“Dell’Utri mafioso anche nel ’95”

Fonte: “Dell’Utri mafioso anche nel ’95”.

Non è vero che la sua associazione esterna ai clan è finita quando Berlusconi è entrato in politica. Anzi, è continuata durante tutto il primo governo del Cavaliere. L’appello della Procura all’ultima sentenza sul cofondatore di Forza Italia

Due pentiti come Salvatore Cucuzza e Giovanni Ciaramitaro, credibili e utilizzati in diversi processi, non ammessi come testi al processo d’appello malgrado parlino dei contatti tra Cosa nostra e Marcello Dell’Utri in vista di leggi pro-mafiosi dopo la nascita di Forza Italia. Una “parcellizzazione e destrutturazione del complesso probatorio” e delle testimonianze di ex mafiosi come Gaspare Spatuzza e Salvatore Cancemi che se “lette come un unico filo del discorso” sono la prova certa del legame continuato anche dopo le stragi Falcone e Borsellino tra Dell’Utri, uno degli uomini più vicini a Silvio Berlusconi, e i capimafia siciliani.

E poi la conferma – o la non smentita – di un incontro avvenuto nel ’94 a Como tra il boss Vittorio Mangano (meglio conosciuto come lo “stalliere di Arcore”) e Dell’Utri che arrivò in elicottero: i due avrebbero parlato della legge sulle misure cautelari più morbide a favore dei mafiosi fermata solo dalla caduta improvvisa del governo Berlusconi per colpa della Lega Nord. Ecco i principali punti del ricorso di 192 pagine contro la sentenza su Marcello Dell’Utri che il procuratore generale di Palermo, Antonino Gatto, ha depositato nei giorni scorsi alla Corte di Cassazione.

Il manager palermitano trapiantato a Milano, che con Publitalia aiutò Berlusconi a inventare Forza Italia dopo la decisione di scendere in politica, era stato condannato in primo grado a 9 anni di reclusione con l’accusa di Concorso esterno in associazione di tipo mafioso. In secondo grado la Corte d’appello di Palermo ha ridotto la condanna a 7 anni di carcere spiegando però nella motivazione che “le risultanze probatorie acquisite”, e specificamente la “disamina approfondita delle dichiarazioni rese dai collaboratori imponga di ritenere provata l’avvenuta corresponsione a Cosa nostra delle somme di denaro estorte al Berlusconi fino ad un’epoca prossima al 1992, non essendo stata per contro acquisita prova sufficiente per affermare che ciò sia proseguito anche negli anni successivi, ed in particolare nel periodo in cui, dalla fine del 1993 in poi, l’imprenditore Berlusconi si determinò ad assumere il ruolo a tutti noto nella politica del paese”.

Una lettura al ribasso dell’atto d’accusa, che ha portato alla condanna di Dell’Utri dopo l’inchiesta avviata dai pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, che ora il sostituto procuratore generale Gatto propone alla Cassazione di rivedere. Partendo da considerazioni che ovviamente sono espresse in linguaggio giuridico: “L’assunto del Decidente è, per un verso, il portato di una inesatta lettura degli atti; per altro verso, di non dimostrate presunzioni, che ne viziano il ragionamento e le conclusioni successive.

I soldi delle estorsioni. Il capo-mandamento del clan di Porta Nuova di Palermo, diventato collaboratore di giustizia nel luglio del 1993, ha parlato delle “somme di denaro provenienti dall’imprenditore milanese Silvio Berlusconi” e incassate da Cosa Nostra tramite il Dell’Utri ed il Cinà dal 1989-90 in poi. Versamenti di 200 milioni di lire in 3-4 rate l’anno dell’importo di 50 milioni a titolo di estorsione. “Questi soldi l’ho visto io che sono arrivati e puntualmente Ganci ce l’ha portati a Riina” ha detto Cancemi.

Ma, si legge nella motivazione della condanna d’appello, i versamenti furono fatti “comunque fino a pochi mesi prima della strage di Capaci del 23 maggio 1992, evento tragico che deve dunque ritenersi abbia prodotto, con la sua devastante gravità, un’interruzione nei pagamenti provenienti dall’imprenditore milanese e dunque l’interruzione dei sottostanti contatti e rapporti”. Ma per il procuratore generale Gatto, “Cancemi, in quanto capo del mandamento di Porta Nuova non aveva alcun particolare titolo, per così dire, istituzionale per conoscere se l’estorsione in danno della Fininvest fosse cessata oppure no. In veste istituzionale Cancemi ne aveva avuto conoscenza quando, appartenendo Mangano proprio al mandamento di cui egli era capo, era stato convocato da Riina (il capo di Cosa nostra, ndr) affinché gli comunicasse l’ordine di farsi da parte nel superiore interesse di tutta Cosa Nostra. Successivamente, se arrivavano e quando arrivavano i danari di Berlusconi, egli aveva avuto modo di saperlo solo perché occasionalmente presente nella macelleria di Ganci Raffaele (dove arrivavano i soldi, ndr)”.

Nel ricorso, l’accusa ricorda che Cancemi si era dato alla latitanza nell’ottobre del 1992 e “non poteva, pertanto, essere presente, neppure casualmente, ai pagamenti del Natale ’92 e dell’agosto ’93. Appare, dunque, che dal detto di Cancemi non emerge che i pagamenti cessarono nel 1992, bensì che l’ultimo pagamento a lui noto risale a qualche mese prima della strage di Capaci del 23 maggio 1992. La strage è adottata dal dichiarante solo come punto di riferimento temporale per contestualizzare l’epoca dell’ultimo pagamento a lui noto ed è edificata sulla sabbia l’affermazione del Decidente che la ritiene causa dell’interruzione dei pagamenti e dei sottostanti rapporti” perché solo analizzando i fatti successivi avrebbe potuto notare che esistevano anche “nella così detta stagione politica”.

Il rapporto politico.

L’interesse di Cosa nostra ad avere rapporti politici mediati da Dell’Utri risale al periodo degli attentati di inizio anni ’90 alla Standa di Catania, che – afferma il sostituto procuratore generale Gatto – secondo la corte d’Appello etnea provano come i boss colpissero Berlusconi per mandare un messaggio al suo amico e sponsor politico Bettino Craxi il quale “in quel momento primeggiava sullo scenario politico nazionale”. Tornando al processo Dell’Utri, il tribunale ha accertato i “contatti per fini politici intervenuti nel ’93-’94 tra Cosa Nostra e Forza Italia” tanto che “nelle elezioni politiche del marzo 1994 l’organizzazione mafiosa diede il proprio appoggio alla neonata formazione politica, cui già guardava con interesse a causa del programma garantista di essa”. Gatto parla di patto che “per forza di cose, non poteva non essere subordinato, oltre che alla vittoria elettorale, anche all’insorgere di favorevoli contingenze determinate dal futuro assetto politico complessivo, ovviamente non precisabili al momento della promessa: da qui i contatti post-elettorali, intesi a sollecitare l’attuazione delle consuete provvidenze legislative (41 bis, confische, pentiti etc.) invocate da Cosa Nostra, che con queste sollecitazioni, e proprio per il fatto della loro esistenza, si mostra creditrice del partito che aveva appoggiato”.

L’incontro di Como.

Il boss Cucuzza, co-reggente della famiglia di Porta Nuova, lo aveva saputo da Mangano: lo stalliere aveva avuto due incontri a Como con Dell’Utri per – sostiene Gatto – “propiziare un alleggerimento legislativo delle disposizioni contro la criminalità organizzata. In tali incontri (a uno dei quali l’imputato si era recato in elicottero) Dell’Utri aveva promesso che a gennaio del ’95 sarebbero state adottate misure legislative favorevoli alla mafia, mentre un precedente tentativo consistente secondo le parole di Cucuzza in “una correzione del decreto Biondi dopo che l’aveva firmato Moroni (era il decreto “salva ladri” bocciato dal ministro Roberto Maroni nel luglio 1994 dopo un primo via libera, ndr)” non era andato a buon fine e il decreto “non venne mai approvato perché Moroni si ribellò e non so forse pure il Capo dello Stato, comunque ci fu una grossa polemica…””. E’ la prova del patto incassato da Cosa nostra dopo l’apppoggio dato a Dell’Utri. Lo dice Cucuzza.

E il pg Gatto aggiunge: “Se non si vuol credere al collaborante, bisogna credere alla forza della ragione, la quale vuole che il provvedimento di cui si discute sia stato assunto dal governo in carica, e il governo che lo assunse entrò in carica dopo le elezioni politiche del marzo 1994”. L’8 settembre 1994 il ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, ci ritenta inviando, scrive il pg Gatto, a “Governo e Parlamento una lettera aperta in cui riassumeva i problemi della giustizia e sollecitava un vertice della maggioranza” anche sul tema della “spinosa questione della custodia cautelare”. I lavori per una legislazione che i mafiosi attendono con ansia – lo provano le numerose intercettazioni telefoniche e ambientali di diverse inchieste di quel periodo – vanno avanti. Il 20 dicembre l’agenzia Ansa batte un dispaccio: “La commissione giustizia della Camera ha definito, in sede redigente, il testo della riforma della custodia cautelare, che dovrà essere approvato dall’ aula alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa natalizia”.
Ma succede l’imprevisto, come riassume il pg Gatto: ” A questo punto, però, quando il treno ad alta velocità della riforma era quasi giunto a destinazione, si verificò un incidente imprevisto che ne rallentò la marcia: il 22 dicembre il governo Berlusconi cadde in Parlamento per la sfiducia della Lega Nord e, nel gennaio 1995, fu sostituito dal governo di Lamberto Dini, appoggiato dalla Sinistra e dalla Lega Nord, con astensione di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Centro Cristiano Democratico: la conseguenza fu che la legge poté essere approvata solo nel successivo mese di agosto”. E secondo l’accusa è la prova che tramite Dell’Utri i boss ottennero quei risultati concreti che – in poche parole – sono il principio necessario per una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.

Umberto Lucentini

da Espresso.Repubblica.it

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