Archivi del giorno: 17 dicembre 2010

Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche

Fonte: Sole Attivo: Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche.

Il prof. Stefano Montanari, direttore scientifico del Laboratorio Nanodiagnostica – Modena, alla domanda sulle scie chimiche, afferma:
Quando tiro su gli occhi, queste scie le vedo, eh c’è poco da fare, io a volte vedo il cielo a scacchi, lo vedo un po’ dappertutto. Su questo credo che non ci siano dubbi.
Per dire se questa roba fa bene o fa male – intanto ‘ fa bene’ direi subito di no, ma questo lo dico proprio come preconcetto perché il fumo non fa mai bene, mai, che sia una sigaretta che una scia chimica, non fa bene, tanto che gli animali rifuggono il fumo; siamo solo noi che non lo rifuggiamo.
Io per dire, per dire se questa roba fa bene o fa male.. io devo sapere che cos’è questa roba; non lo so; non lo so. La gente mi dice : “è quella cosa che io ho visto per terra..”; ma io non posso sapere se è vero, se quella roba che hai visto per terra viene dalla scia chimica, viene da una fabbrica, viene da….non lo so.
L’unica cosa che si può fare, e che è tecnicamente possibile, è prelevare un campione di scia chimica; tecnicamente è possibilissimo.
Esistono degli aerei, particolari, che si affittano, si segue quell’aereo e si prende un campione di aria – un campionatore di aria costa 2.000 euro quindi è un apparecchietto semplicissimo – a me basta un campione di quell’aria e allora posso dire qualcosa; senza di questo non posso dire…”


http://it.truveo.com/Montanari-Inceneritori-e-scie-chimiche/id/4170192500.


fonte: http://www.cieliliberi.blogspot.com/

visita il sito del prof. Stefano Montanari: http://www.stefanomontanari.net

Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana

Le azioni degli infiltrati provocatori non sono degne di una democrazia, che schifo!

Fonte: Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana.

di Marco Barone – 15 dicembre 2010
La giornata di oggi, positiva per la grande reazione di piazza, negativa ma forse scontata per l’esito del voto alla Camera è stata caratterizzata da scontri di piazza di grande consistenza. Guardando le foto pubblicate su vari siti però si nota qualcosa d’interessante.

Il contesto ruota intorno alla vicenda del finanziere con la pistola in mano. Pistola che per foruna non ha esploso nessun colpo.

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Guardate ora il ragazzo con il giubbotto marrone chiaro, a destra, indossa anche una sciarpa bianca. Come si nota nella foto è schierato dalla parte dei manifestanti.

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Guardate ora questa foto. Lo stesso ragazzo in pochi attimi con la sciarpa bianca si copre il viso, si copre il capo con il cappuccio del giubbotto, ma, ecco il ma, dal nulla spunta come per magia un manganello e non è più schierato dalla parte dei manifestanti.

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Ma nella stessa foto noterete che un finanziere picchia con il manganello un ragazzo che ha nella mano una radio mobile trasmittente. Certamente non è un manifestante, o quanto meno è poco credibile che lo sia.

Nella foto che segue si nota ancora più chiaramente come il finanziere cerchi di picchiare un suo probabile collega.

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Con ciò non voglio sminuire l’importanza della reazione di piazza di oggi 14 dicembre 2010.

Con ciò però è necessario evidenziare come la scuola G8 è ancora viva, come il tentativo di infiltrare agenti provocatori nelle manifestazioni è elemento ancora utilizzato dalle forze dell’ordine.
Forse oggi cercavano il morto tanto sospirato ed atteso da alcune forze politiche di governo.
Non è successo, per oggi almeno.

Fonte: gliitaliani.it

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Altro articolo sullo stesso argomento su ANELLIDIFUMO’S BLOG.

Cosa ci fa un finanziere con la pistola in mano tra i manifestanti? – Le foto dello scandalo « Il Post Viola

Fonte: Cosa ci fa un finanziere con la pistola in mano tra i manifestanti? – Le foto dello scandalo « Il Post Viola.

Non dovrebbe mai accadere che in una manifestazione, per quanto problematica come quelle di oggi a Roma, un esponente delle forze dell’ordine giri con una pistola in mano tra i manifestanti.  Poteva finire male.

Osservate bene la foto: c’è un tizio col cappuccio grigio tra i facinorosi in prima fila.

Una seconda foto mostra lo stesso finanziere che, una volta rialzatosi, viene soccorso amorevolmente da un giovane col cappuccio grigio (il “facinoroso” in prima fila che poco prima lo “aggrediva”) che vorrebbe sembrare un manifestante di quelli tosti: imbavagliato e incappucciato. Ma notate il guanto del presunto manifestante col cappuccio grigio: è quello in dotazione alla Guardia di Finanza. Ora ci chiediamo: come si fa a distinguere un vivace manifestante da un esponente delle forze dell’ordine infiltrato tra i dimostranti? E soprattutto, se infiltrato, con quale mandato?

In questa foto, sempre il “facinoroso” in prima fila col cappuccio grigio, quello che soccorrerà il finanziere. Sulla destra notate un altro facinoroso” col giubbotto beige che poco dopo rivedremo brandire indisturbato un  manganello e un paio di manette.

In una quarta foto si vede un altro presunto manifestante (il “facinoroso” con giubbotto beige) con un paio di manette ciondolanti e un manganello. Non vorremmo che in questa sequenza di violenza, alla fine, siano presenti più infiltrati che autentici manifestanti.

E adesso (scioccante) guardate dov’era poco prima il facinoroso col giubbotto beige:tra i black bloc con un bastone in mano

Il facinoroso col giubbotto beige e il bastone in mano adesso impugna magicamente un manganello!

Insomma criminalizzano gli studenti e la verità è solo una: erano finanzieri in divisa contro finanzieri infiltrati. Una scandalosa fiction su cui chiediamo risposte immediate.

AGGIORNAMENTO: SECONDO L’AP COM ANCHE L’UOMO GIACCA A QUADRI (ALTRO INFILTRATO) È UN COLLEGA DEL FINANZIERE (COME VOLEVASI DIMOSTRARE)

Qui, l’infiltrato giacca a quadri che poco prima soccorreva il finanziere con la pistola si intrattiene con l’uomo col giubbotto beige che adesso impugna, indisturbato, manganello e manette.

LE CONTRADDIZIONI DELLA GUARDIA DI FINANZA SULL’EPISODIO

La precisazione ufficiale della GDF: “La Guardia di Finanza non lavora mai in abiti civili”

«Tutte le persone che circondano il finanziere aggredito che ha in mano la pistola sono dimostranti». E’ quanto precisano fonti della Guarda di Finanza dopo che alcune agenzie di stampa avevano diffuso, a commento delle foto che ritraggono un militare delle Fiamme Gialle che ha estratto l’arma durante gli scontri di Roma, la notizia che tra i finanzieri impiegati in servizio di ordine pubblico vi fossero agenti in borghese impegnati a proteggere il collega aggredito. «La Guardia di Finanza non lavora mai in abiti civili in situazioni di ordine pubblico», hanno aggiunto le stesse fonti. (Dal Corriere della Sera)

Dal comando generale della Guardia di Finanza: “Il militare è stato sottratto dalla furia dei civili grazie all’intervento dei colleghi, alcuni in divisa, alcuni in abiti civili”

«Poi sono arrivati gli altri suoi compagni, che l’hanno portato via insieme a loro. Anche i manifestanti, a questo punto, si sono lentamente allontanati», dice Montani. Dal comando generale della Guardia di finanza spiegano che il militare «era impegnato a difendere l’arma d’ordinanza che i manifestanti volevano sottrargli. La stessa sequenza fotografica – aggiungono – non lascia dubbi: il finanziere, aggredito da decine di facinorosi, era stato già privato del casco e della radio, e i manifestanti volevano impossessarsi della pistola. Ha coraggiosamente difeso l’arma, senza mai farne uso, ed è stato sottratto dalla furia dei teppisti grazie all’intervento dei colleghi, alcuni in divisa, altri in abiti civili». Il Messaggero

ULTIM’ORA 15/12 – Il giudice: “L’uomo col giubbotto beige non risulta tra gli arrestati”

LE NOSTRE 10 DOMANDE A MARONI

Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura

Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura.

Finora nella saga di WikiLeaks tutta l’attenzione si è concentrata attorno al suo fondatore Julian Assange, ma pochissimi si sono chiesti che fine abbia fatto Bradley Manning, il militare di 22 anni che ha messo in imbarazzo il Pentagono divulgando i “war logs” sui crimini di guerra americani in Afghanistan e in Iraq (ha fatto il giro del mondo su YouTube il video – intitolato “Collateral Murder” – dell’assassinio di civili tra cui alcuni giornalisti Reuters a Baghdad da parte di un caccia Usa). Non si sa se sia lui la fonte anche del “cablegate” diplomatico (Assange rispondendo a una domanda in una chat al Guardian settimana scorsa ha detto “se una delle fonti dei cable fosse Manning, allora sarebbe doppiamente un eroe”).

Nonostante WikiLeaks abbia protetto Manning mantenendo il suo anonimato, il giovane analista militare esperto di computer si è fatto beccare dal Pentagono attraverso una chat (di cui la rivista Wired ha i testi completi, ma secondo Salon non li sta colpevolmente pubblicando) ed è stato arrestato. Da allora, silenzio stampa.

Ma abbiamo finalmente sue notizie oggi:

Glenn Greenwald sul webmagazine Salon ha scritto un lungo reportage sul carcere militare dei marines americani a Quantico, in Virginia, dove Manning è rinchiuso in isolamento da cinque mesi senza essere stato ancora nemmeno incriminato.  Secondo una fonte di Greenwald, Manning, che ha già scontato due mesi di prigione militare in Kuwait prima di essere trasferito a Quantico, è un “detenuto speciale” sotto stretta sorveglianza, nonostante si comporti da prigioniero modello. Per 23 ore al giorno, Manning è tenuto in isolamento, senza un cuscino nè lenzuola nè accesso alle notizie e non gli viene concesso di fare ginnastica, condizioni che “probabilmente creano danni psicologici di lunga durata”.

Commenta il New York Magazine: “Aspettate un attimo, volete dire che secondo Greenwald il governo Usa è disposto ad andare contro la legge e a fare giochini psicologici con chi considera una minaccia alla sicurezza nazionale?” e linka a un dossier online su tutte le torture perpetrate dal governo americano negli anni.

Nel resoconto di Salon, emerge un pensiero candido del ragazzo-hacker Manning e del perchè ha deciso di spedire i documenti di quelli che a lui sono sembrati orribili crimini di guerra a WikiLeaks. Alla domanda su come mai non ha venduto le informazioni a qualche Paese nemico degli Usa, ha risposto: “Credo che l’informazione debba essere libera e gratuita, appartiene al pubblico dominio, un altro Stato si sarebbe approfittato di quelle informazioni per averne un vantaggio, ma se le informazioni sono aperte…a disposizioni di tutti… diventano un bene pubblico”.

Daniel Ellsberg (quello che tutti considerano oggi l’eroe dei Pentagon Papers) scrive su Democracy Now che Manning è un eroe. Ma, indipendentemente dal giudizio sul suo operato, una cosa è certa: non è degno di una democrazia che sia torturato.

A “condannare” Borsellino non fu solo la trattativa Stato-mafia

Fonte: A “condannare” Borsellino non fu solo la trattativa Stato-mafia.

IL CASO. In un libro firmato da due giornalisti di AntimafiaDuemila, Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo , i retroscena inediti dei giorni che hanno preceduto la strage di via d’Amelio del ‘92.

Di quale trattativa era al corrente Paolo Borsellino? Tre giorni fa, parlando del tg Rai Sicilia, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari non ha mostrato dubbi sull’assassinio del magistrato e sulla strage di via d’Amelio del 1992: «L’accordo ci fu e le nostre indagini, seppure dopo tanti anni, hanno potuto accertare inconfutabilmente che Paolo Borsellino fu informato dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia sin dal 28 giugno». Borsellino – e per Lari è rigoroso il condizionale – potrebbe essere stato ucciso perché intendeva contrastare quell’accordo. Ma un’altra ragione può essere ravvisata nell’ipotesi che «Totò Riina autonomamente abbia deciso di accelerare una strage già programmata, in quanto la trattativa non stava andando in porto». «In ogni caso – precisa il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari – la trattativa, in un senso o nell’altro, ha avuto un ruolo nell’anticipazione della decisione di uccidere Paolo Borsellino».

Secondo Lari, a informare il giudice Borsellino dell’esistenza della trattativa era stata il 28 giugno 1992 Liliana Ferraro, all’epoca capo di gabinetto del ministro Claudio Martelli e collaboratrice di Giovanni Falcone alla direzione Affari penali del Ministero della Giustizia. La Ferraro, peraltro, ha confermato il colloquio con Borsellino durante il processo al generale Mario Mori. Liliana Ferraro è stata interrogata nell’ambito delle nuove indagini sulle stragi del ‘92 perché chiamata in causa da Claudio Martelli durante un’intervista ad Annozero Martelli ha riferito di un incontro avuto dalla Ferraro con Giuseppe De Donno nella settimana del trigesimo della strage di Capaci. Cosa si dissero De Donno e la Ferraro? L’incontro viene ricostruito in “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, libro scritto da Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo per Aliberti editore. Gli autori sono i giornalisti di AntimafiaDuemila che hanno svelato ai pm la foto del carabiniere con in mano la valigetta del magistrato assassinato.

«Posso dire che sicuramente venne al ministero per incontrarmi il capitano De Donno – esordisce la Ferraro – non ricordo esattamente la data, ma ho memoria del fatto che parlai di tale vicenda col dottor Borsellino all’aeroporto di Roma ove lo stesso si trovava unitamente alla moglie, di ritorno da un convegno a Giovinazzo (in provincia di Bari). Mi incontrai col dottor Borsellino perché questi mi chiamò dicendomi che voleva parlarmi e mi diede appuntamento proprio all’aeroporto di Fiumicino. Mi trattenni a colloquio per circa un paio d’ore col dottor Borsellino – continua Liliana Ferraro – e in tale occasione parlai anche dell’incontro che era avvenuto col capitano De Donno qualche giorno prima». Davanti agli inquirenti l’ex direttore degli affari penali sottolinea un dettaglio fondamentale di quell’incontro alla saletta vip dell’aeroporto Leonardo da Vinci. «Riferii a Borsellino la visita di De Donno – sottolinea Liliana Ferraro – lui non ebbe nessuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso e quasi indifferente alla notizia, dicendomi comunque che se ne sarebbe occupato lui».

Ma perché Borsellino non si sorprende per quello che gli sta raccontando la Ferraro? Fino a che punto ne è già a conoscenza? Per molti investigatori e addetti ai lavori la risposta è racchiusa, sottolineano gli autori, nell’incontro tra Borsellino, Mori e De Donno alla caserma Carini il 25 giugno. In quella occasione Borsellino sarebbe verosimilmente stato messo al corrente di una parte della trattativa in corso. Nel libro di Bongiovanni e Baldo, però, si sottolinea come nell’interrogatorio della stessa Ferraro davanti a Gabriele Chelazzi non vi sia alcuna traccia del suo incontro con Giuseppe De Donno. Di quel tema così delicato la Ferraro ne parla a Chelazzi solamente al termine di quell’interrogatorio, rispondendo alla domanda del magistrato sui suoi ricordi dopo la strage di via d’Amelio. Nel verbale riassuntivo del 10 maggio 2002 è la questione del carcere duro a prevalere. Il magistrato fiorentino illustra alla Ferraro che secondo «alcune concrete e recenti indicazioni» i vertici di Cosa Nostra nel periodo che orientativamente coincide con l’inizio delle stragi del ‘93 (maggio 1993) «nutrivano ottimisticamente l’aspettativa che il 41bis, gradualmente, perdesse di attualità fino a diventare uno strumento inutile nelle mani dello Stato, con la conseguente soppressione.

Per quanto riguardava le dinamiche decisionali all’interno del Ministero in tema di 41 bis – si legge nel documento – dal momento che il Ministro aveva riservato a sé l’adozione dei provvedimenti, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interloquiva direttamente con il Ministro stesso». Chelazzi si sofferma sul contenuto di una nota a firma del Vicedirettore dell’Ufficio detenuti reparto M.S. del 29 luglio del 1993 e sottopone alla dott.ssa Ferraro quelli che a suo parere sono i punti che «almeno programmaticamente richiedono ulteriore approfondimento». Quell’annotazione a suo tempo non era stata indirizzata a tutte le strutture di vertice delle Forze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza erano stati esclusi. Nel verbale viene evidenziato il fatto che la nota «attesti non controvertibilmente che il Dap cercava un’interlocuzione esterna in vista delle proroghe dei decreti che scadevano alla fine del mese successivo, diversamente dalle scadenze, di pochi giorni prima peraltro, del 20-21 luglio». Nel documento viene ugualmente sottolineato come il Dipartimento «si ripromettesse di proporre le proroghe non per tutti i detenuti gravati dal 41 bis ma chiedesse di conoscere le valutazioni di ordine generale (anche con chiaro, seppur implicito, a parere del pm, riferimento ai fatti di strage di poche ore prima) e anche di origine oggettivo, a valle tuttavia della individuazione di alcuni soggetti che sarebbero rimasti esclusi dalla proposta di proroga».

La visione d’insieme appare subito inquietante. Su quali tavoli in quel periodo si stava giocando la partita del 41bis? E a quale prezzo? Chelazzi vuole vederci chiaro e sottopone alla Ferraro un’altra nota questa volta del 29 luglio 1993. Il pm fiorentino formula una serie di osservazioni a partire dalla circostanza che «essa attesta l’esistenza di un 41 bis a due velocità». Liliana Ferraro replica affermando di non ricordare «che ci fosse un 41 bis attenuato parallelo al 41 bis di rigore». Ma i dubbi che la merce di scambio nella trattativa ruotasse proprio attorno alle proroghe del carcere duro sono tutt’altro che fugati. In merito ai contatti della Ferraro con l’allora colonnello Mori è lo stesso Chelazzi a indicare gli appuntamenti dell’ex collaboratrice di Falcone con l’ufficiale dei carabinieri riportati nell’agenda di quest’ultimo. «La dottoressa Ferraro – si legge nel verbale – fa presente che questi incontri con il colonnello Mori non si ridussero certo a quello documentato nell’annotazione del 21 ottobre (1992, nda)», aggiungendo poi di non ricordare «la specifica ragione a base di quell’incontro».

Cinque mesi dopo è Claudio Martelli a sedersi di fronte al magistrato di Firenze impegnato su un filone di indagini sui mandanti esterni delle stragi del ‘93. Gabriele Chelazzi rappresenta a Martelli che le attività investigative «volte a chiarire tutte le articolazioni della strategia» (stragista, ndr) e finalizzate ad individuare le eventuali ulteriori responsabilità penali «hanno consentito di mettere a fuoco una sorta di interdipendenza tra la strategia di Cosa Nostra e le deliberazioni che nel corso del tempo hanno alimentato la strategia medesima (da una parte) e l’orientamento che ha alimentato la gestione e l’applicazione del 2°comma dell’art. 41 bis da parte delle istituzioni dello Stato e in particolare da parte del Ministro di Grazia e Giustizia».

Martelli non batte ciglio e ricostruisce la genesi dell’emanazione dei primi provvedimenti dell’applicazione del carcere duro successivi alla strage di via d’Amelio, passando attraverso gli scenari socio-politici di quel periodo storico. Durante l’interrogatorio Gabriele Chelazzi fa presente a Martelli come dalle indagini sia emerso che il «vertice delle stragi officiò un’interfaccia, nella persona di un esponente politico con mandato parlamentare, al fine di monitorare, salvo se anche condizionare, la “gestione amministrativa” del 41bis». Nel documento si legge che «il pm omette il nome della persona in questione». L’ex ministro esclude «che la situazione possa coniugarsi a qualcosa di cui sia a conoscenza», per poi concludere precisando di non aver mai conosciuto l’ex colonnello Mori.

È un dato di fatto che Gabriele Chelazzi avrebbe voluto risentire Liliana Ferraro per approfondire il tema dell’incontro con De Donno e molto probabilmente avrebbe risentito anche Claudio Martelli, ma un infarto nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2003 ha posto fine prematuramente alla sua vita. Per la cronaca c’è da dire che Nicolò Amato lascia frettolosamente il vertice del Dap il 4 giugno del ‘93 per essere sostituito da Adalberto Capriotti. Nel frattempo l’ex Capo della Polizia, Vincenzo Parisi è deceduto. E su quell’ipotesi di “garantismo” di Nicolò Amato nei confronti del carcere duro, così come su quella sua collaborazione con l’ex Capo della Polizia Vincenzo Parisi in una materia tanto delicata come l’applicazione del 41bis, resta ancora da capire se si possa aprire o meno una nuova pista d’indagine sui mandanti esterni.

Fonte Terranews.it

Pollari e Mancini prosciolti grazie al segreto di Stato

Fonte: Antimafia Duemila – Pollari e Mancini prosciolti grazie al segreto di Stato.

La corte d’Appello di Milano decide in sostanza come aveva fatto il Tribunale, confermando che l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il funzionario dello stesso servizio Marco Mancini non sono giudicabili per il sequestro di Abu Omar a causa del segreto di Stato, apposto sia dal golverno Prodi sia dal governo Berlusconi e confermato dalla Corte Costituzionale.

I giudici di secondo grado riformando parzialmente il verdetto del giudice monocratico Oscar Magi aumentano le pene per i 23 agenti della Cia, dal momento che hanno “tagliato” le attenuanti generiche. 22 condanne passano da 5 a 7 anni e quella di Bob Lady, capo della stazione di Milano del servizio, passa da 8 a 9 anni.

Un’altra modifica riguarda Pio Pompa, collaboratore di Pollari e responsabile dell’archivio di via Nazionale a Roma, e Luciano Seno. Per entrambi, imputati solo di favoreggiamento, c’è uno sconto di pena, da 3 anni a 2 anni e 8 mesi e soprattutto non dovranno risarcire in solido con gli altri imputati Abu Omar (un milione di euro) e la moglie (mezzo milione).

Pollari, attraverso il suo difensore Nicola Madia, fa sapere di essere “soddisfatto” per la sentenza. Per Mancini parla il legale Luigi Panella che dice: “Non doveva nemmeno essere celebrato l’Appello. Era stato molto chiaro il Tribunale alla luce della decisione della Corte Costituzionale”.

“E’ stato dichiarato anche in secondo grado che questo processo non si poteva fare, perche’ c’e’ il segreto di Stato”. E’ il commento dell’avvocato Luigi Panella, difensore dell’ex numero due del Sismi, Marco Mancini, per cui oggi i giudici di secondo grado hanno confermato il non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato sulla vicenda del sequestro di Abu Omar.

Il generale Nicolo’ Pollari, ex direttore del Sismi, e’ “molto soddisfatto” per la sentenza del processo milanese d’appello sulla vicenda del sequestro di Abu Omar, che ha confermato per lui il non luogo a procedere per l’esistenza del segreto di Stato.

Lo ha spiegato il suo legale, l’avvocato Nicola Madia, che lo ha sentito telefonicamente subito dopo la lettura del dispositivo.

“Pollari – ha spiegato l’avvocato – e’ molto soddisfatto, perche’ ha allontanato l’amaro calice, perche’ avrebbe potuto andare incontro a una condanna anche da innocente”.

L’avvocato ha poi chiarito che Pollari “avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza nel processo, se la vicenda non fosse stata coperta dal segreto di Stato”.

“Siamo molto soddisfatti – ha spiegato il legale – perche’ la Corte ha accolto la tesi del segreto di Stato”. Secondo l’avvocato, inoltre, se sulla vicenda non ci fosse il segreto di Stato per Mancini “ci sarebbe stata l’assoluzione, perche’ c’erano prove a discolpa. Noi comunque rispettiamo il segreto di Stato”.

L’Italia del cemento – La fermata – Voglioscendere

Fonte: L’Italia del cemento – La fermata – Voglioscendere.

di Ferruccio Sansa16 Dicembre 2010

Il bel Paese sta scomparendo e la bolla speculativa è dietro l’angolo. La colata grigia arricchisce i grandi industriali e impoverisce la nazione affossando il turismo

L’Italia, è ancora il bel Paese?
Il cemento è la forma di arricchimento più immediata, più semplice, meno sofisticata che richiede meno tecnologia e meno competenze. E’ la forma di economia più primitiva, direi, perché ha consentito e consente di arricchirsi a soggetti che non vogliono investire in tecnologia, che non vogliono investire in qualificazione dei lavoratori e permette, purtroppo, di lavare il denaro guadagnato in modo non sempre lecito alle società legate alle associazioni criminali.
Il cemento è l’intreccio intorno al quale tutto questo ruota. L’Italia è un punto di non ritorno. C’è stata la grande rapalizzazione, la grande colata di cemento degli anni 60/70, quando la gente però era alla ricerca della prima casa, quando qualcuno forse cercava di mettere da parte i soldi e aveva messo da parte i soldi per la seconda casa, un mini appartamento al mare. Oggi è molto diverso. Questa è una cementificazione che arricchisce soltanto le tasche dei più ricchi e che porta poco, pochissimo, alla gente comune.

Ogni giorno, soltanto nella Pianura Padana – che la Lega reputa una delle madri culturali della nostra Nazione – ci mangiamo l’equivalente di 20 campi di calcio al giorno che vengono rubati alla vegetazione per finire al cemento. L’Italia in 20 giorni consuma tanto spazio verde quanto ne consuma la Germania in un anno. E va ricordato che la Germania è più grande dell’Italia. Questi sono già due dati che dovrebbero farci riflettere. …

Ci sono alcuni elementi che sono la molla che viene spesso usata per sostenere che bisogna costruire. Fra questi: “si costruisce perché c’è bisogno di case”. Falso, in Italia si costruisce per alimentare la speculazione con dei risultati devastanti. In Italia in molte regioni sta per scoppiare una bolla speculativa immobiliare simile a quella della Spagna e a quella della Florida. Simile a quella dell’Irlanda dove oggi ci sono 300 mila case vuote. Andate nella riviera del Brenta, vicino a Venezia. Era una delle zone più belle d’Italia dove andavano Tintoretto, Tiziano, scrittori italiani, Meneghello è di quelle parti, andate a vedere cosa è rimasto di questo, ci sono interi paesi nuovi dove non abita nessuno, sulle porte ovunque la scritta “vendesi”.
Perché? Perché il Veneto del Presidente della Regione Galan che è stato il più grande cementificatore forse del centro-destra italiano degli ultimi decenni, per questo è stato promosso Ministro dell’Agricoltura.
In Veneto hanno costruito case per 800 mila abitanti, quando la popolazione è aumentata soltanto di 280 mila. Cosa vuole dire? Vuol dire che ci sono centinaia e centinaia di migliaia di case vuote.
Cosa ci dicono ancora: “costruiamo per la gente che ha bisogno”. Falso, pure questo. Perché in Germania, in Francia, in Gran Bretagna soprattutto, fino a un quarto delle case (il 23%) sono destinate all’edilizia convenzionata popolare. In Inghilterra per avere 23 case convenzionate, se ne fanno 100. In Italia solo il 4% delle case è destinato all’edilizia convenzionata, questo fa capire il motivo per cui in Italia c’è questo paradosso: ci sono tantissime case molto più che altrove e ci sono meno case per chi ha bisogno.
Chi guadagna col cemento? Non certo il cittadino comune, perché la principale ricchezza in un’Italia che ha delle gravi difficoltà industriali in questo momento, è la bellezza del nostro Paese, è il turismo. Il turismo rappresenta il 15% del Pil italiano, molto più dell’edilizia.
Questo significa che se continuiamo a costruire, ci troveremo in un Paese che non è più bello, che non regge il confronto con altri paesi. E allora, chi di guadagna? Ci guadagnano essenzialmente i grandi imprenditori che si buttano in questa operazione. E qui bisogna fare i nomi, bisogna andare a vedere chi c’è dietro a questa operazione. Purtroppo in Italia gli unici a mettere i nomi in questa battaglia del cemento sono i cittadini comuni, sono ex bancari, pensionati, ragazzi, universitari, che si battono contro il cemento, fondano comitati, mettono la loro faccia, il loro nome e cognome e rischiano davvero. I politici ne stanno alla larga. Mi è rimasta impressa una lettera di un ex Presidente di Provincia di Venezia, che diceva alla sua collega: in pubblico prendiamo una posizione, in privato stai tranquilla che ti sosterrò per realizzare questo progetto. I politici non ci mettono la faccia, ma soprattutto non ci mettono la faccia gli imprenditori, nascosti dietro scatole cinesi per cui alla fine è difficile sapere chi costruisce davvero. Ma sono proprio i comitati ai cittadini ,che ormai si sono trasformati in detective, a svelare chi muove le leve della cementificazione.
Per esempio: la famiglia Benetton è una famiglia che nonostante abbia spesso tentato di presentarsi come una famiglia legata all’economia moderna, amica dell’ambiente, ha investito tantissimo nell’autostrada Livorno – Civitavecchia, contestatissima perché spazzava via 100 antiche cascine della maremma. E’ un’autostrada legata alla società della Famiglia Benetton.
A Capo Malfatano in Sardegna la famiglia Benetton insieme con il Monte dei Paschi di Siena, altra banca molto amica del cemento, sta realizzando una cementificazione con alberghi a 5, 6, 10 stelle in una zona che era assolutamente selvaggia, tra le più belle del mondo e dove sono anche emersi dei reperti archeologici.

Non importa, si costruisce lo stesso. Si compra la terra a peso d’oro dai poveri pastori che c’erano attaccati con le unghie e con i denti da decenni, li si fa andare via e si porta il turismo ricco, perché i pastori non sono belli da vedere e ti rompono le scatole quando devi costruire un albergo.
Queste persone ci guadagnano. Ci guadagnano i Marcegaglia che qui a Capo Malfatano dovrebbero alla fine gestire le strutture e anche alla Maddalena. Sono questi quelli a guadagnare con la colata del cemento. I grandi nomi dell’industria.