Archivi del mese: febbraio 2011

YouTube – Giulietto Chiesa sulla crisi Libica

YouTube – Giulietto Chiesa sulla crisi Libica.

I veleni di Taranto

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I veleni di Taranto.

Taranto è una città a rischio estinzione. Un luogo benedetto da Dio e stramaledetto dagli uomini. Si respirano diossina e benzopirene in quantità industriali e i tumori sono ormai la norma. Il solito ricatto “lavoro o salute“, come se le due cose fossero inconciliabili e non si potesse lavorare senza inquinare l’ambiente e uccidere le persone. A Taranto oltre all’Ilva ci sono due inceneritori, uno, come sempre, della Marcegaglia. Per non farsi mancare nulla ieri sono stati sequestrate 27 tonnellate di rifiuti ferrosi radioattivi con tasso elevato di cobalto 60 destinati all’Ilva per produzione dell’acciaio.

Intervista a Federico Catucci organizer degli Amici di Beppe Grillo di Taranto.
Vi vorrei parlare della mia meravigliosa città, che è stata la capitale della Magna Grecia e che ha chiuso con un dissesto di circa 637 milioni di Euro nel 2008.
Se guardate Taranto attraverso Google Maps noterete che è un cratere nero, scomparso, c’è la polvere di carbone, la polvere di ferro che ci sommerge da cinque decadi, da quando hanno deciso che in questo luogo bellissimo con due mari, questo luogo incredibile doveva essere sede della più grande acciaieria d’Europa. In più c’è l’Eni che è un petrolchimico, Cementir… tutta una serie di aziende pesanti che si trovano a meno di 100 metri, tutto questo potete immaginare quanto sia benefico per la salute.

Taranto è un cratere nero (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Taranto, visto che si trova in questa situazione per la sanità e l’ambiente, nel 1986 è stata dichiarata a elevato rischio ambientale. Nel 1998 è stato approvato un piano per il disinquinamento del territorio della Provincia e il risanamento dello stesso territorio, tuttavia è rimasto e rimane sulla carta, nonostante gli impegni, nonostante la nostra azione di protesta e di proposta, seguite da una serie di promesse da parte della parte industriale, della politica e dei sindacati, una a una vanificate e sembrano molto intraprendere lo spirito dell’attesa, però noi non abbiamo tempo.
Gli ultimi dati che si riferiscono alle morti per neoplasie su Taranto e provincia indicano 1.200 morti all’anno, stiamo parlando però di un rilievo numerico del 2003, da allora non abbiamo un registro tumori, molto probabilmente perché la gente si renderebbe conto di quale problema viviamo. Non esistono delle mappe epidemiologiche che ci darebbero chiaramente il nesso causale tra la presenza di un’industria così attaccata alla città e le conseguenti malattie mortali. Sarebbero anche da verificare i collegamenti con la presenza di inquinanti e le malattie cardiocircolatorie. Questo è lo stato dell’arte, determinato principalmente da un’acciaieria, l’Ilva, è la più grande acciaieria d’Europa. Per sua stessa dichiarazione, ci sono dei registri europei dove devono essere indicati i valori di inquinamento da parte delle varie attività, si chiama Inef Eper la stessa industria ha dichiarato di emettere il 92% di tutta la diossina prodotta in Italia industrialmente e a livello europeo rappresenta l’8,8%.

Mezzo secolo di diossine (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Sono 50 anni che vengono emessi quantità di diossina, la Regione sotto l’insistenza da parte dei cittadini tarantini ha creato una legge farlocca promettendo di far abbassare i valori di inquinamento da diossina a livelli delle norme europee, ma in realtà, siccome la legge è stata realizzata per perdere tempo e hanno legiferato in materia ambientale, c’è stata da parte del governo l’eccezione di competenza e sono state svuotate completamente la legge e i suoi valori.
L’ultima rilevazione ancora in piedi scadeva il 31 dicembre 2010. Doveva esserci un rilievo in continuo delle emissioni, tenute sotto controllo entro 0,4 nanogrammi al metro cubo, tuttavia le misurazioni avvengono su richiesta da parte dell’ente regionale della protezione ambientale, l’Arpa e si fanno durante le ore giornaliere. Durante la notte, e in casi particolari, anche durante il giorno, i fumi contenenti diossina non sono pochi. Nei dintorni della città abbiamo anche due inceneritori: uno della Marcegaglia e uno del Comune di Taranto che ha fatto di tutto per accenderlo dopo che l’inceneritore che era fermo da un decennio in previsione della raccolta differenziata. La raccolta non è mai stata attuata, quella differenziata porta a porta.
Abbiamo il mare e l’aria inquinati, ma anche il cibo. Infatti, nei 20 chilometri di raggio dalla zona industriale di Taranto, è fatto divieto di pascolo per prevenire nuove mattanze. Nei mesi scorsi e di recente, migliaia di capi di pecore e capre sono stati abbattuti per i livelli di diossina contenuti nelle loro carni, ma noi siamo qui da decenni, quando saremo da abbattere?
La classe politica locale e regionale ha risposto in una maniera inadeguata. Il sindaco, che tra l’altro è medico, ha fatto realizzare nuovi parcheggi e dei rondò in maniera tale che si diminuisse, l’inquinamento prodotto dalle automobili. Piste ciclabili e mezzi pubblici in gran numero, comunque elettrici o di altro tipo, non sono stati neanche considerati. Inoltre il sindaco potrebbe emettere delle ordinanze secondo un Decreto Legislativo del 2000, il N. 267 che è all’Art. 50 comma 5, che dice che in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco. Il nostro sindaco è un medico, non ha fatto niente di tutto questo e manda lettere a “Sua Governatorità“, il Presidente della Regione, il quale ha realizzato prima la legge farlocca antidiossina che è andata per tutti bene, destra, centro e sinistra e poi adesso sta presentando una nuova legge su un altro valore di inquinante. Esistono altri inquinanti oltre alla diossina, abbiamo il benzopirene che è classificato come tossico di classe A, o classe 1, vuol dire che è automaticamente cancerogeno, i valori che la legge accetta come ancora legali sono rappresentati da 0,1 nanogrammi per metro cubo all’anno.

Il referendum scomparso (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Nonostante il desiderio da parte della politica di mantenere lo status quo perché è di interesse per scaldare le loro poltrone, i cittadini organizzati in vari comitati, hanno richiesto tantissimi interventi. Uno dei più importanti è il referendum per la chiusura della zona più inquinante di questo colosso acciaieria, Ilva, oppure della chiusura totale, perché siamo dell’opinione che se c’è un problema di questo livello non possiamo sperare in ambientalizzazionie riduzioni degli inquinanti, perché siamo comunque dentro l’Ilva, siamo a 100 metri da questa zona. Il referendum è il risultato di una battaglia di due anni legale nei confronti del Comune che non realizzava un regolamento di eccezione dello stesso referendum. Adesso è stato bloccato al Tar dopo che avevamo raggiunto l’obiettivo di una data, abbiamo raccolto 4 mila firme per ogni quesito. C’è stato un ricorso al Tar da parte della C.G.I.L., della C.I.S.L., della Confindustria e dell’Ilva e tutti quanti a braccetto ci hanno bloccato sostenendo che abbiamo agito nella raccolta delle firme in maniera illecita. Non ci fermeremo qui, ci sarà un ricorso al Consiglio di Stato ma comunque faremo da capo una raccolta firme. Ovviamente i cittadini non si possono esprimere, non si devono esprimere e questo è un altro dei modi per far passare il tempo, tanto poi è la nostra salute che peggiora, come se questi politici non ne facessero parte della Città di Taranto, non ci demoralizziamo, andiamo avanti in questa maniera, vogliamo la cosa migliore per Taranto, vogliamo un futuro in questa città tenendo conto che tantissimi cittadini ogni anno vanno via sia per lavoro che per trovare un futuro migliore, la salute, vogliamo liberamente respirare e far crescere i nostri figli senza inquinanti e veleni, una città a Cinque Stelle sarebbe una delle migliori cose!”

”A Salto di Quirra cassette d’uranio”

Fonte: Antimafia Duemila – ”A Salto di Quirra cassette d’uranio”.

Svolta nell’inchiesta della Procura di Lanusei dopo i vari casi di tumore e malformazioni in persone e animali.

MILANO – Ormai non ci sono più dubbi: nel Poligono Interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) c’è l’uranio. La svolta nell’inchiesta – aperta a metà gennaio dalla Procura di Lanusei per fare chiarezza sui numerosi casi di linfoma di Hodgking che hanno colpito la popolazione e alcune malformazioni negli animali – è arrivata sabato, al termine delle ispezioni ordinate dal procuratore Domenico Fiordalisi in due magazzini nella base e a Capo San Lorenzo, dopo che la pioggia aveva fatto affiorare dal terreno parti di missili e di radiobersagli.

CINQUE CASSETTE – Sono state sequestrate cinque cassette metalliche dove i rilevatori hanno registrato valori di radioattività cinque volte superiori alla norma e l’intero deposito dove erano custodite. Sono stati portati via anche tutti i documenti (disposizioni interne, ordini di servizio, turni di lavoro, regolamento dei magazzini) con i quali si potranno accertare responsabilità, soprattutto sul fatto che sia all’ingresso del magazzino, sia sopra le casse, non erano stati posti i segnali necessari a distinguere la presenza di materiale radioattivo. Sabato mattina una squadra di poliziotti e vigili del fuoco specializzati, accompagnati dalla dottoressa Maria Antonietta Gatti (responsabile del Laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia) e dal fisico nucleare professor Paolo Randaccio hanno fatto un sopralluogo nella base militare facendo la scoperta che forse apre definitivamente uno squarcio sull’intera vicenda. Il materiale è ora nel bunker dell’Università di Cagliari.

ORDIGNI IN MARE – Da un primo esame, il materiale potrebbe essere stato usato dall’Aeronautica tedesca durante esercitazioni effettuate negli anni ’60-’70 e poi interrato dopo la bonifica, ma spetta ora agli specialisti analizzare più approfonditamente i reperti. Due settimane fa il procuratore Fiordalisi aveva ordinato il sequestro probatorio dei fondali marini davanti all’area di addestramento marino del Salto di Quirra. Sul fondale i subacquei avevano individuato numerosi ordigni a pochi metri di profondità. L’inchiesta è stata avviata per accertare se vi siano relazioni fra le esercitazioni militari effettuate nella zona e i casi di tumore e malformazioni.

DUE MILITARI – I controlli nei due magazzini sarebbero stati decisi dopo le deposizioni testimoniali di due militari, un siciliano e un campano, che hanno lavorato per due anni al Pisq, con mansioni di magazzinieri nei depositi dei materiali speciali. I due si ammalarono di linfoma non Hodgkin quando erano ancora in servizio. Sottoposti a chemioterapia, erano rientrati in servizio ma sono stati riformati dopo una recidiva delle malattia. I due ex militari avrebbero segnalato agli inquirenti anche i nomi di altri colleghi colpiti dalla stessa malattia dopo il servizio al Pisq.

«SI SPARA ANCORA» – Secondo Indipendentzia Repubrica de Sardigna, nonostante gli appelli a sospendere ogni attività per consentire lo svolgimento dell’inchiesta, nel poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra, si continua a sparare. Il movimento indipendentista sostiene di aver ricevuto allarmate segnalazioni dagli abitanti della zona di Quirra su numerosi tiri effettuati martedì 22 febbraio da un grosso cannone navale dal porto a mare di San Lorenzo. Anche nei giorni successivi sarebbe proseguita l’attività di sperimentazione, secondo gli indipendentisti condotta dall’Oto Melara, leader mondiale nella produzione delle artiglierie navali e veicoli blindati, munizioni guidate e sistemi antiaerei.

Tratto da:
corriere.it

Sardegna colonia d’Italia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Sardegna colonia d’Italia.

La Sardegna è una colonia italiana, come la Somalia o l’Eritrea di una volta. La parola “colonia” significa: “Comunità costruita per l’occupazione e lo sfruttamento di un territorio d’oltremare, per lo più fornita di una più o meno evidente autonomia rispetto alla patria di origine“. E’ la fotografia della Sardegna. Il neocolonialismo italiano ha distrutto il territorio con la cementificazione delle coste (il lavoro non è ancora terminato, Marcegaglia e Benetton sono impegnati nel paradiso della Costa Verde), la pastorizia con l’introduzione di pecore dall’Est Europa in seguito naturalizzate sarde, il suo bellissimo mare, circondandola di impianti petroliferi da nord (E.On) a sud (Saras di Moratti) e con lo sversamento di decine di migliaia di metri cubi di petrolio. Le ribellioni vengono stroncate sul nascere, come da tradizione nelle colonie. E’ avvenuto a Cagliari e a Porto Torres con l’intervento delle forze occupanti. Gli indigeni, quando cercano ascolto nell’opinione pubblica del Continente, sono recintati come bestie e manganellati il giusto come a Civitavecchia. La Sardegna, alla stregua di ogni colonia o protettorato che si rispetti, ha un governatore indigeno collaborazionista, Cappellacci, che esegue gli ordini dell’occupante. La colonia è luogo di svago per i suoi padroni italiani, è consuetudine che vi costruiscano ville faraoniche in cui soggiornano con le loro favorite e invitino importanti ospiti stranieri. Il segreto del successo dell’occupazione italiana risiede nella negazione dell’occupazione stessa. L’Italia porta lavoro e in cambio non chiede nulla. Solo l’anima sarda e il futuro di questa straordinaria gemma del Mediterraneo. Forza Paris!

Intervista a Stefano Deliperi da Porto Torres, Sardegna
Sono Stefano Deliperi, responsabile dell’Associazione ecologista Gruppo Intervento Giuridico, una Onlus che si occupa di difendere l’ambiente utilizzando lo strumento del diritto. Utilizziamo leggi, norme per difendere i valori ambientali del territorio, operiamo ormai in tutta Italia. Abbiamo iniziato dalla Sardegna ma stiamo lavorando un po’ dappertutto.

Il disastro ambientale di Porto Torres
A noi si rivolgono soprattutto cittadini, comitati locali, altre associazioni ambientaliste, molte volte anche amministrazioni pubbliche che chiedono aiuto per affrontare i problemi ambientali.
La dinamica dell’incidente, per quello che è stato possibile capire, è stata di una banalità estrema.Il rifornimento degli impianti di produzione dell’energia elettrica della E-On avviene tramite il porto industriale di Porto Torres, arrivano le petroliere nel molo dove c’è il collegamento diretto tramite tubi con gli impianti petroliferi. Lì sversano il combustibile, conseguentemente c’è una serie di strutture di sicurezza per evitare che avvengano questi sversamenti in mare. Qualche cosa non è andato per il verso giusto, i pannelli galleggianti sono stati posti, ma sono stati posti male e lo sversamento del petrolio è avvenuto dal tubo di collegamento e nessuno sul momento se ne è accorto. Quando è scattato l’allarme la vicenda era già accaduta e purtroppo forse 50 mila, 60 mila, i dati precisi non sono stati forniti, metri cubi di petrolio erano finiti direttamente in mare. Qualcosa non ha funzionato nel momento del rifornimento.
Questo significa che i sistemi di sicurezza non erano ben calibrati, ma soprattutto quello che lascia profonda amarezza è il fatto che per tanto tempo, per molte ore dopo l’incidente non sia stato fatto assolutamente nulla, non è accaduto assolutamente niente. Il combustibile ha potuto essere portato in lungo e in largo per il Golfo dell’Asinara dalle correnti.
La vicenda che si è presentata davanti ai nostri occhi è stata veramente drammatica, uno sversamento di un quantitativo di combustibile molto ingente, ancora non siamo riusciti a distanza di oltre un mese e mezzo a sapere quanto è stato effettivamente il sversato in mare. È accaduto a Porto Torres sulla costa nord della Sardegna nel Golfo dell’Asinara, una delle zone più importanti sotto il profilo naturalistico in tutto il Mediterraneo, lo sversamento è accaduto durante il rifornimento degli impianti di produzione di energia elettrica della ditta E-On, una multinazionale dell’energia. È accaduto l’11 gennaio e con le correnti marine il combustibile è andato lungo le coste del Golfo dell’Asinara, da una parte è arrivato fino a Santa Teresa di Gallura, a Capo Testa, dall’altra fino a Stintino, fino alla famosa spiaggia de La Pelosa. Come associazione ecologista fin da subito ci siamo impegnati, anche raccogliendo le varie segnalazioni che arrivavano un po’ da tutte le parti del nord Sardegna, nel chiedere che cosa avevano fatto le amministrazioni pubbliche competenti, a iniziare dal Ministero dell’ambiente per arrivare ai Comuni territorialmente interessati (da Stintino, a Santa Teresa, Sorso, Porto Torres, Sassari, la Provincia di Sassari, la Regione Autonoma della Sardegna). Quali provvedimenti avevano preso per raggiungere da un lato il disinquinamento, ma dall’altro il ripristino ambientale e il risarcimento dei danni, anche perché l’immagine di una costa coperta di olio combustibile va in danno dell’economia turistica.

Il minimalismo della Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente
Ora a distanza di settimane non abbiamo avuto una risposta definitiva, le azioni di ripristino previste dal Codice dell’ambiente e le azioni risarcitorie previste dal Codice dell’ambiente hanno competenze ben precise, dal Ministero dell’ambiente a tutti gli enti territoriali. Abbiamo invece visto tanti volontari impegnarsi per la raccolta, dove possibile, dei grumi di catrame, abbiamo visto anche le squadre, senza alcuna specializzazione però, inviate dalla multinazionale E-On e molta buona volontà, ma una grande disorganizzazione. È vero, da una parte il petrolio è stato in buona parte raccolto, portato via, portato via anche insieme alla sabbia nelle spiagge e quindi con un danno ambientale immediatamente percepibile, però da un altro canto noi non sappiamo quali sono gli effetti negativi sia sull’ambiente marino che su quello costiero. Ricordiamo che davanti alla costa oltraggiata dallo sversamento di combustibile c’è il Parco Nazionale dell’Asinara, una delle perle ambientali della Sardegna, dell’Italia e di tutto il Mediterraneo. Abbiamo effettuato una serie di richieste di informazioni, di interventi proprio per quanto riguarda le azioni ripristinatorie e le azioni di risarcimento danni però ancora risposte non ne sono arrivate, anzi il ministro dell’Ambiente, la Prestigiacomo, in Parlamento quando ha risposto a alcune interrogazioni orali sulla vicenda ha cercato un po’ di minimizzare, ha detto: “No, non si tratta di un vero e proprio danno ambientale, sì è stata una cosa certamente negativa ma dai dati che abbiamo non si tratta di un vero e proprio danno ambientale”. Peccato che questi dati non li abbia resi pubblici di fatto.
Ora noi continuiamo a insistere, se non ci saranno risposte provvederemo con l’interessamento della magistratura proprio perché queste cose non solo non devono capitare, ma quando purtroppo capitano i danni devono essere da un lato contenuti e da un altro lato compiutamente risarciti. L’ambiente non deve essere visto come al solito come una merce di scambio, in questo caso in balia di imprese che producono energia, che producono reddito. Le amministrazioni pubbliche devono difendere gli interessi della collettività e se non ci pensano allora dovranno essere i cittadini, in questo caso riuniti in comitati o in associazioni come la nostra, come Il Gruppo di Intervento Giuridico. Un aspetto importante da sottolineare che gli impianti della multinazionale E.On sono certificati sul piano ambientale, sono certificati con le norme Iso di sicurezza ambientale e questo ha dimostrato che invece sicurezza in realtà non ce ne erano, non era rispettata. Questi, tra virgolette difetti nei sistemi di sicurezza non ci sarebbero dovuti essere: quindi anche le certificazioni ambientali non ci danno assolutamente sicurezza.

Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca. “Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”

Fonte: Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca. “Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”.

Al processo contro Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca era diventato addirittura un cavallo di battaglia della difesa. Aveva detto di non sapere nulla del braccio destro di Silvio Berlusconi e dei suoi rapporti con Cosa nostra. Per questo i giudici l’avevano bollato come «ambiguo» e «reticente». Da qualche settimana, l’ex padrino di Cosa nostra sembra aver cambiato idea. E radicalmente. Ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato ha detto: “Dopo il delitto di Salvo Lima e prima della strage di Capaci, Riina mi confidò: il posto di Salvo Lima l’hanno preso Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino“. Sarebbero stati loro i nuovi referenti di Cosa nostra per la trattativa a suon di bombe che Riina voleva portare avanti.

Brusca l’ha confessato dopo un lungo e drammatico interrogatorio, in cui è scoppiato anche in lacrime. I magistrati di Palermo l’avevano convocato nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, per non avere mai parlato di 188 mila euro in contanti e di alcuni appartamenti intestati a prestanome. Di questi beni i magistrati hanno saputo fra giugno e settembre scorso, grazie ad alcune indagini dei carabinieri di Monreale e alle microspie piazzate nell’abitazione dove ogni tanto il pentito andava in permesso premio. Le microspie avrebbero svelato anche le verità che Brusca non ha mai detto su Marcello Dell’Utri e la trattativa. Il pentito è crollato davanti a quelle intercettazioni che il procuratore aggiunto Ingroia e i sostituti Di Matteo, Guido e Sava gli hanno contestato. E a 15 anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, ha deciso di affrontare il capitolo più delicato, quello dei rapporti fra mafia e Stato.
Nei giorni scorsi, anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, l’aggiunto Domenico Gozzo e il sostituto Nico Marino,  che indagano sulle stragi del 1992, hanno interrogato Brusca. E adesso, all’improvviso, sembra aprirsi un nuovo scenario nell’inchiesta sulla trattativa e forse anche nelle indagini che cercano di fare luce sui mandanti occulti della stragi Falcone e Borsellino. Per i magistrati di Palermo, le parole di Giovanni Brusca costituiscono un riscontro alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che al processo contro il generale Mario Mori ha tirato in ballo Dell’Utri come il “protagonista” della trattativa dopo l’arresto del padre Vito, nel 1993: “Mio padre me l’ha confidato”, ha detto Ciancimino junior. Ma era rimasta una dichiarazione senza apparenti riscontri. Anzi, sembrava proprio smentita dalla sentenza della corte d’appello che ha condannato Dell’Utri per i suoi rapporti con Cosa nostra fino al 1992. Per il periodo successivo, l’accusa è caduta.

Adesso Brusca riapre il caso. E le nuove dichiarazioni potrebbero avere anche ripercussioni nel processo al generale Mori, chiamato in causa dalla Procura per aver gestito con Ciancimino la prima parte della trattativa fra mafia e Stato, nel 1992. Per i magistrati di Caltanissetta, le parole di Brusca sono un ulteriore conferma all’esistenza della trattativa fra le stragi di Capaci e via D’Amelio, che Borsellino avrebbe scoperto.


Salvo Palazzolo
(26 febbraio 2011)

da Repubblica.it

L’Italia e’ il principale partner militare di Gheddafi

Fonte: Antimafia Duemila – L’Italia e’ il principale partner militare di Gheddafi.

di Rete Disarmo e Tavola della Pace – 24 febbraio 2011
Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: è ora di intervenire.

Le armi fornite dall’Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime. Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.

“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”

Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo “la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani”.

Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l’azione diplomatica dell’esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo – che non a caso è l’unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia.

Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d’arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l’uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

Tratto da:
liberainformazione.org

Non si puo’ morire per l’Afghanistan

Fonte: Non si puo’ morire per l’Afghanistan – Antimafia Duemila – Bocca – L’antitaliano.

Non si puo’ morire per l’Afghanistan
di Giorgio Bocca – 25 febbraio 2011
È già difficile credere che sia bello e onorevole immolarsi per la patria quando la patria è in pericolo, ancora meno accettare che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. Perché partecipiamo alla guerra in Afghanistan? Perché i nostri soldati vanno a morire in quelle desolate terre, perché le autorità recitano il rituale cordoglio con cerimonia funebre e pianto dei parenti? Perché la guerra continua a essere necessaria alla politica internazionale e interna?

Perché l’umanità non si è ancora liberata della voglia ancestrale di sangue fraterno? Senza ripetere che la guerra c’è per i buoni affari dei fabbricanti di armi?
Una risposta suggerita dalla storia recente è: la guerra permane come prova di nuove guerre, nuove armi, di nuove strategie, come la guerra di Spagna fu il banco di prova della Seconda guerra mondiale. Hitler e i nazisti vi fecero la prova dei bombardieri verticali, gli Stuka, e della guerra lampo delle divisioni corazzate che superavano la vecchia guerra di trincea, la prova della guerra totale che distrusse Coventry. Oggi in Afghanistan l’arsenale americano prova le sue nuove armi, come gli aerei senza piloti o i missili che colpiscono con una precisione assoluta dopo voli di migliaia di chilometri, e anche il resto come le torture psicologiche dello spionaggio totale.
La seconda ragione è quella dei buoni affari dei mercanti di cannoni. La guerra giustifica e nobilita ogni decisione del potere economico, le cerimonie funebri in cui i capi di Stato posano le mani sulle bare dei caduti vogliono affermare la sacralità della guerra, anche di quella fatta per avere più potere.
C’è anche, s’intende, il motivo politico. La guerra è sempre dalla parte della conservazione del potere da parte dei padroni, i Berlusconi di tutti i regimi riaffermano regolarmente che la guerra è necessaria e provvidenziale anche se razionalmente nessuno può spiegare il perché. Devono esserci anche ragioni di spettacolo, di modo di recitare: l’ultimo caduto in Afghanistan, un alpino sardo, è stato ucciso in modo mafioso, impensabile nelle guerre risorgimentali, da un soldato afghano in divisa che si è avvicinato con la scusa di chiedere come funziona un mitragliatore e gli ha sparato una raffica in viso.
Questa è la guerra per cui muoiono dei giovani italiani? E per cui si commuovono i reggenti della Repubblica? O è una storia di tipo gangsteristico in cui nessuno riesce più a distinguere il nemico dal sicario, il soldato fedele dal traditore? Una storia afghana dove l’ingenuo italiano soccombe all’astuto afghano, come si diceva nell’avanspettacolo.
Immancabile la cerimonia del ritorno in patria della salma, dei picchetti d’onore a Ciampino, di un lutto che nessuno riesce a capire, di un sacrificio che nulla può aggiungere o togliere al bene della patria. Un morto in Afghanistan come quelli sulla Cernaia per i giochi diplomatici di Cavour. Un giovane italiano che è andato a morire per povertà, perché si era sposato da poco e non aveva i soldi per mantenere una giovane moglie che viene mostrata in lacrime e in lutto.
Che significa per i giovani italiani questo rituale che si ripropone quasi ogni mese? È già difficile credere che sia bello e onorevole morire per la patria quando la patria è in pericolo, ancora meno accettare che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. I morti per Cavour servivano per fare l’unità d’Italia. Ma questi? Per un invito alla Casa Bianca del nostro premier?

Tratto da:
L’espresso