Archivi del giorno: 8 gennaio 2011

La Grande Fame

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La Grande Fame.

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Principali Paesi esportatori (verdi) e importatori (rossi) di cereali per milioni di tonnellate 2009/2010

Cos’hanno in comune la rivolta in corso in Algeria, gli incendi estivi in Russia e le inondazioni in Australia? La risposta è l’aumento del prezzo dei cereali che ha raggiunto il suo picco all’inizio del 2011. Il prezzo è aumentato del 32% da giugno a dicembre 2010 e continua a salire. Le ultime rivolte per il cibo, i vecchi “assalti ai forni“, avvennero nel 2008 in molti Paesi, tra cui l’Egitto, la Somalia e il Cameroun in occasione del precedente picco. Rispetto ad allora la situazione è cambiata in peggio. Alcuni tra i principali produttori di cereali sono stati colpiti da siccità come l’Argentina e gli Stati Uniti, da inondazioni come l’Australia o da un caldo infernale, mai registrato nell’ultimo secolo, come la Russia. I Paesi importatori devono pagare di più, ma spesso non è sufficiente per ottenere la quantità di cibo necessaria.
La Russia, finora la terza esportatrice di frumento, dovrà importare 5 milioni di tonnellate di cereali e insieme all’Ucraina ha posto restrizioni all’esportazione. La Cina, da nazione esportatrice, è diventata importatrice, in prevalenza da Argentina e Stati Uniti, a causa dell’urbanizzazione e della crescente scarsità d’acqua. Nei primi sette mesi del 2010 la Cina ha importato circa 38 milioni di tonnellate di cereali, con un aumento del 20% anno su anno. La sola quantità di grano importata nel 2010 è stata 56 volte quella del 2009. Nel mondo le prime nazioni importatrici sono nelle aree del Nord Africa e nel Medio Oriente. Non sorprende che la prima reazione sia avvenuta in Algeria ed è probabile che si possa estendere a macchia d’olio. Secondo la FAO un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Il peggioramento del clima e la diminuzione dei raccolti, un andamento che non sembra reversibile nei prossimi anni, non potrà che aumentare il numero degli affamati e delle nazioni che terranno per sé i loro raccolti. Primum vivere.
La Comunità Europea nel suo complesso per ora esporta cereali, ma tra tutti i suoi membri la prima importatrice di cereali dall’esterno della UE è l’Italia. Non sembra vero, ma riusciamo a eccellere nel peggio con una tenacia formidabile. Nel periodo gennaio/luglio 2010 abbiamo importato ben 6,7 milioni di tonnellate di cereali. L’autosufficienza alimentare è la prima assicurazione per il nostro futuro. E’ necessario il rilancio dell’agricoltura. Meno cemento e più campi di grano.

LETTERE DAL FRONTE

Fuori dall’Afghanistan subito, se vogliamo aiutare la popolazione afghana possiamo finanziare scuole e ospedali

Fonte: ComeDonChisciotte – LETTERE DAL FRONTE.

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Alle penose diatribe fra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il generale Vincenzo Camporini, così tristemente tipiche dell’Italia di oggi, preferisco l’umanità, la sensibilità e la profondità della lettera che Matteo Miotto, l’alpino ucciso in combattimento in Afghanistan, scrisse un paio di mesi fa dopo la morte di quattro suoi commilitoni. Una lettera che sembra venire da un mondo lontano, antico, da una “razza Piave” che pur è esistita – e nel cuore e nella mente di Matteo esisteva ancora – sostituita dai La Russa e da tutto ciò che un La Russa significa.

Nella lettera, scevra di ogni retorica, di questo giovanottone veneto c’è tutto l’orgoglio per le proprie radici e la fierezza di appartenere al corpo degli alpini, ma c’è pure la consapevolezza che la stessa fierezza, lo stesso orgoglio per le proprie radici, le proprie tradizioni, il proprio modo di essere, di vivere e morire, appartiene anche al nemico afghano, al nemico talebano.

Nella foto: Matteo Miotto in Afghanistan

Scrive Matteo: “Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora capisci che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi”.

Proprio perché è orgoglioso delle sue radici, il giovane Matteo comprende che questo sentimento può appartenere e appartiene, anche ad altri popoli, ad altra gente che per difenderle è disposta a combattere e a morire. I governanti, politici e militari, dei Paesi occidentali che da dieci anni occupano l’Afghanistan si rifiutano di comprendere ciò che il giovane Matteo, con le sue solide radici, con i suoi solidi valori, non lontani, quando si chiamano fierezza, orgoglio, disposizione al sacrificio, anche estremo, da quelli del popolo afghano, ha capito benissimo. Il nocciolo della guerra afghana, a parte i loschi interessi di chi la sta conducendo, la distruzione per lucrare sul business della ricostruzione, gli aiuti fasulli, il turismo estremo delle Ong, è tutto qui.

È assolutamente inutile che i comandi politici e militari occidentali si intestardiscano nel voler “conquistare i cuori e le menti degli afghani”, perché questa gente vuole conservare i propri cuori, le proprie menti, le proprie radici, le proprie tradizioni, i propri costumi, anche se noi, come scrive Matteo “possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche”. Il fatto è che sono le loro radici e non sono disposti a cambiarle con quelle di altri, soprattutto se imposte con l’arroganza di chi si ritiene detentore di una “cultura superiore”, con la violenza, con le bombe che uccidono tutti, guerriglieri talebani, vecchi, donne e soprattutto quei bambini, cenciosi ma vitali, che Matteo Miotto osserva, pensieroso, dal suo Lince (i bambini sono il 40% dei ricoverati negli ospedali afghani). Matteo ammira questo popolo che, nonostante “i migliori eserciti, le più grosse armate” siano passate sul suo corpo, è riuscito a conservare se stesso, la propria anima.

Dall’intero tono della lettera si capisce che Matteo non era convinto che la guerra cui stava partecipando fosse giusta, che fosse giusto combattere altri ragazzi come lui (perché anche i talebani sono dei ragazzi), diversissimi in tante cose, ma con alcuni valori essenziali, prepolitici, che li accomunano: la difesa della propria identità, della propria dignità, delle proprie radici.

Non era convinto, ma da bravo soldato, da veneto orgoglioso e fiero, ha fatto il suo dovere fino all’ultimo, fino al sacrificio della vita. Come un vero alpino. Come un talebano. E sono certo che, se da qualche luogo misterioso ci può ascoltare, questo paragone non lo offenderà.

Massimo Fini
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/08/letteredal-fronte-alle-penose-diatribe-fra-il/85299/
8.01.2011

Da cava a palude tossica, 16mila metri cubi di liquami tossici alle porte di Bergamo | Marco Birolini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Da cava a palude tossica, 16mila metri cubi di liquami tossici alle porte di Bergamo | Marco Birolini | Il Fatto Quotidiano.

Negli anni ottanta e novanta in molti hanno sversato illegalmente rifiuti petrolchimici. Ora si parla di bonifiche, ma l’amministrazione non ha i soldi

Una palude nera e tossica si nasconde da 35 anni nella campagna di Zanica, piccolo comune alle porte di Bergamo. Dentro un’ex cava, tra gli anni 80 e 90 decine di autobotti hanno scaricato migliaia di ettolitri di scarti di raffineria e oli esausti provenienti dagli impianti petrolchimici milanesi. Un modo spiccio e soprattutto economico di smaltire rifiuti tossici, che ha originato un vero e proprio lago dei veleni a poche centinaia di metri da villette e aziende. Nascosta da un filare di alberi, la pozza è diventata ormai parte del paesaggio. In superficie sembra solida, quasi fosse un piazzale d’asfalto che si estende su 1150 mq. Ma basta lanciare un sasso per vederlo affondare lentamente, inghiottito da 16 mila metri cubi di melme acide, per una profondità di circa nove metri. Uno studio effettuato dalla società Eurogeo per conto del Comune nel 2001 riscontrò “una concentrazione molto elevata” di idrocarburi policiclici aromatici cancerogeni e di oli minerali. Ma dentro ci sono anche tracce di metalli pesanti: piombo, nichel, cromo e cadmio.

Una bomba ecologica che già dieci anni fa preoccupava per due motivi: i rischi di contaminazione per la falda sottostante e le esalazioni nell’ambiente circostante. “Si ritiene necessario un monitoraggio dell’aria, in quanto le melme acide, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno, emettono quantità notevoli di anidride solforosa” si legge nella relazione. E si suggeriva l’impiego di una centralina mobile di rilevamento, oltre alla successiva “messa in sicurezza permanente del sito contaminato” tramite una “opportuna copertura di cemento”.

Siamo nel 2011 e la pozza nera è rimasta dov’era, a cielo aperto: nessuno finora ha mosso un dito per seppellirla né per svuotarla. Eppure il Comune ne scoprì l’esistenza già nei primi anni ’80, mentre la Provincia effettuò uno studio conoscitivo nel 1987, che descrisse la discarica abusiva come un lago “color della pece”. Uno scenario dantesco in miniatura, ma vero, che si è conservato grazie a scaricabarile e inerzie burocratiche. La Regione Lombardia inserì l’ex cava nei siti contaminati da bonificare nel 2002, ma per eseguire i lavori servono soldi, tanti soldi. Secondo il sindaco di Zanica Mario Aceti almeno tre milioni di euro. Il caso finì sui giornali locali tre anni fa: sotto la pressione mediatica la Regione sborsò 181 mila euro per effettuare un nuovo studio di caratterizzazione, in pratica una “fotografia” dettagliata del lago e dei suoi veleni, primo passo verso una bonifica attesa da decenni. Le analisi sono state effettuate a novembre, i risultati arriveranno presto. Ma è facile immaginare che non si discosteranno molto da quanto già trovato nel 2001. Il timore è che le melme acide abbiano contaminato la falda. I piezometri a valle non hanno mai riscontrato tracce di sostanze tossiche, ma la relazione tecnica dell’Eurogeo evidenziava che “la presenza di un elemento potenzialmente produttore di inquinamento in un ambito caratterizzato da vulnerabilità intrinseca media, aumenta in maniera considerevole il rischio di una potenziale contaminazione della falda”.

Dopo l’ennesima relazione bisognerà passare finalmente ai fatti, impresa che in 35 anni non è mai riuscita. “Si parlò della bonifica alcuni anni fa – spiega il sindaco Mario Aceti – perché rientrava nel progetto di realizzare l’ortomercato oppure il nuovo stadio, ma poi non se ne fece nulla. Secondo il piano territoriale della Provincia quella zona è destinata alla costruzione di attrezzature di interesse sovracomunale: chi vorrà intervenire dovrà sobbarcarsi anche i costi della bonifica”. Al momento però non c’è nessuno che abbia voglia di investire nell’area. E il lago nero resta dov’è.

CRISI IRLANDESE: IL FIASCO COMPLETO DEL NEOLIBERALISMO

Fonte: ComeDonChisciotte – CRISI IRLANDESE: IL FIASCO COMPLETO DEL NEOLIBERALISMO.

DI ERIC TOUSSAINT
CADTM

Da un decennio i più ferventi sostenitori del capitalismo hanno presentato l’Irlanda come il modello da seguire. La “Tigre Celtica” ostentava un tasso di crescita più alto della media europea. Il tasso d’imposta sul reddito delle società si era ridotto al 12,5% (1) e il tasso effettivamente pagato dalle numerose multinazionali che avevano eletto domicilio nel paese oscillava fra il 3 e il 4%, un sogno! Deficit di bilancio uguale a zero nel 2007. Tasso di disoccupazione dello 0% nel 2008. Un’autentica meraviglia: a tutti tornavano i conti. I lavoratori avevano un impiego (seppure molto spesso precario), le loro famiglie consumavano allegramente, godevano dell’effetto ricchezza e i capitalisti, sia nazionali che stranieri, ottenevano risultati favolosi.

A ottobre del 2008, due o tre giorni prima che il governo salvasse dalla bancarotta le grandi banche “belghe” (Fortix e Dexia), a spese dei cittadini, Bruno Colmant, direttore della borsa di Bruxelles e docente di Economia si è sfogato in una lettera aperta a Le Soir, il quotidiano belga francofono di riferimento, affermando che il Belgio doveva seguire totalmente l’esempio irlandese e deregolamentare ancora un po’ di più il proprio sistema finanziario. Secondo Bruno Colmat, il Belgio doveva modificare il quadro istituzionale e legale al fine di convertirsi in una piattaforma del capitale internazionale come lo era l’Irlanda. Qualche settimana dopo la Tigre Celtica era a terra.

In Irlanda la deregolamentazione finanziaria ha dato impulso a un’esplosione di prestiti sulle case (l’indebitamento delle famiglie arrivava al 190% del PIL alla vigilia della crisi), soprattutto nel settore immobiliare, il motore dell’economia (industria della costruzione, attività finanziarie, etc.). Il settore bancario si è gonfiato in maniera esponenziale con l’installazione di numerose imprese straniere (2) e la crescita degli attivi delle banche irlandesi. Si sono formate delle bolle borsistiche e immobiliari. Il totale delle capitalizzazioni borsistiche, delle emissioni di obbligazioni e degli attivi delle banche ha raggiunto quattordici volte il PIL del paese.

Allora, ciò che non poteva accadere in quel meraviglioso mondo, è accaduto: a settembre-ottobre del 2008 il castello di carte è crollato, le bolle finanziarie e immobiliari sono scoppiate. Le imprese hanno chiuso o abbandonato il paese, la disoccupazione è salita alle stelle (dallo 0% del 2008 è saltata al 14% al principio del 2010). Il numero di famiglie incapaci di pagare i debiti è cresciuto rapidamente. L’intero sistema bancario irlandese era sull’orlo del fallimento, e il governo completamente impazzito e cieco ha garantito l’insieme dei depositi bancari per 480 miliardi di euro (più del triplo del PIL irlandese, che si elevava a 168 miliardi di euro). Il governo ha nazionalizzato la Allied Irish Bank, principale finanziatrice dell’immobiliare immettendo 48,5 miliardi di euro (circa il 30% del PIL).

Le esportazioni sono diminuite. Le entrate dello stato sono scese. Il deficit di bilancio è schizzato dal 14% del PIL del 2009 al 32% nel 2010 (di cui più della metà è attribuibile al massivo appoggio fatto alle banche: 46 miliardi per i conferimenti di capitale proprio e 31 miliardi per il riscatto degli attivi rischiosi).

Il piano di aiuti europeo della fine del 2010, al quale partecipa anche il FMI, si eleva a 85 miliardi di euro in prestiti (dei quali 22,5 forniti dal FMI) ed è già stato dimostrato che non sarà sufficiente. In cambio, la pesante misura imposta alla Tigre Celtica è in realtà un piano di austerità drastico che ricade pesantemente sul potere d’acquisto delle famiglie, con la conseguente riduzione dei consumi, della spesa pubblica nell’ambito sociale, degli stipendi dei dipendenti pubblici e nelle infrastrutture (a beneficio del rimborso del debito) e delle entrate fiscali. Le principali misure del piano di austerità sono terribili a livello sociale:

– Soppressione di 24.750 posti di funzionari (8% del totale, equivalente a 350.000 posti soppressi in Francia).

– Le nuove assunzioni saranno fatte con un 10% in meno di retribuzione.

– Riduzione dei trasferimenti sociali con diminuzione degli assegni per la disoccupazione e degli assegni familiari, importante calo del bilancio sanitario, congelamento delle pensioni.

– Aumento delle imposte, principalmente a carico della maggior parte della popolazione vittima della crisi, specialmente l’aumento dell’IVA dal 21 al 23% nel 2014; creazione di una tassa immobiliare (che ricade sulla metà delle abitazioni che fino a questo momento non erano tassabili).

– Diminuzione di 1 euro del salario minimo per ora (da 8,65 a 7,65, cioè l’11%).

L’Irlanda ha dei tassi d’interesse da pagare molto elevati sui prestiti contratti: 5,7% su quelli del FMI e 6,05% sui prestiti “europei”. Questi soldi serviranno a rimborsare le banche e altre società finanziarie che compreranno i titoli del debito irlandese con prestiti della Banca Centrale Europea, con un tasso d’interesse dell’1%. Un altro grande affare per i finanzieri privati. Secondo la AFP, «il Direttore Generale del FMI, Dominique Strauss-Kahn, ha dichiarato: ‘Funzionerà, ma indubbiamente sarà difficile […] perché è dura per la gente che deve fare sacrifici in nome dell’austerità di bilancio’».

L’opposizione in piazza e in parlamento è stata molto forte. Il Dail, la camera bassa, ha approvato il piano di aiuto di 85 miliardi di euro per solo 81 voti contro 75. Lontano dall’abbandonare la sua politica neoliberale, il FMI ha segnalato che tra le priorità dell’Irlanda c’è l’adozione di riforme volte a sopprimere “gli ostacoli strutturali legati agli affari”, al fine di “sostenere la competitività negli anni a venire”. Il socialista Dominique Strauss-Kahn si è detto convinto che l’arrivo di un nuovo governo dopo le elezioni previste per l’inizio del 2011 non cambierà la situazione: «Ciò di cui sono convinto, è che anche se i partiti dell’opposizione, il Fine Gael e il partito laburista, criticano il governo e il programma […], comprendono la necessità di metterlo in atto».

Riassumendo, la liberalizzazione economica e finanziaria che aveva la pretesa di attrarre ad ogni costo gli investimenti stranieri e le imprese finanziarie internazionali, è sfociata in un fiasco completo. Per aggiungere al danno la beffa subita dalla popolazione vittima di questa politica, il governo e il FMI non hanno trovato niente di meglio che approfondire l’orientamento neoliberale praticato da 20 anni e d’infliggere alla popolazione, sotto pressioni della finanza internazionale, un programma di aggiustamento strutturale ricalcato su quelli imposti da tre decenni nei paesi del terzo mondo. Questi tre decenni devono invece servire da esempio su ciò che assolutamente non bisogna fare. Ecco perché c’è l’urgenza di imporre una logica radicalmente diversa, a favore delle popolazioni e non della finanza privata.

Eric Toussaint
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/mostrar.php?tipo=5&id=Eric%20Toussaint&inicio=0
5.01.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org acira di SILVIA SOCCIO

Note

(1) Il tasso d’imposta sul reddito delle società si alza al 39,5% in Giappone, al 39,2% in Gran Bretagna, al 34,4% in Francia, al 28% negli Stati Uniti.

(2) Le difficoltà della tedesca Hypo Reale Estate (salvata nel 2007 dal governo di Angela Merckel) e il fallimento della banca d’affari statunitense Bear Sterns (riscattata nel marzo 2008 da JP Morgan e con l’aiuto dell’amministrazione Bush) derivano soprattutto dai problemi dei suoi fondi speculativi, la cui sede è a Dublino.

Questo articolo è ampiamente ispirato a un diaporama realizzato da Pascal Franchet ( “Actualité de la dette publique au Nord”, http://www.cadtm.org/IMG/ppt/Actualite_de_la_dette_publique_dans_les_pays.ppt).

Antonio Di Pietro: In ricordo di Beppe Alfano, e di tutte le vittime di mafia

Fonte: Antonio Di Pietro: In ricordo di Beppe Alfano, e di tutte le vittime di mafia.

[http://www.youtube.com/watch?v=XfWq7Biggzc]

Oggi sono a Barcellona Pozzo Di Gotto, in Sicilia, per ricordare Beppe Alfano, un giornalista che ha cercato di combattere la mafia e per questo è stato ammazzato. In questi giorno si tengono le ricorrenze di tanti altri, come lui, morti ammazzarti.
Il problema è uno e uno solo: perché tutto questo è accaduto? Perché segmenti delle istituzioni, pezzi dello Stato hanno colluso con la mafia. Siccome non voglio apparire come quello che parla senza citare fatti e circostanze, leggetevi la sentenza Andreotti: sette volte presidente del Consiglio, è stato prescritto per mafia. Leggete cosa dice il figlio di Vito Ciancimino, sindaco di Palermo e uomo mafioso. Studiate la storia di Salvo Lima… questa era la mafia di allora, quella che trattava con lo Stato.
La domanda è: ma oggi lo Stato tratta ancora con la mafia? Oggi è peggio, non ha più bisogno di contrattare con essa perché sta dentro lo Stato. Dell’Utri è stato condannato in appello per fatti di mafia. La Commissione Antimafia, i magistrati, stanno cercando di capire perché, ad un certo punto, invece di ammazzare, l’organizzazione mafiosa ha preferito votare uomini politici che facessero i suoi interessi.
Ecco, per il rispetto che dobbiamo a Beppe Alfano, a Mattarella e a tanti altri, noi dobbiamo denunciare questi fatti e non abbassare mai la guardia.
Beppe Alfano aveva un torto, abitava in un posto, qui vicino, e di fronte a lui abitava Santapaola e a 50 metri Cattaneo. Quindi da cittadino, prima ancora che da giornalista, si era reso conto di chi erano questi personaggi e di cosa facevano. Non è stato zitto, coma invece fanno tanti, ma ha cercato di denunciarli alla magistratura e all’opinione pubblica. Purtroppo sappiamo la fine che ha fatto.
Noi, in suo ricordo, vogliamo impegnarci affinché venga riscritta la pagina di verità, quella delle contiguità fra mafia e politica e, soprattutto, venga impedito che la criminalità si appropri della politica e continui a farsi gli affari suoi. Perché oggi la mafia non è più solo qui a Barcellona Pozzo di Gotto; quella che comanda è soprattutto nelle piazze finanziarie, nei mercati, nelle tante Milano sparse in Italia e nel mondo. Per questo rinnoviamo il nostro impegno a contrastare questa piaga.

”Dietro l’omicidio di mio padre l’ombra dei servizi segreti”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Dietro l’omicidio di mio padre l’ombra dei servizi segreti”.

“Non avrò pace finchè non andranno in carcere anche i mandanti “politici” dell’omicidio di mio padre, quelli che si nascondono tra le istituzioni e i professionisti, il livello dei cosiddetti ‘colletti bianchi’”.

Lo ha detto Sonia Alfano, Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia e figlia del cronista Beppe, assassinato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) l’8 gennaio del 1993, in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno.

“Come è emerso anche nel corso di alcune inchieste e come hanno riferito alcuni pentiti – ha proseguito Sonia Alfano – c’è un noto avvocato che a Barcellona Pozzo di Gotto coordinava in quel periodo i collegamenti tra la mafia, in particolare il clan Santapaola di Catania, e i servizi segreti deviati. Mio padre quando è stato ucciso stava indagando su una truffa agrumicola all’Ue, e sono certa che questo ha dato fastidio non solo ai boss. Inoltre come ha ammesso lo stesso procuratore dell’epoca Olindo Canali a Barcellona Pozzo di Gotto, il giorno in cui fu ucciso mio padre, c’era la presenza di Ros, Sisde e Sco: questo non credo sia casuale”.

Domani a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) si ricorderà il giornalista, con una messa alle ore 11 cui parteciperà anche il Presidente di IdV On. Antonio Di Pietro, con la deposizione dei fiori alla targa commemorativa in Via Marconi e con un convegno alle 17.30 al Palacultura “Bartolo Cattafi”, con gli interventi di numerose personalità della politica e della società civile impegnate nell’antimafia. A proposito dell’anniversario Sonia Alfano ha aggiunto in seguito: “Trovo incommentabile il comunicato stampa del senatore Nania così come la tradizionale farsa dell’amministrazione comunale di scindere le celebrazioni nel tentativo di appropriarsi di un ricordo che non gli è mai appartenuto”.

Visita: soniaalfano.it

Quella cosa in Lombardia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Quella cosa in Lombardia.

C’era una volta la Lega, poi venne la ‘ndrangheta. Poi vissero felici e contente.
“Lonate Pozzolo, Ferno, Somma Lombardo,Vanzaghello, Oleggio, Gallarate: una manciata di comuni intorno all’aeroporto di Malpensa erano diventati terreno di conquista della ‘ndrangheta. Il 30 aprile 2009, i carabinieri arrestarono 41 persone in diverse regioni italiane su richiesta dal sostituto procuratore Mario Venditti. Sono finiti in carcere presunti boss e picciotti, prestanome e colletti bianchi, molti calabresi ma non pochi lombardi “doc”. Secondo l’accusa a Lonate Pozzolo, comune di circa 12mila abitanti, esisteva un vero e proprio “locale” di ‘ndrangheta, comandato dalla famiglia Filippelli. Questo rispondeva a un altro “locale” lombardo, quello della vicina Legnano, guidato dal boss Vincenzo Rispoli. “Enzo è una potenza qua in Lombardia -chiarisce uno degli arrestati in una conversazione intercettata- fa così e si muovono duemila persone di colpo… si girano e corrono”. Ma, all’Infuori, tutto Pulito. Vigila la Lega ( delle Leghe). Buon Ammazzacaffè o Caffe Sindona…” enrico w., novara