Archivi del giorno: 7 gennaio 2011

La prova: Stato e Servizi trafficanti di veleni

Fonte: La prova: Stato e Servizi trafficanti di veleni.

Un documento coperto dal segreto di Stato. In mano a Gaetano Pecorella, presidente della Commissione ecomafie, da pochi mesi. Racconta un’altra pagina dell’infinita storia sulle navi dei veleni e dimostrerebbe come il Sismi, il servizio segreto militare, abbia seguito la vicenda. Il documento è datato 11 dicembre 1995 e rivelerebbe che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro (centinaia di milioni) al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi».

Il documento è ora agli atti della Commissione presieduta da Pecorella, numero di protocollo 294/55. L’anno prima… Legambiente aveva scoperchito la pentola dei traffici illeciti nelle acque del Mediterraneo, facendo partire le prime denunce sulla vicenda.

Ragionando con il senno del poi, e senza andare dietro a troppe dietrologie, l’attività del Sismi rientrerebbe nelle normali operazioni che un servizio di difesa dovrebbe svolgere. Restano però aperte diverse questioni, che nemmeno il trascorrere degli anni è riuscito a chiarire. La prima, e forse quella più rilevante, è perchè un atto così di routine venga coperto dal Segreto di Stato, «vincolo posto – come afferma lo stesso sito internet dell’Aise, che dopo le riforma dei servizi ha raccolto l’eredità del Sismi – su atti, documenti, notizie, attività, cose e luoghi la cui divulgazione può danneggiare gravemente gli interessi fondamentali dello Stato». Il segreto di Stato, inoltre, si caratterizza per un limite temporale di 15 anni «ulteriormente prorogabili dal Presidente del Consiglio».

Il documento, a meno di interventi del premier nelle ultime ore, da poco meno di un mese dovrebbe essere consultabile e liberato dal pesante vincolo. Cosa che al momento non risulta. Contribuendo a alimentare i sospetti sulla natura dell’intervento dei nostri servizi. Si attende a breve la relazione conclusiva della commissione ecomafie sulla vicenda delle navi dei veleni. Lavoro che non potrà non tenere conto di questo aspetto, tra l’altro sottolineato dallo stesso presidente Pecorella. Di ritorno da una trasferta della commissione a Bologna, affermò che «in qualche misura, per un certo periodo, i servizi segreti hanno gestito lo smaltimento dei rifiuti pericolosi». Un fatto «evidente perché riscontrato da altri uditi e da elementi obiettivi».

In sostanza, quello che emergerebbe sarebbe una collusione tra servizi segreti e parte influente della politica. Un filone che, sempre secondo Pecorella avrebbe «una sua logica nel senso che i rifiuti pericolosi venivano prodotti dalle aziende di Stato e a un certo punto bisognava eliminarli». Anche illegalmente, perchè «in quel momento non c’era un sistema diverso. Ad esempio i fanghi radioattivi dove sono finiti?».

Una prima risposta a questa domanda aveva provato a darla Francesco Fonti, il pentito che con le sue dichiarazioni nell’autunno del 2009 alzò di nuovo il sipario sulla vicenda. Nel suo memoriale un posto di primo piano spetta all’agente Pino. «Il mio filtro con il mondo della politica è stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all’indietro, presentatomi nella Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla gerarchia della ‘ndrangheta. Funzionava così: l’agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all’hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: «Sono Ciccio e devo parlare con Pino». Poi venivo chiamato al numero dell’albergo, e avveniva l’incontro».

Raggiunto telefonicamente in questi giorni, Fonti ha confermato tutto quanto già dichiarato. Ma ha poi aggiunto: «In tanti anni di collaborazione, mi sembra strano che nessuno sia riuscito ad individuare questo agente. Perchè, ad esempio, nessuno mi ha mai fatto vedere qualche fotografia di agenti dei servizi come accaduto con Ciancimino e il signor Franco?».

Ma torniamo al documento del 1995 e a ciò che ne seguì. In una relazione al sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, datata 12 ottobre 1996, l’allora maresciallo Moschitta racconta come «“forze occulte”, di non facile identificazione, abbiano controllato passo passo gli investigatori nel corso delle varie attività svolte». Allo stesso modo, Rino Martini, ex colonnello del Corpo forestale dello Stato, ha raccontato di quando si trovava, per un incontro sulla vicenda delle navi dei veleni, in un ristorante chiuso al pubblico. «A un certo punto – ha detto – sono arrivate due persone a bordo di un’auto che è poi risultata essere dei servizi segreti».

Episodi già raccontati, anche con maggiore dovizia di particolari, il 20 gennaio di un anno fa dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, Nicola Maria Pace. I due, all’epoca, insieme con il procuratore Neri, collaboravano nelle indagini sulle navi affondate. Pace, in qualità di procuratore di Matera: «Per sviare gli antagonisti con Neri decidiamo di vederci non a Matera o a Reggio Calabria, ma a Catanzaro e durante la trasferta, mentre personalmente non mi accorsi di niente perché nella mia macchina non avevo scorta e durante il viaggio sonnecchiavo, Neri che aveva una scorta si accorse con i suoi e verificò con i computer di bordo di essere seguito da una macchina della ’ndrangheta. Fece scattare l’allarme, mi telefonò, prendemmo direzioni diverse e riuscimmo a tornare».

Il pool investigativo, poi, fu oggetto di attenzioni “particolari” anche durante una trasferta a Brescia: «Fui proprio io – continua Pace – a scoprire che qualcuno ci stava filmando da un camper parcheggiato a poca distanza dalla sede del Corpo forestale dello Stato. Seguirono i 15 giorni più inquietanti di tutta l’inchiesta: improvvisamente, il colonnello Martini, regista delle indagini e delle attività strettamente investigative, si dimette. Ma, soprattutto, muore il comandante Natale De Grazia. Poco prima aveva telefonato a Pace dicendogli che lo avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarlo con una nave sul punto esatto. Quello dove era affondata la Rigel.

 

Terra, via La Voce dell’Emergenza

Approfondimento: Le rotte dei veleni

Quirra, Sardegna. Vicino ai war games, due su tre hanno la leucemia.

Quirra, Sardegna. Vicino ai war games, due su tre hanno la leucemia..

di Pino Cabras – Megachip. VIDEO in coda all’articolo.

Vi riportiamo un articolo comparso su L’Unione Sarda del 4 gennaio 2011 su una vicenda terribile, un disastro militare-ambientale che si consuma nella terra che accoglie la stragrande maggioranza delle esercitazioni militari italiane, una piccola Chernobyl che finora i grandi organi di stampa non avevano saputo affrontare, con la lodevole eccezione di un’inchiesta peraltro poco divulgata di RaiNews24 e di una dimenticata puntata di Report.

Come spesso accade, sono stati gli scrittori i primi a perforare le bugie di governi e generali, in mezzo ai silenzi dei media e dei politici pavidi. La “sindrome di Quirra” è stata raccontata ad esempio in due romanzi, quello di Massimo Carlotto e Mama Sabot (Perdas de fogu), e quello di Eugenio Campus (Il pettine senza denti). Ora però tutto il disastro emerge nei tabulati di una Asl. Gli irrisi, i “complottisti”, quelli che non accettavano le verità ufficiali, avevano ragione. Il caso, scommetteteci, ora non potrà più essere insabbiato.

Rapporto choc sul poligono di Quirra L’Asl: negli ovili agnelli deformi e pastori con la leucemia

di Paolo Carta – L’Unione Sarda.Rapporto Quirra: quasi in ogni ovile agnelli nati malformati e pastori ammalati di tumore. Le indagini dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, su incarico del Comitato di indirizzo territoriale che segue il controllo ambientale del poligono, sono arrivati a risultati choc. I dati raccolti a ridosso della zona militare sono assolutamente fuori dalla norma.

Addirittura, secondo la verifica dei veterinari Giorgio Melis e Sandro Lorrai, esiste un collegamento tra le deformazioni congenite genetiche degli agnelli e i tumori che hanno colpito gli allevatori. Quasi una strage: il 65 per cento dei pastori che abita e lavora a Quirra si è ammalato di leucemia.

 

MONITORAGGIO

Il rapporto è stato spedito a metà dicembre ai responsabili del Comitato d’indagine territoriale che si sta occupando del monitoraggio ambientale della zona del poligono interforze tra le colline di Perdasdefogu e lo specchio di mare di Capo San Lorenzo. È soltanto una prima stesura del lavoro che verrà ultimato entro gennaio con il controllo degli allevamenti presenti nelle campagne di Perdasdefogu.

E probabilmente, per una ancora più compiuta analisi, sarà necessario attendere l’esito degli esami di laboratorio in corso sugli ovini e sui bovini prelevati negli allevamenti, sui vermi, sulle cozze e su parte della flora già selezionati dagli esperti.

Ma un dato già oggi è certo. Cioè che il lavoro ovile per ovile dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari ha confermato quel che da tempo sostengono pacifisti e antimilitaristi riuniti in diversi comitati: ciò che sta accadendo a Quirra è un fatto assolutamente eccezionale.

 

I TUMORI

L’indagine dei veterinari (arrivata dieci anni dopo le richieste ufficiali dei pacifisti alle istituzioni) ha analizzato soltanto gli allevamenti. Invece il bilancio dei decessi per tumori aggiornato in un registro a cura del comitato pacifista “Gettiamo le Basi” è ancora più grave: 23 militari e 40 persone tra i civili che pascolano, coltivano, abitano o lavorano nei pressi della zona militare.

E finisce per mettere sotto accusa le attività del poligono interforze, anche se nella loro relazione i veterinari effettuano soltanto una fotografia (inquietante) dell’esistente, senza lasciarsi andare nella spiegazione scientifica delle cause di tutto ciò, che dovrà venire dal comitato scientifico responsabile del monitoraggio ambientale sul poligono interforze di Quirra.

 

LE NANOPARTICELLE

In attesa dei riscontri ufficiali del controllo del territorio, che doveva concludersi entro il 2009 ma che non è ancora terminato, quel che è emerso dai primi riscontri trapelati alimenta il dibattito intorno al poligono interforze e più in generale sugli effetti che producono tutti i campi di addestramento bellico sardi (anche quelli di Capo Frasca e Teulada) nel territorio.

La dottoressa Maria Antonietta Gatti dell’Università di Modena (consulente del ministero della Difesa nella commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito) ha riscontato nanoparticelle di metalli pesanti, ribattezzate polveri di guerra (perché in quelle dimensioni e forme possono essere causate soltanto da esplosioni a temperature raggiungibili solo con l’utilizzo di proiettili arricchiti) persino a Baunei, parecchio a nord rispetto al poligono del Salto di Quirra.

E adesso i riscontri dei veterinari che hanno battuto palmo a palmo la zona mettono in correlazione l’alta incidenza dei tumori negli allevatori con i casi di agnelli nati con due teste o sei zampe oppure addirittura sventrati.

NEGLI ALLEVAMENTI La ricerca palmo a palmo ha coinvolto tutti gli ovili di Quirra ed è stata confrontata con i dati raccolti in un’altra zona della Sardegna, non troppo lontana, quella di Villagrande. Qualche esempio. In un allevamento a San Lorenzo, sorto 25 anni fa, i veterinari sono venuti a conoscenza di un elevatissimo numero di aborti tra il 1985 e il 1990 e negli ultimi cinque anni sono nati capretti senza organi genitali.

Il figlio del titolare dell’allevamento si è ammalato di tumore nel febbraio del 1997 ed è morto nel novembre del 2004.

A Tintinau, l’ultimo agnello nato con gli occhi dietro le orecchie risale al dicembre del 2009 e due fratelli allevatori che accudivano il bestiame sono morti di tumore a distanza di otto mesi uno dall’altro tra il 2003 e il 2004.

Un terzo fratello è in cura per la stessa patologia dal giugno scorso a Milano. E questi sono soltanto alcuni passi della relazione di 43 pagine firmata dai veterinari Giorgio Mellis e Sandro Lorrai. Una novità per certi versi clamorosa destinata a riscrivere la storia sanitaria del Salto di Quirra e ad aprire nuovi scenari sui tumori nei pastori.

______________________________Claudia Zuncheddu : «Vogliamo sapere la verità»Claudia Zuncheddu, consigliere regionale dei Rossomori e da sempre in prima fila nella battaglia per la riduzione delle servitù militari e per conoscere la verità su ciò che avviene nei poligoni sardi di Quirra, Capo Frasca e Teulada, presenterà un’interrogazione all’assessore alla Sanità, Antonello Liori.

«La relazione dei veterinari delle Als di Lanusei e Cagliari – spiega Claudia Zuncheddu – squarcia il velo del silenzio su quando avviene attorno ai poligoni sardi. Ma di un fatto sono certa: le popolazioni che abitano a ridosso delle basi militari conoscevano benissimo questa situazione, per aver visto tanti familiari uccisi dai tumori e dalle leucemie in un numero assolutamente superiore ai dati standard. Perché noi tante volte parliamo di incidenza dei tumori, di numero dei casi di leucemie registrate a Quirra, spesso dimenticando che questi fatti sono riferiti a persone che si sono ammalate, che hanno sofferto, che hanno lottato contro il male. Un vero e proprio dramma per tanti».

Secondo Claudia Zuncheddu, spetta alle istituzioni intervenire: «Servono maggiori controlli, è necessario un sostegno alle popolazioni che pagano a caro prezzo, in termini economici e di salute, la vicinanza con le basi militari. La gente da sola può far poco o niente, spetta ai politici dimostrare di essere davvero vicini alle esigenze dei sardi, soprattutto di quelli che soffrono». Alcuni indagini del passato avevano avanzato l’ipotesi, smentita da più parti, che la stretta consanguineità presente in zone molto chiuse come Quirra potesse favorire l’insorgenza delle malattie.

Una tesi confutata anche da Claudia Zuncheddu (che è un medico): «Non è vero che i sardi siano più predisposti di altre popolazioni ad ammalarsi di tumore. Lo dimostrano anche gli studi sulla longevità. È invece provato che nelle zone più inquinate, attorno ai nuclei industriali come Porto Torres e Sarroch e come i poligoni, l’incidenza sia più alta proprio in relazione alle emissioni delle fabbriche e ai danni causati al territorio dai test bellici». E l’argomento inevitabilmente si sposta sulle servitù militari: «Il popolo sardo paga un prezzo troppo alto. Il 66 per cento dei poligoni italiani è ospitato in Sardegna». (p.c.)

Mariella Cao (Comitato Gettiamo le Basi): «Dati parziali ma tragici»

Il monitoraggio ambientale della zona del poligono di Quirra comprende anche l’esame della radioattività diffusa, delle onde elettromagnetiche emesse dai radar e delle nanoparticelle di metalli pesanti prodotte dai test bellici. Ma è un controllo che non convince i pacifisti.

«Forze armate, Ministero della Difesa e Nato – spiega Mariella Cao, portavoce del comitato “Gettiamo le basi” – mantengono saldo il doppio ruolo di controllore e controllato, di giudice e imputato. Hanno predisposto loro stessi il piano di monitoraggio, di fatto soltnato l’acquisto di strumenti per esami che non possono dare risposte sulla cosiddetta “sindrome di Quirra”, come ammettono le stesse Forze armate e le ditte che si sono aggiudicate l’appalto. Inoltre i risultati, previsti per l’autunno del 2009 e in eterno slittamento, sono scontati, cioè daranno il marchio di qualità ambientale al poligono. In linea con quanto prevede lo stesso obiettivo iniziale: tranquillizzare la popolazione locale nonché il personale del poligono e acquisire la certificazione ambientale ».

Mariella Cao addirittura ha il sospetto che al termine del monitoraggio, «il Ministero dalla Difesa si sentirà autorizzato a respingere le richieste di risarcimento dei danni sollecitate dai familiari di chi si è ammalato di tumore a Quirra e dintorni, malgrado l’epidemia di leucemie e alterazioni genetiche provate anche dall’esame dei veterinari Asl. Se è tutto in regola, significa che non ci sono danni da pagare, può essere il risultato finale. Scandaloso». Mariella Cao osserva comunque con favore i dati parziali trapelati dai primi esami: «Evidentemente il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La ditta che deve controllare l’inquinamento dell’aria ha affidato gli esami alla dottoressa Gatti che ha trovato nanoparticelle di metalli pesanti cause di tumori addirittura a Baunei. E l’indagine veterinaria sollecitata da noi pacifisti (ed effettuata con un ritardo grottesco di 10 anni), ha fornito dati agghiaccianti sul rapporto tra malformazioni genetiche degli agnelli e i tumori negli allevatori».

I pacifisti chiedono poi che fine abbia fatto l’indagine epidemiologica sulle persone residenti prevista dall’appalto del monitoraggio ambientale e poi cancellata. «Vogliamo la verità su Quirra», chiude Mariella Cao. (p.c.)

 

Comunicato del Comitato Gettiamo le Basi

Monitoraggio del Poligono Interforze Salto di Quirra (PISQ)

Le pentole e i coperchi

Il pesante travisamento delle  posizioni del comitato Gettiamo le Basi apparso su L’Unione Sarda (“Quirra  in ritardo l’esame ambientale”20/12/2010)  impone di precisare e fare il punto.

RIEPILOGO

1 Forze Armate,  ministero della Difesa e Nato si sono arrogati e mantengono saldo il doppio ruolo, scandalosamente  inossidabile, di controllore e controllato, giudice e parte in causa. Loro hanno predisposto e gestiscono il Piano di Monitoraggio, di fatto un piano d’acquisto di strumentazioni e connessi  servizi di esame ambientale, un esame che  non può dare risposte alla “sindrome Quirra-Escalaplano” come ammettono le stesse forze armate e le  cinque ditte che si sono aggiudicate l’appalto Nato

2 I risultati del monitoraggio-placebo sono scontati, sono stati  anticipati fin dal momento dell’avvio (febbraio ’08). L’obiettivo è stato esplicitato con incredibile candore o tracotanza: “Tranquillizzare (alias sedare, narcotizzare) la popolazione locale, nonché il personale del Pisq (..) acquisire la Certificazione ambientale”, cioè dimostrare che il poligono della morte è un gioiellino ecologico, di conseguenza eludere anche l’obbligo di risarcire le vittime dell’epidemia di leucemie e alterazioni genetiche che ha come epicentro l’insediamento militare Quirra-Perdasdefogu.  Decreti del 2010 hanno già provveduto ad esonerare le forze armate dalle responsabilità penali, una sorta di  lodo Alfano pro Stati Maggiori passato sotto indecente silenzio

3  Per salvare le apparenze  si è assegnato il ruolo di controllore di facciata a una Commissione Tecnica Mista di Esperti,  nominata a cose fatte, senza possibilità d’intervento sostanziale su metodologie e tecniche disposte dai contratti appaltati. La componente civile (cinque persone prive dell’indispensabile strumentazione tecnica e di supporti finanziari) ha rifiutato il ruolo di notaio compiacente

e ha respinto al mittente l’incarico di validazione di servizi e forniture delle cinque ditte,. La patata bollente è passata alla riluttante ARPAS, l’agglomerato di pezzi e funzionari delle ASL responsabili di 50 anni di mancati controlli, sponsor delle più cervellotiche teorie “scientifiche” salvabasimilitari, dall’asineria dell’arsenico killer di Quirra (Asl 8) alle alghe insaziabili mangiatrici del torio radioattivo, rigorosamente “naturale”, che abbonda nell’arcipelago maddalenino, base atomica Usa fino al 2008 (Asl 1).

Il diavolo fa le pentole non i coperchi

Qualcosa non è andata per il verso agognato e predisposto da ministri e generali.

1 Veleni del poligono a Baunei. La ditta che si è aggiudicato il lotto “ Determinazione  radioattività aerodispersa” ha affidato la rilevazione delle nanoparticelle alla dott.ssa M.Antonietta Gatti che sa usare egregiamente i microscopi atti a ingrandire a 120.000 e le ha trovate persino a Baunei prescelta come “bianco”, punto di riferimento-comparazione dati in quanto si presupponeva totalmente esente da inquinamento.  Non trova nanoparticelle, invece, la multinazionale vincitrice del lotto più consistente e nevralgico (la SGS, una partecipata Fiat l’affittuaria stabile del poligono da mezzo secolo, presumibile corresponsabile della contaminazione), le cerca come da contratto con microscopi giocattolo che ingrandiscono solo a 8.000. Parrebbe che l’Arpas si sia ancora accorta dell’inghippo.

2 L’indagine anamnestica. L’esame delle matrici biologiche, ostinatamente voluto da Gettiamo le Basi, nonostante sia stato recepito in modo talmente limitato e inadeguato da sprofondare nel grottesco, ha fornito informazioni agghiaccianti. L’Asl 4, andando oltre il ristretto compito assegnatole di mera manovalanza a costo zero per la Difesa, ha svolto la fondamentale indagine anamnestica su greggi e pastori. I dati  emersi rendono ancora più tetro il quadro della devastazione ambientale e sanitaria che denunciamo dall’ormai lontano 2001.

Il merito dell’Asl, però, non attenua ma rafforza l’inquietante interrogativo sul perché si sia aspettato 10 anni per effettuare questa imprescindibile e doverosa raccolta dati e perché si eviti accuratamente l’indagine sanitaria delle popolazioni residenti, peraltro prevista nel decreto attuativo del Piano  e “opportunamente” evasa. Non conosciamo il costo dell’indagine anamnestica, riteniamo che non superi di molto il costo della benzina necessaria per un giro tra gli ovili. Perchè per dieci anni non si è voluto e ancora non si vuole estenderla almeno alle altre categorie a rischio (agricoltori, dipendenti civili del Pisq, militari e famiglie residenti,ecc.) e alla popolazione di Quirra?

Lo slittamento continuo della presentazione dei risultati – programmato per l’autunno 2009 –  può spiegarsi con il surplus di lavoraccio per mettere un coperchio sui dati  inopinatamente emersi?

..… e non cessa di fare nuove pentole

1 “Il primo passo”. Hanno preso a  raccontarci che  il monitoraggio in corso sarebbe il primo passo per l’accertamento della verità, però non dicono che il fantomatico passo successivo implica un costo almeno non inferiore a quello del “primo passo” in atto, € 2,5 milioni. Chi e quando lo finanzierebbe? Non risultano progetti e tantomeno impegni di spesa delle Amministrazioni competenti.

L’escamotage del “primo passo” è stato usato e abusato a partire dal 2001 nel tentativo, vano, di tranquillizzarci rimandando eternamente al futuro l’ora della verità e rendere digeribili le varie indagini, 7 su 8 respinte al mittente da Gettiamo le Basi e dall’opinione pubblica. L’indagine in corso è il passo numero nove, la nona puntata della cinica ricerca infinita mirata a NON TROVARE quello che si vuole NON TROVARE, dilazionare all’infinito l’unico intervento razionale possibile imposto dalle norme italiane e internazionali: sospensione di tutte le attività del poligono, bonifica delle terre e del mare avvelenati.

2 Deportazione o diaspora. La soluzione al problema creato dal poligono della morte è ventilata a mezza voce. Impone cautela l’eclatante effetto boomerang della proposta avanzata nel 2004 ai pescatori di Teulada del trasferimento a vita in Tunisia in graziose villette gentilmente regalate dall’Esercito Italiano e dal ministero della Difesa.  Per la popolazione del Sarrabus, Gerrei, Ogliastra si punta all’allontanamento volontario, l’auto deportazione “senza oneri per la Difesa”.

3  Uranio impoverito, Commissione Parlamentare d’Inchiesta N° 3. Il presidente dell’attuale  Commissione, Rosario Costa, asserisce: ”La problematica vaccini rappresenta uno dei filoni più rilevanti e innovativi dell’inchiesta”. Con scarsa fantasia si  ripropone il vecchio depistaggio, tentato  e fallito nel 2001, vaccini,  stress da guerra, benzene e quant’altro serva ad assolvere ministri della Difesa e Stati Maggiori. Coerentemente la Commissione  ha scelto come consulente scientifico  Franco Nobile,  membro del Comitato Nazionale Scientifico di Legambiente. Il suo studio “Prevenzione oncologica nei reduci dei Balcani” ha individuato i principali fattori di rischio della sindrome Golfo-Balcani:  vaccini e costumi patogeni dei soldati come l’uso di zampironi e insetticidi vari, sigarette,  tatuaggi, cellulari  e –  abiezione massima –  “Sia pure con una certa reticenza, diversi soggetti hanno dichiarato di assumere superalcolici”  alcuni persino una volta alla settimana,  molti una  volta al mese (pag 41). 

Ci ostiniamo a credere che il popolo sardo abbia uno scatto di dignità e indirizzi la sua volontà e le sue energie per espellere il tumore della colonizzazione militare, per liberare la Sardegna dal ruolo infamante di paradiso della guerra, vittima e complice silente di tutte le guerre di rapina sedicenti umanitarie e democratiche. Ne ha la capacità, con le sue sole forze ha costretto a fuggire da La Maddalena la potente Marina di Guerra USA.

Comitato sardo Gettiamo le Basi

 

E il generale disse: le malattie? E’ che si sposano fra cugini…

Il servizio delle Iene:

Il servizio del TG3:

La puntata di Report:

L’Italia è in guerra!

Fonte: L’Italia è in guerra! | Alberto Puliafito | Il Fatto Quotidiano.

«Ucciso in un vero scontro a fuoco». «La verità va detta fino in fondo». Sono le parole del Ministro La Russa sulla morte dell’alpino Matteo Miotto in Afghanistan. Il che significa una cosa sola, visto che le parole sono importanti: l’Italia è in guerra.

Uno scoop.

Adesso possiamo finalmente raccontare la guerra, con termini bellici. Sul fronte abbiamo un contingente di 3.300 uomini. L’Italia schiera 750 mezzi terrestri tra carri armati, blindati, camion e ruspe, 30 velivoli di cui 4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni. Il costo del conflitto (per l’Italia) è di circa 600 milioni di euro per il solo 2010.

Un altro scoop. La guerra costa.

Poi, possiamo parlare delle questioni meno comode. La coalizione militare guidata dagli Usa registra 2.278 morti (la fonte, costantemente aggiornata). L’Italia conta 34 caduti.
Muoiono anche i nemici, gli afghani. Oltre 6.500. E siccome la guerra si svolge in Afghanistan, muoino anche i civili: fra i 14 e i 30mila. Stime al ribasso, ovviamente.
Impossibile azzardare stime realistiche per quanto riguarda i feriti.

L’ennesimo scoop. La guerra genera morti.

Insomma, siamo in guerra e bisogna raccontare la verità, lo dice La Russa. L’abbiamo scoperto quasi nove anni dopo l’inizio del conflitto, ma adesso, finalmente, non dovremo più parlare di missione di pace.

Peacekeeping è un concetto nato all’interno dell’Onu. Prevede, fra l’altro, una questione fondamentale: il consenso di entrambe le parti in causa. Ad un certo punto, però, il peacekeeping è stato utilizzato per giustificare missioni di guerra, per indorare la pillola all’opinione pubblica. Il problema è che la guerra, quella vera, puzza e fa orrore. Ha il colore del sangue e dei suoni inimmaginabili. Non va bene per una fiction di prima serata, figuriamoci sul Tg1.

1990. Prima Guerra del Golfo, la guerra faceva paura. Le prime pagine dei giornali titolavano utilizzando la parola. Guerra, scritto a caratteri cubitali. Ai Tg passavano le immagini notturne che mostravano, in verde, le traiettorie dell’antiaerea irachena.

Ci fu, peraltro, l’illusione di una completa informazione sul tema. In realtà, venne applicata una forma rigidissima di giornalismo embedded. Quel che importava veramente era dare alle persone l’illusione di una copertura mediatica a tutto tondo. Ma i giornalisti accreditati in Iraq dovevano sottostare a regole rigidissime, per il loro “racconto di guerra” (in merito, si veda il bel lavoro di Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente). Gli alleati bombardavano l’Iraq. I media bombardavano lettori e spettatori. Guerra. Guerra. Guerra.

Poi, dopo che l’audience fu ben saturo – senza in realtà aver visto o saputo quasi niente di quel che accadesse in Iraq, men che meno del perché non fu presa Baghdad, per esempio – la strategia comunicativa cambiò. La guerra non faceva più notizia, perché l’agenda politica l’aveva derubricata a missione di pace, esportazione della democrazia, difesa della libertà altrui, lotta preventiva al terrorismo. E simili. Così, la guerra non si racconta quasi più, cambiando le parole. E con le parole, cambiano i concetti, e ci si abitua facilmente. I morti e i costi restano. Ma evaporano fra le pagine dell’informazione.

Vale per tante cose.

Missione di pace in luogo di guerra.
Ricostruzione dell’Aquila invece di costruzione (con tutto quel che segue, ma ne ho già parlato abbondantemente, su queste pagine e altrove).
Miracoli invece di interventi dovuti dallo Stato (a volte anche fallimentari, ma non è questo che importa ora).
Black bloc invece di studenti che protestano.
E ancora, fra le mille parole chiave utilizzate a sproposito, comunisti, emergenza, riforma.

Ora, però, abbiamo scoperto che siamo in guerra. E potremmo ricominciare da qui, per esempio, a dare alle parole il loro vero significato. Oppure a scoprire quelle che mancano – come scrisse Travaglio per raccontare della protesta studentesca -, o ancora, a inventarne di nuove per proporre concetti complessi. In questo senso, si può leggere questo post come seguito di Consensificazione e Monosofia nucleare: la famigerata visione d’insieme non può mancare.

Siamo in guerra, e tocca difendersi.

COSA CI ASPETTA NEL 2011 ?

Fonte: ComeDonChisciotte – COSA CI ASPETTA NEL 2011 ?.

DI JOSEPH STIGLITZ
lavanguardia.es

Negli Stati Uniti, i Repubblicani preferiscono vedere il fiasco di Obama a un esito economico; in Europa, i 27 paesi si muovono in direzioni diverse. La crescita rallenterà, le entrate da imposte diminuiranno e la riduzione dei deficit sarà deludente. Un programma di investimenti su larga scala stimolerà l’occupazione a corto termine e la crescita a lungo termine.

L’economia globale finisce il 2010 più divisa che all’inizio dell’anno. Da una parte, i paesi dai mercati emergenti come India, Cina e le economie del Sud-est asiatico stanno vivendo una forte crescita; dall’altro, Europa e Stati Uniti affrontano un rallentamento -di fatto un malessere in stile giapponese – e una disoccupazione particolarmente alti. Il problema dei paesi sviluppati non è un recupero senza occupazione, ma un recupero anemico. O, peggio, la possibilità di una recessione a doppia caduta.

Questo mondo a doppia velocità presenta alcuni rischi inconsueti. Mentre la produzione economica dell’Asia è troppo piccola per trainare la crescita nel resto del mondo, è però sufficientemente grande per far aumentare i prezzi delle materie prime.

Nel frattempo, gli sforzi degli Stati Uniti per stimolare la propria economia attraverso la politica del “sollievo quantitativo” possono fallire. In effetti, nel mercato finanziario globale, il denaro cerca le migliori prospettive nel mondo e queste si trovano in Asia e non negli Stati Uniti. Ed è per questo che il denaro non andrà dove è necessario e non finirà dove è richiesto, causando ulteriori aumenti dei prezzi sugli attivi e sulle materie prime, specialmente nei mercati emergenti. Considerando gli alti livelli di disoccupazione in Europa e negli Stati Uniti, è poco probabile che il “sollievo quantitativo” produca un inizio d’inflazione. Potrebbe, al contrario, far aumentare l’ansia per una futura inflazione, facendo aumentare i tassi d’interesse sul lungo periodo, cioè l’esatto contrario dell’obiettivo voluto dalla Riserva Federale.

Questo non è comunque l’unico rischio d’impatto negativo, e nemmeno il più importante, che affronta l’economia globale. La maggiore minaccia nasce dall’ondata d’austerità che colpisce il mondo, insieme al fatto che i governi, specialmente in Europa, affrontano i grandi deficit originati dalla Grande Recessione e che l’ansia sulla capacità di alcuni paesi nel rispettare le scadenze del debito contribuisce all’instabilità del mercato finanziario.

Il risultato di un consolidamento fiscale prematuro è quasi annunciato: la crescita rallenterà, gli ingressi delle imposte diminuiranno e la riduzione dei deficit sarà deludente. Nel nostro mondo globalmente integrato, il rallentamento dell’Europa aggraverà quello degli Stati Uniti, e viceversa.

In una situazione in cui gli Stati Uniti possono ottenere prestiti a basso interesse in cui gli investimenti pubblici, dopo un decennio di negligenza, promettono alti benefici, è chiaro ciò che si dovrebbe fare. Un programma di investimenti pubblici su larga scala stimolerebbe l’occupazione a breve termine e la crescita a lungo termine, favorendo alla fine una riduzione del debito nazionale. Eppure i mercati finanziari, che dimostrarono la loro miopia negli anni precedenti alla crisi, continuano ad essere miopi e a premere per ottenere tagli di spesa, anche se questo significa ridurre drasticamente gli investimenti pubblici necessari. La confusione politica impedirà, inoltre, che si possa fare qualcosa per gli altri problemi urgenti che l’economia americana ha davanti a sé: le esecuzioni ipotecarie continueranno probabilmente il loro corso furioso (lasciando da parte le complicazioni legali); è probabile che le piccole e medie imprese restino senza fondi e che le piccole e medie banche che offrono credito debbano continuare a lottare per sopravvivere.

In Europa, nel frattempo, è poco probabile che le cose vadano meglio. L’Europa è riuscita a riscattare la Grecia e l’Irlanda. Alla vigilia della crisi, entrambi i paesi erano retti da governi di destra caratterizzati da un capitalismo connivente, a dimostrazione del fatto che l’economia di mercato non funzionava meglio in Europa che negli Stati Uniti.

In Grecia, come negli Stati Uniti, il compito di rimettere ordine cadde su un nuovo governo. Com’era prevedibile, il governo irlandese, che attivò un prestito bancario imprudente e creò una bolla immobiliare, non fu più adatto a gestire l’economia dopo la crisi di quanto lo era stato prima.

A parte la politica, le bolle immobiliari lasciano dietro di sé un cumulo di debiti e di sovraccapacità produttiva nel mercato dei beni radice che non si riesce a correggere facilmente, soprattutto quando banche politicamente collegate rifiutano di rinnovare le ipoteche.

La mia opinione è che tentare di prevedere le prospettive economiche del 2011 non è una questione particolarmente interessante: la risposta è cupa, con poche probabilità verso l’alto e molti rischi verso il basso. Le questioni più importanti sono: quanto ci metteranno Europa e Stati Uniti a recuperarsi? Le economie dell’Asia, apparentemente legate all’esportazione, potranno continuare a crescere se i loro mercati storici languiscono?

Sono convinto che questi paesi manterranno un’alta crescita se dirigeranno i propri sforzi economici verso i loro mercati interni, vasti e inesplorati. Questo significherà una ristrutturazione profonda delle loro economie, ma sia Cina che India sono dinamiche e hanno mostrato capacità reattiva di fronte alla Grande Recessione. Non sono ottimista rispetto all’Europa e agli USA. In entrambi i casi, il problema soggiacente è una domanda totale insufficiente. L’ironia è che esiste, simultaneamente, una capacità produttiva eccessiva, grandi necessità insoddisfatte e politiche che potrebbero ristabilire la crescita se usassero queste capacità per soddisfare le necessità.

Stati Uniti ed Europa, per esempio, dovrebbero adattare le loro economie per far fronte alla sfida del riscaldamento del pianeta. Ci sono politiche concrete che funzionerebbero anche in una situazione di limiti di spesa a lungo termine. Il problema è politico: negli Stati Uniti, il Partito Repubblicano preferisce il fallimento di Obama piuttosto che osservare un successo economico. In Europa, 27 paesi con interessi diversi si muovono ognuno in direzioni distinte, senza che ci sia sufficiente solidarietà per compensare. I programmi di sostegno sono già stati, da questo punto di vista, un successo impressionante.

Tanto in Europa come negli Stati Uniti, l’ideologia del libero mercato, che ha permesso la nascita delle bolle d’attivo in modo incontrollato –il mercato sa sempre di più e il governo non deve intervenire- lega le mani ai responsabili impedendogli di articolare risposte effettive alla crisi. Si poteva pensare che la crisi stessa avrebbe fatto svanire la fiducia in questa ideologia. Al contrario, è tornata in superficie per trascinare governi ed economie sul sentiero dell’austerità. Se la politica è il problema tanto in Europa come negli Stati uniti, forse solo un cambio politico potrà ricondurli sulla strada della crescita. Altrimenti, possono aspettare che la minaccia della sovraccapacità produttiva si riduca, i profitti del capitali diventino obsoleti e le forze restauratrici interne dell’economia tornino gradualmente a funzionare.

In ogni caso, la vittoria non è dietro l’angolo.

Joseph Stiglitz
Fonte: http://www.lavanguardia.es
Link: http://www.lavanguardia.es/20110102/54096537634/que-nos-depara-el-2011.html
2.01.2011

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da MARIO SEI

Verso il game over | Il blog di Daniele Martinelli

Per uscire dalla crisi bisogna tornare alla sovranità monetaria, nazionalizzazione della banca d’Italia

Fonte: Verso il game over | Il blog di Daniele Martinelli.

Tremonti scappa dal cittadino che gli chiede del signoraggio

Mai in passato un segretario al Tesoro degli Stati Uniti aveva osato evocare il rischio defalut per l’economia più ricca del pianeta: la sua“. E’ Federico Rampini che scrive queste parole sulla prima pagina di Repubblica di oggi, giornale popolare che finisce sotto le ascelle dell’italiano medio intento ad andare a messa e sui tavoli dei bar. Rampini si riferisce al Tremonti americano Tim Geithner, e al suo documento presentato al Congresso che ha già provocato un ulteriore indebolimento dell’Euro ormai sotto quota 1,3 sul dollaro. Nell’articolo si parla di “confronto tra malati Eurozona e Stati uniti” e della Cina intenta a “comprare 6 miliardi di euro di titoli del debito pubblico spagnolo per impedire che Madrid sia la prossima della lista dopo Grecia e Irlanda.” Ecco a chi si riferiva ieri Berlusconi quando ha detto che i “comunisti ci sono ancora…“. Si riferiva ai cinesi, che oltre al pieno di dollari si preparano a risanare la bancarotta sovrana delle economie occidentali diventando di fatto sovrani loro, ma allo stesso tempo “esposti a perdite consistenti sulle riserve investite nelle valute altrui.

La lettera di Geithner con “passaggi che fanno tremare” si legge a pagina uno,  invoca un innalzamento per legge del tetto di debito americano (14,3 miliardi che vale già il 99,3% del Pil Usa) altrimenti “il danno sarebbe catastrofico, la solidità dei buoni del Tesoro sarebbe a rischio, così come il ruolo del dollaro come moneta di pagamenti internazionale“. Insomma, non è più “fanta-politica” la bancarotta americana. Tanto che autorevoli economisti di “destra” bollati da Rampini “fondamentalisti” come John Tammy che “invocano l’Apocalisse del crac finanziario nazionale” scrivono: “E’ ora che impariamo ad amare l’idea di una bancarotta sovrana degli Stati Uniti. Quegli americani che temono un’insolvenza del Tesoro, sono come i genitori di un eroinomane, che paventano il momento in cui lo spacciatore smetterà di vendere la droga al loro figlio“. Anche il “moderato” Bruce Bartlett ammette che “la prospettiva di un default degli Stati Uniti, per quanto resti improbabile, non è più impossibile“.

L’articolo civetta a pagina uno di Rampini si chiude considerando che “Washington ha ancora il privilegio imperiale di stampare una moneta che il resto del mondo accetta, sia pure a malincuore. E’ il signoraggio che manca all’Eurozona. Perciò, se il 2011 dovesse essere l’anno di una bancarotta sovrana, i mercati scommettono che questo accadrà prima in Europa. E perfino l’interessata generosità della Cina non sarebbe un salvagente miracoloso.

Il ministro Tremonti ieri a Parigi ha ammesso che la crisi non è affatto finita. Ha ambientato le economie occidentali in un videogioco dove si combatte con mostri sempre più insidiosi. Il titolare del Tesoro non ha specificato quanti ometti, o se preferite quante astronavi sono rimaste disponibili prima che il giochetto dica GAME OVER. Chissà quanto ancora durerà il sonno collettivo prima della rivoluzione.

IL RIBALTAMENTO DEI VALORI

Fonte: ComeDonChisciotte – IL RIBALTAMENTO DEI VALORI.

DI EZIO PETRILLO
molecoleonline.it

La nascita della “mentevalanza”. Ovvero come l’istruzione non paga nel nostro paese

Sono giovani (ma non troppo), neo-laureati, titolari di specialistiche, master, corsi di alta formazione.
Ma anche 600 euro al mese vanno benone. Come si è arrivati a tale cambiamento percettivo?

Meno di un anno fa, nel corso di un colloquio di lavoro presso un importante multinazionale del settore recupero crediti, salta fuori il ribaltamento dei valori. La diversa prospettiva che ti impone il “sistema”, dopo anni e anni di erosione delle coscienze. D’altronde il potere deve esistere e cibarsi in qualche modo, anche se ci si ostina a chiamare democrazia la semplice accettazione dell’esistente e non la possibilità che qualcosa cambi. I fatti. L’offerta di lavoro in questione prevede uno stage retribuito a 600 euro al mese per sei mesi, con possibilità di proroga a 800 per i successivi sei. La giornata lavorativa è completa (ora si dice full-time) con pausa pranzo di un’ora. Il colloquio è di gruppo. A parecchi non pare vero il fatto che “si tratti di un semplice lavoro di “ufficio” e non di vendere qualcosa per strada o porta a porta”. E poi “la paga è buona, ormai gli stage non sono nemmeno retribuiti”. Sono i commenti principali dei candidati, ognuno dei quali deve presentarsi e motivare la sua scelta, perchè ha voluto partecipare alla selezione, ecc. ecc.

Il 99% dei partecipanti al colloquio ha una laurea, quasi la metà addirittura un master, qualcuno ha partecipato a percorsi di formazione o stage all’estero, insomma, un potenziale “mentale” piuttosto alto. C’è un unico ragazzo che non è d’accordo e lo dice platealmente, nel corso della sua presentazione. “Non capisco questo entusiasmo per un posto da impiegato a 600 euro al mese” dice chiaramente. “Io sono un neo-laureato in ingegneria gestionale col massimo dei voti e francamente trovo eccessivo essere contenti di un’occupazione del genere. Per questo intendo rinunciare alla mia candidatura”. La selezionatrice, che non si aspettava una risposta del genere, quasi a voler stroncare ogni polemica replica “Quanti anni hai?” E lui “28”. Lei a quel punto trova l’asso nella manica e ribatte “Beh…dal tuo curriculum risulta che non hai esperienze, secondo me non ti conviene rifiutare così su due piedi questa proposta. Ormai il mercato del lavoro è questo. La nostra azienda è una delle poche che paga uno stage in maniera così elevata”. E poi, ammette “esercita un turn-over ampio anno dopo anno”. All’improvviso, poi, la domanda che non ti aspetti. “Senti, ma per parlare così starai ancora in casa con i tuoi genitori, vero?”. E lui, intimidito, quasi inorridito da quel quesito inatteso, risponde con un flebile “Si”. L’avesse mai detto. La selezionatrice gonfia i muscoli del suo orgoglio e afferma “Vedi, anch’io sono laureata in filosofia, da parecchi anni ormai, ma ho accettato un lavoro che non ha nulla a che fare col mio percorso di studi perchè nel nostro Paese funziona così. Intanto ora non sto più a casa con i miei”. Dopo l’ora e mezza di colloquio ascolto le voci e i commenti degli altri candidati. Tutti d’accordo con la responsabile delle risorse umane.

La colpa è di chi non si adegua al sistema e non di chi consente al sistema di esistere. Conviene, insomma, pagare a poco a poco il pizzo della propria dignità ai nostri legislatori, pur di “sopravvivere” e stare al posto con la coscienza. Ebbene si. Sopravvivere. Perchè ovviamente nessuno è tanto pazzo da pensare di poter campare, prendersi anche una stanza, con 600 euro al mese. Questa breve narrazione è lo specchio di una società fragilissima. Dove, come molti dicono, la generazione dei 25-30enni starà peggio della precedente, ma perchè è figlia di una sperimentazione legislativa e universitaria iniziata subito dopo l’avvento del nuovo millennio. 2001 e 2003 sono gli anni di grazia che ribaltano l’inconscio collettivo, i valori dominanti. Il 2001 è il primo anno di applicazione di una riforma universitaria bi-partisan, che introduce anche da noi le lauree specialistiche e magistrali, oltre a quelle triennali. A caldo la nuova legge fa acqua da tutte le parti. I programmi rimangono quasi inalterati rispetto alle lauree quinquennali e le “cavie della riforma” in pratica impiegheranno in media, quasi cinque anni, per una laurea triennale e tre anni per una laurea magistrale che ne prevede due.

Il risultato? La riforma del 2001 non ha fatto altro che “allungare” il percorso formativo, per cui un ragazzo che ha finito di studiare, si è laureato in maniera “completa” ha un’età molto superiore rispetto a quando esisteva solo la laurea quinquennale e quadriennale. Uscito dal mondo dell’università si ritrova con un mondo del lavoro che ha totalmente altre priorità. Un po’ come imparare certe cose a scuola guida per poi scoprire che nella pratica funziona tutto diversamente. Ma perchè? Perchè nel frattempo, nel 2003 entra in vigore la Legge Biagi che, a detta di molti, per evitare che un male endemico della nostra società, ossia il lavoro nero, si infiltri ovunque, legalizza rapporti di lavoro “atipici”, ossia priva un’intera classe sociale, i giovani per la maggior parte, ma non solo, di quelle garanzie e protezioni sociali conquistate anni addietro. Voci come tredicesima, malattia, ferie, spariscono dai contratti. Stage e cocopro vanno per la maggiore. Sono le tipologie contrattuali più usate perchè in qualche modo permettono di poter “utilizzare” un lavoratore alla stregua di un dipendente, risparmiando tantissimo sui costi aziendali. Nonostante magari chi, nella stessa azienda, svolge esattamente le stesse mansioni, ma con un contratto a tempo indeterminato. Ed ecco che, anno dopo anno, le offerte di lavoro diventano come un gioco al ribasso. Come una gara truccata di appalti pubblici vince chi offre il prezzo più contenuto. Le lauree triennali, intanto, sfornano un numero sempre maggiore di “dottori”, di menti e non più di braccia, disposte a tutto pur di “lavorare”. Le stesse università si rendono complici di questo meccanismo, obbligando, in molti casi, lo studente a svolgere uno stage per acquisire punti necessari per la laurea. Oppure propongono, in accordo con molte aziende, all’interno dei loro uffici di tutorato, stage a 150-200 euro al mese, quando, con tutto il rispetto, per pulire le scale offrono molto di più. Insomma, gli anni zero verranno ricordati per l’enorme sfruttamento di “menti” di “neo-laureati” che negli annunci vengono equiparati a “neo-diplomati” con una facilità disarmante. Come se anni e anni di sacrifici, di libri comprati, di esami, fossero nulla. Una sorta di “mente-valanza”, di manodopera o “mentedopera” a basso costo, a disposizione del potere. E poi ci sono i dati a parlar chiaro.

Secondo l’Istat, l’occupazione non è affatto aumentata a partire dal 2004 a oggi. Era all’8,3% nel 2004, primo anno successivo all’entrata in vigore della Legge 30, era tornata all’8,4% nel Dicembre del 2009. In pratica della precarizzazione dei rapporti di lavoro non ne ha beneficiato l’economia, ma soltanto quegli imprenditori che solamente “applicando la legge” hanno avuto uno strumento fenomenale di controllo dei propri dipendenti. Spesso giovani, spesso neo-laureati che con la scusa del “tanto non si trova nulla”, accettano di lavorare al pari degli altri colleghi, ma con molti meno diritti e molto meno salario.

Tutto questo genera nient’altro che una società di “frustrati”.

Di persone che per 8-10 ore al giorno non fanno quello che vorrebbero fare e si “adeguano a lavorare quasi gratis, perchè il mondo va così”. Da qui forse deriva quell’appiattimento e quell’assenza di desideri di cui parla l’ultimo rapporto Censis sulla società italiana. E chiunque tenta di far aprire gli occhi, come quel ragazzo che si descriveva all’inizio, viene tacciato di “bamboccionismo”. Se non si prende coscienza dell’enorme sfruttamento a cui è stata sottoposta un’intera generazione, la “proletarizzazione delle menti e dei saperi”, sarà una conseguenza inevitabile.

Ezio Petrillo, pubblicista free-lance
Fonte: http://www.molecoleonline.it
Link: http://www.molecoleonline.it/2011/01/05/la-nascita-della-mentevalanza-ovvero-come-listruzione-non-paga-nel-nostro-paese/
5.01.2011