Antonio Di Pietro: Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione

Fonte: Antonio Di Pietro: Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione.

In questi giorni molti hanno applaudito l’accordo firmato dalla Fiat e da alcune organizzazioni sindacali per lo stabilimento di Mirafiori, che è il più grande d’Italia. Altri, fra cui la Fiom che è la più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, hanno invece rivolto molte critiche a quell’accordo.

Noi dell’Italia del Valori pensiamo che quell’accordo ponga prima di tutto un enorme problema di legittimità costituzionale. Sui singoli punti si può discutere, si può essere o non essere d’accordo. Ma sulla Costituzione repubblicana non si può discutere. Va rispettata senza se e senza ma.

Invece è proprio la Costituzione repubblicana che viene negata e cancellata quando si dice che d’ora in poi non varrà più la reale rappresentanza dei sindacati ma solo il loro aver firmato o meno un accordo. Così l’Italia diventa un Paese dove le aziende possono scegliere quali sindacati hanno o no il diritto di trattare, ignorando l’elemento fondamentale in una democrazia che è la reale rappresentanza dei lavoratori.

Io sto ai fatti, non alle ideologie. La Fiat, per uscire dalla sua crisi, ha deciso di scommettere sull’aumento dell’orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali e sulla riduzione delle pause e del salario. Il più grande sindacato industriale, la Fiom, pensa che questa prospettiva sia sbagliata e che invece per rilanciarsi la Fiat dovebbe puntare su altro, a cominciare dalla creazione di modelli di auto innovativi.

La Fiom può avere torto o ragione. Io qui non entro nel merito. Dico però che se, sulla base di questo dissenso del più grande sindacato del settore, l’azienda decide che d’ora in poi tratterà solo con sindacati che per sua stessa ammissione sono assolutamente minoritari ma che sono d’accordo con lei, l’Italia torna a una situazione molto simile a quella del ventennio fascista, quando c’erano i sindacati corporativi. Allora si diceva che per lavorare dovevi avere la tessera del sindacato corporativo in tasca, ed era così proprio perché quel sindacato garantiva l’azienda e non certo i lavoratori.

Però non è questa la funzione che la Costituzione repubblicana assegna alle organizzazioni dei lavoratori. La Costituzione nata dall’antifascismo garantisce la libertà di associazione dei lavoratori e l’indipendenza delle associazioni dei lavoratori dall’azienda. Questi non sono particolari che se ci sono o non ci sono cambia pochissimo. Sono i pilastri costituzionali della libertà sindacale e della democrazia nei posti di lavoro, e noi dell’Italia dei valori non possiamo accettare in silenzio il fatto che siano stati spazzati via con la firma di un solo accordo.

L’ho detto e lo ripeto: è questo il problema principale. Riguarda la legalità costituzionale e la Libertà di pensiero e di critica nel nostro Paese. Però non voglio fare l’ipocrita e negare che anche nel merito quell’accordo crea fortissimi dubbi, per una questione non di parte ma di dati di fatto.

Un dato di fatto dice che nel costo complessivo della costruzione di un’automobile il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni di Marchionne servono a ridurre proprio il costo del lavoro. Però, bene che gli vada, il massimo che potrà risparmiare sarà più o meno dell’1%. Significa che alla fine della fiera, una macchina che costava 10mila euro ne costerà ora 9.900.

Ma si può davvero pensare che un’azienda con un calo di vendite che in questi ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa possa tirarsi fuori dai guai con un risparmio simile, che costa moltissimo ai lavoratori e garantisce pochissimi vantaggi all’azienda? Non dovrebbe invece, per vendere di più, puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino di meno, più sicuri e anche più belli?

La giustificazione di Marchionne e anche di molti economisti per spiegare l’aumento dei ritmi lavorativi è che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Però nemmeno questi dati sono tanto convincenti. Marchionne non aggiunge, infatti, che mentre le fabbriche brasiliane e polacche, negli ultimi due anni e nei programmi del prossimo, hanno funzionato a tempo quasi pieno, gli impianti italiani sono rimasti fermi per il 50% del tempo, non per l’assenteismo dei lavoratori ma per lo scarso numero di auto vendute.

Bisogna pure dire un’altra verità. E cioè che in Brasile e in Polonia, a differenza dell’Italia, solo gli operai che lavorano alle catene di montaggio sono ufficialmente dipendenti Fiat, mentre tutti gli altri compaiono come lavoratori del circuito indotto e dunque nelle comparazioni non si vedono. E’ ovvio che così sembra che per costruire una macchina in Brasile e in Polonia ci vogliano molti meno lavoratori che in Italia!

C’è un solo modo scientifico per valutare la produttività dei lavoratori, ed è la rapidità con cui le auto passano sulla catena di montaggio perché gli operai aggiungano dei pezzi. In Italia passa sulla catena un’automobile al minuto. In Polonia pure, e in Brasile anche. E allora di cosa stiamo parlando? Il problema vero della Fiat è che non sa fare macchine che si vendono!

Anche senza tenere conto di quello che è e rimane il problema principale, la lesione gravissima alla Costituzione, questo accordo conferma secondo me quanto siano giuste le domande che io e il responsabile del lavoro dell’Italia dei valori Maurizio Zipponi abbiamo già più volte rivolto a Marchionne senza mai ottenere risposte in merito alle operazioni finanziarie e alla strategia della famiglia Agnelli.

1. La Fiat, da azienda unica che era, dal 2011 sarà divisa in due aziende distinte, una per la produzione di automobili, l’altra per quella di camion e trattori (IVECO e CNH). Ad accumulare debiti è stato sinora il comparto auto, però al momento della divisione quei debiti sono stati caricati per la maggior parte tutti sull’altro, che era invece sano. Si capisce che la Fiat ha preferito fare così. La borsa non avrebbe certo gradito molto l’arrivo di una Fiat auto carica di debiti che non può pagare.
Solo che adesso IVECO e CNH, le aziende che producono camion e trattori, dovranno pagare gli interessi del debito, non potranno più fare investimenti e smetteranno presto di essere aziende sane. Dal punto di vista finanziario è stata certamente un’ottima mossa che porterà agli azionisti un sacco di dividendi, ma dal punto di vista industriale è una strada molto pericolosa, che secondo noi nel medio periodo potrebbe portare alla cessione di queste aziende oggi sane. Per questo chiediamo a Marchionne se la sua strategia non stia mettendo a rischio la proprietà italiana anche di IVECO e CNH.

2.Per avere il 51% della Chrysler, la Fiat dovrà partecipare alla restituzione del prestito di almeno 7 miliardi, che il governo USA ha dato per evitarne il fallimento. La nostra domanda è semplice: dove li va a prendere questi soldi, che al momento non ha? Non è che Marchionne pensa di farseli dare dal sistema bancario italiano a spese dell’intero paese, come la Fiat ha già fatto pochi anni fa per evitare il fallimento?

Quando dice che la Fiat non prende un soldo dallo Stato italiano, Marchionne racconta una favoletta. Quei soldi, in passato, la Fiat li ha presi dalle banche italiane, le quali hanno recuperato la perdita col sistema produttivo italiano e cioè sulla piccola e media impresa, sugli artigiani e i risparmiatori. Alla fine di questi giri di valzer, la Fiat ha quindi drenato una quantità di finanziamenti dal sistema italiano che sono poi venuti a mancare al sistema italiano stesso. Cioè a tutti noi.

3.Noi siamo convinti che la Fiat debba restare italiana tenendo aperti gli attuali 5 stabilimenti presenti sul nostro territorio. Vediamo che oggi tutti i nuovi modelli vengono prodotti all’estero e quello più innovativo di tutti, la 500 elettrica, la si produce direttamente negli Usa. Nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese verrà chiuso, in tutti gli altri ci sarà la cassa integrazione. Allora io chiedo agli italiani se il governo e i mass media, non stanno applaudendo l’uscita della Fiat dall’Italia.

Ma ci pensate cosa farebbero i francesi o i tedeschi se la loro azienda più importante si preparasse a lasciare quei paesi? Non farebbero le barricate alle frontiere? I governi non userebbero qualsiasi mezzo di pressione per impedirlo? Da noi invece tutti applaudono a quello che sarà un disastro per l’intera economia italiana, e il governo invece di impedirla la facilita.

Io capisco che Marchionne, da bravo manager, sta facendo gli interessi degli azionisti Fiat, cioè della famiglia Agnelli. Però mi chiedo e chiedo a tutti a partire da quelli che stanno al governo: non è che oggi la realtà è l’opposto di quello che diceva Gianni Agnelli quando affermava che il bene della Fiat era il bene dell’Italia e viceversa? Non sarà che oggi il bene degli azionisti della Fiat equivalga al male dell’Italia?

l’italia dei Valori è un partito che con tutte le proprie forze vuole affermare ciò che è praticato in tutta Europa e cioè che si può mantenere nel proprio Paese l’industria dell’auto vendendo macchine ad alto valore aggiunto senza distruggere i principi fondamentali della libertà e della democrazia, mentre la strada imboccata, purtroppo, con il consenso di questo sciagurato governo, ci farà perdere il settore dell’auto in quanto la testa tecnologico-finanziaria sarà negli USA e il corpo produttivo nell’Europa dell’est, in Turchia e in Brasile.

E’ per questa ragione che alziamo la voce, facendo quello che fa la Merkel in Germania, Sarkozy in Francia e Obama negli Usa.

Noi invece abbiamo Berlusconi.

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