Lettera aperta a Totò Riina, Leoluca Bagarella e fratelli Graviano

E’ giunto il momento della verità…

Lettera aperta a Totò Riina, Leoluca Bagarella e fratelli Graviano.

Non vi è dubbio che il tradimento è il peggior atto che si possa compiere e spesso il tradimento fa più male di una pugnalata, soprattutto quando ad essere tradita è l’amicizia. Nel mio bagaglio culturale, pregnante di quel retaggio giovanile fatto di ancestrali regole non scritte e che avevano valore assoluto di cieca e incondizionata osservanza, l’uso della parola, come l’udito e la vista, era ridotta all’essenziale.

Le “regole” veicolavano il nostro essere palermitani e infarcivano quei tipici comportamenti ove la sicilianità veniva ostentata platealmente per “santificare” l’appartenenza e la piena condivisione di valori. L’innata mia convinzione di non tradire, scaturisce, appunto, dalla summa di valori, ereditati in quel meraviglioso mondo della Palermo degli anni ’50/60. E, in ragione di ciò, negli anni avvenire, allorché sbirro, non accettai da parte di uomini d’onore di Cosa nostra, tanti, ma tanti denari, affinchè io tradissi. Non ero in vendita!

E, per rendere ancor più marcata questa mia convinzione, affermo sin da ora che non ho condiviso, dal punto di vista della mia sicilianità, il proliferarsi, in maniera spropositata, del pentitismo mafioso. Invero, come poliziotto, fui ben lieto del mutamento disgregante posto in essere dai cosiddetti pentiti. E’ necessario un distinguo, perché per conoscenza diretta, ebbi modo di verificare che solo pochi uomini, transitati nelle nostre file, potevano essere definiti “pentiti”. Altri, ed è la stragrande maggioranza, salirono sul torpedone della libertà, scegliendo la strada di collaborare con la Giustizia, per convenienza personale, ovvero spazzare il 41/bis ed azzerare le relative condanne.

Ma, tutto questo, fa parte del mio vecchio mondo investigativo. Oggi, rimembrando con lucida imparzialità, sento la necessità di rivolgermi ad altri uomini affinchè si rendano conto che i mutamenti nel corso di questa vita terrena, sono possibili.

E, quindi, vengo al dunque.

Signori Riina, Bagarella, fratelli Graviano, mi rivolgo a voi perché possiate in tutta coscienza riflettere sul vostro passato: un passato irto, senza ombra di dubbio, di violenza, ma che ora avete la possibilità di guardare con ottica diversa, il futuro. Occorre che la ragione della vita prenda il sopravvento su quella che fu di morte. Non sono qui a chiedervi, né di pentirvi, né tanto meno di divenire collaboratori di giustizia: non potrei mai chiedervelo in ragione del mio concetto poc’anzi espresso. E, se nel post “Io resto….Perché..” pubblicato su 19luglio1992.com auspicavo il pentimento di Totò Riina, era un modo di sintetizzare quello che sto dicendo. Tuttavia, vorrei rimarcare che oltre al male esiste il bene e che voi avete l’opportunità di riscattare un periodo fatto di tragedie e lutti.

Signor Riina, lei ha dichiarato più volte d’essere il “capro espiatorio” giacché rigetta alcune colpe a lei addebitate ed in particolare quelle sulla strage di via D’Amelio. Io non ho ragione di dubitare delle sue affermazioni, anche se mi riesce difficile immaginarlo, però le rispondo come feci con la moglie del suo precedessore che, in occasione di una perquisizione, affermava con forza l’innocenza del marito. Le dissi: “Suo marito si costituisca ed in Tribunale farà valere la propria innocenza”.

Quindi, signori Riina, Bagarella e fratelli Graviano, senza pentimenti o astruse furbizie voi potreste riscrivere la pagina nera degli ultimi cinquantanni della Sicilia e non solo. Voi, potreste davvero illuminarci e chiarirci i trascorsi di una stagione che ha più ombre che luci. Certo non sta a me indicare il percorso e credo che voi tutti non abbiate bisogno di suggerimenti, ma vi prego di riflettere sul mio invito.

Giuseppe Graviano, lei ha chiesto di parlare al processo per l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, e allora colga l’occasione una volta per tutte di cambiare pagina, lo faccia oltre che per l’innocenza di Giuseppe, per tutti gli altri periti nelle stragi ed in particolare per la neonata Caterina Nencioni di appena 50 giorni di vita e di sua sorella Nadia di 9 anni. Dia un forte segnale ai giovani palermitani a non percorrere la strada della violenza, lo faccia per la sua famiglia. Dimostri al mondo che il cambiamento è possibile e si ricordi di quel sorriso angelico che Don Pino Puglisi mostrò ai suoi carnefici prima di essere assassinato. Nel suo mondo, come quello di Riina, dei suoi fratelli e di Luchino Bagarella, non può esistere solo la violenza: occorre che lei e i suoi fratelli e gli altri ne prendiate coscienza.

Signor Bagarella, negli anni scorsi, quando indagavo su di lei, sovente mi sono chiesto come sarebbe stata la sua vita ne non si fosse incuneata in una spirale di violenza. Io la conosco più di quanto lei immagini ed in virtù di questa conoscenza, anche se virtuale, rivolgo anche a lei l’invito fatto a suo cognato Totò Riina e ai Graviano: riscriva le parti mancanti di un’epoca tragica e intrisa di sangue. Voi tutti, come siete stati artefici del male, oggi potete essere cultori del bene e di verità.

Signor Riina si è mai chiesto perché la quasi totalità degli uomini, giudici, poliziotti e politici, assassinati dalla sua organizzazione Cosa nostra, erano siciliani?

Glielo dico, io! Perché erano uomini che facevano riferimento a quell’onore tipico di noi siciliani: un onore che non fu mai messo in vendita e che nemmeno la paura di perdere la vita, fermò il loro e il nostro l’ideale: avere Palermo, libera e senza mafia.

Tante volte senza “scruscio e batteria” mi avvicinai a lei, a suo cognato Luchino e ai fratelli Graviano, più di quanto voi pensiate e solo circostanze a voi favorevoli impedirono l’arresto.

Il vostro mondo mafioso faceva parte, insieme al mio di sbirro, del gioco delle parti: solo che voi avevate le carte truccate colme di tritolo e pallottole, e in più avevate i collusi, mentre noi potevamo anteporre alla vostra violenza, la nostra cristallina onestà. Avevamo, di contro, anche uno Stato sordo e incapace di darci gli strumenti necessari per combattervi: dolosamente o negligentemente? Credo che soltanto voi potreste darci la risposta.

Signori Riina, Bagarella e Graviano, penso che sia giunto il momento che voi abiurate il vostro passato ed auspico che questa mia lettera vi faccia riflettere. Non vi chiedo di tradire qualcuno, non lo sogno nemmeno, tuttavia, evidenzio che voi avete in mano la penna con la quale riscrivere la storia della mafia siciliana: scriverla senza se e senza ma per fare finire tutte le “pupiate” di questi giorni.

Pippo Giordano
ex ispettore DIA
che ha coadiuvato Paolo Borsellino negli interrogatori di Gaspare Mutolo, compreso l’ultimo di venerdì 17 luglio 1992.

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