Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura

Bradley Manning, la fonte Wikileaks, è sotto tortura.

Finora nella saga di WikiLeaks tutta l’attenzione si è concentrata attorno al suo fondatore Julian Assange, ma pochissimi si sono chiesti che fine abbia fatto Bradley Manning, il militare di 22 anni che ha messo in imbarazzo il Pentagono divulgando i “war logs” sui crimini di guerra americani in Afghanistan e in Iraq (ha fatto il giro del mondo su YouTube il video – intitolato “Collateral Murder” – dell’assassinio di civili tra cui alcuni giornalisti Reuters a Baghdad da parte di un caccia Usa). Non si sa se sia lui la fonte anche del “cablegate” diplomatico (Assange rispondendo a una domanda in una chat al Guardian settimana scorsa ha detto “se una delle fonti dei cable fosse Manning, allora sarebbe doppiamente un eroe”).

Nonostante WikiLeaks abbia protetto Manning mantenendo il suo anonimato, il giovane analista militare esperto di computer si è fatto beccare dal Pentagono attraverso una chat (di cui la rivista Wired ha i testi completi, ma secondo Salon non li sta colpevolmente pubblicando) ed è stato arrestato. Da allora, silenzio stampa.

Ma abbiamo finalmente sue notizie oggi:

Glenn Greenwald sul webmagazine Salon ha scritto un lungo reportage sul carcere militare dei marines americani a Quantico, in Virginia, dove Manning è rinchiuso in isolamento da cinque mesi senza essere stato ancora nemmeno incriminato.  Secondo una fonte di Greenwald, Manning, che ha già scontato due mesi di prigione militare in Kuwait prima di essere trasferito a Quantico, è un “detenuto speciale” sotto stretta sorveglianza, nonostante si comporti da prigioniero modello. Per 23 ore al giorno, Manning è tenuto in isolamento, senza un cuscino nè lenzuola nè accesso alle notizie e non gli viene concesso di fare ginnastica, condizioni che “probabilmente creano danni psicologici di lunga durata”.

Commenta il New York Magazine: “Aspettate un attimo, volete dire che secondo Greenwald il governo Usa è disposto ad andare contro la legge e a fare giochini psicologici con chi considera una minaccia alla sicurezza nazionale?” e linka a un dossier online su tutte le torture perpetrate dal governo americano negli anni.

Nel resoconto di Salon, emerge un pensiero candido del ragazzo-hacker Manning e del perchè ha deciso di spedire i documenti di quelli che a lui sono sembrati orribili crimini di guerra a WikiLeaks. Alla domanda su come mai non ha venduto le informazioni a qualche Paese nemico degli Usa, ha risposto: “Credo che l’informazione debba essere libera e gratuita, appartiene al pubblico dominio, un altro Stato si sarebbe approfittato di quelle informazioni per averne un vantaggio, ma se le informazioni sono aperte…a disposizioni di tutti… diventano un bene pubblico”.

Daniel Ellsberg (quello che tutti considerano oggi l’eroe dei Pentagon Papers) scrive su Democracy Now che Manning è un eroe. Ma, indipendentemente dal giudizio sul suo operato, una cosa è certa: non è degno di una democrazia che sia torturato.

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