Archivi del giorno: 17 dicembre 2010

Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche

Fonte: Sole Attivo: Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche.

Il prof. Stefano Montanari, direttore scientifico del Laboratorio Nanodiagnostica – Modena, alla domanda sulle scie chimiche, afferma:
Quando tiro su gli occhi, queste scie le vedo, eh c’è poco da fare, io a volte vedo il cielo a scacchi, lo vedo un po’ dappertutto. Su questo credo che non ci siano dubbi.
Per dire se questa roba fa bene o fa male – intanto ‘ fa bene’ direi subito di no, ma questo lo dico proprio come preconcetto perché il fumo non fa mai bene, mai, che sia una sigaretta che una scia chimica, non fa bene, tanto che gli animali rifuggono il fumo; siamo solo noi che non lo rifuggiamo.
Io per dire, per dire se questa roba fa bene o fa male.. io devo sapere che cos’è questa roba; non lo so; non lo so. La gente mi dice : “è quella cosa che io ho visto per terra..”; ma io non posso sapere se è vero, se quella roba che hai visto per terra viene dalla scia chimica, viene da una fabbrica, viene da….non lo so.
L’unica cosa che si può fare, e che è tecnicamente possibile, è prelevare un campione di scia chimica; tecnicamente è possibilissimo.
Esistono degli aerei, particolari, che si affittano, si segue quell’aereo e si prende un campione di aria – un campionatore di aria costa 2.000 euro quindi è un apparecchietto semplicissimo – a me basta un campione di quell’aria e allora posso dire qualcosa; senza di questo non posso dire…”


http://it.truveo.com/Montanari-Inceneritori-e-scie-chimiche/id/4170192500.


fonte: http://www.cieliliberi.blogspot.com/

visita il sito del prof. Stefano Montanari: http://www.stefanomontanari.net

Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana

Le azioni degli infiltrati provocatori non sono degne di una democrazia, che schifo!

Fonte: Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana.

di Marco Barone – 15 dicembre 2010
La giornata di oggi, positiva per la grande reazione di piazza, negativa ma forse scontata per l’esito del voto alla Camera è stata caratterizzata da scontri di piazza di grande consistenza. Guardando le foto pubblicate su vari siti però si nota qualcosa d’interessante.

Il contesto ruota intorno alla vicenda del finanziere con la pistola in mano. Pistola che per foruna non ha esploso nessun colpo.

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Guardate ora il ragazzo con il giubbotto marrone chiaro, a destra, indossa anche una sciarpa bianca. Come si nota nella foto è schierato dalla parte dei manifestanti.

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Guardate ora questa foto. Lo stesso ragazzo in pochi attimi con la sciarpa bianca si copre il viso, si copre il capo con il cappuccio del giubbotto, ma, ecco il ma, dal nulla spunta come per magia un manganello e non è più schierato dalla parte dei manifestanti.

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Ma nella stessa foto noterete che un finanziere picchia con il manganello un ragazzo che ha nella mano una radio mobile trasmittente. Certamente non è un manifestante, o quanto meno è poco credibile che lo sia.

Nella foto che segue si nota ancora più chiaramente come il finanziere cerchi di picchiare un suo probabile collega.

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Con ciò non voglio sminuire l’importanza della reazione di piazza di oggi 14 dicembre 2010.

Con ciò però è necessario evidenziare come la scuola G8 è ancora viva, come il tentativo di infiltrare agenti provocatori nelle manifestazioni è elemento ancora utilizzato dalle forze dell’ordine.
Forse oggi cercavano il morto tanto sospirato ed atteso da alcune forze politiche di governo.
Non è successo, per oggi almeno.

Fonte: gliitaliani.it

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Altro articolo sullo stesso argomento su ANELLIDIFUMO’S BLOG.

Cosa ci fa un finanziere con la pistola in mano tra i manifestanti? – Le foto dello scandalo « Il Post Viola

Fonte: Cosa ci fa un finanziere con la pistola in mano tra i manifestanti? – Le foto dello scandalo « Il Post Viola.

Non dovrebbe mai accadere che in una manifestazione, per quanto problematica come quelle di oggi a Roma, un esponente delle forze dell’ordine giri con una pistola in mano tra i manifestanti.  Poteva finire male.

Osservate bene la foto: c’è un tizio col cappuccio grigio tra i facinorosi in prima fila.

Una seconda foto mostra lo stesso finanziere che, una volta rialzatosi, viene soccorso amorevolmente da un giovane col cappuccio grigio (il “facinoroso” in prima fila che poco prima lo “aggrediva”) che vorrebbe sembrare un manifestante di quelli tosti: imbavagliato e incappucciato. Ma notate il guanto del presunto manifestante col cappuccio grigio: è quello in dotazione alla Guardia di Finanza. Ora ci chiediamo: come si fa a distinguere un vivace manifestante da un esponente delle forze dell’ordine infiltrato tra i dimostranti? E soprattutto, se infiltrato, con quale mandato?

In questa foto, sempre il “facinoroso” in prima fila col cappuccio grigio, quello che soccorrerà il finanziere. Sulla destra notate un altro facinoroso” col giubbotto beige che poco dopo rivedremo brandire indisturbato un  manganello e un paio di manette.

In una quarta foto si vede un altro presunto manifestante (il “facinoroso” con giubbotto beige) con un paio di manette ciondolanti e un manganello. Non vorremmo che in questa sequenza di violenza, alla fine, siano presenti più infiltrati che autentici manifestanti.

E adesso (scioccante) guardate dov’era poco prima il facinoroso col giubbotto beige:tra i black bloc con un bastone in mano

Il facinoroso col giubbotto beige e il bastone in mano adesso impugna magicamente un manganello!

Insomma criminalizzano gli studenti e la verità è solo una: erano finanzieri in divisa contro finanzieri infiltrati. Una scandalosa fiction su cui chiediamo risposte immediate.

AGGIORNAMENTO: SECONDO L’AP COM ANCHE L’UOMO GIACCA A QUADRI (ALTRO INFILTRATO) È UN COLLEGA DEL FINANZIERE (COME VOLEVASI DIMOSTRARE)

Qui, l’infiltrato giacca a quadri che poco prima soccorreva il finanziere con la pistola si intrattiene con l’uomo col giubbotto beige che adesso impugna, indisturbato, manganello e manette.

LE CONTRADDIZIONI DELLA GUARDIA DI FINANZA SULL’EPISODIO

La precisazione ufficiale della GDF: “La Guardia di Finanza non lavora mai in abiti civili”

«Tutte le persone che circondano il finanziere aggredito che ha in mano la pistola sono dimostranti». E’ quanto precisano fonti della Guarda di Finanza dopo che alcune agenzie di stampa avevano diffuso, a commento delle foto che ritraggono un militare delle Fiamme Gialle che ha estratto l’arma durante gli scontri di Roma, la notizia che tra i finanzieri impiegati in servizio di ordine pubblico vi fossero agenti in borghese impegnati a proteggere il collega aggredito. «La Guardia di Finanza non lavora mai in abiti civili in situazioni di ordine pubblico», hanno aggiunto le stesse fonti. (Dal Corriere della Sera)

Dal comando generale della Guardia di Finanza: “Il militare è stato sottratto dalla furia dei civili grazie all’intervento dei colleghi, alcuni in divisa, alcuni in abiti civili”

«Poi sono arrivati gli altri suoi compagni, che l’hanno portato via insieme a loro. Anche i manifestanti, a questo punto, si sono lentamente allontanati», dice Montani. Dal comando generale della Guardia di finanza spiegano che il militare «era impegnato a difendere l’arma d’ordinanza che i manifestanti volevano sottrargli. La stessa sequenza fotografica – aggiungono – non lascia dubbi: il finanziere, aggredito da decine di facinorosi, era stato già privato del casco e della radio, e i manifestanti volevano impossessarsi della pistola. Ha coraggiosamente difeso l’arma, senza mai farne uso, ed è stato sottratto dalla furia dei teppisti grazie all’intervento dei colleghi, alcuni in divisa, altri in abiti civili». Il Messaggero

ULTIM’ORA 15/12 – Il giudice: “L’uomo col giubbotto beige non risulta tra gli arrestati”

LE NOSTRE 10 DOMANDE A MARONI

Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura

Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura.

Finora nella saga di WikiLeaks tutta l’attenzione si è concentrata attorno al suo fondatore Julian Assange, ma pochissimi si sono chiesti che fine abbia fatto Bradley Manning, il militare di 22 anni che ha messo in imbarazzo il Pentagono divulgando i “war logs” sui crimini di guerra americani in Afghanistan e in Iraq (ha fatto il giro del mondo su YouTube il video – intitolato “Collateral Murder” – dell’assassinio di civili tra cui alcuni giornalisti Reuters a Baghdad da parte di un caccia Usa). Non si sa se sia lui la fonte anche del “cablegate” diplomatico (Assange rispondendo a una domanda in una chat al Guardian settimana scorsa ha detto “se una delle fonti dei cable fosse Manning, allora sarebbe doppiamente un eroe”).

Nonostante WikiLeaks abbia protetto Manning mantenendo il suo anonimato, il giovane analista militare esperto di computer si è fatto beccare dal Pentagono attraverso una chat (di cui la rivista Wired ha i testi completi, ma secondo Salon non li sta colpevolmente pubblicando) ed è stato arrestato. Da allora, silenzio stampa.

Ma abbiamo finalmente sue notizie oggi:

Glenn Greenwald sul webmagazine Salon ha scritto un lungo reportage sul carcere militare dei marines americani a Quantico, in Virginia, dove Manning è rinchiuso in isolamento da cinque mesi senza essere stato ancora nemmeno incriminato.  Secondo una fonte di Greenwald, Manning, che ha già scontato due mesi di prigione militare in Kuwait prima di essere trasferito a Quantico, è un “detenuto speciale” sotto stretta sorveglianza, nonostante si comporti da prigioniero modello. Per 23 ore al giorno, Manning è tenuto in isolamento, senza un cuscino nè lenzuola nè accesso alle notizie e non gli viene concesso di fare ginnastica, condizioni che “probabilmente creano danni psicologici di lunga durata”.

Commenta il New York Magazine: “Aspettate un attimo, volete dire che secondo Greenwald il governo Usa è disposto ad andare contro la legge e a fare giochini psicologici con chi considera una minaccia alla sicurezza nazionale?” e linka a un dossier online su tutte le torture perpetrate dal governo americano negli anni.

Nel resoconto di Salon, emerge un pensiero candido del ragazzo-hacker Manning e del perchè ha deciso di spedire i documenti di quelli che a lui sono sembrati orribili crimini di guerra a WikiLeaks. Alla domanda su come mai non ha venduto le informazioni a qualche Paese nemico degli Usa, ha risposto: “Credo che l’informazione debba essere libera e gratuita, appartiene al pubblico dominio, un altro Stato si sarebbe approfittato di quelle informazioni per averne un vantaggio, ma se le informazioni sono aperte…a disposizioni di tutti… diventano un bene pubblico”.

Daniel Ellsberg (quello che tutti considerano oggi l’eroe dei Pentagon Papers) scrive su Democracy Now che Manning è un eroe. Ma, indipendentemente dal giudizio sul suo operato, una cosa è certa: non è degno di una democrazia che sia torturato.

A “condannare” Borsellino non fu solo la trattativa Stato-mafia

Fonte: A “condannare” Borsellino non fu solo la trattativa Stato-mafia.

IL CASO. In un libro firmato da due giornalisti di AntimafiaDuemila, Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo , i retroscena inediti dei giorni che hanno preceduto la strage di via d’Amelio del ‘92.

Di quale trattativa era al corrente Paolo Borsellino? Tre giorni fa, parlando del tg Rai Sicilia, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari non ha mostrato dubbi sull’assassinio del magistrato e sulla strage di via d’Amelio del 1992: «L’accordo ci fu e le nostre indagini, seppure dopo tanti anni, hanno potuto accertare inconfutabilmente che Paolo Borsellino fu informato dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia sin dal 28 giugno». Borsellino – e per Lari è rigoroso il condizionale – potrebbe essere stato ucciso perché intendeva contrastare quell’accordo. Ma un’altra ragione può essere ravvisata nell’ipotesi che «Totò Riina autonomamente abbia deciso di accelerare una strage già programmata, in quanto la trattativa non stava andando in porto». «In ogni caso – precisa il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari – la trattativa, in un senso o nell’altro, ha avuto un ruolo nell’anticipazione della decisione di uccidere Paolo Borsellino».

Secondo Lari, a informare il giudice Borsellino dell’esistenza della trattativa era stata il 28 giugno 1992 Liliana Ferraro, all’epoca capo di gabinetto del ministro Claudio Martelli e collaboratrice di Giovanni Falcone alla direzione Affari penali del Ministero della Giustizia. La Ferraro, peraltro, ha confermato il colloquio con Borsellino durante il processo al generale Mario Mori. Liliana Ferraro è stata interrogata nell’ambito delle nuove indagini sulle stragi del ‘92 perché chiamata in causa da Claudio Martelli durante un’intervista ad Annozero Martelli ha riferito di un incontro avuto dalla Ferraro con Giuseppe De Donno nella settimana del trigesimo della strage di Capaci. Cosa si dissero De Donno e la Ferraro? L’incontro viene ricostruito in “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, libro scritto da Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo per Aliberti editore. Gli autori sono i giornalisti di AntimafiaDuemila che hanno svelato ai pm la foto del carabiniere con in mano la valigetta del magistrato assassinato.

«Posso dire che sicuramente venne al ministero per incontrarmi il capitano De Donno – esordisce la Ferraro – non ricordo esattamente la data, ma ho memoria del fatto che parlai di tale vicenda col dottor Borsellino all’aeroporto di Roma ove lo stesso si trovava unitamente alla moglie, di ritorno da un convegno a Giovinazzo (in provincia di Bari). Mi incontrai col dottor Borsellino perché questi mi chiamò dicendomi che voleva parlarmi e mi diede appuntamento proprio all’aeroporto di Fiumicino. Mi trattenni a colloquio per circa un paio d’ore col dottor Borsellino – continua Liliana Ferraro – e in tale occasione parlai anche dell’incontro che era avvenuto col capitano De Donno qualche giorno prima». Davanti agli inquirenti l’ex direttore degli affari penali sottolinea un dettaglio fondamentale di quell’incontro alla saletta vip dell’aeroporto Leonardo da Vinci. «Riferii a Borsellino la visita di De Donno – sottolinea Liliana Ferraro – lui non ebbe nessuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso e quasi indifferente alla notizia, dicendomi comunque che se ne sarebbe occupato lui».

Ma perché Borsellino non si sorprende per quello che gli sta raccontando la Ferraro? Fino a che punto ne è già a conoscenza? Per molti investigatori e addetti ai lavori la risposta è racchiusa, sottolineano gli autori, nell’incontro tra Borsellino, Mori e De Donno alla caserma Carini il 25 giugno. In quella occasione Borsellino sarebbe verosimilmente stato messo al corrente di una parte della trattativa in corso. Nel libro di Bongiovanni e Baldo, però, si sottolinea come nell’interrogatorio della stessa Ferraro davanti a Gabriele Chelazzi non vi sia alcuna traccia del suo incontro con Giuseppe De Donno. Di quel tema così delicato la Ferraro ne parla a Chelazzi solamente al termine di quell’interrogatorio, rispondendo alla domanda del magistrato sui suoi ricordi dopo la strage di via d’Amelio. Nel verbale riassuntivo del 10 maggio 2002 è la questione del carcere duro a prevalere. Il magistrato fiorentino illustra alla Ferraro che secondo «alcune concrete e recenti indicazioni» i vertici di Cosa Nostra nel periodo che orientativamente coincide con l’inizio delle stragi del ‘93 (maggio 1993) «nutrivano ottimisticamente l’aspettativa che il 41bis, gradualmente, perdesse di attualità fino a diventare uno strumento inutile nelle mani dello Stato, con la conseguente soppressione.

Per quanto riguardava le dinamiche decisionali all’interno del Ministero in tema di 41 bis – si legge nel documento – dal momento che il Ministro aveva riservato a sé l’adozione dei provvedimenti, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interloquiva direttamente con il Ministro stesso». Chelazzi si sofferma sul contenuto di una nota a firma del Vicedirettore dell’Ufficio detenuti reparto M.S. del 29 luglio del 1993 e sottopone alla dott.ssa Ferraro quelli che a suo parere sono i punti che «almeno programmaticamente richiedono ulteriore approfondimento». Quell’annotazione a suo tempo non era stata indirizzata a tutte le strutture di vertice delle Forze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza erano stati esclusi. Nel verbale viene evidenziato il fatto che la nota «attesti non controvertibilmente che il Dap cercava un’interlocuzione esterna in vista delle proroghe dei decreti che scadevano alla fine del mese successivo, diversamente dalle scadenze, di pochi giorni prima peraltro, del 20-21 luglio». Nel documento viene ugualmente sottolineato come il Dipartimento «si ripromettesse di proporre le proroghe non per tutti i detenuti gravati dal 41 bis ma chiedesse di conoscere le valutazioni di ordine generale (anche con chiaro, seppur implicito, a parere del pm, riferimento ai fatti di strage di poche ore prima) e anche di origine oggettivo, a valle tuttavia della individuazione di alcuni soggetti che sarebbero rimasti esclusi dalla proposta di proroga».

La visione d’insieme appare subito inquietante. Su quali tavoli in quel periodo si stava giocando la partita del 41bis? E a quale prezzo? Chelazzi vuole vederci chiaro e sottopone alla Ferraro un’altra nota questa volta del 29 luglio 1993. Il pm fiorentino formula una serie di osservazioni a partire dalla circostanza che «essa attesta l’esistenza di un 41 bis a due velocità». Liliana Ferraro replica affermando di non ricordare «che ci fosse un 41 bis attenuato parallelo al 41 bis di rigore». Ma i dubbi che la merce di scambio nella trattativa ruotasse proprio attorno alle proroghe del carcere duro sono tutt’altro che fugati. In merito ai contatti della Ferraro con l’allora colonnello Mori è lo stesso Chelazzi a indicare gli appuntamenti dell’ex collaboratrice di Falcone con l’ufficiale dei carabinieri riportati nell’agenda di quest’ultimo. «La dottoressa Ferraro – si legge nel verbale – fa presente che questi incontri con il colonnello Mori non si ridussero certo a quello documentato nell’annotazione del 21 ottobre (1992, nda)», aggiungendo poi di non ricordare «la specifica ragione a base di quell’incontro».

Cinque mesi dopo è Claudio Martelli a sedersi di fronte al magistrato di Firenze impegnato su un filone di indagini sui mandanti esterni delle stragi del ‘93. Gabriele Chelazzi rappresenta a Martelli che le attività investigative «volte a chiarire tutte le articolazioni della strategia» (stragista, ndr) e finalizzate ad individuare le eventuali ulteriori responsabilità penali «hanno consentito di mettere a fuoco una sorta di interdipendenza tra la strategia di Cosa Nostra e le deliberazioni che nel corso del tempo hanno alimentato la strategia medesima (da una parte) e l’orientamento che ha alimentato la gestione e l’applicazione del 2°comma dell’art. 41 bis da parte delle istituzioni dello Stato e in particolare da parte del Ministro di Grazia e Giustizia».

Martelli non batte ciglio e ricostruisce la genesi dell’emanazione dei primi provvedimenti dell’applicazione del carcere duro successivi alla strage di via d’Amelio, passando attraverso gli scenari socio-politici di quel periodo storico. Durante l’interrogatorio Gabriele Chelazzi fa presente a Martelli come dalle indagini sia emerso che il «vertice delle stragi officiò un’interfaccia, nella persona di un esponente politico con mandato parlamentare, al fine di monitorare, salvo se anche condizionare, la “gestione amministrativa” del 41bis». Nel documento si legge che «il pm omette il nome della persona in questione». L’ex ministro esclude «che la situazione possa coniugarsi a qualcosa di cui sia a conoscenza», per poi concludere precisando di non aver mai conosciuto l’ex colonnello Mori.

È un dato di fatto che Gabriele Chelazzi avrebbe voluto risentire Liliana Ferraro per approfondire il tema dell’incontro con De Donno e molto probabilmente avrebbe risentito anche Claudio Martelli, ma un infarto nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2003 ha posto fine prematuramente alla sua vita. Per la cronaca c’è da dire che Nicolò Amato lascia frettolosamente il vertice del Dap il 4 giugno del ‘93 per essere sostituito da Adalberto Capriotti. Nel frattempo l’ex Capo della Polizia, Vincenzo Parisi è deceduto. E su quell’ipotesi di “garantismo” di Nicolò Amato nei confronti del carcere duro, così come su quella sua collaborazione con l’ex Capo della Polizia Vincenzo Parisi in una materia tanto delicata come l’applicazione del 41bis, resta ancora da capire se si possa aprire o meno una nuova pista d’indagine sui mandanti esterni.

Fonte Terranews.it

Pollari e Mancini prosciolti grazie al segreto di Stato

Fonte: Antimafia Duemila – Pollari e Mancini prosciolti grazie al segreto di Stato.

La corte d’Appello di Milano decide in sostanza come aveva fatto il Tribunale, confermando che l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il funzionario dello stesso servizio Marco Mancini non sono giudicabili per il sequestro di Abu Omar a causa del segreto di Stato, apposto sia dal golverno Prodi sia dal governo Berlusconi e confermato dalla Corte Costituzionale.

I giudici di secondo grado riformando parzialmente il verdetto del giudice monocratico Oscar Magi aumentano le pene per i 23 agenti della Cia, dal momento che hanno “tagliato” le attenuanti generiche. 22 condanne passano da 5 a 7 anni e quella di Bob Lady, capo della stazione di Milano del servizio, passa da 8 a 9 anni.

Un’altra modifica riguarda Pio Pompa, collaboratore di Pollari e responsabile dell’archivio di via Nazionale a Roma, e Luciano Seno. Per entrambi, imputati solo di favoreggiamento, c’è uno sconto di pena, da 3 anni a 2 anni e 8 mesi e soprattutto non dovranno risarcire in solido con gli altri imputati Abu Omar (un milione di euro) e la moglie (mezzo milione).

Pollari, attraverso il suo difensore Nicola Madia, fa sapere di essere “soddisfatto” per la sentenza. Per Mancini parla il legale Luigi Panella che dice: “Non doveva nemmeno essere celebrato l’Appello. Era stato molto chiaro il Tribunale alla luce della decisione della Corte Costituzionale”.

“E’ stato dichiarato anche in secondo grado che questo processo non si poteva fare, perche’ c’e’ il segreto di Stato”. E’ il commento dell’avvocato Luigi Panella, difensore dell’ex numero due del Sismi, Marco Mancini, per cui oggi i giudici di secondo grado hanno confermato il non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato sulla vicenda del sequestro di Abu Omar.

Il generale Nicolo’ Pollari, ex direttore del Sismi, e’ “molto soddisfatto” per la sentenza del processo milanese d’appello sulla vicenda del sequestro di Abu Omar, che ha confermato per lui il non luogo a procedere per l’esistenza del segreto di Stato.

Lo ha spiegato il suo legale, l’avvocato Nicola Madia, che lo ha sentito telefonicamente subito dopo la lettura del dispositivo.

“Pollari – ha spiegato l’avvocato – e’ molto soddisfatto, perche’ ha allontanato l’amaro calice, perche’ avrebbe potuto andare incontro a una condanna anche da innocente”.

L’avvocato ha poi chiarito che Pollari “avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza nel processo, se la vicenda non fosse stata coperta dal segreto di Stato”.

“Siamo molto soddisfatti – ha spiegato il legale – perche’ la Corte ha accolto la tesi del segreto di Stato”. Secondo l’avvocato, inoltre, se sulla vicenda non ci fosse il segreto di Stato per Mancini “ci sarebbe stata l’assoluzione, perche’ c’erano prove a discolpa. Noi comunque rispettiamo il segreto di Stato”.

L’Italia del cemento – La fermata – Voglioscendere

Fonte: L’Italia del cemento – La fermata – Voglioscendere.

di Ferruccio Sansa16 Dicembre 2010

Il bel Paese sta scomparendo e la bolla speculativa è dietro l’angolo. La colata grigia arricchisce i grandi industriali e impoverisce la nazione affossando il turismo

L’Italia, è ancora il bel Paese?
Il cemento è la forma di arricchimento più immediata, più semplice, meno sofisticata che richiede meno tecnologia e meno competenze. E’ la forma di economia più primitiva, direi, perché ha consentito e consente di arricchirsi a soggetti che non vogliono investire in tecnologia, che non vogliono investire in qualificazione dei lavoratori e permette, purtroppo, di lavare il denaro guadagnato in modo non sempre lecito alle società legate alle associazioni criminali.
Il cemento è l’intreccio intorno al quale tutto questo ruota. L’Italia è un punto di non ritorno. C’è stata la grande rapalizzazione, la grande colata di cemento degli anni 60/70, quando la gente però era alla ricerca della prima casa, quando qualcuno forse cercava di mettere da parte i soldi e aveva messo da parte i soldi per la seconda casa, un mini appartamento al mare. Oggi è molto diverso. Questa è una cementificazione che arricchisce soltanto le tasche dei più ricchi e che porta poco, pochissimo, alla gente comune.

Ogni giorno, soltanto nella Pianura Padana – che la Lega reputa una delle madri culturali della nostra Nazione – ci mangiamo l’equivalente di 20 campi di calcio al giorno che vengono rubati alla vegetazione per finire al cemento. L’Italia in 20 giorni consuma tanto spazio verde quanto ne consuma la Germania in un anno. E va ricordato che la Germania è più grande dell’Italia. Questi sono già due dati che dovrebbero farci riflettere. …

Ci sono alcuni elementi che sono la molla che viene spesso usata per sostenere che bisogna costruire. Fra questi: “si costruisce perché c’è bisogno di case”. Falso, in Italia si costruisce per alimentare la speculazione con dei risultati devastanti. In Italia in molte regioni sta per scoppiare una bolla speculativa immobiliare simile a quella della Spagna e a quella della Florida. Simile a quella dell’Irlanda dove oggi ci sono 300 mila case vuote. Andate nella riviera del Brenta, vicino a Venezia. Era una delle zone più belle d’Italia dove andavano Tintoretto, Tiziano, scrittori italiani, Meneghello è di quelle parti, andate a vedere cosa è rimasto di questo, ci sono interi paesi nuovi dove non abita nessuno, sulle porte ovunque la scritta “vendesi”.
Perché? Perché il Veneto del Presidente della Regione Galan che è stato il più grande cementificatore forse del centro-destra italiano degli ultimi decenni, per questo è stato promosso Ministro dell’Agricoltura.
In Veneto hanno costruito case per 800 mila abitanti, quando la popolazione è aumentata soltanto di 280 mila. Cosa vuole dire? Vuol dire che ci sono centinaia e centinaia di migliaia di case vuote.
Cosa ci dicono ancora: “costruiamo per la gente che ha bisogno”. Falso, pure questo. Perché in Germania, in Francia, in Gran Bretagna soprattutto, fino a un quarto delle case (il 23%) sono destinate all’edilizia convenzionata popolare. In Inghilterra per avere 23 case convenzionate, se ne fanno 100. In Italia solo il 4% delle case è destinato all’edilizia convenzionata, questo fa capire il motivo per cui in Italia c’è questo paradosso: ci sono tantissime case molto più che altrove e ci sono meno case per chi ha bisogno.
Chi guadagna col cemento? Non certo il cittadino comune, perché la principale ricchezza in un’Italia che ha delle gravi difficoltà industriali in questo momento, è la bellezza del nostro Paese, è il turismo. Il turismo rappresenta il 15% del Pil italiano, molto più dell’edilizia.
Questo significa che se continuiamo a costruire, ci troveremo in un Paese che non è più bello, che non regge il confronto con altri paesi. E allora, chi di guadagna? Ci guadagnano essenzialmente i grandi imprenditori che si buttano in questa operazione. E qui bisogna fare i nomi, bisogna andare a vedere chi c’è dietro a questa operazione. Purtroppo in Italia gli unici a mettere i nomi in questa battaglia del cemento sono i cittadini comuni, sono ex bancari, pensionati, ragazzi, universitari, che si battono contro il cemento, fondano comitati, mettono la loro faccia, il loro nome e cognome e rischiano davvero. I politici ne stanno alla larga. Mi è rimasta impressa una lettera di un ex Presidente di Provincia di Venezia, che diceva alla sua collega: in pubblico prendiamo una posizione, in privato stai tranquilla che ti sosterrò per realizzare questo progetto. I politici non ci mettono la faccia, ma soprattutto non ci mettono la faccia gli imprenditori, nascosti dietro scatole cinesi per cui alla fine è difficile sapere chi costruisce davvero. Ma sono proprio i comitati ai cittadini ,che ormai si sono trasformati in detective, a svelare chi muove le leve della cementificazione.
Per esempio: la famiglia Benetton è una famiglia che nonostante abbia spesso tentato di presentarsi come una famiglia legata all’economia moderna, amica dell’ambiente, ha investito tantissimo nell’autostrada Livorno – Civitavecchia, contestatissima perché spazzava via 100 antiche cascine della maremma. E’ un’autostrada legata alla società della Famiglia Benetton.
A Capo Malfatano in Sardegna la famiglia Benetton insieme con il Monte dei Paschi di Siena, altra banca molto amica del cemento, sta realizzando una cementificazione con alberghi a 5, 6, 10 stelle in una zona che era assolutamente selvaggia, tra le più belle del mondo e dove sono anche emersi dei reperti archeologici.

Non importa, si costruisce lo stesso. Si compra la terra a peso d’oro dai poveri pastori che c’erano attaccati con le unghie e con i denti da decenni, li si fa andare via e si porta il turismo ricco, perché i pastori non sono belli da vedere e ti rompono le scatole quando devi costruire un albergo.
Queste persone ci guadagnano. Ci guadagnano i Marcegaglia che qui a Capo Malfatano dovrebbero alla fine gestire le strutture e anche alla Maddalena. Sono questi quelli a guadagnare con la colata del cemento. I grandi nomi dell’industria.

La lobby di Dio – Ferruccio Pinotti

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La lobby di Dio – Ferruccio Pinotti.

Ieri a Roma la voce della Chiesa era assente. Cristo e San Francesco, don Ciotti e padre Zanotelli erano altrove. Le strade della Capitale erano piene di urla, di minacce e di roghi, di manganelli e di sanpietrini, di rabbia popolare e di repressione. Il Vaticano era troppo occupato in Parlamento. Non portava paramenti sacri, né predicava insegnamenti evangelici. I cardinali avevano il volto di Berlusconi, di Tremonti, ma anche di Casini e di Bersani. Una Chiesa di governo e di opposizione, ubiqua in ogni partito nel nome di interessi concreti, terreni, di natura economica e non spirituale. Di affari di 70 miliardi di euro all’anno benedetti dallo Spirito Santo nella forma di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere. Don Giussani, il fondatore di CL, voleva portare la Chiesa nella società. I suoi successori hanno trasformato la Chiesa in una società per azioni.
Intervista a Ferruccio Pinotti, giornalista d’inchiesta e autore di Lobby di Dio

I tentacoli di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere
“Sono Ferruccio Pinotti, un giornalista di inchiesta. In questi anni mi sono occupato di indagini scottanti su temi come l’Opus Dei, la morte di Calvi, la massoneria, il rapporto tra Berlusconi e il Vaticano. Con questa nuova inchiesta “Lobby di Dio“, la prima su Comunione, Liberazione e la Compagnia delle Opere (CdO), ho affrontato il tema del potere di CL nella società e nell’economia italiana. CL è un mondo in crescita. Nato nel 1954 da un’intuizione di Don Luigi Giussani, ha creato a poco a poco una lobby politica, religiosa, economica e finanziaria,una lobby forte negli affari, attraverso la DdO una realtà che associa 34 mila imprese per un fatturato stimato in almeno 70 miliardi di Euro, che ha rapporti con le principali banche italiane attraverso intese che consentono agli associati della CdO un accesso facilitato al credito, una realtà che conduce e guida, manu militari, una Regione che ha un bilancio pari o superiore a quello di molti Stati del nord Europa, come la Lombardia, con un bilancio di 24,9 miliardi di Euro, ma anche una realtà, CL e CdO, che sta colonizzando vaste aree del Paese come la Calabria, la Sicilia, il Lazio e tante altre realtà italiane, dove i suoi affari sono sempre di più in crescita.
Dietro CL c’è una potente lobby di politici, di imprenditori, di banchieri, basti dire che al meeting di CL è andato quest’anno l’amministratore delegato della FIAT, Marchionne, che non ha esitato a dire “Voi siete il futuro, il futuro è nelle vostre mani“. Vi sono big della politica come Silvio Berlusconi, ministri molto importanti attenti a CL, come Tremonti, vi sono banchieri come Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, vi sono tecnici, professori universitari, potenti giornalisti, simpatizzanti di CL tra i quali senz’altro Bruno Vespa, vi è una nomenclatura vaticana importantissima che vede i Cardinali Cafarra, Scola, Biffi e lo stesso Papa Ratzinger. Quindi dietro CL vi è una lobby di persone molto importanti a cui interessa portare avanti i propri interessi.
CL e CdO sono state chiamate in causa da diverse inchieste giudiziarie, una ha riguardato il cosiddetto scandalo “Oil for food” che ha visto coinvolte alcune persone accusate di avere trafficato petrolio durante il periodo dell’embargo imposto all’Iraq occupato, condanna in primo grado che è stata però risolta attraverso la prescrizione in secondo grado. Un’altra inchiesta ha riguardato gli affari della cosiddetta “Cascina“, un’impresa vicina a CdO e CL che si occupa di appalti, ristorazione, mense collettive, anche qui ci sono state delle condanne in primo grado, però alcuni filoni di inchiesta si sono spenti nel nulla. Un’altra inchiesta in corso riguarda la CdO del Nord – Est i cui vertici, 10 persone, sono state rinviati a giudizio con l’accusa di truffa per l’appropriazione di fondi nazionali e europei per l’organizzazione di corsi di formazione. Va poi citata un’inchiesta molto importante, “Why not?” che ha scoperchiato come il vasto sistema di potere, di relazione, di scambio della CdO abbia colonizzato la Calabria con una rete di rapporti e di favori che sono stati posti sotto la luce dell’inchiesta del magistrato Luigi De Magistris, un’inchiesta fatta a pezzi proprio perché riguardava il mondo di CdO e CL.

CL e il Vaticano (ma anche Berlusconi e Bersani)
Comune e Liberazione ha un forte potere in Vaticano, in quanto è stata sostenuta da Giovanni Paolo II che ne ha dato approvazione nel 1982, ma gode anche del sostegno di Papa Ratzinger, il quale l’ha seguita fin dai tempi in cui era Cardinale, all’interno del Vaticano sono molti i cardinali che proteggono Cl, basti pensare che i cardinali Cafarra e Biffi o al Cardinale Scola, patriarca di Venezia. Questi alti prelati vedono in CL una lobby estremamente docile, utile, pronta a intervenire in sede locale per gli interessi della Chiesa e delle diverse diocesi,un mondo estremamente pratico e operativo riguardo alle esigenze del Vaticane della Chiesa. Un altro aspetto molto importante che riguarda CL e la lobby di Dio è il suo trasversalismo politico, la sua capacità di tessere alleanze da destra e sinistra, esiste infatti uno storico rapporto tra CL e Silvio Berlusconi. Quest’ultimo già nel 1978 inizia a finanziare le attività del “Sabato“, il settimanale ciellino che nasce in chiave anticomunista. E proprio nella villa di via Rovani di Berlusconi si tengono i primi incontri del Sabato che radunano una serie di giovani come Roberto Formigoni e molti altri. Berlusconi è tra i primi a partecipare al meeting di CL che ogni anno viene organizzato a partire dal 1980 e riceve in più occasioni un appoggio pubblico espresso da parte di CL e di CdO quale leader politico di rifermento del movimento nell’ambito di un rapporto tra Berlusconi e il Vaticano che vede CL in una funzione forte di mediazione di interessi che riguardano la scuola e molte aree in cui servono finanziamenti governativi.
Anche Tremonti è sensibile agli interessi di CL, tuttavia CL ha saputo intessere accordi forti anche con il mondo della sinistra, in particolare con Pierluigi Bersani, segretario del PD che ogni anno è presente tra gli ospiti d’onore del meeting di CL. La figura di Bersani è fondamentale per CL in quanto è l’uomo che facilita il rapporto tra le cooperative rosse e le aziende della CdO, ma sono vicini a CL anche il sindaco di Firenze Matteo Renzi e altre figure come Rutelli.

CL e le inchieste
Tra le varie inchieste che si sono avvicinate a CL pur senza portare a coinvolgimenti espressi di figure di CL e di CdO vi è l’inchiesta “Montesiti e Santa Giulia“, un’inchiesta molto complessa che ha riguardato un’area ex Montedison di Milano bonificata su cui doveva sorgere il quartiere Santa Giulia realizzato dall’imprenditore Zunino della società Risanamento, che ha visto strani passaggi di denaro e un interesse della magistratura milanese sulla base della magistratura straniera che si occupava dello smaltimento di rifiuti. Lì è sorto un complesso di indagini sul tema delle bonifiche,un tema molto delicato nel quale vi sono molti interessi e sono stati chiamati in causa imprenditori come Giuseppe Grossi, come Rosanna Gariboldi, detta Lady Abelli in quanto moglie del vicecoordinatore del Pdl, persone ritenute in senso lato vicine o simpatizzanti del mondo di CL e di Roberto Formigoni che ha respinto ogni vicinanza con queste figure, ogni tipo di interesse personale e ha anche mandato di querelare giornalisti che hanno effettuato questo accostamento. Si tratta quindi di vicende oscure tutt’ora al vaglio della magistratura. Oltre a questi aspetti ve ne sono altri che destano preoccupazione in termini di affari e di business, basti pensare che gran parte delle società partecipate della Regione Lombardia, come Infrastrutture Lombarde, Finlombarda, Cestec, Ferrovie Nord, sono guidate da uomini che non fanno mistero di appartenere alla galassia di CL e CdO. Questo suscita delle preoccupazioni perché vi sono business molto importanti in vista come l’Expo 2015 con giganteschi interessi immobiliari in ballo, solamente per Expo 2015 significano 17 miliardi di Euro di investimenti. L’esistenza di un sistema chiuso, composto da uomini di CL che domina la Lombardia, crea preoccupazioni e la necessità di una maggiore attenzione e di una maggiore sorveglianza sulla trasparenza delle procedure di appalto e la libera concorrenza che va garantita.”

La strage di Brescia e l’ombra dei generali | Blog di Giuseppe Casarrubea

Il 21 ottobre scorso, i pm hanno formulato l’accusa di concorso in strage per tutti gli imputati, ad eccezione di Pino Rauti, per il quale è stata chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove. I pm hanno però ribadito il coinvolgimento morale e politico dell’ex segretario del Msi nella strage di Brescia. Il presidente dell’associazione parenti delle vittime della strage, Manlio Milani, vedovo di Livia Bottardi, una delle vittime, ha parlato di reticenze e falsità raccontate da chi avrebbe dovuto, durante il processo, chiarire e dire la verità sull’avvenimento. Milani ha aggiunto che i familiari delle vittime di stragi da sempre combattono con le istituzioni, le quali, invece di tutelarli, si giustificano affermando che non ci sono ancora i regolamenti applicativi che scioglierebbero il segreto di Stato, pur essendo stata approvata la legge da 4 anni!

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Il gesto di Pino Masciari di allora, oggi, si conferma vincente. | Blog degli Amici di Pino Masciari

Fonte: Il gesto di Pino Masciari di allora, oggi, si conferma vincente. | Blog degli Amici di Pino Masciari.

Io sono un Testimone di Giustizia,
ho subito minacce e attentati,
ho visto e non so tacere,
conosco i nomi e li ho denunciati
Sono vivo! Aveva ragione don Pino (ndr Puglisi) “un’altra vita è possibile”
Sono Pino Masciari

Queste le parole di Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, ed Eleonora Diquattro,  pronunciate durante la premiazione della sesta edizione del Premio Puglisi 2010, all’interno di uno scritto pubblicato anche su questo sito.

Chiariamo subito un punto: i sodalizi calabresi continuano ad esercitare una considerevole influenza estorsiva sul territorio. L’estorsione non si limita alle condotte predatorie, ma diviene un adeguato strumento prodromico sul successivo controllo di realtà imprenditoriali ed alla susseguente infiltrazione nel circuito dell’economia. A tenere unito questo “popolo illegale”, di personaggi di diverso profilo, ‘ndranghetisti e collusi, a prescindere dal loro colore politico, è l’affare, il potere.

Questo potere deriva dai comportamenti della società tutta, siamo noi che glielo consentiamo con l’indifferenza, quel girarsi dall’altra parte per non avere problemi. Non sto dicendo che la Calabria è tutta mafiosa- ci tiene a specificare Pino Masciari – a fare la differenza però, sono ancora pochi e isolati esempi di uomini coraggiosi, come ci ricorda il Procuratore Caselli, mentre la maggioranza della popolazione sembra resti a guardare. Bisogna, invece, individuare le mele marce e smascherarle, tutti insieme, nel quotidiano, tenendo sempre gli occhi aperti e non lasciando sole quelle persone che hanno già deciso da che parte schierarsi, diventare a nostra volta quelle persone”.

I numerosi arresti di questi ultimi anni dovrebbero portarci ad una riflessione profonda sul mutamento che ha subito la ‘ndrangheta nel tempo.

Non dobbiamo pensare che con gli arresti, seppur numerosi, sconfiggeremo le mafie – continua Masciari – per ogni mafioso arrestato ve ne sono altri pronti a prendere il suo posto.  Possiamo indebolirla, ma per veder tramontare il suo potere dobbiamo agire anche su altri fattori. Le mafie hanno fatto un investimento nel tempo, hanno investito sui propri figli ed oggi non sono più necessari i vecchi boss, stereotipi dell’immaginario collettivo, oggi i mafiosi sono laureati, sono dottori, ingegneri, uomini dell’alta finanza e industriali, politici e servitori dello Stato. Spostano facilmente ingenti capitali e non sparano, sono intellettuali, uomini e donne colte, inseriti nei posti di comando, difficili da individuare.”

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto e coordinatore della Dda di Reggio Calabria, pochi giorni fa ha detto: «se fuori dalla porta dei pubblici ministeri non ci sono gli imprenditori in fila indiana a denunciare usurai o estorsori, vuol dire che noi non siamo ancora credibili. Che ancora, dal punto di vista giudiziario, non è conveniente denunciare le mafie». Secondo il procuratore aggiunto, in sostanza, «gli imprenditori ritengono ancora più forti le mafie rispetto alle Istituzioni, rispetto allo Stato».

Negli stessi giorni, il presidente della Commissione antimafia calabrese, Salvatore Magarò, ha annunciato la consegna a tutti i sindaci della Calabria di una targa recante la dicitura: “Qui la ‘ndrangheta non entra. I Comuni calabresi ripudiano la mafia in ogni sua forma”.

Ricordiamo che “nell’intera regione – secondo la relazione del primo semestre 2010 della DIA – al 30 giugno, risultano sciolti ed in gestione commissariale, perché condizionati dalla criminalità organizzata, i comuni di Rosarno, San Ferdinando e Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, Sant’Onofrio e Fabrizia in provincia di Vibo Valentia”.

Una mossa di notevole impatto mediatico all’insegna della legalità e della lotta alla criminalità organizzata, quella della Commissione antimafia regionale. Parole che devono, però, essere lo specchio di comportamenti corretti e coerenti, di azioni, di fatti spesi a tutela della collettività, di ognuno di noi che magari poi, quando è chiamato a dare un piccolo contributo alla ricerca di una verità, si chiude.

Sono necessarie anche le targhe e i proclami – dice Pino Masciari – ma prioritariamente ciò che va cambiata è prima di tutto la mentalità, l’approccio antiquato con cui guardiamo al fenomeno della criminalità organizzata. Dobbiamo comprendere che più legalità significa meno costi e più servizi per tutti, dove ci sono mafie ci sono più costi e meno servizi, insomma conviene a tutti cambiare questo stato di cose”.

In Italia siamo sull’orlo di un precipizio, sta venendo meno lo stato sociale perché il sistema ragiona come un’azienda, fa affari cercando di trarne maggiori profitti, e all’interno di questa grande azienda ci sono molti rami marci che vanno estirpati. Non abbiamo alternative se vogliamo dare un futuro ai giovani, uscire dalla crisi come una nazione matura e democratica. Dove c’è la criminalità organizzata non c’è democrazia e rispetto della Costituzione, non si è tutelati nei principi fondamentali come il diritto al lavoro, allo studio, alla pari dignità sociale, è la stessa sovranità popolare a venir messa in discussione”.

L’Europa in questo senso può fare molto e, proprio nei giorni scorsi, il Network Flare insieme all’appello di Libera (a cui anche Pino ha aderito), ha riportato l’attenzione generale su ciò che di concreto si può fare contro la corruzione e le mafie, coordinando le forze e facendo “rete”, insieme: Istituzioni e società civile, avvalendosi di tutte le forze disponibili sui territori e, non di meno, quelle oltre i confini nazionali.

Bisogna che tutti lavoriamo a questo cambiamento, serve mettere in campo politiche di sviluppo, di tutela dei diritti e di formazione. Dico sempre: “loro sono organizzati, noi no” ed è proprio questo che siamo tenuti a fare, partendo dalle scuole, dobbiamo “organizzare il coraggio”. Questo vorrei vedere nella società civile italiana oggi: l’organizzazione delle coscienze.”

Pino Masciari da solo a Reggio Calabria

Ma che governo di mafiosi…

Fonte: Antimafia Duemila – Pino Masciari da solo a Reggio Calabria.

di Stefano Delprete – 17 dicembre 2010
Italia 2010. Siamo al punto di partenza, al punto di molti anni fa, il 1997. C’è una persona che vuole opporsi e denunciare. Che dice chiaramente che la ‘ndrangheta fa schifo e l’unico modo per fermarla è combatterla. Questa persona mette in gioco la sua vita perché sa che è giusto farlo.

Nel 1997 questa persona viene fatta sparire per “motivi di sicurezza”, viene allontanata dalla sua terra, la Calabria, e portata lontana.

La Calabria non lo vuole, perché la Calabria lo ucciderebbe. E così comincia la sua vita nascosta, lontana, città sconosciute, case non sue, luoghi segreti. Tornare in Calabria? Quello no. Là comanda la ‘ndrangheta e lo stato non si sente abbastanza forte da proteggerlo.

Sono passati 14 anni, questa persona ha fatto arrestare circa cinquanta ‘ndranghetisti, ha dovuto rinunciare alla propria vita e al proprio lavoro, ha rinunciato a tutto per motivi di legalità.

Oggi questa persona ha raccontato tutto in un libro, e sta presentando questo lavoro in Italia. Oggi è a Reggio Calabria a parlare di legalità e di lotta alla ‘ndrangheta. Doveva avere una scorta che lo accompagnasse, come succede sempre quando si sposta (perché denunciare la ‘ndrangheta in Italia è pericoloso, chiedete agli imprenditori lombardi…) e invece questa scorta lo accompagna fino alle porte della Calabria, poi lo abbandona…

Quando questa persona arriva in Calabria, il mondo si capovolge, le scorte spariscono, deve dormire da solo, viene lasciato solo. Viene impaurito, intimidito. Ogni volta che questa persona torna in Calabria, lo stato lo abbandona e sembra suggerigli la frase: “Caro Pino Masciari, non sei molto gradito qui da noi, e quando vieni in Calabria faremo di tutti perché il tuo soggiorno sia abbastanza difficile”.

Comanda la paura in Calabria, comanda chi non ha rispetto e chi impone la propria legge contro la legge dello stato. Perché lo stato lì sembra non esserci.

Questa sera Pino Masciari è stato lasciato solo da quella scorta che dovrebbe avere per diritto. Sarà da solo, quando da solo non dovrebbe essere.

Tratto da: pinomasciari.it

Montalto, l’agente ucciso come regalo di Natale

Fonte: Antimafia Duemila – Montalto, l’agente ucciso come regalo di Natale.

di Rino Giacalone – 16 dicembre 2010
Sarà un caso, ma c’è una ferita, in questi giorni che si sente parlare tanto di «trattative» con la mafia, di 41 bis da modificare o revocare, che torna a sanguinare.

È quella causata dalla morte dell’agente di custodia Giuseppe Montalto.
Era il 23 dicembre del 1995. Montalto lavorava all’Ucciardone al braccio del 41 bis, intercettò il passaggio di un «pizzino» e finì nel mirino dei mafiosi, divenendo quell’antivigilia di Natale di 15 anni addietro il «regalo» sotto l’albero per i mafiosi detenuti da parte di quelli liberi. Fu ucciso a contrada Palma davanti gli occhi della moglie, Liliana, e della figlioletta di pochi mesi. Tutti e tre erano in auto, fermi, erano appena saliti in auto uscendo dalla casa di alcuni loro parenti, i killer sbucarono dall’oscurità, condannato all’ergastolo per questo delitto è Vito Mazzara, il sicario che il 2 febbraio dovrà rispondere di un altro delitto quello di Mauro Rostagno.
Cosa viene da dire oggi? Che Montalto come altri suoi colleghi mentre si impegnava a far rispettare le ristrettezze del carcere duro, mettendo a repentaglio la sua vita, altri nello stesso tempo, fuori dalle carceri, si sarebbero preoccupati di togliere o revocare del tutto il 41 bis ai boss mafiosi.
Oppure c’era chi si preoccupava di «annacquare» il 41 bis. Nei primi anni del 2000 una indagine antidroga della Squadra Mobile di Trapani fece scoprire come dalla sua cella il capo mafia di Mazara Mariano Agate, nonostante il 41 bis, era riuscito a tenere le fila di un maxi traffico di cocaina dalla Colombia alla Sicilia. Ma le «intercettazioni» che oggi fanno parte di un processo chiuso, condanne diventate definitive, tradirono anche altro, e cioè che il boss Agate di come veniva applicato quel 41 bis era pure contento, e durante alcuni colloqui con i familiari ricordava loro di congratularsi con alcuni politici. Non ne fece i nomi, ma dall’altra parte gli risposero che avevano capito con chi andare a parlare.
Per non dimenticare l’appello che nell’estate del 2002 il capo mafia Leoluca Bagarella fece durante un processo davanti alla Corte di Assise di Trapani. Bagarella parlò di detenuti stanchi, stanchi di essere strumentalizzati, “vessati e usati come merce di scambio da parte dei politici”. Un proclama contro il 41 bis. Negli anni ’90, dopo le stragi, il ministro della Giustizia Conso cancellò non si sa quanti 41 bis, senza dire nulla a nessuno, nè al presidente del Consiglio Ciampi, nè a quello della Repubblica, Scalfaro, nel 2004, dopo il proclama di Bagarella in un solo giorno furono cancellati 96 provvedimenti di 41 bis, chissà un giorno sarà il caso di parlare anche di questi fatti più recenti, figli della “seconda” Repubblica che non è meno “malata” e meno “invischiata” con la mafia della “prima”.

COME L’ IRLANDA PUO’ COLPIRE I BANCHIERI IMPERIALISTI

Fonte: ComeDonChisciotte – COME L’ IRLANDA PUO’ COLPIRE I BANCHIERI IMPERIALISTI.

DI MIKE WHITNEY
counterpunch.org

Tutto quello che deve fare è votare “No”

La conferenza stampa di venerdì con il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, è risultata essere veramente sbalorditiva. Mentre il Mastro Illusionista Trichet non si è impegnato ad un sostanzioso acquisto di bond (Alleggerimento Quantitativo), come speravano in molti, ha impressionato tutti con i suoi poteri magici. Il Financial Times racconta di quello che è avvenuto con Trichet in questo modo:

“…come Trichet ha cominciato a parlare, le sue truppe della BCE sono entrate nel mercato per comprare più obbligazioni periferiche possibili, in particolare di Portogallo e Irlanda. Ha iniziato ovviamente con offerte dai 10-25 milioni per arrivare a 100 milioni, il che è molto raro.”

Bel trucco, vero? Così mentre Jean-Claude Houdini leggeva mestamente dai gobbi della BCE, i suoi elfi della banca centrale abbassavano il rendimento delle obbligazioni per convincere gli investitori che il contagio era contenuto.

Non male per un bankster di 70 e passa anni senza la minima esperienza nel paranormale. E sembra abbia funzionato, almeno per ora. Ma, a differenza della FED, Trichet non può semplicemente stampare denaro. E’ tenuto a “sterilizzare” l’ acquisto di obbligaizoni e questo significa che dovrà assorbire la liquidità in surplus prodotta dal programma, ed è questa la parte difficile. Se spinge in basso i rendimenti di Irlanda e Portogallo, dovrà pur stringere da qualche altra parte.

I critici di Trichet, come il presidente di Bundesbank Axel Weber, credono che si sia spinto troppo oltre acquistando i bond dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) in difficoltà. Ma i debiti di questi paesi sono saliti alle stelle e stanno velocemente perdondo l’ accesso ai mercati. Più alto sarà il costo del debito, più veloce sarà la scivolata verso il default, che è il vero problema dell’ UE, perchè significherebbe il più grande tracollo economico del continente. Quindi, quale miglior momento per Trichet per tiare un pò le regolle.

Forse Weber non l’ ha notato, ma l’ Unione Europea si sta sgretolando, e se gli elettori Irlandesi respingessero il bilancio nelle elezioni del 7 dicembre, o se la Spagna iniziasse a traballare, le tessere del domino comincerebbero a cadere trascinando il progetto Europeo in un cumulo di macerie. Questo è il motivo per cui Portogallo, Spagna e gli altri stanno contando sulla BCE perchè dia una mano, nonostante l’ implacabile disapprovazione di Berlino. Qui un estratto del Telegraph, che fa un buon riassunto di quello che sta accadendo:

“L’ ex leader spagnolo Felipe Gonzalez ha avvertito che se la Banca Centrale Europea entrasse nel mercato con un massiccio acquisto di bond, il sistema dell’ Unione Economica e Monetaria dell’ Europa Unita sbanderà da un’ emergenza all’ altra fino a che non esplerà….

Arturo de Frias, da Evolution Securities, ha detto che l’ Eurozona dovrà muoversi velocemente verso una specie di unione fiscale per evitare che l’ UEM collassi e massicce perdite sui 1200 miliardi di debito dalle banche del nord verso gli stati del sud….

Il mercato continuerà a vendere fino a che le rendite dei bond Italiani e Spagnoli (e forse, anche belgi e francesi) raggiungeranno livelli sufficientemente orrendi. (“Richieste crescenti per una ‘risposta nucleare’ per salvare l’ unione monetaria”, Telegraph)

Il cosìddetto piano di salvataggio Irlandese non ha risolto niente. Focolai stanno scoppiando ovunque. Gli obbligazionisti hanno capito che Irlanda e Portogallo sono andati, e i loro debiti andranno ristrutturati. E’ solo una questione di tempo in attesa di una sforbiciata. Questo è il motivo per cui gli acquirenti di bond sono in letargo. Non è ancora il panico, ma dimostra che gli investitori sanno come interpretarte i segnali finanziari e fare scelte razionali. Ecco delle analisi di Michael Pettis che sottolinea le contraddizioni inerenti della moneta per tutti (l’ Euro) e l’ urgenza di porvi rimedio:

“Se l’ Europa vorrà “risolvere” la crisi attuale in maniera ordinata sarà costretta a muoversi molto rapidamente – non solo per ovvi motivi finanziari, ma per più ristretti motivi politici. Sono abbastanza sicuro che l’ evoluzione polita in Europa nei prossimi anni avrà una risoluzione progressiva sempre più difficile.

Credevo che l’ euro avrebbe avuto enormi difficoltà a sopravvivere più di un paio di decenni e per 10 anni ho usato una tesi economica per spiegare questo fatto. Mi sembrava che la mancanza di fiscalità, o la sua centrlizzazione, e la piena mobilità del lavoro (e anche qualche attrito per la mobilità dei capitali) avessero creato una distorsione fra le nazioni che non si poteva risolvere se non con livelli inaccetabilmente alti di debito e disoccupazione o con l’ abbandono dell’ euro. Il mio scetticismo è stato rafforzato dalla tesi storica – nessuna unione monetaria frazionata fiscalmente è mai sopravissuta ad una vera contrazione della liquidità globale… L’ eurozona si sta manovrando verso una posizione in cui si dovrà affrontare una scelta fra due alternative considerate “inimmaginabili”: unione fiscale o rottura.” (“The rough politics of European adjustment”, Michael Pettis, China Financial Markets)

Il problema vero è politico, non economico, ed è il motivo per cui l’ “iniezione di liquidi” da parte di Trichet non avrà alcun effetto. L’ euro non funzionerà mai bene se non sarà supportato da una autorità fiscale centralizzata e quindi da un largo mercato di bond della EU. Ma questo significa che ogni nazione dovrà sacrificare parte della propria sovranità, e nessuno lo vorrà fare. Così, l’ unione di 16 stati continua ad avvicinarsi passo passo alla resa dei conti.

Nel frattempo Trichet continua a fare esattamente ciò che ha fatto sin dall’ inizio; estendere i prestiti più economici alle banche che affondano, tassi più bassi e più scommesse sul collasso dei mercati. Ora l’ unica differenza è che gli investitori si stanno innervosendo vedendo il blocco politico che hanno davanti. I leader dell’ Unione Europea dovranno accettare una “quasi” unione fiscale altrimenti l’ attuale andamento al rallentatore delle banche si trasformerà in un fuggi fuggi disastroso.

Dal Wall Street Journal: “Il mercato sperava che la BCE arrivasse davanti alla curva. Ci hanno deluso,” ha detto Marc Chandler, analista per la Brown Brothers Harriman. Solamente declinando di risarcire misure di liquidità faranno qualcosa per combattere il rischio di contagio di attività in difficoltà in Spagna e Portogallo, ha detto, definendo i commenti di Trichet come “dentifricio uscito dal tubetto”.

I problemi dell’ Irlanda sono solo la punta dell’ iceberg, ma è un buon punto di inizio. Il modo più facile per spiegare che cosa sta succedendo è facendo un esempio:

Immaginate che dobbiate 100$ ad una banca, ma potete pagare solo 10$ l’ anno. La banca acconsente alla rateizzazione solo se accettate un tasso di interesse del 15% annuo.

“Okay, accetto i termini” dite.

Alla fine del primo anno, voi fate il vostro pagamento di 10$ che ridurrà il vostro debito a 90$. Ma l’ interesse sul debito è di 15$, il che significa che dovrete ora 105$, più di quanto dovevate all’ inizio. Alla fine realizzerete che ogni anno il debito diventerà sempre più grande e difficile da pagare.

Questo è il pantano in cui si trova l’Irlanda. I prestiti del FMI/UE la stanno stringendo in una morsa fiscale senza scampo. Farebbe meglio a dichiararsi inadempiente ora e ristrutturare il lsuo debiti così da poter ricominciare da capo. E’ meglio porsi su un percorso di crescita sostenibile piuttosto che sottostare a difficoltà economiche a lungo termine, dure misure di austerità, perdità della sovranità e disordini civili. E’ una situazione senza possibilità di vittoria. Per l’ Irlanda lasciare l’ UE non è solo la scelta migliore, ma è la sua unica scelta. Ecco come l’ economista Barry Eichengreen riassume il tutto:

“Il “programma” irlandese non risolve niente – come dare calci ad una lattina per strada. Ha un debito pubblico che ha raggiunto circa il 130% del PIL e non è stato ridotto di un cent. I pagamenti degli interessi che l’ Irlanda dovrà effettuare non sono stati ridotti di un singolo centesimo, dato il tasso del 5,8% sul prestito internazionale. Dopo un paio d’ anni non solo l’ interesse, ma anche il dovrà essere ripagato. L’ Irlanda dovrà trasferire circa il 10% del suo introito nazionale come riparazione verso gli obbligazionisti, dolorosamente, anno dopo anno.

Questo non è politicamente sostenibile, come chiunque dovrebbe sapere ricordando l’esperienza della Germania della riparazione post I Guerra Mondiale. Una reazione populista è inevitabile. La Commissione, la BCE e il Governo Tedesco hanno predisposto una situazione dove il nuovo governo Irlandese, una volta formatosi all’ inzio del prossimo anno, rifiuterà il bilancio negoziato dal governo precedente. Il signor Trichet e la signora Merkel hanno forse un piano di emergenza per questo?” (“Ireland’s Reparations Burden”, Barry Eichengreen, The Irish Economy)

L’ ancora Primo Ministro Cowen sta portando avanti il finto salvataggio, forse per farsi benvolere dai padroni incamiciati della UE. E anche se la sua amministrazione ha perso tutto il supporto pubblico, sta ancora spingendo con il suo bilancio taglia e brucia, che taglierà 15 miliardi dalla spesa pubblica. I lavoratori irlandesi vedranno il loro tenore di vita abbassarsi, solo per scoprire che alla fine dell’ anno saranno più in rosso che mai. Ecco come Edward Harrison del Credit Writedowns riassume:

“… dato l’ onere del debito nella periferia, una certa combinazione di monetizzazione e di default è lo scenario più probabile per l’ Europa. L’ Irlanda, per esempio, non puo far crescere il PIL nominale pari o superiore al tasso di interesse del 5,8% sull’ offerta nei termini del salvataggio. A meno che il paese perda la sua garanzia sui debiti bancari, come consiglio, il default è probabile. Quindi o entrerà nel mezzo la BCE o l’ Europa rischierà il collasso e la dissoluzione.” (“Brynjolfsson bets on spread convergence…”, Edward Harrison, Credit Writedowns)

L’ Irlanda è stata spinta nella depressione. I suoi leader hanno scelto il servilismo e la convenieza al posto di risoluzioni lucide che fronteggino le prossime sfide. Cowen sta condannando la sua gente ad anni di disoccupazione e povertà opprimente per niente. Ci sono alternative. Basta solo prendere un pò di coraggio.

Al popolo Irlandese è stato chiesto di soffrire inutilmente in modo che gli obbligazionisti di Germania, Francia e Inghilterra vengano pagati in pieno per i loro investimenti tossici. E’ peggio di una cattiva idea;non funzionerà. L’ Irlanda si sta scavando una buca molto profonda. Ma c’è una via d’ uscita, come indica Wolfgang Munchau in un recente editoriale del Irish Times. Ecco cosa ha detto:

“Cosa andrebbe fatto ora? La mia soluzione ideale – dal punto di vista dell’ eurozona – potrebbe essere un bond comune per coprire tutto il debito pubblico a seguito della costituzione di una piccola unione fiscale, inoltre, le banche dovrebbero essere tolte dalle mani dei governi nazionali e messe sotto l’ ala della European Financial Stability Facility. Questo potrebbere risolvere nettamente il problema.

Se questo non accadrà, cosa può fare unilateralmente l’ Irlanda ora?

Prima di tutto l’ Irlanda dovrebbe revocare la piena garanzia del sistema bancario, e convertire gli obbligazionisti maggiori e subordinati in equity holder.” (“Will it work? No. What can Ireland do? Remove the bank guarantee and default”, Wolfgang Münchau, The Irish Times)”

Certo, gli esperti sanno che cosa deve essere fatto, ma non servirà a niente. Gli elettori tedeschi non supporteranno mai forti legami con altre nazioni dell’ UE che hanno già licenziato come spendaccioni. Neanche gli altri paesi rinunceranno a molta della loro sovranità quando vedranno come l’ Irlanda e la Grecia sono state trattate. Questo significa che l’ Unione Europea è probabilmente diretta verso la rottamazione. E, forse, questa è una buona cosa. Dopo tutto, dietro a tutta la confusione delle relazioni pubbliche, il vero obiettivo dell’ UE è sempre stato quello di creare una Corporatopia, un posto dove banchieri, capitani d’ affari ed altre elite ingrassavano le loro tasche mentre dettano legge. Basta guardare il fiasco del Trattato di Lisbona del 2008, quando la mafia dell’ UE ha usato ogni trucco per forzare un accordo che calpesta i principi base della democrazia e dei diritti civili. Fortunatamente, il popolo Irlandese ha notato la truffa e ha mandato il Trattato verso la disfatta. Ecco ciò che un portavoce per la “Campagna del No” diceva al tempo:

“Il popolo Irlandese si è espresso. Contrariamente alle previsioni di tumulti sociali e politici, noi crediamo che centinaia di milioni di persone in tutta Europa accoglieranno il rifiuto del Trattato di Lisbona. Questo voto mostra l’ abisso esistente fra i politici e l’ elite europea, e l’ opinione della gente. Come in Francia e nei Paesi Bassi, i leader politici e l’ establishment hanno fatto il possibile per portarlo a termine – ed hanno fallito. Le proposte per ridurre ulteriormente la democrazia, per militarizzare l’ UE e lasciare alle imprese private la privatizzazione dei servizi pubblici sono state rifiutate. Lisbona è morta. Dovrebbero essere seppellite insieme alla Costituzione dell’ Unione Europea, dalla quale deriva.”

Il 7 dicembre i parlamentari Irlandesi voteranno il piano di austerità di Cowen. Se rifiutassero, il pacchetto di prestiti dal FMI/UE probabilmente non passerà e l’ eurozona comincerà a disfarsi. Ancora una volta l’ Irlanda si ritrova con l’ opportunità di sferrare un colpo all’ UE e porre fine al sogno di un superstato aziendale. E tutto quello che devono fare è votare “No”.

Mike Whitney
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http:/www.counterpunch.org/whitney12062010.html
6.12.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

La Russia dei giornalisti uccisi – La fermata – Voglioscendere

Fonte: La Russia dei giornalisti uccisi – La fermata – Voglioscendere.

di Daniele Biacchessi17 Dicembre 2010

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica si parlava di democrazia. E invece siamo davanti a una dittatura che ha già ammazzato oltre trecento cronisti e reporter

In Russia, oggi, non c’è una democrazia ma una dittatura. Una dittatura che è continuata, per certi versi, senza grandi sommovimenti dalla vecchia Unione Sovietica alla nuova Russia. Dopo la caduta dell’Urss si sognava una vera democrazia, ma ci troviamo di fronte ad una dittatura, dove comandano soprattutto gli apparati dello Stato.
L’abbiamo visto nella vicenda di Anna Politoskaia, la giornalista della Nuova Gazzetta trucidata, ammazzata, torturata, minacciata. La stessa sorte che è toccata a moltissimi altri giornalisti, ammazzati e minacciati.
Possiamo dire, facendo un parallelismo, che anche in Italia la democrazia è a rischio.Basti pensare che solo in Calabria, in Sicilia, in Puglia e in Campania ci sono in questo momento 38 giornalisti che invece di parlare liberamente hanno alle loro spalle delle scorte armate. Alcuni di loro hanno bambini, famiglia. Ci sono attori, oggi in Italia, che sono scortati come Giulio Cavalli. Ci sono scrittori scortati come Roberto Saviano. Questo è un Paese normale?
In Russia dalle minacce si arriva direttamente all’omicidio e nel caso di Anna Politoskaia la mano del Cremlino è fin troppo evidente. La povera giornalista per almeno due anni aveva denunciato la durissima repressione dei russi in Cecenia. Era stata in Cecenia, insieme ad alcuni colleghi. Ma era stata sempre oscurata.
Anche dietro la morte di Antonio Russo c’è l’ombra del Cremlino. Ricordo che Putin è stato uno dei grandi alti funzionari del KGB e che quindi conserva ancora oggi una lunga serie di segreti militari, segreti che in qualche modo stanno emergendo in questi giorni con le indiscrezioni apparse sul sito Wikileaks.
Al governo russo non vengono chieste spiegazioni perché tutti si sciacquano la bocca di libertà di stampa e di democrazia, ma poi alla fine con le dittature si fanno degli affari. Ci sono business di mezzo. Ricordo per esempio quando durante il Cile di Pinochet tutti criticavano, massacravano Pinochet dall’Europa e dai paesi democratici per la durissima dittatura, la durissima repressione nei confronti di ogni tipo di opposizione, per i massacri per le migliaia di persone sparite, i desaparecidos. Poi, però, durante tutta la dittatura di Pinochet, tutti gli stati, compresa l’Italia hanno fatto gli affari col Cile. E succede così anche con la Russia.
Ricordo che la Russia è il più grande esportatore di energia e dai file di Wikileaks in questi giorni emerge sempre di più questo connubio tra Silvio Berlusconi, Putin, gli affari intorno a Gazprom e l’affare Eni. Intorno all’energia si muovono i veri affari del mondo. E gli stati democratici sono sempre stati pronti a turarsi il naso pur di portarsi a casa dei cospicui pacchetti…

Come cancellare un movimento. Analisi di quello che è successo il 14 dicembre | Pietro Orsatti

Fonte: Come cancellare un movimento. Analisi di quello che è successo il 14 dicembre | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Da due giorni parliamo di cortocircuito. Fra il palazzo e la piazza. Fra politica e società. Con quella coda drammatica di almeno tre ore di guerriglia urbana in pieno centro di Roma. La sensazione generale su quello che è successo è che in qualche modo si sia alimentato, strumentalmente, un senso diffuso di rabbia e frustrazione a uso e consumo di una strumentalizzazione politica. Che voleva gli studenti e i movimenti “cattivi”, la politica del governo “rigorosa e corretta”, e soprattutto coprisse lo scandaloso mercato delle vacche (su cui, ricordiamolo, c’è un fascicolo aperto in procura) sul voto parlamentare. E poi ottenere alla fine il risultato più importante: marginalizzare, e criminalizzare, la contestazione e di fatto isolare e svuotare i movimenti di protesta.

A Roma il 14 sono successe molte cose. La prima, evidente, quella di uno scatenarsi di una guerriglia urbana senza precedenti negli ultimi trent’anni davanti alle telecamere del mondo. Come a Genova nel 2001. Prova muscolare. Che poteva e doveva essere evitata. Ma che non si è voluto evitare. Perché serviva il caso e la punizione. Perché serviva ricondurre anche la protesta più esasperata nell’alveo degli schieramenti e delle dinamiche tradizionali della politica anche antagonista. In particolare verso gli studenti. Perché il movimento degli studenti, con la sua impenetrabilità anche a chi pretendeva di capirli grazie alla propria esperienza di altre storie (dagli ex disubbidienti e affini a altre organizzazioni e partiti che dei fatti di Genova furono protagonisti), hanno mantenuto una distanza stupefacente da storie “altre”. E chi pretendeva di capire infatti non ha capito. Non è riuscite a stringere relazioni, rapporti. E soprattutto non è riuscito a mettere cappelli sopra la lotta dei giovani del 2010.

A Roma c’erano infiltrati? Non sorprenderebbe nessuno. Chi erano questi infiltrati o provocatori? Alcune settimane fa a Roma, durante il voto alla riforma Gelmini alla Camera, c’era già stato un accenno a quello che si è poi visto martedì scorso. Gruppi antagonisti che con il movimento hanno poco a che fare, da un lato, che però erano presenti in piazza in maniera del tutto riconoscibile, poi gruppetti sparsi di “giovanotti” di gruppi di estrema destra che si dilettavano a creare tensione con lanci di petardi a casaccio e a tirare fuori i muscoli nell’accendersi dei momenti di tensione per poi dileguarsi velocemente. Poi qualche emulatore dei Black Bloc (e sottolineo il termine emulatori). Ma poi a gestire la piazza, le tensioni e perfino gli scontri alla fine c’erano solo loro: gli studenti.

Anche in quella occasione c’era un numero consistente di agenti in borghese nei cortei. Come martedì scorso. Consistente. Lo raccontano filmati, fotografie, testimonianze. Agenti che non hanno agito se non, come da “ingaggio”, sorvegliando e intervenendo solo quando la situazione è precipitata. Ingaggio, un termine guerresco moderno, ma che in questi giorni è più che adeguato.

Martedì scorso la situazione invece era molto più complessa. Prima di tutto si è dimostrato ancora una volta che la creazione di una “zona rossa” impenetrabile e militarizzata è di fatto un innesco devastante. Per chi vuole esasperare la situazione fino a far scoppiare gli incidenti. Chiunque esso sia. Poi che precettare un enorme massa di  uomini in divisa da altri servizi e spedirli per strada impreparati, senza attrezzatura o addirittura abbigliamento idoneo, con linee di comando differenti (questura, carabinieri e guardia di finanza), senza addestramento specifico è di una pericolosità enorme. La sequenza del finanziere a terra che estrae la pistola proprio questo ci racconta. Impreparazione, improvvisazione, linee di comando impermeabili fra loro. Da tempo i sindacati di polizia denunciano questo stato delle cose. Lo avevano fatto, proprio davanti a Montecitorio solo il giorno prima.

La “zona rossa”, il fortino inespugnabile, concentra le forze tutto in un luogo a difesa di un simbolo (ingigantendone enormemente valore e potere di attrazione). A discapito della prevenzione. Prevenzione che era indispensabile e dovuta ma non c’è stata. Perché non si lasciano a due passi dal Senato camion incustoditi di attrezzi edili. E soprattutto perché non si interviene quando i gruppi di manifestanti (o provocatori?) si organizzano per intervenire. A dimostrazione di quello che dico il pazzesco transitare su lungotevere e poi verso piazzale Flaminio del corteo. Indisturbato. Anzi, quasi favorito. Con il ripetersi di un percorso del tutto simile a quello di pochi giorni prima. Come se fosse stato già testato. E con gli scontri più violenti che scoppiano su via del Corso  esattamente come per il voto alla Camera. Tutto uguale, tutto prevedibile. E che non è stato impedito.

Non servono neppure infiltrati o provocatori davanti a uno scenario del genere. Crei un fortino assediato, lo ingigantisci, fuori dal fortino non impedisci l’organizzazione di gruppi e gruppetti, lasci il resto della città in balia degli eventi, non verifichi e rimuovi la presenza di “aiutini” come il suddetto camion di attrezzi a due passi dal Senato e poi lasci che la cosa degeneri per poi intervenire con il massimo di forza possibile. Alla fine. A giochi fatti.

Prendiamo ad esempio la figura del giovanotto con il giaccone marrone chiaro, il guanto rosso e la sciarpa bianca sospettato, anche da noi, di essere un infiltrato vista la stranezza del suo comportamento e del suo muoversi indisturbato sia fra i manifestanti che fra le forze di polizia. Oggi, questo ragazzo, si scopre essere un sedicenne già denunciato in passato. E che quando è stato bloccato, alla fine degli scontri, non solo non è stato fermato ma addirittura è stato rilasciato senza essere identificato e solo dopo le domande dei media e le foto che lo segnalavano (pubblicate sui giornali di mezzo mondo) rintracciato a casa e condotto in questura (24 ore dopo i fatti e il primo fermo non fermo). Bene questo ragazzo appare ovunque durante il racconto fotografico e video di questa giornata di follia. Con una pala, con un bastone, con una sbranga, con fumogeni, con manette e manganello di ordinanza, che prende a calci blindati, che attraversa le fila dei poliziotti senza che nessuno lo fermi. Nessuno. Lo avevano individuato tutti, manifestanti, giornalisti, fotografi. Ripeto, assolutamente indisturbato. Spesso tranquillo, assolutamente non allarmato. Così appare in molti fotogrammi. E tu non blocchi uno così che da ore sta facendo di tutto davanti a tutti? Prevenzione? Dov’è la prevenzione in tutto questo?

La questura parla di 5.000 manifestanti che hanno partecipato agli scontri. Che hanno partecipato o che sono stati coinvolti? La differenza non è da poco. Anche sui fermi: quante delle persone arrestate e oggi sotto processo per direttissima sono state coinvolte negli scontri anche contro la loro volontà? Dettagli? Non credo.

Risultati della giornata di martedì scorso? Criminalizzazione della manifestazione che, per la prima volta da anni, vedeva non solo studenti ma anche ricercatori, precari, disoccupati, terremotati, comitati anti discarica e alluvionati insieme in piazza. Poi, distogliere l’attenzione da mercato delle vacche e dalla indecorosa sceneggiata che ha messo in scena la coda del potere politico di Berlusconi. E una città devastata e una generazione che, oggi, si sente ancora più esclusa (dal lavoro, dalla società, dalla cultura e dalla politica) e frustrata. E che, temiamo, reagirà con ancora più rabbia. Fine dei giochi.

ComeDonChisciotte – GRECIA, RITORNO AL PASSATO

Hanno fatto la riunione bildberger del 2009 in grecia e si vedono i risultati…

Fonte: ComeDonChisciotte – GRECIA, RITORNO AL PASSATO.

DI MARGHERITA DEAN
peacereporter.net

L’esperimento Grecia sta funzionando: scomparsa dello Stato, deregolamentazione del mercato e del lavoro, privatizzazione dell’economia nel suo insieme, erosione della democrazia, abbrutimento della società, ottenuti in appena otto mesi di realizzazione della politica di austerità più dura che il Paese abbia mai conosciuto.

L’esperimento è quello ideato dai creditori europei del Paese, dal Fondo Monetario Internazionale e dai centri internazionali di speculazione finanziaria, un esperimento teso a testare la resistenza della società alla realizzazione del capitalismo più genuino, ovvero quello più feroce, perché meno legato agli ‘intralci’ posti dallo stato sociale. Non solo, la democrazia stessa e i diritti che essa garantisce stanno diventando un ostacolo da spostare sempre più verso il margine, creando una sorta di capitalismo autoritario dal vago odor d’Asia

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La prima cosa su cui interrogarsi è se davvero fosse necessario colpire stipendi e pensioni, come governo e mezzi d’informazione mainstream hanno sostenuto (ai limiti della vera e propria propaganda), il ricorso al meccanismo di salvataggio (della Bce, del Fmi e dell’Ue) e all’asfissia economica, politica e sociale che da esso deriva.
Nel 1936, la Grecia rifiutò (pur riconoscendo l’esistenza dell’obbligazione) il pagamento del debito contratto con la banca belga Société Générale de Belgique. Il governo belga, allora, intentò causa innanzi alla Corte Internazionale della Società delle Nazioni contro la Grecia, accusando quest’ultima del mancato rispetto di un patto internazionale. Il Paese ellenico rispose che l’insolvenza era giustificata dal pericolo che il pagamento avrebbe significato per il popolo e lo Stato. Nel promemoria, il Governo greco scrisse: ”Il governo di Grecia, preoccupato circa gli interessi vitali del popolo ellenico, dell’amministrazione, dell’economia, delle salute pubblica e della sicurezza interna ed esterna del paese, non aveva altra scelta” che quella della ristrutturazione del debito contratto con la banca belga (Yearbook of the International Law Commission, 1980, v.II., parte I, p.25-26). Nel 1938, il Tribunale riconobbe le ragioni della Grecia, creando un precedente giuridico su cui, tra l’altro, si basò il governo argentino nel 2003.

Successe nel 1936; è inquietante che il governo greco del 2010, invece, dimentico della propria storia giuridica, sia riuscito a convincere la maggioranza dell’elettorato, circa l’ineluttabilità del ricorso al meccanismo di salvataggio.
Si facciano semplici calcoli: alla fine del 2009, il denaro che serviva alla Grecia per pagare gli interessi debitori rappresentava il settanta per cento del Pil nazionale, mentre al funzionamento dello Stato era necessario il quarantacinque percento del Pil. Una somma che dà come risultato l’ammontare del debito greco del 2009, ovvero il 115 per cento del Pil. La sottrazione, a sua volta, riconoscerebbe al Paese un surplus del cinquantacinque percento del Pil. Tuttavia si sa, la sottrazione, ovvero la ristrutturazione del debito nazionale, non è mai stata un’opzione per questo governo che, invece, si accontenta della promessa europea relativa al prolungamento dei tempi di pagamento del debito di 110 miliardi contratto l’aprile scorso.

Quando, agli inizi di maggio, la Grecia si gettò nelle mani della triarchia creditizia del meccanismo di salvataggio (Bce, Fmi e Ue), fu firmato il Memorandum dell’accordo, o meglio, del contratto di prestito. Oltre agli impegni che tale Memorandum impone alla Grecia, due aspetti assumono un valore particolare, creando condizioni di eccezionalità che mal si adeguano al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

La prima questione si individua nelle garanzie del prestito previste: ipoteche sui beni immobili dello Stato greco.
La seconda questione sorge dalla clausola che permette al ministro delle Finanze di firmare, in perfetta solitudine istituzionale, ogni successiva revisione del Memorandum stesso e fin’ora ce ne sono state due, che hanno ulteriormente aggravato la pressione fiscale, i tagli alla salute e all’istruzione, nonché alle pensioni e agli stipendi.
Dal 1974, anno di instaurazione della Democrazia in Grecia, il Parlamento ha introdotto diciotto leggi attraverso l’iter d’urgenza, mentre in appena un anno di governo, il Pasok ha fatto passare, con lo stesso iter, ben sette disegni legislativi. In questo quadro di costituzionalità spinta ai limiti, si pone anche l’approvazione, di martedì 14 dicembre, della maxi-legge su lavoro e imprese pubbliche. Il relativo disegno di legge è stato presentato dal Governo la sera di giovedì 9 dicembre, imponendo alla Camera l’iter di urgenza che, dopo una discussione durata poche ore, è stato approvato dalla maggioranza parlamentare del partito al governo (Pasok) e getterà nel caos della non esistenza il diritto del lavoro degli ultimi tre decenni.

La nuova maxi-legge prevede che i contratti di categoria si debbano applicare anche ai lavoratori in imprese che non hanno preso parte ai negoziati con i sindacati. Gli stipendi e i posti di lavoro in una società in crisi, però, potranno essere ridotti attraverso un ‘‘contratto collettivo speciale d’impresa”, mentre non sono previste le percentuali di riduzione degli stipendi, istituendo solo la soglia di € 740 posta dal contratto collettivo nazionale. D’altra parte, vanno sottolineati il prolungamento dei tempi di assunzione di lavoratori ‘in affitto’, dai diciotto ai trentasei mesi, e la riduzione delle indennità in caso di licenziamento. Quanto alle imprese pubbliche, sono previste riduzioni orizzontali degli stipendi che non potranno superare i 48mila € annui per tutti i lavoratori, con l’eccezione di presidenti, consiglieri d’amministrazione e direttori, e riduzione del personale, attraverso trasferimenti.
Risanare e riformare, per il Governo greco, significa solo tagliare, mentre il ministro delle Finanze, Ghiorgos Papakonstantinou, giustifica la fretta legislativa con la cinica ammissione che altrimenti ”avremmo venti giorni di proteste”.

Margherita Dean
Fonte: http://www.peacereporter.net
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/25831/Grecia,+ritorno+al+passato
16.12.2010