Archivi del giorno: 25 dicembre 2010

SI PUÒ PARAGONARE IL DEBITO PUBBLICO DEI PAESI DETTI « IN VIA DI SVILUPPO » CON QUELLO DEI PAESI DEL NORD ?

Fonte: ComeDonChisciotte – SI PUÒ PARAGONARE IL DEBITO PUBBLICO DEI PAESI DETTI « IN VIA DI SVILUPPO » CON QUELLO DEI PAESI DEL NORD ?.

DI DAMIEN MILLET, ERIC TOUSSAINT
Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde

Sebbene ci sia una differenza enorme nell’entità, c’è una prima similitudine nell’evoluzione temporale. Il debito pubblico dei paesi in via di sviluppo e quello dei paesi del Nord sono entrambi esplosi nel corso degli anni ’70. Al Nord, la recessione generalizzata degli anni 1973-1975 ha obbligato i poteri pubblici a indebitarsi per rilanciare l’economia: creazione di posti di lavoro nel settore pubblico, progetti supportati dallo Stato (ad esempio, TGV, Ariane o Airbus in Francia), politica di grandi opere pubbliche militari o industriali. Gli Stati o le colletività locali sono stati quindi presi in trappola dall’innalzamento dei tassi di interesse all’inizio degli anni ’80. Il loro debito pubblico è cresciuto molto velocemente poiché hanno dovuto ricorrere a nuovi prestiti per rimborsare, così come è successo al Sud. Anche in quel caso l’effetto palla di neve.

A partire dalla crisi internazionale esplosa al Nord nel 2007, il debito pubblico dei paesi più industrializzati, che si era mantenuto sino a quel momento ad un livello elevato soprattutto a causa delle riforme fiscali favorevoli ai più ricchi, è di nuovo esploso per l’effetto congiunto dei piani di salvataggio delle banche e per l’abbassamento degli introiti fiscali dovuto alla recessione economica del 2008-2009. In questo modo, per l’Unione Europea il debito pubblico è passato da 7.300 a 8.700 miliardi di euro tra il 2007 e il 2009. Un nuovo effetto “palla di neve” potrebbe realmente innescarsi.

La seconda somiglianza riguarda i detentori di questi crediti e i flussi finanziari che essi impongono. A Nord, la porzione del debito pubblico detenuta dai cittadini a reddito modesto è estremamente marginale. All’emissione delle obbligazioni del Tesoro, le grandi istituzioni finanziarie private (banche, compagnie d’assicurazione, mutual funds, fondi pensione e hedge funds) ne raccolgono in qualche giorno la quasi totalità. Sono quindi esse e privati cittadini particolarmente ricchi che detengono la maggior parte dei crediti del debito pubblico dei paesi del Nord. La differenza principale con i paesi in via di sviluppo sta nel fatto che il loro debito pubblico estero impone loro di acquisire monete forti per il rimborso, spingendo a fondo le esportazioni.

Per quel che riguarda i debitori, lo Stato rimborsa prelevando le somme necessarie dagli introiti fiscali. Ora, i redditi da lavoro sono tassati più pesantemente dei redditi da capitale. Tra l’altro la porzione delle imposte indirette, come l’IVA, tende ad aumentare quando essa è, in termini relativi, più costosa per il ceto popolare e medio. Quindi lo Stato rimborsa essenzialmente le ricche istituzioni private con i soldi prelevati pesantemente a gente a basso reddito. Siamo quindi di fronte ad un trasferimento di ricchezza dalla popolazione (in questo caso dei paesi del Nord) verso i detentori di capitali. Esiste quindi oggettivamente una solidarietà profonda tra le vittime del debito pubblico dei paesi in via di sviluppo e quelle del debito pubblico del Nord.

« I mercati dei titoli del debito pubblico (i mercati obbligazionari pubblici), creati dai principali paesi beneficiari della mondializzazione finanziaria e poi imposti agli altri paesi (senza troppe difficoltà, il più delle volte) sono, anche a detta del Fondo monetario internazionale (FMI), la “pietra angolare” della mondializzazione finanziaria. In altri termini, è proprio il meccanismo più solido messo in piedi dalla liberalizzazione finanziaria per il trasferimento della ricchezza da certe classi e strati sociali e da certi paesi verso altri. Combattere le fondamenta della potenza finanziaria presuppone lo smantellamento di questi meccanismi e quindi la cancellazione del debito pubblico, non solo quello dei paesi poveri, ma anche quello di ogni paese le cui vive forze sociali rifiutano di lasciar il loro governo continuare ad imporre l’austerità del bilancio ai cittadini per pagare gli interessi del debito pubblico. »
François Chesnais, Tobin or not Tobin ? ATTAC, Mille et une nuits

La terza somiglianza risiede nel fatto che nel Nord come nel Sud; l’entità del debito è il pretesto ideale per imporre politiche di austerità e modificare i rapporti sociali a vantaggio dei possessori dei capitali. Posta in essere dagli anni ’80 nel Nord parallelamente ai piani di ristrutturazione al Sud queste politiche hanno trovato un contesto generale nell’Unione Europea attraverso il trattato di Maastricht: la sua priorità è stata una forte riduzione del debito pubblico, cosa che ha implicato la continuazione di una politica di rigore, specialmente delle privatizzazioni, una rimessa in discussione della previdenza sociale e del sistema pensionistico, un ridimensionamento della sanità e dell’istruzione…

In Francia, per esempio, i governi nominati da Jacques Chirac e in seguito da Nicolas Sarkozy hanno preso due misure emblematiche: la riduzione delle imposte sul reddito (che non dà vantaggi alla metà delle famiglie, quelle che non sono tassabili) e la privatizzazione parziale di numerose aziende pubbliche (Air France, Aeroport de Paris, France Telecom, Electricité de France, Gaz de France, Crédit Lyonnais, Dassault Systèmes o varie società di gestione delle autostrade). La riforma sulle pensioni già programmata per l’estate 2010 costituerebbe, se adottata, un passo indietro notevole per i salariati francesi. Le conseguenze economiche del debito pubblico per le popolazioni – ristrutturazione al Sud, austerità al Nord – sono quindi molto simili.

La quarta somiglianza è l’intervento del FMI tanto al Sud del mondo (cosa non nuova) che al Nord. Le misure imposte a Grecia, Spagna, Romania, Ungheria, Lituania… tutti membri dell Unione Europea, sono state elaborate con la partecipazione diretta del FMI.

Di conseguenza, per la sua origine, per il meccanismo, per le conseguenze, il debito colpisce al Nord come al Sud con una forza impressionante. Quale limiti porre alla definizione di paesi in va di sviluppo ? La Cina vi deve essere inclusa ? E la Russia? E i paesi dell’Europa orientale che sono entrati nell’Unione europea? Non si può essere coerenti stabilendo dei limiti arbitrari, come fanno il FMI e la Banca mondiale, e proponendo soluzioni differenti quando le popolazioni sono colpiti da meccanismi sottoposti alla stessa logica… È quindi necessario pretendere le stesse soluzioni, ossia la cancellazione del debito pubblico al Nord verso le grandi istituzioni finanziarie private. Una idea originale per attuarla potrebbe essere una imposta eccezionale sul patrimonio dei creditori dei paesi del Nord (ossia le banche, le assicurazioni, i fondi pensione…), di un importo pari all’ammontare del credito posseduto… Questa imposta servirebbe a rimborsare anticipatamente il debito dello Stato nei loro confronti. In tal modo il problema del debito sarebbe risolto rapidamente. Per i cittadini del Nord, l’effetto sarebbe notevolissimo poiché, i poteri pubblici, liberati dal fardello del debito, ritroverebbero i fondi per finanziare progetti sociali, per creare posti di lavoro, per versare riparazioni ai popoli del Sud e per agire in maniera soddisfacente nell’interesse del maggioranza dei cittadini.

Un’altra proposta fondamentale è la necessità di decretare una moratoria sul rimborso del debito e di realizzare una sua revisione. La moratoria è sfruttata per procedere ad un esame dei prestiti con l’obiettivo di identidicare i debiti illeggittimi. La partecipazione dei cittadini è la condizione indispensabile per garantire l’obiettività e la trasparenza della revisione. Questa revisione permetterà di determinare le differenti responsabilità nel processo di indebitamento e di esigere che i responsabili rendano conto alla collettività. I debiti identificati come immorali o illeggitimi devono essere annullati.

Sulla base della sua esperienza al riguardo del debito dei paesi del Sud, il Comitato per l’annullamento del debito del Terzo mondo (CADTM) mette in guardia contro una rivendicazione insufficiente, come una semplice sospensione del rimborso del debito. Ci vuole una moratoria senza aggiunta di interessi sul ritardo per le somme non rimborsate.

Altre misure complementari dovrebbero essere prese [1]:

– 1. Espropriare le banche per trasferirle al settore pubblico, sotto controllo dei cittadini.
Non sono possibili sistemi di regolazione duraturi con le istituzioni finanziarie private. Gli stati devono recuperare la loro capacità di controllo e di orientamento dell’attività economica e finanziaria.

– 2. Istaurare una vera giustizia fiscale europea ed una giusta ridistribuzione della ricchezza. Vietare paradisi giudiziari e fiscali. Tassare pesantemente le transazioni finanziarie.
Assieme ad una armonizzazione fiscale europea che permetta d’impedire il dumping fiscale, è necessaria una riforma radicale della fiscalità. Lo scopo è l’aumento degli introiti fiscali, in particolare attraverso l’imposta sul reddito e l’imposta sulle società, ed un abbassamento rapido dei prezzi di beni e servizi di prima necessità (alimenti di base, acqua, elettricità, riscaldamento, trasporti pubblici…), attraverso principalmente una riduzione forte e mirata dell’IVA su questi beni e servizi vitali.

Dal 1980, le imposte dirette non hanno smesso di ridursi per i redditi più elevati e per le grandi imprese. Nell’Unione Europea, dal 2000 al 2008, i tassi superiori dell’imposta sul reddito e l’imposta sulle società si sono ridotti rispettivamente di 7 e 8,5 punti. Queste centinaia di miliardi di euro di regali fiscali sono stai essenzialmente orientati verso la spaculazione e l’accumulazione di ricchezza da parte dei più ricchi. Bisogna vietare tutte le transazioni passanti per i paradisi fiscali. I differenti G20 hanno rifiutato, malgrado le loro dichiarazioni d’intenti, di occuparsi realmente dei paradisi giudiziari e fiscali. Bisogna interdire questi buchi neri della finanza, della corruzione , della delinquenza di alto livello e dei traffici illeciti. Alla progressività dell’imposta bisognerebbe aggiungere una tassazione dissuasiva delle transazioni speculative e dei redditi dei creditori del debito.

– 3. Lottare contro la massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e dei più ricchi.
L’evasione fiscale priva di mezzi considerevoli la collettività e agisce contro l’occupazione. Investimenti pubblici adeguati devono essere consacrati ai servizi delle finanze per lottare efficacemente contro di essa. I risultati devono essere resi pubblici e i colpevoli pesantemente sanzionati.

– 4. Mettere sotto controllo i mercati finanziari, attraverso la creazione di un registro dei proprietari di titoli e il divieto di vendite allo scoperto.
La speculazione su scala mondiale ha una entità di molte volte superiore alle ricchezze prodotte sull’intero pianeta. L’organizzazione sofisticata del sistema finanziario lo rende completamente incontrollabile. Gli ingranaggi creati dal sistema finanziario destrutturano l’economia reale. L’opacità delle transazioni finanziarie è la regola. Per tassare i creditori alla base, bisogna identificarli. La dittatura dei mercati finanziari deve cessare.

– 5. Ridurre radicalmente il tempo di lavoro per creare occupazione aumentando nel contempo salari e pensioni.
Ditribuire differentemente la ricchezza è la migliore risposta alla crisi. La parte delle ricchezze prodotte che è destinata ai salari è nettamente diminuita, mentre i creditori e le imprese hanno aumentato i loro profitti per destinarli alla speculazione. Aumentando i salari, non solo si favorisce il potere d’acquisto delle popolazioni, ma si rinforzano anche gli strumenti di protezione sociale e del sistema pensionistico. Diminuendo il tempo di lavoro senza ridurre il salario e creando occupazione, si migliora la qualità della vita della gente.

– 6. Nazionalizzare le numerose imprese e servzi privatizzate negli ultimi 30 anni.
Una caratteristica di questi ultimi 30 anni è stata la privatizzazione del numero di imprese e servizi pubblici. Andando dalle banche al settore industriale, passando per la posta, le telecomunicazioni, l’energia e i trasporti, i governi hanno consegnato ai privati blocchi interi dell’economia, perdendo nel contempo ogni capacità di controllo dell’economia. Questi beni pubblici, frutto del lavoro collettivo, devono tornare di proprietà pubblica.

– 7. Per un’assemblea costituente dei popoli per una unione europea diversa.
L’Unione europea nata dai trattati costituzionali imposti ai popoli è una vera macchina da guerra al servizio del capitale e della finanza. Essa deve essere completamente rifondata attraverso una procedura costituente in cui la parola dei popoli sia infine presa in considerazione. Questa nuova Europa democratizzata deve agire per l’armonizzazione dall’alto della giustizia fiscale e sociale, permettere un aumento del livello di vita dei suoi abitanti, ritirare le sue truppe dall’Afganistan e uscire dalla NATO, ridurre radicalmente le sue spese militari, bandire le armi nucleari e impegnarsi decisamente per il disarmo, mettere fine alla sua politica di fortezza assediata nei confronti dei candidati all’immigrazione, diventare un partner equo e realmente solidale verso i popoli del Sud del pianeta.

Note

[1] Queste proposte sono riprese dal testo redatto in agosto 2010 dal CADTM Europa, intitolato: “Il debito pubblico, una manna per i creditori, un dramma per i popoli!”.

Questo testo è una versione aggiornata ed incrementata della Domanda/Risposta n°58 del libro di Damien Millet e Eric Toussaint “60 Questions/60 Réponses sur la dette, le FMI et la Banque mondiale”, CADTM-Syllepse, Liegi-Parigi, 2008.

Damien Millet è portavoce del CAMTD Francia. Eric Toussaint è presidente del CAMTM Belgio e membro del consiglio scientifico di ATTAC Francia. Insieme hanno scritto: “La Crisi, quali crisi ?”, CADTM-Aden-Cetim, Liegi-Bruxelles-Ginevra, 2010.

Titolo originale: “Peut-on comparer la dette publique des Pays dits « en développement » et la dette publique au Nord ? “

Fonte: http://www.cadtm.org
Link
28.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di A.C.

La figlia del “Che” e l’embargo a Cuba

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La figlia del “Che” e l’embargo a Cuba.

Aleida Guevara, figlia del “Che“, che mi onora della sua amicizia, mi ha inviato un appello per togliere l’embargo degli Stati Uniti a Cuba. L’embargo, criminale perché impedisce anche l’importazione di farmaci di prima necessità, dura dal 1962 e impedisce di fatto il commercio di Cuba con tutti i Paesi che hanno relazioni con gli USA. La piccola Cuba deve fare davvero paura al colosso americano se l’embargo dura da mezzo secolo. “El bloqueo” è stato condannato dall’ONU lo scorso ottobre 2010, che ne ha chiesto la revoca con 187 voti favorevoli e 2 contrari (Israele e Stati Uniti). Obama revochi l’embargo. Sarebbe un bel gesto.

Intervista a Aleida Guevara, figlia del “Che”.
“Noi non chiediamo niente in cambio di ciò che facciamo. Abbiamo ricevuto molta solidarietà da parte del popolo italiano. Forse uno dei movimenti più forti di solidarietà con Cuba è proprio quello Italiano. Il punto è far conoscere a tutti la realtà che viviamo. Sfortunatamente l’informazione è molto carente e raggiunge la gente in modo profondamente distorto. Per questo è molto importante che si sappia che noi potremmo fare molto di più, potremmo essere ancor più solidali se ci togliessero l’embargo economico.
Il modo in cui il popolo cubano sta resistendo a un embargo brutale da oltre 48 anni è unico nella Storia dell’umanità. Si parla dell’embargo, ma non si sa come si vive a causa dell’embargo. Un semplice esempio relativo a un gruppo di bambini cubani affetti da leucemia. Attraverso un’organizzazione di solidarietà svizzera di nome “mediCuba“, riesce ad ottenere la materia prima e produce i farmaci citostatici. Possiamo sintetizzarli. Tuttavia non disponiamo dei medicinali per contrastare gli effetti secondari dei citostatici. Per molto tempo abbiamo avuto bambini leucemici che vomitavano venti volte al giorno perché non potevamo somministrare loro il farmaco richiesto. Questo è solo uno degli effetti dell’embargo. Il farmaco in questione è un brevetto statunitense. L’Europa può sintetizzarlo, ogni impresa farmaceutica può produrlo in Europa, ma non ce lo può vendere. Se un’impresa ce lo vende, gli Stati Uniti impongono sanzioni: ritira il capitale americano eventualmente investito o vieta l’esportazione dei prodotti dell’azienda verso il mercato statunitense. Si tratta di una lotta impari dal momento che a Cuba siamo solo 11 milioni, mentre negli Stati Uniti vi sono 400 milioni di potenziali clienti.
Il problema è che abbiamo una forte necessità di reperire i farmaci e disponiamo del denaro per comprarli, non stiamo elemosinando niente. Stiamo chiedendo il diritto ad acquistare farmaci come qualsiasi altro Paese del mondo. Questo ci viene impedito dall’embargo per ogni risvolto della nostra economia. Immaginate se riusciamo a prestare servizi sanitari a quanti lo necessitano nonostante l’embargo, quanto potremmo fare di più senza l’embargo. La questione è semplicemente questa: un’informazione adeguata alle persone nel mondo perché portino la loro solidarietà a Cuba e esercitino pressione sul governo statunitense affinché sia eliminato questo embargo criminale.”

Si ringrazia Katia Fiterman per l’intervista.

L’EURO: DA ALTERNATIVA AL DOLLARO A BUSINESS DELLA POVERTÀ

Fonte: ComeDonChisciotte – L’EURO: DA ALTERNATIVA AL DOLLARO A BUSINESS DELLA POVERTÀ.

FONTE: COMIDAD.ORG

Il ministro dell’Economia Tremonti ha rilanciato i facili entusiasmi dei suoi supporter della “destra antagonista” ripresentando alla Germania la proposta degli “Eurobond”, cioè di titoli emessi allo scopo di sostenere l’euro attraverso un impegno dell’Unione Europea nel suo complesso. La proposta si è qualificata da sé come un nonsenso, dato che è apparsa come andare da uno che ti abbia appena rifiutato di garantirti una cambiale per chiedergli di garantirti addirittura un mutuo.

Il governo tedesco ha avuto infatti facile gioco ad obiettare che il peso della responsabilità di garantire l’affidabilità di questi titoli europei ricadrebbe sui Paesi ad economia forte, come appunto la Germania; Paesi che adesso rivendicano nei media il rango di “virtuosi”, dato che la potenza si ammanta di virtù, mentre i Paesi ad economia debole, in base a questo lessico moralistico, vengono etichettati con l’acronimo sprezzante di “P.I.G.S.”, poiché la debolezza va considerata come una colpa.

La fiaba dei “virtuosi” parsimoniosi da una parte e dei “viziosi” che “vivono al di sopra dei propri mezzi” dall’altra, è smentita dal fatto in Europa la povertà viene scientemente trasformata in fonte di indebitamento delle masse tramite il finanziamento ai consumi. Se i governi europei volessero davvero far vivere i propri Paesi secondo i propri mezzi, porrebbero nei loro “patti di stabilità” la clausola di non favorire l’indebitamento delle masse. Non risulta invece che la Germania abbia mai posto condizioni di tal genere, forse perché tra i colossi bancari interessati al business del finanziamento ai consumi vi sono anche multinazionali tedesche.

In Italia un ente previdenziale pubblico come l’INPDAP è intanto diventato un’agenzia di intermediazione di prestiti erogati da ditte private, con il risultato che la proprietà immobiliare diffusa nel ceto medio italiano oggi si trova già in gran parte ipotecata e prossima a passare di mano. In Italia le case sono di cemento e mattoni, non baracche di legno e pannelli prefabbricati come negli USA, quindi si tratta di un passaggio di ricchezza reale nelle mani delle agenzie finanziarie, che fanno tutte capo, in un modo o nell’altro, a grandi gruppi bancari internazionali, come la Rothschild, la Goldman Sachs, la Morgan e la Deutsche Bank.

Se lo scopo di Tremonti fosse stato quello non di far recitare semplicemente alla Germania la parte del cattivo, ma di metterla sul serio di fronte alle proprie responsabilità, allora la sua arma avrebbe dovuto essere non la proposta patetica degli Eurobond, ma semplicemente di dire la verità sulla istituzione dell’euro. La moneta unica europea non era affatto nata per costituire la premessa di una improbabile unione politica: ciò faceva parte solo della propaganda e delle pubbliche relazioni, poiché, in base al costume americanistico, divenuto ora planetario, ogni business deve essere camuffato con pretesti idealistici ed “epocali”.

Il vero motivo dell’istituzione dell’euro era che, in base agli accordi assunti nel 1995 con la istituzione della Organizzazione Mondiale per il Commercio (il WTO), avrebbe dovuto instaurarsi una concorrenza tra le monete di pagamento internazionale, con la conseguente fine del monopolio del dollaro statunitense. Gli USA si erano avvantaggiati per più di mezzo secolo della funzione del dollaro come moneta di pagamento internazionale, poiché ciò aveva consentito di stampare molti, ma molti, più dollari di quanti fosse necessario per i pagamenti interni. Nel 1995 si credeva che quel tipo di business monetario si aprisse anche per l’Europa.

All’inizio degli anni ’90 sembrava essersi costituito un solido asse franco-tedesco, che si assunse il ruolo di leadership nel nuovo ed ipotetico business della moneta unica europea alternativa al dollaro. La sinergia tra la potenza nucleare francese e la potenza finanziaria tedesca avrebbe dovuto costituire la base di un nuovo equilibrio planetario del dopo-guerra fredda. Alla metà degli anni ’90 circolava infatti, in parte della sinistra comunista, l’espressione “imperialismo europeo”, a significare questo apparente ruolo di nuovo dominio finanziario della UE a guida franco-tedesca.

Il primo Paese ad adottare l’euro, al posto del dollaro, come moneta di pagamento del petrolio, era stato l’Iraq di Saddam Hussein, che però venne immediatamente invaso dagli Stati Uniti nel 2003. Gli USA avevano quindi lasciato istituire l’euro in base ad una semplice valutazione: i vincoli finanziari imposti dalla moneta unica avrebbero ostacolato lo sviluppo economico dell’Unione Europea, la quale, al momento di andare a riscuotere i vantaggi dell’euro come moneta di pagamento alternativa, si sarebbe trovata di fronte all’alt imposto di forza dagli stessi Stati Uniti.

Finché il presidente francese è stato Chirac, la Francia ha cercato di contrastare la pretesa statunitense di non rispettare gli accordi presi in sede WTO; e vi sono tracce di questo contrasto nella propaganda del cinema americano dei primi anni 2000, dove il personaggio del cattivo o dell’antipatico era spesso un francese. Con la presidenza Sarkozy invece il calo di brache nei confronti degli Stati Uniti è stato totale, al punto che la Francia ha accettato persino di farsi reintegrare a tutti gli effetti nella NATO. Anche il governo tedesco della Merkel ha accondisceso a questa situazione di sudditanza, accompagnata peraltro da molti privilegi per le multinazionali tedesche; così che il mitico asse franco-tedesco si è praticamente spappolato. Oggi Paesi come l’Italia o la Spagna potrebbero anche chiedere conto a Germania e Francia di questa loro ignominiosa ritirata, e quindi dell’essere stati trascinati in un’impresa senza più vantaggi come l’euro, fonte soltanto di vincoli finanziari, che hanno di fatto trasformato l’Europa in una colonia del Fondo Monetario Internazionale; il quale, guarda caso, ha la sua sede centrale a Washington.

Si è verificato infatti negli anni un rovesciamento della funzione dell’euro: da business monetario che era, oggi è diventato un mero vincolo di “stabilità finanziaria”, ricalcato sui moduli da sempre imposti al terzo mondo dal FMI. L’Europa viene cioè “terzomondizzata” tramite lo strumento dell’euro, e diventa una terra di conquista per i business della povertà come il finanziamento ai consumi, con la conseguente spoliazione del ceto medio. I Paesi europei ad economia più debole non possono più svalutare le loro monete per sostenere le esportazioni, mentre i titoli di Stato di questi stessi Paesi sono vittima delle speculazioni dei cosiddetti “Mercati”, pseudonimo che indica in realtà le agenzie di rating, anch’esse, per pura coincidenza, tutte statunitensi. Le provocazioni delle agenzie di rating possono mettere in ginocchio la finanza pubblica degli Stati, e non in base a cause economiche oggettive, ma per i vincoli finanziari che gli stessi Stati hanno accettato di imporsi. Ma Italia e Spagna non possono chiedere conto a Francia e Germania della loro ignominiosa ritirata, perché quella stessa ritirata l’hanno iniziata proprio Italia e Spagna. Nel 2003 l’Italia del governo Berlusconi e la Spagna del governo Aznar furono infatti le prime a rompere la solidarietà europea, avallando l’invasione statunitense dell’Iraq. Quindi nessuno ha le carte in regola per poter criticare gli altri, a meno di non cominciare facendo autocritica seria sul proprio passato, qualcosa cioè che non è alla portata di un ceto politico colonizzato come il nostro.

Nessun commentatore dei media italiani ha poi sottolineato che, mentre Tremonti presentava la sua proposta degli Eurobond in sede europea, intanto il governatore della Banca d’Italia, Draghi, criticava e screditava pubblicamente la stessa proposta. In questo caso l’irritualità dell’intervento di Draghi è stata stridente. Un governatore della Banca d’Italia può rivendicare l’autonomia della propria posizione di fronte al governo quando si tratti di questioni interne; ma se lo stesso governo è impegnato in una trattativa internazionale, allora non c’è autonomia che tenga. Un governatore della Banca d’Italia non può dire agli altri governi che il suo ministro dell’Economia è uno che parla a vanvera; non lo può dire neppure se, come in questo caso, è palesemente vero. Se poi Tremonti stava cercando di scaricare le responsabilità per un’eventuale prossima liquidazione della moneta unica (in Francia ormai se ne discute apertamente), tanto più Draghi non poteva scaricare le colpe per intero sul proprio Paese, se non altro per non fornire altri pretesti speculativi alle agenzie di rating.

Draghi è il primo governatore della Banca d’Italia ad essere stato nominato dal governo invece che per nomina interna. Fu il precedente governo Berlusconi a metterlo lì cinque anni fa, dopo la misera caduta del governatore Fazio. Nemmeno per un attimo però l’attuale governo ha pensato di richiamare Draghi all’ordine, dato che Berlusconi ha ben altri pensieri, come quello di sopravvivere ogni giorno alle proprie stupidaggini del giorno prima.

Il presidente della Repubblica Napolitano, con il pretesto ridicolo della “ineludibilità” dell’approvazione della Legge di Stabilità finanziaria (ma non è già istituzionalmente previsto l’Esercizio Provvisorio in caso di mancata approvazione della Legge Finanziaria?), ha offerto a Berlusconi un mese di tempo per ricomprarsi i voti di maggioranza; voti che alla fine sono stati molti di meno di quanto fosse logico prevedere in base ai mezzi messi in campo. A quanto pare, anche come corruttore, Berlusconi risulta piuttosto incapace.

Adesso Napolitano difende Berlusconi persino dal pericolo di essere cacciato con elezioni anticipate. Qualcuno ricorderà un episodio del 1994, quando Berlusconi alla Camera scese dal suo scranno di Presidente del Consiglio per andare a scambiarsi con Napolitano una sorta di stretta di mano massonica davanti alle telecamere.

La scelta di Napolitano è in sintonia con gli interessi dei potentati finanziari internazionali, che sembrano preferire un’Italia con una leadership paralizzata, autodelegittimata e internazionalmente isolata, e perciò priva di qualsiasi potere contrattuale in sede europea. Nell’eventualità che Berlusconi cadesse, i partiti di “opposizione” avevano già in cantiere per il nuovo governo una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”, ma ciò non è bastato perché il FMI si fidasse di loro. Il fatto che oggi il FMI non si fidi neppure dei vari Fini, Bersani o Casini – forse perchè apparentemente capaci di intendere e di volere -, e preferisca ancora puntare su un palese inetto come Berlusconi, costituisce da parte dello stesso FMI un segnale di grave insicurezza, su cui si dovrebbe riflettere.

Nell’agosto ultimo scorso in Europa si è verificato un fatto nuovo e inaspettato, su cui i media tacciono rigorosamente. In Ungheria un governo di centro-destra, che era ritenuto di salda obbedienza al FMI, il governo Orban, è riuscito invece a cacciare dal proprio Paese il FMI senza colpo ferire. L’Ungheria ha ancora la sua moneta nazionale e ciò può averla favorita, ma è pur sempre occupata da basi militari NATO e USA. Il problema è vedere quanto queste basi militari siano oggi realmente operative dopo il processo di privatizzazione delle proprie forze armate attuato negli anni scorsi dagli USA.

Fonte: http://www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=393
23.12.2010

Il prezzo del rame? Lo deciderà JP Morgan | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Il prezzo del rame? Lo deciderà JP Morgan | Matteo Cavallito | Il Fatto Quotidiano.

Un singolo trader controlla ormai la metà del rame attualmente in vendita nel mondo vantando così un potere di mercato senza eguali. E’ l’ultima rivelazione del Wall Street Journal: l’ufficialità non c’è ma tutti gli indizi puntano alla banca statunitense

Il prezzo del rame vola alle stelle toccando i valori massimi degli ultimi 22 anni ma ad approfittarne potrebbero essere decisamente in pochi. Soprattutto ora che il rischio di imminenti e crescenti distorsioni, leggasi speculazioni, sembra crescere di pari passo con il pericoloso e anomalo incremento della concentrazione di mercato. E’ la valutazione emersa in questi giorni dopo le clamorose rivelazioni del Wall Street Journal (WSJ). Un singolo trader, ha affermato il quotidiano statunitense, avrebbe infatti scalato talmente tanto le posizioni di mercato da arrivare a possedere dall’80 al 90% del rame depositato nei magazzini della London Metal Exchange (Lme), una delle principali borse mondiali delle materie prime (commodities). Più o meno la metà del quantitativo disponibile sulla piazza mondiale per un valore complessivo, ai prezzi correnti, pari a circa 3 miliardi di dollari.

Sul nome del fortunato detentore, ufficialmente, regna il mistero. Ma quello nato attorno alla vicenda sembra in realtà uno di quei gialli scritti male in cui, fin dalle prime pagine, ogni lettore sembra intuire con facilità il nome del colpevole. Tutti gli indizi puntano infatti decisi sulla banca d’affari Usa JP Morgan, operatore tra i più attivi nel promettente mercato delle commodities. Il mese scorso, ha ricordato il WSJ, la Lme aveva rivelato come la metà del rame quotato a Londra fosse ormai in mano a un singolo trader. Anche allora mancò la conferma ufficiale dell’interessato ma alcuni insider fecero in condizioni di anonimato proprio il nome della banca statunitense.

Se i sospetti fossero confermati l’istituto americano si troverebbe ad operare nel mercato in una posizione di assoluto privilegio alimentando enormemente le prospettive di speculazione. E’ facile intuire, infatti, come la tentazione di distorcere a proprio favore il mercato possa diventare irresistibile per chi si trova nelle condizioni di controllare più o meno la metà dell’offerta su scala globale. Un pericolo concreto favorito dall’incredibile anomalia regolamentare delle borse. Se è vero, infatti, che i legislatori stanno tuttora ipotizzando di porre un limite all’esposizione massima di ogni singolo operatore sui contratti futures – i titoli derivati con i quali ci si assicura un acquisto differito ad un prezzo determinato – a nessuno sembra essere venuto in mente di applicare il medesimo principio alle commodities materialmente presenti dei magazzini. In futuro, in altri termini, i trader potrebbero subire delle limitazioni nella compravendita del rame “di carta” ma non in quella della materia tangibile.

Non stupisce, nelle circostanze attuali, che i fenomeni di concentrazione stiano interessando un po’ tutti i comparti del mercato. Il 90% dell’alluminio stoccato nei depositi della Lme, ricorda ancora il WSJ, appartiene a un solo operatore. Singoli trader, al tempo stesso, controllano dal 50 all’80% dello stoccaggio di nickel e zinco. Ottenere profitti, di regola, può non essere semplice dal momento che i prezzi finali di vendita devono essere in grado di compensare gli elevati costi di magazzino (tra cui la stipula di contratti assicurativi). Ma l’impennata dei prezzi che caratterizza oggi i metalli, i minerali e le commodities in genere rende tutto molto più facile.

Ieri, Goldman Sachs ha modificato al rialzo le proprie previsioni sul prezzo di oro e rame per il 2011. L’anno prossimo, ha segnalato l’istituto, il prezzo medio di quest’ultimo dovrebbe attestarsi sui 4,25 dollari a libbra mantenendosi più o meno sugli stessi livelli nell’anno successivo. Una correzione di ben di 75 centesimi su cui pesa la grande accelerazione delle importazioni cinesi (oltre 232 mila tonnellate a novembre, +37% rispetto al mese precedente) ma anche, impossibile escluderlo, la percezione di un’immancabile ondata speculativa. La corsa al rialzo, insomma, entra ancor più nel vivo. E il nome del vincitore sembra essere già stato individuato.

PM, fobie e ansie del Cavaliere Berlusconi

Fonte: PM, fobie e ansie del Cavaliere Berlusconi.

Nell’ultima conferenza stampa del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, riaffiora prepotentemente il non sopito astio verso la Magistratura, che poi il malanimo è rivolto ai PM e ai Giudici della Consulta.
Berlusconi non perde occasione per inveire, offendere, denigrare una categoria di uomini appartenenti al Corpo giudiziario, che fanno solamente ed unicamente il proprio dovere, ovvero l’applicazione delle Legge penale. Il presidente Berlusconi, invece di avere cotanta avversità verso i PM, perché non si convince che egli non è al di sopra della Legge? Deve rendersi conto che i PM e i Giudici sono parte integrante di un sistema di pesi e contrappesi che regolano la democrazia di questo Bel Paese. E, se a lui non va bene come è articolata la struttura dello Stato, avrebbe dovuto solo cambiarla ed avrebbe così dimostrato di avere i “gioielli di famiglia”. Se non erro prima dell’uscita dalla maggioranza di Gianfranco Fini aveva i numeri per riformare la Giustizia. E perché non l’ha riformata? Solo chiacchiere ad uso e consumo dei media: propaganda, propaganda, solo propaganda!

Ma, quello che non concepisco è il silenzio del ministro Alfano. Ma è mai possibile che il titolare di via Arenula, non senta la necessità di difendere la Magistratura, compresi i PM, dagli attacchi spropositati di Berlusconi?
Ministro Alfano, per favore, un po’ di coerenza istituzionale. Lei, in quanto titolare del dicastero della Giustizia, non può non intervenire su queste gravi offese. Lei non può fare solo il ministro per spedire gli Ispettori (ispezioni di cui poi nessuno probabilemente conoscerà l’esito). Ma lei ministro Alfano, davvero condivide le ultime esternazioni di Berlusconi preannunciante la costituzione di una “Commissione su associazioni a delinquere a fini eversivi nella magistratura”?
Qualcuno, tanti secoli fa disse “Vae victis” e mai come ora questa frase (“guai ai vinti”) è di attualità, giacché taluno vinto non accetta di aver perso o che sta perdendo: mi riferisco alla dignità di uomo.
Ed è perfettamente inutile riversare in altri le proprie debolezze e paure, condite da ansie e fobie.
Un uomo per definirsi tale deve avere il coraggio di confrontarsi e, se occorre, farsi giudicare. Non è né il potere né il portafoglio pieno di denari che può permettere ad un uomo di non essere alla pari di un altro.
Gli untouchables non sono consentiti in uno Stato di Diritto come quello italiano. E, semmai ce ne fosse ancora bisogno, urlo con tutta la mia onestà che “La legge è uguale per tutti”.
Il presidente del Consiglio, potrà fare tutte le Commissioni che vuole, ma io ho la certezza che prima o poi, egli sarà innanzi alla Legge per essere giudicato. A me non interessa se è innocente o colpevole, l’unica cosa che mi preme è che egli non può definire delinquenti ed eversivi i PM. E, ricordo a Berlusconi che Chinnici, Livatino, Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita l’attaccamento al dovere: dovere espresso attraverso la fedeltà incondizionata allo Stato.
Presidente Berlusconi erano “disturbati mentali” e “delinquenti ed eversivi” anche loro?
La fedeltà espressa dai PM di oggi è fuori dubbio, loro portano avanti le idee e i sentimenti che furono di Chinnici e degli altri martiri della Magistratura.. Parimenti, non si può dire lo stesso per alcuni politici che di fatto considerano la fedeltà una parola priva di significato, tant’è che si svendono per trenta denari.
E, non capisco davvero come Alfano, siciliano come i Giudici assassinati dalla mafia, non senta la necessità di prendere le distanze da simili offese ai PM:
uno scatto d’orgoglio, no?

Pippo Giordano

Mafia, stragi e depistaggi. ”Faccia da mostro” ha finalmente un nome

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia, stragi e depistaggi. ”Faccia da mostro” ha finalmente un nome.

di Nicola Biondo – 24 dicembre 2010
I mafiosi lo chiamavano Faccia da mostro o il bruciato. Per anni si è aggirato come un’ombra nella Palermo delle stragi e degli omicidi eccellenti. Uno sbirro con la tessera dei servizi segreti
che incontrava uomini di mafia.
Uno 007 border-line troppo vicino a molti fatti di sangue: dalla tentata strage della Addaura contro Giovanni Falcone nel giugno 1989, all’eccidio di via D’Amelio, passando per l’omicidio di un poliziotto, Nino Agostino, e della moglie.

Dopo anni di indagini, segreti di Stato e depistaggi, “Faccia da mostro” è stato riconosciuto da un pentito, Vito Lo Forte. Se ne conosce il cognome, Aiello, e la professione: è un dirigente di Polizia in pensione. La procura di Caltanissetta lo ha iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma chi si nasconde dietro quel soprannome da spy-story? Un killer di Stato, un uomo di cerniera tra mafia e servizi segreti o uno 007 sotto copertura?
E quali sarebbero stati i suoi compiti? La favola nera di “Faccia da mostro” è aleggiata per un quindicennio sui misteri e i segreti di Palermo, sempre a cavallo tra mafia e antimafia, in quella terra di nessuno in cui i due eserciti si parlano, mediano e forse convergono. In tanti credono di averlo visto: mafiosi e vittime di mafia, buoni e cattivi.
Fino all’estate del 2009 quando un collaboratore di giustizia, Vito Lo Forte, ha dato un nome e un cognome all’uomo del mistero. Trascinando con lui nel gorgo anche un altro uomo di Stato, un prefetto in pensione, ex dirigente dell’Alto commissariato antimafia. Indagini delicate partite d’impulso dalla Direzione nazionale antimafia e approdate alle procure di Caltanissetta e Palermo.
Indagini scivolose al punto che gli stessi investigatori procedono tra molti dubbi e difficoltà.
Il bruciato e lo zoppo. Vito Lo Forte ha identificato Aiello e l’uomo con cui spesso si accompagnava nel corso di una ricognizione fotografica avvenuta nell’agosto 2009. Si è scoperto così un altro soprannome di “Faccia da mostro”: «Li chiamavamo il bruciato e lo zoppo. Uno aveva il viso deturpato, l’altro camminava con un bastone». Lo Forte sostiene di aver visto entrambi «incontrarsi due o tre volte con Gaetano Scotto, il mio capo famiglia». Incontri che sarebbero avvenuti – sempre secondo Lo Forte – in esercizi pubblici, forse anche nel ristorante di proprietà del boss. Èl a prima delle pesanti accusa che Lo Forte lancia contro i due uomini di Stato.

Dall’Addaura a Via D’Amelio.
Questa la “geografia” che Lo Forte riporta ai magistrati: “Faccia da mostro” avrebbe avuto un ruolo nella mancata strage contro Giovanni Falcone e anche nell’attentato contro Paolo Borsellino. Su queste vicende – è bene ricordarlo – il collaboratore riporta notizie de relato. Lo Forte riscrive il film della tentata strage dell’Addaura.
Secondo il pentito – e siamo alla seconda accusa – sul teatro della tentata strage contro il giudice Falcone, ma su sponde differenti, sarebbero stati presenti Aiello e altri due esponenti delle forze dell’ordine: il poliziotto Nino Agostino e il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza, entrambi uccisi in circostanze misteriose rispettivamente nell’agosto 1989 e nel marzo 1990. Piazza e Agostino – sembra suggerire Lo Forte – avrebbero fatto fallire il complotto contro il giudice e sarebbero quindi stati eliminati per evitare che raccontassero il coinvolgimento di apparati dello Stato nell’attentato. Ma non finisce qui. Lo Forte sostiene anche che “Faccia da mostro” entrerebbe nella vicenda della strage del giudice Borsellino.
Fin qui il racconto del pentito. Sarà un caso ma è la stessa “geografia” in cui è inserito proprio Scotto, condannato per la strage del 19 luglio 1992 e indagato per l’omicidio Agostino e l’Addaura.
Ma come si è arrivati all’identificazione?
Il file “Faccia da mostro” impegna da anni la procura nazionale antimafia che si è avvalsa anche di numerosi colloqui investigativi. Alla fine, l’identificazione di Lo Forte ha fatto chiudere il cerchio su Aiello.
Il poliziotto di origine calabrese, oggi in pensione, ha lavorato nel capoluogo siciliano dall’86 all’89. La deformazione al viso sarebbe dovuta a un incidente, una fucilata gli avrebbe lasciato segni indelebili in faccia.
Dubbi e certezze. Una certezza riguarda Gaetano Scotto. Per gli investigatori il boss del’Arenella ha avuto sicuramente rapporti con ambienti insospettabili.
Lo dicono i tabulati dei suoi telefoni e la sentenza che lo ha condannato all’ergastolo per via D’Amelio. Lo conferma anche Gaspare Spatuzza: «Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage – ha dichiarato il pentito ricostruendo le fasi preparatorie della strage contro Paolo Borsellino – tra noi c’era uno elegante, biondino, mai visto prima, parlava con Gaetano Scotto». Per Spatuzza, l’uomo vicino a Scotto era uno sbirro, uno dei servizi.
Su Lo Forte invece si procede con molta cautela. Le rivelazioni del pentito vengono valutate attentamente dalla Procure di Palermo e Caltanissetta, rispettivamente competenti per gli omicidi Piazza e Agostino e per l’Addaura.Manon sono pochi i dubbi sulla sua versione. Entrato nel programma a metà degli anni 90, Lo Forte racconta di droga e riciclaggio, coinvolgendo il suo boss Gaetano Scotto e tace su tutto il resto. Nel 1999 il pentito uccide un uomo. «Me lo sono trovato dentro casa, credevo fosse Scotto che mi voleva uccidere» dichiara agli inquirenti. Rientra nel programma di protezione, ma si scopre che in passato mentre trafficava droga faceva anche il confidente. Fino al 2009quando rimonta i pezzi della sua memoria.
Ma i dubbi degli investigatori non si fermano qui. La teoria di Lo Forte, che Agostino e Piazza fossero presenti all’Addaura, non convince in pieno.
Non c’è alcuna prova – sostengono gli investigatori – che Agostino e Piazza si conoscessero,non c’è prova che fossero sul luogo della tentata strage, non si capisce, infine, perché uccidere Piazza dieci mesi dopo l’Addaura con il rischio che in questo lasso di tempo potesse rivelare qualcosa. Le morti deidue giovani agenti sono davvero legate alla mancata uccisione di Giovanni Falcone? Domande che potrebbero trovare una risposta tra poche settimane quando i risultati delle analisi sulla borsa con l’esplosivo e su altri reperti lasciati dagli attentatori all’Addaura arriveranno sul tavolo degli inquirenti.
Una scia di morti e segreti. L’Addaura, le morti di Agostino e Piazza, i depistaggi sulle indagini, gli uomini senza volto che compaiono nella strage di via D’Amelio. È una lunga scia di morte quella che gli investigatori stanno provando a ricomporre. Per farlo bisogna «ripulire i fatti» dai tanti luoghi comuni, vere leggende metropolitane, fiorite nel corso degli anni. Come quella che mette in bocca al giudice Falcone una frase precisa il giorno dei funerali di Agostino e della moglie: «Devo la vita a questi ragazzi».
Legando così la morte del poliziotto con la mancata strage. Esclamazione che secondo un testimone al di sopra di ogni sospetto, non sarebbe mai stata pronunciata. Tutti elementi che fanno emergere un terribile dubbio: le voci di mafia, anche in buona fede, fatte filtrare fino ai giornali e finite in atti giudiziari che legano Agostino e Piazza all’Addaura potrebbero essere l’ennesimo depistaggio. Tirare in ballo i morti, Agostino e Piazza, per lasciare in pace i vivi. Il tutto per non fare emergere il vero movente.
La confessione del pentito Lo Forte che trascina nel gorgodue uomini dello Stato e un pezzo da novanta come Gaetano Scotto apre scenari imprevedibili.
Segreti non solo di mafia, visto che più volte i Servizi hanno negato ai magistrati documenti importanti sugli omicidi dei due agenti…
E siamo ad oggi. Le indagini diranno se Aiello e il suo referente abbiano siano dentro questo puzzle in cui i confini tra mafia e Stato si assottigliano fino a scomparire. Se dietro quelle carriere insospettabili si nascondano davvero “Faccia da mostro” e “Lo zoppo”, due 007 pronti a tutto.

Buon natale!

Il blog augura a tutti i lettori un buon natale di serenità pace, giustizia e verità.