Archivi del giorno: 6 gennaio 2011

Governo di guerra

Basta, che si applichi la costituzione, “l’Italia ripudia la guerra”. Per aiutare la pace in Afghanistan si costruiscano scuole e ospedali invece che finanziare la guerra.

Fonte: Antonio Di Pietro: Governo di guerra.

Nei giorni scorsi abbiamo pianto un altro militare italiano ucciso in Afghanistan e noi siamo vicini, come sempre, ai suoi famigliari e a tutti i soldati impegnati in quei territori. Il problema, a questo punto, è domandarsi cosa ci stiano a fare i nostri militari in quel martoriato territorio e se sia costituzionalmente giustificata e politicamente utile la nostra presenza. In realtà l’operazione cosiddetta di “mantenimento della pace” ha portato per ora soltanto morte e distruzione. La verità è che il nostro Paese vede morire i suoi militari e ingigantirsi le spese per una missione che può definirsi in ogni modo ma non di pace.
Nel 2010 i costi per il mantenimento della guerra italiana in Afghanistan, 4mila soldati con annessi e connessi, è stato di quasi un miliardo. E continua così, in costante aumento, appunto dal 2001. E mentre i tagli lineari del governo drenano risorse in tutti i comparti, gli investimenti nel settore militare sono sempre all’ordine del giorno. Poco tempo fa, si discuteva addirittura se non fosse necessario un nuovo tipo di cacciabombardieri: 130 nuovi caccia, 15 miliardi circa. Un po’ troppo per uno Stato che ripudia la guerra come sancisce la nostra Costituzione.
Invece, in un modo completamente anticostituzionale, i nostri soldati vengono mandati a morire con i fondi per l’addestramento tagliati, in un territorio tutt’altro che pacificato, ma con dei caccia nuovi e luccicanti. Il tutto per dare la possibilità al camerata ministro per la guerra La Russa di passare in rassegna le truppe schierate al fronte, facendosi bello con i soldi degli italiani e farfugliando risposte sempre diverse di fronte ai legittimi interrogativi dei parenti dei nostri militari caduti.
Intanto, qui in Italia, tutto il resto è miseria: abbiamo visto per le strade delle nostre città, negli scorsi mesi, ogni tipo di classe sociale e professionale manifestare il disagio economico e lavorativo nel quale versa. Hanno manifestato gli studenti, i lavoratori precari di università, cultura, spettacolo, le forze di polizia, il mondo dell’agricoltura, i terremotati dell’Aquila, i cittadini della Campania, chi ha vinto un concorso e poi non è stato assunto. E l’elenco può continuare.
La scorsa estate, il Parlamento ha votato il rifinanziamento della missione italiana: aumento del contingente, aumento delle spese, aumento di tutto. A votare contro, soltanto i gruppi alla Camera e al Senato di Italia dei Valori, e qualche parlamentare sparso. Ciò che più stride, con le dichiarazioni del governo, è un dato spesso ignorato: la spesa destinata alle iniziative di cooperazione, ricostruzione e assistenza sanitaria è stata, per il 2010, di 18 milioni di euro. Un po’ poco, se si vuole farla passare per “missione di pace” soprattutto se paragonato al miliardo di euro che spendiamo per la guerra. In linea, purtroppo, con le politiche di questo governo in campo umanitario: in piena contraddizione con le direttive dell’Unione Europea, l’Italia destina infatti alla cooperazione internazionale solo lo 0,12% del suo Pil, non ha intenzione di aumentarlo e anzi, si impegna ogni anno a diminuirlo.
Non solo: negli scorsi mesi, il governo si è allontanato ancora di più, nei fatti, dalle parole di pace con cui ammanta le missioni di guerra: il taglio del 5 per mille, che andava a vantaggio delle associazioni che si occupano realmente di cooperazione allo sviluppo, ne è un esempio. E così, gli obiettivi del millennio sono sempre più lontani (0,7% del Pil dedicato alla cooperazione), la società civile rimane inascoltata, le spese folli in campo militare obbligano a tagli in tutti gli altri settori, mentre la disoccupazione avanza. Per questo, alla riapertura dei lavori parlamentari, presenterò alla Camera una mozione in Aula per ridiscutere la nostra presenza in Afghanistan e nelle cosiddette missioni di pace.

PERCHE’ SPARISCONO LE “Y”. UNA STORIA CHE NESSUNO RACCONTA

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHE’ SPARISCONO LE “Y”. UNA STORIA CHE NESSUNO RACCONTA.

DI GIULIETTO CHIESA
lavocedellevoci.it

Adesso, vi prego, di fare un piccolo esperimento. Avrete tutti in tasca qualche banconota in euro. Non importa di quale taglio, anche quelli piccoli. Date un’occhiata, sul retro di ogni banconota c’è un numero di serie. Visto? Ebbene, non è solo un numero di serie. E’ una summa enciclopedica della cultura dell’inganno. E della ferocia di quello che lorsignori chiamano il “mercato”, ma che non ha molto a che vedere con il mercato, in cui compratori e venditori sono, in un certo senso, alla pari. Dicevo: numero di serie. Ma non comincia con un numero, bensì con una lettera dell’alfabeto inglese. E qui c’è un primo lucchetto da aprire.

Quella lettera sta per un paese, tra quelli che fanno parte, per ora, della “zona euro”. Adesso vi sfido a trovare una sola banconota da 50 euro che cominci con la Y il suo numero di serie. Se la trovate sappiate che è un residuo sfuggito misteriosamente a una spietata caccia all’uomo, pardon alla banconota. Le altre, quelle già catturate, cioè quasi tutte, stanno racchiuse in un qualche caveau della banca Centrale Europea. E, se un giorno usciranno, sarà soltanto perché i greci le hanno riscattate con il loro sangue. Letteralmente.

Infatti quella Y sta per Grecia. Voi direte: e perché mai la Grecia l’hanno chiamata Y? Risposta. La ragione è la stessa per cui la Germania l’hanno chiamata X, la Francia sta per U, l’Italia sta per S, l’Austria sta per N, la Spagna sta per V, il Belgio è Z, la P è Olanda, l’H è la Slovenia e così via criptando.

L’obiettivo è di impedire al pubblico, cioè a noi, che queste monete usiamo tutti i giorni, di capire a chi “appartengono” questi soldi. Appartengono è parola impropria. In ogni caso non appartengono a noi, ma alle banche centrali dei singoli paesi, le quali a loro volta non appartengono ai singoli paesi ma alle banche private che ne riempiono i consigli di amministrazione.

In sostanza queste banconote, con la loro bella lettera criptata, sono il contributo che ciascun paese ha dato alla moneta comune europea. Ora si dà il caso che la Grecia è andata in bancarotta. Non ha più un soldo, è in mutande e deve restituire il prestito del Fondo Monetario Internazionale e della X, ovvero Germania, a tassi d’interesse vertiginosi.

Dunque, alla chetichella, cosa fa la Banca Centrale Europea?

Ritira dalla circolazione tutti gli euro di provenienza greca. L’imperativo è evitare sorprese. Vuoi vedere che il popolo greco, preso da improvviso raptus, decide di dichiararla lui la bancarotta, unilateralmente, manda a quel paese il suo governo, capitanato da quell’agente del “consenso washingtoniano” che si chiama Papandreu, e fa come l’Argentina, cioè non paga più nessun debito?

Per questo li hanno espropriati in anticipo. Se, per caso, i greci decidono di andarsene dall’euro, devono trovarsi all’asciutto. Completamente. Che ripartano da zero, che si arrangino stampando di nuovo le loro vecchie dracme.

Scopriranno, che vada bene, che la dracma resuscitata varrà meno della metà della dracma pre-euro. E dovranno fare i salti mortali per ricominciare daccapo, mentre tutto il mondo li tratterà come dei reietti.

Ci hanno raccontato un sacco di balle, i media, dicendoci che hanno speso troppo, che hanno troppi dipendenti pubblici.

Doppia bugia, perché la Grecia è ultima in Europa come spesa per stipendi del pubblico impiego. E, in secondo luogo, è davvero perfidia assoluta accusare le famiglie greche di essere andate in rosso. Il fatto è che tutti stiamo consumando troppo! Perché siamo stati trasformati in consumatori compulsivi, siamo stati ipnotizzati in massa. E noi europei ancora consumiamo poco.

I veri lobotomizzati sono gli americani e gl’inglesi, entrambi in rosso assai più dei greci. Solo che loro non intendono pagare il conto, mentre ai greci il conto lo stanno facendo pagare bastonandoli.

Avrete notato, tra l’altro, che la stessa operazione la stanno facendo con l’Irlanda. Che il prestito del FMI non lo voleva. Infatti ha resistito per tre mesi alle ingiunzioni perentorie. Poi ha ceduto. Si è mai visto una banca che ti vuole prestare dei soldi a tutti i costi, che ti corre dietro in strada per darti il suo obolo? Ecco, adesso assistiamo alla caccia al debitore che non vuole prestiti da parte di potenziali creditori, apparentemente molto generosi, in realtà usurai della peggiore specie.

Così, adesso spariranno, anzi stanno già sparendo, le banconote di grosso taglio con la J, che stanno appunto per Irlanda.

Poi spariranno le M, che stanno per Portogallo.

Prima o poi toccherà anche all’Italia. Chi comanda questa sarabanda?

Wall Street comanda.

Il dollaro sta andando a picco. Ha bisogno di un euro subalterno e di una Europa senza sovranità, che paghi il debito americano, visto che i cinesi non lo fanno più. Dopo l’Irlanda toccherà al Portogallo. E’ un trucco, come s’è detto, con il quale si porta via la sovranità dell’Europa, la si divide tra quelli che comandano e le vittime. Così non avremo più neanche questa misera Europa, ma una succursale di Wall Street.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.megachip.info
Link; http://www.megachip.info/rubriche/34-giulietto-chiesa-cronache-marxziane/5362-europa-succursale-di-wall-street.html
5.11.2011

da : «La Voce delle Voci», gennaio 2011.

PERCHE’ WASHINGTON ODIA HUGO CHAVEZ

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHE’ WASHINGTON ODIA HUGO CHAVEZ.

DI MIKE WHITNEY
informationclearinghouse.info

A fine novembre, il Venezuela è stata colpito con violenza da piogge torrenziali ed inondazioni che hanno causato 35 morti e hanno lasciato circa 130.000 persone senza casa. Se George Bush fosse stato presidente, invece che Hugo Chavez, gli sfollati sarebbero stati spediti sottotiro in campi di prigionia improvvisati — come il Superdome– come è successo con l’uragano Katrina. Ma non è così che lavora Chavez. Il presidente venezuelano ha promulgato velocemente leggi “speciali” che gli hanno concesso poteri per garantire aiuti di emergenza e alloggi per le vittime dell’alluvione. Chavez ha poi sgomberato il palazzo presidenziale e lo ha trasformato in un alloggio per 60 persone, che sarebbe l’equivalente di convertire la Casa Bianca in un rifugio per senzatetto. Le vittime del disastro sono ora sfamati e accuditi dallo stato fino a quando non potranno ritornare alle loro case e a lavorare.

I dettagli degli sforzi di Chavez sono stati ampiamente omessi dai media statunitensi dove è invece regolarmente demonizzato come un “potente di sinistra” [“leftist strongman” NdT] o un dittatore. I media rifiutano di ammettere che Chavez ha ridotto la diseguaglianza nei redditi, eliminato l’analfabetismo, fornito assistenza medica a tutti i venezuelani e innalzato i tenori di vita. Mentre Bush ed Obama stavano espandendo le loro guerre e spingendo per tagliare le tasse ai ricchi, Chavez era occupato a migliorare le vite dei poveri e bisognosi, respingendo al tempo stesso l’ultima ondata di aggresione statunitense.

Washington disprezza Chavez perchè non è disposto a consegnare le vaste risorse del Venezuela alle multinazionali e ai banchieri. E’ per questo che l’amministrazione Bush ha provato a deporre Chavez nel fallito colpo di stato del 2002, ed è per questo che l’incantatore Obama continua tutt’oggi a lanciare attacchi velati a Chavez. Washington vuole un cambio di regime in modo da insediare una marionetta che consegni le risorse del Venezuela alle grandi compagnie di petrolio e al tempo stesso renda la vita dei lavoratori un inferno.

Documenti rilasciati recentemente da Wikileaks mostrano come l’amministrazione Obama ha accelerato le ingerenze negl’affari interni del Venezuela. Questo è un estratto della recente lettera dell’avvocatessa e autrice, Eva Golinger:

“In un documento segreto scritto dall’attuale vice assistente Segretario dello Stato per l’Emisfero Ovest, Craig Kelly, ed inviato dall’ambasciata di Santiago il giugno 2007 al segretario di stato, alla CIA, al Southern Command del Pentagono, insieme ad una serie di altre ambasciate statunitensi nella regione, Kelly ha proposto “sei principali metodi di azione per il governo statunitense per limitare l’influenza di Chavez” e “ristabilire la leadership statunitense nella regione”

Kelly, il quale ha avuto un ruolo di primo piano come “mediatore” durante il colpo di stato dell’anno scorso in Honduras contro il presidente Manuel Zelaya, classifica nel suo rapporto il presidente Hugo Chavez come un “nemico”.

“Conosci il nemico: dobbiamo capire meglio come Chavez pensa e quello che ha in mente.. Per opporsi alla reale minaccia che lui rappresenta, dobbiamo conoscere meglio i suoi obiettivi e come intende perseguirli. Tutto ciò esige una migliore intelligence in tutti i nostri paesi”. Piu avanti Kelly confessa che il presidente Chavez è un “nemico formidabile, ma, aggiunge, “può essere certamente sconfitto”
(Wikileaks: Documenti Confermano Piani Statunitensi Contro il Venezuela, Eva Golinger, Cartoline dalla Rivoluzione)

Anche le comunicazioni del Dipartimento di stato mostrano che Washington ha finanziato gruppi anti-Chavez attraverso organizzazioni non governative (ONG) che fingono di lavorare per le libertà civili, per i diritti dell’uomo o per la promozione della democrazia. Questi gruppi si nascondono dietro una facciata di legittimità, ma il loro reale intento è di rovesciare il governo democraticamente eletto di Chavez. Obama appoggia questo tipo di strategia tanto quanto lo faceva Bush. L’unica differenza è che il team di Obama è più discreto. Questo è un’altro pezzo del rapporto di Golinger con alcuni dettagli sulle origini dei finanziamenti:

“In Venezuela, gli Stati Uniti hanno appoggiato gruppi anti Chavez per oltre 8 anni, inclusi quelli che hanno eseguito il colpo di stato contro il presidente Chavez nell’aprile del 2002. Da allora, i finanziamenti sono aumentati considerevolmente. Un rapporto del maggio 2010 che valutava l’assistenza straniera a gruppi politici in Venezuela, commissionata dalla National Endowment for Democracy (NED), ha rivelato che più di 40 milioni di dollari sono annualmente indirizzati a gruppi anti-Chavez, la maggiorparte provenienti da agenzie statunitensi.

Il Venezuela spicca come la nazione latino americana dove il NED ha investito più fondi in gruppi di opposizione durante il 2009, con 1.818.473 dollari, più del doppio rispetto all’anno prima…. Allen Weinstein, uno dei fondatori del NED, ha una volta rivelato al Washington Post, “quello che facciamo noi oggi lo faceva la CIA in clandestinità 25 anni fa…” (I segreti dell’America “Operazioni della società civile”: l’interferenza degli Stati Uniti in Venezuela continua a crescere”, Eva Golinger, Global Research)

Lunedi l’amministrazione Obama ha annullato il visto dell’ambasciatore Venezuelano a Washington come risposta al rifiuto di Chavez di nominare Larry Palmer ambasciatore americano a Caracas. Palmer è stato apertamente critico di Chavez dicendo che vi erano chiare connessione tra membri del amministrazione Chavez e le guerriglie di sinistra nella vicina Colombia. È un modo indiretto di accusare Chavez di terrorismo. Ancora peggio, il background e la storia personale di Palmer suggeriscono che la sua nomina potrebbe essere una minaccia alla sicurezza nazionale del Venezuela. Consideriamo i commenti di James Suggett del “Venezuelanalysis on Axis of Logic”:

“Osservate la storia di Palmer, quando lavorava con le oligarchie, sostenute dagli Stati Uniti, di paesi come la Repubblica Domenicana, Uruguay, Paraguay, e Sierra Leone, Corea del Sud, Honduras, ‘promuovendo il North American Free Trade Agreement (NAFTA).” Proprio come la classe dominante americana ha nominato un afro-americano, Barack Obama, per sostituire George W. Bush lasciando tutto il resto intatto, Obama a sua volta ha nominato Palmer per sostituire Patrick Duddy, il quale era coinvolto con il tentato colpo di stato del 2002 contro il presidente Chavez , oltre ad essere un nemico dei venezuelani durante il suo mandato come ambasciatore in Venezuela”
(http://axisoflogic.com/artman/publish/printer_60511.shtml)

Il Venezuela è gia pieno di spie e sabotatori americani. Non hanno alcun bisogno di agenti che lavorano all’interno dell’ambasciata. Chavez ha fatto la cosa giusta a rifiutare la nomina di Palmer.

La nomina di Palmer avrebbe solo rafforzato la presistente politica statunitense con più interferenze, piu sovversioni e più creazioni di problemi per Chavez. Il dipartimento di stato è largamente responsabile per quelle che vengono chiamate rivoluzioni colorate in Ucraina, Libano, Georgia, Kyrgyzstan etc; le quali sono state tutte forgiate a stampo, come eventi televisivi a favore degl’interessi di ricchi capitalisti e contro i governi eletti. Adesso la schiera di Hillary vuole provare la stessa strategia in Venezuela. Tocca a Chavez fermarli, ed è per questo che ha passato leggi che “regolano, controllano o proibiscono il finanziamento straniero di attività politiche” . È il solo modo che ha per difendersi dall intromissione degli Stati Uniti e proteggere la sovranità venezuelana.

Chavez sta anche usando i suoi nuovi poteri per riformare il settore finanziario. Questo è un estratto da un articolo intitolato “ L’assemblea nazionale venezuelana passa una legge che rende le attività bancarie un ‘servizio pubblico’” :

“Venerdi l’assemblea nazionale venezuelana ha approvato una nuova legislazione che definisce il settore bancario come un’industria “del settore pubblico,” esigendo che le banche in Venezuela contribuiscano a programmi sociali, impegni nella costruzione di case, e altri bisogni sociali e, al tempo stesso, rendendo gli interventi del governo più facili nel caso le banche non soddisfino le priorità nazionali.” …

La nuova legge protegge i beni dei clienti delle banche nel caso ci siano irregolarità da parte dei proprietari, e stipula che la Superintendencia de Bancos prenda in considerazione gli interessi dei clienti delle banche – e non solo quello degli azionisti – quando vengono prese decisioni che influiscano sulla posizione della banca.”

Allora perchè Obama non sta facendo la stessa cosa? E’ troppo spaventato o è solo il lacchè di Wall Street? Eccovi un altra parte dello stesso articolo:

“Nel tentativo di controllare la speculazione, la legge limita l’ammontare di credito che puo essere messo a disposizione di invidivdui o entità private stabilendo che 20% è il massimo ammontare di capitale che la banca può impiegare come credito. La legge limita inoltre la formazione di gruppi finanziari e vieta il possesso di interessi economici da parte di banche in aziende di brokeraggio e compagnie di assicurazione.

La legge inoltre stabilisce che il 5% dei profitti netti di tutte le banche dovranno essere dedicati esclusivamente a progetti dei consigli comunali. 10% del capitale di una banca deve inoltre essere messo in un fondo per pagare stipendi e pensioni nel caso di bancarotta.

Secondo le stime del 2009 del Softline Consultores, il 5 % dei profitti netti del settore bancario venezuelano avrebbero dato 314 milioni di bolivar in più, o 73,1 milioni di dollari, per programmi sociali volti a soddisfare i bisogni della maggioranza povera del Venezuela.
http://venezuelanalysis.com/news/5880

“Controllare la speculazione”? Questa è una nuova idea. Ovviamente, i leader dell’opposizione chiamano le nuove leggi “un attacco alla libertà economica”. Ma questa è un puro nonsenso. Chavez sta solamente proteggendo la gente dalle attività predatorie di banchieri senza scrupoli. La gran parte degl’americani sperano che Obama faccia la stessa cosa.

Secondo il Wall Street Journal, “Chavez ha minacciato di espropiare le grandi banche nel passato se non aumentavano i prestiti ai proprietari di piccole aziende e potenziali compratori di case, questa volta sta aumentando la pressione pubblicamente per mostrare la sua preoccupazione per la mancanza di case per 28 milioni di venezuelani.”

Caracas soffre di una grande mancanza di case che è ulteriormente peggiorata a causa delle inondazioni. Decine di migliaia di persone hanno ora bisogna di un riparo, ed è per questo che Chavez sta mettendo pressione sulle banche per dare una mano. Ovviamente le banche non vogliono aiutare e stanno quindi piagnucolando. Ma Chavez non si è curato delle loro lamentele e le ha messe sotto osservazione. Infatti martedì ha rilasciato questo conciso avvertimento:

“Qualunque banca sbagli… l’esproprierò, che sia Banco Provincial, Banesco o Banco Nacional de Credito”

Bravo, Hugo. Nel Venezuela di Chavez i bisogni della gente ordinaria hanno precedenza sui profitti dei banchieri tagliagole. C’è da sorprendersi che Washington lo odi?

Mike Whitney
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article27170.htm 1.01.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ERIK BORIK

Grasso: “Sull’Addaura uomini di Stato frenarono il raggiungimento della verità” | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Grasso: “Sull’Addaura uomini di Stato frenarono il raggiungimento della verità” | Il Fatto Quotidiano.

“Ci sono stati elementi che non hanno favorito uno sviluppo normale delle indagini sul fallito attentato nel 1989 a Falcone”, lo ha detto il procuratore antimafia che ha parlato anche dell’omicidio del presidente della Sicilia, Piersanti Mattarella, ucciso 31 anni fa dalla mafia: l’inchiesta fu depistata da Vito Ciancimino

Uomini dello Stato hanno frenato il raggiungimento della verità sul fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Lo ha detto il procuratore antimafia Piero Grasso, a margine della commemorazione a Palermo di Piersanti Mattarella, il presidente della regione Sicilia ucciso dalla mafia 31 anni fa. “Mi assumo il merito di avere iniziato uno stravolgimento della ricostruzione della dinamica iniziale attraverso il collaboratore Fontana – ha spiegato Grasso – Proprio da quel momento è iniziata una ricostruzione assolutamente diversa. Ci sono stati elementi che non hanno favorito uno sviluppo normale delle indagini. Ci sono stati processi a Caltanissetta nei confronti di artificieri e di altre persone che certamente non hanno contribuito all’accertamento della verità”.

Grasso ha poi parlato dell’omicidio di Mattarella, le cui indagini furono secondo lui depistate da Vito Ciancimino: ”Dopo le prime indagini ho avuto delle intuizioni che però non si sono mai potute dimostrare. Cioè che si tratta di un delitto politico-mafioso, non solo mafioso e non solo politico. La particolarità – ha proseguito – e la complessità del movente o dei moventi dell’omicidio ha impedito che si facesse piena luce. Ci sono state azioni di depistaggio nel corso delle indagini. C’è stata, in particolare, un’attività di depistaggio di Vito Ciancimino allora collante tra politica e mafia nell’attribuire alle Brigate rosse l’omicidio. Questo è indicativo del tentativo di portare da un’altra parte i vertici investigativi dell’epoca”.

Il rischio del blocco informatico presso gli uffici giudiziari

Si vogliono bloccare i processi con un trucco, prescrizioni in arrivooo…

Fonte: Il rischio del blocco informatico presso gli uffici giudiziari.

Cosa nasconde il governo sullo stop dei servizi informatici dei tribunali? Gli accordi con il R.T.I. si sono rivelati un fallimento per il ministero?

6 gennaio 2011. Le notizie di questi ultimi giorni sono talmente superficiali da non consentire al lettore di comprendere cosa stia realmente accadendo negli uffici giudiziari relativamente all’assistenza informatica. La situazione è progressivamente peggiorata in particolar modo dal 2007, quando il Ministero della Giustizia ha autorizzato la gestione di tale servizio attraverso l’accesso “da remoto” che avrebbe gradualmente sostituito l’intervento “on site” degli informatici, già forniti da ditte esterne, che fisicamente si presentano nei Tribunali e nelle Procure per sopperire anche alle necessità dei Magistrati.
Fino al 2007 il servizio cosiddetto “ATU” (Assistenza Tecnica Unificata) era affidato ad una moltitudine di piccole società sparse sul territorio nazionale. Nel 2007 il Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione (CNIPA) indice una gara a procedura ristretta ed affida il servizio ad un Raggruppamento Temporaneo d’Impresa (R.T.I.) per la realizzazione di sistemi tecnologici finalizzati alla gestione dell’informatica nelle pubbliche amministrazioni “da remoto”, tramite call center (v. dossier).
Non era ovvio, dunque, che pian piano il Ministero avrebbe dismesso le vecchie società che fornivano il personale per dirottare i finanziamenti alle imprese che si sono aggiudicate la gara d’appalto per il nuovo servizio informatico? Nel corso degli ultimi anni hanno perso il lavoro centinaia di informatici ex-ATU ed era prevedibile che alla fine di ogni anno altri contratti non sarebbero stati rinnovati.
Strettamente legata ai problemi occupazionali è la questione relativa ai rischi connessi all’ipotesi di infiltrazioni informatiche.
C’è da dire, inoltre, che la politica conosce bene la questione, dato che numerose interpellanze sono state presentare nel corso degli anni da diversi partiti.
Allora perché tanto stupore? Perché qualcuno non si interroga invece sulla scelta dell’assistenza “da remoto”, su quante e quali aziende stiano operando nel settore e sulle risorse finanziarie che si stanno impiegando in queste fasi di transizione verso il controllo remoto?

Proviamo allora a fare il punto della situazione. C’è una crisi dell’attività di assistenza informatica legata ad una mancanza di fondi e, contemporaneamente, una scadenza dei contratti di subappalto con le aziende che da anni forniscono il personale specializzato che si reca in loco per assistere PC e software degli impiegati amministrativi e dei Magistrati: centinaia di lavoratori stanno gradualmente perdendo il posto di lavoro perché i loro datori di lavoro perderanno le commesse, in quanto da Gennaio 2008 l’assistenza informatica è stata affidata al R.T.I. Telecom – Elsag/Datamat ed Engineering.
Ma adesso, dopo due anni dall’affidamento al R.T.I. che avrebbe già dovuto rendere operativi i nuovi sistemi informatici, perché si parla di rischio di blocco dell’assistenza dovuto alla carenza di fondi? Perché il Ministero non chiarisce anzitutto se i soldi investiti in infrastrutture tecnologiche sono andati a buon fine o sono sempre gli ATU ad occuparsi dell’assistenza? Appare grottesco il fatto che per problemi legati ad un temporaneo reperimento di fondi da parte del Ministero si blocchi un servizio di importanza strategica per il paese. Si immagini la scena del Magistrato che chiama ad un call center per avere assistenza e che riceve una risposta automatica del tipo “siamo spiacenti, ma non possiamo darle assistenza perché il Ministero non paga”.

E’ necessario chiarire a questo punto due aspetti. In primo luogo come vengono gestiti esattamente i fondi reperiti dal Ministero ed in secondo luogo se all’investimento corrisponde un risultato concreto o si hanno degli sprechi legati a “sperimentazioni” di sistemi che poi finiscono per essere abbandonati. Se fosse così, allora bisognerebbe chiedersi se gli accordi presi con il R.T.I. si siano rivelati un investimento inefficiente o nella peggiore delle ipotesi un totale fallimento.
C’è anche un’altra possibile spiegazione che traspare dalle dichiarazioni del ministro Brunetta, e cioè che alcuni Magistrati, consapevoli dei potenziali rischi di infiltrazione informatica, si oppongano al processo di remotizzazione. “I magistrati tutti – ha affermato Brunetta il 5 gennaio – farebbero bene a rendere più veloce questo passaggio, mentre non sempre è stato così. Come se una parte di loro, solitamente la più politicizzata e ciarliera, sia più interessata a che la giustizia non funzioni, in modo da vivere di rendita e proteste”. Sul punto, il Procuratore Capo di Napoli, Giandomenico Lepore in un’intervista a Repubblica ha affermato che “… Oggi bisognerà chiamare un call-center che, se può, interverrà a distanza. Questo, peraltro crea un problema di sicurezza: procure e Tribunali trattano dati spesso molto sensibili e fascicoli secretati. Non c’è nessuna garanzia su chi viene da lontano e si introduce nei sistemi”.

Lidia Undiemi (6 gennaio 2011)

Forleo: ”Minacce e manomissioni e sono sempre senza scorta”

Secondo me ci sono i servizi segreti dietro agli strani avvenimenti…

Fonte: Antimafia Duemila – Forleo: ”Minacce e manomissioni e sono sempre senza scorta”.

“Mi auguro si faccia chiarezza. Non solo su questo episodio, ma su tutta una catena di strani avvenimenti a cominciare dal mio incidente del 2009 sulla Cremona-Milano”. La voce di Clementina Forleo non tradisce emozioni, né paura. Il giudice in servizio a Cremona dopo il trasferimento forzato dall’ufficio gip di Milano è in vacanza in Puglia a Francavilla Fontana, suo paese natale, dove si trova la masseria che la notte scorsa è stata incendiata. Un attentato, dicono gli inquirenti, un incendio doloso sul quale indaga la procura di Brindisi.

Che idea si è fatta, giudice Forleo?
“Sono stata in procura propro questa mattina. Spero che si riesca a capire che cosa è sucesso”.

La masseria è stata affittata ad un imprenditore di Manduria?
“Sì, una persona che non ha mai avuto problemi di nessun genere…”.

Allora non pensa che si tratti del racket delle estorsioni?
“Su questo non posso dire nulla, anche se in questo caso si tratterebbe del primo episodio”.

Quindi?
“Quindi credo e spero che sia l’occasione per mettere bene a fuoco tutta questa strana catena di episodi che mi riguardano”.

In questo elenco mette anche l’incidente che è costata la vita ai suoi genitori?
“Non penso a quello, bensì in primo luogo allo strano episodio che mi è capitato il tre dicembre del 2009 mentre tornavo dal lavoro…”.

Può ricordarlo meglio?
“Stavo rientrando da Cremona a Milano quando un’auto mi tagliò improvvisamente la strada e io non riuscii a evitare di finire contro il guardrail, anche perché, come ha accertato in seguito la perizia sulla mia vettura, l’auto era stata manomessa”.

Cosa vuol dire in particolare?
“C’è scritto nella perizia, si tratta di un’anomalia riscontrata allo pneumatico destro. Insomma, non ero più in grado di controllare la vettura e finiì contro le barriere. Per fortuna sono rimasta viva”.

E poi?
“E poi minacce, lettere e cose del genere”.

E nonostante questo le hanno tolto la scorta?
“Sì, ma la vicenda non è chiusa. Anzi, il Tar mi ha dato ragione ed ha dato torto ai prefetti di Milano e Cremona che si erano opposti al fatto che potessi avere acesso agli atti dell’incidente”.

Però, al momento, lei resta senza protezione?
“Sì”.

Pippo Fava, le parole in faccia ai boss | Antonella Mascali | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Pippo Fava, le parole in faccia ai boss | Antonella Mascali | Il Fatto Quotidiano.

Il 5 gennaio dell’84, fu ucciso a Catania Pippo Fava, direttore del mensile d’inchiesta “I Siciliani”. Sono circa le 22 quando il giornalista parcheggia la sua macchina vicino al teatro Stabile dove stava recitando la nipote Francesca, di appena 5 anni. Fava non arriverà mai a teatro, i killer della cosca di Nitto Santapaola gli sparano alla nuca. E’ già morto, quando giunge all’ospedale Garibaldi, dove lavorava come medico la figlia Elena. Il pentito Maurizio Avola racconta che quella sera con lui c’erano Aldo Ercolano, Vincenzo Santapaola, Franco Giammuso e Marcello D’Agata. Ma ad essere condannati dalla Cassazione nel 2003, oltre allo stesso collaboratore, sono soltanto Ercolano, come organizzatore e Santapaola come mandante. Per la legge unico mandante, anche se resta il pesante sospetto che Santapaola non abbia ordinato quell’omicidio solo nel suo interesse. Avola non a caso ha definito il capomafia un “mandante esecutivo”. Dice il Pm Amedeo Bertone al giornalista Luciano Mirone: “ Tra i cavalieri del lavoro (potenti imprenditori di allora su cui Fava aveva condotto eccellenti inchieste in merito ai loro legami con i boss, ndr), i più vicini alla famiglia mafiosa erano Gaetano Graci e Carmelo Costanzo….Su Graci questa Procura ha iniziato un processo che si è dovuto concludere prematuramente per la sopraggiunta morte dell’imputato( nel 1996, ndr)…”.

Ma quello che è successo dopo l’uccisione di Pippo Fava mostra come i mafiosi e i loro alleati possono stroncare la vita di una persona, ferire per sempre la sua famiglia, gli amici. Non possono però cancellare la sua parola, quel che semina. Alcuni dei “carusi”, i giovani giornalisti di Fava che hanno lavorato con lui a Catania per I Siciliani, continuano a fare questo mestiere portandosi dentro la sua lezione di giornalismo. Anche Claudio Fava, uno dei pochi figli d’arte di talento: giornalista, scrittore, sceneggiatore (I cento passi). Da molti anni in politica, oggi è coordinatore di Sinistra e libertà. Il giornalismo libero di Pippo Fava è una lezione anche per molti cronisti di oggi, liceali di allora. Non l’hanno conosciuto, ma hanno divorato i suoi articoli, i suoi libri. All’indomani della morte andarono in redazione per dire: siamo qui, vogliamo dare una mano. E’ nato così l’inserto I Siciliani giovani. Chi scrive, viene da quell’esperienza: studenti armati di sogni, rabbia civile, mossi da passione per raccontare i fatti senza filtri né pregiudizi. Quell’esperienza si è chiusa nel 1986, due anni e mezzo dopo la morte del direttore.

“Io ho una concezione etica di giornalismo – scriveva Fava – Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità…sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo….Un giornalista incapace, per vigliaccheria, o calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare…”. Ex post, il suo testamento morale. “E’ una storia di cui sono orgoglioso, come tutti”, racconta Antonio Roccuzzo, uno dei “carusi” di punta, oggi caporedattore di Tg a La7. “Sono un borghese, figlio di notaio, il mio destino era lavorare a La Sicilia (il quotidiano di Mario Ciancio, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) ma per fortuna ho incontrato Fava. Una persona straordinaria che mi ha dato l’occasione di rompere con quella cultura paludata. Anche ora provo a fare il giornalista con la schiena dritta come mi ha insegnato lui e trovo straordinario che la sua storia susciti sempre molta curiosità nei ragazzi che incontro in tutta Italia. Pippo Fava non è un eroe, perché non lo era, ma un esempio di libertà”. Riccardo Orioles, il più vicino al direttore, il “tutor” dei Siciliani giovani, come al solito è un fiume in piena di emozioni e pensieri amari. “Ho compiuto 61 anni il 22 dicembre, non ho casa, non ho lavoro, non ho pensione. Ma sono felice e rifarei 40 volte quello che ho fatto”. Poi l’accusa: “Il nostro giornale ha chiuso, così come Avvenimenti, che era la prosecuzione di quell’esperienza, per colpa della sinistra che ha negato i finanziamenti. I Siciliani per 15 milioni di lire, Avvenimenti per circa 50 mila euro. Casablanca, un altro giornale che ho creato con Graziella Proto (altra coraggiosa e tenace redattrice dei Siciliani, ndr) ha chiuso per 7 mila euro. Ma si va avanti, sto lavorando al numero 96 di U cuntu (giornale online) con Fabio D’ Urso e tanti altri ragazzi”. A Catania sono rimasti anche Rosario Lanza, oggi giornalista della Gazzetta del Sud ed Elena Brancati. Lei, dopo I Siciliani ha preferito insegnare lettere ai ragazzi, senza mai dimenticare l’impegno sociale. Da tanti anni, invece, vive a Roma Miki Gambino, cronista di giudiziaria ai Siciliani. Fino a un anno fa era caporedattore di una trasmissione nazional-popolare, per nulla faviana: “ Dopo l’esperienza a metà anni ’90 ad Avvenimenti con Orioles, rimango due anni senza stipendio. E’ allora, dopo aver visto sfumare il contratto con “Mi manda Rai3”, che incontro Daniel Toaff, capo struttura di Rai 1 e finisco a “La vita in diretta”. Scioccante, ma ho provato anche in quella trasmissione a mettere un po’ della lezione di Fava. Chiedevo rispetto per le persone, soprattutto per i bambini. Ognuno di noi ha cercato di tenere alta la bandiera dei Siciliani, anche se io meno di altri. Ma da un anno ho voltato pagina. Sono condirettore dell’agenzia h24 che produce servizi giornalisti per siti e tv, facendo lavorare soprattutto videomaker indipendenti. Mi sento meglio”.

Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2010