Archivi del giorno: 24 novembre 2010

Pianura, vietato respirare: «Qualità dell’aria incompatibile con la vita»

Fonte: Pianura, vietato respirare: «Qualità dell’aria incompatibile con la vita».

Morire di discarica è un sospetto; non poter respirare, a Pianura, è una certezza. Così come è certo che gli effetti dell’inquinamento da percolato possono arrivare fino alla fascia costiera di Pozzuoli. La clamorosa e allarmante conferma arriva dagli atti giudiziari dell’inchiesta sulla discarica Difrabi, l’impianto che sta letteralmente togliendo l’ossigeno agli abitanti del quartiere.

Lo afferma nella sua perizia, finita nel fascicolo d’indagine, l’ingegnere Ennio Italico Armando Noviello, primo ricercatore dell’Istituto di metodologie chimiche del Cnr. In alcune zone di Pianura non si può respirare, a causa della grande quantità di idrocarburi dispersi e della cattiva qualità dell’ossigeno… Una tesi accolta dal gip Alessandro Buccino Grimaldi che, agli inizi di novembre, ha respinto l’istanza di archiviazione per il filone di indagini relative al reato di disastro colposo nella discarica di Contrada Pisani. «Ho effettuato rilievi ambientali nell’area accessibile non recintata dell’ex discarica di Pianura (…) — si legge nella relazione di Noviello —. Preciso che, come specificato sui risultati delle analisi che produco, alcuni rilievi sono stati effettuati all’esterno della discarica entro un raggio di 1500 metri. I valori di tutti i parametri sono risultati disomogenei e diversamente alterati— continua l’ingegnere —, e quasi sempre di gran lunga, fino a mille volte superiori, ai valori limite consentiti».

Dunque, stando alla relazione ripresa dal gip Buccino Grimaldi, l’inquinamento prodotto dalla discarica arriva addirittura sino ad un chilometro emezzo da Contrada Pisani, con valori talmente alti da mettere a rischio la salute degli stessi tecnici intervenuti per fare i rilevamenti. «In alcuni punti— sempre secondo quanto rivelato da Noviello — la qualità dell’ossigeno e/o degli idrocarburi è risultata non compatibile con la vita umana. Preciso che per tale motivo non è stato possibile prolungare la durata di ciascun rilievo per i termini previsti dalle norme (…). Tutti i valori riscontrati sono tossici nel breve, medio o lungo termine». Insomma, il ricercatore e i suoi assistenti hanno dovuto allontanarsi in fretta e furia da quei luoghi per non rischiare la salute. E chi invece è costretto a viverci? Altrettanto preoccupanti sono poi le conclusioni riportate da un altro studioso, il prof Sergio Rusi: «Dal punto di vista idrochimico, la discarica Difrabi va dunque a tutt’oggi considerata come un corpo impregnato di percolato e biogas, che stante la totale o parziale assenza di guaina impermeabile al fondo e/o parziale assenza di guaina impermeabile al fondo e il cattivo stato della guaina al tetto … è responsabile delle impregnazioni di percolato residuo alla base nei terreni del substrato e delle fughe di biogas, sia verso i bordi della discarica, sia verso atmosfera».

Ma quali sono i veleni che si insinuano sotto le terre della discarica? C’è di tutto, diossina compresa. Illuminante è un documento datato 14 maggio 2008, prodotto dalla direzione Tutela del suolo – Bonifica Siti-Gestione tecnica rifiuti Area Ambiente della Provincia di Napoli. Eccoli gli inquinanti: 113 mila chili di polveri di amianto bricchettate, più di 48 mila tonnellate di rifiuti speciali industriali, più di 380 mila tonnellate di rifiuti speciali. Veleni nascosti alla vista, ma più che mai vivi nelle paure degli abitanti della zona. Colpisce, all’indomani dell’altolà della Lega alla possibilità che l’immondizia di Napoli sia smistata in altre regioni italiane, vedere la provenienza dei rifiuti sepolti a Pianura. Moltissimi arrivano dal Nord. Precisamente: polveri di amianto e rifiuti speciali industriali (da Torino); terre di bonifica inquinate da gasolio, fanghi di verniciatura, fanghi dell’impianto di depurazione e scorie e ceneri di alluminio (dalla provincia di Bergamo); mentre dalla provincia di Varese, cosmetici scaduti, morchie di vernci e così via. «Dal punto di vista legale il fatto che il processo continui è una bella vittoria — spiegano gli avvocati Giovanni Copertino e Valerio De Maio della Onlus Oceanus — Il giudice Buccino Grimaldi ha ritenuto sussistente il reato di disastro ambientale, così come chiaramente riportato nel provvedimento. Circa trenta milioni di metri cubi di rifiuti tossici sversati in discarica senza una bonifica e senza una messa in sicurezza adeguata, al punto che in diversi strati non è stata rinvenuta impermeabilizzazione con fuoriuscita di biogas e percolato.

Resta però la preoccupazione per una situazione che non interessa solo l’area della discarica ma ha una capacità espansiva di 350 ettari fino a raggiungere la fascia costiera di Pozzuoli per un ampiezza di 1,5 chilometri ed una distanza di 3. Leggere il provvedimento — aggiunge ancora Copertino — mi ha lasciato senza parole e mi ha commosso per la sua drammaticità e per la cruda realtà confermata dal dottor Buccino Grimaldi che parla chiaramente di pericolo accertato all’esterno della discarica. Questo pericolo integra una situazione di disastro ambientale potenzialmente catastrofico, per il numero elevato di persone che abitano la zona e che possono essere coinvolte, oltre alla gravità degli effetti sulle stesse e la vastità del territorio interessato».

corriere del mezzogiorno

DEVONO CEDERE LA LORO SOVRANITA’ AL “CENTRO”

Fonte: ComeDonChisciotte – DEVONO CEDERE LA LORO SOVRANITA’ AL “CENTRO”.

DI GZ
cobraf.com

Il governo irlandese dopo aver resistito per ben cinque giorni ha richiesto formalmente un salvataggio alla UE, sembra per 75 miliardi per ora in modo da far sì che i mercati domani apriano più alti (come ogni lunedì in pratica)

La quota parte dell’Italia può essere 15 miliardi e così daremo una mezza Finanziaria per aiutare un paese che ha un tenore di vita più alto del nostro, ma ne vale la pena perchè altrimenti chi ha bonds irlandesi avrebbe sofferto delle perdite e questi avrebbe TURBATO i MERCATI FINANZIARI che si sarebbero poi vendicati in qualche modo su milioni di famiglie irlandesi ed italiane innocenti.

Giocando d’anticipo sulle proteste oggi uno dei top membri della elite finanziaria, il capo del Fondo Monetario, Dominque Strauss-Kahn, dichiara che i governi europei devono cedere la loro sovranità (trad.italiana qui) in materia economica e finanziaria.

Esagero ?

A seguito, “IRLANDA: E SE LA PREDA FOSSE L’EURO ?” (Maria Grazia Bruzzone, lastampa.it);

Strauss-Kahn: ” Le ruote del coordinamento tra paesi si muovono troppo piano. Il centro deve prendere l’iniziativa, nelle aree chiave per raggiungere il destino comune in economia, finanza e politiche sociali… I PAESI DEVONO CEDERE ‘ UNA PARTE MAGGIORE DELLA LORO SOVRANITA’ AL CENTRO…”)
( “The wheels of co-operation move too slowly. The centre must seize the initiative in all areas key to reaching the common destiny of theunion, especially in financial, economic and social policy. Countries must be willing to cede more authority to the centre.”). O meglio devono cedere la parte di sovranità che ancora resta loro, perchè da una decina d’anni ormai nessun governo europeo può decidere per somme superiori ai 10 miliardi senza l’assenso del “Centro”.

Queste sono più teorie del complotto, è nei notiziari di stasera in un comunicato dettato da uno dei membri del “Centro”. Strauss-Kahn ricorda a tutti oggi che non governa Berlusconi, Prodi, Blair, Sarkozy o Zapatero perchè la loro autorità è passata al “Centro”. Il governo irlandese invece di accettare subito il salvataggio ha fatto aspettare una settimana e Strauss-Kahn (a nome del “Centro”) si è spazientito e ha detto anche in pubblico che bisogna togliere anche l’autorità rimasta a questi governi. Ormai il “Centro” ha bisogno ora di agire in fretta, farlo aspettare anche qualche giorno non va più bene, i suoi padroni nei Mercati Finanziari vogliono risposte immediate e lo vengono a dire in pubblico. Per chi sia un poco duro di comprendonio: oggi ill capo di un entità finanziaria internazionale dichiara che l’Irlanda o l’Italia devono “cedere l’autorità” (loro rimasta) in materia economica e finanziaria. Cioè tu eleggi pure un primo ministro o presidente o governo a Roma o Dublino, ma deve essere chiaro che chiunque sia non ha più l’autorità di decidere in economia e finanza

Chi sarebbe questo “Centro” a cui i governi devono cedere la sovranità ed autorità loro rimasta in economia e quale è il “destino comune in economia” a cui siamo destinati sotto la direzione del “Centro” ? E’ una questione più interessante di quella se cade il governo Berlusconi e se viene sostituito da qualcun altro, perchè in ogni caso chiunque sarà dovrà sottostare al “Centro” (o “Cupola” ogni elite o cabala di potere sceglie un suo termine)

Facciamo un pacco indietro per chi non segua cosa succede veramente al mondo. Per chi non se ne fosse accorto c’è una nuova legge valida per tutti i paesi occidentali senza eccezioni: chi presti denaro a chiunque, anche nel modo più cretino, anche solo per arricchirsi personalmente ignorando ogni regola elementare di prudenza, deve SEMPRE ESSERE RIMBORSATO AL 100% E MAI PERDERE UN EURO

Il Debito una volta contratto non può più in un economia globale mai in nessuna circostanza essere ridotto o ripudiato perchè questo turberebbe il Dio dei Mercati Finanziari. E se i mercati finanziari sono turbati possono cedere e non c’è disgrazia al mondo più grande (a parte il Riscaldamento Climatico).

Da quando è stato messo da parte il cristianesimo come noto il Dio dell’Economia Globali ha sostituito la Madonna, Gesù e Padreterno come la divinità da temere, rispettare e contro cui non commettere peccato.

Nel nuovo Vangelo è scritto che non ci possono essere default o ristrutturazioni di debito di qualunque genere e qualunque sacrificio va affrontato dai cittadini del paese per ripagare tutti i debiti contratti da loro e dal loro stato verso le banche ed istituzioni finanziarie internazionali,. Questo perchè non farlo turberebbe il Dio dei Mercati Finanziari che può vendicarsi poi come nella Bibbia, ordinando ai suoli fedeli (Soros, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan e altri speculatori..) di fare stragi di innocenti come Dio nella Bibbia ordina Mosè, David, Samuele, Giosuè di fare stragi

Nel caso la maggioranza dei cittadini ed elettori, nonostante la vaselina somministrata dai mass media, si dimostri contraria il loro governo li deve ignorare, come ha ignorato in Irlanda il voto contrario alla Costituzione europea nel referendum di cinque anni fa. I governi vengono eletti con le schede elettorali, ma dal momento che si insediano rispondono poi solo alla UE, al G8, al G20, al Fondo Monetario, alla Banca Mondiale e soprattutto alla trinità della Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Banca di Inghilterra.

Bernanke, Trichet e King (alla Banca di Inghilterra) e Strauss-Kahn al Fondo Monetario sono i grandi sacerdoti in grado di interpretare la volontà del Dio dei Mercati Globali. E il Dio dei Mercati Globali, che parla per loro bocca, richiede spesso dei sacrifici al popolo. Se questo recalcitra e non ascolta i suoi sacerdoti allora il Dio dei Mercati Globali manifesta la sua ira tramite Goldman Sachs, Soros, JP Morgan e il resto delle banche e mega fondi provocando cataclismi sui Mercati Finanziari e se non basta mandando a fondo l’economia e provocando carestie. Fino a quando il popolo spaventato non accetta di offrire i sacrifici necessari a placare l’ira del Dio dei Mercati Globali….

Il governo irlandese nei sondaggi ha solo un 10% di sostegno e alle prossime elezioni e sta suicidando in termini elettorali, come Obama e i suoi che per coprire tutte le perdite delle banche con soldi pubblici si sono suicidati all’elezione del 4 novembre. Quindi i politici irlandesi stavano tergiversando la settimana scorsa e il “Centro” che dirige l’economia globale si stava spazientando. Per cui il Fondo Monetario per bocca di Strauss-Kahn ha dichiarato oggi pubblicamente che bisogna togliere l’autorità rimasta ai singoli governi, (visto che non obbediscono sempre immediatamente)

E ora potete tornare a parlare di cose importanti come la caduta del governo Berlusconi e di come un governo di sinistra sarebbe meglio di uno di destra o viceversa

(Una volta quando un governo o entità straniera dichiarava che un paese doveva perdere la sua sovranità diventando un protettorato di qualche impero, c’erano rivolte e anche guerre, ma allora non avevi una popolazione con un età media sopra i 50 anni come in Italia …)

GZ
Fonte: http://www.cobraf.com
Link: http://www.cobraf.com/blog/default.php?idr=266754#266754
21.11.2010

‘Dalla mafia mi guardo io, dallo Stato mi guardi Dio!’

Fonte: ‘Dalla mafia mi guardo io, dallo Stato mi guardi Dio!’.

Traditori. Non mi viene in mente nessun altro termine per indicare questi presunti uomini dello Stato che spuntano vergognosamente, dopo 17 anni, a riferire retroscena terribili e cruciali del biennio stragista. Sono traditori, della patria e della Costituzione e hanno costruito carriere e ricchezze sul sangue dei martiri, come Falcone e Borsellino e degli innocenti come le vittime delle stragi di Firenze e Milano. Dopo tutto questo tempo e soprattutto solo dopo che hanno testimoniato Massimo Ciancimino, il figlio di un mafioso, che da tempo ha fatto la scelta coraggiosa di rispondere ai magistrati e Gaspare Spatuzza, un efferato assassino che si è pentito ed è diventato collaboratore di giustizia, i lorsignori tra politica, magistratura e forze dell’ordine che tanto disprezzo mostrano per “questi infami che parlano”, si ricordano di dettagli, incontri, appunti in agenda, provvedimenti d’emergenza, cambi di strategie politiche che avvenivano alle spalle e sulla pelle di chi quello Stato lo stava servendo e forse avrebbe potuto salvarlo.

Partiamo da via d’Amelio, la madre dei misteri del biennio stragista.
Di certo a questo punto sappiamo solo che il 19 luglio 1992 un commando di Cosa Nostra, su ordine dei vertici dell’organizzazione mafiosa ha osservato tutti gli spostamenti del giudice e della sua scorta.  Ce l’hanno raccontato tra gli atri i fratelli Ganci, Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante. Quest’ultimo ha poi segnalato l’arrivo di Borsellino in via d’Amelio a qualcuno che da una posizione ancora non accertata aveva una visuale tanto precisa da far esplodere la bomba nel momento esatto in cui Paolo Borsellino stava per entrare nella casa della madre. E qui si arrestano le nostre conoscenze. Non sappiamo né chi né da dove.
Pensavamo di sapere che un balordo della Guadagna, Vincenzo Scarantino, con l’aiuto di un altro paio di delinquenti di piccolo cabotaggio, aveva rubato l’auto che una volta imbottita di tritolo ha deturpato ancora una volta Palermo. Oggi invece Spatuzza ci dice che non è vero, che a rubare quell’auto è stato lui e ha fornito dettagli e riscontri tali da convincere i giudici che è la sua versione quella credibile. E mentre si prepara la revisione del processo per alcuni spietati boss di Cosa Nostra, gli inquirenti si trovano a dover indagare su un misterioso uomo presente,  sempre secondo il collaboratore, nel luogo in cui stavano riempiendo l’auto di esplosivo e sull’opera di depistaggio a quanto pare orchestrata da un poliziotto fuoriclasse come era Arnaldo La Barbera.
Nel primo caso le ricerche si sono concentrate sull’enigmatica figura di Lorenzo Narracci, un uomo dei servizi segreti civili il cui nome è apparso più volte negli anni nell’ambito delle indagini sulle stragi, riconosciuto, seppur con grandi tentennamenti, tanto da Spatuzza quanto da Ciancimino come uomo vicino a Cosa Nostra e in particolare legato all’ormai celebre quanto  ancora ignoto “signor Franco”.
Nel secondo invece il superpoliziotto, amico personale di Giovanni Falcone, è risultato essere anch’egli a libro paga dei servizi e probabile autore delle false confessioni di Scarantino. La Barbera è morto e i magistrati stanno cercando di ricostruire la verità con il rinvio a giudizio di tre ufficiali di primordine come Vincenzo Ricciardi, Mario Bo e Salvatore La Barbera.

Quanto al luogo da cui sarebbe potuto essere stato azionato il telecomando è tornato all’attenzione dei pm di Caltanissetta un palazzo di dieci piani appena edificato (nel ‘92) proprio dietro il muro che chiude via d’Amelio, dalla cui terrazza la visuale è perfetta. Due agenti della Criminalpol, intenti a scoprire il punto di osservazione degli esecutori, rinvengono in quel luogo un numero considerevole di cicche di sigaretta e una volta individuati due costruttori chiedono via radio alla centrale di identificarli. Sono due dei sei fratelli Graziano da sempre prestanome dei Madonia e dei Galatolo. I due agenti vogliono procedere con l’arresto, ma ecco sopraggiungere una squadra di poliziotti che li fermano: “Colleghi, è tutto a posto. Ce ne occupiamo noi adesso”. Compileranno un rapporto dettagliato, ma dal giorno successivo saranno incaricati di occuparsi d’altro. E per un decennio questa traccia sparisce così come viene bloccata la pista imboccata da Gioacchino Genchi sul Castello Utveggio quale altro luogo strategico per agire indisturbati su via D’Amelio.
A ben guardare ad essere inquietante non è l’ombra di Cosa Nostra, ma quella dello Stato.

Passiamo ai moventi e ai mandanti.
ANTIMAFIADuemila è stata tra i primi a sostenere che il giudice Borsellino è stato sacrificato sull’altare della trattativa, del nuovo patto di coabitazione tra Stato e Mafia rinegoziato a suon di bombe e 41 bis affinché una politica dal volto ripulito e una Cosa Nostra più pacifica ritornassero a fare affari e accordi.
Non possiamo sapere con quanta chiarezza Borsellino e forse prima di lui Falcone avessero intuito il piano di maquillage democratico innescato dopo la caduta del muro di Berlino con il consueto motivo delle stragi italiane, ma oggi possiamo dire con sufficiente certezza che negli ultimi 57 giorni che hanno separato il suo destino da quello del suo amico fraterno, Paolo Borsellino sapeva di essere stato tradito, sapeva che pezzi dello Stato avevano scelto di scendere a patti e che tramavano alle sue spalle. “Sto vedendo la mafia in diretta” disse a sua moglie in preda allo sconforto e al disgusto.

Ci sono voluti 17 anni perché ex ministri come Claudio Martelli, funzionari di rango come Liliana Ferraro e Fernanda Contri, politici di primo piano come Violante ecc ecc sforzassero le meningi e fornissero elementi sufficienti per provare che Paolo Borsellino era al corrente del dialogo in corso tra l’allora colonnello Mori e il referente politico ed economico di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, per “mettere fine alle stragi”.
Mori e il suo vice De Donno giurano e spergiurano che non ne fecero cenno al giudice negli incontri che ebbero con lui il 25 giugno e il 10 luglio quando li chiamò in grande riservatezza. Il loro superiore Subranni addirittura arriva a sostenere che se Borsellino aveva accettato di cenare con loro, gli uomini del Ros, dopo i colloqui era perché non aveva nulla da ridire sull’operato dei suoi sottoposti. Peccato che poco prima di morire il giudice aveva confidato alla moglie che “Subranni era punciuto”, ossia uomo di mafia. Anche su questo i pm di Caltanissetta impegnati a districare la mefitica matassa, stanno indagando.
Riassumendo per comodità: lo Stato chiede a cittadini inermi di testimoniare quando assistono ad un crimine, di rompere il muro dell’omertà e denunciare chi li minaccia a rischio della propria vita, di accettare un’esistenza di incertezze perfino sulla propria identità e su quella dei propri figli e loro che lo Stato lo dovrebbero incarnare ci mettono quasi vent’anni per dare il loro contributo, quasi sempre contraddittorio e magari per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Come li dobbiamo definire, se non traditori?

Per tornare a Borsellino, qualsiasi cosa avesse scoperto il giudice l’avrebbe annotata nella sua agenda rossa e chi lo spiava era così ben informato da saperlo e da organizzare la sottrazione della preziosa scatola nera dei suoi pensieri a pochi minuti dalla devastazione di via D’Amelio.
E qui un’altra sequenza di bugiardi, ritrattatori, e/o appositi confusionari di Stato. Immortalato da una fotografia che ANTIMAFIADuemila ha individuato nell’archivio di un noto fotografo palermitano viene messo sotto inchiesta il tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Questi, ritratto e ripreso anche da telecamere mentre con un’agghiacciante nonchalance si allontana dal cuore dell’esplosione con la valigetta del giudice in mano, si inerpica in spiegazioni una più contraddittoria dell’altra trascinando nella caoticità delle ricostruzioni anche altri soggetti come il giudice Vittorio Teresi, il giornalista Felice Cavallaro e il deputato (oggi nuovamente magistrato) Giuseppe Ayala. Mentre i primi due si mantengono abbastanza coerenti sin da subito, lo spettacolo di versioni e ritrattazioni offerto da Ayala è da far venire i brividi. “Grande amico” di Falcone e Borsellino, consegnerà a stampa e magistratura quattro diverse varianti del suo racconto e non saprà affermare con certezza se ha preso la valigetta del suo collega appena dilaniato in mille pezzi, se l’ha aperta, se l’ha consegnata e a chi, se la portiera della macchina era chiusa o no, se c’era l’agenda o no anzi prima si ricorda, poi si dimentica, poi si corregge, poi ritratta.
Come se non bastasse la Cassazione, incredibilmente, invece di ordinare un processo per accertare la verità di quei fatti, dispone il proscioglimento di Arcangioli “per non aver commesso il fatto” (l’accusa era di furto aggravato) e in maniera del tutto irrituale si avventura in valutazioni di merito e mette persino in dubbio la presenza stessa dell’agenda invalidando, senza colpo ferire, e senza alcuna argomentazione a riscontro, le testimonianze tutte concordi dei familiari di Borsellino, gli ultimi ad averlo visto quel giorno di domenica e tutti certi che avesse con se il suo scrigno di informazioni.
Voilà un altro segreto di Stato senza nemmeno pronunciarne la formula.

Tocca ai pezzi grossi adesso.
Chi si merita il primo posto nella classifica degli omertosi di Stato è l’ex ministro Nicola Mancino che riesce a sostenere di non ricordarsi se il 1° luglio, giorno del suo insediamento agli Interni, tra le tante mani strette per le congratulazioni d’obbligo ci fosse anche quella di Paolo Borsellino, cioè il magistrato più al centro dell’attenzione in quel momento sia per il rischio che tutti sapevano stava correndo, sia per l’attesa generale per la nomina a sostituto di Falcone alla neo Procura Nazionale antimafia. Ma Mancino non si ricorda e alla puntuale agenda del magistrato (quella degli appuntamenti ordinari di colore grigio) che invece testimonia il contrario, oppone la sua: un’agenda in bianco. Evidentemente non era tanto occupato il nostro ministro, così come gli ha fatto notare l’onorevole Angela Napoli nella recente audizione della Commissione Antimafia, quando alla domanda circa la sua presenza a Palermo nei giorni immediatamente successivi e alla risposta affermativa dell’ex ministro, gli chiedeva di mostrare l’agenda, risultata, per cambiare, anche in quelle date, bianca.
Nessuna replica tra i risolini imbarazzati dei commissari.

Quel che più disgusta è che questo nauseabondo pozzo degli infami di Stato sembra non aver fondo e piano piano li sta rigurgitando uno ad uno.
Per anni si è cercato di far credere che la cosiddetta “trattativa” introdotta da Giovanni Brusca e confermata obtorto collo dal generale Mori e dal colonnello De Donno durante il processo di Firenze, fosse frutto della fantasia di inquirenti e giornalisti. Oggi scopriamo che mentre Borsellino moriva e dopo di lui gli innocenti di Firenze e di Milano, settori dello Stato brigavano sottobanco per assecondare una delle più pressanti richieste avanzate da Cosa Nostra: l’eliminazione o l’allentamento del 41 bis, forse nella speranza di rimanere aggrappati alle macerie della prima repubblica o almeno alla propria poltrona.
Come se niente fosse, infatti, il Ministro di Giustizia Giovanni Conso, (succeduto a Martelli il 12 febbraio 1993) sentito in Commissione antimafia, ha dichiarato che nel novembre del 1993 aveva revocato 140 decreti di “41 bis” per “evitare nuove stragi”. Una decisione presa in totale autonomia, senza consultarsi con nessuno degli organi competenti, a soli quattro mesi di distanza dalle bombe del continente. Ha detto di aver rischiato, il ministro, “puntando tutto sull’ala non stragista di Cosa nostra, cioè su Bernardo Provenzano che “pensava più agli affari che alla politica delle bombe”.
Peccato che questa analisi sulla mafia invisibile di Provenzano è frutto di valutazioni molto posteriori al 1993 quando si dubitava perfino che il padrino fosse vivo dato che aveva fatto rientrare  a Corleone consorte e figli, appena prima della stagione stragista.

Non passano che pochi giorni e salta fuori che anche all’indomani del fallito attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro a Roma vennero revocati altri 140 decreti di carcere duro e che nel 1993 vi erano “grandi pressioni” da parte del capo della polizia Vincenzo Parisi e dal Viminale perché non venisse prorogata la legge emergenziale firmata da Martelli dopo l’omicidio Borsellino. A raccontare questa volta è l’ex capo del Dap, Nicolò Amato, che in una relazione del 6 marzo 1993 proponeva esplicitamente una revoca del 41 bis e scriveva “rappresenterebbe un segnale di forte uscita da una situazione emergenziale e di ritorno ad un regime penitenziario normale”.
Su questo inquietante dialogo tra sospensione del 41 bis e bombe che insanguinano tutto il 1993 e si fermano solo per il guasto alla bomba dell’Olimpico come ha raccontato Spatuzza, stava indagando il sostituto procuratore Gabriele Chelazzi, morto nel 2003, per cause naturali, cinque giorni dopo aver ascoltato il generale Mori nelle cui agende aveva trovato la traccia di incontri con il magistrato Franscesco Di Maggio, in quegli anni vice direttore del Dap.
Sarà un caso ma non appena dimessosi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato scelse di rappresentare legalmente proprio Vito Ciancimino, il fulcro operativo della trattativa fra Stato e Mafia, almeno nella fase della distruzione della Prima Repubblica. Oggi il figlio di don Vito Massimo, sostiene che la difesa di Amato fu imposta al padre dal generale Mori.

Ovviamente tutta questa mole di nuovi, rivoltanti elementi deve essere vagliata attentamente dai pm che stanno ancora indagando sul contesto in cui avvennero le stragi. Ma al di là dell’azione penale appare ormai evidente che per anni la nostra classe dirigente è stata occupata, nella migliore delle ipotesi, da vigliacchi, nella peggiore, da conniventi con progetti terroristico-eversivi finalizzati all’instaurazione nel nostro Paese di un regime di banditi e di corrotti che stanno facendo scempio della civiltà italiana fondata sul diritto, sull’istruzione, sulla cultura, sul patrimonio territoriale.
Il vero problema del nostro Paese non è la mafia o il suo immenso potere economico, ma questi lugubri individui che hanno svolto la funzione di humus per far proliferare a dismisura il battere infetto.
In tempo di guerra i traditori venivano processati dalla corte marziale e fucilati alle spalle.
Oggi, grazie alla nostra Costituzione e alla pietas cristiana questo non è possibile. Ma quanto, quanto è grande il desiderio di vedere i traditori di Falcone, Borsellino, dalla Chiesa e di tutte le vittime di mafia condannati alla cadena perpetua, l’ergastolo.

Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila, 22 novembre 2010)

Antimafia Duemila – La mafia a Milano c’e’ da quarant’anni. Ce la porto’ Dell’Utri

Fonte: Antimafia Duemila – La mafia a Milano c’e’ da quarant’anni. Ce la porto’ Dell’Utri.

di Saverio Lodato – 21 novembre 2010

Ora non solo sappiamo che la mafia a Milano c’è e c’è sempre stata. E da alcuni decenni. Ma sappiamo anche chi ce l’ha portata: Marcello Dell’Utri. Molti dovranno farsene una ragione. Le motivazioni della sentenza della seconda sezione di corte d’appello di Palermo che ha condannato per concorso in associazione mafiosa a sette anni, in appello, uno dei fondatori di Forza Italia, costituisce un illuminante promemoria. Parliamo di «promemoria» perché le 641 pagine depositate non contengono, a volere essere rigorosi, scoperte o rivelazioni giudiziarie o sociologiche , sul fenomeno dell’infiltrazione di Cosa Nostra, racchiudendo invece – naturalmente – una caterva di fatti che riguardano l’imputato (anche se lui è convinto di cavarsela dicendo che i giudici di secondo grado hanno “ricicciato” il lavoro di quelli di primo grado). Il promemoria ci ricorda quando, negli anni 60 e 70, i vertici di Cosa Nostra ritennero che i tempi fossero ormai maturi perché l’organizzazione criminale cercasse fortuna, ramificazioni e insediamento sociale, proprio al Nord. Già gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta, istituita nei giorni immediatamente precedenti la strage di Ciaculli (1963), indicano, nella città di Milano, il nuovo palcoscenico delle cosche palermitane, così dimostrando, sin da allora, che la favoletta di una mafia made in Sicily non corrispondeva più alla realtà. Non è infatti
un caso che, poco dopo, inizio anni 70, l’industria del sequestro di persona, bandita in Sicilia per volere di Luciano Liggio – uno dei primi capi corleonesi, antesignano di Riina e Provenzano – e con apposito pronunciamento della «commissione », iniziò a essere praticata nel Nord Italia (Lombardia e Piemonte). L’ultimo sequestro a Palermo, quello dell’imprenditore Luciano Cassina (avvenuto il 16 agosto 1972 e concluso il 7 febbraio 1973 dietro pagamento di oltre un miliardo di riscatto) aveva infatti portato i capi mafia alla conclusione che fossero più i contro che i vantaggi, poi ché la pressione delle forze dell’ordine aveva inevitabilmente contraccolpi negativi sui traffici di Cosa Nostra. Da qui la decisione della “commissione” di dichiarare la Sicilia “terra non disponibile” per i sequestri. Gli effetti furono immediati. 18 dicembre 1972: rapimento, a Vigevano, di Pietro Torielli Junior (riscatto pagato da un miliardo e mezzo); 14 novembre 1973: Luigi Rossi di Montelera, rampollo di una famiglia
patrizia torinese, ostaggio dei mafiosi sino al 14 marzo del 1974, quando i poliziotti lo ritrovarono in una cella nelle campagne di Treviglio; 10 marzo1974: rapito, a San Donato Milanese, Emilio Baroni, rilasciato, 12 giorni dopo, con pagamento di un altro miliardo. Sono solo i casi più eclatanti e che, per quei tempi, ebbero enorme ricaduta mediatica. Gli anni del contrabbando di sigarette volgevano al termine. E l’introito dei sequestri andava a finanziare, da parte dei siciliani, i primi cartelli dell’eroina la cui raffinazione – sino ad allora – era esclusivo appannaggio della malavita corsa e marsigliese. Ma l’insediamento al Nord, come si diceva, non risaliva alla stagione dei sequestri, ma al decennio precedente. A quando, cioè, il clan dei fratelli Salvatore e Angelo La Barbera, palermitani doc, dimostrò intuito manageriale non indifferente scegliendo la “piazza” di Milano per allargare i confini del mercato delle “bionde”. Storia che risale a decenni orsono e che in molti farebbero bene a non scoprire ogni volta per la prima volta, trattandosi di fatti che hanno avuto consacrazione in atti giudiziari e parlamentari. Citiamo, a mò di esempio, un passo della biografia di Angelo La Barbera, contenuta nei 10 profili di altrettanti boss, firmati da Girolamo Li Causi, a compendio della relazione parlamentare d’inchiesta a inizio anni ’70: «Dalle umili condizioni originarie, da quando  cioè aiutava il padre a raccogliere sterpi e legna da ardere nella borgata Partanna – Mondello, a Palermo, Angelo La Barbera, nello spazio di un decennio, più o meno, si eleva al rango di facoltoso imprenditore… concedendosi un tenore di vita raffinato… frequenti viaggi… numerose e costose relazioni extraconiugali… dalla assiduità negli alberghi più lussuosi e in locali notturni …come al Caprice di Milano».E sarebbe stato Tommaso Buscetta, coevo, sotto il profilo mafioso, proprio dei La Barbera, testimone privilegiato della stagione delle stragi culminata in quella di Ciaculli, a ricostruire fedelmente il fenomeno migratorio in Lombardia (e all’estero) proprio quando venne sciolta la “commissione” di Cosa Nostra, per timore di una reazione dello Stato e in attesa di tempi migliori.
Son cose pubblicate, che gli addetti ai lavori sanno. Ne sono stati scritti libri e girati film. Ma veniamo a Dell’Utri. Le sentenze ci dicono che fu il rappresentante di Cosa Nostra Lombarda Parte 3. Non più sigarette di contrabbando. Non più eroina. Ma il mondo vorticoso degli appalti in edilizia, dove far confluire (Vito Ciancimino docet) i proventi accumulati in decenni di traffici illegali. C’è un aspetto che forse è stato sottovalutato: lo stalliere Vittorio Manganofu assunto alla corte di Arcore, dietro presentazione da parte di Dell’Utri, proprio come deterrente per eventuali sequestri che potessero colpire i familiari di Berlusconi.
Il che, quantomeno, dimostra che Berlusconi quella storia dei sequestri la conosceva benissimo. Fa sorridere che il ministro Maroni queste cose le stia scoprendo oggi dalla viva voce di Roberto Saviano.E farebbe bene a tenerne conto lunedì, nella puntata di Vieni via con me, dove lo hanno “invitato” a seguito di un rumorosissimo“ auto invito”. Infine se Maroni cercasse autentico riscatto, gli basterebbe ricordare la sentenza di Palermo su Dell’Utri. Non accadrà. Ché il rapporto mafia-politica, per gli esponenti di questo governo, non è “cosa che si mangia”. L’argomento, in altre parole, è incommestibile.

ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ EUROPA SOCIALE

Fonte: ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ EUROPA SOCIALE.

DI VICENC NAVARRO
vnavarro.org

Questo articolo mostra la gravità delle misure di austerità che si stanno attuando nei paesi dell’Unione Europea che, oltre a debilitare la dimensione sociale dell’Europa, ne stanno ritardando la ripresa economica. L’articolo segnala, a grandi linee, gli interventi pubblici che andrebbero promossi e che, oltre a garantire la forza e la crescita dell’Europa Sociale, permetterebbero di uscire dalla crisi economica e finanziaria che l’UE sta attraversando.

Stiamo vivendo un attacco frontale all’Europa Sociale. La sopravvivenza del benessere dei paesi appartenenti all’Unione Europea (e, soprattutto, dei paesi dell’Eurozona) è minacciata a causa dello sviluppo delle politiche di austerità applicate alla spesa pubblica sociale, come parte di una strategia di riduzione dei deficit e dei debiti pubblici di tali paesi. La lista dei paesi e dei tagli è lunga. Spagna e Italia stanno tagliando, rispettivamente, 15 e 25 miliardi di euro del loro bilancio. Il Portogallo sta abbassando il suo deficit per ridurlo al 3% del PIL nel 2013, con tagli equivalenti al 6% del PIL in tre anni. In Grecia il taglio è ancora più ingente: il 10% in tre anni. In Germania, la cancelliera Merkel ha deciso, già nel 2009, di eliminare completamente il deficit entro il 2016, tagliando 10 miliardi di euro l’anno. In Francia sta succedendo lo stesso, sotto la direzione del governo Sarkozy. Paese per paese, i tagli sono molto alti e generalizzati.

Queste riduzioni, senza precedenti nell’Unione Europea, si stanno attuando con il presupposto che la diminuzione del deficit sia una condizione indispensabile affinché avvenga la ripresa economica e si dia un nuovo impulso alla crescita. Si pensa che la bassissima crescita che abbiamo visto finora (la media nei paesi dell’Eurozona è stata soltanto dell’1% all’anno dal 2001) sia dovuta al fatto che c’è carenza di denaro nel settore privato, come conseguenza dell’eccessiva spesa pubblica. Inoltre, ci viene detto che questa carenza fa salire il costo del denaro (cioè, aumentare gli interessi bancari) e aumentare l’inflazione. Da qui la necessità di ridurre il deficit e la spesa pubblica.

Il problema con questa convinzione (basata più sulla fede che su prove concrete) è che ognuna di queste ipotesi è sbagliata. Inoltre è facile dimostrarlo. Uno dei paesi che ha più ridotto il suo deficit nell’UE è stato l’Irlanda. Questi tagli hanno fatto sì che il suo PIL collassasse, facendolo scendere, niente meno che di un 9% l’anno. Mai un paese aveva visto, dal collasso degli USA all’inizio del XX secolo, durante la Grande Depressione, un collasso tanto elevato del proprio PIL. Certamente questo ha determinato il conseguente aumento del deficit pubblico, mostrando, ancora una volta, che il miglior modo per ridurre il deficit non è ridurre la spesa pubblica, bensì aumentare la crescita economica. Qualcosa di simile è successo in Grecia, dove la riduzione del deficit imposta dal F.M.I. ha portato a un collasso del PIL (che si calcola arriverà ad essere del 20%).

Che questo accada non dovrebbe stupire, poiché l’enorme recessione, che può diventare depressione, è dovuta a un problema di domanda, conseguenza dell’enorme polarizzazione del reddito, con diminuzione dei redditi da lavoro (e conseguente calo della massa salariale su percentuale del reddito nazionale). Tale calo dei redditi da lavoro ha costretto le famiglie a un tremendo indebitamento che, al collassare del credito, risultato della crisi finanziaria, crea un enorme problema della domanda, che deve sostituirsi rapidamente con la domanda creata dalla spesa pubblica. Ridurre la spesa pubblica invece che aumentarla è un suicidio, non solo per l’Europa, ma per l’economia mondiale. Da qui le dure critiche alle politiche di austerità seguite nell’Unione Europea, da parte dei dirigenti della politica economica statunitense, come il Direttore del Consiglio Economico Nazionale dell’Amministrazione Obama, il Sig. Larry Summers, e il Segretario al Tesoro, il Sig. Timothy Geithner (l’equivalente del Ministro dell’Economia e delle Finanze in Italia).

Ma, peggiorando ancora di più la situazione, i poteri finanziari, diretti dalla Banca Centrale Europea, stanno favorendo l’incremento degli interessi bancari per la fine del 2010, e si oppongono anche a creare più liquidità (cioè a stampare denaro) con la scusa che così facendo potrebbe aumentare l’inflazione, ignorando che il più grande problema dell’Europa è la deflazione, il contrario dell’inflazione. Ognuno di questi interventi manterrà l’UE e l’Eurozona nella Grande Recessione. E, nel peggiore dei casi, porteranno alla Grande Depressione.

La domanda che dobbiamo porci è: perché si stanno realizzando delle politiche così sbagliate? La risposta ha a che fare da una parte con l’enorme potere del capitale finanziario e dall’altra con il grande potere di classe. Questo è responsabile di un’enorme polarizzazione dei redditi di capitale a scapito dei redditi da lavoro, polarizzazione raggiunta sulla base dello sviluppo delle politiche neoliberali portate avanti da un lato all’altro dell’Atlantico, a partire dagli anni ottanta. In realtà è questa stessa polarizzazione dei redditi che spiega l’enorme crescita del capitale finanziario, il quale ha beneficiato dell’elevato indebitamento, creato dalla diminuzione dei redditi da lavoro. Il neoliberalismo è l’ideologia del capitale finanziario e delle classi dominanti da ambo i lati dell’Atlantico. È, inoltre, il dogma degli establishment finanziari, mediatici e politici dell’UE (oggi controllati dalle destre).

Cosa si dovrebbe fare?

La risposta è piuttosto facile. A livello teorico, l’esperienza del XX secolo avrebbe dovuto insegnare. Una è la correzione della vergognosa concentrazione dei redditi e della proprietà. Mai prima (dagli anni venti del XX secolo) si era raggiunta una simile concentrazione. Si dovrebbero eliminare le riforme altamente regressive che hanno avuto luogo durante questi ultimi cinquant’anni. Tali cambi proporzionerebbero allo stato ingenti risorse, che dovrebbero essere investite sia in aree sociali e fisiche, in modo da generare lavoro, sia in aree produttive (ad esempio, nuove forme di energia e di trasporti), tutte attività, queste, che stimolerebbero la crescita economica che, a sua volta, farebbe diminuire il deficit e il debito pubblico.

Queste misure dovrebbero essere integrate con cambi radicali del sistema finanziario, con una ridefinizione degli obiettivi di tale sistema, dando priorità a quelli utili all’economia e non solo ai banchieri e agli azionisti. Dovrebbe essere recuperato il concetto di servizi finanziari, con la creazione di banche pubbliche, ridefinendo le funzioni della BCE per convertirla in una Banca Centrale (quale oggi non è), al posto di essere una lobby della Banca. Come tale, la BCE, dovrebbe rispondere al governo e al parlamento europeo (così come accade con altre banche centrali, come la Federal Reserve Board negli USA e la Banca Centrale del Giappone), con la responsabilità di aiutare gli stati e l’UE a sviluppare le loro politiche economiche (includendo l’acquisto del debito pubblico, restituendo gli interessi ai paesi debitori). Una misura immediata sarebbe la stampa di denaro in quantità molto più elevate di quanto non faccia adesso. La BCE non ha avuto nessuna esitazione a stampare milioni e milioni di euro per salvare le banche europee. E allora dovrebbe fare lo stesso adesso per salvare i paesi dell’Eurozona. Il pericolo dell’inflazione non è immediato. Da qui l’urgenza di questo tipo di intervento, poiché il maggior rischio è quello della deflazione, non quello dell’inflazione. Certamente esiste la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) che sembra stia dormendo e che dovrebbe svegliarsi per facilitare gli investimenti in nuovi settori produttivi e del terziario.

Ma oltre a queste misure, è importante e urgente operare cambi sostanziali nell’ordinamento del capitale finanziario e dei suoi mercati. Sarebbe opportuno disincentivare le attività finanziare speculative, tassando le transazioni a corto termine (Tobin Tax). George Irvin ha calcolato che una tassa di un euro per ogni mille di transazione genererebbe 220 miliardi di euro l’anno, più del doppio del bilancio attuale dell’UE.

Si prenderanno queste misure?

La risposta dipende dal cambio di mentalità delle sinistre che governano nell’UE, arenate finora nel territorio neoliberale. La mancanza di opinione che le caratterizza, l’attitudine accomodante e la carenza di coraggio politico le ha convertite in parte del problema, piuttosto che in parte della soluzione. Va da sé che senza una notevole trasformazione di queste sinistre o della loro sostituzione con altre, queste alternative non avranno luogo. Inutile dire che il potere economico e politico e mediatico delle destre è enorme. Ma per quanto sia forte (e lo è) può essere vinto se c’è la volontà politica, sebbene la Spagna non ne sia un esempio. Nel 1993, come nel 2008, non c’è stata la volontà politica del governo PSOE [Partito Socialista Operaio Spagnolo, N.d.T.] di allearsi con le sinistre. Questo perché l’impronta concettuale che ha diretto le sue politiche economiche era neoliberale. E qui risiede la radice del problema.

Vicenc Navarro
Fonte: http://www.vnavarro.org
Link: http://www.vnavarro.org/?p=4911
9.11.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA SOCCIO

Articolo pubblicato sulla rivista EL VIEJO TOPO, novembre 2010

Quella Massoneria usata dai Fratelli di Sangue… tra troppi silenzi

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Quella Massoneria usata dai Fratelli di Sangue… tra troppi silenzi.

La Massoneria non è più, da tempo, quella di Mazzini e Garibaldi. Ed in Italia la Massoneria è stata strumento ed è strumento di affermazione di un Potere diverso da quello dello Stato. Vuoi di volontà straniere (a partire dall’UK), vuoi del grande Potere finanziario internazionale, vuoi dei Poteri criminali nel vero senso del termine, mafiosi ed eversivi.

La pagina mai chiusa della Loggia Massonica P2 di Licio Gelli, strumento di intreccio di Potere criminale che vedeva l’allora Cosa Nostra – dominante tra le mafie italiane – sedere al tavolo dei convenuti, si è evoluta ed ha fatto ricchezza dei punti deboli che permisero di scoprirla e colpirla. In parallelo, e sempre di più, è stata la ‘Ndrangheta ad usare, attraverso “i santisti”, la massoneria per costruire e rafforzare rapporti e collaborazioni (un “dettaglio” sfuggito a Saviano nel suo monologo sulla ‘ndrangheta).

Le inchieste in cui è emerso ed emerge il peso della Massoneria nella “colonizzazione” da parte delle mafie delle regioni del centro-nord Italia sono molteplici. E’ nell’ambito dei rapporti massonici che gli uomini di mafia, i fratelli di sangue, consolidano le alleanze con i professionisti, i colletti bianchi e, spesso, anche con uomini dei settori di controllo, come agenti delle forze dell’ordine e magistrati, per garantirsi sodali e coperture per il grande riciclaggio, il controllo di appalti e concessioni pubbliche…

La Massoneria avrebbe potuto (e potrebbe) spezzare via questo uso distorto dei propri Templi, pubblicando la lista dei propri iscritti; ma invece rifiuta questo atto… Ogni ordine massonico rigetta questa pratica, nel nome delle proprie origini (come se oggi avesse senso, davanti alle garanzie Costituzionali, comportarsi da “carbonari”). Non prendere quindi atto di questo uso a fini criminali e quindi non impedirlo è, di fatto, garantire quelle coperture che la criminalità finanziaria e mafiosa cerca.

Non si tratta quindi di Massoneria deviata o meno, ma di Massoneria punto e basta. Anzi, per essere più precisi, dei responsabili dei diversi Ordini, perché omettono di vedere e di provvedere. Omettono di prendere atto che la riservatezza delle proprie affiliazioni permette di coprire l’indicibile e così non si accorge che vi sono confratelli che partecipano a qualche riunione ove si scolpiscono le tavole ma ad altre no, perché si recano in altri Templi, magari oltre il confine, oppure in Templi mimetizzati in capannoni di Ortofrutta come nell’area artigianale a Villanova d’Albenga (per citare uno dei casi liguri, in quella terra savonese che fu – ed in parte è ancora – roccaforte del gruppo “teardiano”).

Ed infatti la Liguria come la Calabria, l’Emilia-Romagna (con in primis Reggio Emilia e Bologna) come la Sicilia, la Lombardia come la Campania sono terre dove il potere massonico pesa, si fa soffocante in ogni settore, a partire da quello della Sanità, dei Lavori Pubblici e della Finanza. Un potere massonico che fonde e si fonde con quell’altra sorta di loggia chiamata Opus Dei… Un potere massonico che alimenta quei conflitti di interessi che piegano la gestione della cosa pubblica agli interessi privati… Un potere massonico che garantisce i contatti con i vertici della gestione finanziaria a chi, indossato grembiulino e cappuccio, non si nota essere un fratello di sangue, un uomo d’onore… un mafioso!

Questa è la storia e questo è il presente che, al di là delle parole sulla “pulizia”, si riproduce. D’altronde le antiche figure mitologiche delle mafie (i cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso) sono stati sostituiti dall’uso (abuso) di figure massoniche quali Mazzini, Garibaldi, Lamarmora.
Anche le inchieste recenti al nord, così come le risultanze investigative, hanno messo in luce questo legame pesante. Prendiamo due esempi, uno a Savona ed uno a Pavia. Nel primo caso è il boss dei Piromalli, Antonio Fameli, ad essere uomo del Tempio; nel secondo caso il boss massone è Pino Neri. E questi signori non li ha cacciati nessuno dalle Logge!

A Savona, uno dei più potenti massoni è un avvocato, si chiama Paolo Marson, ed impegnato in politica piace al centrosinistra ed al centrodestra. A Genova tra i più potenti massoni vi sono di nuovo alcuni avvocati come Giuseppe Anania (grande maestro aggiunto del Governo dell’Ordine – GOI) o i fratelli Muscolo. Persone quindi che contano, che sono influenti e che soprattutto sanno chi siano certi personaggi… quei personaggi che usano l’ambiente massonico per i loro rapporti e affari che nulla avrebbero a che vedere con una Massoneria “pura”. Professionisti, oltre che massoni, che sanno, quindi, ma che non si esprimono… che dalla loro posizione non chiedono pubblicamente che le Logge si ripuliscano e si tutelino da certi usi distorti attraverso l’unico strumento che può permetterlo: la trasparenza! Perché? Perché anche alla luce di quanto sta emergendo?

Adesso la Massoneria in Liguria è tornata alla ribalta. Da una parte per l’inchiesta sulle concessioni agli stabilimenti balneari ad Alassio, dove con alcune perquisizioni sono spuntati, oltre ad ombrelloni e sdraio, simboli massonici ed i grembiulini… Dall’altra parte per quanto avevamo già scritto, in tempi ormai lontani (2005), in merito all’appartenenza massonica dei Mamone. In allora avevamo indicato l’iscrizione alla Loggia di Rito Scozzese Antico Accettato di Vincenzo Mamone, così come dei legami con massoni ex teardiani e piduisti, tra Genova, Savona e Sanremo, così come nella vicina Costa Azzurra, a Montecarlo. Avevamo indicato i rapporti con i “potenti” di questa regione, così come le “protezioni eccellenti” di cui i Mamone (insieme ai Gullace, Raso e Fazzari) godevano.

Ora, grazie ad una giornalista che si è infiltrata in una Loggia, il cui racconto è stato ripreso da Marco Preve su “La Repubblica”, si è scoperto che iscritti alla Loggia “Alberto Fortis” sono, con Vincenzo Mamone, anche il fratello Gino, il padre Luigi, oltre al figlio di Vincenzo, ovvero Luigi jr. Con loro iscritti i vertici della CONFAPI, ovvero la Confederazione delle piccole e medie imprese.
Sede della loggia una delle società dei Mamone, ovvero uno dei tasselli di quell’impero al centro di molteplici inchieste che brevemente schematizziamo: corruzione (con rinvio a giudizio), turbativa d’asta (per il controllo degli appalti con un cartello di imprese di mezza Italia), false fatturazioni… ma soprattutto indicati dalla DIA, sin dai primi anni 2000, come famiglia della ‘ndrangheta che, nel febbraio di quest’anno, è stata segnalata alla DDA per il tentativo di corruzione di un pm della Procura di Genova. Imparentati con i Raso e, attraverso cerimonie religiose, ai Gullace e Fazzari (cosca Gullace-Raso-Albanese legata ai Piromalli) e con contatti con i Fotia (cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti) e con gli Stefanelli (cosca Stefanelli-Giovinazzo), oltre che con l’Onofrio Garcea (“sgrarro” ora latitante della cosca Bonovata e legato ai Macrì).

Ebbene, Luigi Mamone, il capofamiglia, cosa ha dichiarato a Repubblica sulla Loggia massonica? Semplice: “Era un modo per passare il tempo, per far quattro chiacchiere, bere una bottiglia di vino, come al circolo”. Prendiamo atto… per loro la Massoneria sarebbe solo questo, nemmeno scolpire le tavole… Chissà come la prendono quelli che invece credono che la Massoneria sia una cosa seria. Chissà se faranno pulizia e renderanno pubblici gli elenchi (così come sono… senza epurarli dai nomi importanti) così da dimostrare che sono pronti a mettere fuori certi signori. Noi attendiamo una risposta, soprattutto da quegli massoni (e avvocati) importanti di Genova e Savona che certamente non vorranno confondersi con gente di certi “circoli”.

PS
A proposito: che fine ha fatto l’inchiesta sulle nomine della Sanità in Liguria, a partire dal San Martino, dove emergeva una sistematica lottizzazione politico-massonica? Ed i fascioli che erano stati aperti sull’Ospedale Galliera, alias Opus Dei, su cui avevamo fatto un ampio approfondimento ? Sono finite in qualche tavola impolverata della Procura?

Ecco gli articoli di Marco Preve su La Repubblica

20.11.2010
La loggia massonica dei Mamone e Confapi
La “società” genovese del rito scozzese ha il suo tempio negli uffici delle aziende dei fratelli Mamone. Oltreché gli stessi imprenditori, ne fanno parte anche dirigenti di Confapi e del Cad, Centro d’ascolto del disagio, e poi professionisti e impiegati. Lo squarcio sul mondo della massoneria arriva da una giornalista “infiltrata”. Maria Teresa Falbo, ex ufficio stampa Confapi

di MARCO PREVE

Una giornalista infiltrata svela l’esistenza – e gli appartenenti – di una loggia che ha sede a Fegino proprio nella sede di alcune delle società dei Mamone, fratelli di sangue e, in questo caso, anche di obbedienza. Il tempio che ospitano è frequentato anche da numerosi dirigenti di Confapi, l’associazione di categoria che rappresenta le piccole e medie imprese. Se qualcuno pensava che i massoni liguri fossero “in sonno”, due casi attualissimi dimostrano che i “fratelli” sono ben svegli.

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La prima vicenda che raccontiamo oggi è relativa all’elenco ufficiale di una loggia genovese, la “Alberto Fortis”, un “muratore” dei primi dell’800. Lo scoop è di Maria Teresa Falbo, scrittrice e giornalista romana specializzata in cultura e teatro. Il suo Babilonia swing è una pubblicazione cartacea spedita a mille destinatari scelti, ed è consultabile sull’omonimo sito Internet dove si può leggere il suo reportage. Mentre lavorava come ufficio stampa per Confapi Liguria a cavallo del 2009 e del 2010, alla Falbo fu proposto di entrare nella massoneria.

“Quando mi venne fatta la proposta- spiega – pensai subito alla possibilità di poter raccontare questo mondo dall’interno”. Dopo quattro mesi di attesa Maria Teresa Falbo viene accolta nella loggia appartenente all’obbedienza del Supremo Consiglio d’Italia e San Marino del 33° e Ultimo Grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato. La sua sorellanza avviene con una cerimonia in cui viene incappucciata (“io non potevo vedere e quando me lo tolsero gli altri avevano i cappucci neri con i buchi per gli occhi”) e invitata a pronunciare le formule di rito nei locali di via Fegino 3. Della loggia fanno parte i padroni di casa, i fratelli Vincenzo e Gino Mamone (quest’ultimo a capo della Ecoge, sotto processo per corruzione e indagato per turbativa d’asta e false fatturazioni in un’altra inchiesta), il padre Luigi e il nipote con lo stesso nome. Vincenzo Mamone, la cui ex moglie alcuni anni fa, attraverso la Casa della Legalità aveva raccontato, ma senza poterla documentare, della sua appartenenza alla massoneria e dei suoi viaggi di “fratellanza” a Sanremo e Montecarlo, è anche uno dei dirigenti di Confapi.

E della Loggia fanno parte altri vertici di Confapi: Luigi Mamone, Pietro Capalbo, Raffaele Martino e poi il direttore Roberto Parodi. “Ricordo la signora Falbo- dice Parodi – ha lavorato per noi per qualche tempo poi il rapporto si è interrotto. Non sapevo nulla dell’articolo. Noi massoni siamo un potere occulto? Macché, e poi guardi che gli elenchi della loggia sono pubblici. Vederli? Mah credo non siano così facilmente reperibili”. Da quest’anno Confapi, dopo una battaglia di ricorsi al Tar contro Confindustria è tra l’altro presente nel consiglio della Camera di Commercio con Giuseppe De Gregori, avvocato albergatore, ed è un’associazione sempre più importante nella provincia di Genova.

Inoltre, alcuni esponenti di Confapi fanno anche parte del Cad, i Centri di Ascolto del Disagio, associazione nazionale di volontariato (ma a Genova scrive lettere anti moschea al sindaco, organizza corsi di lingue a pagamento e offre attestazioni energetiche) presieduta in Liguria da Enrico Sivori, radici democristiane e diverse militanze in quell’area politica. Ultimi tentativi (entrambi abortiti dopo annunci e conferenze stampa) di Sivori e degli amici della loggia e di Confapi quelli di dar vita alla Lista Centro per Biasotti alle ultime Regionali e poi di far decollare in Liguria la lista “Noi nord” del sottosegretario Vincenzo Scotti. Pare che i duemila iscritti fossero legati alle aziende Confapi e ai volontari del Cad, e il partito a maggio aveva già trovato la sua sede: nell’ospitale tempio massonico di via Fegino.

21.11.2010
Mamone: “Sì, casa nostra è una loggia ma siamo solo un circolo di amici”
Il patriarca della famiglia di imprenditori minimizza: “Ci si vede solo per bere una bottiglia di vino”

di MARCO PREVE

“Loggia? Ma no è solo un circolo”. Guardi che è uno degli stessi affiliati ad aver detto che nei vostri uffici c’era il tempio, la signora Maria Teresa Falbo. “E allora, mica è un reato. Era un modo per passare il tempo, per far quattro chiacchiere, bere una bottiglia di vino, come al circolo”.

Luigi Mamone, 75 anni, è il padre dei fratelli Vincenzo e Gino, imprenditori a capo di un impero delle bonifiche industriali, grandi fatturati, decine di dipendenti e alcuni guai giudiziari per Gino (a processo per corruzione e indagato per turbativa d’asta). Tutta la famiglia, come rivelato ieri da Repubblica, appartiene alla loggia massonica “Aberto Fortis” del rito scozzese che ha il tempio proprio negli uffici delle loro società in via Fegino. A squarciare il velo di segretezza della massoneria genovese è stata appunto la scrittrice e giornalista Maria Teresa Falbo che sul sito Babiloniaswing ha raccontato il cerimoniale dell’iniziazione e i nomi dei principali affiliati.

Tra i quali, oltre ai Mamone, ci sono anche i vertici di Confapi, l’associazione delle piccole medie imprese che, quasi dal nulla, in pochi anni ha saputo crearsi uno spazio importante nel capoluogo ligure fino ad occupare, pochi mesi fa, dopo una dura battaglia a colpi di ricorsi alla giustizia amministrativa, un seggio nel consiglio della Camera di Commercio.
“E’ vero ci sono anche quelli di Confapi – prosegue Luigi Mamone – ma non c’è nulla di male. Ripeto, è come un circolo tra amici, e adesso manco ci si vede più tanto”.

21.11.2010
Alassio, la spiaggia dei massoni
dodici indagati e sospetti di mazzette
L’inchiesta sulle concessioni facili: parla il Gran Maestro. Fracchia: “Avere in casa un grembiule non è un reato. E comunque non si indaga su questo”

dal nostro inviato MARCO PREVE

ALASSIO – La riviera dei massoni? È ad Alassio, uno dei comuni a maggior tasso di avvisi di garanzia per i politici della Liguria. Un’inchiesta della procura di Savona si sta occupando di uno dei nervi scoperti dell’economia ligure: la privatizzazione delle spiagge mascherata da gestione pubblica. Ma mentre la polizia giudiziaria, la guardia di finanza e gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate, cercavano di capire perché uno dei tratti di costa più cari d’Italia non rendesse quasi nulla alle casse comunali, ecco saltar fuori la massoneria. Intendiamoci, non che cappucci e grembiuli siano una novità in questa zona.

Trent’anni fa il ponente savonese era il cuore della massoneria legata all’allora presidente della Regione, il socialista Alberto Teardo coinvolto nella prima tangentopoli italiana. Uno dei nomi dei “fratelli” dell’epoca è quello di Gianpaolo Fracchia, già vicesindaco, assessore, e vicepresidente regionale dell’Udc. Oggi, uno dei 12 indagati per il caso spiagge è suo figlio Gianemanuele Fracchia. Altra coincidenza curiosa, il giudice istruttore dell’epoca era Francantonio Granero che oggi guida le indagini nella sua veste di procuratore capo.

“È vero, in casa di mio figlio la polizia ha trovato un grembiule da massone ma non è un reato, non si indaga su quello e sinceramente mi sembra che si voglia creare un caso dove non esista” spiega Gianpaolo Fracchia, ex consigliere di Gescomare, la società partecipata dal Comune che controllava le 14 spiagge libere “attrezzate” affidate dal Comune a cooperative e società. La Gescomare da un anno è stata sostituita dalla “Bagni di mare”, società in house al centro dell’inchiesta della procura. Gli indagati sono 12, tra i quali assessori, funzionari, dirigenti della società e sub concessionari.

Come Gianemanuele Fracchia. L’ombra della massoneria si è così allungata sull’inchiesta e si è parlato della nascita di una nuova loggia. “Macché nuova – sbotta il Gran Maestro Fracchia senior – esiste da dieci anni e non c’è niente di segreto. Se vuole la invito a partecipare a una riunione”. In realtà pare che gli inquirenti non ritengano affatto secondari i rapporti di loggia in questa vicenda. Il dato di partenza, per la procura, è che le 14 cooperative commettono occupazioni abusive visto che il Comune la concessione l’ha data alla “Bagni di mare” (l’amministratore delegato Corrado Barbero, indagato, si è dimesso da segretario locale della Lega Nord) e il codice della navigazione non prevede sub concessioni. E poi il canone complessivo incassato per 14 spiagge è di appena 200 mila euro, in una città in cui il costo uno stabilimento balneare privato di medie dimensioni supera i due milioni di euro.

L’Agenzia delle Entrate ritiene che almeno un milione e mezzo di euro proveniente dall’affitto di lettini e ombrelloni si sia smarrito sulla sabbia invece di arrivare nelle casse del Comune. Se sia solo evasione fiscale o ci siano invece anche rivoli di tangenti è quanto vogliono capire gli investigatori.

Tra le accuse contestate c’è quella di peculato: i soldi provenienti della gestione di un bene pubblico sono finiti in tasche diverse da quelle previste dalla legge. E poi ci sono gli aspetti burocratici relativi alle pratiche di affidamento delle spiagge. Sempre gli stessi soggetti, con buona pace di gare e bandi. Roba da amici, insomma. O da fratelli.

Antonio Di Pietro: La maggioranza sorda e cieca distrugge l’università e la ricerca

Fonte: Antonio Di Pietro: La maggioranza sorda e cieca distrugge l’università e la ricerca.

Oggi pomeriggio sono salito sul tetto della facoltà di Architettura de La Sapienza di Roma per incontrare i ricercatori e gli studenti, che stanno giustamente protestando contro la riforma Gelmini. Ecco un estratto di quello che ci siamo detti.
Il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ha detto che voi studenti, che siete qui sul tetto dell’università a protestare, state soltanto facendo una passerella, come se steste qui a prendere un po’ di freddo. È il classico caso di un politico chiuso nel bunker che non sa cosa succede fuori. Il ministro dell’Istruzione sa solo dire che “gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo”, è come il bue che dice cornuto all’asino. Allora perché non viene lei qui sul tetto a spiegare quali sono, se ci sono, i vantaggi della riforma? Mi sa, però, che la Gelmini sui terrazzi sale solo per prendere il sole.
La verità è che le proteste che sorgono in tutta Italia, di studenti, ricercatori, operai, sono la buccia di banana sulla quale sta scivolando la credibilità del governo Berlusconi. Che immagine dà all’opinione pubblica? Sulle manifestazioni contro i rifiuti a Napoli ha detto che la protesta è inutile, sugli studenti sta dicendo che sono lamentele fini a se stesse e così pure sugli immigrati di Brescia. Intanto il malcontento è diffuso, perciò evidentemente i problemi ci sono.
Noi dell’Italia dei Valori ci battiamo da sempre per soddisfare le richieste del mondo dell’università e della ricerca, ma purtroppo ci scontriamo con una chiusura totale del Parlamento, con la mancanza di disponibilità della Gelmini ad ascoltarci. La dimostrazione di questa ottusità ce l’ha data Berlusconi ieri, quando da Floris intervenendo con un blitz a Ballarò, ha citato dati che non esistono. Ecco, lui e il suo governo ormai non ragionano più, vanno avanti per la loro strada senza rendersi conto di quel che accade nel Paese reale. Sono diventati come le tre scimmiette, “non vedo, non sento, non parlo”, completamente sordi nei confronti delle grida che vengono dai cittadini. Il giochino mostruoso messo in piedi da Tremonti dal governo è semplice: tolgo 100, poi però ti restituisco 10 e pubblicizzo l’azione. E gli altri 90 dove sono finiti? Dare un pezzettino d’osso dopo aver tolto la polpa è crudele.
La protesta degli studenti di oggi è solo la punta di un iceberg di insoddisfazioni di tutte le categorie. Spero che l’opinione pubblica si renda conto della grande truffa mediatica del premier che ha vinto le elezioni dicendo: “Votate me che vi farò stare meglio”. Invece, a trarne profitto è stato soltanto lui e qualche altro suo amico.
Sono impegnato da anni a convincere gli italiani del grande bluff berlusconiano: lui sta lì soltanto per motivi processuali, se ne frega dei ricercatori, della scuola, della cultura, del lavoro. Adesso che finalmente i cittadini di tutte le categorie cominciano a rendersi conto che forse hanno preso una topica, che facciamo? Gli diamo pure il salvacondotto? Piuttosto risponda del suo operato davanti alla gente!
La prima cosa che ritengo indispensabile è quella di mandare a casa questa maggioranza sorda e cieca. Poi, noi dell’Italia dei Valori, se faremo parte del prossimo esecutivo, nei primi 100 giorni di governo provvederemo a eliminare la riforma Gelmini e ne faremo una completamente nuova.