Archivi del giorno: 26 novembre 2010

Gino Strada e la guerra: “La più grande vergogna del genere umano” HD

Una grandissima lezione di Gino Strada, fondatore di Emergency, intervistato da Maurizio Decollanz. Da vedere.

Fonte: YouTube – Gino Strada e la guerra: “La più grande vergogna del genere umano” HD.

io penso che la guerra sia la più grande vergogna del genere umano, penso che nel terzo millennio soltanto dei cervelli poco sviluppati possono continuare a ritenere che la guerra sia uno strumento accettabile; chiunque la guerra l’ha vista, mi riferisco ai nostri nonni, non solo alle nostre esperienze, è in grado di raccontare gli orrori. Io sono convinto che bisognerebbe riuscire ad abolire la guerra, buttarla fuori dalla storia, e sono convinto che questa non sia una opzione etica, ma che sia una necessità vitale per questo pianeta, se la guerra non viene buttata fuori dalla storia degli uomini sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia, questa è la mia ferma convinzione…

Il Fatto Quotidiano » Ambiente & Veleni » Centrali nucleari, oltre ventimila aborti negli ultimi quarant’anni

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Ambiente & Veleni » Centrali nucleari, oltre ventimila aborti negli ultimi quarant’anni.

L’allarme è stato lanciato da uno studio tedesco. I numeri riguardano soprattutto bambine. Tante non ne sono nate attorno ai 35 chilometri delle 31 centrali europee analizzate

Gravidanza a rischio se la madre abita nelle vicinanze di una centrale nucleare. In numeri: ventimila aborti spontanei negli ultimi 40 anni. Il tutto attorno a 31 impianti di energia atomica, 27 tedeschi e 4 svizzeri. Senza contare un netto aumento di deformità e tumori infantili. Questo si legge in uno studio pubblicato dal Centro di ricerca tedesco per la salute ambientale di Monaco. Eppure non tutte le statistiche sono eseguite in modo trasparente.

Effetti collaterali

Negli scorsi giorni i ricercatori Ralf Kusmierz, Kristina Voigt e Hagen Scherb hanno pubblicato un report tra nascite e prossimità alle centrali nucleari in Germania e Svizzera, in modo da capire se la sola vicinanza delle centrali ha effetto sulla salute dei cittadini, anche in mancanza di grandi incidenti. Lo studio è partito dai dati sugli effetti della catastrofe di Cernobyl, sulle nascite in Ucraina (si stima che un milione di bambine e bambini non siano mai nati in tutta Europa a causa del disastro di Cernobyl) e nelle regioni toccate dalla nuvola radioattiva. Luoghi in cui già in passato si erano riscontrate significative anomalie sia nel numero delle nascite che nel rapporto di nascite fra maschi e femmine.

L’obiettivo degli studiosi era quindi di verificare gli effetti delle centrali nucleari sulle nascite, e i risultati sono stati sconcertanti: nei 35 chilometri attorno alle centrali, negli ultimi quarant’anni sono mancate all’appello ventimila bambine. Normalmente nascono 105/106 femmine per ogni 100 maschi, mentre nelle regioni in questione le nascite di bambine, appunto, sono state molto inferiori. Questo perché gli embrioni femminili sono ancora più sensibili alla radioattività rispetto a quelli maschili. Non solo, gli studiosi tedeschi hanno anche evidenziato un netto aumento dei casi di tumore infantile nelle vicinanze delle centrali nucleari.

Disguidi nucleari

Ma come si spiegano questi 20.000 aborti spontanei “in eccesso”, in assenza di incidenti conclamati presso le centrali di queste zone? Con il fatto che le centrali nucleari, anche quando non esplodono, rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche o radioattive. La risposta è quindi negli incidenti ritenuti di “basso livello”, quei numerosissimi “disguidi” (in Francia se ne verifica circa uno ogni tre giorni) che portano a una esposizione alla radioattività della popolazione “entro i limiti di sicurezza”. Limiti stabiliti dalle autorità nazionali, ma che per la loro frequenza e i loro effetti cumulati possono nuocere alla salute ben più di quanto i produttori di energia e le stesse autorità siano disposti ad ammettere.

Anche le sole attività legate alla produzione di energia hanno effetti sull’ecosistema e sulle popolazioni circostanti, e la lista dei possibili “incidenti di basso livello” è lunga: si va dalle perdite nel trasporto e nello smaltimento delle scorie, agli scarichi di acque contaminate nei corsi d’acqua, fino alla presenza di agenti tossici nel vapore rilasciato in atmosfera che, è vero, non contiene CO2, ma non è certo il più salubre, in quanto proveniente da acqua evaporata entrando in contatto con un nucleo radioattivo.

Rassicurazioni o inganni?

È impossibile ignorare che senza l’energia nucleare molti sistemi-Paese rischierebbero di fermarsi, con effetti gravissimi sulle loro economie. È anche comprensibile, di conseguenza, l’enorme impegno di questi Paesi nel rassicurare le popolazioni sulla sicurezza degli impianti. Recentemente nella regione inglese del Somerset EDF energy ha diffuso la notizia sul consenso della popolazione locale relativo all’ampliamento della centrale di Hinkley Point (la cui chiusura è prevista nel 2016). Un consenso ottenuto non con la forza, ma con un sondaggio, commissionato dalla stessa EDF. Anche la Bbc ci era cascata, diffondendo insieme alla stampa locale la notizia che sei persone su dieci, nelle zone di Sedgemoor, Taunton Deane e West Somerset supportano l’ampliamento della centrale di Hinkley, nel sud ovest dell’Inghilterra.

Un sondaggio considerato però da più parti ambiguo. Secondo Leo Barasi di Climate Sock domande quali: “Fino a che punto è d’accordo con la seguente affermazione: l’energia nucleare ha degli svantaggi, ma la nazione ha bisogno di energia nucleare come parte di un bilanciamento energetico con carbone, gas ed energia eolica”, sono poste in modo da rendere difficile un disaccordo (calcolato infatti nel 13% dei rispondenti a questa domanda), e chi oggi vede i risultati è portato a pensare che le persone intervistate nella zona in questione ritengano necessaria l’energia nucleare. Lo stesso vale per domande in cui, mentre si chiede di pensare agli aspetti positivi e negativi di un nuovo reattore ad Hinkley Point, rientrano sempre in qualche modo i benefici che un nuovo reattore avrebbe sull’economia e l’occupazione locali.

“A me sembra chiaro che questa lunga serie di domande guidi le persone verso un percorso mentale che le porta a pensare ad una centrale nucleare in modo ben diverso da quanto esse normalmente farebbero”, accusa Ben Goldacre dalle pagine del quotidiano The Guardian. Secondo il giornalista inglese ha infatti un effetto ben diverso chiedere: “Volete che i vostri figli restino disoccupati?”, invece che: “Siete tutti segretamente terrorizzati all’idea che potremmo farvi prendere il cancro?”. Gli statistici sanno bene che il diverso ordine dato a certe domande potrebbe far variare l’andamento di un questionario, e per Goldacre quello di EDF contravviene a molte delle regole di base da tenere in considerazione nella compilazione di un questionario statistico. In particolare quella che consiglia di “stare attenti a non influenzare le risposte”.

di Andrea Bertaglio

Il pentito: “La famiglia Graviano investì nelle prime imprese di B.”

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Il pentito: “La famiglia Graviano investì nelle prime imprese di B.”.

Ad Annozero l’intervista all’ex boss di Altofonte. Francesco Di Carlo svela i legami con la cupola. Il rapporto tra il mafioso e il premier “potrebbe essere stato riattivato al momento della discesa in campo nel ’93-’94

Per anni i magistrati si sono interrogati su un quesito semplice: cosa c’entrano i fratelli Graviano, autori delle stragi del 1992-1993, con Dell’Utri e Berlusconi? Il pentito Gaspare Spatuzza aveva parlato delle confidenze ricevute dal boss sui contatti con i due fondatori di Forza Italia nel 1994. Ora un’intervista del pentito Francesco Di Carlo ad Annozero offre una chiave di lettura: la famiglia Graviano potrebbe avere investito nelle prime imprese milanesi del Cavaliere per il tramite di Marcello Dell’Utri e quel legame potrebbe essere stato riattivato al momento della discesa in campo nel 1993-94.
Di Carlo ha ripetuto a Sandro Ruotolo il racconto dell’incontro tra il boss della mafia palermitana Stefano Bontate (ucciso nel 1981 dai corleonesi) e Silvio Berlusconi. Quel racconto, che rappresenta l’architrave delle motivazioni della sentenza di condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per Dell’Utri, nonostante sia stato ritenuto credibile da una decina di magistrati di Palermo, tra pm e giudici di primo e secondo grado, è passato inosservato ai direttori dei tg di Raiset. Proprio in seguito a quell’incontro del 1974 negli uffici milanesi di Berlusconi – secondo i giudici – i boss di Palermo inviarono Vittorio Mangano a villa San Martino a proteggere Berlusconi che così comincia a pagare il pizzo a Cosa Nostra fino almeno al 1992. Fatti noti per i lettori de Il Fatto Quotidiano ma assolutamente sconosciuti alla grande platea televisiva che ieri ha finalmente ascoltato il racconto di quell’incontro che rappresenta una pietra miliare nella storia dei rapporti tra Cosa Nostra impresa e politica in Italia. L’intervista del boss di Altofonte Francesco Di Carlo che riporta la sua impressione positiva di questo brillante palazzinaro milanese in maglione e jeans che voleva spiegare a Bontate e al cognato Mimmo Teresi i segreti della professione, su Rai due in prime time, è stato davvero un evento rivoluzionario.

“Berlusconi ci diede una lezione di economia: spiegò a Teresi e a Bontate che costruire due palazzi o cento era la stessa cosa. Berlusconi disse che aveva tanti problemi con la criminalità. Allora Bontate gli disse: di che si preoccupa lei? Ha Marcello Dell’Utri accanto e ora le mandiamo una persona noi e siamo a disposizione. Anche Berlusconi disse: sono a disposizione vostra. La scelta poi è caduta su Mangano perché era amico di Tanino Cinà e Dell’Utri sapeva che era mafioso” (ma dell’Utri, intervistato a L’Infedele, nega. Guarda il video). Cose note, si dirà, come la testimonianza della moglie di Vito Ciancimino che confermava divertita a Ruotolo gli incontri tra il marito e Silvio Berlusconi negli anni settanta: “E che c’è di male? Era un imprenditore allora e non un politico” o come la testimonianza del pentito Gaspare Mutolo che ha raccontato il suo interrogatorio con Paolo Borsellino e il progetto di rapimento di Berlusconi, bloccato da una telefonata dei boss palermitani, seguita dall’arrivo di Mangano in villa.

Ma il merito di Annozero è stato quello di portare all’attenzione del grande pubblico gli snodi di questa storia italiana fondamentale per capire “la storia italiana” di questi anni. La vera rivoluzione di ieri sera non è stata tanto la trasmissione di una o più interviste scoop su Berlusconi e la trattativa ma il dibattito che si è svolto in prima serata su questi temi. Per una serata grandi ospiti e giornalisti e tecnici si sono divisi e confrontati non sull’ultima confessione dello zio di Sarah Scazzi ma sulla storia tabù dei rapporti mafia-politica in questo paese. Il piatto forte è stato l’intervista al boss di Altofonte. Il re del narcotraffico, condannato dai giudici inglesi nel 1987 per un traffico da 180 miliardi di vecchie lire ha ripercorso i suoi rapporti con Dell’Utri soffermandosi sul matrimonio a Londra del boss Jimmy Fauci (“ero il testimone di nozze e Dell’Utri era seduto al mio tavolo. Volevano combinarlo mafioso e mi ha trattato con rispetto: sapeva che ero latitante”) ma ha raccontato anche una circostanza finora sconosciuta ai magistrati sui rapporti finanziari tra i Graviano e Dell’Utri. “Un giorno viene da me Ignazio Pullarà, quando avevano già ammazzato a Michele Graviano (nel 1982, ndr) e mi dice: ‘Devo cercare a Tanino Cinà perché Michele Graviano ha messo i soldi con Bontate a Milano”.

Dopo la guerra di mafia dei palermitani di Bontate contro i Corleonesi di Riina, secondo Di Carlo, molte famiglie e molte vedove erano alla ricerca dei soldi investiti a Milano anni prima dai boss sterminati. Pullarà, legato al defunto Michele Graviano, si sentiva in colpa verso la famiglia per quei soldi investiti con Bontate dei quali si era persa traccia. Per questa ragione voleva chiederne conto – sempre secondo Di Carlo – al referente delle cosche per i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest: Tanino Cinà. Secondo Di Carlo quel rapporto non si sarebbe interrotto con la morte del padre di Filippo e Giuseppe Graviano: “nell’ultimo periodo”, ha raccontato il pentito, “ho assistito al baccano sulle dichiarazioni di Spatuzza che ha parlato di interessi che i Graviano avevano a Milano e mi sono chiesto: ma quando Pullarà voleva incontrare a Cinà, poi li hanno sistemati i loro affari o no? Secondo me li hanno sistemati”.

Le parole consegnate da di Di Carlo ad Annozero si legano a quelle di Gaspare Spatuzza ai pm: “Graviano mi disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri avevamo il paese nelle mani”. Quelle parole sono state ritenute vaghe e non riscontrate dalla Corte di Appello del processo Dell’Utri e sono all’esame dei magistrati che si occupano delle stragi di mafia del 1992-93.. Secondo i giudici di primo grado del processo Dell’Utri, i rapporti di Dell’Utri con i fratelli Graviano (responsabili della morte di don Pino Puglisi e Salvatore Borsellino e delle stragi dei Georgofili a Firenze e del Padiglione di Arte contemporanea a Milano) sono certi. La Corte di Appello, invece, non li ha ritenuti provati.

Agli atti delll’indagine sulle stragi c’è anche un’informativa della Dia del 1996 basata sulle informazioni raccolte da un confidente, indagato con i Graviano, che ha raccontato di conoscere per diretta esperienza il rapporto tra Dell’Utri e Filippo Graviano. Il confidente della Dia ha raccontato che facevano affari insieme e ha aggiunto di avere accompagnato lo stesso Graviano a un ristorante di Milano frequentato da dirigenti e calciatori rossoneri: L’assassino, dove – a detta del confidente – avrebbe dovuto incontrare Dell’Utri. L’amico dei Graviano non ha voluto verbalizzare queste dichiarazioni, per paura. Ma le sue dichiarazioni sono state riportate in un’informativa dal vicequestore della Dia che le ha raccolte con la garanzia dell’anonimato. Anche Spatuzza ha raccontato di un anomalo interesse del suo boss per l’andamento del gruppo Berlusconi in borsa. E i Graviano sono stati arrestati a Milano mentre erano a tavola con un loro favoreggiatore che cercava di piazzare il figlio calciatore al Milan, al quale era stato raccomandato da Dell’Utri. Una cosa è certa: i Graviano sono in carcere da allora. Giuseppe al processo si è rifiutato di rispondere sui rapporti con Dell’Utri mentre Filippo li ha negati. Ora Di Carlo dice: “un carcerato di Cosa nostra sta tranquillo se sa che fuori (ai suoi, ndr) ci arriva da mangiare”.

Quel file nascosto di Spatuzza che potrebbe riscrivere la storia

Fonte: Quel file nascosto di Spatuzza che potrebbe riscrivere la storia.

Diciamolo subito. Non è certo che Silvio Berlusconi sia indagato a Palermo per riciclaggio e concorso esterno. E’ sicuro invece che il nome del Premier riecheggia sempre più insistentemente nelle grandi inchieste sulle stragi mafiose del ‘93 e sul possibile patto tra stato e Cosa nostra. Da Firenze fino a Palermo sono almeno due le procure nei cui verbali compare Silvio Berlusconi.

Due procure, due inchieste e due reati differenti che però ricamano un unico ordito, quello della trattativa stato-mafia. Trattativa che, nell’ipotesi investigativa, parte a ridosso della strage di Capaci nel maggio ’92 e continua fino ad oltre il 2000. Un lungo work in progress – la definiscono gli investigatori. Un puzzle fatto di stragi e papelli. E di soldi, una valanga di soldi.

Quei rapporti con gli stragisti
La Procura fiorentina indaga sui mandanti esterni delle stragi del ’93 a Firenze e Milano e sul fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Secondo Spatuzza, il cui accesso al programma di protezione è stato negato, la macchina stragista di Cosa nostra si è fermata quando i Graviano, sui diretti superiori, strinsero un patto con Berlusconi e Dell’Utri. “Sono persone serie, ci siamo messi il paese nelle mani” – dissero i due fratelli Graviano a Spatuzza nel gennaio 1994 in un lussuoso bar romano. Le indagini stanno accertando se davvero i due boss siano passati per la Capitale in quel periodo. Berlusconi e Dell’Utri, proprio a Firenze, sono stati indagati e poi archiviati come mandanti esterni delle stragi del ’93 ma con molte ombre: ”Hanno intrattenuto – scrivono i giudici – rapporti non meramente episodici con soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista”. Spatuzza spiega oggi che i soggetti criminali erano i Graviano. E che quell’accordo avrebbe chiuso la stagione delle stragi, come poi è effettivamente avvenuto.  Ma come sarebbe nato questo rapporto?

Soldi e sangue
I Graviano hanno un jolly – racconta Spatuzza – qualcosa che non ha nulla a che fare con la Sicilia, con le stragi. E’ la loro rete di rapporti d’affari a Milano. Filippo e Giuseppe Graviano dal 1989 si trasferiscono a Milano, una cosa “anomalissima” perché i due fratelli, Giuseppe e Filippo, “non si fidano di nessuno e hanno costruito in questi vent’anni un patrimonio immenso”.
Il core business dei due fratelli non è più il crimine. “Hanno già le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome – continua Spatuzza – Filippo Graviano è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, gli investimenti pubblicitari. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura…” Interesse o semplice ammirazione? Forse entrambi. “Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, (…)è tutto patito dell’abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e dell’amore che lo lega a Berlusconi e Dell’Utri”. Continua Spatuzza: “La Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come un investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua”. Il racconto trova conferma in altre testimonianze.
A Palermo l’inchiesta sulla trattativa porta il numero 11609/08 e vede indagate una decina di persone tra boss – Riina e Provenzano – alti ufficiali dei Carabinieri – il generale Mori e i colonnelli Giuseppe De Donno e Antonello Angeli – e almeno due esponenti dei servizi di sicurezza oltre a Massimo Ciancimino.
Gli addetti ai lavori la definiscono un contenitore perché racchiude storie diverse, in un arco temporale molto vasto. Una storia fatta di stragi, accordi e soldi. Ed è proprio la pista dei soldi quella più calda, che potrebbe far ipotizzare l’iscrizione nel registro degli indagati a Palermo di Silvio Berlusconi. Quei “rapporti non meramente episodici” tra l’attuale Presidente del consiglio e alcuni mafiosi potrebbero avere radici molto lontane. Vito Ciancimino, nei suoi scritti, li situa all’inizio degli ’70. I soldi di Cosa nostra – sostiene don Vito – sono finiti a Milano 2, la prima grande impresa di Berlusconi e sono ritornati indietro moltiplicati nelle tasche dei boss. “Io e Berlusconi siamo figli della stessa Lupa” – ha lasciato scritto l’ex-sindaco mafioso di Palermo. Gli investigatori stanno rivoltando ogni piega degli affari di don Vito: assegni, libretti, investimenti fatti nel corso di quarant’anni di carriera all’ombra dei boss. Ma ci sono altre conferme a questi antichi legami, ancora tutti da provare. Come quella del pentito Franco Di Carlo la cui testimonianza circa l’incontro tra Berlusconi e il capo della Cupola Stefano Bontade, avvenuto tra il 74 e il ‘75 è stata ritenuta attendibile dalla sentenza d’appello che ha condannato Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno. Di Carlo ha recentemente raccontato ai giudici siciliani che alla fine degli anni ’80 ai boss i conti non tornavano. I soldi di Bontade, ucciso dai Corleonesi, e quelli dei nuovi padrini erano spariti. I Graviano erano gli unici a non preoccuparsi, dice Di Carlo. Ma perché? Forse la risposta è in uno dei verbali di Spatuzza, quello che racconta del patto tra Berlusconi, Dell’Utri e i Graviano.
E’ questo il file più nascosto, quello top secret. Se verificato potrebbe riscrivere il racconto luccicante dell’avventura imprenditoriale del Presidente del Consiglio. E spiegherebbe chi sia stato “l’utilizzatore finale” della trattativa partita da don Vito con il Papello di Riina e se dietro la fine delle stragi ci sia stato un accordo.

di Nicola Biondo – 25 novembre 2010 da AntimafiaDuemila

Salviamo Frediano

Fonte: Salviamo Frediano.

Frediano non mangia più da oltre una settimana. Frediano non beve più da lunedì mattina e non assume i farmaci che gli sono necessari per regolare l’ipertensione cronica da cui è affetto. Se continua così, Frediano potrebbe entrare presto in coma. Questo non sembra rappresentare un problema, per Frediano, perché Frediano va avanti. Se stanno cercando un martire, lui c’è.

Frediano Manzi, nemico giurato di usurai ed estorsori dei quali egli stesso è vittima, nel 1992 fonda S.O.S Racket e Usura per aiutare molte di quelle 600 mila persone – 200 mila imprenditori e 400 mila persone comuni – che non ce la fanno più ma che non denunciano, perché si ritroverebbero sole, costrette alla fuga per sopravvivere, perché lo Stato non c’è. La legge 108 del 7 marzo 1996 stanzia dei fondi a favore delle vittime dell’usura, ma i soldi arrivano dopo 3/5 anni, un periodo di tempo eccessivo per chi ha perso tutto. Inoltre, come se non bastasse, vi possono accedere solo i titolare di partita iva: se sei un padre di famiglia, un impiegato, un nonno in pensione e sei strozzato dagli aguzzini non hai diritto a nulla. Per questo, di quei 600 mila, solo in 100 mila hanno il coraggio di denunciare i loro estorsori. Alle altre 400 mila persona normali S.O.S. Racket e Usura ha deciso provocatoriamente di dire la verità: se deunciate, sappiate che lo Stato vi lascerà soli. E anche per coloro che a norma di legge hanno diritto ad accedere al fondo, che non è una regalia ma un mutuo e come tale va quindi rimborsato, pesanti ombre si stendono sui meccanismi di attribuzione degli stessi. Chi decide se il vostro caso particolare abbia diritto o meno di avvalersi della legge 108? Dal 2003 al 2006 commissario straordinario antiracket era il prefetto Carlo Ferrigno. Almeno sette donne, secondo le testimonianze raccolte da Frediano, sarebbero state molestate da Ferrigno, che avrebbe promesso loro l’accesso al fondo nazionale in cambio di favori sessuali. Se si fossero rifiutate, il commissario straordinario avrebbe minacciato di bloccare le pratiche. Se le vittime di usura fossero state di sesso maschile, viceversa, per agevolare l’iter sarebbe stato chiesto loro di trovare un’amica disponibile. Altri procedimenti penali sarebbero in corso a carico di Ferrigno: il suo autista “Tonino” avrebbe avuto il compito di procurargli droga (cocaina) e prostitute minorenni per gli abituali festini nella sua abitazione romana, tutte rigorosamente nipoti di capi di stato africani (va di moda), si intende.

Frediano, con la sua associazione, ha inoltre denunciato la presenza sul web di olte 2000 sedicenti società finanziarie, che operano al di fuori delle restrizioni e dei vincoli previsti dalla legge per l’esercizio dell’attività di prestito liquidità. Per legge, infatti, il sito internet di una qualunque finanziaria deve esporre il numero di iscrizione all’Ufficio Italiano dei Cambi, le cui funzioni dal 2008 confluiscono nella Banca d’Italia, oppure deve rendere esplicita l’iscrizione all’albo dei mediatori creditizi, che può così essere verificata attraverso un’apposito modulo di ricerca online. Nonostante la pubblicazione di un dettagliato elenco di truffatori e usurai che adescano le loro vittime sul web, nessun provvedimento sembra tuttavia essere stato preso per impedire attività così palesemente illecite. Come dire: se non si toccano gli interessi dei produttori di audiovisivi o se non si pestano i pedi ai potenti con un blog di informazione, le istituzioni si fanno improvvisamente garanti della terzietà del web rispetto alle leggi italiane.

Questi e altri insignificanti dettagli nella pesante testimonianza, di cui presento alcuni stralci nel video accluso all’articolo, che ho raccolto martedì a casa di Frediano.

In conseguenza dell’insensibilità istituzionale nei confronti di 400 mila cittadini italiani vittime di usura ed estorsione, Frediano Manzi ha deciso di giocarsi un’ultima disperata carta: lo sciopero della fame, della sete e dei farmaci che deve assumere quotidianamente. E’ determinato a non recedere se non ottiene quattro risultati fondamentali:

  1. emendamento della norma che impedisce a tutti coloro che non hanno una partita iva di accedere ai fondi;
  2. accesso ai fondi in tempi ragionevoli;
  3. accertamento delle responsabilità sullo scandalo Ferrigno;
  4. sequestro delle oltre 2000 sedicenti società finanziarie che operano via web precipitando i cittadini nell’inferno dell’usura.
L’Italia non è solo Saviano, e non è neppure solo Santoro, Fazio, Benigni, Gabanelli, Grillo e tanti altri di cui giustamente si discute a lungo. E’ necessario dare spazio anche alle altre decine di valorosi combattenti che ogni giorno rischiano la vita per fare di questo paese un posto migliore, senza neppure l’aiuto di una grande cassa di risonanza mediatica.

Parlate delle 600 mila vittime di racket e usura. Parlate di Frediano Manzi e della sua battaglia silenziosa.
Potrebbe anche essere l’ultima…

Caludio Messora
Byoblu.com

L’elastico del costo del lavoro

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’elastico del costo del lavoro.

I salari italiani sono tra i più bassi delle nazioni europee. L’Italia occupa il 23° posto nell’Ocse. Il costo del lavoro, invece, è il più alto in Europa. Se il costo del lavoro è altissimo e in busta paga arriva una miseria bisogna chiedersi “Dove finiscono i soldi?“. “Chi intasca parte degli stipendi dei lavoratori al loro posto?“. La forbice tra quanto incassa lo Stato e quanto riceve il lavoratore dipendente è enorme. Questo pozzo senza fondo serve a far vivere strutture inutili come le Province, a finanziare cani e porci (tra cui i giornali), a comprare cacciabombardieri. Un milione di persone a vario titolo vive di politica o grazie alla politica. Il lavoratore riscuote un terzo del reddito prodotto. I due terzi vanno alla macchina del magna magna, ai parassiti del Paese. Neppure Al Capone chiedeva tanto. Al confronto, il pizzo mafioso del 10% è generosità allo stato puro. L’elastico è ormai al massimo della tensione. Le tasse non si possono aumentare.Le ruberie dello Stato non si vogliono toccare, a iniziare dal miliardo di euro di “rimborsi elettorali” intascato dai partiti. “…Vedere il filo teso/ già vicino alla rottura/ non tiene più l’elastico, non tiene più l’elastico…” (Gaber, L’elastico)

Bertolaso, l’ultima vergogna

Fonte: Bertolaso, l’ultima vergogna.

La moglie di un sottosegretario. I figli dei giudici amici, dei generali amici e dei boiardi amici. Perfino la nipote di un cardinale. Tutti assunti (a tempo indeterminato) dalla Protezione civile un minuto prima del cambio della guardia. Con soldi sottratti ai terremotati.


Questo si chiama “mettere in sicurezza”, solo che più dell’Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d’alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede…
“l’assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa”.

Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c’è un’ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali. Tutti benedetti da una selezione su misura, alla quale ha potuto partecipare solo chi aveva già un contratto precario con il Dipartimento. Un esame affidato a una commissione interna, con poche domande rituali e procedure concluse entro l’estate: così gli ex cococo sono ormai a tutti gli effetti in pianta organica.

E rilette oggi, dopo i crolli di Pompei, le motivazioni che sostengono questa falange di assunzioni hanno un po’ il sapore della farsa di fine impero: il testo della deroga al blocco imposto da Tremonti sostiene la necessità di quel personale “anche con riferimento alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale”. Ma è solo il botto finale: quando Bertolaso nel 2001 mise piede sulla tolda di comando l’organico si basava su 320 unità, passate a 590 nel 2006 e schizzate a quasi 900 alla fine del suo mandato. Cinquecento persone in più in nove anni, con uffici lievitati emergenza dopo emergenza, sempre a colpi di ordinanza e mai in forza di un concorso. Un vero e proprio esercito in cui spiccano gli oltre 60 autisti, distaccati dalle forze dell’ordine, per i dirigenti. L’apoteosi di un sistema di potere nato con il Giubileo del 2000, spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell’establishment istituzionale.

E poi, sono arrivati i fedelissimi coltivati a Napoli nelle molteplici crisi dei rifiuti. Un posto per tutti grazie alle parentele giuste nell’esercito o nei servizi segreti, a Palazzo Chigi o in Vaticano, al Viminale o in magistratura, fino a creare una ragnatela di relazioni che sembra plasmata ad hoc per creare consenso verso le attività del Dipartimento e per non disturbare il suo manovratore.

Le parentele scomode iniziano ovviamente da Francesco Piermarini, l’ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci “pizzardoni” passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell’unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l’anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell’83enne Domenico Rivelli, chiamato come “collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli”.

Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile.

Proprio nella “sezione di controllo” della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell’Aquila con l’incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell’inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l’ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l’altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento.

Quanto alla magistratura, tra gli assunti c’è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l’ordinanza per l’esondazione del Sarno ora è fisso al reparto “relazioni con gli organismi internazionali”. Con l’ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l’emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D’Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile).

A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all’ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest’ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l’ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l’Abruzzo terremotato.