Archivi del mese: febbraio 2011

YouTube – Giulietto Chiesa sulla crisi Libica

YouTube – Giulietto Chiesa sulla crisi Libica.

I veleni di Taranto

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I veleni di Taranto.

Taranto è una città a rischio estinzione. Un luogo benedetto da Dio e stramaledetto dagli uomini. Si respirano diossina e benzopirene in quantità industriali e i tumori sono ormai la norma. Il solito ricatto “lavoro o salute“, come se le due cose fossero inconciliabili e non si potesse lavorare senza inquinare l’ambiente e uccidere le persone. A Taranto oltre all’Ilva ci sono due inceneritori, uno, come sempre, della Marcegaglia. Per non farsi mancare nulla ieri sono stati sequestrate 27 tonnellate di rifiuti ferrosi radioattivi con tasso elevato di cobalto 60 destinati all’Ilva per produzione dell’acciaio.

Intervista a Federico Catucci organizer degli Amici di Beppe Grillo di Taranto.
Vi vorrei parlare della mia meravigliosa città, che è stata la capitale della Magna Grecia e che ha chiuso con un dissesto di circa 637 milioni di Euro nel 2008.
Se guardate Taranto attraverso Google Maps noterete che è un cratere nero, scomparso, c’è la polvere di carbone, la polvere di ferro che ci sommerge da cinque decadi, da quando hanno deciso che in questo luogo bellissimo con due mari, questo luogo incredibile doveva essere sede della più grande acciaieria d’Europa. In più c’è l’Eni che è un petrolchimico, Cementir… tutta una serie di aziende pesanti che si trovano a meno di 100 metri, tutto questo potete immaginare quanto sia benefico per la salute.

Taranto è un cratere nero (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Taranto, visto che si trova in questa situazione per la sanità e l’ambiente, nel 1986 è stata dichiarata a elevato rischio ambientale. Nel 1998 è stato approvato un piano per il disinquinamento del territorio della Provincia e il risanamento dello stesso territorio, tuttavia è rimasto e rimane sulla carta, nonostante gli impegni, nonostante la nostra azione di protesta e di proposta, seguite da una serie di promesse da parte della parte industriale, della politica e dei sindacati, una a una vanificate e sembrano molto intraprendere lo spirito dell’attesa, però noi non abbiamo tempo.
Gli ultimi dati che si riferiscono alle morti per neoplasie su Taranto e provincia indicano 1.200 morti all’anno, stiamo parlando però di un rilievo numerico del 2003, da allora non abbiamo un registro tumori, molto probabilmente perché la gente si renderebbe conto di quale problema viviamo. Non esistono delle mappe epidemiologiche che ci darebbero chiaramente il nesso causale tra la presenza di un’industria così attaccata alla città e le conseguenti malattie mortali. Sarebbero anche da verificare i collegamenti con la presenza di inquinanti e le malattie cardiocircolatorie. Questo è lo stato dell’arte, determinato principalmente da un’acciaieria, l’Ilva, è la più grande acciaieria d’Europa. Per sua stessa dichiarazione, ci sono dei registri europei dove devono essere indicati i valori di inquinamento da parte delle varie attività, si chiama Inef Eper la stessa industria ha dichiarato di emettere il 92% di tutta la diossina prodotta in Italia industrialmente e a livello europeo rappresenta l’8,8%.

Mezzo secolo di diossine (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Sono 50 anni che vengono emessi quantità di diossina, la Regione sotto l’insistenza da parte dei cittadini tarantini ha creato una legge farlocca promettendo di far abbassare i valori di inquinamento da diossina a livelli delle norme europee, ma in realtà, siccome la legge è stata realizzata per perdere tempo e hanno legiferato in materia ambientale, c’è stata da parte del governo l’eccezione di competenza e sono state svuotate completamente la legge e i suoi valori.
L’ultima rilevazione ancora in piedi scadeva il 31 dicembre 2010. Doveva esserci un rilievo in continuo delle emissioni, tenute sotto controllo entro 0,4 nanogrammi al metro cubo, tuttavia le misurazioni avvengono su richiesta da parte dell’ente regionale della protezione ambientale, l’Arpa e si fanno durante le ore giornaliere. Durante la notte, e in casi particolari, anche durante il giorno, i fumi contenenti diossina non sono pochi. Nei dintorni della città abbiamo anche due inceneritori: uno della Marcegaglia e uno del Comune di Taranto che ha fatto di tutto per accenderlo dopo che l’inceneritore che era fermo da un decennio in previsione della raccolta differenziata. La raccolta non è mai stata attuata, quella differenziata porta a porta.
Abbiamo il mare e l’aria inquinati, ma anche il cibo. Infatti, nei 20 chilometri di raggio dalla zona industriale di Taranto, è fatto divieto di pascolo per prevenire nuove mattanze. Nei mesi scorsi e di recente, migliaia di capi di pecore e capre sono stati abbattuti per i livelli di diossina contenuti nelle loro carni, ma noi siamo qui da decenni, quando saremo da abbattere?
La classe politica locale e regionale ha risposto in una maniera inadeguata. Il sindaco, che tra l’altro è medico, ha fatto realizzare nuovi parcheggi e dei rondò in maniera tale che si diminuisse, l’inquinamento prodotto dalle automobili. Piste ciclabili e mezzi pubblici in gran numero, comunque elettrici o di altro tipo, non sono stati neanche considerati. Inoltre il sindaco potrebbe emettere delle ordinanze secondo un Decreto Legislativo del 2000, il N. 267 che è all’Art. 50 comma 5, che dice che in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco. Il nostro sindaco è un medico, non ha fatto niente di tutto questo e manda lettere a “Sua Governatorità“, il Presidente della Regione, il quale ha realizzato prima la legge farlocca antidiossina che è andata per tutti bene, destra, centro e sinistra e poi adesso sta presentando una nuova legge su un altro valore di inquinante. Esistono altri inquinanti oltre alla diossina, abbiamo il benzopirene che è classificato come tossico di classe A, o classe 1, vuol dire che è automaticamente cancerogeno, i valori che la legge accetta come ancora legali sono rappresentati da 0,1 nanogrammi per metro cubo all’anno.

Il referendum scomparso (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Nonostante il desiderio da parte della politica di mantenere lo status quo perché è di interesse per scaldare le loro poltrone, i cittadini organizzati in vari comitati, hanno richiesto tantissimi interventi. Uno dei più importanti è il referendum per la chiusura della zona più inquinante di questo colosso acciaieria, Ilva, oppure della chiusura totale, perché siamo dell’opinione che se c’è un problema di questo livello non possiamo sperare in ambientalizzazionie riduzioni degli inquinanti, perché siamo comunque dentro l’Ilva, siamo a 100 metri da questa zona. Il referendum è il risultato di una battaglia di due anni legale nei confronti del Comune che non realizzava un regolamento di eccezione dello stesso referendum. Adesso è stato bloccato al Tar dopo che avevamo raggiunto l’obiettivo di una data, abbiamo raccolto 4 mila firme per ogni quesito. C’è stato un ricorso al Tar da parte della C.G.I.L., della C.I.S.L., della Confindustria e dell’Ilva e tutti quanti a braccetto ci hanno bloccato sostenendo che abbiamo agito nella raccolta delle firme in maniera illecita. Non ci fermeremo qui, ci sarà un ricorso al Consiglio di Stato ma comunque faremo da capo una raccolta firme. Ovviamente i cittadini non si possono esprimere, non si devono esprimere e questo è un altro dei modi per far passare il tempo, tanto poi è la nostra salute che peggiora, come se questi politici non ne facessero parte della Città di Taranto, non ci demoralizziamo, andiamo avanti in questa maniera, vogliamo la cosa migliore per Taranto, vogliamo un futuro in questa città tenendo conto che tantissimi cittadini ogni anno vanno via sia per lavoro che per trovare un futuro migliore, la salute, vogliamo liberamente respirare e far crescere i nostri figli senza inquinanti e veleni, una città a Cinque Stelle sarebbe una delle migliori cose!”

”A Salto di Quirra cassette d’uranio”

Fonte: Antimafia Duemila – ”A Salto di Quirra cassette d’uranio”.

Svolta nell’inchiesta della Procura di Lanusei dopo i vari casi di tumore e malformazioni in persone e animali.

MILANO – Ormai non ci sono più dubbi: nel Poligono Interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) c’è l’uranio. La svolta nell’inchiesta – aperta a metà gennaio dalla Procura di Lanusei per fare chiarezza sui numerosi casi di linfoma di Hodgking che hanno colpito la popolazione e alcune malformazioni negli animali – è arrivata sabato, al termine delle ispezioni ordinate dal procuratore Domenico Fiordalisi in due magazzini nella base e a Capo San Lorenzo, dopo che la pioggia aveva fatto affiorare dal terreno parti di missili e di radiobersagli.

CINQUE CASSETTE – Sono state sequestrate cinque cassette metalliche dove i rilevatori hanno registrato valori di radioattività cinque volte superiori alla norma e l’intero deposito dove erano custodite. Sono stati portati via anche tutti i documenti (disposizioni interne, ordini di servizio, turni di lavoro, regolamento dei magazzini) con i quali si potranno accertare responsabilità, soprattutto sul fatto che sia all’ingresso del magazzino, sia sopra le casse, non erano stati posti i segnali necessari a distinguere la presenza di materiale radioattivo. Sabato mattina una squadra di poliziotti e vigili del fuoco specializzati, accompagnati dalla dottoressa Maria Antonietta Gatti (responsabile del Laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia) e dal fisico nucleare professor Paolo Randaccio hanno fatto un sopralluogo nella base militare facendo la scoperta che forse apre definitivamente uno squarcio sull’intera vicenda. Il materiale è ora nel bunker dell’Università di Cagliari.

ORDIGNI IN MARE – Da un primo esame, il materiale potrebbe essere stato usato dall’Aeronautica tedesca durante esercitazioni effettuate negli anni ’60-’70 e poi interrato dopo la bonifica, ma spetta ora agli specialisti analizzare più approfonditamente i reperti. Due settimane fa il procuratore Fiordalisi aveva ordinato il sequestro probatorio dei fondali marini davanti all’area di addestramento marino del Salto di Quirra. Sul fondale i subacquei avevano individuato numerosi ordigni a pochi metri di profondità. L’inchiesta è stata avviata per accertare se vi siano relazioni fra le esercitazioni militari effettuate nella zona e i casi di tumore e malformazioni.

DUE MILITARI – I controlli nei due magazzini sarebbero stati decisi dopo le deposizioni testimoniali di due militari, un siciliano e un campano, che hanno lavorato per due anni al Pisq, con mansioni di magazzinieri nei depositi dei materiali speciali. I due si ammalarono di linfoma non Hodgkin quando erano ancora in servizio. Sottoposti a chemioterapia, erano rientrati in servizio ma sono stati riformati dopo una recidiva delle malattia. I due ex militari avrebbero segnalato agli inquirenti anche i nomi di altri colleghi colpiti dalla stessa malattia dopo il servizio al Pisq.

«SI SPARA ANCORA» – Secondo Indipendentzia Repubrica de Sardigna, nonostante gli appelli a sospendere ogni attività per consentire lo svolgimento dell’inchiesta, nel poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra, si continua a sparare. Il movimento indipendentista sostiene di aver ricevuto allarmate segnalazioni dagli abitanti della zona di Quirra su numerosi tiri effettuati martedì 22 febbraio da un grosso cannone navale dal porto a mare di San Lorenzo. Anche nei giorni successivi sarebbe proseguita l’attività di sperimentazione, secondo gli indipendentisti condotta dall’Oto Melara, leader mondiale nella produzione delle artiglierie navali e veicoli blindati, munizioni guidate e sistemi antiaerei.

Tratto da:
corriere.it

Sardegna colonia d’Italia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Sardegna colonia d’Italia.

La Sardegna è una colonia italiana, come la Somalia o l’Eritrea di una volta. La parola “colonia” significa: “Comunità costruita per l’occupazione e lo sfruttamento di un territorio d’oltremare, per lo più fornita di una più o meno evidente autonomia rispetto alla patria di origine“. E’ la fotografia della Sardegna. Il neocolonialismo italiano ha distrutto il territorio con la cementificazione delle coste (il lavoro non è ancora terminato, Marcegaglia e Benetton sono impegnati nel paradiso della Costa Verde), la pastorizia con l’introduzione di pecore dall’Est Europa in seguito naturalizzate sarde, il suo bellissimo mare, circondandola di impianti petroliferi da nord (E.On) a sud (Saras di Moratti) e con lo sversamento di decine di migliaia di metri cubi di petrolio. Le ribellioni vengono stroncate sul nascere, come da tradizione nelle colonie. E’ avvenuto a Cagliari e a Porto Torres con l’intervento delle forze occupanti. Gli indigeni, quando cercano ascolto nell’opinione pubblica del Continente, sono recintati come bestie e manganellati il giusto come a Civitavecchia. La Sardegna, alla stregua di ogni colonia o protettorato che si rispetti, ha un governatore indigeno collaborazionista, Cappellacci, che esegue gli ordini dell’occupante. La colonia è luogo di svago per i suoi padroni italiani, è consuetudine che vi costruiscano ville faraoniche in cui soggiornano con le loro favorite e invitino importanti ospiti stranieri. Il segreto del successo dell’occupazione italiana risiede nella negazione dell’occupazione stessa. L’Italia porta lavoro e in cambio non chiede nulla. Solo l’anima sarda e il futuro di questa straordinaria gemma del Mediterraneo. Forza Paris!

Intervista a Stefano Deliperi da Porto Torres, Sardegna
Sono Stefano Deliperi, responsabile dell’Associazione ecologista Gruppo Intervento Giuridico, una Onlus che si occupa di difendere l’ambiente utilizzando lo strumento del diritto. Utilizziamo leggi, norme per difendere i valori ambientali del territorio, operiamo ormai in tutta Italia. Abbiamo iniziato dalla Sardegna ma stiamo lavorando un po’ dappertutto.

Il disastro ambientale di Porto Torres
A noi si rivolgono soprattutto cittadini, comitati locali, altre associazioni ambientaliste, molte volte anche amministrazioni pubbliche che chiedono aiuto per affrontare i problemi ambientali.
La dinamica dell’incidente, per quello che è stato possibile capire, è stata di una banalità estrema.Il rifornimento degli impianti di produzione dell’energia elettrica della E-On avviene tramite il porto industriale di Porto Torres, arrivano le petroliere nel molo dove c’è il collegamento diretto tramite tubi con gli impianti petroliferi. Lì sversano il combustibile, conseguentemente c’è una serie di strutture di sicurezza per evitare che avvengano questi sversamenti in mare. Qualche cosa non è andato per il verso giusto, i pannelli galleggianti sono stati posti, ma sono stati posti male e lo sversamento del petrolio è avvenuto dal tubo di collegamento e nessuno sul momento se ne è accorto. Quando è scattato l’allarme la vicenda era già accaduta e purtroppo forse 50 mila, 60 mila, i dati precisi non sono stati forniti, metri cubi di petrolio erano finiti direttamente in mare. Qualcosa non ha funzionato nel momento del rifornimento.
Questo significa che i sistemi di sicurezza non erano ben calibrati, ma soprattutto quello che lascia profonda amarezza è il fatto che per tanto tempo, per molte ore dopo l’incidente non sia stato fatto assolutamente nulla, non è accaduto assolutamente niente. Il combustibile ha potuto essere portato in lungo e in largo per il Golfo dell’Asinara dalle correnti.
La vicenda che si è presentata davanti ai nostri occhi è stata veramente drammatica, uno sversamento di un quantitativo di combustibile molto ingente, ancora non siamo riusciti a distanza di oltre un mese e mezzo a sapere quanto è stato effettivamente il sversato in mare. È accaduto a Porto Torres sulla costa nord della Sardegna nel Golfo dell’Asinara, una delle zone più importanti sotto il profilo naturalistico in tutto il Mediterraneo, lo sversamento è accaduto durante il rifornimento degli impianti di produzione di energia elettrica della ditta E-On, una multinazionale dell’energia. È accaduto l’11 gennaio e con le correnti marine il combustibile è andato lungo le coste del Golfo dell’Asinara, da una parte è arrivato fino a Santa Teresa di Gallura, a Capo Testa, dall’altra fino a Stintino, fino alla famosa spiaggia de La Pelosa. Come associazione ecologista fin da subito ci siamo impegnati, anche raccogliendo le varie segnalazioni che arrivavano un po’ da tutte le parti del nord Sardegna, nel chiedere che cosa avevano fatto le amministrazioni pubbliche competenti, a iniziare dal Ministero dell’ambiente per arrivare ai Comuni territorialmente interessati (da Stintino, a Santa Teresa, Sorso, Porto Torres, Sassari, la Provincia di Sassari, la Regione Autonoma della Sardegna). Quali provvedimenti avevano preso per raggiungere da un lato il disinquinamento, ma dall’altro il ripristino ambientale e il risarcimento dei danni, anche perché l’immagine di una costa coperta di olio combustibile va in danno dell’economia turistica.

Il minimalismo della Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente
Ora a distanza di settimane non abbiamo avuto una risposta definitiva, le azioni di ripristino previste dal Codice dell’ambiente e le azioni risarcitorie previste dal Codice dell’ambiente hanno competenze ben precise, dal Ministero dell’ambiente a tutti gli enti territoriali. Abbiamo invece visto tanti volontari impegnarsi per la raccolta, dove possibile, dei grumi di catrame, abbiamo visto anche le squadre, senza alcuna specializzazione però, inviate dalla multinazionale E-On e molta buona volontà, ma una grande disorganizzazione. È vero, da una parte il petrolio è stato in buona parte raccolto, portato via, portato via anche insieme alla sabbia nelle spiagge e quindi con un danno ambientale immediatamente percepibile, però da un altro canto noi non sappiamo quali sono gli effetti negativi sia sull’ambiente marino che su quello costiero. Ricordiamo che davanti alla costa oltraggiata dallo sversamento di combustibile c’è il Parco Nazionale dell’Asinara, una delle perle ambientali della Sardegna, dell’Italia e di tutto il Mediterraneo. Abbiamo effettuato una serie di richieste di informazioni, di interventi proprio per quanto riguarda le azioni ripristinatorie e le azioni di risarcimento danni però ancora risposte non ne sono arrivate, anzi il ministro dell’Ambiente, la Prestigiacomo, in Parlamento quando ha risposto a alcune interrogazioni orali sulla vicenda ha cercato un po’ di minimizzare, ha detto: “No, non si tratta di un vero e proprio danno ambientale, sì è stata una cosa certamente negativa ma dai dati che abbiamo non si tratta di un vero e proprio danno ambientale”. Peccato che questi dati non li abbia resi pubblici di fatto.
Ora noi continuiamo a insistere, se non ci saranno risposte provvederemo con l’interessamento della magistratura proprio perché queste cose non solo non devono capitare, ma quando purtroppo capitano i danni devono essere da un lato contenuti e da un altro lato compiutamente risarciti. L’ambiente non deve essere visto come al solito come una merce di scambio, in questo caso in balia di imprese che producono energia, che producono reddito. Le amministrazioni pubbliche devono difendere gli interessi della collettività e se non ci pensano allora dovranno essere i cittadini, in questo caso riuniti in comitati o in associazioni come la nostra, come Il Gruppo di Intervento Giuridico. Un aspetto importante da sottolineare che gli impianti della multinazionale E.On sono certificati sul piano ambientale, sono certificati con le norme Iso di sicurezza ambientale e questo ha dimostrato che invece sicurezza in realtà non ce ne erano, non era rispettata. Questi, tra virgolette difetti nei sistemi di sicurezza non ci sarebbero dovuti essere: quindi anche le certificazioni ambientali non ci danno assolutamente sicurezza.

Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca. “Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”

Fonte: Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca. “Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”.

Al processo contro Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca era diventato addirittura un cavallo di battaglia della difesa. Aveva detto di non sapere nulla del braccio destro di Silvio Berlusconi e dei suoi rapporti con Cosa nostra. Per questo i giudici l’avevano bollato come «ambiguo» e «reticente». Da qualche settimana, l’ex padrino di Cosa nostra sembra aver cambiato idea. E radicalmente. Ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato ha detto: “Dopo il delitto di Salvo Lima e prima della strage di Capaci, Riina mi confidò: il posto di Salvo Lima l’hanno preso Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino“. Sarebbero stati loro i nuovi referenti di Cosa nostra per la trattativa a suon di bombe che Riina voleva portare avanti.

Brusca l’ha confessato dopo un lungo e drammatico interrogatorio, in cui è scoppiato anche in lacrime. I magistrati di Palermo l’avevano convocato nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, per non avere mai parlato di 188 mila euro in contanti e di alcuni appartamenti intestati a prestanome. Di questi beni i magistrati hanno saputo fra giugno e settembre scorso, grazie ad alcune indagini dei carabinieri di Monreale e alle microspie piazzate nell’abitazione dove ogni tanto il pentito andava in permesso premio. Le microspie avrebbero svelato anche le verità che Brusca non ha mai detto su Marcello Dell’Utri e la trattativa. Il pentito è crollato davanti a quelle intercettazioni che il procuratore aggiunto Ingroia e i sostituti Di Matteo, Guido e Sava gli hanno contestato. E a 15 anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, ha deciso di affrontare il capitolo più delicato, quello dei rapporti fra mafia e Stato.
Nei giorni scorsi, anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, l’aggiunto Domenico Gozzo e il sostituto Nico Marino,  che indagano sulle stragi del 1992, hanno interrogato Brusca. E adesso, all’improvviso, sembra aprirsi un nuovo scenario nell’inchiesta sulla trattativa e forse anche nelle indagini che cercano di fare luce sui mandanti occulti della stragi Falcone e Borsellino. Per i magistrati di Palermo, le parole di Giovanni Brusca costituiscono un riscontro alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che al processo contro il generale Mario Mori ha tirato in ballo Dell’Utri come il “protagonista” della trattativa dopo l’arresto del padre Vito, nel 1993: “Mio padre me l’ha confidato”, ha detto Ciancimino junior. Ma era rimasta una dichiarazione senza apparenti riscontri. Anzi, sembrava proprio smentita dalla sentenza della corte d’appello che ha condannato Dell’Utri per i suoi rapporti con Cosa nostra fino al 1992. Per il periodo successivo, l’accusa è caduta.

Adesso Brusca riapre il caso. E le nuove dichiarazioni potrebbero avere anche ripercussioni nel processo al generale Mori, chiamato in causa dalla Procura per aver gestito con Ciancimino la prima parte della trattativa fra mafia e Stato, nel 1992. Per i magistrati di Caltanissetta, le parole di Brusca sono un ulteriore conferma all’esistenza della trattativa fra le stragi di Capaci e via D’Amelio, che Borsellino avrebbe scoperto.


Salvo Palazzolo
(26 febbraio 2011)

da Repubblica.it

L’Italia e’ il principale partner militare di Gheddafi

Fonte: Antimafia Duemila – L’Italia e’ il principale partner militare di Gheddafi.

di Rete Disarmo e Tavola della Pace – 24 febbraio 2011
Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: è ora di intervenire.

Le armi fornite dall’Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime. Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.

“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”

Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo “la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani”.

Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l’azione diplomatica dell’esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo – che non a caso è l’unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia.

Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d’arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l’uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

Tratto da:
liberainformazione.org

Non si puo’ morire per l’Afghanistan

Fonte: Non si puo’ morire per l’Afghanistan – Antimafia Duemila – Bocca – L’antitaliano.

Non si puo’ morire per l’Afghanistan
di Giorgio Bocca – 25 febbraio 2011
È già difficile credere che sia bello e onorevole immolarsi per la patria quando la patria è in pericolo, ancora meno accettare che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. Perché partecipiamo alla guerra in Afghanistan? Perché i nostri soldati vanno a morire in quelle desolate terre, perché le autorità recitano il rituale cordoglio con cerimonia funebre e pianto dei parenti? Perché la guerra continua a essere necessaria alla politica internazionale e interna?

Perché l’umanità non si è ancora liberata della voglia ancestrale di sangue fraterno? Senza ripetere che la guerra c’è per i buoni affari dei fabbricanti di armi?
Una risposta suggerita dalla storia recente è: la guerra permane come prova di nuove guerre, nuove armi, di nuove strategie, come la guerra di Spagna fu il banco di prova della Seconda guerra mondiale. Hitler e i nazisti vi fecero la prova dei bombardieri verticali, gli Stuka, e della guerra lampo delle divisioni corazzate che superavano la vecchia guerra di trincea, la prova della guerra totale che distrusse Coventry. Oggi in Afghanistan l’arsenale americano prova le sue nuove armi, come gli aerei senza piloti o i missili che colpiscono con una precisione assoluta dopo voli di migliaia di chilometri, e anche il resto come le torture psicologiche dello spionaggio totale.
La seconda ragione è quella dei buoni affari dei mercanti di cannoni. La guerra giustifica e nobilita ogni decisione del potere economico, le cerimonie funebri in cui i capi di Stato posano le mani sulle bare dei caduti vogliono affermare la sacralità della guerra, anche di quella fatta per avere più potere.
C’è anche, s’intende, il motivo politico. La guerra è sempre dalla parte della conservazione del potere da parte dei padroni, i Berlusconi di tutti i regimi riaffermano regolarmente che la guerra è necessaria e provvidenziale anche se razionalmente nessuno può spiegare il perché. Devono esserci anche ragioni di spettacolo, di modo di recitare: l’ultimo caduto in Afghanistan, un alpino sardo, è stato ucciso in modo mafioso, impensabile nelle guerre risorgimentali, da un soldato afghano in divisa che si è avvicinato con la scusa di chiedere come funziona un mitragliatore e gli ha sparato una raffica in viso.
Questa è la guerra per cui muoiono dei giovani italiani? E per cui si commuovono i reggenti della Repubblica? O è una storia di tipo gangsteristico in cui nessuno riesce più a distinguere il nemico dal sicario, il soldato fedele dal traditore? Una storia afghana dove l’ingenuo italiano soccombe all’astuto afghano, come si diceva nell’avanspettacolo.
Immancabile la cerimonia del ritorno in patria della salma, dei picchetti d’onore a Ciampino, di un lutto che nessuno riesce a capire, di un sacrificio che nulla può aggiungere o togliere al bene della patria. Un morto in Afghanistan come quelli sulla Cernaia per i giochi diplomatici di Cavour. Un giovane italiano che è andato a morire per povertà, perché si era sposato da poco e non aveva i soldi per mantenere una giovane moglie che viene mostrata in lacrime e in lutto.
Che significa per i giovani italiani questo rituale che si ripropone quasi ogni mese? È già difficile credere che sia bello e onorevole morire per la patria quando la patria è in pericolo, ancora meno accettare che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. I morti per Cavour servivano per fare l’unità d’Italia. Ma questi? Per un invito alla Casa Bianca del nostro premier?

Tratto da:
L’espresso

Mi allontanano dalla Polizia per impedirmi di indagare. Intervista a Gioacchino Genchi

Fonte: Antimafia Duemila – Mi allontanano dalla Polizia per impedirmi di indagare. Intervista a Gioacchino Genchi.

di Monica Centofante – 26 febbraio 2011
Ora il provvedimento è diventato definitivo. E Gioacchino Genchi, 25 anni di onorato servizio, è stato destituito dall’impiego di Vice questore aggiunto della Polizia di Stato.
La terza e ultima sospensione dall’incarico, prima della decisione definitiva, era arrivata un anno fa, il 22 marzo, un giorno prima del suo rientro in servizio e pochi giorni dopo le minacce pronunciate a mezzo stampa da Maurizio Gasparri: “Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”.

Il “simile personaggio” è consulente di Procure e Tribunali di mezza Italia, già collaboratore di Giovanni Falcone, di magistrati che hanno svolto e svolgono le inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni, oggetto costante di attacchi e tentativi di depistaggio.
E le sospensioni, discutibili per non dire assurde, sono arrivate sempre “al momento giusto”.

Gioacchino Genchi, come giudica il decreto di destituzione? E’ cronaca di una morte annunciata?
E’ evidente che il Capo della Polizia è stato costretto ad adottare il provvedimento di destituzione, dopo i tre provvedimenti di sospensione dal servizio.
Poi, se guardiamo le date, non c’è nemmeno bisogno di leggere le motivazioni per dimostrare qual era l’intento del Governo: tenermi fuori dalla Polizia così impedendomi in ogni modo qualunque possibilità di svolgere delle indagini e coaudiuvare l’Autorità Giudiziaria.
Non si spiegano in altro modo i provvedimenti adottatti prima con scansione di sei mesi e sei mesi e poi, dopo un anno esatto, allo scadere delle due sospensioni, quando sarei dovuto rientrare in servizio, mi è stata notifica la terza sospensione cautelare ed è stato avviato il procedimento per la destituzione definitiva, utilizzando la asserita recidiva delle due sospensioni precedenti.
Se io avessi commesso delle infrazioni, ammettiamo per assurdo che lo abbia fatto, è possibile che le abbia commesse con scadenza ad orologeria, di sei mesi in sei mesi?
L’ultima sospensione del 22 marzo 2010, peraltro, faceva riferimento a condotte – gli interventi al convegno degli amici di Beppe Grillo di Cervignano del Friuli del dicembre del 2009 ed il Congresso Idv dei primi di febbraio 2010 – verificatisi diversi mesi prima. Il regolamento di disciplina prevede che le contestazioni siano immediate e dal momento che loro sostengono che i miei interventi hanno avuto una vasta eco sulla stampa nazionale, ammettendo quindi che ne erano venuti a conoscenza, perché non me li hanno contestati subito?
Semplice: quando ho chiesto di rientrare in servizio e li ho messi in mora hanno grattato il fondo del barile. Non trovando altro mi hanno contestato la violazione del regolamento di servizio che io non ero tenuto a rispettare perché in quel momento dal servizio ero già sospeso.
Peraltro, si era alla vigilia di una campagna elettorale ed io, come un qualunque cittadino, ho espresso liberamente il mio pensiero in un contesto politico e non certo in un contesto elettorale.

Che pensa dell’operato di Manganelli?
Penso che Manganelli sia stato costretto ad emanare dei provvedimenti che mai avrebbe emanato di sua spontanea volontà. Indubbiamente hanno contribuito altri fattori, ma di questo non voglio parlare. In concreto, resistere alle pressioni di Berlusconi – specie dopo i fatti di Milano – sarebbe stato difficile.
Poi, come diceva Don Abbondio, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può inventare.
Per quanto mi riguarda, a parti invertite, posso confermarle che se io fossi stato al suo posto sarei stato destituito lo stesso dall’incarico.

In che senso?
Nel senso che se io fossi stato il capo della Polizia e lui si fosse trovato al mio posto io non avrei mai adottato dei provvedimenti così gravi nei suoi confronti e sarei stato destituito lo stesso dal Governo. Così non è stato in quanto il Capo della Polizia è Antonio Manganelli e quindi sono stato io ad essere cacciato.

Quindi vuole dire che Manganelli non ha avuto sufficiente coraggio per opporsi ai desiderata di Berlusconi?
Io dico solo che il Capo della Polizia si chiama Antonio Manganellii e non Giovanni Palatucci.

E secondo lei, quel è stato nella sua vicenda il ruolo del Ministro dell’Interno Roberto Maroni?
Lo stesso di quello di Ponzio Pilato nel Vangelo secondo Matteo.

Ora presenterà ricorso al Tar?
Sì, farò ricorso al Tar, ma non chiederò la sospensiva del provvedimento, come non ho fatto per le precedenti sospensioni dal servizio, per non creare situazioni di imbarazzo al capo della Polizia.

E intanto che farà?

Dopo il ricorso attenderò tempi migliori, così come li attendono tutti gli italiani onesti.

Manganelli

Fonte: Antimafia Duemila – Travaglio – Manganelli.

di Marco Travaglio – 24 febbraio 2011
Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio.

Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti.

Ieri, per esempio, il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla Polizia dopo 25 anni di onorato servizio “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”. Provvedimento firmato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Consulente informatico di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, Genchi ha fatto arrestare e condannare centinaia di mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi (ultimi della serie, Cuffaro e Dell’Utri). Non contento, ha collaborato alle indagini di Luigi De Magistris sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità di destra, centro e sinistra. Insomma ha dato fastidio alle mafie e alle cricche bipartisan che infestano il Paese. Due anni fa, Manganelli l’aveva sospeso dal servizio per aver risposto su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. E l’aveva risospeso per aver rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. Due condotte ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”.

Un anno fa terza sospensione, quella letale, preannunciata da Panorama e sollecitata da una minaccia dell’apposito Gasparri (“Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”). Motivo: Genchi, a un convegno degli amici di Grillo e al congresso Idv, ha osato criticare B. per la scandalosa strumentalizzazione dell’attentato di Tartaglia (il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni” per un dente rotto). Pensava che anche i poliziotti, per giunta in aspettativa e sospesi dal servizio, fossero liberi cittadini con libertà di parola. S’illudeva. Non sapeva che, senz’alcuna riforma, è stato reintrodotto il reato di lesa maestà. Infatti, è proprio l’offesa all’“onore e prestigio del presidente del Consiglio” che gli è costata la cacciata dalla Polizia: offesa che nemmeno B. aveva notato, visto che non l’ha mai querelato.

Ma ormai l’Italia è di sua proprietà e chi tiene alla carriera dev’essere più berlusconiano di B., sterminando gli irregolari, gli spiriti liberi, i cani sciolti che osano stonare nel coro del conformismo bipartisan. Così il capo di quella Polizia che ancora nel giugno 2010 elogiava Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”, l’ha destituito. Invece i poliziotti condannati per la mattanza e le torture al G8 di Genova 2001, per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli, per l’omicidio di Federico Aldrovandi e per vari casi di stupri e abusi restano tutti in servizio, anzi qualcuno ha fatto carriera. E l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, condannato in Appello per aver indotto il questore di Genova alla falsa testimonianza, coordina felicemente i servizi segreti. Le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni” né “l’immagine della Polizia” né tantomeno “l’onore” del premier. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: zitto e mena.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Corruzione e malasanità in aumento

Fonte: Corruzione e malasanità in aumento.

I reati di corruzione sono aumentati di oltre il 30 per cento nel 2010. E nel settore della sanità s’intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattive gestioni talvolta favorire dalle carenze del sistema dei controlli. A rilevarlo è il procuratore generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, in occasione dell’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario. L’importo del danno erariale da attività concernenti risarcimenti a terzi per errori sanitari ammonta a circa 254 milioni di euro, in gran parte concentrato nella regione Lazio, in Sicilia, in Calabria e in Lombardia. Altri consistenti importi attendono un’ulteriore verifica in Abruzzo e in Campania.

«Corruzione e frode sono patologie costituite da fenomeni delittuosi che continuano ad affliggere la pubblica amministrazione» – ha dichiarato Ristuccia. In particolare, sono stati denunciati 237 casi di corruzione, 137 di concussione e 1090 di abuso d’ufficio, che rispetto a quelli denunciati nel 2009 indicano un incremento del 30,22 per cento dei reati corruttivi. Un decremento del 14,91% si riscontra, invece, per i reati concessivi.

La Corte dei Conti punta quindi il dito contro «una situazione di cattiva amministrazione che, nonostante i progressi pur conseguiti in termini di efficienza, continua a caratterizzare in negativo l’immagine complessiva dell’apparato amministrativo, generando nel comune sentire dei cittadini, una forte attesa di contrasto ad opera degli organi a tale compito preposti dall’ordinamento». Dal canto suo il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, fa notare come «la lotta alla corruzione debba fondarsi essenzialmente su quattro pilastri: l’etica, la trasparenza attraverso l’uso dell’Ict, la semplificazione e il controllo».

Catania: non è una storia di lap dance | Claudio Fava | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Catania: non è una storia di lap dance | Claudio Fava | Il Fatto Quotidiano.

Non esiste altra città al mondo in cui tutto il potere (politico, editoriale, economico) sia concentrato in così poche mani e tasche: è così a Catania, ostaggio da molti anni del democristiano Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, e dell’editore Mario Ciancio, padrone di ogni parola che viene pubblicata sui quotidiani dell’isola.

In nessun’altra città d’occidente un’indagine per mafia a carico dei due supremi intoccabili della città, verrebbe tenuta sotto chiave per mesi dal capo della procura in attesa che il proprio pensionamento per raggiunti limiti di età lo liberi da ogni imbarazzo.

In nessun luogo del creato su una storia come questa si tace così sfacciatamente. A Catania, il padrone della politica e il rais della stampa sono accusati di essere amici di Cosa Nostra, ma continuano impunemente a governare e a pubblicare.

Lo so, non è una storia di lap dance: ma c’è più decadenza civile e morale nei silenzi di quella procura che nella camera da letto di Silvio Berlusconi.

Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere

Fonte: Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere.

La minaccia delle armi chimichei morti per le strade e le truppe di mercenari africani che si aggirano per la città. Il racconto che Diritto di Criticaha ricevuto via Skype da una ragazza libica è drammatico: “Ci stanno ammazzando tutti! Stasera siamo sicuri che finiranno di ammazzarci — esclama — I mercenari entrano nelle case e rapiscono uomini e bambini che poi vengono fatti sparireGheddafi lo sa che queste sono le sue ore finali ma vuole che tutti muoiano con lui, la sua è una vendetta contro l’intero popolo libico”. E a rischio sarebbero anche gli oleodotti: «potrebbe bombardarli».

A farle rabbia però è l’immobilismo della comunità internazionale e degli Stati Uniti: «Sebombardassero le basi militari come già hanno fatto negli anni Ottanta, sarebbe la fine di Gheddafi. In tutto — racconta — si tratta di una ventina di persone al potere, il resto del lavoro lo fanno i mercenari». Per un eventuale intervento militare, prosegue, «non vogliamo la Nato, non ci fidiamo perché andrebbe a proteggere solo gli oleodotti e il petrolio». Nel discorso di ieri, inoltre, Gheddafi ha chiesto ai suoi fedelissimi di scendere in piazza per dimostrare «ma oggi — spiega la ragazza — per strada non c’è nessuno, tutto il Paese è deserto. La gente adesso è nascosta perché teme i mercenari: non abbiamo il telefono, internet, la tv né la radio. Si deve essere fortunatissimi per riuscire a comunicare con l’esterno. I mercenari, invece, adesso entrano nelle case, uccidono la gente, prendono i nostri uomini e i bambini poi distruggono ogni evidenza: i corpi non so dove li portino ma scompaiono. Allo stesso modo cancellano le frasi scritte sui muri dai manifestanti, fidando nel fatto che oggi nessuno è sceso in strada». Glaciale il giudizio sull’Italia: “È il peggior Paese d’Europa”.

Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire

Fonte: Antimafia Duemila – Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire.

da perlapace.it – 23 febbraio 2011
Il nostro paese è il principale partner militare del regime di Gheddafi. Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono il blocco immediato della vendita di armi e ogni altra forma di collaborazione militare con la Libia.

Le armi fornite dall’Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime.
Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.
“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”
Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo “la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani”.

Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l’azione diplomatica dell’esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo – che non a caso è l’unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia. Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d’arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l’uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

Contatti:

Rete Italiana per il Disarmo – Francesco Vignarca – 328.3399267 – segreteria@disarmo.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Tavola della Pace – Ufficio Stampa: Floriana Lenti 338/4770151 stampa@perlapace.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo 075/5734830 – Fax 075/5739337

DATI DI APPROFONDIMENTO
fonte: Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo – membro di Rete Disarmo

Il valore delle esportazioni italiane di natura militare verso la Libia è in costante crescita a partire dal 2006 e si è attestato per il 2009 (dato complessivo più recente) sul valore record di 112 milioni di euro.
In sintesi, questi sono stati i più importanti affari ed accordi stipulati negli ultimi anni:

Agusta Westland, una società del Gruppo Finmeccanica, ha venduto 10 elicotteri AW109E Power tra il 2006 e il 2009, per un valore di circa 80 milioni di euro. L’azienda, inoltre, afferma di avere venduto quasi 20 elicotteri negli ultimi anni, tra cui l’aereo monorotore AW119K per le missioni mediche di emergenza e il bimotore medio AW139 per le attività di sicurezza generale.
Joint-venture: la Libyan Italian Advanced Technology Company (LIATEC), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da Agusta Westlands. LIATEC offre servizi di manutenzione e addestramento degli equipaggi dei velivoli AW119K, AW109 e AW139, tra cui servizio di assistenza tecnica, revisioni e fornitura di pezzi di ricambio.

Nel gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un’altra società del Gruppo Finmeccanica, ha firmato un accordo con la Libia per la fornitura di un ATR-42MP Surveyor, un velivolo adibito al pattugliamento marittimo. Inoltre, nel contratto, del valore di 31 milioni di euro, sono compresi l’addestramento dei piloti, degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.

Itas srl, una società di La Spezia (secondo il Servizio Studi – Dipartimento affari esteri della Camera, doc. 140-21/05/2010) cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, acquistati a partire degli anni Settanta dal governo di Tripoli. L’Otomat è un missile a lunga gittata anti-nave.

A seguito degli accordi contenuti nel Trattato di Bengasi, nel maggio 2009, la Guardia di Finanza ha proceduto alla consegna delle prime tre motovedette alla Marina libica per il pattugliamento nel Mar Mediterraneo, seguite nel febbraio 2010 da altre tre imbarcazioni (da una di queste sono state sparate raffiche di mitragliatrice contro un peschereccio italiano nel 2010).
Il gruppo Finmeccanica ha stipulato diversi accordi con società libiche: nel 2009 ha firmato un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica con la  Libyan Investment Authority e con la Libya Africa Investment Portfolio. La controllata SELEX Sistemi Integrati ha invece firmato nell’ottobre 2009 un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini.

Tratto da:
perlapace.it

Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere

Fonte: Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere.

L’analisi di Giorgio Beretta: “Il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”

MILANO – Perché l’Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non ha ancora revocato la fornitura di armi alla Libia? Una domanda a cui prova a rispondere Giorgio Beretta della Ong Unimondo, in un articolo pubblicato oggi sul sito unimondo.org (vedi lancio precedente). Secondo Beretta, il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, tra cui Agusta Westland (elicotteri, anche da guerra), Alenia Aermacchi (aerei da combattimento) e Mbda (sistemi missilistici).

Secondo le relazioni annuali della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari, citate da Unimondo, dal 2006 al 2009 le controllate di Finmeccanica in Libia hanno venduto elicotteri militari, aerei, dispositivi per l’ammodernamento di aeromobili, ricambi, servizi di addestramento e persino missili (attraverso la Mbda, partecipata al 25% da Finmeccanica, ndr), per un totale di oltre 164 milioni di euro. Non solo: la holding italiana, partecipata al 32,5% dal Ministero dell’Economia, ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority, l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%, “quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati”, spiega Beretta.

Anche le voci minori in apparenza minori, secondo Beretta, devono destare preoccupazione, come i 2,2 milioni di euro spesi in “ricambi e addestramento” per i velivoli F260W della Alenia Aermacchi, di cui la Libia possiede circa 250 esemplari. Questi aerei, “che in Europa vengono utilizzati come addestratori, in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri”, scrive Beretta, citando un articolo di Enrico Casale apparso sulla rivista Popoli. Secondo il giornalista del mensile dei Gesuiti, nel luglio 2009 Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti siglando l’impegno a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. A cominciare da un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto del valore di 300 milioni di euro che consentirà la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

“Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico -chiosa Beretta-. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il ‘rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese’ e di rifiutare le esportazione di armamenti ‘qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna’”. Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi, tra cui la Libia. Info: http://www.unimondo.org (ar)

Fonte: Redattoresociale.it

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12141&catid=39&Itemid=68

Fermiamo il massacro in Libia

Fonte: Fermiamo il massacro in Libia – liberainformazione.

C’è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo. Il profumo dei gelsomini arriva anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda di futuro.
Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane, lavoro e libertà. Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il mondo intero. Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove sembra più difficile. Oggi soffia da una regione rapinata dai colonialismi vecchi e nuovi, oppressa da dirigenti corrotti e venduti, violentata da guerre e terrorismi, troppo spesso contesa, divisa, umiliata.

Alzare la testa si può, anche quando costa immensamente caro, come il prezzo che il popolo libico sta pagando in queste ore per aver sfidato il dittatore.

Siamo tutti coinvolti da ciò che accade aldilà del mare. Le speranze e i timori, i successi e le tragedie delle sollevazioni arabe disegnano anche il nostro futuro.
Viviamo conficcati in mezzo al Mediterraneo ed è da qui che è sempre venuta gran parte della nostra storia.

Non possiamo restare in silenzio, mentre il Governo italiano tace, preoccupato solo di impedire l’arrivo di migranti sulle nostre coste, e ancora difende il colonnello Gheddafi.

Uniamo le nostre voci per chiedere la fine della repressione in Libia e in tutti gli altri paesi coinvolti dalla rivolta dei gelsomini, dallo Yemen al Bahrein fino alla lontana Cina. Per sostenere i processi democratici in Tunisia e in Egitto e lo smantellamento dei vecchi regimi.
Per rafforzare le società civili democratiche che escono da anni di clandestinità e di esilio.

Per politiche di vero dialogo tra culture e per promuovere i “diritti culturali” delle popolazioni coinvolte. Per la revisione degli accordi ineguali e ingiusti imposti dalle nostre economie ai vecchi regimi.  Per la fine delle occupazioni e delle guerre in tutta la regione. Per chiudere la stagione dei respingimenti e di esternalizzazione delle frontiere, la stagione della guerra ai migranti.

Chiediamo che ai migranti della sponda sud sia, in questo frangente eccezionale, concesso immediatamente lo status di protezione temporanea. Non possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in mezzo al mare.

Ai morti nelle piazze stanno aggiungendo in questi giorni ancora tanti, troppi, morti in mare. È arrivato il momento di dire basta! Chiediamo a tutti e tutte di firmare questo appello, di farlo girare, di farsi sentire.

Primo appuntamento a Roma, giovedì 24 febbraio, alle ore 16.00 davanti a Montecitorio.

Primi firmatari: Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego

FIRMA, FAI FIRMARE, ADERISCI, PARTECIPA
Primo appuntamento a Roma: presidio davanti a Montecitorio giovedì 24 febbraio ore 16.00

per adesioni: gelsomini2011@gmail.com

“Giornalisti spesso complici dei governi nel giustificare guerre e stragi di civili” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: “Giornalisti spesso complici dei governi nel giustificare guerre e stragi di civili” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano.

Secondo il reporter John Pilger, regista del documentario ‘The war you don’t see’, l’informazione manipolata è responsabile delle vittime dei conflitti in Iraq e Afghanistan. Sotto accusa il giornalismo embedded. “Tra i pochi a salvarsi c’è il fondatore di Wikileaks Julian Assange”

“Il cattivo giornalismo è responsabile della morte di migliaia di persone nei conflitti in Iraq e Afghanistan”, sostiene il giornalista e regista John Pilger. Nel suo ultimo documentario The war you don’t see, attraverso le interviste ai reporter dei principali network tv e ai commissari dell’Onu, Pilger dimostra quanto l’informazione sia stata manipolata da chi ha promosso i conflitti, perché interessato allo sfruttamento delle risorse naturali e non all’esportazione della democrazia. Secondo Pilger, a Baghdad ci sarebbe stato il 90% di morti in meno, se i cronisti avessero investigato su menzogne come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e non avessero accettato supini le dichiarazioni dei portavoce governativi. Ma qualcuno si salva: tra i pochi cronisti ancora ‘cani da guardia’ c’è il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di cyber-terrorismo e spionaggio per avere rivelato soprusi e violazioni perpetrati anche dalle democrazie occidentali. Cosa su cui i media mainstream, dalla Bbc al New York Times, non hanno indagato.

Pilger, inviato di guerra in Vietnam, Egitto e Biafra, in passato si è occupato delle atrocità dei Khmer Rossi in Cambogia e della violazione dei diritti umani a seguito delle sanzioni dell’Onu. Nella sua ultima inchiesta Pilger ricostruisce i meccanismi che hanno portato alla sudditanza dei 700 giornalisti embedded in Iraq i quali, per timore di perdere lavoro o di essere considerati antipatriottici, hanno accettato di osservare solo ciò che i governi, attraverso le truppe, consentivano di vedere. Il documentario mette in evidenza come i media non abbiano dato risalto alla morte di 500mila bambini sotto i 5 anni a causa dell’embargo imposto all’Iraq del 1998. E ancora: che civili e bambini sono diventati bersagli, che Obama, nonostante l’immagine pacifista, ha stanziato 7 miliardi di dollari per l’apparato militare, che il 90% dei giornalisti non embedded perde le proprie fonti ed è escluso dai circoli delle pubbliche relazioni governative.

“Le guerre moderne sono di tipo coloniale, invasioni per la conquista delle risorse”, spiega Pilger a ilfattoquotidiano.it. “E gli Stati Uniti hanno introdotto un elemento omicida nelle loro guerre. Anche una donna al mercato può essere sospettata di nascondere una bomba e così le forze armate hanno sviluppato armi destinate a colpire bersagli generici. Penso a mine antiuomo, cluster bombs e ‘daisy cutters’ contro i civili”.

Il fattore di cui parla Pilger ha determinato un vertiginoso aumento delle morti dei cittadini comuni che è esploso dal 10% nel primo conflitto mondiale per raggiungere il 70% in Vietnam fino al 90% in Iraq. Numeri da capogiro di cui anche il giornalismo è responsabile, perché ha fatto da cassa di risonanza alla propaganda dei governi spacciandola per verità. Ciò che intimorisce i governi è che abusi e falsità siano denunciati, come ha fatto Wikileaks. “Il sito di Assange”, prosegue Pilger che si è sempre schierato dalla sua parte, “rende il potere responsabile delle proprie azioni, cosa che normalmente dovrebbe fare il giornalismo. Wikileaks offre le informazioni che il servizio pubblico garantiva un tempo. Oggi i media sono diventati l’eco dell’establishment ed è per questo che Assange gode di tanta popolarità. E’ un bravo giornalista soggetto a pressioni fortissime e deve essere protetto”.

E dell’Italia che pensa Pilger? Probabilmente dei buoni ‘cani da guardia’ non avrebbero permesso che Berlusconi governasse tanto a lungo: “I media italiani mi hanno sempre sorpreso: o sono estremamente buoni, anche se in minoranza, o pessimi – osserva Pilger -. Penso in particolare alle reti tv e al controllo che lo Stato e Berlusconi sono stati in grado di esercitare”. E poi una domanda: “Perché i giornalisti non si sono rivoltati in massa, ad eccezione dei soliti impavidi?”, si chiede Pilger.

Antimafia Duemila – Il Giuri’ boccia lo spot dei nuclearisti

Fonte: Antimafia Duemila – Il Giuri’ boccia lo spot dei nuclearisti.

E’ una vittoria della ragione e della verità, e siamo ben lieti di essere stati i primi ad attaccare la menzogna degli spot pro-nucleare con un contro-spot.

Il Giurì dell’autodisciplina pubblicitaria chiede di ritirare il messaggio ingannevole dei nuclearisti. Avevamo visto giusto.
Alternativa, MegaChannelZero, Megachip.

da ecoblog.it.

Lo spot pro nucleare del Forum Nucleare italiano, quello della partita a scacchi, è ingannevole e va cessata la sua diffusione. Lo ha deciso il Giurì, ossia l’organo di controllo dello Iap (Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria). Lo spot quando fu presentato lo scorso dicembre sollevò immediate proteste rispetto al messaggio che veicolava. Furono poi prodotte da molte associazioni ambientaliste una serie di spoof o contro-spot contro le menzogne del nucleare.

Per ora non sono state ancora depositate le motivazioni, si conosce però che il messaggio contestato è:

E tu sei a favore o contro l’energia nucleare o non hai ancora una posizione? – http://www.forumnucleare.it

In base all’Art.2 (Comunicazione commerciale ingannevole) del Codice di autodisciplina, il Giurì ne ha ordinato la cessazione.

Fonte: ecoblog.it

Tratto da: megachip.info

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IL LABORATORIO POLITICO


La prima lettera-manifesto del Gennaio 2010. Una ”centuria” di volontari per ”Alternativa” di Giulietto Chiesa

Prima Assemblea Nazionale di Alternativa. Relazione introduttiva al dibattito
di Giulietto Chiesa

Lettera-appello di Giulietto Chiesa: Cinque ”centurie” di volontari per l’Alternativa
di Giulietto Chiesa

Il laboratorio politico di Alternativa: Stato dell’arte n° 3 di Giulietto Chiesa

Berlusconi per salvarsi aiuta le cosche

Fonte: Berlusconi per salvarsi aiuta le cosche.

«Dopo il Rubygate è partita un’offensiva senza precedenti contro la magistratura. E il nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un grande regalo a Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo

Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l’inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L’inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? “L’Espresso” ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell’Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l’ultimo da rimuovere nella pretesa dell’esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario lei, come presidente dell’Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe…
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto – il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l’adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni…
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia – dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all’informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l’opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l’efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività…
«L’approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell’intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato…
«L’analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C’è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l’isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».

Voi magistrati “esternate” troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste…
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o – ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell’Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell’assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall’esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E’ il nostro, ulteriore contributo, per difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».

Umberto Lucentini

Da: espresso.repubblica.it

LA LOTTA DI CLASSE SOTTO ALTRO NOME

Fonte: ComeDonChisciotte – LA LOTTA DI CLASSE SOTTO ALTRO NOME.

DI VICENÇ NAVARRO
Público

Stiamo vivendo la valanga conservatrice-neoliberale guidata dal cancelliere Angela Merkel, che propone la realizzazione di riforme nell’eurozona, indirizzate a migliorare la competitività dei paesi che la compongono, sulla base di una riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori. Con tale atteggiamento si presuppone che la competitività dipenda soprattutto dai salari, in modo che la loro variazione al ribasso produrrà un aumento al rialzo della competitività, permettendo una discesa dei prezzi che renderà i prodotti più economici e quindi ne aumenterà la competitività. A supporto della sua teoria, Merkel parla della Germania, la cui alta competitività si basa, secondo il cancelliere, nella “moderazione salariale”, parole utilizzate nel discorso neoliberale per definire un processo nel quale i salari vengono congelati o diminuiscono, mentre la produttività aumenta.

Il problema di tale teoria è che i dati non supportano questa tesi. Come ha documentato molto bene Ronald Janssen nel suo articolo European Economic Governance: The Next Big Hold Up On Wages, nella nota rivista Social Europe Journal (02-03-2001), la famosa competitività tedesca ha poco a che vedere con il livello dei salari, con la loro moderazione o con i prezzi dei prodotti che la Germania esporta. Il successo delle esportazioni tedesche non si basa sui loro prezzi, cosi come è stato documentato proprio dalla Commissione Europea in un rapporto del 2010 che arrivò alla conclusione che la crescita delle esportazioni tedesche durante il periodo 1998-2008 (una crescita annua del 7,3%) è dovuta sostanzialmente alla crescita dei mercati importatori.

Solo uno 0,3 % è dovuto al cambio dei prezzi dei prodotti esportati. Il miracolo esportatore tedesco si deve, principalmente, all’enorme crescita delle importazioni dei prodotti tedeschi soprattutto da parte delle economie emergenti. Si tratta di prodotti come attrezzature tecnologiche di Telecom, infrastrutture per i trasporti ed altri. Il successo delle esportazioni è da attribuire perciò al know how piuttosto che ai prezzi dei prodotti. Studi econometrici realizzati in Germania hanno dimostrato che una riduzione del 10% sul prezzo del prodotto, ne aumenterebbe l’esportazione solo di un 4%. Da questi ed altri dati si deduce che la moderazione salariale che ha avuto luogo durante questo periodo in Germania non serviva per ridurre i prezzi (che non si sono ridotti) bensì ad aumentare i profitti aziendali, che hanno raggiunto livelli senza precedenti. La percentuale dei profitti del settore aziendale della manifattura e di altri settori esportatori è aumentata di un 36% sul valore aggiunto lordo nel 2004, e di un 48% nel 2008. Intanto, i salari, rimangano invariati.

Ed è questa la ragione del ragionamento conservatore-neoliberale. L’obiettivo non è la difesa dell’economia o della competitività, ma gli interessi delle grandi imprese (banche incluse, naturalmente), a spese dei lavoratori. E’ quello che prima si chiamava lotta di classe, che adesso viene nascosto sotto il panegirico della competitività. E questo è il modello che il cancelliere Merkel e il suo partito (che appartiene alla stessa famiglia politica del Partito Popolare in Spagna, o del Popolo delle Libertà in Italia[1]) vuole introdurre nella UE. Questi interessi aziendali e finanziari sono gli stessi che si stanno promuovendo con le stesse ragioni in Spagna, premendo per una riduzione dei salari. Vogliano abbassare i salari per aumentare i profitti, difendendo la loro tesi con l’idea che una riduzione dei salari aumenterebbe le esportazioni, aiutando l’economia. Pero le esportazioni in Spagna continuano ad aumentare, cosi come è cresciuta la produttività e sono aumentati i salari in maniera simile, in proporzione, in Germania, come ha sottolineato Mark Weisbrot nel suo articolo Spain’s Trouble are Tied to Eurozone Policies, su The Guardian (29-01-2001). In realtà, come in Germania, la variabilità dei prezzi non è determinante sulla misura delle esportazioni spagnole. Anche in Spagna, come in Germania, la chiave è la domanda dei paesi importatori. Ridurre i salari in Spagna con il fine di influire sulla competitività richiederà un sostanziale taglio dei salari perché si notino gli effetti. E questi tagli influiranno negativamente sulla domanda interna.

Ed è questo il punto cruciale della questione in Spagna e nella UE. Le loro esportazioni non dipendono tanto dal prezzo dei loro prodotti quanto alla loro domanda, che dipende, a sua volta, dalla crescita del mercato interno e importatore, che comprende per lo più i paesi dell’eurozona. Le esportazioni spagnole si basano su prodotti di alta e media tecnologia (prodotti lavorati), come in Germania, e su prodotti agricoli, della pesca e artigianato di bassa e media tecnologia, la cui esportazione e consumo dipende più dalla qualità che dal prezzo. Il fattore più determinante delle esportazioni spagnole è la crescita del potere d’acquisto dei paesi importatori, come la Germania (che dipende dal livello dei loro salari). Quindi la riduzione dei salari in Germania, cosi come in Spagna (e in altri paesi dell’eurozona) va necessariamente contro l’aumento del commercio, abbattendo la domanda sia domestica che esterna, ritardando notevolmente la capacità di recupero delle economie europee.

Ciò che sta succedendo nell’eurozona è che gli interessi finanziari e delle grandi aziende stanno utilizzando la crisi, che loro stessi hanno creato, per ottenere ciò che sempre hanno voluto: la riduzione fino all’eliminazione dei diritti sociali, del lavoro e politici delle classi popolari in generale, e della classe operaia in particolare. E di questo bisogna informare la popolazione.

[1] Credo sia necessario fare il paragone con l’Italia, visto che i lettori ne riconoscono più rapidamente le caratteristiche principali

Titolo originale: “Lucha de clases bajo otro nombre”

Fonte: http://www.publico.es/
Link
10.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTO CERQUETANI

Fonti dell’Aja: “In Libia 10mila morti” Ue: “In fuga 1,5 milioni di persone” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Basta con Gheddafi e basta con il suo complice italiano!

Fonte: Fonti dell’Aja: “In Libia 10mila morti” Ue: “In fuga 1,5 milioni di persone” | Il Fatto Quotidiano.

Secondo un membro della Corte penale internazionale, diverse migliaia di vittime sono state seppelliti in fosse comuni mentre i morti sono 50mila. Intanto Gheddafi ha perso la Cirenaica e l’agenzia europea Frontex prevede tra 500mila e 1,5 milioni di immigrati in arrivo

La repressione in Libia ha già causato 10mila morti, almeno secondo quanto un membro della Corte penale internazionale dell’Aja ha riferito alla tv al-Arabiya. E secondo l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere Frontex, dal Nordafrica potrebbero fuggire in Europa addirittura 1,5 milioni di persone. Queste le conseguenza delle rivolte che stanno sconvolgendo la Libia.

A denunciare l’elevato numero di vittime è stato oggi Sayed al Shanuka, componente libico e presidente della Commissione Giustizia e Sviluppo della Corte dell’Aja: “A Tripoli ci sono fosse comuni con 10 mila morti“, ha dichiarato, parlando anche di 50mila feriti in tutto il paese da quando è partita la rivolta. Diverse fosse comuni scavate a Tripoli sono state mostrate da un video amatoriale trasmesso da Onedayonearth. Il filmato mostra una spiaggia della capitale dove molti uomini sono intenti a costruire un cimitero di grandi dimensioni. In un altro video del quotidiano inglese Telegraph, sono state mostrate le operazioni di scavo di altre fosse comuni. Testimoni riferiscono poi attraverso internet che molti cecchini stanno sparando contro qualsiasi persona si trovino davanti: “Non si può aprire una finestra né la porta. I cecchini sparano alla gente, siamo sotto assedio”. Intanto le strade e le piazze delle città libiche, dopo una notte e una mattinata tranquille, hanno ricominciato a riempirsi di manifestanti che gridano contro il regime di Gheddafi.

Il Raìs controlla ancora Tripoli, ma ormai ha perso Zauia, Zentan, la Cirenaica e l’est del paese. Gheddafi oggi ha pianificato di bombardare alcuni pozzi di petrolio, ma il pilota a cui è stato dato l’ordine si è rifiutato di eseguirlo. Lo afferma il capo della brigata di sicurezza di Tobruk, che si è unito ai manifestanti, secondo quanto riferisce la televisione satellitare al-Arabiya. Da Bengasi si è poi avuta notizia di un caccia-bombardiere Sukhoi-22 dell’Aeronautica Militare libica che si è schiantato al suolo nei pressi della città. Pilota e co-pilota lo hanno abbandonato e si sono paracadutati al suolo pur di non obbedire all’ordine di attaccare la città, in mano ai rivoltosi: lo riferisce sul proprio sito online il quotidiano filo-governativo Quryna, che cita un anonimo colonnello in servizio presso una base aerea della zona.

Le conseguenze degli scontri in Libia saranno duraturi. Secondo l’agenzia europea Frontex, le rivolte nel Nordafrica potrebbero spingere in Europa tra 500.000 e 1,5 milioni di immigrati che “si dirigeranno principalmente in Italia, Malta e Grecia”. E’ quanto riferiscono fonti di Bruxelles secondo cui “si tratta di persone di origine subsahariana che lavorano in Libia e Nordafrica”.

Intanto la rappresentante per la politica estera dell’Ue Catherine Ashton ha annunciato che “l’Unione europea ha deciso di sospendere i negoziati con la Libia per l’Accordo quadro ed è pronta a prendere ulteriori misure”. La Ashton nella nota accoglie “la dichiarazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu di ieri che chiede al governo della Libia di rispettare la responsabilità di proteggere il suo popolo chiedendo alle autorità libiche di rispettare i diritti umani e la legge internazionale”. Inoltre, secondo l’Alta rappresentante, “l’Ue è pronta a dare aiuti umanitari se è necessario”.