Archivi del giorno: 19 dicembre 2010

Come ti distruggo l’Italia 14. – Napoli e la Campania: una discarica a cielo aperto

Fonte: Antimafia Duemila – Come ti distruggo l’Italia 14. – Napoli e la Campania: una discarica a cielo aperto.

Un territorio rovinato dalla politica e dal malaffare
di Marina Bisogno – 17 dicembre 2010
Napoli. Libertà è partecipazione cantava il grande Giorgio Gaber, ma non aveva fatto i conti con le repressioni della polizia, che con la violenza, impedisce a liberi cittadini di manifestare il proprio dissenso rispetto alle scellerate decisioni del Governo.

Le scene di Terzigno sono ancora vive negli occhi degli italiani, che ancora si chiedono come sia possibile che un territorio non riesca a smaltire la propria immondizia. “Sono terroni” qualcuna replica, ma, come ho ribadito più volte, la verità va ben oltre l’immaginazione del saccente di turno.  Sabato 14 Dicembre è stato smantellato il presidio antidiscarica situato presso la rotonda di via Panoramica. “Le istituzioni tutte devono sapere che non hanno fatto altro che distruggere un luogo simbolico, la materialità di un luogo; non hanno distrutto, però, le persone che riempivano quello spazio: quelle persone sono vive e continueranno a lottare. Questo sia ben chiaro anche ai sindaci collusi che invece di difendere i propri cittadini e pretendere il rispetto della carta costituzionale sulla quale hanno giurato, si sono resi complici di questo sistema camorristico-mafioso che sull’altare delle compatibilità e delle logiche capitalistiche avvelena i territori e le persone che vi abitano” gridano a gran voce i Comitati antidiscarica. Sono mesi che la popolazione si batte per la chiusura ed il sequestro della Cava Sari. I miasmi sono insopportabili, e c’è chi giura che in discarica continuano ad arrivare rifiuti di ogni tipo.
Il presidio ha costituito in questi ultimi mesi un luogo di ritrovo, di aggregazione. Un lungo in cui tessere relazioni, azioni, organizzare manifestazioni. È stato colpito al cuore il simbolo della protesta, ma nessuno ha intenzione di fermare le manifestazioni.
Da oltre 20 anni Napoli e la Campania sono diventate una discarica  a cielo aperto, in cui quotidianamente vengono sversati rifiuti indifferenziati, tossici e nocivi provenienti dal ciclo industriale del resto d’Italia e d’Europa. Le conseguenze di questo crimine, realizzatosi con la complicità di istituzioni ed autorità preposte alla pianificazione ed al controllo del territorio, sono l’incremento inspiegabile di tumori, malformazioni infantili, in una regione ormai priva di industrie. La politica e il malaffare hanno condannato a morte uno dei territori più belli e ricchi del mondo. Mentre l’Europa privilegia il riciclo dei materiali, e aborrisce gli inceneritori, considerati  nocivi per la salute, in Campania siamo ancora fermi alla preistoria delle discariche contro cui legittimamente le popolazioni resistono.
Grazie alle mobilitazioni di attivisti e comunità in lotta, la verità è ormai evidente a tutti: la politica dell’emergenza è stata utilizzata contro gli abitanti per derogare a leggi e prescrizioni per la tutela dei territori e della salute pubblica e quando ciò non è bastato sono state approvate leggi ad hoc, ricorrendo alla militarizzazione dei territori e allo stato di polizia contro chi protestava, al fine di imporre con la forza un ciclo criminale e nocivo di gestione dei rifiuti.
L’intera classe politica ha cercato di accreditare in questi anni, l’idea  che l’unica soluzione possibile fossero discariche ed inceneritori,  incolpando i napoletani  di non volere o saper fare la raccolta differenziata, mentre ad ostacolarla in ogni modo sono state proprio le istituzioni locali e nazionali, impegnate unicamente a garantire i profitti e le speculazioni di aziende come Impregilo e della camorra.
Così da un lato si è continuato a sversare rifiuti  in buche vecchie e nuove, spesso gestite da cordate criminali, e dall’altro si sono accumulati milioni di tonnellate di balle da bruciare. Un business quello dell’incenerimento, finanziato solo in Italia, non a caso soggetta a continue sanzioni dall’Europa, con il 7% (chiamato CIP6) delle nostre bollette elettriche, originariamente destinato alle energie alternative.
Un sistema a dir poco mortifero, che di democratico ha veramente ben poco.

FOTOGALLERY A Napoli la monnezza è ancora per le strade by SkyTg24

Blog di Beppe Grillo – Nucleare. E tu che posizione hai?

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nucleare. E tu che posizione hai?.

Il Forum Nucleare Italiano ha acquistato un’intera pagina sui quotidiani per stimolare la discussione su “nucleare si – nucleare no” (a proposito… chi paga?). Per la pubblicità al nucleare è stata usata una scacchiera con riquadri neri e bianchi. I bianchi riportano opinioni favorevoli, i neri contrarie. Bianco è luce, nero è oscurità. Non contenti di un accostamento da persuasori occulti da strapazzo, i neonuclearisti riportano una serie di minchiate nucleari: “Ci spaventano i residui radioattivi, ma non i miliardi di tonnellate di CO2 che immettiamo nell’atmosfera… pensiamo che il nucleare sia costoso però non pensiamo a quanto potrebbe farci risparmiare sulla bolletta… la tecnologia a rischio zero non esiste ma forse non sappiamo che gli scienziati ci garantiscono altissimi livelli di sicurezza… ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli ma non del fatto che tra 50 anni non potranno più contare solo sull’energia da combustibili fossili“. E’ fin troppo facile confutare questo compitino dell’asilo affidato all’agenzia Saatchi e Saatchi per la sua pubblicazione. Il nucleare ha bisogno di uranio che è presente in quantità limitate e in pochi Stati, finirà forse prima del petrolio ed è sempre più costoso. Le scorie radioattive sono per sempre, il CO2 no e l’alternativa esiste e si chiama “rinnovabili“. Nessuna assicurazione al mondo si espone per una centrale nucleare, non esistono sicurezze se non nella testa di Veronesi, un oncologo pluriottantenne (quindi non un esperto di energia). Una centrale nucleare costa miliardi per farla e dopo venti/trent’anni altri miliardi per chiuderla, i miliardi li pagano i contribuenti con le tasse, come avviene in Francia, e li incassa la Confindustria.
Scrivete le vostre opinioni sul Forum Nucleare italiano. Partecipate numerosi: http://www.newclear.it/?p=2476

IL DISASTRO ECOLOGICO PERPETRATO DA USA-IRAN IN IRAQ

Fonte: ComeDonChisciotte – IL DISASTRO ECOLOGICO PERPETRATO DA USA-IRAN IN IRAQ.

DI LAYLA ANWAR
An Arab Woman Blues

Mi proponevo di fare una lunga passeggiata per respirare un po’ d’aria fresca, ma ho cambiato idea. Ieri ho immagazzinato informazioni nella mia mente e ho annotato vari fatti su di un pezzo di carta e non voglio perdere nessuno di questi dati. E’ qualcosa di molto urgente. Di un’urgenza letale, come tutto ciò che accade in Iraq. Prima ho scritto alcune cose, non molte, sul disastro ecologico sopraggiunto in Iraq dopo l’occupazione statunitense del 2003. Una crisi ecologica a vari livelli, dato che ha già prodotto frutti molto amari.

Incominciamo dal milione di anni che durerà la contaminazione di uranio impoverito nel terreno e nell’acqua irachena … Suppongo che a questo punto il lettore abbia già familiarizzato con gli effetti dell’uranio impoverito sul popolo iracheno e la sua salute, (1) specialmente la crescente incidenza sulle malformazioni alla nascita e sulla percentuale di casi di cancro tra i bambini, che non risparmierà nemmeno donne, uomini e anziani. Un’indagine rapida su Falluja e Bassora servirà da promemoria.

Oltre all’uranio impoverito, abbiamo la distruzione delle coltivazioni. Gli statunitensi si apprestano a bruciare campi agricoli, giardini e palmeti. In passato l’Iraq aveva 350 tipi diversi di datteri che usava esportare in tutto il mondo, attualmente invece li importa.

La distruzione dei campi agricoli si è aggravata anche per la siccità che appesta l’ Iraq. La diminuzione del livello delle acque dei suoi fiumi principali, Eufrate e Tigri, è stata causata principalmente da Iran, Siria e Turchia che ne hanno sviato il corso verso i loro paesi mediante la costruzione di dighe illegali, incuranti di tutti gli accordi e i protocolli firmati con l’ Iraq. La siccità è così grave che l’anno scorso l’Iraq ha dovuto elemosinare dell’ acqua dalla Turchia. Iran, d’ altra parte, ha preso le distanze da ogni responsabilità per ovvi motivi: ha un governo a Bagdad.

Ma esiste un aspetto ancor più nefasto del ruolo iraniano in Iraq, oltre ad avere un governo in piena Bagdad e rubare acqua. L’ Iran deposita le sue scorie radioattive nucleari nella provincia di Anbar, anche se nessuno ovviamente parla del tasso di incidenza del cancro in Anbar; svuota giornalmente vari metri cubi di acque contaminate da scarti industriali, mediante tre immensi tubi, dalla provincia di Khuzestan sino al Shatt Al-Arab, vicino a Bassora.

Shatt Al-Arab è la fonte principale di erogazione d’acqua per tutta la zona del sud dell’Iraq. L’immissione di residui industriali tossici e di acqua stagnante in questa zona ha alzato la salinità delle acque e in sole poche settimane, (4)a causa della contaminazione e della salinità dell’acqua, Bassora ha perso i suoi campi agricoli nel raggio di 17 km, che si sono seccati a causa del sale industriale tossico. Se questa tendenza continua, Bassora perderà tutti i suoi terreni agricoli. Il rapporto è di circa 40 metri cubi di residui industriali per la distruzione di 3 km di terra arabe. Fino ad ora Iran ha scaricato tra i 40000 e i 65000 mc di scarti tossici.

Alcuni esperti ambientali indipendenti iraniani stanno già parlando di un altro disastro ambientale nel sud: estinzione di flora e fauna, quindi la fine della biodiversità in questa zona e , cosa ancor più importante, la contaminazione di acqua potabile e per l’irrigazione.

Nonostante Iran e Iraq abbiano siglato diversi accordi ambientali, incluso l’Accordo Ramsar del 1991 e l’ Accordo di Rio del 1992, oltre ad una serie di protocolli bilaterali (che includono Siria e Turchia), non sembra sia stato rispettato nemmeno uno di essi. Gli ambientalisti iracheni stanno cercando di portare l’Iran davanti alla Corte Penale Internazionale, per porre fine ad un disastro che sta risucchiando province irachene intere.

Ovviamente l’Iran potrebbe processare e smaltire in un altro modo i suoi rifiuti invece di riversarli nel Shatt Al-Arab, inquinando e contribuendo alla morte del sud iracheno, purtroppo l’ Iran considera Iraq una pattumiera.(5) Il governo lobbista sciita di Bagdad purtroppo aiuta molto in questo senso.
E c’è molto di più a parte il disastro ecologico iracheno … ma per oggi mi accontenterò di ciò che ho scritto.

Layla Anwar
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=118486&titular=desastre-ecol%F3gico-perpetrado-por-eeuu-e-ir%E1n-en-iraq-
12.12.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRA CAVALLARO

“Lo stato colluso” e la morte del giudice Il libro ‘Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino’ | Il Fatto Quotidiano

Fonte: “Lo stato colluso” e la morte del giudice Il libro ‘Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino’ | Il Fatto Quotidiano.

Gli autori sono Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, direttore e vicedirettore del mensile ‘Animafia Duemila’. “Borsellino rappresenta un problema per chi sta preparando la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che sicuramente il giudice avrebbe messo sotto inchiesta”

Paolo Borsellino sapeva. Sapeva della trattativa tra Stato e mafia. Aveva intuito il ruolo di Dell’Utri, secondo Cosa nostra, “il personaggio su cui scommettere”. E ancora, il mistero dell’agenda rossa. Il racconto degli ultimi giorni del magistrato antimafia alla caccia dei mandanti “interni” ed “esterni” della strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone. “Una ricerca che Borsellino pagherà con la vita”. Così dicono al Fattoquotidiano.it gli autori del libro “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino”, dalla strage di Capaci a via d’Amelio (Aliberti editore, 16,50 euro), Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo.

Avete deciso di focalizzare l’attenzione sugli ultimi 57 giorni della vita di Borsellino.
Sì. E abbiamo scoperto che c’è un filo rosso che lega tanti momenti della storia della mafia, dell’antimafia e dei loro protagonisti. Gente diversa e dinamiche opposte. Ma la strada che porta al martirio è uguale.

Ci fa un esempio?
Parliamo della strage mafiosa di via Carini (Palermo) del 3 settembre 1982 in cui cadde Carlo Alberto Della Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro. Accostiamola a quella di via d’Amelio. Dalla Chiesa sa che a Palermo ha solo 100 giorni a disposizione. Stessa cosa vale per Borsellino. Con la differenza che a disposizione di giorni ne ha avuti meno, 57. Per entrambi la morte è annunciata. Entrambi, ne sono consapevoli. Entrambi lo annunciano.

Chi è Borsellino dopo la morte di Falcone e come impiega i suoi ultimi giorni?
In quel momento il magistrato ha nelle mani la possibilità di trasformare la storia d’Italia. E’ lui il magistrato più famoso del mondo. Lo diventa, purtroppo, a seguito della morte di Giovanni Falcone. Impiega giorno e notte nel tentativo di vendicare la morte del suo amico fraterno. Indaga sui mandanti interni ed esterni.

Cosa intende per mandanti “interni” ed “esterni”?
Per interni intendo gli esponenti di Cosa Nostra. Gli esterni sono quelli che hanno dato l’imput. Una struttura parallela a Cosa Nostra. Certamente, nei fatti, superiore: lo Stato.

Si parla molto negli ultimi mesi della trattativa.
All’interno delle nostre istituzioni, in quel momento, c’è chi vuole eliminare Borsellino.

Perché ne è così convinto?
Borsellino sapeva già della trattativa tra Stato e la mafia. Sa dei contatti tra Cosa nostra e Ros. Sa di Mario Mori.

Una storia ancora tutta da dimostrare.
Appunto. Ma c’è qualcosa di più inquietante. Borsellino, proprio in quei giorni, sta iniziando le indagini che riguardano Marcello Dell’Utri. Di lui, il magistrato sa che per la mafia rappresenta un nuovo cavallo su cui scommettere.

Si riferisce all’ intervista rilasciata a Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi due giorni prima della strage di Capaci?
Sì. Borsellino in quel momento rappresenta un ostacolo non solo per la trattativa in corso, rappresenta un problema per chi sta preparando la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che sicuramente il giudice avrebbe messo sotto inchiesta. Sono convinto che lui avrebbe indagato su Dell’Utri per associazione mafiosa e Silvio Berlusconi per favoreggiamento.

Sono affermazioni pesanti. Ne è proprio sicuro?
Aggiungo un particolare. In quel momento Cosa nostra non ha interesse a uccidere Borsellino. Le carte dei magistrati che noi pubblichiamo lo dimostrano. Brusca, Cangemi, Giuffrè, vale a dire il gotha della mafia indica nomi di altri personaggi da eliminare: Andreotti, Martelli, Mannino, Vizzini, Grasso. Non si capisce da dove venga l’urgenza, a un certo punto, di eliminare il magistrato.

Nel libro mettete insieme tutte le dichiarazioni rilasciate alle toghe dalle persone presenti in via D’Amelio, subito dopo l’esplosione. Ricostruite anche i momenti che portano alla sparizione della agenda rossa.
L’agenda è stata sottratta, questo è sicuro. Ma l’episodio è ancora avvolto nel mistero. L’unica cosa che possiamo dire è che il colonnello Arcangioli (l’indagato numero uno della sparizione, ndr), in quei momenti di angoscia tra le macchine ancora fumanti, ha preso la borsa del magistrato. Con questa è andato in giro tra le macerie. Per poi tornare indietro e riportarla nella macchina. Questa condotta non ha nessuna logica.

Però è stato assolto.
Sì, i giudici hanno stabilito così. Non si sa nemmeno se l’agenda si trovava dentro la borsa. Ma restano i dubbi, e resta l’illogico comportamento del funzionario.

Trattativa: si compongono nuovi pezzi del ”puzzle”

Fonte: Trattativa: si compongono nuovi pezzi del ”puzzle”.

Caltanissetta interroga De Gennaro mentre i pm di Palermo ascoltano gli ex presidenti della Repubblica, Scalfaro e Ciampi
16 dicembre 2010
. “L’inchiesta sulla trattativa? Un puzzle che stiamo componendo”. Sono queste le parole pronunciate oggi in un’intervista al Giornale Radio Rai dal procuratore di Palermo, Francesco Messineo.
E di nuovi tasselli tra le due procure siciliane, quella di Palermo e quella di Caltanissetta, se ne stanno aggiungendo parecchi.
Mentre i primi erano impegnati nell’interrogare i due “presidenti emeriti” della Repubblica, Scalfaro e Ciampi, sempre a Roma i giudici nisseni hanno sentito per oltre 5 ore Gianni De Gennaro, capo del servizio segreto (Dis). Riguardo ai contenuti di entrambi gli incontri è trapelato poco o nulla.

Dalle indiscrezioni uscite oggi De Gennaro sarebbe stato ascoltato dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dai suoi sostituti, nella doppia veste di persona informata sui fatti ed anche come parte lesa dopo essere stato chiamato in causa dal figlio dell´ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino. Questi aveva parlato di lui come “persona vicina agli ambienti che facevano capo al signor Franco”, l’enigmatico agente segreto presunto anello di collegamento tra la mafia e lo Stato.
Una tesi che De Gennaro ha allontanato denunciando a sua volta Ciancimino per calunnia.
Ma le domande degli inquirenti non si sono esaurite a questo argomento, tanto che il direttore del Dis avrebbe relazionato in merito alla vasta attività investigativa contro la mafia in Sicilia a partire dagli anni ’80 fino a quelli successivi la morte di Falcone e Borsellino.
De Gennaro ha anche risposto ai pm riguardo alla rivelazione di Ciancimino Jr sui rapporti, che ci sarebbero stati negli anni Ottanta, tra l’allora investigatore della Criminalpol, il padre e l’imprenditore romano Romolo Vaselli.
Su quest’ultimo il teste avrebbe dichiarato possibile qualche contatto per esigenze investigative su precisa indicazione del giudice Falcone, mentre in merito alla conoscenza con la famiglia di Don Vito ha negato ogni tipo di rapporto.

“Dissociazione mafiosa”
Un altro tema delicato, inerente alla trattativa, affrontato dai pm con De Gennaro sarebbe stato quello della “dissociazione mafiosa”.
Tempo fa il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, in un interrogatorio, ha riferito di aver sentito nel luglio 1992, tra le stragi di Capaci e di via D’Amelio, Paolo Borsellino dialogare con alcuni investigatori ed alterarsi all’ipotesi che si potesse concedere alla mafia la possibilità di dissociarsi.
Su questo tema erano stati sentiti anche Francesco Gratteri, oggi alla direzione anticrimine, e l’ex colonnello dei carabinieri, Domenico Di Petrillo, passato ai servizi di sicurezza dell’Eni, che avrebbe confermato l’esistenza di un’ “ipotesi di dissociazione”.
Il prefetto avrebbe detto di aver affrontato l’argomento (dichiarandosi peraltro contrario) solo due anni dopo quando fu posto dal vescovo di Acerra, monsignor Riboldi. Nell’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia il tema “dissociazione” è sicuramente un tassello cruciale perché è uno dei punti inseriti nel “Papello”, il documento con le richieste di Riina allo Stato per far cessare le stragi nel luglio ’92, consegnato nel 2009 da Massimo Ciancimino. Se si accertasse che proprio negli anni delle stragi nei palazzi governativi si discuteva di una tale possibilità starebbe a significare che il documento consegnato dal figlio di don Vito avrebbe un suo fondamento.
 Un passaggio importante così come quello inerente la decisione presa nel ’93 dal Guardasigilli dell’epoca, Giovanni Conso, di non rinnovare il carcere duro per circa 150 mafiosi.
Sentiti per due ore ciascuno dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Nino Di Matteo, presso Palazzo Giustiniani a Roma, Oscar Luigi Scalfaro, al tempo capo dello Stato, e Carlo Azeglio Ciampi, che era presidente del Consiglio, hanno affermato di non essere al corrente di una trattativa che aveva come oggetto l’allentamento del regime del 41 bis nelle carceri.
Ciampi ha anche confermato quanto aveva dichiarato in una intervista a “Repubblica” nei mesi scorsi dove sosteneva di avere temuto, dopo le bombe del ´93 di Milano e Roma, la realizzazione di un “colpo di Stato”.

I numeri delle revoche del 41 bis
Sulle revoche dei 41 bis nei due anni delle stragi di mafia sempre in questi giorni si sta interrogando la Commissione parlamentare Antimafia. Dopo una tornata di audizioni e dopo che il Presidente Pisanu aveva posto, nel disinteresse dei più, la questione delle revoche con la sua relazione del maggio scorso ora la vicenda è diventata centrale.
Di fatto non c’è nessuna certezza e si continua ad indagare sul contesto in cui maturò, nel novembre del 1993, la decisione di revocare a 140 mafiosi il regime di carcere duro. Una questione che assume un rilievo maggiore se alle revoche si sommano altri provvedimenti amministrativi come i mancati rinnovi. La cifra, ha ricordato ieri il senatore del Pd Beppe Lumia, arriva a poco meno di 500. Il ministro Giovanni Conso, sia ai pm che in commissione, ha rivendicato la “scelta in solitaria”. Tuttavia di certo c’è che nel marzo del 1993 il Dap (Direzione amministrazione penitenziaria) chiedeva un abbandono del carcere duro per i mafiosi ed uguali indicazioni sarebbero arrivate dall’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi.
Su questi temi è stato interrogato nei giorni scorsi anche il capo segreteria di Conso, Giuseppe La Greca, che avrebbe fatto sorgere nuovi dubbi.
Non sarebbe infatti chiara quella che sia stata la trafila della documentazione e degli incartamenti che indussero Conso a fare la sua scelta. La Greca ha detto di aver percepito, durante i mesi in cui si preparava il 41 bis, una sorta di “resistenza” da parte di quegli organi interni del ministero che gestivano le carceri e cioè gli Affari Penali e il Dap. Lui però, ha assicurato, non vide nulla, non seppe nulla e non è in grado nemmeno di chiarire nulla. Per cercare di far luce la commissione Antimafia chiederà gli elenchi degli uomini di mafia interessati al 41 bis in quei mesi, il carteggio tra il ministero dell’Interno e quello di Grazia e Giustizia, i verbali delle riunioni del Comitato per l’ordine e la sicurezza che nel febbraio del 1993 già registravano perplessità.

Aaron Pettinari (da Antimafia Duemila)

Dissociazione e 41 bis: “Lo Stato trattava sul papello già nel 1992”

Fonte: Dissociazione e 41 bis: “Lo Stato trattava sul papello già nel 1992”.

Nuovi elementi per la procura di Palermo. Sempre più evidente il dialogo tra istituzioni e mafia

Palermo. Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nella seconda metà del ’92, dentro i ministeri si cominciò a discutere della possibilità di applicare misure penitenziarie ridotte per i mafiosi “dissociati”, sulla scia della normativa utilizzata in precedenza per il terrorismo. Accanto al pugno di ferro di Pianosa e dell’Asinara, con la “deportazione” di centinaia di mafiosi al 41 bis, dopo l’eliminazione di Paolo Borsellino dentro le stanze del Governo si discuteva di una via alternativa, più “morbida”. È questo, si chiedono oggi gli inquirenti, l’esito della trattativa per placare la furia stragista?

Ascoltate le richieste di Cosa nostra

LA CLAMOROSA scoperta emerge dall’analisi della corposa documentazione recentemente acquisita negli uffici di via Arenula dalla procura di Palermo e adesso confluita agli atti dell’inchiesta sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. È il primo indizio – fanno notare in ambienti giudiziari – che il “papello” (il documento con le richieste di Cosa nostra, tra cui anche la “dissociazione”) consegnato l’anno scorso da Massimo Ciancimino ai pm di Palermo, venne tenuto in considerazione a vari livelli istituzionali. Non solo. È un ulteriore traccia che proverebbe come il foglietto con le dodici rivendicazioni, fatto pervenire dai boss a don Vito Ciancimino, sarebbe stato in grado di aprire un dibattito giuridico, non ufficiale, sulla possibilità di attuare un piano B, alternativo alla risposta repressiva dura di contrasto a Cosa nostra. Almeno per i mafiosi dissociati.
E la “dissociazione” è stata al centro anche dell’interrogatorio di Gianni De Gennaro, sentito mercoledì pomeriggio a Roma dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dal pm Nicolò Marino. Al capo del Dis è stato chiesto di confermare i ricordi del pentito Gaspare Mutolo e di un funzionario della Dia che datavano le prime discussioni sulla presa di distanza dei boss da Cosa nostra all’estate delle stragi siciliane. Per il pentito e il funzionario, però, si trattava del periodo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Per De Gennaro le prime riflessioni sulla via pacifica allo scioglimento del vincolo associativo vanno spostate ad un periodo successivo. Di trattativa, invece, non hanno mai sentito parlare gli ex capi dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Ai pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, che li hanno sentiti a Roma mercoledì mattina, risulterebbe che fu Scalfaro a disporre la rimozione di Nicolò Amato dal vertice del Dap proprio per la sua posizione “morbida” nei confronti del 41 bis. L’ex presidente non ha, sul punto, ricordi precisi, e i magistrati sentiranno nei prossimi giorni l’ex segretario del Quirinale Gaetano Gifuni. A Scalfaro è stato chiesto pure il perché della sostituzione del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, a cui subentrò Nicola Mancino.

Quando Ciampi temeva il golpe
NEL CONFERMARE i suoi timori di un colpo di Stato (del quale Scalfaro non ha mai avuto sentore), Ciampi ha affermato che il suo governo fu il bersaglio della stagione stragista, visto che si insediò ad aprile ’93 e la prima bomba scoppiò in via Fauro, a Roma, un mese dopo. Il tritolo cessò di esplodere quando il premier si dimise, a dicembre del ’93. Su questo punto, i pm di Palermo hanno avviato una serie di indagini mirate per ricostruire tutte le posizioni espresse nel consiglio di Difesa del 27 luglio del ’93 per capire chi eventualmente fosse stato favorevole, dopo l’esplosione di quelle bombe, ad un atteggiamento “morbido” nei confronti di Cosa nostra. Il guardasigilli Giovanni Conso, infatti, dice di aver disposto “in solitudine” la revoca di oltre 500 provvedimenti di 41 bis, nel novembre ’93, nonostante il parere contrario, per la procura di Palermo, per la gran parte delle mancate proroghe. Nel libro Gli intoccabili Peter Gomez e Leo Sisti ricordano che Conso, prima di diventare ministro, aveva difeso il faccendiere Filippo Alberto Rapisarda (negli anni ’70 in affari con Marcello Dell’Utri), che per primo accusò Berlusconi di riciclare i miliardi di Cosa nostra.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2010)

ANNI ‘70: IL GERARCA MISSINO NELLA MILANO CON LA BAVA ALLA BOCCA

Fonte: Antonio Di Pietro: ANNI ‘70: IL GERARCA MISSINO NELLA MILANO CON LA BAVA ALLA BOCCA.

I suoi camerati d’un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La Russa, nei panni del difensoredella legalità contro la violenza, dei poliziotti contro i giovani in piazza. “Fu proprio lui a volere più d’ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l’agente Antonio Marino”, ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi. Allora Ignazio era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu l’anno più duro della “strategia della tensione”. “A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all’aperto, con corteo”, racconta Staiti. “Così La Russa s’impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s’avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro.

Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu”. Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei “boia chi molla”. Durante la manifestazione (“Contro la violenza rossa”, diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm. Una distrusse un’edicola in largo Tricolore. L’altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto.
larussa_capellone.jpgDi quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese.
“Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente”, racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome. “Ignazio restava nell’ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì,anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.

“A parole era tutt’altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca”, racconta Staiti. “Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non mi invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato’.
Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l’invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle’ ”.
In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s’impossessò di Radio University, un’emittente di destra che trasmetteva da Milano. In quella “radio libera” lavorava una ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. “Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia”, continua Staiti. Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l’uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas. “Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo”. È anche l’uomo che pilota le eredità.

Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch’egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l’erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d’amministrazione delle sue aziende.
“Con Almirante”, dice Staiti, “Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d’automobili, la gestione di un’agenzia romana della Sai, la compagnia d’assicurazioni di Ligresti ”. Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.

La leggenda dice che La Russa abbia ristrutturato l’appartamento dove viveva Mussolini. Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite pirotecnico dei talk – show.

di Gianni Barbacetto (dal Fatto Quotidiano di oggi 18/12/2010)