Archivi del giorno: 11 dicembre 2010

ComeDonChisciotte – NEUROLANDIA

Fonte: ComeDonChisciotte – NEUROLANDIA.

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com/

Sono pazzi questi europei: non ci sono più tante giustificazioni a cui aggrapparsi, ormai l’Europa è fallita platealmente, sepolta dal peso insostenibile dei suoi debiti sovrani. La colpa dovrebbe essere tutta addossata ai germanesi, una popolazione che si è sempre contraddistinta in passato per una spiccata etica ed efficienza sul lavoro, quella che purtroppo sembra essere mancata alla stesura embrionale dell’Europa unita concepita oltre dieci anni fa. Non si possono lasciare fallire paesi come Grecia, Portogallo ed Irlanda in quanto i principali detentori dei titoli di stato di questi paesi sono proprio banche e fondi pensione della nazione germanese. Le comunità finanziarie non guardano ad altro, le scommesse su quanto potrà ancora durare questa farsa sono i temi principali dei grandi operatori di borsa.

Quando allora si inizierà a parlare di fallimento della moneta unica ?

Che futuro può avere un’unione forzata di stati (accomunati dal nulla) il cui delicato equilibrio si basa sulla detenzione del debito dei paesi periferici (leggasi più deboli) da parte dei paesi cosiddetti virtuosi (Germania, Francia & Company) ? L’euro tecnicamente è già una moneta fallimentare: non si può obbligare ad usare una divisa troppo forte a paesi che hanno un’economia debole (per questa ragione stanno saltando tutti i PIGS). Che senso ha una politica monetaria accentrata per tutti gli stati europei a fronte di oltre una dozzina di tassi di interesse diversi ? Pensateci un momento: quello di cui avevamo veramente bisogno erano questi famigerati Euro Bond ovvero obbligazioni comunitarie emesse dalla BCE ad un unico tasso di interesse, il ricavato del quale sarebbe andato a finanziare i rispettivi paesi, i quali invece devono andare ciascuno singolarmente sul mercato proponendo tassi di interesse il più allettanti possibile.

Sono stati proprio i germanesi di recente che hanno posto il veto agli Euro Bond aprendo nuovamente le scommesse su quanto potrà reggere ancora l’Europa così come la conosciamo. Persino Zingales adesso parla della spaccatura valutaria dell’euro (quando invece ne parlavo io nel 2008 tutti mi davano del catastrofista finanziario). Studiare un sistema economico non è poi così difficile, ogni sistema reagisce agli stimoli esterni come un organismo vivente: pertanto ad ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria. Le conseguenze dalla sua introduzione non hanno tardato ad arrivare. L’euro ha limitato la crescita e danneggiato la competitività di alcuni paesi europei (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Grecia) che avevano intensi e prosperosi rapporti con l’estero al di fuori dei confini europei (pensiamo oltre all’export manifatturiero anche tutto l’indotto turistico).

Le divise rappresentano delle valvole di sfogo per ogni paese nei momenti di tensione economica: pretendere di assoggettare una dozzina di stati al dictat egemonico dei germanesi è stata una manovra da ricovero psichiatrico. L’euro ha consentito infatti ai precedenti governi dei paesi PIGS di attuare politiche di bilancio che producessero costanti deficit annui (tanto il costo del rifinanziamento era molto contenuto), il quale si è poi riflesso sulla massa totale del debito pregresso. Nelle epoche precedenti paesi come l’Italia hanno superato momenti di contrazione economica proprio grazie alla svalutazione, quello che invece impedisce oggi la moneta unica. Senza euro avremmo avuto i tassi di interesse molto più alti e questo avrebbe obbligato la nostra classe politica a intraprendere manovre di risanamento dei conti pubblici per contenere l’onere degli interessi sul debito pubblico.

Senza l’euro non avremmo avuto la bolla immobiliare alimentata dai mutui farlocco ad intervento integrale. Senza l’euro avremmo avuto maggiore sicurezza e solidità per le nostre banche. Adesso di sicurezza ne rimane veramente poca, addirittura se parafrasiamo la stessa Merkel ci dovremmo aspettare almeno il default parziale su una parte di emissioni dei titoli di stato anche di paesi virtuosi: la classifica soluzione a colpo di spugna. Di certo non è più consigliabile detenere debiti di stato al momento, siano essi BUND oppure OAT. Se il tutto verrà salvato, grazie magari ad una superpatrimoniale, preparatevi perché in ogni caso perderete denaro, anche detenendo il vostro caro ed amato «pagherò nazionale» infatti nell’ipotesi più accreditata faranno partire una inflazione a due cifre per ridimensionare in qualche anno i debiti degli stati. La Fed insegna. Mala tempora currunt, sed peiora parantur.

EUGENIO BENETAZZO
Fonte: http://www.eugeniobenetazzo.com
10.12.2010

BERLINO DECIDE: SHOAH PER GLI EURODEBOLI

Fonte: ComeDonChisciotte – BERLINO DECIDE: SHOAH PER GLI EURODEBOLI.

DI MARCO DELLA LUNA
marcodellaluna.info

Tremonti e Juncker, appoggiati dal commissario finlandese Rehn, e riprendendo un suggerimento di Mario Monti, hanno messo allo scoperto le mire biecamente nazionaliste ed anti-europee di Berlino. L’altroieri, proponendo l’emissione da parte dell’UE di Eurobond, ossia di un debito pubblico comune per rinforzare l’Euro e concretare il progetto di unificazione finanziaria europea, trasformando l’Euro in moneta unica (anziché insieme di parità fisse quale ancora oggi è), hanno messo Berlino alle strette: sì o no. E Berlino ha detto chiaramente “no”. Anche al rafforzamento del fondo di difesa dell’Euro.

Gli Eurobond consentirebbero di finanziare il debito pubblico dei paesi dell’Eurozona a costi (tassi) inferiori degli attuali, quindi proteggerebbero l’Euro sui mercati internazionali e farebbero risparmiare i governi; consentirebbero più investimenti infrastrutturali e produttivi, quindi aiuterebbero a uscire dalla crisi e a recuperare produttività e competitività.

Intanto, il mito del pareggio di bilancio ed epurazione dell’inflazione, come regola base dell’economia, viene oramai demistificato non solo oltreoceano, ma anche in Europa. Però l’interesse nazionalistico di Berlino è diverso: la Germania è già fuori dalla crisi (almeno nel comparto export) col suo + 3,6% di pil; già paga pochissimo, meno di tutti gli altri, sul proprio debito pubblico; già ha i mezzi per i suoi investimenti interni; e gli altri paesi europei è meglio che vadano a fondo, strangolati dal rigore di bilancio, dal debito pubblico, dalla concorrenza cinese, indiana, turca, e dalle virtuosità germaniche. Quando saranno al default, dovranno uscire dall’Euro. Oppure sarà la Germania a uscirne, come da tempo vuole la maggioranza dei Tedeschi.

Dicendo no all’Eurobond, la Merkel ha gettato la maschera: i suoi intenti sono ostili e conflittuali. L’Euro, alla Germania, serve solo per sottomettere gli altri europei. E allora chiediamoci: conviene restare in un’UE e sotto una BCE cui cediamo la sovranità economica, se quell’Europa e quella BCE sono dominate da una Germania che ha deciso di farci (economicamente) fuori? Ovviamente, no. Se dobbiamo prepararci a un imminente lotta contro la Germania per la sopravvivenza economica, bisogna toglierle le armi che le abbiamo indirettamente dato, e svegliarsi dall’europeismo idealizzante e cieco alla realtà.

Il conflitto entro la UE tra area germanica e area franco-mediterranea è un conflitto inevitabile, perché deriva direttamente dalle diverse mentalità e dai diversi comportamenti collettivi di queste due aree. Diversità che le rende disomogenee, con livelli diversi di efficienza, e perciò non amalgamabili tra loro, come l’acqua con l’olio, o il cerio coll’alluminio.

L’Euro si salva se l’Europa si unisce economicamente e politicamente, ma le unioni politiche funzionano solo tra popoli con comportamenti politico-economici compatibili. Il progetto di unificazione europeo fallisce a causa di questa diversità, così come per analoga diversità fallisce il progetto di unificazione italiana. La Germania rifiuta di fare verso gli Eurodeboli ciò che il Lombardo-Veneto è costretto a fare verso il Meridione – Rampini docuit.

I Tedeschi non vogliono fare la fine dei Padani. Popoli diversi per efficienza economica stanno meglio separati e senza monete comuni o cambi fissi tra le loro monete. I confini nazionali proteggono i popoli meno competitivi dando loro il tempo di adeguarsi agli altri, prima che questi li schiaccino. Se invece li si tiene legati insieme, si creano conflitti e sopraffazioni. I lavoratori tedeschi, per superare la crisi, hanno accettato con disciplina di rinunciare a una settimana di ferie e a fare un supplemento di orario non pagato – comportamenti impensabili in Italia, come in area germanica sono impensabili storie come quelle dei rifiuti napoletani e del clientelismo italiano. In area germanica, nel complesso, c’è un livello di rispetto delle regole e di fiducia reciproca, tra cittadini, imprese e istituzioni, molto più alto che nell’Europa mediterranea, quindi c’è un livello di efficienza superiore, e di sprechi inferiore. E’ un organismo socio-economico che prevale sugli altri nella competizione darwiniana. L’area germanica può quindi permettersi una strettezza nella spesa pubblica, che per gli Eurodeboli implica impossibilità di uscire dalla crisi per carenza di fondi per investimenti infrastrutturali. Non può permettersi di farsi carico di compensare le inefficienze relative degli altri popoli, anche perché così facendo le incentiverebbe – esattamente come avviene nel caso dell’unificazione italiana o come avveniva nella cessata Jugoslavia. Ma poi per quale motivo dovrebbe aiutarli, quando ha interesse a soggiogarli e a neutralizzarli come concorrenti sul mercato globale, e a farne un mercato passivo per i propri prodotti?

L’odierno “nazionalismo tedesco” punta sul disprezzo della svalutazione della moneta legale (Euro), sull’inflazione “importata” (visto che quella interna è sotto controllo ed accettata dai cittadini / contribuenti), e sul ritorno ad una correlazione quasi perfetta tra la ricchezza creata nel periodo ed il tenore di vita dei cittadini. All’opinione pubblica tedesca ciò può essere fatto vivere e accettare come un ritorno del nazionalismo idealistico; ma, sul piano politico-economico, esso è l’antico “mercantilismo”, che fu un precursore della rivoluzione agricola e poi industriale inglese. Su questo piano si tiene conto del fatto che i costi inferiori di finanziamento mediante Eurobond sarebbero tali per i paesi deboli, ma i mercati, conoscendo la struttura di questo debito globale europeo, lo farebbero pagare di più dei bond tedeschi: l’aggravio ci sarà, anche se con velocità di trend (di segno algebrico diverso) differenti tra di loro, nel senso che i tedeschi vedrebbero aumentare la remunerazione di questi titoli, ma bisognerebbe capire quali saranno i risvolti per il contribuente tedesco. Le garanzie di rimborso di questi titoli dovrebbero essere “collettive e solidali tra tutti i paesi membri dell’UE”. In più, diciamo che sino al 2013 ci sarà una “tregua”, nel senso che i parametri di Maastricht lasceranno un po’ il tempo che trovano … o quasi. Berlino giustamente paventa che, ad allora, i debiti pubblici degli Eurodeboli salgano molto, e di doversi far carico anche di questo incremento. Ed è proprio perché il piano tedesco per la Shoah degli Eurodeboli deriva da un’esigenza di tutela di interessi economici, razionali, e non da fattori irrazionali (orgoglio nazionale, egoismo, scarsa fratellanza e cose simili), che bisogna difendersi agendo prontamente sul piano oggettivo, anziché invocare principi morali di fratellanza ed europeismo – quelli sotto il cui miraggio propagandistico è stata costruita questa situazione.

L’ottimo Corradino Mineo, due giorni fa, su Rainews 24, ha ripreso e fatti propri i contenuti del mio precedente articolo, Un’Angela per la soluzione finale?, sottolineando come la Germania stia tornando al medesimo nazionalismo ostile ed egoista che, nel XX Secolo, la spinse a due guerre disastrose per sé e per l’Europa.

Oggi le guerre non si combattono più con bombe, carri armati e fanterie, ma con la finanza. L’Euro e i vincoli finanziari di Maastricht danno alla Germania la possibilità di eliminare o sottomettere (sceglierà al momento giusto) le economie concorrenti. E lo sta facendo, metodicamente, sistematicamente, legalmente. La sua ideologia di non violenza, ostentata per qualche decennio, era solo un adattamento provvisorio alle circostanze. Il suo nuovo mito di superiorità è la purezza di bilancio e l’epurazione dell’inflazione. L’Eurozona è il suo K-Lager monetario dove ci sta affamando tutti. I vincoli di bilancio sono il suo filo spinato. L’Eurtotower è la torretta delle guardie. Le sanzioni per chi sfora, sono le frustate per gli internati che osano evadere. Corrono voci che Sarkozy sia ebreo. Ed è sicuramente vero, perché, di fronte a certo germanesimo, siamo ebrei tutti.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/?p=382
07.12.10

LEGGI ANCHE: MARCO DELLA LUNA – UN’ ANGELA PER LA “SOLUZIONE FINALE” ?

L’accordo

Fonte: L’accordo.

di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi – 7 dicembre 2010
Un inquietante negoziato sul 41bis irrompe nel panorama delle indagini sui moventi e sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Già il pm Gabriele Chelazzi aveva seguito questa pista che però non è stata mai ripresa. Il ministro della giustizia Giovanni Conso rivela che nelle alte sfere della prima repubblica già si conoscevano le intenzioni conciliatorie di Provenzano, il vero stratega della Cosa Nostra vincente, l’ideatore della mafia invisibile che, senza indugi, indicava ai suoi fedelissimi i nuovi referenti della pax mafiosa: votate Forza Italia.

Una trattativa, due, tre, quattro…, una dentro l’altra, una parallela all’altra, una che nasconde l’altra…
Più passano gli anni e più i fatti e le testimonianze dimostrano, ormai senza ulteriore dubbio, che il rapporto tra mafia e stato è basato sul reciproco dialogo. Da sempre. Possiamo pretendere di scollegare gli eventi della storia e far finta di non vedere il ripetersi degli stessi schemi, del ricorso da parte del potere alla violenza offerta da Cosa Nostra a partire da Portella della Ginestra e il patto continuamente rinegoziato a seconda della contingenza del momento, così come ci insegna la sentenza Andreotti. Fino agli anni Ottanta, anzi almeno fino al 1989, quando i rapporti nel mondo cambiano e anche il do ut des tra mafia e stato si adegua al nuovo ordine internazionale.
Nel momento in cui Giovanni Falcone, scampato al drammatico attentato all’Addaura, il 20 giugno 1989, spiega al giornalista e amico Francesco La Licata che c’è stata “la saldatura di interessi” ha inizio il conto alla rovescia per la cosiddetta prima repubblica. Non scende nei dettagli il giudice, non indica pubblicamente le sue intuizioni, ma quando il 12 marzo 1992 Riina fa ammazzare Salvo Lima, il “traditore”, Falcone lascerà a chi lo ascolta due indizi che ancora oggi potrebbero essere fondamentali….
Alla collaboratrice Liliana Ferraro in viaggio negli Stati Uniti chiede di rientrare immediatamente perché: “Adesso può succedere di tutto”. E ai colleghi con cui sta ragionando ad alta voce dice: “Non si uccide una gallina dalla uova d’oro se non ce ne è un’altra pronta a farne di più”.
Da un solo evento Falcone capisce che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno e persino il movente: un nuovo referente, un nuovo interlocutore per ristabilire quei patti, spezzati ormai con una classe politica comunque in declino, con qualcun altro in grado di far tornare Cosa Nostra  ai tempi del grande guadagno e del controllo assoluto e silenzioso del territorio.
La miccia della strategia stragista scatta il 30 gennaio 1992, il giorno in cui la Cassazione conferma gli ergastoli per il gotha mafioso condannato nel maxi processo. Ad innescarla è stato ancora una volta Giovanni Falcone che spinge l’allora ministro della giustizia Claudio Martelli a firmare il decreto per la rotazione dei magistrati della Suprema Corte, sfilando così la sentenza finale dalla longa manus del giudice Corrado Carnevale.
L’atto formale porta il nome di Martelli, considerato dai mafiosi un “crasto”, un cornuto, un altro traditore, ma tutti sanno che la mente è lui, Giovanni Falcone, il nemico numero uno, adesso esposto più che mai.
Il giudice si è già fatto i suoi calcoli, probabilmente ne ha parlato anche con Borsellino. Ma non sono i soli a voler leggere nel futuro.
Mentre sta per dispiegarsi l’offensiva allo Stato, che terminerà definitivamente due anni dopo con il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma, si muovono contemporaneamente più trattative. Le più chiare sono quelle che ci racconta Cosa Nostra. Una viene intrapresa personalmente da Giovanni Brusca tramite Nino Gioé, suo uomo, il quale, avvicinato da un ambiguo personaggio, contiguo ad ambienti dei servizi segreti, tale Paolo Bellini, cerca di scambiare opere d’arte in cambio di un trattamento carcerario di favore per il vecchio Bernardo Brusca e di altri “pezzi da novanta” della cupola mafiosa. La seconda è quella che appare come la principale: Totò Riina parla “con persone importanti” per cercare nuovi referenti e apre i dialoghi con l’omicidio Lima, pianificato appositamente in quella data per inviare un chiaro segnale a Giulio Andreotti che infatti, seppure sia il più quotato candidato alla Presidenza della Repubblica, è costretto a lasciare il passo e a rinunciare all’ambizione di una vita.
Lima non è che il primo, ci dicono le gole profonde di Cosa Nostra. Riina ha inserito nella lista nera altri politici tra cui Calogero Mannino, Vincenzo Purpura, Nino e Ignazio Salvo. Ma prima di procedere alla resa dei conti, alza la posta, per dare dimostrazione della sua potenza e della serietà delle sue intenzioni: uccide Falcone con il terrificante spettacolo di Capaci.
Dopodiché attende, ma non molto tempo perché, rivela a Brusca poco dopo,: “Si sono fatti sotto”.
Anni di ricostruzioni giudiziarie ci dicono che a farsi sotto sono i carabinieri nelle persone del colonnello Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno i quali, attraverso Vito Ciancimino, cercano un canale di comunicazione con Riina e lo trovano.
A questo punto il capo di Cosa Nostra, confortato dell’efficacia del proprio piano, avanza le sue richieste e spara alto. Questa volta il patto di coabitazione deve garantire l’immunità da personaggi come Falcone e Borsellino, carcere ragionevole e soprattutto azzerare il danno pentiti.
Le richieste, racconta Massimo Ciancimino, testimone diretto di quel dialogo, sono “esose” e irricevibili, come del resto aveva già spiegato Brusca. E mentre Provenzano prega don Vito di elaborare una soluzione alternativa, Riina non aspetta e va in scena il secondo atto eversivo: la strage di Via D’Amelio.
Oggi sappiamo che Paolo Borsellino era a conoscenza di questo dialogo ma nessuno dei tanti testimoni tardivi di quei tempi ci parla della sua reazione. Solo sua moglie, Agnese Borsellino, racconta che il marito era disgustato, profondamente turbato da quanto andava apprendendo mentre lottava per strappare ogni giorno alla morte.
Il prossimo in ordine di eliminazione nella lista nera del capo di Cosa Nostra sarebbe dovuto essere Calogero Mannino, altro uomo forte della Democrazia Cristiana, per anni sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa e poi definitivamente assolto dalla Cassazione.
Però accade qualcosa che induce Riina a cambiare le sue priorità. Senza spiegazione ordina a Giovanni Brusca di interrompere i preparativi per l’omicidio del politico perché era in corso un altro “lavoro”.
Con un’accelerazione improvvisa rispetto alle scadenze prestabilite Riina decide di “fare il fatto di Borsellino”. E’ poco il tempo, ma nella fase cruciale dell’esecuzione non ci sarà bisogno di provare e riprovare il piano come era stato per Falcone, sul posto, a fianco dei mafiosi, ci saranno professionisti, gente abituata a operazioni rapide e pulite. Gente altrettanto veloce a far sparire l’agenda rossa dalla macchina del giudice ancora fumante, gente preparata ad indirizzare le indagini nei bassifondi della Guadagna dove si può allestire la ricostruzione più incredibile e farla reggere a tre gradi di giudizio. Uomini di stato, ci dicono oggi le indagini, ma uomini infedeli? Sicuramente infedeli allo Stato che Paolo Borsellino impersonava, sicuramente fedeli a quello stato che li ha incaricati di togliere di mezzo l’ostacolo alla trattativa. Don Vito lo capisce subito. E lo mette per iscritto con una sorta di assunzione di responsabilità.
A questo punto avviene un cambio di strategia. Provenzano e Ciancimino si accordano per offrire sul piatto d’argento una contropartita che potrebbe consentire allo stato di riprendere il fiato e un po’ di credibilità: la consegna di Riina. Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino la cattura del boss, il 15 gennaio 1993, annunciata in pompa magna dall’allora ministro Mancino, è proprio frutto del tradimento della triplice alleanza corleonese.
Se per Ciancimino il vantaggio potrebbe essere soprattutto personale è chiaro che Provenzano si aspetti in cambio molto di più. Contrariamente a Riina è uomo paziente, di grande lungimiranza e con indubbie doti tattiche che gli consentono di giocare su più tavoli. Contemporaneamente.

“La trattativa ha salvato la vita a molti politici”

Questa dichiarazione rilasciata al quotidiano La Stampa il 18 ottobre 2009 dal procuratore antimafia Piero Grasso potrebbe fornire un’interpretazione inedita di questi fatti se letta nella prospettiva delle inquietanti novità emerse nelle scorse settimane durante le sessioni della Commissione parlamentare antimafia.
A distanza di quasi 18 anni si è infatti appreso che il 12 febbraio 1993 durante una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza si accende un vivo dibattito sulla questione del 41bis. La norma che regola l’inasprimento della detenzione carceraria ha carattere speciale di emergenzialità e viene prorogata di volta in volta. Ad applicarla ai mafiosi è stato il ministro Martelli dopo la strage di via D’Amelio, ma a quanto pare non sono in molti a condividerne l’utilità benché sia evidente l’efficacia di questo strumento per isolare i boss dal mondo esterno e soprattutto per indurne altri alla resa e quindi alla collaborazione con la giustizia.
Di questo contrasto interno che i protagonisti insistono nel definire di natura metodologica e giurisprudenziale si apprende in una nota, datata 6 marzo 1993, inviata dall’allora capo del Dap Nicolò Amato al ministro della giustizia, Giovanni Conso (subentrato a Martelli nel frattempo indagato per lo scandalo del conto Protezione). Vi si legge: “Sono state espresse dal capo della polizia (Vincenzo Parisi, deceduto 16 anni fa) riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del Ministero dell’Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano”. All’epoca il ministro degli interni è Nicola Mancino e i due istituti di pena sono campani, regione d’origine del politico, che tuttavia ha già affermato in Commissione la sua totale convinzione per la linea della fermezza. Forse qualcuno al Ministero parlava per suo conto ma a sua insaputa.
Pressioni o meno il 15 maggio, il giorno successivo al fallito attentato a Maurizio Costanzo, in via Fauro, a Roma, non viene prorogato il 41bis per 140 detenuti. Se Cosa Nostra avesse inteso questo gesto come una risposta positiva alle sue istanze si potrebbe assegnare un ulteriore significato alla bomba di Firenze in cui morirono cinque persone innocenti e furono inferti danni ingenti all’Accademia dei Georgofili il 27 maggio immediatamente successivo. Però i primi giorni di luglio altri 325 “41 bis” vengono rinnovati e a fine mese, il 27,28 luglio esplodono altri ordigni a Milano e Roma con altri morti, altri feriti e altri danni al patrimonio.
Poi silenzio. I primi di novembre altri 340 “41bis” non vengono prorogati. E potrebbe anche dirsi che tutto questo alternarsi tra provvedimenti e bombe così contraddittorio e illogico sia casuale, o per coincidenza, se l’ex ministro Conso non avesse spiegato ai commissari, ma anche ai magistrati di Palermo che l’hanno voluto sentire subito, che i 140 decreti non prorogati a novembre di cui si ricorda (quindi ne rammenta solo una parte, gli altri 200 sono stati rintracciati dagli inquirenti) erano frutto di una sua scelta autonoma e personale con la finalità “di frenare la minaccia di altre stragi”.
“C’era già stato l’arresto di Riina – ha aggiunto l’anziano professore – e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo Provenzano che aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. E difatti di stragi non ce ne sono più state”.
Dichiarazioni bomba queste rilasciate da Conso, forse inconsapevolmente, poiché la teoria delle due Cosa Nostra e delle divergenze tra Riina e Provenzano risalgono a molto dopo quel periodo,  a meno che Conso e gli altri protagonisti di questa vicenda non fossero al corrente di quanto il nuovo boss della mafia stava pianificando con l’aiuto iniziale di Vito Ciancimino: vendere il capo sanguinario e dare inizio al processo di indebolimento della frangia estremista di Cosa Nostra (come in effetti avverrà) per poter così tornare alla coabitazione, agli affari, all’equilibrio delle parti. Sarebbe vero in questo caso quanto dichiarato da Massimo Ciancimino circa l’esistenza di una sponda istituzionale dietro i carabinieri quale terminale ultimo dei dialoghi.
Altrimenti non si spiegherebbe perché Conso possa aver fatto un tale ragionamento dato che all’epoca si sospettava che Bernardo Provenzano fosse addirittura morto poiché l’anno precedente, proprio prima dello scoppiare della guerra allo Stato, aveva fatto rientrare a Corleone la famiglia vissuta da sempre in latitanza. Era stato Salvatore Cancemi, consegnandosi ai carabinieri il 22 luglio del 1993, a sostenere invece che Provenzano era vivo e ad indicare il luogo dell’appuntamento che aveva con lui quel mattino, ma nell’immediato non fu infatti creduto. (E’ la prima delle mancate catture di Provenzano).
Troppo poco tempo quindi per elaborare un’analisi delle nuove dinamiche interne a Cosa Nostra anche perché, in realtà, per almeno tutto il 1993 e in parte anche successivamente, il vertice dell’organizzazione è spartito tra Provenzano da una parte, Bagarella, Brusca e i fratelli Graviano dall’altra. Tutti stragisti con cui il vecchio padrino concorda di compiere altre stragi, ma non in Sicilia, nel continente. Non va dimenticato infatti che la decisione di attaccare il patrimonio artistico viene maturata dalla cupola di Cosa Nostra nell’estate del ’92 a Mazara del Vallo con Riina ancora in libertà e dietro il suggerimento nemmeno tanto velato di Bellini, mediatore di quel primo mercanteggiare tra opere d’arte e benefici carcerari.
E’ Bellini infatti che insuffla nelle orecchie tese di Cosa Nostra un concetto molto semplice: “Un magistrato lo puoi sempre sostituire, un monumento no”.
Quindi seppur di strategica importanza per i dialoghi fra mafia e stato, appare alquanto riduttivo vincolare in maniera univoca le stragi del continente alla questione del 41bis. Cosa Nostra, ancora prima della cattura di Riina, sta pianificando attentati terroristici di grande clamore, con propositi eversivi e destabilizzatori. (Si ricordi la folle idea di cospargere le spiagge di Rimini di siringhe infette). Lo scopo ultimo della strategia stragista di Riina è “disarcionare dalla sella il vecchio” per far posto al nuovo. E non cambia nemmeno quando il capo viene arrestato. Cancemi racconta che non vi sono dubbi dietro le quinte, per nessuno dei capi mafia: “Si va avanti così come aveva detto lo zio Totuccio”.
E quindi via Fauro e poi Firenze, poi Milano, poi Roma. E nemmeno dopo la revoca dei 340 “41bis” si ferma la furia omicida di Cosa Nostra. Giuseppe Graviano spiega ad uno Spatuzza turbato dall’omicidio di innocenti come la piccola Caterina Nencioni, 50 giorni, che è una questione politica. Occorre fare un ultimo atto di forza per avere il Paese nelle mani.
Il 23 gennaio 1994 è domenica. Allo stadio Olimpico si gioca Roma-Udinese. L’obiettivo questa volta sono i carabinieri, tanti carabinieri. Spatuzza ha imbottito di tritolo una Lancia Thema e “per fare ancora più danno” l’ha riempito di tondini di ferro.
Per la pietà di Dio però il detonatore non innesca l’ordigno. Nessuno morirà.
Quattro giorni dopo, il 27 gennaio 1994, i registi di questo atto finale di megalomania omicida, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati, a Milano.
Il 31 gennaio vengono rinnovati i “41 bis” ad un altro corposo gruppo di detenuti. A tal proposito Conso spiega ancora: “Può apparire contraddittorio ma si trattava di capi: Fidanzati, Calò e tanti altri. C’era lo stesso rapporto che c’è tra i ricchi e poveri”.
Nonostante si tratti di “pezzi grossi” la strategia stragista si interrompe definitivamente. L’attentato all’Olimpico non si ripete. Inizia l’era Provenzano, proprio quella evocata da Conso, della pax mafiosa e degli affari.
La prima repubblica cade definitivamente da cavallo e in sella sale la seconda, il nuovo.
Secondo quanto Vito Ciancimino racconta al figlio Massimo, è Dell’Utri il traghettatore, il mediatore, il burattinaio, assieme a Provenzano, del rinnovato patto tra Stato e mafia.
Convergono in questo senso anche le testimonianze di Salvatore Cancemi e Antonino Giuffré.
Quest’ultimo riferisce che il nuovo capo di Cosa Nostra, contravvenendo al suo abituale e cautelativo riserbo, non aveva temuto di esporsi personalmente nell’indicare a tutti gli uomini d’onore il nuovo partito di riferimento: Forza Italia.
In cambio di un regno di oltre un quindicennio quasi indisturbato, accuratamente protetto da qualsiasi tentativo di cattura, Provenzano agevola gli arresti di tutta l’ala oltranzista che piano piano, progressivamente, esce di scena.
“C’era una divinità che dovevano essere offerti dei sacrifici umani”, sintetizza con efficace metafora Giuffré e indica nel “sacrificio più grande” il tradimento di Riina, concepibile soltanto però per un fine più grande: Cosa Nuova.
Per quante e plausibili trattative si siano accavallate tra il gennaio del 1992 e quello del 1994 è evidente che rientrano tutte in un unico progetto di “gioco grande” in cui Cosa Nostra ha prestato il suo know-how della violenza, come dal 1943 in poi, affinché si instaurasse in Italia un regime in linea con il nuovo ordine globale.
Dopo vent’anni, sull’orlo del fallimento totale del liberalismo capitalista, tremano anche le fittizie fondamenta della seconda repubblica. Il futuro che si affaccia non lascia presagire nulla di buono e in ogni caso c’è da sperare che non irrompa, ancora una volta, con la violenza, terrorista o della mafia dell’ancor latitante Matteo Messina Denaro, probabile erede dei segreti e dei metodi corleonesi.

ANTIMAFIADuemila N°66

Fonte: AntimafiaDuemila

Moby Prince: mistero irrisolto – La fermata – Voglioscendere

Fonte: Moby Prince: mistero irrisolto – La fermata – Voglioscendere.

Il caso Moby Prince è del 1991. Era il 10 aprile, una sera di primavera. Il traghetto che faceva normalmente la tratta da Livorno a Olbia, appena uscito dal piccolo golfo del porto di Livorno, andò a infilarsi in un’enorme petroliera: l’Agip Abruzzo. L’esito fu drammatico: 140 vittime. La più grave tragedia della marina civile italiana. La cosa incredibile di quella storia è che a tutt’oggi non sappiamo cos’è accaduto.
Ci sono diverse teorie, alcune poco credibili, e molti indizi per dire che quella sera sono accaduti fatti straordinari con complicità e omissioni, per quanto riguarda anche le nostre istituzioni. 140 innocenti che, a caldo, furono vittime di una tragica fatalità: nebbia, imperizia del comando del traghetto, difficoltà nei soccorsi. Questo fu in qualche modo ciò che rimase nella memoria, ormai quasi scomparsa, degli italiani.
Invece successe qualcosa di ben diverso: quella sera nel golfo di Livorno c’erano 7 navi militari e militarizzate americane che trasbordavano materiale bellico dalla base di Camp Derby (che come sappiamo è la più grande base americana in Europa). Ci fu una copertura di disturbo radio e poi ci furono una serie di altre imbarcazioni che si muovevano in questo piccolo braccio di mare, navi fantasma, alcune delle quali mai identificate.
In questo traffico incredibile, alle 22,27 il traghetto Moby Prince entrò proprio in una delle cisterne dell’Agip Abruzzo, una gigantesca petroliera illuminatissima. La cascata di liquido infiammabile che ne uscì e che investì il traghetto provocò un incendio, poi le due navi si staccarono. La Moby Prince vagò per tutta la notte senza che nessuno andasse a soccorrere gli eventuali sopravvissuti. Fu recuperata, portata in porto e le prime persone di soccorso che salirono a bordo del Moby Prince, vi salirono verso le 13 del giorno successivo. Troppo tardi.
Sul caso del Moby Prince, vi sono state diverse inchieste, alcune giudiziarie, altre ministeriali, della Capitaneria, ciascuno ha cercato per quanto di sua competenza, di accertare cos’è accaduto.
Di fatto non ci sono mai stati veri colpevoli, l’unico processo che c’è stato, si è concluso con 3 colpevoli per ragioni del tutto secondarie e tutte legate al fatto che ci fosse la nebbia. Tre colpevoli di negligenza rispetto all’accensione dei radar, ai comportamenti per via della situazione di nebbia.
Dopodiché, 3 anni fa l’ex magistrato, oggi avvocato Carlo Palermo, che aveva preso le difese di parte civile dei figli del Comandante Ugo Chessa e di altri familiari delle vittime, aveva messo insieme un ponderoso esposto con il quale aveva presentato alla Magistratura tutta una serie di nuovi elementi, piuttosto rilevanti, accertando alcune cose: che non c’era nebbia, che le navi erano 7, militari e militarizzate americane. Palermo aveva accertato anche alcuni particolari importanti sulle armi: il percorso delle armi non era come si era sempre pensato in precedenza, cioè in provenienza dalla Guerra del Golfo, la cui emergenza finiva proprio quella sera del 10 aprile 1991, e in arrivo dal teatro di guerra a Camp Derby per essere rimesse a riposo.
Tutt’altro: le armi erano in uscita dalla base di Camp Derby. Palermo aveva accertato questo anche con una serie di elementi inoppugnabili come i passaggi in uscita dei traghetti che portavano fuori da Camp Derby il materiale passando attraverso questo stretto canale che dalla base arriva fino al porto di Livorno: il cosiddetto canale dei Navicelli.
Con questo esposto la Magistratura aveva riaperto un’inchiesta dando, almeno inizialmente, molte speranze ai familiari delle vittime. Un’inchiesta che è durata più di due anni, culminata in un esito quanto mai singolare: la richiesta di archiviazione avanzata dal PM.
La cosa molto curiosa è che i magistrati ribadiscono una presenza di nebbia, così singolare da essere definita nella richiesta di archiviazione una nebbia “da avvezione”. Valutando alcuni elementi che loro stessi mettono nel testo della richiesta di rinvio a giudizio, sarebbe una nebbia che viaggia controvento, cosa quanto mai singolare, mai accaduta credo.
Quindi siamo di fronte a una nuova archiviazione, a una nuova pietra tombale su questa vicenda che non ha mai avuto spiegazioni esaurienti e che non dà giustizia a ben 140 famiglie delle vittime. Riguardo alla nebbia Carlo Palermo, come scriviamo nel libro “1994” edito da Chiarelettere, ha scovato un documento che avrebbe dovuto, anche per i magistrati, essere dirimente. Ha trovato il registro dell’avvisatore marittimo, il quale, proprio alle 22,27 di quel maledetto 10 aprile, cioè al momento della collisione del Moby Prince, indica che la visibilità era di 6/8 miglia marine. Una decina di chilometri, quindi. Un documento scritto di pugno da chi si trovava nella sede dell’avvisatore marittimo che indicherebbe in via definitiva che la nebbia non c’era.

Blog di Beppe Grillo – La disintegrazione delle Alpi Apuane

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La disintegrazione delle Alpi Apuane.

“Caro Beppe, siamo membri dei MeetUp di Carrara e di Massa e Montignoso, cresciuti all’ombra delle Alpi Apuane e di queste spettacolari montagne vogliamo parlare, perché l’avidità di poche famiglie e le compiacenti amministrazioni le stanno distruggendo con l’attività estrattiva. Diamo qualche numero. Fino al 1950 erano 15.000 i cavatori delle cave, che con un durissimo lavoro riuscivano ad estrarre poco marmo. Oggi, con appena 1.000 lavoratori, che dispongono di alta tecnologia, si riescono a carpire alla montagna ogni anno 1.500 tonnellate di marmo per addetto, con un totale annuo di 1.500.000 tonnellate di blocchi. Questa cifra rappresenta unicamente la quantità di marmo estratto in blocchi, che è solo il 20% dell’attività estrattiva, l’altro 80% se ne va in scaglie ad arricchire multinazionali che producono carbonato in polvere. Se sommiamo i quantitativi, ogni anno tra blocchi, scaglie, terre e polveri quasi 10 milioni di tonnellate di materiale sono estorte al cuore di queste montagne. Ci credi se ti diciamo che negli anni hanno cambiato pure il loro profilo geografico sotto l’antropomorfica mano di questi avidi operatori, tra cui solo due hanno una regolare concessione? Dobbiamo tener presente che in queste montagne vive più della metà delle specie di fiori conosciute in Italia e molte di queste crescono solo in questo sito, ma il danno più grave riguarda l’acqua, in quanto le cave spinte sempre più in alta quota, distruggono alla stessa velocità i fragili ambienti culla di numerose sorgenti d’acqua, bene indispensabile per la vita di tutti, ma sempre più a rischio, ed inoltre, come se non bastasse, vogliono smembrare queste montagne con mega progetti di trafori come per esempio il traforo della Tambura che dovrebbe sbucare nel paese di Forno, dove abbiamo la “Più Grande Sorgente d’Acqua della Toscana” che rischia di essere compromessa. Il prof. Elia Pegollo (vedi video), conoscitore e custode delle Alpi Apuane, racconta con lucidità chirurgica la storia di questa distruzione. La testimonianza di questo scempio è descritta nei documentari di Alberto Grossi, che con il film ”Aut Out” e qualche anno fa con ”Cosa c’e’ sotto le nuvole” ha partecipato al prestigioso Trento Film Festival. Quello che sta succedendo non è solo un danno locale, ma una sconfitta per tutti, perché le Alpi sono un bene dell’intero pianeta che noi, Apui, solo per vicinanza, ci troviamo a dover sorvegliare. Desidereremmo preservare quello che resta chiudendo definitivamente le cave, ma per rispetto agli operai che ci lavorano, chiediamo almeno una severa regolamentazione di estrazione e di elevato rispetto per le nostre montagne.”

CHI E’ JULIAN ASSANGE ?

Fonte: ComeDonChisciotte – CHI E’ JULIAN ASSANGE ?.

DI DANIEL ESTULIN
danielestulin.com

Pubblico l’articolo su Wikileaks e Assange uscito sulla cronaca di El Mundo.

Presumibilmente ha 39 anni, perché sarebbe nato a Townsville (Australia) nel 1971. E presumibilmente non ha mai lavorato per nessun servizio di spionaggio. Io si, come agente del contro-spionaggio militare a Mosca. E per questo so meglio di chiunque altro che ci sono personaggi di ombre e fumo della cui biografia ci sono solo approssimazioni.

Chi è Julian Assange, l’uomo che, dicono, ha illuminato con una luce abbagliante la verità delle relazioni internazionali, le vergogne degli onnipotenti Stati Uniti? Chi è il capo di Wikileaks? Da dove viene? Sicuramente, si è materializzato quasi dal nulla. Senza un passato verificabile oltre alla testimonianza  sulla sua infanzia raccontata dagli antipodi sua madre, colei che gli ha dato il cognome e che adesso teme per lui (Christine Assange: “Gente potente vuole la pelle di mio figlio”, ha detto).

Nel KGB ci sono vecchi documenti (anni 1986-88) dove già appare il suo nome. Ma non basta.

Il governo russo, secondo fonti vicine al Presidente del paese, ha incaricato più di 2000 agenti per scoprire la vera storia di Assange. E non è l’unico servizio di spionaggio che è dietro ai suoi passi. L’ MI6 britannico sta usando una finanziaria d’emergenza per trovare risposte alle fughe di notizie e fonti di informazione. Le fonti consultate all’interno della CIA, tuttavia, sono convinte che Assange sia stato reclutato da varie agenzie di spionaggio, tra questi, il Mossad israeliano, attraverso uno scienziato ebreo dell’università di Melbourne, coinvolto nella comunità degli hacker e che simultaneamente lavorava per il Mossad.

Poche volte nella storia recente del mondo tanti governi ed agenzie di spionaggio hanno destinato tante risorse e sforzi per sterrare la verità su una persona. Le filtrazioni di Wikileaks hanno messo in scacco quasi tutti i paesi del mondo. Nessuno è stato risparmiato- nè i governi, nè le agenzie di spionaggio, nè i dirigenti delle grandi multinazionali. Dai trafficanti di droga, armi, diamanti, fino ai terroristi, attraverso imprenditori, ecclesiastici e funzionari di governo Obama hanno paura dalle rivelazioni di un uomo, sconosciuto a tutti fino a poco tempo fa. Ma chi è?
Quel poco che si sa è che Assange è un super hacker, associato a Chaos Computer club di Amburgo (Germania), lo stesso club che nel 1988 creò un super virus informatico che distrusse una gran parte dei pc militari del governo statunitense. Dopo l’attacco, i responsabili, tra di essi Karl Koch ed un giovane Assange, all’epoca aveva circa 17 anni, furono arrestati per hackeraggio (pirateria informatica, N.d.E) nei computer statunitensi, all’interno dei servizi segreti russi. Koch, all’epoca, era già nel mirino dei servizi dell’intelligence tedesca per la vendita ddel codice sorgente del sistema operativo del KGB sovietico.

Fonti nella NSA, l’agenzia di spionaggio più grande degli USA, lo collocano ad Amburgo durante la prima guerra del golfo (1991), anni più tardi rispetto a quello che affermano i servizi di spionaggio russi. Sarebbe arrivato in Germania appena 15enne, nel 1986, per assistere ad una festa dei più virulenti pirati cibernetici a Berlino ovest. (i cinque hacker principali erano Markus Hess, Karl Koch, Hans “Pengo” Huebner, Dirk Brzezinski, Peter Carl), un incontro durante il quale avrebbero messo a punto il piano che dopo sarebbe diventato uno scandalo di spionaggio in Germania e che è passato alla storia: cinque hacker informatici della Germania occidentale vendettero informazioni militari segrete ed economiche all’Unione Sovietica dopo essersi infiltrati in reti di dati segreti, come il laboratorio di armi nucleari degli USA a Los Alamos, la sede della NASA, il data base militare degli USA così come la banca dati OPTIMIS del Capo Di Stato Maggiore degli Stati Uniti. In Europa, i computers del costruttore di armi italo-francese Thomson, l’Agenzia Spaziale Europea ESA, l’istituto Max Planck di Fisica nucleare a Heidelberg, il CERN a Ginevra e il tedesco DESY, acceleratore di elettroni ad Amburgo, furono anch’essi attaccati.

Ciò è stato fatto per conto del KGB sovietico che in un periodo di tre anni e, in cambio di somme tra i 50.000 ed i 100.000 dollari più droghe, ha ricevuto cinque dischetti con informazioni segrete tra maggio e dicembre del 1986, in un luogo non rivelato di Berlino Est. Questi dischetti contenevano migliaia di password e codici informatici, meccanismi d’accesso e programmi che hanno permesso all’Unione Sovietica l’accesso ai centri informatici del mondo occidentale.

A quel tempo, il portavoce del governo tedesco ha convenuto che fosse il caso di spionaggio più grave nella Germania occidentale da quando era stato smascherato nel 1974 Guenter Guillaume, una spia della Germania dell’Est che eraun consigliere di Willy Brandt, il cancelliere della Germania occidentale.
La storia inizia nel novembre 1985, quando Koch, leader autoproclamato del Chaos Computer Club, è stato avvicinato da un ufficiale donna del KGB che gli ha offerto l’opportunità di avere uno stile di vita lussuoso in cambio di “conoscenze hacker”. Il KGB sapeva che Koch era un tossicodipendente di droghe costose, cosa che contribuì notevolmente visti i suoi continui problemi economici.

Secondo fonti del KGB, a metà del 1986, Karl Koch disse a diversi dei suoi amici durante una festa di pirati cibernetici, tutti strapieni di alcol e droghe, che gli era stato offerto un accordo difficile da rifiutare e che gli avrebbe risolto i suoi problemi economici. Uno dei presenti a quella riunione- in base agli archivi del KGB- era il fondatore di Wikileaks, Julian Assange. Un altro individuo il cui nome appare negli archivi del KGB è il programmatore Dirk Brezinski, di Berlino Ovest. Rapporti del KGB parlano di Brzezinski come di un genio informatico che lavorava part time per il sistema operativo mainframe di Siemens- BS-2000.

Tutto questo è lasciato alle spalle.
Finchè Assange, reo confesso, decise di ritornare alla sua diabolica creatura: Wikileaks. Dalla drammatica trasmissione del video delle forze armate USA (da un elicottero che sparava a giornalisti disarmati in Iraq), il sito web di Wikileaks ha acquistato notorietà e credibilità mondiale come un sito che mette sotto i riflettori pubblici materiale super sensibile.
Il suo ultimo boom sono state presunte filtrazioni di centinaia di migliaia di pagine di materiale teoricamente sensibile da fonti nordamericane sui Talebani in Afghanistan e i loro legami con altri comandi dei servizi dell’intelligence del Pakistan, senza parlare della grande quantità di cablogrammi diplomatici di funzionari statunitensi che rivelano “pettegolezzi geopolitici”, alcuni rilevanti e altri meramente divertitenti.
Le prove, però, dimostrano che lungi dall’essere informazione insider, Wikileaks è parte della propaganda del governo statunitense e, allo stesso tempo agisce in qualità di copertura per il ruolo del governo americano nel business della droga in Afghanistan.
Chi è Julian Assange?
Con centinaia di migliaia di pagine scritte su di lui, Julian Assange, di colpo, è diventato improvvisamente la luce della verità a causa del suo spettacolare scoop mediatico. Le filtrazioni di Wikileaks hanno messo in scacco quasi tutti i paesi del mondo.
Da quando sono stati resi pubblici i documenti trapelati sull’Afghanistan, la Casa Bianca ha dato ancora più credibilità alle filtrazioni e legittimità a Wikileaks dicendo che nuove filtrazioni potrebbero mettere a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Hillary Clinton, dal suo mondo parallelo di fumo e specchi, è arrivata ad affermare che le filtrazioni erano un attentato contro la comunità internazionale.

Ma, i dettagli dei documenti rivelano poco che sia veramente “sensibile”. La persona messa più in risalto dai documenti filtrati di Wikileaks è Hamid Gul, il generale in pensione ed ex direttore dei Servizi dell’Intelligence del Pakistan, l’ISI, e l’uomo che durante gli anni 80 coordinò la guerra dei muyahidin finanziata dalla CIA in Afghanistan contro il regime sovietico. Secondo i documenti filtrati, Gul viene accustato di collaborare con Al-Qaeda ed i Talebani, organizzando e portando a termine gli attentati contro l’esercito NATO in Afghanistan.
Si può dire molto circa la validità delle informazioni su ciò che è nascosto, piuttosto che su ciò che raccontano. Dice qualcosa Wikileaks su Bin Laden? Neanche una parola. Strano, visto che il governo statunitense dovrebbe avere milioni di pagine di materiale. Lo danno per vivo quindi? Tutti i servizi di spionaggio del mondo sanno che è morto a dicembre del 2001.

Nominare Gul come un collegamento chiave con i talebani forma parte di un disegno più grande da parte degli Stati Uniti e Gran Bretagna e dei loro recenti sforzi per demonizzare l’attuale regime del Pakistan come una parte centrale dei problemi in Afghanistan. Questa demonizzazione aumenta notevolmente la posizione dell’ultimo alleato militare degli USA: l’India. D’altra parte, il Pakistan è l’unico paese musulmano che possiede bombe atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane ed al Mossad israeliano, l’agenzia dell’intelligence piacerebbe molto poter eliminare le armi atomiche al Pakistan. Una campagna di disinformazione contro il controverso ex generale Gul attraverso Wikileaks potrebbe far parte di questo sforzo geopolitico.

Stranamente Israele si salva dai danni collaterali di Wikileaks. Non si sa nulla sulle uccisioni selettive da parte del governo israeliano, nè dell’uso di mini bombe nucleari per creare un nemico visibile, come l’attentato di Bali nel 2002, eseguito dal Mossad e che uccise più di 5000 persone, secondo documenti dell’intelligence militare della Tailandia, neanche una parola sull’infiltrazione degli agenti del Mossad nelle agenzie di spionaggio statunitensi.

Il nome di Gul appare in 10 degli 180 archivi classificati degli USA, relativi al fatto che il servizio dell’intelligence del Pakistan ha appoggiato militanti in Afghanistan lottando contro le forze della NATO. Gul ha detto al Financial Times che gli USA hanno perso la guerra in Afghanistan, e che le filtrazioni dei documenti avrebbero aiutato l’amministrazione Obama a deviare la colpa suggerendo che sia il Pakistan il colpevole di questa sconfitta.

Quello che è peggio dal punto di vista dell’Impero, è che Gul ha avuto il coraggio di esporre i panni sporchi dell’esercito nordamericano ed il suo ruolo nella vendita di eroina afgana attraverso la base segreta nordamericana di Manas in Kyrgyzstan. Quasi un milione di pagine di Wikileaks e neanche una sulla droga. L’esercito nordamericano è sotto i riflettori per l’ aiuto ai signori della guerra afgana nel trasporto dell’oppio e dell’eroina. Inoltre, la CIA ed il Pentagono sono coinvolti in una guerra dialettica tra di loro, accusandosi reciprocamente di essere a capo del traffico di droga in Afghanistan. Neanche una parola su questo su Wikileaks?

Wikileaks definisce se stessa come un’organizzazione multi giuridica di tutela di dissidenti interni, filtratori di informazioni, giornalisti e bloggers che affrontano minacce legali o di altro tipoper la pubblicazione delle informazioni, il cui interesse principale è di esporre regimi oppressivi in Asia, l’ex blocco sovietico, l’Africa sub-sahariana e il medio oriente, ma assistiamo persone di qualsiasi nazione che vogliano rivelare comportamenti non etici di governi e corporazioni. E puntiamo ad ottenere il massimo impatto politico possibile”.
Tuttavia, un esame più approfondito della posizione politica di Assange è uno degli aspetti più controversi dei nostri tempi, le forze dietro gli attentati dell’11 settembre contro il Pentagono ed il World Trade Center mostrano che la posizione di Assange assomiglia molto a quella dei poteri di fatto. Quando il Belfast Telegraph lo ha intervistato il 19 luglio, Assange ha affermato:
  • “Ogni volta che la gente potente pianifica in segreto, essa mette in atto una cospirazione. Quindi ci sono cospirazioni dappertutto. Ci sono anche teorie del complotto geek. E’ importante non confonderle…”
  • E l’11-09?
  • “Sono continuamente infastidito dal fatto che le persone siano distratte da cospirazioni false, come l’11/9, quando ogni giorno forniamo prove delle vere cospirazioni della guerra o la frode finanziaria in massa”.
Tale dichiarazione di una persona che si è costruita una reputazione di essere anti-sistema è più che notevole.

Dopo le filtrazioni degli ultimi documenti, il New York Times ha dichiarato che “A volte non si sa se un rapporto in particolare si basa sull’osservazione di prima mano, nel racconto di una fonte dell’intelligence considerata di fiducia, su fonti meno affidabili o sulla speculazione dello scrittore. Ma l’archivio è chiaramente un registro incompleto”.

Dal mio punto di vista, come ex agente del controspionaggio militare, questo è abbastanza coerente con la metodologia di usare documenti autentici impiegati con l’obiettivo di ingannare. L’Indipendent di Londra ha pubblicato un’intervista ad Assange il 18 luglio 2010, quando Assange afferma di essere ricercato dalla CIA. In questo processo, si smaschera senza che nè lui nè il giornale stesso se ne rendano conto.

Se gli USA lo volevano interrogarlo da marzo 2010, cosa diavolo ci fa Assange in Gran Bretagna sapendo  che le sue agenzie di sicurezza stanno lavorando a stretto contatto con Washington? Il fatto che Assange sia vivo e si muova liberamente in Gran Bretagna dimostra il disinteresse della CIA ad ucciderlo o a fermarlo ed interrogarlo.
Le carte del Pentagono
Adesso, con l’arrivo di Wikileaks, abbiamo una ripetizione dell’era cibernetica delle Carte del Pentagono. Qual era l’obiettivo delle Carte del Pentagono? Un’operazione di ingegneria psicologica, che cambiò, per il consumo pubblico, la responsabilità del colossale fallimento dell’intelligence delle politiche in Vietnam, dalla CIA fino ai militari. Alla fine, solo la CIA e i suoi amici vicini al complesso militare hanno tratto profitto dalla guerra. A causa delle Carte del Pentagono non si sono mai appurate le responsabilità nei fatti.

Analizzando i fatti, un tesoro di documenti “top secret” è stata data al New York Times a metà giugno 1971 da un allora sconosciuto “Hippie”, un movimento apparentemente controcultura. Il suo nome era Daniel Ellsberg. Tuttavia, ciò di cui poche persone si rendono conto è che Daniel Ellsberg aveva lavorato negli Uffici Internazionali della Sicurezza, sotto la direzione di Henry Kissinger. Quindi, Daniel Ellsberg, l’ipotetico dissidente nordamericano, iniziò la sua meteorica carriera come ufficiale dell’intelligence statunitense.

Per concluderre, anche se tutte queste voci possono anche far parte di una strategia volta a delegittimare Wikileaks, quello che è certo è che i segreti rivelati dall’organizzazione sono attentamente selezionati in base ad una complessa agenda a lungo raggio creata da persone ancora da smascherare.

Versione originale:

Daniel Estulin
Fonte: http://www.danielestulin.com
Link: http://www.danielestulin.com/2010/12/07/wikileaks-y-assange/#more-2982
7.12.2010

Versione italiana:

Fonte:/www.vocidallastrada.com
Link: http://www.vocidallastrada.com/2010/12/wikileaks-e-assange.html#more
10.12.2010

Traduzione a cura di VANESA

I LEGAMI DI ASSANGE CON LA RIVISTA ECONOMIST, CONTROLLATA DAI ROTSCHILD

Fonte: ComeDonChisciotte – I LEGAMI DI ASSANGE CON LA RIVISTA ECONOMIST, CONTROLLATA DAI ROTSCHILD.

DI JANE BURGERMEISTER
birdflu666.wordpress.com

Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange ha ricevuto un premio dalla rivista “Economist”, una pubblicazione finanziaria controllata dalla famiglia bancaria Rothschild, ed è anche intervenuto in un video dell’ “Economist”, suscitando domande sul conflitto di interessi. Assange ha predetto che un assalto agli sportelli potrebbe essere scatenata dalle fughe di informazioni bancarie ma non fa cenno al fatto che questo sfocerebbe nel derubare milioni di persone a causa del metodo di funzionamento del sistema bancario di riserva frazionaria, e a beneficiare le banche.

È vero che un assalto false flag agli sportelli gonfiato dai media bancari e realizzato da un agente dei Rothschild verrebbe organizzato per derubare milioni e per mettere in pratica delle leggi di emergenza?

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks che intende diffondere documenti bancari che smonteranno “una o due” delle principali banche secondo Forbes, ha ricevuto un premio dall’Economist, una rivista di proprietà dell’Economist Group, metà del quale è posseduto dal Financial Times, consociata della Pearson PLC. Un gruppo di azionisti indipendenti, compresi molti membri dello staff e della famiglia bancaria inglese Rothschild.

Kurt Nimmo scrive che l’Economist è di proprietà dei membri della famiglia Rothschild. È gestito dall’Economist Group, un noto fronte della CIA
http://www.infowars.com/rothschild-and-cia-publications-attack-constitution-worshipers/

La blogger greca Vicky Chrysou ha scoperto che Assange ha vinto un Economist Censorship Index Award nel 2008.
http://vickytoxotis.blogspot.com/2010/11/wikileaks-wikileaks.html

Gli stretti legami di Assange con la pubblicazione finanziaria leader a livello mondiale, che ha regolarmente fornito informazioni errate sull’eurozona e sui bailout bancari, vengono sottolineate dal video di una recente intervista da lui tenuta con la rivista Economist.

Non solo Assange ha ricevuto premi dalle pubblicazioni finanziarie della famiglia bancaria Rothschild; ha anche ricevuto un premio da Amnesty International, che lavora a stretto contatto con l’ONU, a sua volta associato al FMI, la Banca Mondiale che beneficia politicamente e finanziariamente dei giganteschi debiti nazionali accollati dalle banche ai paesi con l’aiuto di politici servili.

Le ultime Wikileaks di Assange sono state molto pubblicizzate dai media principali di tutto il mondo come grande discussione diplomatica e fattore destabilizzante, malgrado il fatto che si tratti in gran parte di futili pettegolezzi ed informazioni che sono in linea con gli obiettivi della rivista The Globalist.

Se Assange fosse un vero attivista, non verrebbe seguito dai media principali, per non parlare dei titoli di ogni giorno su ogni ben conosciuta pubblicazione dei media mainstream. Il presunto nascondino tra Assange ed il governo degli Stati Uniti e anche l’Interpol viene recitato sul palco dei media mondiali quando è risaputo che il governo degli Stati Uniti e l’Interpol possono arrestare praticamente chiunque quando vogliono date le loro immense risorse.

Anche l’Economist ed il Financial Times erano tra i media mainstream che hanno regolarmente gonfiato la pandemia dell’influenza suina ed il bisogno di vaccinazioni nello scorso aprile, mentre nascondevano le informazioni sull’incidente per cui la Baxter ha contaminato 72 chili di vaccino per l’influenza stagionale con il virus dell’aviaria nei suoi laboratori di biosicurezza di livello 3 – praticamente impedendo un incidente – e così ha quasi scatenato un’epidemia globale di influenza aviaria.

Questo gruppo di media ha anche fornito costantemente delle informazioni errate sull’attuale crisi finanziaria e su come è stata architettata dalle banche per derubare le persone, usando il sistema bancario di riserva frazionaria.

Il professore dell’Università di Economia di Vienna Franz Hormann ha recentemente spiegato come “le banche creano soldi dal nulla” in un modello di frode in un’intervista al Der Standard. Hormann ha inoltre affermato che l’attuale teoria economica è “propaganda politica”. Ma l’Economist Group ed il FMI declamano continuamente questa propaganda per il beneficio delle banche.

Una corsa agli sportelli potrebbe sfociare in una perdita del denaro, dei risparmi, delle buste paga della gente, portando così alla rovina milioni di persone – ma questo è quello che Assange vuole, in quanto questo è ciò che succederà, dal momento che chiunque con delle nozioni base di economia sa. Il sistema bancario di riserva frazionaria significa che il denaro o il capitale delle persone messo in banca non ha bisogno di essere sul loro conto: il capitale può essere spalmato su tutte le attività bancarie, rinchiuso in obbligazioni ed azioni. I governi hanno garanzie veramente limitate per i depositi.

Quindi se i banchieri possono architettare una corsa agli sportelli, sarà la gente normale ad essere derubata ancora una volta. Assange procede con la propaganda per cui le banche hanno dei capitali e non cifre di riserva frazionaria.

C’è da aspettarsi che i media aziendali gonfino le fughe di dati bancari di Assange e pubblicizzino il disastro e così aiutino le banche a giustificare la chiusura dei battenti ed allo stesso tempo a rovinare milioni se non miliardi di persone in un crollo devastante come quello del 1931.

I media hanno trasformato la lieve influenza suina in una pandemia e possono anche trasformare pochi prelievi in più in una corsa agli sportelli finché non ci diamo una mossa e chiediamo che i servizi finanziari esaminino tutti i prelievi.

Dato che l’euro si sta sgretolando più velocemente del previsto, i bancari vogliono disperatamente istituire una qualche forma di legge di emergenza o di legge marziale ed una corsa agli sportelli false flag iniziata dal loro agente Assange e gonfiata dai media si adatterebbe perfettamente ai loro piani.

Le sue azioni irresponsabili che potrebbero ridurre l’economia mondiale in una Pearl Harbour finanziaria — anche il 7 dicembre, la data fissata per un altro irresponsabile assalto agli sportelli — sono certamente quelle di un agente che lavora per le banche e che potrebbe addirittura essere agli ordini diretti dei Rothschild visto il suo stretto legame con l’Economist. Il suo compito è distruggere il sistema finanziario prima che l’eurozona si frammenti, permettendo potenzialmente ai paesi di ripristinare le loro valute e riacquistare la loro sovranità.

Il suo gigantesco crimine finanziario è anche destinato a screditare i media alternativi ed i giornalisti investigativi e fornire così l’opportunità per chiudere i siti web e reindirizzare la gente ai media tradizionali.

Inoltre, le accuse infamanti di stupro sono state progettate per screditare i giornalisti investigativi agli occhi del pubblico.

Aiutate la diffusione di questa notizia: un assalto agli sportelli false flag pubblicizzato dai media viene pianificato da un agente dei Rothschild e porterà alla rapina di milioni di persone. Fate in modo che i regolatori finanziari e la polizia analizzino tutte le transizioni finanziarie e fermino le banche dal dichiararsi artificialmente fallite, derubando in tal modo i clienti.

Jane Burgermeister
Fonte: http://birdflu666.wordpress.comI
Link: http://birdflu666.wordpress.com/2010/12/01/wikileaks-founder-julian-assange-has-close-links-to-the-economist-controlled-by-the-rothschild-banking-family/
2.12.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO