Il rischio del blocco informatico presso gli uffici giudiziari

Si vogliono bloccare i processi con un trucco, prescrizioni in arrivooo…

Fonte: Il rischio del blocco informatico presso gli uffici giudiziari.

Cosa nasconde il governo sullo stop dei servizi informatici dei tribunali? Gli accordi con il R.T.I. si sono rivelati un fallimento per il ministero?

6 gennaio 2011. Le notizie di questi ultimi giorni sono talmente superficiali da non consentire al lettore di comprendere cosa stia realmente accadendo negli uffici giudiziari relativamente all’assistenza informatica. La situazione è progressivamente peggiorata in particolar modo dal 2007, quando il Ministero della Giustizia ha autorizzato la gestione di tale servizio attraverso l’accesso “da remoto” che avrebbe gradualmente sostituito l’intervento “on site” degli informatici, già forniti da ditte esterne, che fisicamente si presentano nei Tribunali e nelle Procure per sopperire anche alle necessità dei Magistrati.
Fino al 2007 il servizio cosiddetto “ATU” (Assistenza Tecnica Unificata) era affidato ad una moltitudine di piccole società sparse sul territorio nazionale. Nel 2007 il Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione (CNIPA) indice una gara a procedura ristretta ed affida il servizio ad un Raggruppamento Temporaneo d’Impresa (R.T.I.) per la realizzazione di sistemi tecnologici finalizzati alla gestione dell’informatica nelle pubbliche amministrazioni “da remoto”, tramite call center (v. dossier).
Non era ovvio, dunque, che pian piano il Ministero avrebbe dismesso le vecchie società che fornivano il personale per dirottare i finanziamenti alle imprese che si sono aggiudicate la gara d’appalto per il nuovo servizio informatico? Nel corso degli ultimi anni hanno perso il lavoro centinaia di informatici ex-ATU ed era prevedibile che alla fine di ogni anno altri contratti non sarebbero stati rinnovati.
Strettamente legata ai problemi occupazionali è la questione relativa ai rischi connessi all’ipotesi di infiltrazioni informatiche.
C’è da dire, inoltre, che la politica conosce bene la questione, dato che numerose interpellanze sono state presentare nel corso degli anni da diversi partiti.
Allora perché tanto stupore? Perché qualcuno non si interroga invece sulla scelta dell’assistenza “da remoto”, su quante e quali aziende stiano operando nel settore e sulle risorse finanziarie che si stanno impiegando in queste fasi di transizione verso il controllo remoto?

Proviamo allora a fare il punto della situazione. C’è una crisi dell’attività di assistenza informatica legata ad una mancanza di fondi e, contemporaneamente, una scadenza dei contratti di subappalto con le aziende che da anni forniscono il personale specializzato che si reca in loco per assistere PC e software degli impiegati amministrativi e dei Magistrati: centinaia di lavoratori stanno gradualmente perdendo il posto di lavoro perché i loro datori di lavoro perderanno le commesse, in quanto da Gennaio 2008 l’assistenza informatica è stata affidata al R.T.I. Telecom – Elsag/Datamat ed Engineering.
Ma adesso, dopo due anni dall’affidamento al R.T.I. che avrebbe già dovuto rendere operativi i nuovi sistemi informatici, perché si parla di rischio di blocco dell’assistenza dovuto alla carenza di fondi? Perché il Ministero non chiarisce anzitutto se i soldi investiti in infrastrutture tecnologiche sono andati a buon fine o sono sempre gli ATU ad occuparsi dell’assistenza? Appare grottesco il fatto che per problemi legati ad un temporaneo reperimento di fondi da parte del Ministero si blocchi un servizio di importanza strategica per il paese. Si immagini la scena del Magistrato che chiama ad un call center per avere assistenza e che riceve una risposta automatica del tipo “siamo spiacenti, ma non possiamo darle assistenza perché il Ministero non paga”.

E’ necessario chiarire a questo punto due aspetti. In primo luogo come vengono gestiti esattamente i fondi reperiti dal Ministero ed in secondo luogo se all’investimento corrisponde un risultato concreto o si hanno degli sprechi legati a “sperimentazioni” di sistemi che poi finiscono per essere abbandonati. Se fosse così, allora bisognerebbe chiedersi se gli accordi presi con il R.T.I. si siano rivelati un investimento inefficiente o nella peggiore delle ipotesi un totale fallimento.
C’è anche un’altra possibile spiegazione che traspare dalle dichiarazioni del ministro Brunetta, e cioè che alcuni Magistrati, consapevoli dei potenziali rischi di infiltrazione informatica, si oppongano al processo di remotizzazione. “I magistrati tutti – ha affermato Brunetta il 5 gennaio – farebbero bene a rendere più veloce questo passaggio, mentre non sempre è stato così. Come se una parte di loro, solitamente la più politicizzata e ciarliera, sia più interessata a che la giustizia non funzioni, in modo da vivere di rendita e proteste”. Sul punto, il Procuratore Capo di Napoli, Giandomenico Lepore in un’intervista a Repubblica ha affermato che “… Oggi bisognerà chiamare un call-center che, se può, interverrà a distanza. Questo, peraltro crea un problema di sicurezza: procure e Tribunali trattano dati spesso molto sensibili e fascicoli secretati. Non c’è nessuna garanzia su chi viene da lontano e si introduce nei sistemi”.

Lidia Undiemi (6 gennaio 2011)

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