ComeDonChisciotte – PIÙ STATO MENO MERCATO

Fonte: ComeDonChisciotte – PIÙ STATO MENO MERCATO.

DI JOHN KLEEVES
centroitalicum.it/

La leggenda del capitalismo e del libero mercato

Dimenticate Marx e pensate ex novo al Capitalismo. Cosa si intende per Capitalismo? Un’economia di libero mercato, il quale lasciato a sé stesso e senza interventi statali permette la creazione di grandi ricchezze concentrate.
Si intende questo, eppure se ci pensiamo vediamo che con un mercato veramente libero non potrebbero affatto crearsi grandi ricchezze concentrate: con un mercato veramente libero non potrebbe esserci il Capitalismo!
Il fatto è che le grandi ricchezze concentrate, diciamo le grandi aziende, per nascere e mantenersi hanno bisogno sempre di opere pubbliche, di opere della collettività.

Immaginiamo ogni grande azienda, di qualunque settore, ai suoi albori. L’industria dell’auto per esempio. Dopo l’invenzione del semovente in vari Paesi degli imprenditori pensarono alla produzione di massa. Hanno venduto bene le prime serie, ma poi avrebbero dovuto fermarsi: era necessaria una rete stradale adatta. Ma in un mercato libero lo Stato non ti fa le strade perché devi vendere le tue auto ma ti dice: se le vuoi compra i terreni e asfalta, caro il mio imprenditore privato, e rispetta i diritti dei confinanti, che sono liberi cittadini in un libero mercato.

Avrei voluto vedere come avrebbero potuto svilupparsi i colossi del settore, come la Ford o la Fiat: avrebbero dovuto comprare striscia di terra dopo striscia di terra, asfaltarla, recintarla e dotarla di un’infinità di sottopassaggi e cavalcavia, curarne la manutenzione, rendere conto degli incidenti che vi avvenivano. Sarebbe stato impossibile anche il primo passo, l’acquisto dei terreni, perché ogni contadino avrebbe chiesto cifre esorbitanti è ovvio.
Sarebbe rimasto al nostro candidato capitalista delle quattro ruote il mercato militare: jeep e camion per l’Esercito, che viaggiavano sulle strade da lui fatte, per i suoi scopi. E il tutto vincolato dallo Stato (divieto di esportare, tipi di prodotti, eccetera), perché è roba di importanza strategica.
Oppure pensiamo all’industria aeronautica e alle compagnie aeree. Begli oggetti gli aerei passeggeri, ma richiedono aeroporti e in un libero mercato lo Stato ti risponde come prima: Cosa c’entro io? Fatteli! E in luoghi deserti, dove non infastidiscano nessuno col rumore, perché i miei cittadini sono liberi cittadini in un libero mercato, e hanno dei diritti.

Rimarrebbe come prima solo il mercato militare, con basi escluse ai voli civili. Poca cosa e coi soliti vincoli.
Oppure pensiamo all’energia elettrica da portare a ogni domicilio: grandioso, ma occorre attraversare con i cavi le proprietà degli altri, che potrebbero rifiutare o chiedere un tot, perché sono liberi cittadini in un libero mercato. Lo stesso per telefoni e telefonate: bisogna attaccare cavi alle case altrui. O per il trasporto via mare, per l’import-export e per le crociere turistiche: hai bisogno di porti attrezzati e in un libero mercato o te li fai o non trasporti. Lo stesso per ogni altro settore potenzialmente atto a dar luogo a grandi aziende, al grande capitale. Semplicemente in un libero mercato, e ripeto libero, queste non possono neanche nascere.

Si obietterà: ma così sarebbe impossibile lo sviluppo economico e civile! L’osservazione è irrilevante: questi sono gli esiti di un libero mercato di liberi uomini. E poi lo sviluppo economico e civile non sarebbe impossibile; solo, dipenderebbe dalla volontà dello Stato, che comincerebbe a fare i patti con le aspiranti grandi aziende o imprese: faccio le strade, i porti, eccetera, ma voglio la maggioranza della proprietà delle vostre aziende perché sono io che vi faccio vivere. In breve – sorpresa – l’esito fisiologico di un veramente libero mercato è la statalizzazione di ogni attività economica rilevante. Puoi possedere tutti i mezzi di produzione che vuoi, ma se il mercato è proprio libero non vai da nessuna parte.

Le Vere Leggi del libero mercato

E anche se per mera ipotesi, per passatempo speculativo, concediamo che in un libero mercato possano nascere grandi aziende private, come farebbero poi a mantenersi? Un libero mercato è un mercato dove la gente per quanto riguarda i fatti economici fa e disfà a suo piacimento, e lo Stato non interviene, non premia e non punisce. Non lo ha detto Adam Smith, il profeta del Capitalismo, che lo Stato non deve interferire, che ci pensa la invisible hand (la “mano invisibile”) del libero mercato a regolare tutto per il meglio?
Bene, allora io compro a credito e non pago: è un atto economico e lo Stato non deve intervenire. Dirà il medesimo: Non c’è stato furto (non ha preso la roba dallo scaffale ed è scappato) ma il mancato rispetto di un patto economico fra le parti: il mercato è libero, per definizione non possono esserci leggi che lo regolino, e quindi arrangiatevi; neanche chiedo la restituzione della merce, perché la vostra transazione, non essendo regolamentata, non ha valore giuridico e perciò chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, ma se in seguito alle recriminazioni ci sono violenze su persone o cose interverrò invece immancabilmente, a punirne l’autore.

Cosa rimane ai produttori e ai venditori in questo regime di libertà economica?

Cosa fa la invisible hand?

Dice di consegnare la merce solo a fronte di un pagamento immediato e in contanti, ecco cosa dice. Come fa il contadino al mercato: nella mia mano il cavolfiore, nella tua il soldo. E questa è la Prima Vera Legge dell’economia di libero mercato.
Ma così, appunto, addio grandi aziende, addio banche, addio Capitalismo. L’invisible hand di Adam Smith protende il medio, gli gira dietro la schiena, e va su.
Oppure io vedo sul libero mercato un bell’oggetto, lo faccio uguale e lo vendo, magari a un prezzo più basso, perché sono un mago nell’arte della concorrenza. Strilli e strepiti del fabbricante originale, ma cosa deve dire lo Stato in un mercato libero? Che la cosa non lo riguarda perché io non ho rubato oggetti (ho pagato il campione ostentatamente, o meglio, l’ho comprato a credito), non ho fatto violenze né altro, ma solo lavorato, da cittadino libero in un libero mercato, dove si può fare nell’economico tutto quello che si vuole.

Cosa dice ora l’invisible hand? Dice che non val la pena di far niente che possa essere riprodotto a costo inferiore dal primo napoletano che passa, che è la Seconda Vera Legge dell’economia di libero mercato. E ripete il suo gesto su Adam Smith.
Oppure io sono un bambino ignorante, che non vuole andare a scuola. Il Capitalista protesta con lo Stato: Obbliga i genitori a mandarlo a scuola almeno sino ai 16 anni, dove insegnerai queste e queste materie, e poi allettali a mandarlo all’università, perché mi servono operai, quadri e dirigenti per la mia azienda; beninteso, io non garantisco il posto a nessuno, perché c’è il libero mercato!

Ma in un Paese a libera economia di mercato lo Stato per mere ragioni di civiltà impone un’istruzione di base, che a 12 anni è senz’altro soddisfatta, e poi non obbliga più nessuno a continuare perché non deve raggiungere alcun obiettivo economico: il mercato fa da sé, non è vero? Se chi continua non è sufficiente per le esigenze dello Stato (scuole, ospedali, ricerca, Esercito, eccetera), questi pagherà studenti perché continuino, garantendo anche l’impiego. Cosa dice l’invisible hand ? Che al massimo si può possedere una fattoria con tanti braccianti agricoli perché per il resto bisognerebbe formarsi il personale a proprie spese, cosa proibitiva: la Terza Vera Legge dell’economia di libero mercato. Ancora la mano invisibile torna su Adam Smith.
Oppure io sono un ladruncolo di supermercato, come ce ne sono decine di migliaia. Ho rubato e lo Stato è disposto a processarmi, ma vuole la presenza fisica del proprietario leso, che dica che la merce era sua, perché in un libero mercato, dato che l’economico non è regolamentato, solo le persone fisiche sono anche persone giuridiche, che possano promuovere azioni giudiziarie. Se si tratta del proprietario di una catena di supermercati dovrà passare la vita fra un processo e l’altro in tutte le città del Paese. Se è una società per azioni con tanti azionisti dovranno muoversi tutti: sono i proprietari. Ovvio che ogni volta bisogna lasciare perdere. L’invisible hand ? Dice che non si deve sorpassare la dimensione del negozietto di famiglia, perché altrimenti si è spolpati dai furti: la Quarta Vera Legge dell’economia di libero mercato.

Il capitalismo è un fatto politico

Si potrebbe continuare a lungo, ma il concetto è chiaro: il Capitalismo non è per niente un frutto dell’economia di libero mercato. Adam Smith si è sbagliato di grosso e tutti gli altri gli sono andati dietro su questa impostazione, anche il signor Karl Marx.

Cos’è allora, il Capitalismo?

In prima istanza è un fatto politico. Esso rappresenta il comando sull’intera società da parte di una categoria precisa di persone: gli imprenditori. La categoria che comanda in una società potrebbe essere qualunque: i coltivatori diretti, i soldati, i preti, i saggi, i manovali; anche tutti (tramite un Autocrate: le monarchie e gli Imperi non costituzionali). Col Capitalismo questa categoria è quella degli imprenditori.
Ecco perché il Capitalismo si è potuto formare: gli imprenditori hanno preso il sopravvento politico ed hanno modellato la società in modo da potersi sviluppare a danno del resto della collettività, accumulando così le grandi ricchezze concentrate.

Hanno cominciato a prendere questo sopravvento nel Cinquecento, in Europa settentrionale, in modo concomitante con la Riforma Protestante. Modellando la società la prima cosa che hanno fatto è stata proprio quella di togliere la libertà di mercato, portando i governi ad intervenire e a legiferare nell’economico costantemente a loro favore. L’attuazione è avvenuta per gradi col sistema di governo detto della “Democrazia parlamentare”: ci sono le elezioni, che sono influenzate dai media, che a loro volta sono potentemente influenzati dal danaro, e quindi il gioco è fatto. Ciò è riuscito perché il tutto è stato fondato sull’equivoco dell’amore per la “libertà”, bella parola in effetti (è un vecchio trucco quello di adulare la vittima designata; si chiama il bacio della morte).

Quando il dominio degli imprenditori è molto forte si arriva a impedire la partecipazione al voto degli elettori potenzialmente ostili: negli Stati Uniti la legislazione e gli accorgimenti elettorali fanno in modo che la percentuale di votanti alle elezioni di Contea – le più importanti perché i loro esiti determinano le successive Statali e Presidenziali – non superi il 25% degli aventi teoricamente diritto; comunque nelle Statali non si fa superare la percentuale del 35% e nelle Presidenziali del 50%.
In questo caso si ha una dittatura vera e propria, ancorché surrettizia; è da chiamare dittatura dell’imprenditoriato. Dato che una grande ricchezza è assai difficile da accumulare, ma una volta fatta quasi automaticamente si conserva e anzi aumenta sempre più coi discendenti, la categoria degli imprenditori al comando diventa rapidamente una casta ereditaria. Così è con certezza sempre negli Stati Uniti, dove sembra che le grandi ricchezze vadano e vengano con grande facilità, e dove invece non cambiano mai indirizzo: quel 50% della ricchezza nazionale che è posseduto dall’1% della popolazione proviene, di eredità in eredità, dai tempi coloniali.

L’efficienza del Capitalismo

La leggendaria efficienza economica del Capitalismo è anch’essa un fatto politico. Non dipende dalla logica con cui in esso si svolgono tecnicamente i rapporti economici. Dipende dal suo potere politico: più è grande questo potere e maggiore è l’efficienza economica.
Prendiamo ancora gli USA: da cosa dipende la loro famosa efficienza, quella sbandierata sempre dalla Confindustria?

Dallo stato di terrore in cui sono tenuti i dipendenti, da cui sono pretese prestazioni impensabili. Il dipendente americano deve eseguire perfettamente quanto chiestogli, altrimenti è licenziato. Quanto chiestogli è un ritmo e una qualità di lavoro, e per chi è a contatto col pubblico anche un preciso atteggiamento. Fanno più pena i secondi dei primi. Impiegati e commessi devono essere gentilissimi e pazientissimi col cliente, sorridere molto spesso per farlo sentire gradito e importante, e così fanno sempre, anche quando apparentemente potrebbero prendersi qualche libertà. Perché? Perché ci sono i controlli: incaricati di agenzie di consulenza aziendale – dei poveracci a loro volta, pagati a cottimo o con la minimum wage – si fingono clienti nel massimo modo sgradevole deciso dalla ditta committente come tollerabile, e l’impiegato che butta il copione è licenziato.

I dipendenti pubblici sono controllati in modo particolare: tutti i turisti italiani negli USA che entrano in un ufficio postale rimangono meravigliati dal confronto con i buzzurri di casa e dicono: Che efficienza! Che gentilezza! Ti credo. Io posso aggiungere che sono anche onesti: offrigli una bustarella e ti denunceranno subito, perché penseranno che sei un agente provocatore. E la pena per un dipendente pubblico corrotto è tremenda: non solo è licenziato e sottoposto al giudiziario per una condanna detentiva e il risarcimento dei danni, fissati sempre su misura per togliergli tutti i beni mobili e immobili, ma perde anche la pensione maturata.
La pena insomma è: prima ti farai un po’ di prigione e poi tu e la tua famiglia sarete degli homeless per sempre. Fra l’altro il ricatto sulla pensione è il segreto della formidabile disciplina delle Forze Armate americane: non c’è uomo più zelante e ubbidiente agli ordini di un militare americano vicino alla pensione (sempre che non debba rischiare la pelle davvero, si intende).
In breve l’efficienza americana non è dovuta al sistema capitalista, ma al terrore, un terrore che si è potuto instaurare appunto perché si ha una dittatura politica.
Qualunque dittatura può raggiungere l’efficienza americana, qualunque tipo di economia abbia: basta che introduca pene analoghe. Ciò però non si è mai verificato.

Perché ?

Perché nessuna è mai stata l’espressione della categoria degli imprenditori, nessuna è mai stata così ferocemente, fisiologicamente, antipopolare.
Le dittature classiche, che conosciamo, sono state o sono tutte popolari, tese a fare l’interesse circa di tutti, come lo vedevano o lo vedono. L’esempio di riferimento è la dittatura del proletariato, ma anche fascismo e nazismo rientrano, anche dittature come quelle di Gheddafi e Saddam Hussein.
Le dittature dell’America Latina, e analoghe, non c’entrano nulla col discorso : sono regimi imposti dall’esterno, guarda caso proprio dagli USA ; sono un tipo di amministrazione coloniale.

E l’efficienza dei Paesi dell’Europa Occidentale? Qui il potere politico degli imprenditori non è così assoluto come negli USA ed effettivamente la loro efficienza economica è più bassa. E’ ancora notevole però, ed è dovuta senz’altro alla paura che Paese per Paese gli imprenditori sono riusciti, sempre per via politica, a istillare nei dipendenti.

L’efficienza minima si ha nell’amministrazione pubblica italiana, perché non è possibile il licenziamento né altro, praticamente; nelle aziende private invece si ricorre a torture psicologiche devastanti, come il mobbing ad esempio, che sempre partono dall’alto per forzare le dimissioni. Sono dei reati, delle aggressioni (che ogni tanto risultano fatali: sono le “morti bianche”), che non sono riconosciuti dal Codice Penale solo perché i loro responsabili hanno troppo potere politico.
Ma le cose possono cambiare e si spera sempre che le galere possano finalmente riempirsi della gente giusta. Non bisogna comunque esagerare la portata dell’efficienza economica dell’Occidente. E’ capitalista-terrorista, dove più e dove meno, ma è anche colonialista, e non è facile valutare quale delle due cose incida di più nei Prodotti Nazionali. Bisognerebbe provare, ecco: togliergli lo sfruttamento coloniale e vedere che fine fa. Secondo me, non un granché.

Il capitalismo è anche un fatto esistenziale

In seconda istanza il Capitalismo è un fatto esistenziale. Esistenziale perché implica una valutazione della realtà umana assoluta, svincolata dal tempo e dallo spazio. Perché gli imprenditori, cioè i ricchi, prendano il sopravvento occorre per forza un qualche consenso generale: occorre l’ammissione, magari inconscia – appunto esistenziale – che ne abbiano diritto. Ciò è fornito dalla religione Protestante, che interpretando correttamente l’Antico Testamento dice che la ricchezza materiale è il segno della predilezione divina. E se i ricchi sono gli approvati da Dio allora dovranno governare. Ecco perché la scalata al potere degli imprenditori e la Riforma Protestante sono andate di pari passo.

In conclusione il Capitalismo è un individuo siffatto: si veste da banchiere, ma è un fior di politico, e culturalmente è un Protestante. Questo ci dice che atteggiamento tenere. Innanzitutto occorre smettere di parlare di economia con lui. L’economia non c’entra niente: è un effetto e non la causa.
La causa è la politica e su questo tavolo va fatto il discorso. Che verte sulla solita, primordiale domanda delle società umane: Chi comanda ?
Lui dice che comandano gli imprenditori e noi diciamo che non ci sta bene, perché né lo siamo né lo vogliamo essere.
Lui dice che vince le elezioni e noi diciamo che le sue elezioni sono truccate. Sono truccate perché i media sono in suo possesso e la gente – è scientificamente dimostrato – non riesce a discriminare bene fra quello che dicono i media e il suo reale interesse. Inoltre si approfitta degli ignoranti e degli scoraggiati – dei poveri in pratica – per indurli a non esercitare il loro diritto elettorale, perché nonostante i media gli sarebbe sfavorevole.
Accetteremo il verdetto delle elezioni solo quando saranno giuste.

Non lo saranno mai?

Più che vero, ma ci accontenteremo di una grossolana approssimazione: proporzionale pieno, obbligo di voto forzoso per tutti, quotidiani solo dei partiti e mantenuti dallo Stato (non c’è nulla di peggio di un giornale “libero” e “indipendente”), televisione solo pubblica e gestita con parità da tutti i partiti a prescindere dalle loro consistenze elettorali, obbligo per le librerie di tenere i libri di valenza politica (come i libri di storia, ad esempio) pubblicati da tutte indistintamente le case editrici, divieto di importazione di prodotti culturali stranieri con valenza di propaganda (ad esempio di tutti i film americani).
E’ poco, è niente, ma sarà più che sufficiente a tenere ogni volta gli imprenditori ben lontani dal potere.
Basterebbe al limite l’obbligo forzoso del voto: se in una qualunque società la percentuale dei votanti è vicina al 100% – come democrazia vuole, non è vero? – il Capitalismo sparisce.

E il diritto divino dei ricchi a dominare sancito dal Vecchio Testamento?

Al Vecchio Testamento potranno credere i Protestanti e gli Ebrei, se vogliono. Noi non siamo né l’uno né l’altro, né – per carità – vorremo mai esserlo. Noi abbiamo un’altra dimensione esistenziale, noi operiamo un’altra valutazione delle cose, in cui un testo così insensato, in più dimostrato e ridimostrato falso (“profezie” retrodatate, taglia e cuci di documenti, fonti accertate come una leggenda Sumera e il Libro dei Morti egiziano, eccetera), non trova udienza. Noi se siamo religiosi al massimo crediamo nel Nuovo Testamento. E vi crediamo perché dice una cosa verosimile, e cioè esattamente l’inverso del Vecchio: che per i ricchi non c’è salvezza. Infatti “E’ più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco raggiungere il Regno dei Cieli”, e il Discorso della Montagna non contempla certo un bel “Beati i ricchi perché…”.

Se i ricchi sono condannati da Dio, perché dovrebbero comandare sulla terra? Al contrario, visto che hanno sollevato loro – nel Cinquecento – il problema delle gerarchie, bisognerà stabilire che devono essere comandati, che devono cominciare a scontare la pena, qua fra di noi.

John Kleeves

Dal numero 11-12 novembre-dicembre 2000 di ITALICUM

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