Archivi del giorno: 12 dicembre 2010

Il Fatto Quotidiano » L’indulto occulto

Ma che indecenza…

Fonte: Il Fatto Quotidiano » L’indulto occulto.

Zitti zitti, nel silenzio delle tv, della stampa e dell’opposizione, la maggioranza di centrodestra votata all’insegna della “certezza della pena” e della “tolleranza zero”, ha appena approvato un bell’indultino mascherato che farà uscire anzitempo dal carcere migliaia di delinquenti. Il ddl Alfano, approvato dal Parlamento tra il lusco e il brusco, in vigore dal 16 dicembre, prevede che i detenuti che scontano condanne definitive possano trascorrere l’ultimo anno di detenzione a casa propria (“disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno” e degli analoghi “residui di maggior pena”, esclusi mafia, terrorismo e omicidio). Ma attenzione: già oggi i detenuti possono scontare gli ultimi due anni di pena agli arresti domiciliari e gli ultimi tre in affidamento al servizio sociale, cioè liberi.

In pratica, chi deve scontare condanne fino a tre anni sa che non farà un giorno di carcere e, se ha avuto l’accortezza di delinquere entro il maggio 2006, prima dell’indulto (sconto automatico di 3 anni), non fa un giorno di galera nemmeno se condannato a 6 anni. Per esempio, Cesare Previti: condannato a 6 anni, ne defalcò tre per l’indulto e per gli altri tre ottenne l’affidamento alla Caritas, cavandosela con due giorni a Rebibbia. Ora, con l’ulteriore saldo natalizio targato Alfano, la franchigia sale a 4 anni (e addirittura a 7 per i reati coperti da insulto). Insomma, per finire dentro e restarci bisogna proprio fare una strage. Oltre al danno, c’è pure la beffa per le vittime dei reati: chi li ha commessi potrà tornare a casa senza l’obbligo di abbandonare il domicilio della persona offesa o il “locus commissi delicti”. Quindi chi è finito dentro perché molestava la vicina di casa o picchiava la moglie può tornare comodamente sul luogo del delitto a scontare la pena e a ripetere il delitto.

Prepariamoci dunque all’ennesima ondata di scarcerazioni (usciranno chi dice 2 mila, chi 7 mila, chi 12 mila carcerati su 70 mila) che per giunta, non essendo accompagnata da investimenti per reinserire gli ex detenuti nella società, li porterà a tornare a delinquere, con un aumento dei reati e dell’insicurezza sociale. Il tutto a opera del centrodestra, sempre pronto ad accusare il centrosinistra di “mettere fuori i delinquenti”. Naturalmente, come tutte le leggi di questo governo, peggio se firmate da Alfano, anche questo indulto mascherato è incostituzionale: per amnistie e indulti occorrono i due terzi del Parlamento, mentre qui han votato solo Pdl e Lega. Quella stessa Lega che inizialmente si era opposta al ddl Alfano per bocca del ministro Maroni, che poi, alla chetichella, ha digerito tutto. Quella stessa Lega che nell’agosto 2003, quando passò l’“indultino” (sospesi gli ultimi 2 anni di pena a chi ne avesse scontata metà, salvo reati gravissimi: 5900 scarcerati) coi voti di FI, Udc, mezza An e centrosinistra, fece fuoco e fiamme. Calderoli chiese a Ciampi di rinviare la legge alle Camere “per manifesta incostituzionalità” e al ministro della Giustizia Castelli di “riferire in Parlamento sui reati commessi in futuro da quanti verranno scarcerati grazie a questo squallido indulto mascherato.

Le recidive saranno molte ed è giusto che il popolo sappia quali reati verranno commessi ai suoi danni grazie a questo provvedimento e a chi lo ha promosso”. Castelli tuonò: “Da ottobre ritroveremo in cella ospiti che avevamo appena liberato e in 12 mesi la popolazione carceraria sarà quella di prima. Ma abbiamo un programma epocale per costruire e aprire 23 nuove carceri”. Anche Mantovano (An, oggi Pdl) denunciò: “Così la certezza della pena diventa ancora più flebile: l’indultino contribuirà a rafforzare la convinzione che tutto sommato a commettere reati anche gravi non si paga poi un costo così elevato”. Naturalmente, del mirabolante piano Castelli e Alfano per costruire nuove carceri, non s’è mai saputo nulla. E rieccoci, nel 2010, a metter fuori qualche migliaio di criminali. Stavolta, di nascosto. Complimenti alla maggioranza e anche, scusandoci per il termine un po’ forte, all’opposizione.

COSA STA SUCCEDENDO IN IRLANDA E NEGLI ALTRI PIGS, INCLUSA LA SPAGNA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – COSA STA SUCCEDENDO IN IRLANDA E NEGLI ALTRI PIGS, INCLUSA LA SPAGNA ?.

DI VINCEC NAVARRO
rebelion.org

Per comprendere la crisi finanziaria ed economica dell’Unione Europea, dobbiamo considerare tale crisi non solo come un fenomeno economico e finanziario, ma anche come un fenomeno politico. In realtà è quest’ultimo a determinare il primo. Vediamo, ad esempio, la situazione di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna definiti, in tono dispregiativo nella letteratura economica anglosassone, come i PIGS, che vuol dire, in inglese, i “maiali”. Questi paesi, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna sono stati governati durante la maggior parte del periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla fine degli anni settanta, da dittature fasciste o fascistoidi (Spagna e Portogallo) e da regimi autoritari profondamente conservatori (Grecia e Irlanda). La dittatura spagnola e quella portoghese si sono concluse rispettivamente nel 1978 e nel 1974. Quella greca è terminata nel 1974. Negli anni settanta in Irlanda ha iniziato a prendere piede un sistema profondamente conservatore basato su un’ideologia cattolica estrema che, in qualche modo, persiste ancora oggi.

Questo contesto politico spiega quanto lo Stato ereditato dalle democrazie (che inizia in questi paesi a partire dagli anni settanta e ottanta), fosse uno Stato repressivo, poco redistributivo e scarsamente sociale. Ad esempio, negli anni settanta, in tutti questi paesi c’era il numero di poliziotti, per diecimila abitanti, più elevato del gruppo di paesi che più tardi avrebbero formato l’Unione Europea, mentre la percentuale di popolazione adulta che lavora nel suo Stato sociale era, e continua a essere, il più basso della comunità. Questi paesi erano, e continuano a essere, anche i paesi con maggiori disuguaglianze nell’Unione Europea dei Quindici.

È questa l’eredità di quei paesi che più tardi passeranno a essere conosciuti come i PIGS.
Inutile dire che, da allora, ben poco è cambiato, e in particolar modo nei periodi dei governi socialdemocratici. Ma il problema è che oggi, questi paesi, continuano a condividere varie caratteristiche, risultato del loro passato comune, che li hanno segnati definitivamente. Tutti loro hanno, ad esempio, il carico fiscale più basso dell’UE-15, e questo come conseguenza dell’enorme potere che ancora detengono in questi paesi le classi dominanti (categoria che include le banche, il padronato, e i redditi superiori). Se all’inizio della crisi (2007) la media della percentuale di tasse sul PIL nell’UE-15 era del 41,1%, in Irlanda era del 31,1%, in Grecia era del 34,2%, in Spagna era del 34,0% e in Portogallo era del 36,5%, tutti loro, dunque, con un carico fiscale minore rispetto alla media dell’UE-15. A dire il vero avevano il carico fiscale più basso della comunità. Questo basso carico fiscale si applicava tanto a imposte dirette quanto a imposte indirette. Sia le une che le altre erano le più basse dell’UE-15. Oltre ad essere le più basse erano anche le più regressive. Dipendevano cioè, e continuano a dipendere, in modo eccessivo dalle imposte sui redditi da lavoro.

Queste basse entrate nelle casse dello Stato si traducono in una spesa pubblica su percentuale del PIL molto bassa. Mentre nell’UE-15 la media della spesa pubblica è del 46% del PIL, in Irlanda è del 36,8%, in Spagna del 39,2%, in Portogallo del 43,8% e soltanto in Grecia è allo stesso livello dell’UE-15. In tutti questi paesi la spesa pubblica nella protezione sociale sembra essere la più bassa dell’UE-15. Ancora una volta, se la media dell’UE-15 è del 27%, in Irlanda è del 18,9%, in Grecia del 24,4 %, in Spagna del 21% e in Portogallo del 24,8%. Qualcosa di simile accade con il pubblico impiego. Mentre la percentuale di popolazione adulta che lavora nel settore pubblico è, nella media europea, del 15%, in Irlanda è del 12%, in Grecia del 14%, in Spagna del 9% e in Portogallo soltanto del 7%. Il settore pubblico e il suo Stato sociale sono poco sviluppati in tutti gli ambiti.

Un’altra caratteristica di questi paesi (i PIGS) è lo scarso effetto di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato. Tutti essi hanno una povertà elevata, sia prima che dopo l’intervento dello Stato sociale. Dato che la povertà si definisce come il 50% della mediana, questo vuol dire che la redistribuzione delle ricchezze da parte dello Stato è molto limitata.

Riassumendo, un’analisi della situazione fiscale e sociale di questi paesi mostra delle basse imposte (risultato soprattutto dello scarso apporto dei redditi superiori e dei redditi di capitale che raggiunge il suo estremo in Irlanda, dove l’imposta sulle società è soltanto del 12%); una forte recessione fiscale; un settore pubblico poco sviluppato; uno Stato sociale debole e uno Stato poco redistributivo. Tutti questi sono sintomi di ciò che si era soliti chiamare “potere di classe”, cioè, dell’enorme potere delle classi dominanti. Una conseguenza di ciò è che le disuguaglianze sociali sono maggiori rispetto alla media dell’UE-15. Così, l’indicatore di disuguaglianza, il coefficiente di Gini, è maggiore in tutti questi paesi rispetto alla media europea (a numero maggiore, corrisponde una maggiore disuguaglianza). Se nel 2007 la media dell’UE-15 era dello 0,28%, in Spagna era dello 0,31%, in Irlanda dello 0,31%, in Grecia era dello 0,34% e in Portogallo dello 0,36%.

Le disuguaglianze sociali e il loro impatto sulla crisi

Le cause principali di queste grandi disuguaglianze erano la scarsa attività redistributiva dello Stato e la prominenza dei redditi da capitale sui redditi da lavoro, come conseguenza dell’enorme dominio delle destre nella vita politica di quei paesi. In tutti questi paesi i sindacati sono deboli e anche e le sinistre. Queste, come i sindacati, sono divise secondo distinte tradizioni politiche. L’unità delle forze conservatrici e liberali contrasta con la grande diversità e atomizzazione delle sinistre, con una pluralità sindacale che debilita le forze progressiste. La situazione politica di questi paesi è opposta a quella del nord dell’Europa –i paesi scandinavi-, in cui le sinistre sono forti e le destre, al contrario, sono divise in molti partiti. Questo fa sì che i cosiddetti PIGS, abbiano uno Stato poco redistributivo con una grande concentrazione dei redditi da capitale a scapito del mondo del lavoro. Sicuramente questa situazione si è verificata in tutta l’UE (vedere il mio articolo “Cómo está evolucionando la situación social de la Unión Europea” [“Come sta evolvendo la situazione sociale dell’Unione Europea” N.d.T.] su http://www.navarro.org), ma in particolar modo in questi paesi (ingiustamente chiamati PIGS). Nei PIGS la media del calo dei redditi da lavoro sul reddito totale è stata dal 70% nel 1992, al 61% nel 2007. Anzi, a causa della concentrazione dei redditi da lavoro nei redditi superiori (conseguenza del fatto che i settori superiori percepiscono redditi molto più elevati dei redditi medi), la riduzione dei salari nei PIGS è stata perfino più accentuata, essendo nel 2007 le percentuali molto più basse (52%) rispetto al 1992 (66%). Queste sono le cause della crisi.

Come si manifesta la crisi in questi paesi nel 2007?

Le cause della crisi sono andate accumulandosi durante gli anni precedenti al 2007. La riduzione della massa salariale ha determinato il problema dell’indebitamento delle famiglie, che si era temporaneamente risolto attraverso i crediti, generando un’espansione del settore finanziario. Questo settore finanziario otteneva i soldi dalle banche tedesche e francesi, nel caso di Grecia e Spagna, e anche da banche britanniche, nel caso dell’Irlanda. Questa è stata l’origine del debito privato. Questo debito poteva sostenersi perché l’avallo era la casa, il cui prezzo andava aumentando. Quando però il prezzo delle case è collassato a causa del collasso della bolla immobiliare, è sorto un gravissimo problema che ha fortemente colpito la domanda e la crescita economica. Dall’altra parte, l’enorme crescita dei redditi di capitale e la scarsa redditività dell’economia produttiva hanno condotto a grandi investimenti speculativi nel settore finanziario. In Irlanda e in Spagna il matrimonio banca-immobiliare-industria della costruzione è stato il motore del cosiddetto “miracolo spagnolo e irlandese”. Questo miracolo si compiva grazie ad un enorme indebitamento.

Oltre a quanto appena detto, il basso onere fiscale e le scarse entrate dello Stato hanno fatto sì che lo Stato dovesse indebitarsi per finanziare il limitato Stato sociale. Anzi, il calo sistematico delle imposte, soprattutto sui redditi superiori, ha contribuito ad aumentare il deficit strutturale dello Stato, che si è accentuato quando, con la crisi e la recessione, le entrate dello Stato sono diminuite. Questo ha portato alle stelle i deficit di questi paesi, in modo che nel 2009 l’Irlanda aveva un debito del 14%, la Grecia del 15%, la Spagna dell’11% e il Portogallo del 9%.

Questi deficit hanno aumentato il debito pubblico che, sommato al debito privato, ha fatto sì che il debito totale raggiungesse dimensioni straordinarie, tanto da toccare il suo apice massimo in Irlanda (più del 700% del PIL). La maggior parte di questo debito impagabile era detenuta dalle banche tedesche, britanniche e francesi, si è creata così una crisi bancaria dalle enormi proporzioni, che ha colpito la disponibilità del credito. Questo problema di mancanza di credito, insieme alla scarsa domanda, è la causa della Grande Recessione, che potrebbe diventare una Grande Depressione, che colpirebbe anche il resto dell’Unione Europea, e naturalmente, l’euro.

Tutti questi dati mostrano che la crescita economica nei paesi PIGS aveva i suoi punti deboli. Lo scarso sviluppo dello Stato, tanto nella sua funzione redistributrice quanto in quella sociale, ha enormemente ostacolato lo sviluppo economico del paese. E la crisi bancaria mostra che anche l’euro ha i suoi punti deboli. Per uscire dalla crisi l’establishment europeo (il Consiglio Europeo, dove governano le destre, la Commissione Europea, dove anche dominano le destre, e la Banca Centrale Europea, il Vaticano dell’ortodossia liberale) sta proponendo una strategia che prevede l’aumento della competitività grazie alle riduzioni dei salari, al fine di aumentare le esportazioni, cosa difficile vista la profonda recessione in cui versa l’economia europea. Tutte le misure che si stanno adottando (la riforma del lavoro, la riduzione della spesa pubblica, la riforma delle pensioni e altre), hanno l’obiettivo di indebolire i sindacati e il mondo del lavoro per facilitare l’aumento di ciò che definiscono competitività.

Le vie d’uscita dalla crisi: la strada irlandese neoliberale

Così come la causa della crisi è stata politica, anche l’uscita dalla crisi dipenderà da fattori politici. Non si può uscire dalla crisi senza una ridefinizione delle relazioni di potere tra il capitale e il lavoro. A questo proposito le misure che si stanno prendendo sono le misure che il capitale (egemonizzato dal capitale finanziario) sta imponendo per uscire dalla crisi secondo i suoi termini, il che sarà impossibile. Lo stiamo vedendo con l’Irlanda, alunna avvantaggiata dell’ortodossia neoliberale, che durante il periodo 2007-2010 ha docilmente seguito le politiche neoliberali promosse dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Unione Europea. Tali politiche consistevano nel ridurre, durante il periodo 2007-2010, le spese delle prestazioni sociali di un 10%, diminuire gli stipendi degli impiegati pubblici di un 20%, diminuire il salario minimo e attuare una maggiore deregolamentazione del mercato del lavoro. Queste misure, com’era prevedibile, hanno peggiorato la situazione, poiché hanno ridotto in modo molto significativo la domanda. Il reddito pro capite in Irlanda è diminuito del 20% durante i tre anni di crisi, e il PIL si è ridotto di un 11%, la maggior riduzione nell’UE-15. L’accentuarsi della crisi ha determinato una pressione persino maggiore tanto da richiede tagli sociali ancora più ingenti, che restano, secondo quanto ha affermato il Primo Ministro del governo irlandese, ancora da determinare.

Un’alternativa è possibile

È ovvio che la crisi non si risolverà se non si incrementerà la domanda e se non si faciliterà l’accesso al credito. La prima condizione non avverrà se non attueranno manovre fiscali espansive della spesa pubblica, orientate alla creazione di impiego. Il maggior problema umano, sociale ed economico, non soltanto nei PIGS, ma in tutta l’Unione Europea, è la disoccupazione. Bisogna cambiare rotta e al posto di enfatizzare il modello tedesco basato sulle esportazioni (Schröder e Merkel) si dovrebbe accentuare il modello di stimolo della domanda, attraverso l’incremento del consumo domestico, aumentando la spesa pubblica e i salari, tanto in Germania quanto nel resto dell’Eurozona, proprio come propose Oskar Lafontaine ai suoi tempi.

D’altra parte c’è bisogno di investimenti in nuove aree sociali ed economiche, intendendo lo Stato sociale non come uno spreco, ma come un investimento per creare impiego.
Questi investimenti faciliterebbero l’ingresso della donna nel mercato del lavoro. Se la percentuale di donne nel mercato del lavoro in tutta l’Unione Europea fosse la stessa che c’è in Svezia, il numero di nuovi lavoratori sarebbe maggiore di quello che risulterebbe dall’integrazione della Turchia nell’Unione Europea.

L’altra condizione è risolvere il problema del credito. Per fare questo bisogna considerare la banca un’entità di utilità pubblica (come lo è stata in molti paesi, nei quali la fornitura del credito era considerata una funzione sociale). Ciò implicherebbe la riapparizione della banca pubblica in molti settori. In Spagna, concretamente, sarebbe necessaria la trasformazione delle casse di risparmio in banche pubbliche, come hanno fatto Attac e il Docente di Economia Juan Torres.

E ancora, la Banca Centrale Europea dovrebbe convertirsi in una banca centrale, cosa che adesso non è, e come tale dovrebbe garantire la fornitura del credito agli Stati, comprando il debito pubblico e restituendo gli interessi agli Stati. Questo equivarrebbe a fornire loro liquidità. Se ciò non sta avvenendo, è perché il mondo del capitale (egemonizzato dal capitale finanziario) ha troppo potere e il mondo del lavoro ne ha troppo poco. L’unica soluzione è l’agitazione sociale, così come ha perfettamente espresso il Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, il quale ha esortato il mondo sindacale europeo a seguire i passi del sindacalismo francese. In questo periodo su tutto il territorio europeo sono in atto proteste del mondo del lavoro che si ribella contro queste politiche neoliberali. Si sta chiedendo, giustamente, che vengano attuate politiche alternative e quasi opposte, indicando che un’altra Unione Europea è possibile. I paesi PIGS possono aggiungere la loro voce a questo processo per trasformare l’UE. Per questo è necessario ricorrere a una ridefinizione delle sinistre, motivo di un prossimo articolo.

Vincenc Navarro
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=117481&titular=%BFqu%E9-pasa-en-irlanda-y-en-los-otros-pigs-incluida-espa%F1a?-
27.11.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA SOCCIO