Antonio Di Pietro: Sui diritti fondamentali non c’è referendum che tenga

Fonte:  Antonio Di Pietro: Sui diritti fondamentali non c’è referendum che tenga.

Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che i referendum sono fondamentali e importanti, infatti ne abbiamo promossi tanti anche noi, purché non vengano fatti sotto la spada di Damocle del ricatto. È chiaro che nel caso di quello indetto nella fabbrica di Mirafiori, il lavoratore che si trova a dover scegliere tra l’andare a casa o accettare condizioni al ribasso rispetto a propri diritti fondamentali non può che votare SI. Ma chi deve difenderlo? Chi deve farsi carico dei suoi diritti come parte debole della catena industriale?
Noi dell’Idv crediamo che più siamo, per far sì che la vicenda Fiat trovi uno sbocco positivo per tutti, meglio è. Non siamo a priori contro le imprese, senza le quali non ci sarebbe nemmeno il lavoro, vogliamo però che il sistema industriale rispetti le regole del gioco e che queste non vengano cambiate di volta in volta per favorire gli interessi di una sola parte, ovvero dei datori di lavoro, a discapito dei lavoratori. Il sindacato ha una funzione essenziale che è quella di difendere la parte più debole. Ci auguriamo perciò che anche le altre forze politiche escano allo scoperto, non per alimentare lo scontro, ma per trovare una soluzione condivisa. Quella che noi proponiamo oggi è un tavolo comune in cui vengano rimessi in discussione questi accordi separati, queste soluzioni trovate dall’azienda soltanto a suo vantaggio, costringendo gli operai ad accettarle con la minaccia di chiudere. Oggi è successo a Mirafiori, ma un domani potrebbe accadere ad altri stabilimenti e poi anche ad altre imprese. La legge della giungla, dove vince sempre il più forte, può giovare al sistema finanziario ma penalizza i cittadini che devono arrivare a fine mese e hanno bisogno di lavorare.
La Fiom non può fare altro, rispetto a quello che sta facendo, ovvero difendere i diritti di coloro che vengono costretti da una normativa capestro a votare SI al referendum indetto a Mirafiori. Noi dobbiamo rispettare il voto dei lavoratori ma non ci possiamo arrendere, dobbiamo continuare a denunciare che si tratta di voti ottenuti con un ricatto e che ci sono accordi che violano la Costituzione. Una soluzione che prevede che non si può più scioperare o partecipare ad organizzazioni sindacali è un’esplicita violazione degli articoli 39 e 40 della Carta Costituzionale. Quindi anche se dovesse vincere il SI al referendum, ancor di più dovremo stare dalla parte dei lavoratori che si troverebbero in una situazione compromessa.
In quest’ottica l’impegno dell’Italia dei Valori non è di alimentare lo scontro e di scegliere una parte, penalizzando l’altra, ma di favorire il compromesso, di responsabilizzare le istituzioni, il governo ma anche il Parlamento, affinché possano indurre aziende come la Fiat a mantenere la produzione in Italia. Il problema di fondo, infatti, è la delocalizzazione, che un domani potrebbe riguardare anche altre aziende. Il governo dovrebbe convincere la Fiat che lasciare la produzione in Italia è conveniente anche per i suoi interessi e non solo per quelli dei lavoratori.
Chiediamo al governo di convocare immediatamente un tavolo unitario. Da una parte serve ad assicurare alla Fiat incentivi e regole tali da permetterle di competere con le altre realtà mondiali, dall’altra deve chiedere all’azienda di lasciare le produzioni in Italia, perché di una Fiat grande finanziariamente che però sposta la produzione all’estero, licenziando e mettendo in cassa integrazione i suoi operai, il sistema Italia ci fa poco o niente.
Noi, come partito, ci impegniamo a batterci in tutte le sedi che ci competono: abbiamo depositato un disegno di legge sulla rappresentanza sindacale, abbiamo chiesto a tutti i nostri eletti nei consigli comunali, provinciali e regionali, di presentare mozioni all’ordine del giorno in difesa dei lavoratori, così che nelle prossime settimane se ne discuta in tutta Italia. Inoltre crediamo che in questi accordi ci siano violazioni di legge macroscopiche, e cercheremo di portare questo fatto all’attenzione delle sedi giudiziarie competenti.
Il 28 gennaio saremo in piazza, non soltanto per difendere i diritti dei lavoratori ma più in generale per rilanciare un tema, emerso anche dopo le proteste degli studenti: esiste un disagio sociale nel nostro Paese, un crescente divario tra i pochi che stanno troppo bene e i molti che stanno troppo male. Questo non vuol dire fare i comunisti, sono principi di un buon cristiano: distribuire le ricchezze, in modo che ci sia un tozzo di pane per tutti.

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