it, dichiara fermamente: “Nessuno di noi vuol fare un processo alle intenzioni. Può darsi che si tratti di un disguido. Tuttavia, come familiari delle vittime non possiamo che rimanere sconcertati di fronte all’atteggiamento dell’Avvocatura di Stato”. Per la Presidente, il rischio che si corre è quello di lanciare messaggi impliciti ai mafiosi che si trovano in carcere: “Pensiamo a Giuseppe Graviano che, tra le altre cose, ha recentemente goduto di un alleggerimento del regime di 41bis. Cosa avrà pensato sapendo che lo Stato si disinteressa di un processo così importante, dove oltretutto testimonia Gaspare Spatuzza? Che lo Stato fa cadere nel vuoto questioni primarie”. Siamo noi le vittime, non i mafiosi. E questo non è il processo all’ennesimo boss, ma un processo che chiede verità”. Noi questi errori non li capiamo – conclude Giovanna Maggiani Chelli – Altroché non presentarsi, lo stato doveva essere “presentissimo”.

In una nota distribuita ai giornalisti davanti all’aula bunker del tribunale di Firenze, l’associazione dei familiari delle vittime di mafia si legge: “Siamo certi che all’allora pm Gabriele Chelazzi e i suoi colleghi siano stati posti dei limiti, nel non dire tutto quello che uomini dello Stato sapevano. Non troviamo un altro sinonimo alla parola ‘trattativa’ tra mafia e Stato per le vicende che ci riguardano, quale causa dei nostri morti e dei nostri feriti”. Il documento distribuito pochi minuti prima dell’inizio del processo chiude con un’amara constatazione e una domanda: “Se il 15 maggio 1993 a ben 140 mafiosi fu tolto il regime di 41 bus, perché la strage di via dei Gerogofili fu fatta lo stesso? Questo implica che sul piatto della bilancia non c’era solo il papello di Riina con il 41 bis e gli altri 11 punti, ma forse altro? E cosa?”.

Secondo i familiari, le dichiarazioni rese nei giorni scorsi dall’ex minstro Giovanni Conso, confermano quanto sostengono. “Le reticenze di questi giorni, i non ricordo davanti alla richiesta di conferma dei 140 mafiosi passati da carcere duro a carcere normale il 15 maggio 1993 ci danno ampiamente ragione e ci rimepiono di amarezza”.

L’avvocato di Francesco Tagliavia, Luca Cianferoni, ha chiesto di ammettere come testimoni l’ex presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, il guardasigilli del suo governo Giovanni Conso, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’ex ministro degli interni Nicola Mancino, gli ex pm Antonio Di Pietro e Gerardo d’Ambrosio. I pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi, si sono opposti argomentando che le posizioni di “Mancino, Scalfaro, Ciampi, Di Pietro e D’Ambrosio sarebbero destinate a offrire un contributo che già altre corti hanno definito generico e valutativo”. Riguardo l’ex Ministro della Giustizia, Giovanni Conso, i magistrati si sono opposti sostenendo che, al pari di Massimo Ciancimino e dell’ex capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (DAP) Nicolò Amato, anch’essi chiesti come testi dalla difesa, sono “del tutto non pertinenti”. Fra i testimoni richiesti dalla procura figurano Gaspare Spatuzza, le cui dichiarazioni sono state determinanti per l’avvio del processo a carico di Francesco Tagliavia, Salvatore Grigoli, Tullio Cannella, Pietro Carra, Calogero Ganci, Salvatore Cancemi e altri soggetti già condannati per fatti di mafia. I pm hanno chiesto di ammettere anche le dichiarazioni messe a verbale da Antonio Scarano, nel frattempo deceduto.

L’udienza è stata aggiornata al 14 dicembre, quando la corte si pronuncerà sull’ammissione delle prove e dei testi.

Beppe Grillo a Terzigno

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Beppe Grillo a Terzigno.

Ieri sera ero a Terzigno. Ho detto qualche parola di conforto alla popolazione, ho spiegato che tutta l’Italia è ormai una grande Terzigno, dall’inceneritore di Riso Scotti Energia di Pavia, ai rifiuti tossici sepolti nel quartiere Santa Giulia a Milano. E’ un problema di sistema che non può essere risolto dalle cariche della polizia o dalle ordinanze comunali. I rifiuti sono una risorsa per i partiti, per i costruttori di inceneritori, per chi gestisce le discariche, per chi incassa il CIP6 dalle nostre bollette, per chi crea dal nulla la spazzatura attraverso migliaia di contenitori inutili, per chi si oppone ai detersivi e agli alimenti sfusi, per chi non vuole il riciclo dei materiali. Il degrado del Paese è un business per il sistema industriale marcio che ci troviamo, per le banche che lo finanziano, per politici che trasformano le emergenze in potere e in tangenti. Per risolvere il problema dei rifiuti bisogna cambiare il Paese, ognuno può fare la sua parte. Terzigno può diventare un simbolo del cambiamento.

Salvato il soldato Mastello – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Salvato il soldato Mastello – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ricordate il processo a Clemente Mastella e famiglia (moglie, consuocero, cognato e mezza Udeur) per le lottizzazioni nelle Asl e negli enti pubblici della Campania, il mercato illegale degli appalti, la gestione allegra dei fondi pubblici al giornale Il Campanile con appartamenti romani incorporati? Bene, anzi male: il Parlamento ha deciso di abolirlo. Non Mastella: il processo.
Venerdì, alla chetichella come si usa in questi casi, il Senato della Repubblica ha approvato per alzata di mano la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di sollevare un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processare l’ex ministro della Giustizia del centrosinistra, ora eurodeputato di centrodestra, senza chiedere il permesso al Parlamento.

Tutti d’accordo (Pdl, Lega, Udc, Pd), tranne l’Idv. Motivo: i reati contestati a Mastella nell’udienza preliminare in corso da mesi a Napoli sarebbero stati commessi nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli, dunque di natura ministeriale, dunque sottoposti alla giurisdizione del Tribunale dei ministri di Napoli, ma solo previa autorizzazione a procedere del Senato. I difensori di Mastella, nell’udienza di sabato, hanno subito chiesto al gip di sospendere tutto fino a quando la Corte costituzionale non si sarà pronunciata (fra un anno o due, visti i tempi biblici della Consulta).   Se il gip dovesse accogliere l’istanza di rinvio sine die, il processo morirebbe lì, con prescrizione assicurata. E non solo per Mastella, ma anche per i suoi 50 coimputati, che hanno immediatamente fatto propria la richiesta dell’ex ministro, ritenendosi attratti per contagio dalla sua speciale immunità, peraltro sconosciuta alle leggi.

La vicenda è talmente intricata che, se non se ne illustrano bene i passaggi, si rischia di non afferrare appieno la portata dello scandalo.
L’inchiesta è quella avviata quattro anni fa dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che nel gennaio 2008 fece arrestare fra gli altri la signora Mastella, Sandrina Lonardo, il consuocero dei coniugi, Carlo Camilleri e un bel pezzo di Udeur campana per vari e gravissimi reati, poi notificò un avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia, che colse la palla al balzo per rovesciare il governo Prodi, passando armi e bagagli al centrodestra. Intanto, per competenza, il fascicolo fu trasmesso a Napoli, dove il pm Francesco Curcio proseguì le indagini, scoprì altri reati e lo scorso anno chiese i rinvii a giudizio sui quali, fra breve, dovrebbe pronunciarsi il gip Eduardo De Gregorio.

Mastella è accusato di ben nove episodi delittuosi: quattro concussioni, tre abusi d’ufficio, un’associazione per delinquere e un caso di truffa, peculato e appropriazione indebita.

1) Concussione: in combutta col consuocero Camilleri, leader dell’Udeur beneventana e con due assessori regionali, Mastella avrebbe costretto il governatore Antonio Bassolino ad “assicurare loro la nomina a Commissario dell’Area sviluppo industriale (Asi) di Benevento di una persona liberamente designata dal Mastella” per “compensare la mancata attribuzione al suo gruppo politico della carica di presidente dello Iacp di Benevento”; per coartare la volontà di Bassolino, i due assessori presero a disertare le riunioni di giunta e Mastella ad “attaccarlo strumentalmente sulla gestione dei rifiuti”.
2) Tentata concussione: Mastella e la moglie Sandrina (presidente del Consiglio regionale) avrebbero perpetrato una “costante intimidazione” e “denigrazione” contro Luigi Annunziata, direttore generale dell’ospedale San Sebastiano di Caserta per cacciarlo dal suo incarico, visto che rifiutava di “procacciare favori, appalti, posti, incarichi dirigenziali e primariati a membri dell’Udeur”.
3) Abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio: Mastella avrebbe “istigato” il presidente della III sezione del Tar Campania, Ugo De Maio, ad aggiustare una causa in camera di consiglio per favorire un suo protetto e svantaggiare un’altra persona.
4) Abuso d’ufficio: Mastella, assieme al solito Camilleri, avrebbe istigato un suo assessore regionale a favorire un suo raccomandato ai vertici della comunità montana del Taburno.
5) Concussione: Mastella avrebbe costretto il sindaco di Cerreto Sannita a nominare un amico dell’Udeur ad assessore ai Lavori pubblici e ad assegnare il progetto dell’area industriale allo studio ingegneristico del consuocero Camilleri, minacciando in caso contrario “il congelamento dei finanziamenti regionali destinati al Piano di insediamento produttivo di Cerreto”.
6) Abuso d’Ufficio: Mastella, assieme al consuocero, al cognato Pasquale Giuditta e ad altri, avrebbe chiesto e ottenuto l’assunzione indebita all’Arpac di ben 158 raccomandati suoi e dell’Udeur, in barba alle regole sulle competenze professionali, “per coltivare interessi di natura politico clientelare”.
7) Tentata concussione: Mastella & C. avrebbero intimato al direttore generale dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli di nominare primario un loro amico a scopo esclusivamente “clientelare”; e, quando quello rifiutò, fu investito da un’interpellanza dell’Udeur in Consiglio regionale che lo dipingeva come un incapace e dunque costituiva una minaccia di “rimozione dall’incarico”.
8) Associazione per delinquere: Mastella, la moglie Sandra e altri avrebbero dato vita a “un’associazione per delinquere, operante prevalentemente nella regione Campania, finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica amministrazione e, soprattutto, all’acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso e gare pubbliche bandite dagli Enti territoriali campani, attraverso la realizzazione di reati di falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzioni, abuso di ufficio e rilevazioni del segreto di ufficio… essendo capi e promotori del sodalizio Mastella Clemente, Camilleri Carlo e Lonardo Alessandrina”.
9) Peculato, truffa e appropriazione indebita: Mastella, “al fine di procurare ingiusto vantaggio patrimoniale ai suoi congiunti Mastella Elio e Mastella Pellegrino” (i figli, che “attraverso lo schermo societario costituito dalla società Campanile srl, senza averne titolo, acquistavano dalla Scip a prezzo più basso di quello di mercato, l’immobile in Roma Largo Arenula già di proprietà dell’Inail, utilizzando anche fondi pubblici destinati al sostentamento dell’editoria”), “si appropriava indebitamente dell’intero capitale sociale del detentore del logo della testata Il Campanile Nuovo” e sarebbe riuscito persino a truffare l’Inail.

Tutti questi reati, secondo la Procura di Napoli, Mastella li avrebbe commessi “agendo in qualità di Segretario Nazionale del partito politico Udeur”. Dunque, mai come ministro. Del resto, alcuni gli vengono   contestati “fino al luglio 2009”, quando non era più ministro da un anno e mezzo. E altri prima che lo diventasse. Che dice la legge sui reati commessi da un ministro? La risposta è nell’articolo 96 della Costituzione e nella legge costituzionale 1/1989 (che abolì la Commissione Inquirente), ma anche nella costante giurisprudenza della Cassazione: spetta al pm, titolare dell’azione penale, decidere se il reato commesso da chi fa il ministro è di natura “ministeriale” o ordinaria. Nel primo caso, il fascicolo passa al Tribunale dei ministri (una sezione ad hoc del Tribunale distrettuale), che però può procedere solo dopo aver avuto l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Nel secondo, si va avanti come in un normale processo.

Ma, fatta la legge, trovato l’inganno.  Il 30 luglio scorso, la Camera (tutti d’accordo, tranne l’Idv) si costituisce in giudizio dinanzi alla Consulta contro i giudici di Livorno che stanno processando il ministro Altero Matteoli (Pdl) per favoreggiamento del prefetto: l’accusa è di averlo avvertito nel 2004 delle indagini e delle intercettazioni a suo carico per una brutta storia di abusi edilizi all’isola d’Elba. Il caso Matteoli è un unicum: la Procura aveva ritenuto che il reato Matteoli l’avesse commesso in quanto (nel 2004) ministro dell’Ambiente,dunque che fosse di natura ministeriale. Ma il Tribunale dei ministri giudicò diversamente: derubricò il reato da ministeriale a comune e restituì il fascicolo al Tribunale ordinario. La Camera però decise che, prima di farlo, il Tribunale dei ministri dovesse informarla. E sollevò un conflitto di attribuzioni alla Consulta, che le diede ragione con una sentenza controversa (l’illustre consesso si spaccò a metà e il relatore si dimise per protesta): il Tribunale , prima di riprendere il processo, avrebbe dovuto chiedere il permesso a Montecitorio. A quel punto la Camera, senza che nessuno gliel’avesse chiesta, negò l’autorizzazione a procedere contro Matteoli. Il Tribunale di Livorno sollevò a sua volta un conflitto alla Consulta contro la Camera per quell’obbrobrio giuridico. E il 30 luglio scorso la Camera si costituì in giudizio contro i giudici. Spalancando la strada al ritorno all’immunità automatica, almeno per i ministri, senza neppure cambiare la legge o la Costituzione.

Venerdì 19 novembre, infatti, il Senato ha trascinato alla Consulta anche il Tribunale di Livorno per salvare Mastella e i suoi cari. Richiamandosi al precedente di Matteoli che, per quanto scandaloso, precedente non è perché è un caso totalmente diverso. Per Matteoli la Procura (poi smentita dal Tribunale dei ministri) aveva ritenuto il reato “ministeriale”. Per Mastella nessuno ha mai ventilato un’ipotesi tanto assurda: né la Procura di Napoli, né tantomeno Mastella, che in due anni di indagini e udienza non ha mai eccepito nulla del genere. Del resto, basta leggere i capi d’imputazione: tutti fatti che, comunque li si voglia giudicare, riguardano Mastella come leader dell’Udeur, non certo come ministro della Giustizia. I ministri della Giustizia non si occupano di Asl, Arpac, Aisi, comunità montane, assessori in piccoli comuni, giornali e alloggi di partito. Dunque non c’è motivo per cui la Procura o il Gip debbano investire il Tribunale dei ministri o il Senato. Tutto fila liscio fino all’11 ottobre, quando nella fase finale della discussione in udienza preliminare, la difesa Mastella scopre all’improvviso la competenza del Tribunale dei ministri, invocando il precedente fasullo di Matteoli e sostenendo la ministerialità dei reati. Il Gip ovviamente risponde picche. A quel punto il Senato entra a piedi giunti nel processo e, col voto-inciucio di venerdì, tenta di mandarlo in fumo, denunciando i giudici di Napoli alla Consulta e sostenendo che spetta al Parlamento e non ai magistrati stabilire la ministerialità o meno dei reati commessi da ministri ed ex ministri.

Il paradosso tragicomico è che, secondo la legge costituzionale 1/1989, il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Ecco: forse lottizzare gli enti pubblici piazzando parenti e raccomandati, concutere pubblici ufficiali, pilotare appalti a fini clientelari, intascare soldi del finanziamento pubblico all’editoria o truffare l’Inail sono condotte tipiche di un ministro della Giustizia e vanno tutelate perché finalizzate a un “preminente interesse pubblico”. Nel qual caso, bloccare il processo a Mastella è poco: bisogna erigergli un monumento equestre.