Archivi del giorno: 4 gennaio 2011

BURATTINAI DI IMPERI E MONETE

Fonte:  ComeDonChisciotte – BURATTINAI DI IMPERI E MONETE.

DI MARCO DELLA LUNA
marcodellaluna.info

L’oro schizza oltre i 140 USD/oncia. E’ oramai ovvio che USA, Europa e Giappone (come altri) non saranno in grado di rimborsare il debito pubblico e forse nemmeno di pagarne gli interessi. Si prepara dunque una crisi globale monetaria, che i mercati presentono, e si buttano sull’oro.

L’unica superpotenza con grande forza monetaria e finanziaria è la Cina, che quindi potrà fornire la nuova moneta di riserva e di scambio internazionale per dare credibilità-accettazione al sistema monetario globale dopo la consumazione di quella crisi.

Preparata con decenni di false teorie macroeconomiche e deleterie politiche finanziarie in Occidente e Giappone, e di conseguente declino reddituale comparato, la suddetta crisi sarà il principale e finale strumento di sostituzione pacifica (per via monetaria anziché militare) degli USA con la Cina nella funzione di piattaforma tecno-economica della dominance sul mondo. Non nella funzione di garante della democrazia, che gli USA svolgevano nell’immaginario popolare. L’immaginario popolare oggi invoca sicurezza e stabilità, non democrazia e diritti politici.

A seguito, “China über alles” (Giulietto Chiesa, megachip.info);

L’Aquila imperiale sta così trasferendosi da Washington a Pechino dopo aver risieduto a Londra, a Vienna, a Madrid, a Roma, a Persepoli, con transiti francesi e germanici.

Questo rapporto di forza e debolezza in favore della Cina e in danno dell’Occidente è stato costruito lasciando l’Occidente e il Giappone all’automatico processo dell’indebitamento progressivo e irreversibile generato dall’uso di monete-debito, ossia di un money supply interamente generato con un corrispondente indebitamento, soggetto a interesse composto, verso il sistema bancario privato; e facendo per contro adottare alla Cina una moneta sovrana, emessa senza indebitamento.

Grazie a tale moneta, il regime cinese può finanziare senza indebitarsi, a costo zero, lo sviluppo interno e l’acquisto, anzi l’incetta, all’esterno, di materie prime, terreni, impianti, industrie – ultimamente, anche quello del Pireo, in cambio del sostegno finanziario alla Grecia decotta e messa alle strette da Berlino. Inoltre ha comperato larghe quote di debiti sovrani. La moneta sovrana consente così al regime cinese il take-over dei centri di potere economico, quindi politico, su scala globale: fondazione di un nuovo impero. Comperando l’esorbitante debito pubblico USA e sterilizzandolo col metterlo a riserva, la Cina puntella, per ora, il Dollaro, quindi il sistema valutario internazionale. La Cina è stata messa in condizione di far tutto ciò dalla decisione di dotare il suo governo della sovranità monetaria e di una moneta libera da debito, diversamente dal resto del mondo (con minime eccezioni) – una decisione del cartello bancario internazionale. Il lato debole dell’economia cinese rimane lo scarso sviluppo della domanda interna – ma se i consumi interni cinesi (e/o indiani) salissero a livello occidentale, avremmo un tracollo ecologico planetario.

Anche gli USA, in passato, grazie a Bretton Woods che istituì il Dollaro come moneta di riserva mondiale, avevano comperato mezzo mondo stampando carta, e sostituendo al momento giusto (ossia quando il Dollaro divenne troppo inflazionato) la copertura in oro con quella in petrolio (divieto di vendere il petrolio contro valute diverse dal Dollaro, pena l’anatema di stato-canaglia e l’invasione militare con stragi di civili). Qualcosa di analogo, su scala minore, lo aveva fatto anche la City con il Pound, quando era questo la moneta di riserva internazionale.

Ora ospitare l’Aquila imperiale tocca alla Cina: una plurimillenaria cultura impregnata di etnicismo e doppia morale (“chi non è Han è inferiore”), storicamente esente da ideali e sensibilità democratici, liberali, umanitari, cristiani, rinascimentali, illuministi, garantisti, ecologici, bioetici, animalisti (solo ultimamente il governo ha fatto togliere il gatto dal menu dei ristoranti), in cui l’ultima grande rivoluzione ideologica prima dell’attuale capitalismo sviluppista imperiale, è stato il comunismo maoista, che ha eliminato settanta milioni di persone.

Per un mondo in competizione neodarwinista globale, in forte esplosione demografica, dove si lotta per conquistare i mercati e accaparrarsi le risorse in via di esaurimento, e i meno forti soccombono, e i più forti inviano eserciti non solo convenzionali, ma anche di contractors privati, i burattinai delle monete e degli imperi, dovendo trovare un adeguato sostituto degli USA nel ruolo di superpotenza regolatrice, non potevano fare una scelta più efficiente.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/?p=415
3.01.2011

ECONOMIA METAPOLITICA

Fonte:  ComeDonChisciotte – ECONOMIA METAPOLITICA.

DI VALERIO EVANGELISTI
carmillaonline.com

Ormai viene ammesso senza remore da commentatori di differente ispirazione, come Innocenzo Cipolletta e Loretta Napoleoni (1). Alle origini dell’attuale crisi economica ci sono le guerre in Iraq e in Afghanistan. Per finanziare imprese militari che gli Stati Uniti non potevano permettersi, l’amministrazione americana, attraverso la Federal Reserve, quasi azzerò i tassi di interesse, in modo da avere disponibilità dei capitali ingenti liquidi che le necessitavano. Tutti i governi occidentali furono obbligati, come sempre accade, a fare lo stesso per reggere il passo.

Simultaneamente gli Usa, in cerca di consenso a favore della guerra tra le classi medie, resero agevole – sempre tramite la Federal Reserve, che guida il comportamento delle altre banche – l’ottenimento di mutui per l’acquisto delle case, senza riguardi per la solvibilità degli acquirenti. Non lo dico io, lo scrive Cipolletta.

Affluirono capitali, però in larga misura speculativi, attratti dalla pacchia che si profilava. Il mercato immobiliare diventò un nuovo Far West, un oggetto di conquista. Tutto ciò, nelle intenzioni, sarebbe stato riequilibrato dalle materie prime dei Paesi assoggettati. Non fu così. Le guerre divennero pantani, incapaci di compensare ciò che costavano. La finanza crebbe oltre misura, con un volume di scambi insostenibile. Chi aveva venduto titoli di dubbia consistenza, confidando in un imminente rialzo dei tassi, restò deluso. I mutui sulle case furono le prime sabbie mobili delle eccessive esposizioni bancarie; seguirono altre voragini.

Gli istituti di credito, a quel punto, tirarono frettolosamente i remi in barca, dopo un paio di naufragi illustri. Vendettero all’estero quote di debito in abbondanza, confezionate in pacchetti che includevano consistenti percentuali di pattume. Troppo tardi. La crisi non era più ciclica, ma strutturale. Digiune di prestiti, le compagnie europee non abbastanza solide cominciarono a chiudere, quelle più forti a delocalizzare. Il dogma monetarista, affermatosi dopo il tracollo del campo socialista e socialdemocratico, vuole che il costo del lavoro sia il primo da comprimere nei momenti difficili. Così è stato. Ovviamente i consumi, nei paesi occidentali, sono crollati, in vista di discutibili eden futuri nelle potenze economiche dette emergenti (Cina, Brasile, India, in parte Russia).
Peccato che laggiù larghi settori di popolazione restino esclusi da ogni sviluppo, e dunque non in grado di assorbire l’intera sovrapproduzione dell’Occidente. Peccato altresì che, via via che le nuove potenze emergono, siano in grado di produrre cloni o evoluzioni degli stessi manufatti tipici dell’Ovest, a volte di altissimo contenuto tecnologico.

Caduta del saggio di profitto, sovrapproduzione. Tra queste due coordinate, e altre conseguenti, ecco i fondamenti di una crisi niente affatto volatile. Potrebbe rimediarvi solo il raggiungimento degli obiettivi economici prefissati con le avventure militari. Nulla lascia prevedere che ciò sia possibile. Aprire altri fronti di guerra, provarci di nuovo? Malgrado le ringhiose esortazioni del governo israeliano, e di alcuni Stati arabi (come rivelato da Wikileaks), nessuno al momento se lo può permettere.

Si è parlato di “crisi di sistema”. In parte è vero, ma se per sistema si intende il capitalismo in senso lato, finanziario e produttivo, questo mai cade da solo. Se non contrastato, ha molte armi per reagire e sopravvivere. In primo luogo limitare la propria appendice voluttuaria, la democrazia (2). Desta invidia, in numerosi osservatori occidentali, il modello russo. Limitazione drastica del controllo dal basso, nell’ambito di un assetto economico niente affatto socialista, affidato a strati privilegiati costruiti dall’alto, pezzo per pezzo (con epurazioni periodiche, sotto pretesti giudiziari, dei tasselli che non funzionano o si rivelano troppo ingombranti). Analoga ammirazione suscita il modello cinese. Gli strumenti della vecchia “dittatura del proletariato” al servizio di una crescita prettamente capitalistica (checché ne pensi Diliberto), con classi egemoni create ad hoc. Coloro che criticavano “da sinistra” il socialismo reale, asserendo che la facciata nascondeva le forme di accumulazione del sistema che diceva di combattere, avevano ragione da vendere.

La vecchia arma primaria con cui il capitalismo affronta storicamente le proprie crisi, l’autoritarismo, è verificabile in tutto il mondo occidentale, Unione Europea inclusa. Questa non fa che generare organi centrali di controllo economico sottratti a ogni vaglio democratico e investiti di pieni poteri. Il monetarismo, la UE lo ha elevato a dottrina centrale e indiscutibile addirittura per costituzione (costringendo a votare di nuovo chi si era espresso contro, fino a non fare votare per nulla la sua ultima riproposizione, il “Trattato di Lisbona”). I parlamenti sono stati esautorati delle loro prerogative attraverso limitazioni di mandato, o meccanismi di voto alterati sino a escludere opposizioni ostili alla filosofia di fondo. Ogni impegno è volto a impedire che i cittadini possano influire sulle scelte determinanti che li riguardano.

Naturalmente, l’effetto è più sensibile nelle fabbriche, la cellula autoritaria per eccellenza. Guai a ostacolare l’efficientismo dei padroni, salvo una trasmigrazione delle aziende. Si pisci di meno, si mangi di meno, si lavori fino allo sfinimento, dal giorno alla notte. Altrimenti produrremo (senza peraltro vendere) dove la forza-lavoro costa quasi un cazzo, e dove i diritti dei lavoratori confinano con quelli della prima rivoluzione industriale. Sindacati gialli, forti solo di una base di pensionati iscritti a forza per presentare la dichiarazione dei redditi, applaudono entusiasti. Due ipotesi alternative: o non hanno capito nulla, o hanno capito troppo e sono complici. Buona la seconda.
Ma come si fa, senza riuscire a vendere ciò che si è prodotto (per esempio automobili), a tenersi sul mercato? Il fatto è che il capitale finanziario ha finito col sovrapporsi al capitale reale. Hilferding lo aveva previsto, ma anche Marx lo aveva intuito (con la formula D-M-D: si rilegga il primo volume de Il Capitale per vedere cosa significa). La “M”, merce, è comunque uscita di scena. Paesi prosperi come l’Irlanda o la Spagna sono messi in un angolo, declassati da entità futili quali le agenzie di rating. Agenti fasulli e obbrobriosi, che solo una teoria forsennata come il monetarismo, privo di qualsiasi base scientifica (come aveva dimostrato il compianto Federico Caffè in Lezioni di politica economica, Bollati-Boringhieri, 1980), poteva formulare. Ebbene, proprio il monetarismo è la dottrina ufficiale dell’Unione Europea. Non conta quanto un Paese sia vitale e produttivo. Conta, per valutarlo, il suo indebitamento. Verso cosa? Verso un debito complessivo più grande. Tutti sono indebitati. Specialmente l’Africa, il continente più ricco di materie prime e di giacimenti. Guarda caso, sembra il più povero. I suoi abitanti fuggono al nord inseguiti dalla fame. Chi li perseguita? Una povertà naturale? No, il debito. Chi è ricco diventa povero, chi è povero diventa ricco. C’è qualcosa che non va.

Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo: è un errore di calcolo. Non ha niente a che vedere con l’economia propriamente intesa, cioè con la ripartizione delle risorse tra gli appartenenti al genere umano, cercando di far sì che esistano beni per tutti. E’ una follia collettiva che va oltre le atrocità del capitalismo, cioè la versione moderna del rapporto tra padroni e schiavi. Siamo alla servitù delle cifre, si produca o no. Siamo servi di un registratore di cassa in mano altrui, che pare manipolato da un folle. Ma folle non è poi tanto. Sceglie quale classe colpire, per farla vittima delle sue bizzarre matematiche. E’ sempre la classe subalterna, quella dei salariati e degli stipendiati. Tutto si tocchi salvo i profitti e le rendite, essenziali ai fini dell’algebra astratta del regno della finzione economica. Dove chi non produce guadagna, chi produce soffre, chi sarebbe ricco è povero, chi è povero lo è per calcoli immateriali e per flussi di ricchezza inesistente fatti apposta per non beneficiarlo.

Il “debito pubblico” è un’astrazione legata a un’ideologia stupidissima, oggi l’unica insegnata nelle università – il “monetarismo”, più la sua variante volgare, la Supply Side Economy, cara a Reagan, alla Thatcher, a Pinochet – e il sistema, vergognoso, vi ha costruito sopra un intero edificio teorico. Smettiamo di essere servi di un pallottoliere privo di senso.

Ma ricordiamoci anche di un vecchio motto: “Senza la forza la ragion non vale” (Andrea Costa, Avanti!, 1881). Non è un invito al terrorismo, bensì un’esortazione a tenere le piazze con la determinazione del dicembre scorso.

Valerio Evangelisti
Fonte: http://www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003739.html
5.01.2011

NOTE

(1) Innocenzo Cipolletta, Banchieri, politici e militari, Laterza, 2010; Loretta Napoleoni, La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale, Chiarelettere, 2009.
(2) Cfr. Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Derive / Approdi, 2008.

Di cuore e di testa

Fonte:  Antimafia Duemila – Di cuore e di testa.

di Luigi de Magistris – 2 gennaio 2011
Nei giorni del Natale il cuore si apre e la mente è più libera. Sono anche i giorni delle ipocrisie della società opulenta, di quelli che guardano con pietà e misericordia alle moltitudini in difficoltà per poi dimenticarsene ogni giorno.

Altresì i giorni di chi pensa di risolvere le manchevolezze e le contraddizioni del proprio essere con i rituali cattolici. Questi giorni devono insegnarci altro, ricordarci che fino a quando nasce un bambino Gesù non si è stancato di farsi uomo; per chi non crede è, comunque, il simbolo dell’amore per la vita. Sono i giorni in cui ti guardi intorno e noti le crescenti disuguaglianze di un capitalismo entrato nella fase senile più brutta, quella che poi conduce alla sua morte. Una parte della popolazione sempre più ricca, che mostra il (dis)valore del denaro, regali costosi e vistosi, più paghi e più conti tra la borghesia che vive nel sonno della ragione, menopenso e più valgo. L’altra parte che vive il Natale tra la gioia e il dolore, la gioia di unafesta che vive nelle persone, il dolore di chi non ha e teme, per questo, di non essere.
I poveri, i malati, gli immigrati senza reddito e dimora, i nuovi poveri di quello che fu il ceto medio.
Una moltitudine di ultimi. Tutti quelli che vorrebbero regalare qualcosa ma non possono.
Ma è qui che nasce il seme della rivoluzione dei cuori, dal bisogno di vivere, dai valori ribaltati: dell’essere che ha il predominio sull’avere, dell’amore al posto dell’egoismo, dell’altro non solo dell’io; la contaminazione delle persone. Gli esseri umani quando non si riducono ad alienati e rinunciano alle sirene del consumismo universale e alla logica del profitto, divengono il motore del cambiamento. Guardiamo come sono arroccati e incattiviti nei luoghi del potere: producono leggi e provvedimenti, atti di potere apparentemente legittimi, main realtà diseguali. Abusano del diritto per fermare la lotta per i diritti.
Hanno paura, vogliono privatizzare tutto per controllare ogni cosa, per loro conta solo il denaro e basta, se potessero li mangerebbero i soldi. Dimostriamo loro che le coscienze non si privatizzano.
Mettiamoci in movimento, uniti nella lotta, con il potere di chi non ha potere. Se uniamo le energie il cambiamento è possibile, un’altra Italia si può realizzare, basta volerlo, non si faccia l’errore di considerarli invincibili. Hanno solo fame di potere e paura di perdere il denaro ed è per questo che piegano le leggi agli interessi personali, utilizzano le forze dell’ordine per fermare chi difende la Costituzione, corrompono magistrati e servitori dello stato per piegarli alle logiche del capitale.
Loro hanno, ma noi siamo. Togliamo il potere a chi sta distruggendo il presente e oscurando il futuro. Lo possiamo fare con la forza delle idee, con l’amore nei cuori, con una pacifica ribellione sociale. Loro vogliono la distruzione della vita e la privazione del futuro, noi resistiamo e cambiamo il corso degli eventi.

”Bloccata l’assistenza informatica. I tribunali vanno verso la paralisi”

Per annientare la giustizia basta un giochetto del genere, non c’è bisogno di nessuna riforma piduista…

Fonte:  Antimafia Duemila – ”Bloccata l’assistenza informatica. I tribunali vanno verso la paralisi”.

«Una paralisi complessiva del sistema», con la «chiusura dei tribunali», e l’ impossibilità per le imprese e i privati di partecipare a gare di appalti e concorsi. È quello che si rischia con il blocco dal primo gennaio scorso dell’assistenza informatica agli uffici giudiziari. Per questo l’Associazione nazionale magistrati annuncia una «protesta forte e decisa» e parla di «colpo finale» del governo a una «macchina che ha già enormi difficoltà di funzionamento». Come anticipato ieri da LaStampa.it, i fondi sono stati ridotti di 30 milioni di euro.

Antonio Di Pietro: Sui diritti fondamentali non c’è referendum che tenga

Fonte:  Antonio Di Pietro: Sui diritti fondamentali non c’è referendum che tenga.

Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che i referendum sono fondamentali e importanti, infatti ne abbiamo promossi tanti anche noi, purché non vengano fatti sotto la spada di Damocle del ricatto. È chiaro che nel caso di quello indetto nella fabbrica di Mirafiori, il lavoratore che si trova a dover scegliere tra l’andare a casa o accettare condizioni al ribasso rispetto a propri diritti fondamentali non può che votare SI. Ma chi deve difenderlo? Chi deve farsi carico dei suoi diritti come parte debole della catena industriale?
Noi dell’Idv crediamo che più siamo, per far sì che la vicenda Fiat trovi uno sbocco positivo per tutti, meglio è. Non siamo a priori contro le imprese, senza le quali non ci sarebbe nemmeno il lavoro, vogliamo però che il sistema industriale rispetti le regole del gioco e che queste non vengano cambiate di volta in volta per favorire gli interessi di una sola parte, ovvero dei datori di lavoro, a discapito dei lavoratori. Il sindacato ha una funzione essenziale che è quella di difendere la parte più debole. Ci auguriamo perciò che anche le altre forze politiche escano allo scoperto, non per alimentare lo scontro, ma per trovare una soluzione condivisa. Quella che noi proponiamo oggi è un tavolo comune in cui vengano rimessi in discussione questi accordi separati, queste soluzioni trovate dall’azienda soltanto a suo vantaggio, costringendo gli operai ad accettarle con la minaccia di chiudere. Oggi è successo a Mirafiori, ma un domani potrebbe accadere ad altri stabilimenti e poi anche ad altre imprese. La legge della giungla, dove vince sempre il più forte, può giovare al sistema finanziario ma penalizza i cittadini che devono arrivare a fine mese e hanno bisogno di lavorare.
La Fiom non può fare altro, rispetto a quello che sta facendo, ovvero difendere i diritti di coloro che vengono costretti da una normativa capestro a votare SI al referendum indetto a Mirafiori. Noi dobbiamo rispettare il voto dei lavoratori ma non ci possiamo arrendere, dobbiamo continuare a denunciare che si tratta di voti ottenuti con un ricatto e che ci sono accordi che violano la Costituzione. Una soluzione che prevede che non si può più scioperare o partecipare ad organizzazioni sindacali è un’esplicita violazione degli articoli 39 e 40 della Carta Costituzionale. Quindi anche se dovesse vincere il SI al referendum, ancor di più dovremo stare dalla parte dei lavoratori che si troverebbero in una situazione compromessa.
In quest’ottica l’impegno dell’Italia dei Valori non è di alimentare lo scontro e di scegliere una parte, penalizzando l’altra, ma di favorire il compromesso, di responsabilizzare le istituzioni, il governo ma anche il Parlamento, affinché possano indurre aziende come la Fiat a mantenere la produzione in Italia. Il problema di fondo, infatti, è la delocalizzazione, che un domani potrebbe riguardare anche altre aziende. Il governo dovrebbe convincere la Fiat che lasciare la produzione in Italia è conveniente anche per i suoi interessi e non solo per quelli dei lavoratori.
Chiediamo al governo di convocare immediatamente un tavolo unitario. Da una parte serve ad assicurare alla Fiat incentivi e regole tali da permetterle di competere con le altre realtà mondiali, dall’altra deve chiedere all’azienda di lasciare le produzioni in Italia, perché di una Fiat grande finanziariamente che però sposta la produzione all’estero, licenziando e mettendo in cassa integrazione i suoi operai, il sistema Italia ci fa poco o niente.
Noi, come partito, ci impegniamo a batterci in tutte le sedi che ci competono: abbiamo depositato un disegno di legge sulla rappresentanza sindacale, abbiamo chiesto a tutti i nostri eletti nei consigli comunali, provinciali e regionali, di presentare mozioni all’ordine del giorno in difesa dei lavoratori, così che nelle prossime settimane se ne discuta in tutta Italia. Inoltre crediamo che in questi accordi ci siano violazioni di legge macroscopiche, e cercheremo di portare questo fatto all’attenzione delle sedi giudiziarie competenti.
Il 28 gennaio saremo in piazza, non soltanto per difendere i diritti dei lavoratori ma più in generale per rilanciare un tema, emerso anche dopo le proteste degli studenti: esiste un disagio sociale nel nostro Paese, un crescente divario tra i pochi che stanno troppo bene e i molti che stanno troppo male. Questo non vuol dire fare i comunisti, sono principi di un buon cristiano: distribuire le ricchezze, in modo che ci sia un tozzo di pane per tutti.

Quei 98 miliardi dimenticati – La fermata – Cadoinpiedi

Alcune delle società che gestiscolo le slot machines sono controllate dalla mafia…

Fonte:Quei 98 miliardi dimenticati – La fermata – Cadoinpiedi.

Pochi giorni fa il Consiglio di Stato ha diramato una sentenza che è passata quasi inosservata. Una delle tantissime sentenze della giustizia amministrativa. Questa volta, però, parliamo di una sentenza che potrebbe avere degli effetti pesantissimi perché potrebbe aprire la strada a cancellare i 98 miliardi di euro di penale che le concessionarie delle slot machine devono allo Stato. Una sentenza che potrebbe essere il primo mattone per costruire un muro che evita agli italiani di rientrare in possesso di questa fortuna.

A nessuno di noi sfugge il fatto che lo Stato giustamente cerca di risanare i conti, e lo fa tagliando alcuni servizi sociali, sanitari. In questo senso 98 miliardi di euro sarebbero una cifra importante. Invece si rischia di finire a non pretendere nulla, o quasi nulla, forse una cifra simbolica dalle società concessionarie delle slot machine. Società che per anni hanno vissuto, forse neanche per colpa loro, in mancanza di regole totali, consentito dai potentissimi appoggi politici che queste società vantano.

Partiamo dall’inizio, ricordiamoci come è cominciata questa storia. Era il 2005/2006 quando Alfiero Grandi, uno dei politici che bisognerebbe recuperare e che merita un riconoscimento da parte nostra, insieme con altre persone e con il dipartimento della Guardia di Finanza contro le frodi informatiche, prepararono alcuni rapporti. Uno di questi finì sulla scrivania del Ministro Visco, e in questo si diceva che lo Stato stava perdendo come un colabrodo decine di miliardi di penali non pagate. … espandicomprimi

Contemporaneamente la Guardia di Finanza, insieme con il Procuratore della Corte dei Conti, conduceva in totale solitudine un’inchiesta che arrivava alle stesse conclusioni: decine di miliardi di penali non pagate, derivanti da una convenzione non rispettata che prevedeva che quando non venissero rispettati i criteri di collegamento delle macchinette alla rete informatica, scattavano queste penali.

Le macchinette sono risultate per motivi più vari non collegate, ed ecco che l’accusa pretende le penali. E’ come se noi non rispettassimo un contratto di affitto: quando non rispettiamo un qualunque contratto con un ente pubblico o con un privato, ci si chiede di pagare la penale. E pare logico che anche queste società, che sono ricchissime, paghino la loro penale in base a quello che era stabilito nella convenzione.

Adesso rischia di non essere più così logico. Perché? Perché davanti alla Corte dei Conti si sta attendendo il giudizio di una lunghezza biblica che arriverà a una soluzione definitiva verso ottobre che stabilirà definitivamente se i 98 miliardi devono essere pagati. Il Pubblico Ministero della Corte dei Conti ha chiesto questa cifra, ha chiesto che vengano pagati oltre 90 miliardi di penali, in subordine cifre inferiori secondo stime che sono state fatte da altri soggetti, comunque cifre sempre a 9 zeri. Adesso cosa succede? Ovviamente le società concessionarie hanno fatto fin dall’inizio una battaglia senza quartiere per evitare che questo avvenisse, perché è facile intuire che potrebbe portarle gambe all’aria.

E’ interessante ripercorrere proprio tutte le tappe di questa battaglia, una battaglia che ha visto, purtroppo, tra gli alleati delle società concessionarie i partiti politici. La Società Atlantis, che adesso ha cambiato nome e si chiama BPlus, colosso mondiale che si occupa di questo settore, da solo dovrebbe pagare 31 miliardi di Euro, secondo la Procura della Corte dei Conti. La Società Atlantis è una società che aveva diversi esponenti vicinissimi all’Alleanza Nazionale tra cui Amedeo Laboccetta, uomo di Fini in Alleanza Nazionale, oggi berlusconiano. Ha cambiato campo negli ultimi mesi, a Montecitorio.
Questo fa capire come mai gli uomini vicini a Fini abbiano sempre cercato di non cavalcare, non si siano mai schierati a favore del pagamento di questa penale. Ma neanche gli altri partiti si sono comportati diversamente. Dal Pdl è arrivato un silenzio a livello ufficiale totale, nessuno nel Popolo della Libertà ha mai preteso che quieta multa venisse pagata. Berlusconi, nonostante qualche sollecitazione anche da parte nostra, – mi ricordo quando insieme Marco Menduni su “Il Secolo XIX” abbiamo avviato questa battaglia poi proseguita su Il Fatto – non ha mia dato alcuna risposta. Perché?

Prodi, dal canto suo, dopo tantissime sollecitazioni, dopo migliaia e migliaia di messaggi di lettori, di frequentatori del blog di Beppe Grillo che sollecitava una risposta, disse: non ci sarà il colpo di spugna.

Questa è una vicenda dove non bisogna basarsi sulle dichiarazioni pubbliche. Bisogna andare a vedere cosa dicevano in concreto gli esponenti dei partiti nelle commissioni parlamentari. Proprio andando a rovistare nei lavori delle commissioni parlamentari, insieme a Marco Menduni, abbiamo scoperto che i dibattiti nelle commissioni sembravano una gara a chi trovava la soluzione migliore, più favorevole, per le società concessionarie. Alla fine una soluzione, una via d’uscita pare fosse stata trovata: nel 2007, quando ormai era chiaro l’ammontare immenso di questa somma, è stata rinegoziata la convenzione tra i monopoli e le società concessionarie, prevedendo delle penali molto, molto più favorevoli.

Che le concessionarie arrivino a ricontrattare la convenzione è del tutto logico. Se dovessi ricontrattare una penale per un affitto che non pago, cercherei di arrivare ad avere una penale molto più favorevole. Che però i monopoli, che sono un ente dello Stato, seguano la stessa strada è una cosa assolutamente sorprendente. Non a caso la Corte dei Conti aveva chiesto che fosse stabilita anche la responsabilità economica di Giorgio Tino, altissimo funzionario dei monopoli che ha governato i monopoli come un sovrano negli anni in cui si è svolta questa vicenda e al quale la Corte dei Conti era arrivata a chiedere addirittura un miliardo di euro.

Ma i Monopoli, essendo vicini all’Alleanza Nazionale in quel periodo, vedevano altre figure che magari si sono occupate marginalmente (o non si sono occupate) di questa vicenda come la sorella di Gianni Alemanno. C’erano soggetti forti in questa storia, proprio come Giorgio Tino, nipote di un notissimo esponente politico che è Antonio Maccanico, figura poco nota ma potentissima che ha amministrato per anni tra i monopoli dei giochi, ha amministrato somme di miliardi di Euro senza che nessuno di noi sapesse chi era Giorgio Tino.
Ma anche i partiti di centro-sinistra non hanno fatto molto di più. Anzi. Ricordiamoci che il centro-sinistra nella vicenda dei giochi in generale ha molto di cui perire. Per esempio nella vicenda del Bingo. Qui le diverse cordate – poiché il centro-sinistra si divide in cordate non soltanto quando bisogna votare, ma anche nel Bingo – hanno investito moltissimo. I dalemiani, ma anche e soprattutto i veltroniani, hanno investito molto. Purtroppo, come gli capita anche nelle elezioni, gli capita anche nei giochi: hanno preso una batosta. Chissà se i vecchi compagni sapevano che le loro sezioni investivano nel Bingo. Probabilmente no. … espandicomprimi

Non dimentichiamo, poi, la Lega Nord – uno dei pochi partiti insieme ad aver alzato timidamente la voce su questa storia. Anche la Lega ha investito molto nel Bingo. Ma anche in questo caso è finita male.
Non ci si può aspettare obiettivamente dai partiti un grande sostegno, di certo se i giudici della Corte dei Conti volessero trovare una scappatoia per non avere una gatta da pelare così pesante e non arrivare a infliggere una penale così pesante a dei soggetti tanto potenti, allora questa pronuncia del Consiglio di Stato potrebbe essere il primo sassolino in attesa della pietra tombale sui 98 miliardi.
L’unica cosa che possiamo fare è cominciare da oggi, ma soprattutto (dopo l’estate, da settembre in poi) a martellare i siti, il blog di Beppe Grillo, a scrivere di nuovo a Striscia la Notizia, a scrivere ai quotidiani che se ne sono occupati, come Il Fatto e Il Secolo XIX di Genova. Inviamo decine, migliaia di mail. E’ l’unico modo per riuscire ad arrivare a una soluzione che possa essere diversa. Scrivere migliaia di mail a Palazzo Chigi (la mail si può trovare sul sito del governo).
Forse Berlusconi, che sta tanto attento al consenso, potrebbe cercare di evitare un incidente di questa portata. Ricordo che quando ne abbiamo parlato al primo V-day a Bologna, davanti a 100 mila persone, ci fu una reazione molto forte, arrivarono migliaia e migliaia di mail. E’ una vicenda che ha segnato. L’opinione pubblica italiana l’ha seguita moltissimo. Gli unici che possono fare qualcosa a questo punto sono i cittadini e devono fare qualcosa tutti insieme.
Poi bisogna ricordarsi che il settore delle slot machine, a prescindere da questo scandalo e a prescindere dalle società cui si richiede la penale, è un settore molto insidioso in Italia, su cui lo Stato specula. Lo Stato fa praticamente il biscazziere attraverso le slot machine In molti casi le slot machine portano alla rovina moltissime persone. Non giocano certo i ricchi. Giocano i poveracci, i pensionati che non arrivano a fine mese. Sperano, infilando quella monetina nel gioco, di sanare un po’ le loro finanze traballanti. E invece perdono. Spesso somme molto elevate.
Questo è veramente una specie di cancro sociale. Ci sono addirittura dei comuni che adesso hanno deciso di vietarle. Ci sono altre città come Pavia dove la diffusione è veramente drammatica: tutti i bar hanno la slot machine. Sta diventando l’abitudine soprattutto delle classi emarginate giocare alle slot machine e perdere, perché si perde quasi sempre!

Ma soprattutto bisogna ricordarsi una cosa: bisogna andare a Napoli, bisogna parlare con i magistrati, i pubblici Ministeri di Napoli che vi dicono che ormai le slot machine garantiscono alla Camorra dei guadagni maggiori di quelli della droga. Una macchinetta riesce a portare nelle casse della camorra fino a 15 mila euro al giorno, in base ai calcoli e alle stime che sono state fatte dai pubblici Ministeri napoletani. Mi sembra evidente che lo Stato non può più puntare su questo tipo di divertimento, portare in cassa 4 soldi, portarne nelle casse dei privati molti di più e non si capisce perché si facciano questi regali allora ai privati. Lo Stato non deve avere il ruolo del biscazziere ma deve cercare invece di aiutare in altro modo le persone che sono in difficoltà. Oggi siamo all’inizio di gennaio, abbiamo tempo 9 mesi per cercare di far sentire ai politici, ma anche ai magistrati della Corte dei Conti, che non devono decidere secondo l’opinione pubblica, ma non devono neanche ascoltare troppo la voce potentissima delle società concessionarie delle slot machine, la gente, l’opinione pubblica deve adesso far sentire la sua voce.
Sommergere di messaggi il siti o della Presidenza del Consiglio dei Ministri, solo con migliaia di messaggi in questo senso, soltanto con decine, centinaia e migliaia di messaggi sul blog di Grillo si riuscirà a arrivare almeno a una decisione che poi ci lasci sereni, noi non possiamo lasciare a queste società 98 miliardi di euro che se anche non arrivasse per intero nelle casse pubbliche, comunque garantirebbe di ridurre i nostri sacrifici. Con quei 98 miliardi di euro proviamo tutti insieme a immaginare cosa si potrebbe fare?

La bolla di Facebook

Fonte:Blog di Beppe Grillo – La bolla di Facebook.

Goldman Sachs ha investito 375 miloni di dollari in Facebook valutandola 50 miliardi di dollari. Ad ognuno dei 500 milioni di utenti di Facebook è stato attribuito il valore di 100 dollari. Senza iscritti Facebook varrebbe zero. Se io e mio figlio, ad esempio, cancellassimo il profilo, il valore di Facebook diminuirebbe all’istante di 200 dollari. Il capitale sono gli utenti, i loro contenuti e le loro reti di relazione e non la piattaforma, ma Facebook è un mondo chiuso in sé stesso nell’universo di Internet, chi vi entra non vi può più uscire. “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate“.
Se in futuro altre società fornissero una rete sociale con servizi migliori, l’utente di Facebook dovrebbe, in teoria, poter migrare i SUOI contenuti senza chiedere il permesso a Mark Zuckerberg. Nei fatti oggi non può farlo. Il valore economico di Facebook dipende dai miliardi di informazioni personali inserite. Chi è il proprietario di questi dati, dell’“identità digitale”? Facebook o l’utente? Dovrebbe essere l’utente, l’identità è sua, foto, film, testi sono frutto del suo lavoro, sono “lui“, sono “lei“. Queste informazioni sono però utilizzabili solo all’interno di Facebook. Chi si registra su un’altra rete sociale deve reintrodurre tutti i dati. Ogni “identità digitale” è in sostanza proprietà di Facebook o della rete sociale in cui è stata inserita. Da tempo è allo studio uno standard per una “identità digitale universale” per accedere a ogni rete sociale dove contenuti e relazioni rimangono di proprietà dell’utente. La nostra “identità digitale” è sempre più importante per le nostre relazioni sociali, ma può essere cancellata in ogni momento da Facebook e noi con essa. Facebook dovrebbe distribuire i soldi ricevuti dalla Goldman Sachs ai suoi utenti che lavorano a cottimo e gratis fornendo informazioni che possono essere usate per attività marketing. Con queste premesse, se il monopolio di fatto di Facebook finisse, i capitali di Goldman Sachs avrebbero creato l’ennesima bolla di Internet. E chi ci rimette i soldi nelle bolle? I piccoli azionisti o le grandi banche? Di certo non Goldman Sachs che potrebbe guidare la collocazione in borsa di Facebook nel 2012 con ritorni enormi. Potrò sbagliarmi, ma per sicurezza di azioni Facebook io non ne comprerò.