Archivi del giorno: 26 gennaio 2011

L’ ECONOMIST CONFERMA: NON E’ UNA COSPIRAZIONE

Adesso lo ammettono pubblicamente…

ComeDonChisciotte – L’ ECONOMIST CONFERMA: NON E’ UNA COSPIRAZIONE.

L’ECONOMIST, PUBBLICATO DAL GRUPPO BILDERBERG, CONFERMA: SÌ, L’ÉLITE DELLA POTENTE GLOBOCRAZIA COMANDA IL MONDO E NON È UNA COSPIRAZIONE

DI STEVE WATSON
prisonplanet.com

L’agenda per il sistema centralizzato di controllo globale è pubblica

Si è spesso parlato della spinta verso un sistema centralizzato di controllo del governo mondiale come di una “cospirazione pubblica”. Gruppi come Bilderberg, la Commissione Trilaterale e il Council on Foreign Relations sono i perni di questa agenda, stabiliscono le misure prese dai politici e dai brokers del potere che questi gruppi hanno di fatto comprato.

Un articolo piuttosto eccentrico apparso da poco sull’Economist fa riferimento a questa struttura di potere non come a una teoria della cospirazione, ma semplicemente confermando che ‘l’élite cosmopolita” si ritrova effettivamente in quei meeting in club esclusivi per forgiare il mondo nel quale la “superclasse” desidera abitare.

Ovviamente, l’Economist è il posto ideale dove ostentare una cospirazione, dato che il suo editore è un abituale frequentatore della conferenza annuale del gruppo Bilderberg, un’ammissione che l’articolo rivendica con orgoglio nei primi paragrafi.

In modo ironico, l’articolo descrive Bilderberg come “una cospirazione del male tesa a dominare il mondo” e poi finisce con l’affermare che sì, il gruppo effettivamente domina gli eventi nel mondo.

È stato responsabile della moneta unica europea, ospita gli affaristi e l’aristocrazia più influente al mondo, così come un piccolo gruppo di giornalisti, in rappresentanza delle più grandi corporazioni mondiali di media, che hanno aderito alle regole della Chatham House, ovvero che non possono rivelare le “grandi idee” ordite dal gruppo.

“Il mondo è un posto complicato, con oceani di informazioni rovesciate dappertutto”.
“ Dirigere una multinazionale può aiutare a farsi una discreta idea di come vanno le cose. Aiuta anche a trovarsi a stretto contatto con altri globocrati. Quindi l’élite cosmopolita – finanzieri internazionali, burocrati, studiosi e proprietari di istituti di beneficenza – si incontrano regolarmente e discutono. Fanno gruppo nei meeting elitari…Formano dei club”.

I più influenti tra questi club, secondo l’articolo, sono il gruppo Bilderberg,il Council on Foreign Relations, la Commissione Trilaterale, il Carnegie Endowment for International Peace e il Gruppo dei Trenta. Ora stanno abbandonando la loro natura segreta e si rivelano al mondo. “L’accesso al grande party globocratico ora è libero”, sostiene l’articolo.

Il pezzo prosegue fornendo alcuni esempi di alcuni grandi eventi internazionali che sono stati preparati per gli incontri delle élite lungo gli anni, inclusi accordi diplomatici e anche decisioni su importanti guerre.

“Questi meetings sono ‘una parte importante della storia della superclasse’, sostiene l’Economist citando le parole di David Rothkopf, elitarista internazionale e passato consigliere di Kissinger, autore del libro Superclass. La nuova élite globale e il mondo che sta realizzando.

“Quel che offrono in realtà è l’accesso ad ‘alcuni dei leader più sfuggevoli ed isolati’. In questo senso, questi meeting fungono anche da ‘meccanismi informali di potere [globale], aggiunge Rothkopf.

Ma non condanniamo l’élite globocratica internazionale, implora l’articolo, sostenendo che la superclasse è stata “sorpresa a sonnecchiare”. E, se da una parte, il pezzo ammette che alcuni banchieri internazionali sono responsabili del saccheggio del sistema, dall’altro tenta di convincere i lettori che di fatto la presenza di una élite internazionale interconnessa ha salvato il mondo dal crollo finanziario, quindi possiamo dormire sonni tranquilli.

Ovviamente, chi segue con attenzione l’attività di questi gruppi di élite può confermare che questi non sono stati presi alla sprovvista ed erano pienamente consapevoli che la crisi era stata meticolosamente veicolata nel 2006. Le relazioni uscite dai meeting di Bilderberg in Canada nel 2006 e in Turchia nel 2007 predicevano il crollo dei mutui globale e il conseguente crollo finanziario di lunga durata. Fin da allora il gruppo ha discusso esattamente di come deve muoversi nel condizionare la situazione economica per estendere il proprio controllo globale e quello della “superclasse” (in tutta onestà, noi non siamo il male).

Un decennio fa chiunque avesse parlato dell’esistenza di Bilderberg, suggerendo la sua immensa responsabilità nella manipolazione degli eventi nel mondo, veniva semplicemente considerato un cospirazionista paranoide. Oggi, con la stessa affermazione, i grandi media stendono i loro articoli.

Steve Watson
Fonte: http://www.prisonplanet.com
Link: http://www.prisonplanet.com/bilderberg-owned-publication-the-economist-yes-powerful-globocrat-elites-are-running-things-its-not-a-conspiracy.html

21.01.2011

Traduzione per http://www.comedonchiscioitte.org cura di RENATO MONTINI

La Camera proroga la guerra

Articolo 11 della costituzione: “L’Italia ripudia la guerra…”

Fonte: Antimafia Duemila – La Camera proroga la guerra.

da it.peacereporter.net – 25 gennaio 2011
Con il voto favorevole del Pd e contrario dell’Idv, la Camera dei Deputati ha approvato l’ennesimo rifinanziamento semestrale della missione italiana in Afghanistan, per una spesa di oltre 2 milioni al giorno.
Oggi pomeriggio alla Camera dei Deputati è stato ritualmente approvato – con il solo voto contrario
dell’Italia dei Valori – l’ennesimo rifinanziamento semestrale della missione italiana di guerra in Afghanistan, per una spesa di oltre 410 milioni di euro fino al 30 giugno (pari a 2,26 milioni al giorno).

Hanno votato a favore tutti i deputati presenti del Popolo delle Libertà, dell’Unione di Centro, di Futuro e Libertà, della Lega Nord e del Partito Democratico che, anche questa volta, si è limitato alle solite critiche formali sul  ricorso del governo allo strumento del decreto-legge che, dice il Pd, impedisce un serio dibattito parlamentare sullo scopo e il senso della missione in Afghanistan. Non è chiaro su cosa vorrebbero dibattere gli esponenti dell’opposizione Pd, visto che, quando come in questo caso hanno la parola, ribadiscono regolarmente il loro sostegno alla missione militare afgana.

“Noi del Pd condividiamo le scelte di fondo, compiute non da oggi e non solo da questo governo, che stanno dietro a questa decreto”, ha detto l’onorevole Mario Barbi. ”Di fronte all’evidente intensificazione degli scontri armati, ritorna la domanda sul senso della nostra presenza in Afghanistan, ma a questa domanda non si può rispondere con leggerezza: noi continuiamo a pensare che l’Italia debba mantenere rigorosamente gli impegni assunti con gli alleati in sede Nato e che non si debbano compiere scelte unilaterali. Un’Afghanistan stabilizzato e non fondamentalista è nell’interesse dell’Italia. I nostri militari in Afghanistan rendono servizio alla pace e al buon nome e all’immagine del nostro paese: l’Italia ne ha bisogno!”.

La parola ‘guerra’ è stata citata in aula solo dall’Italia dei Valori, che – come aveva già fatto sei mesi fa – ha invece votato contro il rifinanziamento. ”E’ stata completamente smarrita la ‘mission’ originaria della nostra presenza: quella in Afghanistan è diventata a tutti gli effetti una missione di guerra gestita fuori dalla regia del nostro paese”, ha detto l’onorevole Augusto Di Stanislao. ”Dopo dieci anni di intervento internazionale la situazione nel paese è peggiorata sotto ogni punto di vista, a partire dalle condizioni di vita della popolazione per finire con l’aumento delle vittime civili del conflitto. Il quadro è allarmante. Anche per quanto riguarda la transizione della gestione della sicurezza dalla Nato alle forze afgane, che continuano a essere male addestrate e dedite a abusi, corruzione e tossicodipendenza”.

Il decreto sul rifinanziamento della missione afgana passa ora all’esame del Senato per la scontata approvazione finale.

 

 

PRECEDENTI VOTAZIONI ALLA CAMERA SULLA MISSIONE AFGANA

21 LUGLIO 2010


Contrari:
21 deputati dell’Italia dei Valori (Francesco Barbato, Antonio Borghesi, Renato Cambursano, Gabriele Cimadoro, Antonio Di Pietro, Augusto Di Stanisalo, Massimo Donadi, Fabio Evangelisti, David Favia, Aniello Formisano, Ignazio Messina, Carlo Monai, Silvana Mura, Leoluca Orlando, Antonio Palagiano, Federico Palomba, Sergio Michele Piffari, Antonio Razzi, Ivan Rota, Domenico Scilipoti, Pierfelice Zazzera)
2 deputati del gruppo misto (Giuseppe Giulietti e Americo Porfidia)
1 deputato della Lega Nord (Matteo Brigandì)

Astenuti:
3 deputati del Partito Democratico (Luisa Bossa, Mario Cavallaro e Donatella Mattesini)
6 deputati radicali del gruppo Pd (Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti,)
2 deputati del gruppo misto (Maurizio Grassano e Roberto Rolando Nicco).


9 FEBBRAIO 2010

Contrari:
1 deputata del Partito Democratico (Luisa Bossa) ha detto che non è riuscita a esprimere voto contrario.

Astenuti:
8 deputati radicali del gruppo Pd (Maruizio Turco, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci e Elisabetta Zamparutti, più due deputati del gruppo misto, Giuseppe Giulietti e Roberto Nicco)
3 deputati del Partito Democratico hanno dichiarato che avrebbero voluto astenersi (Enrico Gasbarra, Andrea Sarubbi e Alessandra Siragusa).

Tratto da: it.peacereporter.net

L’ultima rivolta degli indiani d’America

Se l’ambiente fosse una banca l’avrebbero già salvato…

Fonte: Antimafia Duemila – L’ultima rivolta degli indiani d’America.

di Vittorio Zucconi – 25 gennaio 2011
Un maxi oleodotto lungo tremila chilometri Partirà dal Canada fino alle coste del Messico. Il piano ha il nulla osta dei repubblicani, di Hillary e dei sindacati. Per i proprietari della pipeline non c´è alcun rischio di catastrofe come quella del Golfo. Fu il «cavallo di ferro» a distruggere l´America degli indiani nativi centocinquant´anni or sono.

Sarà il «sangue nero» a devastare domani i resti della loro casa, le Grandi Praterie. Il progetto Keystone, «chiave di volta», il nuovo oleodotto che dovrebbe pompare il petrolio spremuto dalle sabbie bituminose del Canada per portarlo fino al Golfo del Messico taglierà da nord a sud le pianure e i falsopiani del West, come nel 1865 le rotaie della Union Pacific tagliarono da Est a Ovest, dall´Atlantico al Pacifico, il cuore del continente.
Sarà un fiume di greggio lungo quasi tremila chilometri, un fiume artificiale lungo un corso parallelo al grande fiume naturale e padre della fertilità americana, il Mississippi, che neppure la resistenza delle nazioni e tribù del Grande Nord che hanno lanciato un movimento per impedirne la costruzione riuscirà a fermare. Come la fame di terra nella nuova nazione bianca divorò le Grandi Pianure penetrandole con locomotive e rotaie, così la sete insaziabile di petrolio non permetterà opposizioni. La corsa all´Ovest, come la corsa alla pompa di benzina non si ferma.
Sono state le popolazioni native del Canada, le «Prime Nazioni» come si fanno chiamare, a denunciare questo progetto titanico, l´oleodotto capace di pompare quasi un milione di barili al giorno – 120 milioni di litri – dalle sabbie bituminose di Athabaska a Nord di Edmonton, fino ai terminali di Houston in Texas. Dallo stato di Alberta, nel Canada, dove questo immenso giacimento di fanghiglia bituminosa, il terzo per dimensioni al mondo, giace, la scoperta di questa nuova e micidiale ferita nel cuore del continente nazione ha oltrepassato il confine statunitense.
Seguendo il tracciato del progetto «Chiave di Volta», ha raggiunto il Montana, il Nebraska, il Kansas, i «granai» d´America, l´Oklahoma e il Texas, l´ultima tappa. Ha scosso agricoltori bianchi come consigli tribali di Lakota, Cheyenne, Shoshone, Pawnee, Cree, e di tutte le genti che ancora vivono aggrappate a quello che resta dei territori dove il bisonte, decimato dalle ferrovie e sterminato sistematicamente dai fucili dei cacciatori e dei soldati, correva. Per avvertire che, se le ferrovie annientarono i popoli, gli animali, la cultura della Grande Prateria, questa norme vena nera distruggerà la terra sulla quale tutti ancora vivono.
È una battaglia che perderanno, come furono perduta le battaglie, la guerriglia e la guerra contro i baroni delle ferrovie che nel 1860 decisero, con l´appoggio del governo, di seguire il «Destino Manifesto» della razza bianca a dilagare nel Nuovo Mondo viaggiando in treno, anziché sui trabiccoli di legno e tela costruiti dal signor Studebaker per i pionieri. L´oleodotto ha il nulla osta del Dipartimento di Stato e della Segretaria Hillary Clinton, preoccupata per la dipendenza energetica dal greggio arabo e sudamericano.
Ha il sostegno del partito repubblicano, oggi maggioranza alla Camera, dove 40 deputati hanno già firmato una petizione di appoggio, il partito che intonava i cori di «drill, baby, drill» al Congresso del 2008, per invitare John McCain e la sua vice Sarah Palin, governatrice di un´Alaska che sul petrolio esiste, a «trivellare, tesoro, trivellare» ovunque. E gode dell´approvazione schiacciante degli automobilisti con il serbatoio vuoto e i prezzi montanti ai distributori.
Il mito dell´«autosufficienza» in materia energetica è difficile da abbandonare, anche se ormai gli Stati Uniti dipendono dal resto del mondo per i due terzi di quanto bruciano. In questi anni di vacche magrissime, i 20 mila nuovi posti di lavoro promessi dal progetto fanno gola. «Il percorso sulla terraferma ci assicura che non potranno mai ripetersi catastrofi come quella nel Golfo», fa eco al presidente della TransCanada, la futura proprietaria del nuovo fiume nero, il capo del sindacato dei lavoratori degli oleodotti, William Hite. Dopotutto sono già in funzione condotte di petrolio per 200 mila chilometri sul territorio americano e duemila in più o in meno che differenza potranno fare? «I nostri studi dimostrano che l´impatto ambientale sarà trascurabile e minimo» informa la TransCanada.
Non trascurabile, né minimo, invece, per i primi figli di quelle terre né per coloro che comunque di quella terra vivono. «Keystone» attraverserà i bacini acquiferi del Nebraska e del Montana, dai quali dipendono per vivere due milioni di persone. La falda acquifera è spesso di pochissimi metri sotto la crosta della terra coltivata e dunque più facilmente inquinabile in caso di rottura o incidenti.
Ma la sete di petrolio spaventa più della sete di acqua o delle «paturnie nostalgiche», dei consigli tribali, dei nativi del Grande Nord e della Pianure. Il «grande tubo nero» si farà, nonostante le opposizioni, le firme contrarie di 65 deputati democratici, le nenie degli sciamani, come furono fatte le ferrovie. Non vedremo film epici, come il «Cavallo di ferro» del 1924, di John Ford per descrivere la «ferocia dei selvaggi» contro gli innocenti passeggeri dei treni, perché l´ascia di guerra è sepolta per sempre. Come è sepolto lo spirito della Prateria, sotto traversine, asfalto e presto tubi.

Tratto da:
La Repubblica

Per il bene comune i corrotti restituiscano cio’ che hanno rubato

Fonte: Antimafia Duemila – Per il bene comune i corrotti restituiscano cio’ che hanno rubato.

da libera.it – 26 gennaio 2011
La corruzione minaccia il prestigio e la credibilità delle istituzioni, inquina e distorce gravemente l’economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica.
Per questo motivo raccoglieremo un milione e mezzo di cartoline da inviare al Presidente Napolitano per chiedergli di intervenire, nelle forme e nei modi che riterrà più opportuni, affinché il governo e il Parlamento ratifichino quanto prima e diano concreta attuazione ai trattati, alle convenzioni internazionali e alle direttive comunitarie in materia di lotta alla corruzione nonché alle norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti.

Rassegna stampa

 (384.33 KB)Verso la Direttiva dell’UE per la confisca e il riutilizzo sociale dei beni criminali (384.33 KB)

Tratto da: libera.it

Blog di Beppe Grillo – Il tabù del PIL

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il tabù del PIL.

Un’economia basata sulla crescita continua è destinata a collassare su sé stessa all’esaurimento delle risorse. La maggior parte degli economisti e dei governi non accetta questa semplice verità per non doverne trarre le conseguenze. Un ricercatore italiano all’estero segnala due studi su un’economia senza crescita, scaricateli.
“Caro Beppe, sono un (altro) ricercatore emigrante. Insegno e faccio ricerca su economia dell’ambiente. Seguo il tuo blog da alcuni anni e so che sei vicino alle tematiche ambientali. Inoltre condivido molte delle tue critiche verso il sistema economico-finanziario globale che ci ritroviamo. Ho sviluppato una certa avversione verso la teoria economica dominante (scuola neoclassica), tutt’ora insegnata nella gran parte delle università. Teoria in molti casi scollegata dalla realtà che ignora il contesto biofisico. I danni di tale dottrina sono enormi e per i ricercatori è difficile pubblicare lavori ‘non-ortodossi‘. Segnalo ai lettori del blog due studi:
– “Prosperity without Growth?” dello UK Sustainable Development Commission (studio commissariato dal nuovo Governo conservatore…) sul raggiungimento della prosperità senza crescita economica.
– “Enough Is Enough” per un’economia di stato stazionario (senza crescita del Pil).” Graziano Ceddia