Pippo Fava, le parole in faccia ai boss | Antonella Mascali | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Pippo Fava, le parole in faccia ai boss | Antonella Mascali | Il Fatto Quotidiano.

Il 5 gennaio dell’84, fu ucciso a Catania Pippo Fava, direttore del mensile d’inchiesta “I Siciliani”. Sono circa le 22 quando il giornalista parcheggia la sua macchina vicino al teatro Stabile dove stava recitando la nipote Francesca, di appena 5 anni. Fava non arriverà mai a teatro, i killer della cosca di Nitto Santapaola gli sparano alla nuca. E’ già morto, quando giunge all’ospedale Garibaldi, dove lavorava come medico la figlia Elena. Il pentito Maurizio Avola racconta che quella sera con lui c’erano Aldo Ercolano, Vincenzo Santapaola, Franco Giammuso e Marcello D’Agata. Ma ad essere condannati dalla Cassazione nel 2003, oltre allo stesso collaboratore, sono soltanto Ercolano, come organizzatore e Santapaola come mandante. Per la legge unico mandante, anche se resta il pesante sospetto che Santapaola non abbia ordinato quell’omicidio solo nel suo interesse. Avola non a caso ha definito il capomafia un “mandante esecutivo”. Dice il Pm Amedeo Bertone al giornalista Luciano Mirone: “ Tra i cavalieri del lavoro (potenti imprenditori di allora su cui Fava aveva condotto eccellenti inchieste in merito ai loro legami con i boss, ndr), i più vicini alla famiglia mafiosa erano Gaetano Graci e Carmelo Costanzo….Su Graci questa Procura ha iniziato un processo che si è dovuto concludere prematuramente per la sopraggiunta morte dell’imputato( nel 1996, ndr)…”.

Ma quello che è successo dopo l’uccisione di Pippo Fava mostra come i mafiosi e i loro alleati possono stroncare la vita di una persona, ferire per sempre la sua famiglia, gli amici. Non possono però cancellare la sua parola, quel che semina. Alcuni dei “carusi”, i giovani giornalisti di Fava che hanno lavorato con lui a Catania per I Siciliani, continuano a fare questo mestiere portandosi dentro la sua lezione di giornalismo. Anche Claudio Fava, uno dei pochi figli d’arte di talento: giornalista, scrittore, sceneggiatore (I cento passi). Da molti anni in politica, oggi è coordinatore di Sinistra e libertà. Il giornalismo libero di Pippo Fava è una lezione anche per molti cronisti di oggi, liceali di allora. Non l’hanno conosciuto, ma hanno divorato i suoi articoli, i suoi libri. All’indomani della morte andarono in redazione per dire: siamo qui, vogliamo dare una mano. E’ nato così l’inserto I Siciliani giovani. Chi scrive, viene da quell’esperienza: studenti armati di sogni, rabbia civile, mossi da passione per raccontare i fatti senza filtri né pregiudizi. Quell’esperienza si è chiusa nel 1986, due anni e mezzo dopo la morte del direttore.

“Io ho una concezione etica di giornalismo – scriveva Fava – Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità…sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo….Un giornalista incapace, per vigliaccheria, o calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare…”. Ex post, il suo testamento morale. “E’ una storia di cui sono orgoglioso, come tutti”, racconta Antonio Roccuzzo, uno dei “carusi” di punta, oggi caporedattore di Tg a La7. “Sono un borghese, figlio di notaio, il mio destino era lavorare a La Sicilia (il quotidiano di Mario Ciancio, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) ma per fortuna ho incontrato Fava. Una persona straordinaria che mi ha dato l’occasione di rompere con quella cultura paludata. Anche ora provo a fare il giornalista con la schiena dritta come mi ha insegnato lui e trovo straordinario che la sua storia susciti sempre molta curiosità nei ragazzi che incontro in tutta Italia. Pippo Fava non è un eroe, perché non lo era, ma un esempio di libertà”. Riccardo Orioles, il più vicino al direttore, il “tutor” dei Siciliani giovani, come al solito è un fiume in piena di emozioni e pensieri amari. “Ho compiuto 61 anni il 22 dicembre, non ho casa, non ho lavoro, non ho pensione. Ma sono felice e rifarei 40 volte quello che ho fatto”. Poi l’accusa: “Il nostro giornale ha chiuso, così come Avvenimenti, che era la prosecuzione di quell’esperienza, per colpa della sinistra che ha negato i finanziamenti. I Siciliani per 15 milioni di lire, Avvenimenti per circa 50 mila euro. Casablanca, un altro giornale che ho creato con Graziella Proto (altra coraggiosa e tenace redattrice dei Siciliani, ndr) ha chiuso per 7 mila euro. Ma si va avanti, sto lavorando al numero 96 di U cuntu (giornale online) con Fabio D’ Urso e tanti altri ragazzi”. A Catania sono rimasti anche Rosario Lanza, oggi giornalista della Gazzetta del Sud ed Elena Brancati. Lei, dopo I Siciliani ha preferito insegnare lettere ai ragazzi, senza mai dimenticare l’impegno sociale. Da tanti anni, invece, vive a Roma Miki Gambino, cronista di giudiziaria ai Siciliani. Fino a un anno fa era caporedattore di una trasmissione nazional-popolare, per nulla faviana: “ Dopo l’esperienza a metà anni ’90 ad Avvenimenti con Orioles, rimango due anni senza stipendio. E’ allora, dopo aver visto sfumare il contratto con “Mi manda Rai3”, che incontro Daniel Toaff, capo struttura di Rai 1 e finisco a “La vita in diretta”. Scioccante, ma ho provato anche in quella trasmissione a mettere un po’ della lezione di Fava. Chiedevo rispetto per le persone, soprattutto per i bambini. Ognuno di noi ha cercato di tenere alta la bandiera dei Siciliani, anche se io meno di altri. Ma da un anno ho voltato pagina. Sono condirettore dell’agenzia h24 che produce servizi giornalisti per siti e tv, facendo lavorare soprattutto videomaker indipendenti. Mi sento meglio”.

Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2010

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