Archivi del mese: novembre 2010

ComeDonChisciotte – GLI AFGANI DEL SUD NON HANNO MAI SENTITO PARLARE DELL’ 11 SETTEMBRE

Fonte: ComeDonChisciotte – GLI AFGANI DEL SUD NON HANNO MAI SENTITO PARLARE DELL’ 11 SETTEMBRE.

DI JUAN COLE
.juancole.com

Secondo un sondaggio condotto nelle province di Helmand e Kandahar, il 92% degli afghani intervistati (1000 uomini) non ha mai sentito parlare del 11 settembre.

La maggior parte degli americani è indecisa sulla guerra in Afghanistan, per loro è difficile accantonare la tesi secondo cui gli attacchi dell’11 settembre furono pianificati in alcuni dei 40 campi di addestramento per terroristi che miravano a dichiarare guerra agli Stati Uniti.

Se gli afgani, il 72% dei quali analfabeta, non hanno mai sentito parlare dell’ 11 settembre, di conseguenza non hanno la più pallida idea del perché gli Stati Uniti e la NATO si trovano nel loro paese !

Ed è la totale mancanza di queste informazioni, probabilmente, a renderli più ostili alla presenza americana. Per loro è del tutto ingiustificato e assurdo lasciare che la loro terra venga occupata.

La conoscenza del mondo esterno è collegato, in parte, all’infrastruttura informativa.

In Afghanistan in molte zone non c’è elettricità, ciò limita l’accesso alla televisione e ad internet. L’ accesso ad Internet infatti è solo del 3% , sia a causa dei costi elevati della comunicazione via satellite, sia perché mancano i più moderni cavi di fibra ottica.

I segnali satellitari hanno fatto sì che il 30% degli afghani potesse avere un telefono cellulare.

Tuttavia l’accesso all’informazione è più facile nelle aree urbane come Kabul e Mazar piuttosto che nelle zone rurali meridionali Pashtun.

Ma è anche possibile che i Pashtun, che avevano sostenuto i talebani, si vergognino così’ tanto dei fatti del 11 settembre, e quindi le loro negoziazioni siano solo un modo di salvarsi la faccia.

Juan Cole
Fonte: http://www.juancole.com/2010
Link: http://www.juancole.com/2010/11/southern-afghans-have-never-heard-of-911.html
20.11.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciootte.org a cura di CINZIA IACOMINO

Wikileaks. L’Italia? Non conta nulla | Pietro Orsatti

Fonte: Wikileaks. L’Italia? Non conta nulla | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

E diciamolo. “Si tratta di informazioni che dovevano rimanere riservate, probabilmente sono frutto di un’azione illegale, e, con mia sorpresa, sembrano uscire da giornaletti specializzati nei gossip”. Questo ha dichiarato il nostro ministro della Difesa dopo una prima lettura di ciò che è stato reso pubblico da Wikileaks. Ovviamente La Russa si è concentrato su quello che è emerso finora sull’Italia, ovvero sui giudizi sulle feste e sugli atteggiamenti non proprio da statista del premier Silvio Berlusconi. Cose che noi italiani conosciamo bene senza che ce lo raccontino gli americani. Di gossip La Russa proprio non può parlare invece sulle preoccupazioni della Clinton a riguardo degli affari e dei possibili investimenti energetici di Berlusconi con Putin. Quella è altra roba, e La Russa lo sa. E quindi svicola.

E diciamolo, come ci insegna La Russa, dopo tutto quello che è uscito in questi anni su Berlusconi quello che emerge dalle rivelazioni di Wikileaks sono quisquiglie. E una conferma. Contiamo sempre meno sul piano internazionale. Da un’analisi statistica sui documenti rilasciati da Wikileaks ieri sera noi siamo fra i paesi meno “attenzionati” del gruppo dei big, dell’esclusivo club del G8. Insomma contiamo poco, preoccupiamo anche meno. L’unica questione aperta, e che allarmerebbe l’amministrazione Usa, è quella energetica con la Russia. O meglio, i possibili affari privati fra Berlusconi e Putin. Privati, non nazionali. E poi quell’iper attivismo di Berlusconi al massimo definibile come portavoce in sede internazionale dell’amico (il sospetto della Clintono è “socio”) Vladimir.

Insomma, leggendo oggi i documenti di Wikileaks, abbiamo solo una conferma. Sul piano internazionale contiamo poco se non nulla, preoccupiamo solo per quanto riguarda le vicende personali del nostro premier e complessivamente siamo ritenuti la periferia dell’Impero. Perché non abbiamo ruolo, perché i problemi reali sono altri, la Cina e il Medio Oriente in particolare, perché Obama, e la Clinton, ci ritengono solo dei furbacchioni un po’ rumorosi, gente che non sa stare educatamente a tavola, ospiti scomodi. Perfino sul piano delle rivelazioni di Wikileaks siamo assolutamente irrilevanti.

Che colpo per l’ego smisurato di Berlusconi.

su Gli Italiani

Blog di Beppe Grillo – Gromo “Game Free Zone” – Intervista al sindaco Luigi Santos

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Gromo “Game Free Zone” – Intervista al sindaco Luigi Santos.

La malattia del gioco, o ludopatia, è alimentata dallo Stato Italiano attraverso le macchinette che ha distribuito ovunque: da città come Roma o Milano, ai piccoli paesi di provincia. Le macchinette vampiro succhiano i soldi ai pensionati e ai più deboli per darli a Tremorti. I poveri, diventati più poveri, chiedono aiuto al Comune. 280.000 italiani spendono 500 euro al mese (140 milioni di euro), una cifra spesso equivalente alla loro pensione. Il sindaco di Gromo, Luigi Solinas vuole proibire con un’ordinanza l’uso delle macchinette nel suo comune. Sarà il primo comune d’Italia ad essere “Game Free Zone“. Un’iniziativa da imitare ovunque.

Intervista a Luigi Santos, Sindaco di Gromo:
“Sono Santos Luigi Sindaco in un paese di Gromo, in alta Val Seriana, in Provincia di Bergamo, è un paesino piccolissimo, sono 1250 abitanti con due frazioni annesse.
Parliamo di slot machine e di macchinette, stiamo studiando un’ordinanza che possa vietare sul territorio comunale quello che è l’uso di queste macchinette, perché? La motivazione principe è nata dal fatto che ci siamo trovati famiglie che chiedevano sussistenza sociale tramite l’assistente sociale. Purtroppo cosa succede? Spesso e volentieri all’interno di queste famiglie ci sono persone che spendono al gioco delle macchinette qualcosa come 500/600 Euro al mese, allora ci siamo posti questo interrogativo: “Non è il caso di far fermare questo cane che si morde la coda?“. Perché è vero che lo Stato prende dei soldi dalle macchinette, è anche vero che poi lo Stato deve dare dei sussidi sociali a persone che effettivamente ne hanno necessità. Tant’è vero che in Bergamo ci sono dei corsi tenuti dall’ASL., dal Sert, dal patronato San Vincenzo per recuperare veramente queste persone che soffrono di ludopatia. Tenete presente che in Italia ci sono qualcosa come 700 mila persone che soffrono di ludopatia e il 40% di loro, pertanto 280 mila persone, spendono più di 500 Euro al mese in queste macchinette, vuol dire veramente una finanziaria. Forse è il caso di mettere mano a queste cose, decidere veramente cosa si vuole fare, anche perché effettivamente le persone che giocano con queste macchinette sono persone più deboli o meglio, a me piace definirle meno attente: si fanno abbindolare dalla facile possibilità di portare a casa dei soldini, quando invece buttano dalla finestra tanti soldi e nessuno poi glieli rende. Parlando la settimana scorsa con un commerciante vicino al mio paese, questi mi raccontava l’esperienza di una persona che si è fermata presso la sua attività, dalle 15 fino alle 19 a giocare con questa macchinetta e lui ha stimato che possa avere buttato qualcosa come 600 Euro. La cosa è improponibile, ingiustificabile ed è il caso che di dire “Basta!” a questo sperpero di denaro. Oltretutto è uno sperpero di denaro che si ripercuote su tutte le casse e comunali, dei cittadini e dello Stato.
Signori, ricordiamoci che lo Stato non è il Sindaco o il palazzo comunale o i dipendenti comunali, ma lo Stato siamo tutti noi, lo sono io, l’intervistatore, sono tutti, pertanto tutti partecipiamo a questa cosa, forse è il caso di prendere il toro per le corna e dire “Basta, voltiamo pagina!”. Diciamo che i cittadini di Gromo hanno reagito con sensibilità a questa provocazione, nel senso che cominciano a chiederci cosa possono fare per evitare che persone meno attente giochino a queste infernali macchinette. Certo è difficile quando entra qualcuno in un’attività dire: “Tu giochi, tu non giochi“. Non si potrà mai ad arrivare a questo, ecco perché si pensa di vietare l’uso di queste macchinette. So che qualcuno ha messo dei cartelli sopra le macchinette dove c’è scritto “Attenzione è un gioco, fate attenzione perché ci può essere sperpero di denaro”. Bella operazione, bella mossa, però ricordiamoci che abbiamo a che fare con delle persone meno attente; magari il cartello non lo leggono neanche. E’ come il fumatore incallito che il fatto che ci sia scritto sul pacchetto di sigarette che il fumo nuoce alla salute o provoca il cancro, non gliene può fregare di meno. Lui continua a fumare perché è convinto che gli faccia bene! In merito all’ordinanza, la si sta studiando con un ufficio legale che possa porre fine all’utilizzo delle macchinette sul Comune di Gromo, è un’ordinanza non di facile promulgazione anche perché si va a ledere parzialmente quella che è una legge dello Stato, però si pensa che tramite un’ordinanza di ordine pubblico, piuttosto che di salute, dedicata proprio alle persone meno attente si possa riuscire a evitare che nel Comune di Gromo queste macchinette siano utilizzate da tutti.”

Blog di Beppe Grillo – L’inceneritore dei Castelli Romani

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’inceneritore dei Castelli Romani.

La discarica di Malagrotta di Roma, che non ha nulla da invidiare alle discariche campane (anzi…), è satura. La soluzione ovvia per i politici del fronte unito Pdl e Pdmenoelle, Marrazzo docet, è quella di appestare la zona dei Castelli Romani, come è già avvenuto a Napoli per i Comuni Vesuviani. Ad Albano Laziale sono in arrivo i rifiuti della capitale e i fumi dell’inceneritore con gli immancabili tumori. Chi pagherà per l’inquinamento e per le malattie? Insomma, chi ci guadagnerà?
Caro Beppe,
ti scrivo per informarti che anche ad Albano Laziale è arrivato, più forte che mai, il pro-fumo di monnezza. Quella “buona” però, dei Castelli Romani, alle porte di Roma, che odora, come sai bene, di mafia-connection. L’impianto che vogliono localizzare ad Albano Laziale si poggia, a livello legale, sul solo decreto di pubblica utilità di Marrazzo (N.147/2007) non essendo passato per il voto dell’ex consiglio regionale. Ora siamo in attesa di conoscere il piano rifiuti del neo assessore della Polverini, con delega ai rifiuti, di Paolantonio. Chi, oggi, potrebbe sottoscrivere i frutti avvelenati della politica marrazziana? Un impianto, caro Beppe, privo d’una gara d’appalto, costruito per intero con soldi pubblici che ruba attraverso il raggiro legale dei CIP6, con una VIA (valutazione d’impatto ambientale), due sospensive in autotutela della VIA, un A.I.A. (autorizzazione integrata ambientale) frutto di logiche e politiche alla matriciana, appunto. Solo la Azienda Usl Rm-H s’è schierata a difesa del territorio, della salute dei cittadini e dell’ambiente. Il coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale (www.noinceneritorealbano.it) sta dando battaglia da tre anni contro questo impianto e queste logiche politiche con tre ricorsi al Tar Lazio, per le quali siamo in attesa della sentenza. L’ultimo corteo che abbiamo organizzato, 23 Settembre 2010, ha visto la presenza di oltre 5.000 persone, il più partecipato della storia dei Castelli Romani.” Daniele Castri (Referente legale Coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale)

Sergio Lari: ‘Per noi Gaspare Spatuzza è attendibile’

Fonte: Sergio Lari: ‘Per noi Gaspare Spatuzza è attendibile’.

27 novembre 2010, Palermo. «Il mio ufficio giudiziario ha sviluppato e trovato riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza su un tema ampio, quello di un segmento esecutivo della strage di via d’Amelio, di cui lo stesso Spatuzza è stato diretto protagonista». Lo ha detto ai microfoni dell’emittente Tgs il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, commentando la posizione dei giudici della Corte d’appello di Palermo, che nella sentenza del processo Dell’Utri lo ritengono inattendibile. «Non è mia abitudine commentare le sentenze, che vanno lette e rispettate – ha spiegato Lari – ma mi limito solo ad osservare che quel giudizio si riferisce a una vicenda circoscritta e specifica, l’incontro tra Spatuzza e Graviano in un bar nel gennaio del 1994, e a dichiarazioni de relato: è su quel tema che si è pronunciata la Corte d’Appello».

Adnkronos e Antimafiaduemila

Mafia: procuratore Lari, quasi certa revisione processo su stragi 1992

27 novembre 2010, Palermo. «La prospettiva dopo i recenti sviluppi delle indagini sulle stragi del 1992 è quella di celebrare a Caltanissetta un processo basato sulle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Processo che può portare anche la rilettura delle precedenti indagini, in relazione alle quali si sono registrate le ritrattazioni di quelli che furono i cardini di quei processi». A dirlo è stato il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, intervistato dall’emittente televisiva regionale Tgs. Il neo pentito di mafia Gaspare Spatuzza si è autoaccusato, raccontando una versione diversa da quella finora conosciuta sulla strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. «Sicuramente a Caltanissetta questo processo di farà – aggiunge Lari – Parallelamente offriremo i risultati di queste indagini articolate e complesse alla Procura generale di Caltanissetta, che li trasmetterà alla Procura generale competente, che potrebbe essere quella di Catania o di Messina per valutare la possibilità, o la quasi certezza se vogliamo, di apertura di un processo di revisione – conclude Lari – nei confronti di alcune delle posizioni delle persone accusate ingiustamente e che hanno avuto condanne all’ergastolo».

Adnkronos e Antimafiaduemila

Distrazioni di massa sul biennio stragista ’92-’93

Fonte: Distrazioni di massa sul biennio stragista ’92-’93.

“Possibile che l’ex presidente del Consiglio, Carlo Azelio Ciampi, fosse stato tenuto all’oscuro di tutto, come il suo ex Guardasigilli Conso afferma? E che rapporto di causa-effetto c’è tra la lettera che alcuni boss indirizzarono nei primi mesi del ’93 al Presidente della Repubblica di allora, Scalfaro, nella quale chiedevano un provvedimento di clemenza e l’effettiva revoca del 41 bis?”. Questi inquietanti, quanto leciti, interrogativi rimbalzano con prepotenza sulle agenzie di stampa nazionali.

Peccato che a porli con meri fini propagandistici sia il parlamentare del Pdl Maurizio Gasparri. Davanti ad un’opinione pubblica che a stento cerca di uscire dall’anestesia totale nella quale è stata indotta dai vari governi che si sono succeduti, si assiste ad una sorta di farsa tragicomica su questioni che imporrebbero invece il rispetto assoluto della verità. Dopo la pubblicazione di stralci delle dichiarazioni di Giovanni Conso, Nicolò Amato e Nicola Mancino (sulle revoche delle centinaia di provvedimenti di regime di carcere duro durante il periodo stragista del ’93 in una sorta di do ut des per fermare le stragi, ndr), il centrodestra si è posto l’obiettivo di dimostrare che la “trattativa” tra Stato e mafia si sarebbe consumata a suon di revoche di 41 bis durante la “reggenza” del centro-sinistra al Parlamento e al Quirinale. Lo scaltro tentativo di spostare l’attenzione da quei contatti tra Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra, quali trait-d’union con Berlusconi (di cui si parla ampiamente nella sentenza di I grado, in maniera “ridotta” e alquanto schizofrenica in quella di appello) è fin troppo evidente.
E in questo contesto di rivisitazione storica la disinformazione galoppa spedita attraverso una vera e propria “interpretazione” dei  fatti succedutisi nel biennio ’92-’93. Le dichiarazioni dell’ex Guardasigilli, Giovanni Conso, sul mancato rinnovo del 41-bis a centinaia di mafiosi detenuti nel ’93, secondo alcune teorie ben precise, diventerebbero quindi la prova del coinvolgimento del centrosinistra di allora nella questione della “trattativa”. Una di queste teorie viene inglobata nel recente editoriale del vicedirettore delCorriere della Sera, Pier Luigi Battista, secondo il quale l’alleggerimento sul 41 bis, realizzato dai governi “di centrosinistra”, Amato e Ciampi, non poteva “far parte di un ‘complotto’ orchestrato dalla mafia e dalla nuova politica dell’utrian-berlusconiana”. Ma la stridente versione dei fatti viene di fatto smentita dalle indagini pluriennali degli inquirenti di diverse procure. Partiamo dalla fine. “Mio padre fu il tramite fra Stato e mafia fino al dicembre del ’92, quando fu arrestato; poi mi disse che, nella primavera-estate del ‘93, gli era subentrato Dell’Utri”. A parlare ai magistrati è Massimo Ciancimino, siamo agli inizi del 2010. La possibile conferma dell’esistenza di due “trattative” tra Stato e mafia prende forma attraverso le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo. La prima “trattativa” (’92-’93) sarebbe stata finalizzata per fermare le stragi in corso, mentre la seconda (’93-’94) sarebbe stata utilizzata per soppiantare gli uomini della cosiddetta Prima Repubblica, ponendo nei posti chiave determinati personaggi che avrebbero perseguito alla lettera gli obiettivi già prefissati di quell’accordo tra Cosa Nostra e lo Stato. Nicola Mancino sarebbe uno di questi? Le indagini della magistratura puntano esattamente a fare luce sui lati oscuri che ruotano attorno alla sua figura, così come a quella di altri protagonisti di quella stagione come l’ex capo del Dap Nicolò Amato e l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi (deceduto nel ’94). Gli inquirenti stanno lavorando incessantemente per dipanare quella “cortina fumogena” che sovrasta quelle “riserve” sulle proroghe dei 41 bis manifestate dallo stesso Mancino unitamente a Parisi nel ’93. Le decisioni “solitarie” sulle revoche del 41 bis di Giovanni Conso si inseriscono perfettamente all’interno di un disegno che a tutti gli effetti appare sempre di più criminale. Ma non è solo la questione del carcere duro quella attorno alla quale si gioca la partita tra lo Stato e la mafia ignobilmente accreditata a sedersi allo stesso tavolo delle istituzioni. Nel 1992 siamo sotto il governo Amato ed è in quello stesso periodo che il Ros decide di “tastare il terreno” con Salvatore Riina per valutare le sue eventuali richieste per far cessare le stragi. Riina dal canto suo presenta allo Stato il famoso “papello”, quei 12 punti scritti su un pezzo di carta che sanciscono una vera e propria resa dello Stato. Il capo di Cosa Nostra pretende che venga eliminato il 41 bis, ma soprattutto mira a ottenere la garanzia che entro pochi anni i boss detenuti possano uscire. Riina punta alla revisione del Maxi-processo, allo svuotamento dell’istituto dei collaboratori di giustizia e introduce quella che più avanti verrà definita la “dissociazione”, un’arma potenzialmente potentissima che più volte mafiosi “irriducibili” del calibro di Pietro Aglieri cercheranno di utilizzare per “fottere” lo Stato. Le ultime inchieste sulla “trattativa” stanno portando a riscrivere la storia della stessa cattura di Salvatore Riina, possibilmente “venduto” da Bernardo Provenzano sull’altare della nuova fase di quel patto scellerato tra mafia e Stato. Ma in quel maledetto 1993 le stragi non si fermano: Roma, Firenze e Milano portano con sé morti, feriti e distruzione del patrimonio artistico. La linea stragista di Cosa Nostra viene portata avanti da boss sanguinari come Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano, insieme a Matteo Messina Denaro. Il rischio di un vero e proprio colpo di Stato aleggia nei timori dello stesso presidente del Consiglio Ciampi. Ed è in quel preciso momento storico che Giovanni Conso, sotto il Governo Ciampi, firma quei provvedimenti di revoche del 41 bis. Dopo il fallito attentato allo Stadio Olimpico le stragi si arrestano improvvisamente. Nei mesi successivi si assiste alla vittoria elettorale di Forza Italia. Una concomitanza di eventi che alcuni editorialisti tentano ora di recludere nell’ambito delle mere “coincidenze”. Per i giudici di I grado che hanno processato il senatore Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa l’anello di congiunzione prima e dopo le stragi del ’92/’93 tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi è proprio il suo braccio destro Marcello Dell’Utri. Ma per i loro colleghi dell’Appello il periodo viene però limitato fino al 1992. Di fronte ad una tale congettura lo stesso imputato ha sottolineato, in sua difesa, l’assurdità di un ragionamento simile che prevede un contatto interrotto prima che lo stesso aumenti di potere scendendo in politica. Resta un dato di fatto che negli anni a venire Forza Italia ha proposto norme per agevolare la revisione dei processi, non ha ostacolato minimamente le proposte di “dissociazione” e soprattutto ha sostenuto una campagna da guerra contro i collaboratori di giustizia. Il centrosinistra dal canto suo ha inferto il colpo di grazia aggiungendo il limite dei 180 giorni quale tempo limite per la collaborazione di un mafioso, per non parlare della proposta dell’abolizione dell’ergastolo o del cosiddetto “giusto processo”. Si tratta di risposte precise alle richieste di Riina contenute nel papello? Saranno gli investigatori a chiarire questi dubbi che minano la credibilità delle istituzioni. Ma lo scenario passato e presente che si offre agli occhi dell’opinione pubblica racchiude le gesta di politicanti di entrambi gli schieramenti finalizzate a spostare l’attenzione mediatica dal reale problema: quante trattative tra mafia e Stato ci sono state? Chi le ha autorizzate? E soprattutto chi le ha coperte depistando le indagini sulle stragi? Colpire i magistrati che stanno cercando di arrivare ad una verità completa su quelle che a tutti gli effetti sono stragi di Stato è indegno. Magistrati come Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo o altri non hanno certamente bisogno di difese “di ufficio”, ma di fronte alle gravi esternazioni che gli sono state rivolte da chi ha definito la trattativa “una pagliacciata”, definendo lo stesso Ingroia come un personaggio sostenuto da una “lobby mediatica” che “ha distrutto il fronte antimafia”, non possiamo esimerci dall’esprimere il nostro totale biasimo nei confronti di simili delegittimazioni. Che, queste si, fanno il gioco di chi ha tutto l’interesse a deviare l’attenzione sui pezzi mancanti della nostra storia, impedendo così che certe verità “scomode” vengano a galla.

Fonte: Antimafia2000

La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica

Fonte: La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica.

Se la mafia favorisce i cretini, l’antidoto sono gli uomini retti

”A chi fa il suo dover”. “Recita così la dedica dell’ultimo libro di Nando Dalla Chiesa, dal titolo “La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica” pubblicato dalla Melampo editore e in uscita oggi, venerdì 26 novembre. “Se ognuno di noi facesse il proprio dovere al meglio, la mafia sarebbe debellata – spiega l’autore, che raggiungiamo telefonicamente per commentare l’uscita del volume -. Invece troppo spesso accade che chi compie il proprio dovere scrupolosamente venga additato come eretico, intruso: è allontanato dai propri incarichi, delegittimato, isolato, fino ad arrivare all’eliminazione fisica”. Come è avvenuto anche per il generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, padre di Nando (e di Rita e Simona), ucciso la sera del 3 settembre 1982 insieme alla moglie e all’agente di scorta. “Sono fermamente convinto che la mafia sia riuscita a infiltrarsi ad ogni livello: sociale, politico, istituzionale; è presente nelle perizie dei colletti bianchi, siano essi architetti, avvocati o medici; sta nella disponibilità di quei sindaci che negavano la presenza delle mafie al Nord e che adesso si trovano con l’acqua alla gola, perché devono giustificare la cavalcata della ‘ndrangheta sui propri territori”.

Convergenza” è il termine in cui si racchiude il focus del libro, utilizzato per la prima volta, nell’ambito dell’analisi giudiziaria del fenomeno mafioso, in occasione del maxiprocesso aperto il 10 febbraio 1986. Il volume presenta l’analisi e il racconto di come la mafia e la politica, negli ultimi venti anni, siano andate nella stessa direzione, in maniera bipartisan. Con una destra che “fa alla mafia il regalo più grande, la dissoluzione del senso dello Stato, mentre la sinistra fa le leggi che servono alla mafia”. Nando Dalla Chiesa scrive che “una società che abbia, nei vari livelli, delle buone riserve di cretini, è funzionale ai disegni delle organizzazioni malavitose”. Cretino quale sinonimo di idiota: uomo inetto a partecipare alla cosa pubblica, secondo l’etimologia greca della parola e riferito a un contesto considerato terreno fertile per l’insediamento mafioso. “A tal proposito – sottolinea l’autore – è bene ricordare l’insegnamento di Falcone, il quale raccontava che Frank Coppola, alla domanda posta da un collega magistrato su cosa fosse la mafia, rispose con un esempio: tre magistrati vorrebbero diventare procuratore della Repubblica. Uno è molto intelligente, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia”.

In maniera attenta e critica, il libro analizza come la malapolitica abbia spianato la strada a mafia, camorra e ‘ndrangheta. Illuminanti gli schemi di approfondimento all’interno dei vari capitoli (come quello che contrappone i requisiti di forza della mafia agli spazi dell’antimafia nel sistema delle influenze), i focus sulle diverse tipologie di convergenze (giudiziarie, mentali, giornalistiche, semantiche, filosofiche, padane, istituzionali, retoriche, divergenti), i suggerimenti bibliografici, gli estratti di sentenze del maxiprocesso o di relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia. “La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica” è un libro che aiuta a ricordare gli eventi dell’ultimo ventennio (ma non solo), a meglio comprenderli: per chi li ha vissuti, per chi era giovane e quindi non aveva gli strumenti, la cognizione di causa per decodificarli, per i ragazzi di oggi affinché siano più consapevoli della società in cui vivono. Con un decalogo finale dell’antimafia che Nando Dalla Chiesa, presidente onorario dell’associazione “Libera” e presidente della scuola di formazione politica dedicata alla figura del magistrato Antonino Caponnetto, declina rivolgendosi ai cittadini, ricordando che bisogna formarsi sulla mafia, informarsi e diffondere l’informazione, coltivare la sensibilità civile, controllare la legalità, usare al meglio il proprio voto, non agendo mai da soli ma appoggiando chi lotta per non lasciarli soli. “E’ il lavoro ben fatto – conclude l’autore –  dell’impiegato pubblico come dell’insegnante, dell’imprenditore, del sindacalista, del dirigente di banca, dell’architetto come del giudice, dell’edicolante e dell’ortolano, che dà la trama della società inospitale alla mafia. Il fare bene il proprio dovere è il più efficace anticorpo, la mina silenziosa che si può mettere sotto l’edificio delle convergenze”.

26.11.10 – Marika Demaria – Narcomafie