”Nel 2005 impedirono il sequestro del papello”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Nel 2005 impedirono il sequestro del papello”.

Al processo Mori-Obinu le testimonianze dei carabinieri Masi e Lecca, e del giornalista Lodato
di Aaron Pettinari – 21 dicembre 2010
Già nel febbraio 2005, diverso tempo prima della consegna del cosiddetto “papello” alle autorità giudiziarie effettuata da Massimo Ciancimino (2009), durante la perquisizione in casa del figlio dell’ex sindaco di Palermo…
…i carabinieri trovarono il documento di Riina ma non lo sequestrarono, su ordine di un colonnello, poichè l’Arma ne sarebbe stata già in possesso.
A dichiararlo in aula al processo che vede imputati il generale dell’Arma Mario Mori ed il collonello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, è stato il maresciallo dei carabinieri, Saverio Masi.

La deposizione di Masi

Il sottoufficiale ha raccontato, confermando quanto già detto ai pm nell’interrogatorio di luglio, di aver appreso i particolari del mancato sequestro dall’allora capitano Antonello Angeli, presente alla perquisizione nella casa al mare di Ciancimino ed indagato nell’ambito dell’indagine sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. “Il capitano Angeli trovò il ‘papello’ a casa di Massimo Ciancimino, disse che era in un controsoffitto – ha raccontato durante il dibattimento – chiamò subito il suo superiore, il colonnello Sottili, informandolo del rinvenimento della documentazione e gli chiese se fosse il caso che Sottili venisse e partecipasse alla perquisizione. Sottili gli rispose invece che non era il caso di procedere al sequestro perchè il ‘papellò ce l’avevano già. Angeli rimase esterrefato del contenuto di quella telefonata”.
Angeli, nonostante l’ordine di Sottili, “fece fotocopiare il ‘papello’. Disse che incaricò una persona fidata”.
Masi avrebbe appreso questa circostanza soltanto molto tempo dopo. “Il capitano Angeli me lo disse molti mesi dopo l’arresto di Bernardo Provenzano. Egli mi disse che attribuiva a Riina il documento che aveva trovato nell’abitazione di Massimo Ciancimino e mi disse che conteneva le richieste riferibili a Cosa nostra e che poteva ritenersi una trattativa proprio di interesse di Cosa nostra – ha proseguito ancora il maresciallo nell’interrogatorio condotto dai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo – Angeli era molto intimorito da questa situazione. Conservò una fotocopia del ‘papello’ mentre rimise a posto il documento originale, ma non disse dove”.
Sull’incontro con Angeli il maresciallo Masi, ha spiegato al tribunale che doveva restare “una cosa riservata”, quindi ha riferito che Angeli avrebbe avuto dei “grossi conflitti” con i suoi superiori, il comandante del nucleo operativo di allora, Francesco Gosciu e il comandante del reparto operativo Giammarco Sottili. “Mi disse che era in enorme conflitto con i due ufficiali, ci furono degli alterchi molto pesanti e addirittura stavano venendo in un’occasione anche alle mani. Ma Gosciu lasciò le cose come stavano. Angeli voleva togliersi questo peso dalla coscienza ma Gosciu non lo ascoltò”.
Conflitti che anche lo stesso Masi aveva avuto con i due superiori. “Era una cosa nota a tutto il reparto operativo dei carabinieri. Angeli sapeva delle mie controversie, sia con Gosciu che con Sottili. Noi parlammo in diverse occasioni. Eravamo impauriti per la situazione che stavamo vivendo. Angeli era sconcertato e intimorito. Venne perfino mandato dai suoi superiori a un controllo medico perché volevano farlo passare per pazzo, per screditarlo”.
Dopo poco tempo l’allora capitano Angeli venne trasferito a Roma “ma noi ci siamo incontrati a Palermo. Mi chiamò su una delle mie utenze telefoniche e mi chiese di incontrarci” ha proseguito nel racconto Masi. Secondo il maresciallo, Angeli sarebbe stato trasferito a Roma “a causa dei suoi contrasti sulle indagini su Massimo Ciancimino. Giravano altre voci che anche altri colleghi avevano subito ripercussioni sempre sulla vicenda Ciancimino e avevano subito trasferimenti. Nel nostro incontro decidemmo che ci volevamo rivolgere ad un quotidiano nazionale per fare filtrare la notizia in modo che poi l’autorità giudiziaria ci convocasse”.
Così nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro sottufficiale, contattò il giornalista dell’Unità Saverio Lodato proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia importante. Al cronista chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo.
“Angeli mi disse che voleva essere sicuro che la notizia venisse pubblicata – ha detto Masi – Ritenevamo Lodato una persona seria e affidabile. Così ci incontrammo nella sua abitazione. Io ero in compagnia del mio collega Carmelo Barbaria”. Tuttavia non se ne fece niente perché dopo qualche tempo Lodato avrebbe spiegato al maresciallo di aver parlato con il suo direttore e che gli era stato detto che “sarebbe stato meglio che del caso si occupassero i redattori locali di ‘Repubblica’. Per noi fu una cosa scoraggiante e capimmo che non se ne voleva occupare”. In merito alla decisione presa di presentarsi spontaneamente alla Procura di Palermo per essere ascoltato ha detto: “L’ho deciso dopo avere appreso delle notizie di stampa riguardanti Massimo Ciancimino”.
”Potevamo arrestare Provenzano nel 2001”
Il sottoufficiale dell’arma in aula ha anche riferito di un episodio che somiglia molto a quello di Michele Riccio che nel 1995 stava per mettere le mani su Bernardo Provenzano se, questa l’accusa sostenuta dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, i suoi superiori non gli avessero messo il classico bastone fra le ruote.
Saverio Masi ha testimoniato delle difficoltà avute all’interno nel suo corpo nelle indagini protese alla cattura del boss corleonese.
Le indagini, infatti, l’avevano portato a un casolare sperduto nei pressi di Ciminna. Il giorno dopo la cattura di Benedetto Spera, uno dei principali fiancheggiatori di Provenzano, era stata allacciata l’energia elettrica e l’intestatario del contratto apparteneva alla stessa famiglia che aveva firmato il contratto per la luce nel covo di Spera.
Abbastanza per indagare su chi vi abitasse all’interno. “Mi fu imposto di coordinarmi col Ros. Mi ero attrezzato per la preparazione tecnica. Volevo piazzare una telecamera, installare delle cimici all’interno era troppo pericoloso, rischiavamo certamente di essere visti. Il colonnello Sottili mi chiese quale ditta mi avrebbe fornito il materiale e, saputolo, mi ha detto di non lavorare mai con una ditta di Palermo, anche se, negli anni a seguire, abbiamo sempre lavorato con un’azienda cittadina”. Quindi, “la telecamera non viene montata”, si preferisce agire con delle cimici. “Avviene un lungo empasse, tutto era in mano al capitano Valeri del Ros, poi, addirittura, ci passano sopra con un elicottero… io avevo passato le notti a scalare le montagne per fare qualche ripresa, evitavo di passare dal paese e quando iniziò il breafing per capire come intervenire, c’erano auto del Ros nei pressi del casolare”.
“Abbiamo tentato di entrare nel casolare per piazzare le cimici – ha continuato Masi innanzi ai giudici – ma non ci siamo riusciti né la prima, né la seconda volta. Mi sembravano scuse: una volta si era rotta l’apparecchiatura, un’altra volta non c’era la chiave adatta. L’ho esternato ai miei superiori e loro mi hanno detto: ‘è un caso’”. Qualche tempo dopo i militari riuscirono ad entrare nel casolare ma le cimici non erano state piazzate poiché non era stata trovata la fonte di alimentazione, ha raccontato sempre il maresciallo, “mentre io mi ero premunito di batterie. Quindi andai da Sottili perché l’accordo era che dovevo esserci io o un uomo della mia squadra. C’è stato un alterco e subì l’ordine di chiudere l’indagine”. Secondo quanto poi ha aggiunto il testimone, la polizia poco dopo aveva intercettato due fiancheggiatori di Provenzano trovando riferimenti proprio a quel casolare. La rabbia del sottufficiale sarebbe scoppiata proprio in occasione dell’arresto del padrino corleonese, quando è stato convocato con molti suoi colleghi per ricevere i complimenti del colonnello Sottili e del maggiore Francesco Gosciu, per il contributo dato nell’attività finalizzata alla cattura del latitante.
Masi avrebbe poi avuto anche una buona pista per arrivare al boss Matteo Messina Denaro: “Sono stato trasferito alla prima sezione, mi avevano detto che sarei stato qualche giorno lì, prima di rimettermi a lavoro con la mia squadra e, invece, è passato un anno e mezzo”.
Controinterrogato da Basilio Milio, il sottoufficiale dei carabinieri ha anche spiegato il motivo delle denunce per  falso ideologico e materiale e truffa, per via di una multa presa con un’auto privata mentre si trovava in servizio. “Usavamo sempre macchine di amici e parenti per fare i pedinamenti. I fiancheggiatori annotavano le targhe delle auto che usavamo. Così se, ad esempio, dovevamo entrare a Bagheria, ricorrevamo ad auto intestate a nostri conoscenti del posto, in modo da non destare alcun sospetto. E di multe ne abbiamo ricevute diverse. Era una procedura che i miei superiori conoscevano”.
Dopo la testimonianza del maresciallo vi è stata la deposizione del giornalista Saverio Lodato che ha confermato di avere effettivamente ricevuto la visita di due carabinieri che, nella “primavera-estate del 2006”, andarono a trovarlo nella sua abitazione. “Non riuscii a capire, per quanto mi fossi sforzato, di cosa mi volessero parlare – ha spiegato – Continuavano a comportarsi come se fossimo in una fiction, a dire di non poter parlare a casa mia perchè temevano ci fossero microfoni e telecamere. Io ero andato ad abitare lì da poco, e solo perchè mia madre stava male. Secondo me non era possibile che quella abitazione potesse essere tenuta sotto controllo”. Lodato ha quindi spiegato che i due carabinieri “fecero riferimento a fatti gravissimi e alla mancata cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro. Io dopo averli ascoltati e non avere capito di cosa parlassero li congedai consigliando loro di rivolgersi a magistrati, più che a giornalisti. Mi hanno scritto i loro nomi e numeri di telefono in un foglio di carta e mi hanno dato appuntamento tre giorni dopo. Ma non sono andato, la discussione non mi aveva convinto”. Quindi ha smentito Masi anche su quanto il cronista avrebbe detto al telefono dopo il primo incontro: “Non ho mai parlato con il mio direttore né ho mai millantato di averlo fatto”.

La deposizione dell’appuntato Lecca

Ancora più rilevante la testimonianza dell’appuntato Samuele Lecca, che oggi presta servizio al Nucleo Radiomobile di Palermo e che all’epoca partecipò direttamente alla perquisizione nella casa di Ciancimino. Questi ha raccontato di aver rinvenuto in uno scatolo che si trovava in un magazzino di pertinenza di Massimo Ciancimino, a poche centinaia di metri dalla casa all’Addaura, in un controsoffitto “una sorta di libro rilegato al cui interno c’erano diversi fogli, alcuni erano manoscritti e altri dattiloscritti. Li portai al mio Comandante Angeli che dopo averli sfogliati fece una telefonata. Subito dopo mi disse ‘Conosci da queste parti una fotocopisteria? Vai a fare subito, da solo, una fotocopia di questi documenti. Ci vediamo in Caserma’. Così andai a fare le fotocopie e le pagai 19 euro. Mentre andavo a fare le fotocopie il capitano Angeli mi telefonò per dirmi ‘Sbrigati, a che punto sei? Le hai fatte le fotocopie?’. Ma io ancora ero per strada perché il posto era lontano. Dopo poco tempo mi richiamò per dirmi ‘Spiacciati, qui abbiamo quasi finito’. Poi, dopo avere fatto le fotocopie, portai tutta la documentazione in Caserma, nel suo ufficio. Lasciai sia gli originali che le fotocopie sulla scrivania del capitano Angeli”. Lecca ha quindi sottolineato che “Era la prima volta che mi venisse chiesto di fare delle fotocopie fuori dalla Caserma non mi era mai successo. Durante le operazioni di catalogazione non ho più visto la documentazione che avevo consegnato”.

Nuove analisi sui documenti di Ciancimino

La procura di Palermo ha quindi presentato una nuova attività integrativa su indagini relative a ulteriori analisi tecniche sui documenti presentati da Massimo Ciancimino.
Secondo quanto spiegato dal pm Antonino Di Matteo si tratta di “esami tecnici su documenti presentati da Ciancimino e analisi comparative”.
Oltre a questi documenti i pm hanno depositato anche un verbale di interrogatorio reso da Edoardo Fazioli, ex vicedirettore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed oggi magistrato di Cassazione, sentito il 14 dicembre nell’ambito dell’indagine sulla trattativa tra Stato e mafia.
Nel corso dell’esame il giudice, che fu braccio destro di Nicolò Amato, ha raccontato ai pm che tra luglio e dicembre del ’92 al Dipartimento si discusse della possibile applicazione di un regime carcerario differenziato ai mafiosi che si fossero dissociati da Cosa nostra. Una circostanza ritenuta interessante dai magistrati che indagano sulla trattativa perché al quinto punto del papello, l’elenco con le richieste di Riina allo Stato, si faceva esplicito riferimento alla concessione ai mafiosi dissociati dei benefici dati ai brigatisti rossi che avevano preso le distanze dall’ organizzazione. Per la Procura l’indicazione del papello potrebbe essere messa in connessione con il dibattito che, nello stesso periodo – l’elenco di Riina sarebbe stato dato da Massimo Ciancimino ai carabinieri del Ros a giugno 92 – si svolgeva al Dap e pertanto hanno chiesto la citazione a deporre di Fazioli.
Chiesta inoltre, per la seconda volta, l’audizione del giudice Alfonso Sabella che nella scorsa udienza il tribunale aveva rigettato. Questa volta, il tribunale presieduto da Mario Fontana ha accolto la richiesta di sentire l’ex pm di Palermo dopo l’intervista rilasciata recentemente alla trasmissione ‘Annozero’.
Verrà sentito alla prossima udienza, l’11 gennaio 2011, assieme al magistrato Stefano Manduzio, la cui audizione è stata richiesta dalla difesa.

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