Archivi del giorno: 1 febbraio 2011

Difendiamoli!

Fonte: Difendiamoli!.

A sostegno dei magistrati sotto attacco, nel nome di Paolo Borsellino


Palermo.
“Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio, quali sonole conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorreidire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto a un certo punto della mia vita di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli.  La sensazione di essere un sopravvissuto, e di trovarmi come viene ritenuto in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o finanche vorrei dire dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.
Le parole di Paolo Borsellino registrate durante un’intervista, il 22 giugno 1992, risuonano nella mia testa mentre ci apprestiamo a presentare il libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” scritto insieme al nostro direttore, Giorgio Bongiovanni. Accanto a noi siedono Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, due magistrati che, insieme ad altri loro colleghi, hanno raccolto sulle loro spalle la gravosa e straordinaria eredità del giudice assassinato in via D’Amelio il 19 luglio 1992. Salvatore Borsellino li osserva in silenzio, sua sorella Rita ci raggiunge poco dopo per alcuni problemi di salute che l’hanno trattenuta. Al tavolo dei relatori anche il giornalista Umberto Lucentini, vero e proprio biografo di Paolo Borsellino, autore del libro sul giudice assassinato pubblicato nel ’94 Il valore di una vita. Il preside della facoltà di Giurisprudenza, Antonio Scaglione, introduce l’incontro. Il figlio del procuratore Pietro Scaglione, ucciso dalla mafia nel 1971, ricorda l’importanza dell’impegno complessivo di tutte le istituzioni e della società civile nella lotta alla mafia. Il prof. Scaglione evidenzia quindi le importanti iniziative del suo ateneo nel campo della lotta alla mafia attraverso ricerche specifiche sui temi legati al reato di associazione mafiosa e di confisca dei beni mafiosi, mostrando una particolare attenzione nel proseguimento dei progetti di legalità già istituiti dai suoi predecessori. Subito dopo Umberto Lucentini si rivolge a Rita e a Salvatore per sottolineare con grande emozione come entrambi, “ognuno con la propria personalità, con la propria passione e con il proprio impegno quotidiano sono assolutamente all’altezza del proprio fratello…”. Le parole dell’ex cronista de l’Europeo riaccendono le immagini di Paolo Borsellino alla procura di Marsala, per poi affrontare la questione nevralgica di quello che fin dal 19 luglio ’92 si intuiva: e cioè che dietro la strage di via D’Amelio non c’era solo Cosa Nostra. Lucentini affronta di seguito il nodo del ruolo dell’informazione assoggettata al potere politico, spiegando il rischio che ciò che viviamo oggi a seguito dell’ingerenza di Berlusconi nei media possa tornare a ripetersi con un suo possibile alter ego dello schieramento opposto. Per il cronista palermitano l’unica via d’uscita da questo pericoloso empasse la si può trovare nei lettori che esigono dai giornalisti la coerenza di informare facendo il proprio dovere. La rappresentante della confederazione associazioni studentesche, Lucia Castellana, chiede a Rita Borsellino come ci si senta a stare dentro ad un sistema politico per alcuni versi colluso con la mafia. Subito dopo le stragi Rita aveva intrapreso un lunghissimo viaggio per tutta l’Italia insieme ad Antonino Caponnetto e a Don Ciotti, per sensibilizzare le coscienze dei tanti giovani che incontravano nelle scuole e nelle piazze. L’agone politico che avrebbe frequentato nel futuro, dall’Ars, fino al Parlamento Europeo, nemmeno si poteva immaginare in quegli anni. L’analisi di Rita Borsellino è lucida e minuziosa. Con la mente torna ai giorni della sua candidatura alle Regionali contro Salvatore Cuffaro. Ricorda ai presenti la sua sconfitta (dovuta anche al mancato sostegno da parte di quella politica refrattaria al cambiamento) e soprattutto la sconfitta della Sicilia intera che per ben due volte aveva preferito votare un imputato per favoreggiamento alla mafia in quegli anni sotto processo. Per ribadire l’importanza di contrastare globalmente il fenomeno mafioso Rita ha anticipato che tra un paio di settimane a Bruxelles si svolgerà una conferenza internazionale per una strategia comune contro la criminalità organizzata e le mafie. “La parola mafia – ha sottolineato amaramente la sorella di Paolo Borsellino – non è mai comparsa in un documento ufficiale dell’Europa ne del Consiglio, ne del Parlamento, ne della Commissione”. “Quando abbiamo cominciato a organizzare questo convegno a cui parteciperanno i procuratori della repubblica di mezza Europa mi è stato affidato il rapporto di iniziativa sulla strategia di sicurezza interna in Europa”. “Se si vuole davvero rompere questo sistema – ha sottolineato la Borsellino – bisogna essere in politica, come bisogna essere in magistratura per potere portare avanti questa difesa a oltranza dei valori e dei principi della giustizia… Bisogna essere lì, bisogna conoscere i meccanismi… bisogna cercare di scardinare un sistema che dall’esterno sembra impenetrabile…”. Seduti in prima fila, chiusi nel loro dolore dignitoso, Vincenzo Agostino (il papà dell’agente Nino Agostino, assassinato dalla mafia insieme a sua moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989) e sua moglie Augusta. Tra il folto pubblico tanti i giovani presenti. Alcuni di loro probabilmente appena nati in quel maledetto 1992. Il momento storico che stiamo vivendo è tra i più carichi di tensioni sociali che l’Italia ricordi. Il rischio di scontri violenti più o meno “stimolati” da apparati paraistituzionali si respira forte da troppo tempo. Il pericolo di attentati destabilizzanti nei confronti di uomini delle istituzioni riemerge dagli archivi degli anni ’90 per attestarsi come una delle ipotesi più temibili percepita da quella parte di società civile attenta ai mutamenti e ai riflussi storici. E’ la volta di Antonio Ingroia. L’allievo di Paolo Borsellino spiega come la nostra sia una “democrazia incompiuta”, una “democrazia dimezzata”, nella quale sono negati quei “valori fondanti” contenuti nella Carta costituzionale normalmente presenti in ogni “autentica democrazia”. Per Ingroia uno di quei principi negati è innanzitutto l’eguaglianza della legge davanti a tutti i cittadini ed è soprattutto “un punto di riferimento nell’opera professionale, così come del percorso umano e professionale di Paolo Borsellino”. Ma questa democrazia si potrà raggiungere “solo se il nostro Paese riuscirà a riconquistare un’uguaglianza spesso negata” e solo se verrà applicato il principio che “non solo i deboli ma anche i potenti devono rispondere dei reati che commettono”. Per il procuratore aggiunto di Palermo “l’assedio cui è stata sottoposta l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da parte di ben precisi settori della politica, dell’informazione e dell’economia non è mai stato e non è oggi fine a se stesso, non è finalizzato a vendicarsi di una magistratura disubbidiente, ma ha come finalità quello di negare sotto altra forma il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed è la ragione per la quale l’autonomia e l’indipendenza della magistratura va difesa da tutti i cittadini che hanno a cuore il principio di eguaglianza e le sorti della democrazia”. Proseguendo nel suo intervento Ingroia affronta quei poteri criminali “che hanno condizionato l’intera storia del nostro Paese da secoli”. “E non è un caso – ribadisce il pm prendendo come esempio la strage di Portella della Ginestra fino a quelle del ’93 – che l’Italia sia il Paese di democrazia occidentale a più elevato tasso di stragismo contrassegnato dalla presenza di poteri occulti che ha attraversato l’intera storia del nostro Paese, ne ha condizionato e indirizzato il corso…”. Secondo il magistrato palermitano quello che viene fuori dalle indagini sulla trattativa tra Stato e mafia riporta in superficie la precedente stagione stragista che “allunga la sua ombra anche oggi”. L’analisi di Ingroia va a toccare il “blocco di potere che vuole che le cose restino così come sono”, evidenziando come l’unica possibilità di ottenere una democrazia compiuta che resti alla società civile per ristabilire il principio di uguaglianza e di libertà dal condizionamento dei poteri criminali passi attraverso un solo strumento: “Conquistare la verità!”. Solamente se l’intera società pretenderà di conoscere la verità potremo avere giustizia, e questo solamente se arriveremo ad “individuare, scoprire, conoscere la verità sulle nostre origini”. “Noi siamo figli di quella stagione, orfani di questi maestri che non ci sono più” e soprattutto “orfani della verità su quella stagione”. Per Ingroia quella che si prospetta è una “verità pesante, ingombrante, imbarazzante, quasi indicibile”, ma “dobbiamo assumerci, da cittadini, sulle nostre spalle di cercarla questa verità”. E quando una verità è così ingombrante e imbarazzante “può essere solamente una conquista collettiva” creando così un movimento ampio “che voglia verità e giustizia”. Per il procuratore aggiunto di Palermo questa fase della grave crisi etico-morale e politico-istituzionale “ha delle strane assonanze con la crisi politico-istituzionale ed etico-morale del ’92”. Un pericoloso parallelismo che non lascia scampo all’immaginazione. Nella conclusione del suo intervento il ricordo di “quei valori verso i quali Paolo Borsellino aveva formato la sua condotta professionale e umana” che “non erano solo negli ultimi giorni ma per tutta un’esistenza…”. “Soltanto così potremo conquistare una piena libertà nel nostro futuro e ancora qualche riconoscimento anche da Paolo Borsellino che ci ricorda…”. Un lunghissimo applauso chiude la relazione di Antonio Ingroia e anticipa l’intervento di Salvatore Borsellino. Il fratello del giudice si alza in piedi. La rabbia che trasuda dalle sue parole rimbomba sui soffitti altissimi di quest’aula austera. Ormai Salvatore non parla più, grida, tutta la sua sete di giustizia è diretta a chi lo ascolta per spronarlo ad unirsi a chi pretende giustizia e verità per questo nostro disgraziato Paese. Salvatore ricorda il senso di “ottimismo” di suo fratello nei confronti dei giovani che avrebbero avuto una maggiore coscienza civica per contrastare la mafia; quell’ottimismo rimasto nell’ultima lettera che Paolo Borsellino aveva scritto ad una professoressa di Padova la mattina del 19 luglio 1992. “In Italia non tutti vogliono la verità, la giustizia, non soltanto chi ci governa, ma forse anche a tante persone non interessa…!”. Il ricordo di Salvatore va a toccare “l’amore di Paolo”. “Solo l’amore dura tanto nella vita… sono morti tanti magistrati, tante altre persone, ma solo Paolo ha lasciato attorno a sé questo amore perché ce l’aveva dentro… era per amore che lui combatteva…”. “Ricordo bene il discorso di Paolo al trigesimo di Falcone, parlando di Giovanni Falcone mio fratello disse: ‘Perchè non sono fuggiti…? Perché non hanno abbandonato…? Per amore!’”. “Era come se stesse parlando di se stesso – evidenzia Salvatore – perché è per amore che Paolo ha sacrificato la sua vita! Per amore che Paolo ha negato le carezze ai suoi figli, ha accettato di sacrificarsi per tutti noi! Avrebbe potuto fuggire anche lui, sarebbe potuto andare via, avrebbe potuto smettere…”. “Nel momento in cui qualcuno gli ha parlato della trattativa, nel momento in cui forse Nicola Mancino (il 1° luglio del ’92) gli ha comunicato che doveva fermarsi e che c’era una trattativa in corso, che doveva interrompere tutto, la reazione di Paolo deve essere stata così violenta, così assoluta, tanto da minacciare di rivelare quello che gli era stato detto all’opinione pubblica, che a questo punto non restava che una possibilità: eliminarlo ed eliminarlo in fretta, più in fretta di quanto la stessa mafia avesse progettato ed è per questo che Paolo è stato ucciso…”. La voce di Salvatore aumenta via via di intensità. “I ragazzi che oggi combattono per Paolo lo fanno, nonostante non lo abbiano conosciuto, perché hanno dentro l’amore di Paolo… e l’amore di Paolo io credo che sia la cosa più bella che lui ci ha lasciato…”. “Adesso ho capito cosa deve essere la speranza – dice lentamente Salvatore – quella stessa speranza  che aveva Paolo e con la quale è morto e cioè che questi giovani possano vivere in un Paese dove la vita valga la pena di essere vissuta… quel Paese, quel sogno per cui Paolo ha sacrificato la sua vita…”. Immediato parte l’applauso, forte, interminabile, la gente si alza in piedi, molti sono commossi. Salvatore apre il libricino sull’agenda rossa con il disegno del volto di Paolo. Lo alza in alto. Nel pubblico in molti alzano quello stesso libricino rosso erto a simbolo della richiesta di giustizia e verità per l’agenda rossa di Paolo Borsellino scomparsa nel ’92. Dopo qualche minuto è il pm Antonino Di Matteo a prendere la parola, ancora emozionato per l’intervento di Salvatore. “Paolo Borsellino – esordisce Di Matteo – caratterizzò la sua vita, la sua condotta professionale, la sua attività associativa con un’impronta indelebile: quella della chiarezza, del coraggio, dell’assunzione delle proprie responsabilità”. “Questo non è il momento della prudenza, non è il momento dell’attenzione alle conseguenze eventualmente pregiudizievoli, non è il momento in cui si può privilegiare una tendenza naturale in ciascuno di noi al quieto vivere. E’ il momento del coraggio, della chiarezza, dell’esprimere le proprie opinioni con onestà concettuale, ma senza infingimenti e senza tatticismi”. “Per come ho conosciuto Paolo Borsellino – spiega il sostituto procuratore di Palermo – soprattutto dalla lettura di tanti atti processuali, di tanti suoi interventi pubblici, ritengo che Paolo Borsellino si sarebbe ispirato a questi criteri, non ho dubbi su questo, così come non ho dubbi che quelli che cercano di contrapporre a chi ha il coraggio di parlare le figure di Falcone e Borsellino come “magistrati silenti” lo fanno in malafede e clamorosamente affermando quello che non è vero”. Il magistrato palermitano affronta nuovamente la questione di quella che viene definita “una guerra tra politica e magistratura”. “Io sono convinto – ribadisce Di Matteo – che sia una clamorosa mistificazione. Non c’è stata nessuna guerra reciproca, c’è stata e c’è una offensiva violenta, unilaterale, di una parte autorevolissima della politica, nei confronti della magistratura! E’ una guerra unilaterale, ma la magistratura ha resistito, resiste e resisterà in nome dei principi costituzionali sui quali noi abbiamo giurato!”. L’argomento delle complicità esterne nelle stragi del ’92 viene successivamente approfondito. “Queste indagini – ribadisce con forza – stanno vivendo una fase cruciale e oltremodo difficile. Sempre più evidenti e pericolose emergono delle subdole controspinte rispetto all’esigenza di verità. Avvertiamo anche il pericolo che ci possano essere degli interessi nel cercare di delegittimare a priori le dichiarazioni di quei collaboratori di giustizia e di quei testimoni che hanno osato affrontare argomenti tanto delicati, iniziamo a percepire il sentore del fastidio generalizzato per le nostre indagini. Percepiamo come il muro di gomma del silenzio e dell’oblio tenda a riconsolidarsi; percepiamo questo pericolo quando avvertiamo come evidenti troppe reticenze, i tanti ‘non ricordo’, le palesi omissioni che caratterizzano le dichiarazioni di troppi testimoni istituzionali”. “Noi andremo avanti – sottolinea Di Matteo – non c’è nessun dubbio, sentiamo il dovere etico, ancor prima che giuridico, di andare fino in fondo, per capire quello che è successo. Andremo avanti, non ci sorprenderebbe nemmeno se qualcuno tentasse di sottrarci la possibilità di indagare su questi argomenti, perché noi abbiamo un dovere etico, perché siamo cittadini che crediamo nello Stato, siamo magistrati che crediamo nello Stato”. “Dobbiamo capire – osserva il pubblico ministero del processo per la mancata cattura di Provenzano – se veramente Stato e mafia, due entità che dovrebbero percorrere strade parallele che non si incontrano mai, abbiano invece cercato e trovato spazi di dialogo e se abbiano stretto accordi inconfessabili, perché se così hanno fatto, tra l’altro, hanno mortificato (in nome di una ragione di Stato contraria all’essenza della nostra Repubblica democratica) l’azione di uomini come Paolo Borsellino che volevano combattere la mafia senza scendere a patti, con le sole armi della legge, del codice e del diritto”. “Noi continueremo perché crediamo nello Stato e perché siamo consapevoli che uno Stato che mostrasse il timore di scoprire verità troppo scomode, uno Stato che non fosse capace, ove  emergessero i presupposti di processare se stesso, si assumerebbe una responsabilità ulteriore ed enorme, quella di perpetuare anche per il futuro il potere più subdolo della mafia che è quello del ricatto nei confronti delle istituzioni pubbliche”. Nell’appello finale di Antonino Di Matteo l’abnegazione e lo spirito di servizio di un magistrato integerrimo. “Tutti voi continuerete ad onorare Paolo Borsellino tenendo viva e costante la vostra attenzione, e alimentando la vostra sete di giustizia e verità”. “Noi magistrati abbiamo il dovere di resistere, nonostante tutto, ispirandoci al suo coraggio, alla passione di Paolo Borsellino, alla sua vera indipendenza da ogni centro di potere palese ed occulto, impegnandoci più di prima nella consapevolezza di esercitare quotidianamente non un potere fine a se stesso, ma un servizio in favore del popolo, dei più deboli, di cittadini che siano veramente tutti uguali innanzi alla legge”. Un lunghissimo applauso chiude l’intervento del dott. Di Matteo dando spazio all’ultimo intervento previsto, quello del coautore del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, Giorgio Bongiovanni. “Io ho la certezza assoluta – rimarca il direttore di ANTIMAFIADuemila –, ma, come diceva Pierpaolo Pasolini: ‘Io so ma non ho le prove’,  che Paolo Borsellino avrebbe indagato personaggi di altissimo livello che oggi comandano l’Italia”.  Bongiovanni si sofferma ad analizzare come Falcone e Borsellino avrebbero impedito con tutte le loro forze che questo potere colluso avesse potuto rovinare l’Italia, così come ha fatto, e come quello stesso sistema criminale avesse ordinato la condanna a morte di entrambi i giudici. Ormai la cosiddetta “trattativa” tra Stato e mafia è confluita in un vero e proprio “accordo”. Una nuova Idra, il mostro mitologico dalle tante teste, rappresentato dal potere politico, economico e criminale. “L’accordo tra mafia e Stato – prosegue il direttore – lo possono fermare i giudici che sono presenti qui, insieme ad alcuni loro colleghi. Noi dobbiamo difendere questi magistrati che sono la prosecuzione di Paolo Borsellino e che, con le loro indagini, potrebbero mettere a rischio questo accordo. Se questi giudici riusciranno a far saltare questo potere saranno uccisi nello stesso devastante modo nel quale è stato ucciso Paolo Borsellino! E noi non lo dobbiamo permettere, dobbiamo impedirlo facendo prevenzione! Se questo potere vuole continuare a tiranneggiare il nostro Paese si metterà un’altra maschera che non si chiamerà più Berlusconi, ma avrà un altro nome, e l’accordo con questo sistema di potere non si frantumerà”. La gente ascolta senza fiatare, gli occhi sono puntati sui magistrati presenti al tavolo. “Non pensate che il pericolo per i giudici sia finito con gli arresti dei mafiosi – conclude Bongiovanni – con i vecchi Riina e Provenzano in galera. Quel sistema di potere che il procuratore Scarpinato cita con la definizione di ‘Principe’ coltiva sempre una forza militare. Chi sono i nuovi capi della mafia? Certamente Matteo Messina Denaro, ma chi sono i nuovi soldati rampanti? Non è difficile mettere nelle mani di questi personaggi, che Antonino Giuffrè definisce ‘puledri scalpitanti’, un bazooka o un’autobomba riempita di tritolo. E non è difficile farlo in Sicilia, forse lo è di più al nord. Non è difficile far saltare in aria i nostri magistrati se si ostinano a rompere questo accordo per far trionfare le istituzioni, la democrazia e la Costituzione nel nostro Paese. Ognuno di noi ha un dovere, per quello che può fare, noi da giornalisti, i laici, i credenti, gli atei: difendiamoli, difendiamoli… Difendiamoli!”. L’applauso scrosciante del pubblico stempera la tensione e si fonde in una sorta di promessa a mantenere fede a quell’impegno.

Subito dopo, al cinema Edison, è la volta della proiezione del film di Salvatore Borsellino e Marco Canestrari: “19 luglio 1992. Una strage di Stato”. Il lungometraggio è un documentario appassionato e ben realizzato grazie alla redazione di 19luglio1992.com che affronta il mistero della strage di via D’Amelio attraverso le testimonianze di magistrati e giornalisti che stanno ricercando la verità (verrà distribuito da Il Fatto Quotidiano a partire dall’8 febbraio). Il giornalista de l’Unità, Nicola Biondo, presente all’incontro, si domanda provocatoriamente se il motivo per il quale la maggior parte degli italiani non voglia conoscere la verità sulle stragi vada addebitato al fatto che la mafia resta a tuttoggi l’azienda n.1 in Italia, o se invece non sia forse perché “gli italiani sono stati più realisti del <Re>”. Le immagini della strage del 19 luglio ’92 lampeggiano sul maxi schermo mentre a tratti Salvatore Borsellino chiude gli occhi per non vedere. E’ lui stesso al termine della proiezione, durante il dibattito moderato da Lidia Undiemi con Antonio Ingroia, Marco Canestrari e Nicola Biondo a spiegare il motivo di quella sua impossibilità a reggere ancora quelle immagini. Salvatore è rimasto profondamente colpito dalle precedenti dichiarazioni di Antonio Ingroia sul rischio di una nuova fase di calo di attenzione nei confronti delle indagini sulla “trattativa” e sui “mandanti esterni” delle stragi del ’92 e del ’93. Il fratello di Paolo Borsellino non accetta soprattutto che un magistrato come Ingroia denunci il pericolo che “possano verificarsi eventi” mirati a impedire che questa verità venga fuori. A quali “eventi” si riferisce il procuratore aggiunto di Palermo? Salvatore non si dà pace, teme per l’incolumità di questi giudici in prima linea, grida tutta la sua rabbia e chiede a gran voce che l’opinione pubblica sostenga ancora più forte questi magistrati. E’ lui a trasmettere con tutta la sua ansia l’urgenza di non fermarsi e di continuare a lottare al loro fianco.
Prima che sia troppo tardi.

Un ultimo sentito e profondo ringraziamento va ai relatori della presentazione del nostro libro. A fronte di quanto è stato detto nei nostri confronti e nei riguardi del nostro lavoro possiamo solamente cercare di sdebitarci continuando a fare sempre il nostro dovere.
Ascoltando le loro parole abbiamo percepito nuovamente l’essenza di Paolo Borsellino che vive attraverso di loro, abbiamo sentito come lo spirito immortale di quest’uomo continua ad operare su questa Terra per lo stesso motivo che lo ha caratterizzato durante la sua vita: per amore.
Nel nome di quell’amore e per rendere giustizia a lui e a tutti i martiri che lo hanno accompagnato ognuno di noi ha il dovere morale di continuare a lottare. Il tempo è questo.

Blog di Beppe Grillo – L’Italia è una repubblica fondata sulla mafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’Italia è una repubblica fondata sulla mafia.

Buongiorno a tutti, oggi usciamo dai Bunga Bunga, tanto ormai quello che c’era da capire l’abbiamo capito fin troppo bene, gli stessi berlusconiani ormai sono rassegnati al fatto che gli italiani hanno capito, tant’è che l’unica cosa che riescono a dire è che la competenza non è del Tribunale ordinario di Milano, ma del Tribunale dei Ministri, naturalmente Berlusconi mentendo dice che lui si presenterà al suo giudice naturale che è il Tribunale dei Ministri, a parte che l’abbiamo già spiegato la settimana scorsa, la competenza è del Tribunale ordinario in quanto il reato di concussione e tanto più quello di favoreggiamento della prostituzione minorile, non può certamente essere stato commesso nell’esercizio delle funzioni di Presidente del Consiglio, anche perché il Presidente del Consiglio non ha tra le sue funzioni quello di chiamare le questure per dire chi deve uscire, chi deve entrare né tanto meno ha il compito di pagare minorenni perché vadano a Arcore a fare quello che sappiamo.

Anni ’80, la crisi tra mafia e Democrazia Cristiana (espandi | comprimi)
Ma in ogni caso Berlusconi mentre sul fatto che non vede l’ora di presentarsi al Tribunale dei Ministri perché lui non vuole presentarsi neanche al Tribunale dei Ministri, perché non è un Tribunale composto da Ministri, è un Tribunale composto da magistrati del Tribunale ordinario di Milano estratti a sorte in una sezione che si forma quando c’è da giudicare un reato ministeriale, perché allora vuole il Tribunale dei Ministri?
Semplice, perché se il reato è di natura ministeriale, prima di approdare al Tribunale dei Ministri, il caso deve andare in Parlamento per la necessaria autorizzazione a procedere e lui sa in questo momento di avere la maggioranza e quindi sa che quando si voterà pro o contro l’autorizzazione a procedere, la sua maggioranza voterà contro e quindi lui non finirà mai davanti al Tribunale dei Ministri, questa è la ragione per cui chiede il Tribunale dei Ministri, per non andare davanti al Tribunale dei Ministri e a nessun altro Tribunale, come sempre.
Ma lasciamo da parte questa vicenda perché ormai i fatti sono sufficientemente chiari, ne ritorneremo a parlare quando tra breve la Procura di Milano chiederà al G.I.P. il rito immediato per poter processare subito Berlusconi, la Minetti, Fede, Lele Mora e gli altri eventuali indagati di cui ancora non si sa.
Parliamo invece di una questione che abbiamo seguito e che ogni tanto dobbiamo riacciuffare per fare un po’ di riepilogo, la questione delle trattative tra Stato e mafia negli anni delle stragi durante la crisi della Prima Repubblica e la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica.
Ormai c’è un mosaico di fatti accertati, accertati grazie alle rivelazioni di Ciancimino che hanno innescato, l’abbiamo detto anche questo più volte un recupero di memoria da parte di persone che per 20 anni avevano taciuto, si sono scoperte tutta una serie di cose che ormai compongono queste puzzle che vanno messi nelle per formare il mosaico, il modo migliore per capire quello che si è accertato fino adesso e fare un po’ di cronologia in modo da avere tutti i fatti in successione diretta e si possa capirne la concatenazione e la collocazione temporale per poi vedere che razza di processo potrà venire fuori perché è chiaro che se questi fatti configureranno dei reati, reati commessi al tempo o reati commessi oggi da persone che magari rendono testimonianze false o soltanto parzialmente veridiche, può diventare una specie di processo di Norimberga sul passaggio tra la prima e la seconda repubblica e quindi è una vicenda che è destinata a occupare per molti mesi futuri, le cronache dei giornali.
La cronologia delle trattative, allora voi sapete, almeno chi si occupa di queste cose che a metà degli anni 80, ben prima di Tangentopoli il rapporto tra la mafia e la politica entra in crisi e entra in crisi quando Falcone e Borsellino, il pool di Falcone e Borsellino alza il tiro e dal maxiprocesso ai capi della cupola, comincia a occuparsi anche di politici Vito Ciancimino e i cugini Salvo, da quel momento si capisce che la politica che aveva garantito impunità, non solo alla mafia militare ma anche alla mafia dei colletti bianchi, sta perdendo colpi di fronte all’offensiva della Magistratura che finalmente sta dando una ripulita ai piani alti del potere e quindi c’è la crisi 85/86/87 tra la mafia e la Democrazia Cristiana, tant’è che nel 1987 alle elezioni la mafia vota per i socialisti e per agganciare i socialisti c’è il famoso attentato alla Villa di Berlusconi in Via Rovani proprio per cercare di agganciare Craxi o qualcuno dei suoi tramite Berlusconi e Dell’Utri che hanno rapporti con loro e anche con i mafiosi.
Berlusconi quindi per la prima volta si tenta di utilizzarlo da parte della mafia come cavallo di Troia per entrare direttamente in rapporto con la politica, non solo con Andreotti che già aveva rapporti con la politica fin dagli anni 70, ma anche con i nuovi, con i socialisti, c’è tutta una serie di vicende che dimostrano lo stop and go nei rapporti tra Stato e mafia, una volta si usano i socialisti, poi si torna un po’ ai democristiani, finché si arriva al 1991 quando la mafia alle elezioni regionali appoggia di nuovo la Democrazia Cristiana, fa eleggere un candidato andreottiano Gianmarinaro all’assemblea regionale, ma nel 1992 con la sentenza del maxiprocesso il rapporto tra la mafia e la DC entra definitivamente in crisi perché la Cassazione per la nota vicenda per cui Carnevale non presiede il collegio nella prima sezione che segue quel processo, la Cassazione conferma a sorpresa le condanne del maxiprocesso e lascia in galera tutti i capi mafia che speravano invece di uscire in base a un impegno preciso che Salvo Lima sappiamo, aveva preso con le cosche, c’è la reazione di Totò Riina naturalmente che uccide Salvo Lima, poi ucciderà anche Ignazio Salvi, intanto lo scandalo Tangentopoli sta demolendo dalle fondamenta quella classe politica che non ha più le forze per mantenere neanche i rapporti con la mafia, ci sono ipotesi secessioniste, c’è Riina che addirittura parla di Lega Nord perché ci sono alcuni leghisti che hanno rapporti con persone che in quel momento stanno dando vita a leghe meridionali in varie regioni del sud legate ai boss, l’ipotesi secessionista approda alla nascita un anno dopo del partito Sicilia Libera come vedremo tra un attimo, c’è il progetto stragista che comincia dopo Lima a alzare il tiro fino a Andreotti, la strage di Capaci elimina Giovanni Falcone proprio il giorno prima che Andreotti sia eletto Capo dello Stato.
Andreotti si mette da parte e come sappiamo viene eletto Scalfaro, quest’ultimo appena arriva al Quirinale nomina Presidente del Consiglio Giuliano Amato perché Craxi ormai è alla vigilia del suo primo avviso di garanzia e negli stessi giorni Marcello Dell’Utri avvia il progetto Botticelli incaricando un consulente di Publitalia, Cartotto di studiare un partito della Fininvest, quindi mafia e Dell’Utri si occupano entrambi di trovare un qualcuno, un qualcosa che sostituisca la classe politica che ormai è data per morta.
A giugno del 1992 il Capitano De Donno del Ros aggancia il figlio di Ciancimino durante un viaggio aereo e poi a De Donno subentra il Generale Mori, suo superiore, vicecomandante del Ros in quel periodo, mentre il figlio di Ciancimino naturalmente porta i Ros dal padre Don Vito e si avvia così la trattativa tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, Riina è tutto contento, Brusca riferisce che in quel periodo Riina ripete “si sono fatti sotto, gli abbiamo fatto un papello così” Riina mette giù il papello con le richieste della mafia allo Stato. L’arma di scambio naturalmente è la fine delle stragi in cambio del soddisfacimento delle richieste contenute nel papello. A giugno si insedia il nuovo governo, il nuovo Governo Amato, Scotti e Martelli che sono la coppia dei Ministri che hanno fatto molto contro Cosa Nostra, Scotti Ministro dell’Interno e Martelli Ministro della Giustizia devono, secondo gli ordini dei rispettivi partiti, saltare, Martelli resiste e riesce a farsi confermare invece Ministro della Giustizia, salta Scotti e gli viene preferito Nicola Mancino che diventa il nuovo Ministro dell’Interno.
Tra il 17 e il 19 giugno 1992 tramite una sua collaboratrice al Ministero, Liliana Ferraro Magistrato, il Ministro Martelli fa avvertire Paolo Borsellino del fatto che sono iniziati questi contatti, questi colloqui, questa trattativa tra i Ros e Vito Ciancimino e pochi giorni dopo verso la fine di giugno c’è questo famoso incontro tra il Generale Mori e Borsellino in una caserma dei Carabinieri, la caserma di Via Carini, nella quale secondo Mori non si parlò della trattativa, è abbastanza improbabile che non se ne sia parlato anche perché Borsellino aveva appena saputo da Liliana Ferraro che c’era questo contatto tra Mori e Ciancimino, quindi immaginatevi se Borsellino non aveva la curiosità di saperne di più del diretto interessato.

Craxi beato, Berlusconi salvato (espandi | comprimi)
Il primo luglio Borsellino è a Roma per interrogare uno dei primissimi pentiti che hanno deciso di parlare di mafia, politica e istituzioni, Gaspare Mutolo e è il famoso incontro durante il quale mentre Borsellino sta facendo l’interrogatorio, Mutolo lo sta preannunciando di cosa intende parlare e tra questi obiettivi di cui intende parlare ci sono Bruno Contrada, c’è un giudice ritenuto colluso, il Giudice Signorino e altri, Borsellino viene convocato al Viminale dove sicuramente incontra il capo della Polizia Parisi, dove quasi sicuramente ha incontrato Bruno Contrada, del quale Mutolo gli stava parlando fino a pochi minuti prima e dove risulta assolutamente accertato che è arrivato fin dentro l’ufficio del nuovo Ministro dell’Interno Mancino, il quale poi sapete dice che non se lo ricorda.E’ la fase questa nella quale Riina, che si era illuso sul fatto che lo Stato fosse già pronto a venire a patti, adesso si è reso conto che la trattativa batte un po’ in testa, forse a causa del cambio del Ministro, c’è stato uno stallo, per cui Riina dice, riferisce Brusca in quei giorni: dobbiamo dare un altro colpettino, il colpettino è proprio l’uccisione di Paolo Borsellino che, evidentemente, informato della trattativa, la stava ostacolando e chissà che non l’abbia fatto sapere proprio quel giorno in cui è stato convocato al Viminale, ci vuole una nuova prova di forza di Cosa Nostra e il 19 luglio c’è la strage di Via D’Amelio con tutto il depistaggio che poi è oggi oggetto del procedimento per la revisione del processo di Via D’Amelio perché naturalmente Via D’Amelio viene immediatamente addossata a alcuni quaquaraqua abbastanza improbabili a cominciare da Vicenzo Scarantino che si assumono la responsabilità diretta di Via D’Amelio mentre poi invece Spatuzza ci spiegherà che loro non c’entrano niente, si sono fatti condannare ingiustamente per coprire lui e evidentemente qualcun altro.
Il primo agosto, 12 giorni dopo la strage di Via D’Amelio viene convertito in legge il Decreto Martelli che dopo la strage di Capaci era stato barato dal Governo, ma imboscato dal Parlamento che non l’aveva convertito in legge e la strage di Via D’Amelio invece, a furor di popolo costringe il Parlamento a rifare i conti con quel decreto e a approvarlo, è il Decreto che praticamente consacra il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi nelle isole, proprio davvero perché dopo la strage di Via D’Amelio vengono prelevati nella notte decine e decine di boss e portati a Pianosa e Asinara.
L’estate – autunno del 1992 continuano le trattative che hanno come tramite il figlio di Ciancimino e come protagonisti il padre di Ciancimino che riferisce a Riina e a Provenzano e dall’altra parte Mori e De Donno, Riina però comincia a essere considerato poco affidabile perché la sua strategia stragista sta continuando e quindi evidentemente lo Stato, quelli che rappresentano lo Stato e che stanno dietro al Ros e dietro a Ciancimino cercano altri referenti più affidabili per trattare e infatti viene individuato, ci sono varie trattative in quel momento, c’è anche la trattativa fatta da un certo Bellini che utilizza come assaggio una nuova collaborazione la possibilità di restituire opere d’arte che sono state rubate, ma il referente più affidabile di Riina viene individuata in Bernardo Provenzano e nello stesso periodo infatti è Provenzano che di fatto secondo le ipotesi di accusa sempre più accreditate si vende Totò Riina, consegnando ai Carabinieri del Ros le mappe dei vari nascondigli nei quali Riina trascorreva la latitanza, in uno dei quali poi è quello dove di lì a poche settimane Riina verrà arrestato.
A metà dicembre c’è l’arresto di Ciancimino il quale ha immediatamente la sensazione di essere diventato inutile, ormai la trattativa ha portato all’individuazione del covo di Riina e quindi lui può essere impacchettato, infatti gli arriva un bel mandato di cattura, derivante dal fatto che si dice che lui potrebbe scappare all’estero perché ha chiesto il passaporto, in realtà da quello che si è scoperto recentemente, pare che quel passaporto siano stati i Carabinieri a dirgli di chiederlo e naturalmente la richiesta del passaporto allerta il Ministro Martelli che fa sapere al Procuratore Generale di Palermo che bisogna negare il passaporto a Ciancimino e così i magistrati sollecitati dal Ministero della Giustizia per questa storia del passaporto, mettono in galera Vito Ciancimino che quindi esce di scena come referente della trattativa tra Stato e mafia e siamo al 1993.
Il 15 gennaio 1993 arriva Caselli a Palermo come nuovo Procuratore e lo stesso giorno gli fanno trovare impacchettato Totò Riina arrestato dagli uomini del Ros poco distante dal covo di Via Bernini, c’è la storia della mancata perquisizione che naturalmente resta un buco nero ma che diventa molto significativa, anche questa mancata perquisizione potrebbe far parte di una trattativa, ci consegnate Riina ma noi vi lasciamo le carte di Riina, la possibile cassaforte sicuramente se conteneva prove del papello o della trattativa i Carabinieri non la toccano perché non entrano neanche nel covo, prima ci entrano i mafiosi, gli uomini di Pagarella a portare via tutto.
A febbraio c’è l’esplosione finale, il salto di qualità ultimo di tangentopoli con la consegna di Silvano Larini l’uomo che inguaia Craxi definitivamente, c’è Licio Gelli che inguaia Claudio Martelli nello scandalo del conto protezione, Martelli viene indagato e si dimette da Ministro della Giustizia il 10 febbraio e al suo posto dentro al governo Amato come Ministro della Giustizia subentra il Prof. Giovanni Conso.
Il 12 febbraio 1993 c’è una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e qui racconterà Nicolò Amato che è il capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), il direttore delle carceri, pare che il Capo della Polizia Vincenzo Parisi abbia detto che bisogna alleggerire il 41 bis perché lui ha delle riserve sull’eccessiva durezza del trattamento carcerario inflitto ai mafiosi nelle carceri di Pianosa e Asinara dopo le stragi, in realtà nei verbali di questo comitato che Parisi abbia detto questo cosa non risulta, risulta invece che è stato Nicolò Amato, socialista, Avvocato di Craxi a sollecitare un alleggerimento del 41 bis, sta di fatto che le lor versioni divergono e Nicolò Amato è vivo, può parlare ancora, Parisi è morto e quindi non si può difendere, ma in quella sede per la prima volta viene ventilata l’ipotesi di alleggerire il 41 bis che era proprio uno dei punti del papello, l’alleggerimento del trattamento carcerario per i boss, soprattutto dopo naturalmente la strage di Via D’Amelio quando, come abbiamo detto, tutti i mafiosi detenuti vengono portati via dalle carceri in giro per l’Italia e concentrati nelle isole lontano dai parenti, dagli Avvocati e dalle possibilità di comunicare.
Nel frattempo Tangentopoli ormai sta radendo al suolo tutti i partiti, escluso il Caso Greganti, ci sono le tangenti rosse in prima fila, c’è il tentativo disperato del Governo Amato tramite il Ministro Conso con il Decreto Conso – Amato di depenalizzare il finanziamento illecito per cancellato il reato più diffuso dello scandalo di Tangentopoli e salvare la classe politica, Decreto che Scalfaro non firma e quindi non entra in vigore, il governo è delegittimato, anche perché oltre a Martelli ci sono molti altri Ministri indagati e infatti a aprile arrivano le dimissioni del Governo Amato, subito dopo il referendum di Segni contro il finanziamento pubblico dei partiti e sulla nuova legge elettorale, il finanziamento pubblico dei partiti viene cancellato dal voto popolare con una maggioranza, se non erro, del 90%, la Legge elettorale è quella che spinge in senso maggioritario un sistema che invece era sempre stato proporzionale, è una cesura tra il sistema della Prima Repubblica e quello che verrà dopo.

La mafia si fa un partito, poi arriva Forza Italia (espandi | comprimi)
Nello stesso periodo, aprile, sappiamo da Cartotto il consulente di Dell’Utri che da quasi un anno sta lavorando al nuovo partito di Berlusconi, che c’è ai primi di aprile la riunione a Arcore tra lui, Cartotto, Berlusconi e a un certo punto arriva anche Craxi in cui Berlusconi scioglie le riserve e decide di entrare in politica con un suo movimento che non si sa ancora se sarà capeggiato direttamente da lui, oppure se sarà sponsorizzato da lui ma capeggiato da qualcun altro. Intanto il Governo Ciampi si insedia al posto del Governo Amato e per quanto ci riguarda conferma al Ministero dell’Interno Mancino e al Ministero della Giustizia Giovanni Conso, il governo tecnico è un tentativo disperato di dare un po’ di prestigio alle istituzioni sputtanate a causa dello scandalo di Tangentopoli e la mafia decide di screditare immediatamente questo governo tecnico e di dare un altro colpetto, come avrebbe detto Riina se non fosse in carcere, ma c’è comunque a sostituirlo un suo parente stretto, Luca Pagarella che insieme ai fratelli Graviano concepisce il 14 maggio l’attentato di Via Fauro contro Maurizio Costanzo e vengono pianificate le stragi poi dell’estate.
Intanto subito nei giorni di Via Fauro c’è la revoca di 140 provvedimenti del 41 bis, perché Nicolò Amato oggi dice che gliel’aveva chiesto Parisi, ma il 6 marzo, mentre stava morendo il Governo Amato ha ufficialmente chiesto di revocare il 41 bis che erano stati disposti dopo le stragi in nome dell’uscita dall’emergenza antimafia e subito dopo viene esaudito dal Ministro Conso che non rinnova 140 decreti di 41 bis sono tutti o quasi personaggi minori quelli che non stanno più nel 41 bis ma tornano al trattamento carcerario normale, a firmare il provvedimento è il vice del Direttore delle Carceri Amato, un certo Fazione.
Alla fine di maggio, dopo il celebre avvertimento di proiettile di mortaio fatto ritrovare nel giardino di Boboli a Firenze con una telefonata che annuncia questo avviso di attentato, telefonata che non viene capita o non la si vuole capire, c’è la strage di Via dei Georgofili nella torre dei Pulci che è attigua al Museo degli Uffizi, ci sono i morti, i feriti, naturalmente a differenza di Via Fauro, purtroppo, il 2 giugno c’è un’altra bomba inesplosa in Via dei Sabini a Roma, rivendicata dalla sigla della falange armata che è una sigla che compare spesso in quei e è un’emanazione dei servizi segreti deviati, nel mese di giugno Nicolò Amato viene rimosso dalla direzione delle carceri, lui dice che fu per ordine di Parisi, tramite l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro e il suo braccio destro il consigliere del Quirinale Giffuni e Conso al suo posto viene nominato un certo Capriotti, il cui vice che ha molto più peso specifico è il Giudice Francesco Di Maggio.
Sembra ci sia un segnale in controtendenza da questo avvicendamento, quando Nicolò Amato va via dal Dap, a metà luglio vengono prorogati 240 provvedimenti di 41 bis, ma alla fine di luglio ci sono le stragi, nella notte del 27/28 luglio le stragi di Milano in Via Palestro e Roma alle basiliche del velabro e del laterano, c’è il black out a Palazzo Chigi che fa pensare un golpe al Presidente del Consiglio Ciampi perché i telefoni non funzionano nella notte, il giorno dopo c’è il suicidio di un personaggio chiave delle stragi del 92 Gioè che si uccide o viene suicidato, non si è mai capito, in carcere e l’11 agosto Sandokan, il boss della camorra, Francesco Schiavone detto Sandokan scrive a Scalfaro una lettera per chiedere la revoca del suo 41 bis, a dimostrazione del fatto che mafia, camorra e ‘ndrangheta stanno continuamente mandando messaggi sempre su questo 41 bis, che sembra essere non il punto più importante, ma il più urgente tra i punti contenuti nel papello.
Il 21 settembre c’è la bomba dimostrativa sul treno della freccia dell’Etna e nel mese di ottobre c’è la nascita ufficiale di Sicilia Libera, Tullio Cannella fonda a Palermo questo partito secessionista che è l’ultimo venuto di una lunga serie di leghe meridionali nate in quel periodo da soggetti strani, legati in parte ai servizi, legati in parte all’eversione nera, in parte alla mafia e ci sono anche alcuni personaggi che si interessano a questo in vista di un gemellaggio, che arrivano dal nord come emissari della Lega Nord, è una delle opzioni della mafia, quella di portare alle elezioni che sono ormai alle porte, saranno all’inizio del 1994, queste leghe meridionali per ricattare con i voti la politica nazionale.
Il 17 ottobre la Corte d’Appello di Napoli toglie il 41 bis a Sandokan, proprio come aveva chiesto lui, Francesco Schiavone in quella lettera al Capo dello Stato, alla fine di ottobre c’è lo scandalo del Sisde, si indaga su vari funzionari e dirigenti del Sisde perché si sono messi in tasca miliardi di fondi riservati e questi gentili signori, ritengono bene, nella logica del muoia Sansone con tutti i filistei di tirarsi dietro tutti i Ministri dell’interno degli ultimi 20 anni, dicono che a parte Fanfani, tutti i Ministri dell’Interno hanno intascato ogni mese una busta con 100 milioni, non giustificati di spese riservate che insinuano poi i Ministri spesso si mettevano in tasca, naturalmente uno dei Ministri dell’Interno è l’attuale in quel periodo Ministro dell’Interno Mancino e un altro è addirittura il Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro che quando scopre la manovra di questi signori ladri che si sono messi in tasca i soldi che vogliono tirarsi dietro le massime cariche dello Stato, fa il famoso discorso dove dice “non ci sto”, non dice non ci sto non voglio essere processato, dice non ci sto a consentire a questi ladri di polli, di dire ce io ho fatto queste cose e infatti poi finito il suo settennato la Procura di Roma indagherà sulla sua posizione e la archivierà come peraltro erano archiviate le posizioni di tutti gli altri Ministri perché è vero che ricevevano i fondi riservati, ma non è vero che se li mettevano in tasca, sono i fondi riservati che vengono usati dal Viminale per pagare i confidenti, le spese non giustificabili in quanto bisogna tenere coperte alcune fonti e alcune spie.
Scalfaro però in quel “non ci sto” fa un accenno e dice: prima hanno provato con le bombe e ora con lo scandalo, cosa vuole dire? Che c’è una strategia complessiva, golpista da parte di strane forze alleate con chi ha messo le bombe per destabilizzare le istituzioni e lasciare un vuoto enorme che poi qualcuno arriverà a riempire, è il 3 novembre 1993 e mancano 4 mesi alle elezioni politiche anticipate, la legislatura finirà con lo scioglimento delle Camere a capodanno.
Il 5 novembre scadono altri 340 provvedimenti di 41 bis che devono essere rinnovati dal Ministero della Giustizia, altrimenti i relativi destinatari, 340 mafiosi usciranno dal 41 bis e verranno trattati come dei detenuti normali, il Ministro Conso non li rinnova questi 340 provvedimenti del 41 bis, quindi dopo che ne sono già decaduti 140, ne vengono meno altri 340, ma mentre quelli non rinnovati a maggio erano personaggini, mezze tacche, quaquaraqua, questi sono in parte riguardanti personaggi molto importanti.

Fine della trattativa, fine delle stragi, Seconda Repubblica (espandi | comprimi)
Ora sappiamo, l’ha scritto Il Corriere della Sera l’altro giorno che prima di rinnovarli o di revocarli questi 340 41 bis, il Dap, la direzione delle carceri, il direttore nuovo Capriotti aveva chiesto un parere alla Procura di Palermo e quest’ultima aveva risposto che era inopportuno modificare l’attuale regime carcerario e quindi esprimeva parere favorevole alla sua proroga, firmato i procuratori aggiunti di Caselli, Vittorio Aliquò e Luigi Croce, perché il Dap e il Ministero ignorano questo parere che loro stessi hanno chiesto e anzi fanno il contrario di quello che dice la Procura di Palermo? Questo è il mistero, sta di fatto che prima il Dap chiede che fare alla Procura di Palermo, quest’ultima dice: prorogate tutti i 41 bis e il Ministero diretto da Giovanni Conso contravviene a questa indicazione che lui stesso, il suo Ministero ha sollecitato e annulla di fatto i 41 bis.
Evidentemente questo Capriotti, Direttore del Dap era in buonafede, qualcun altro al Dap o Ministero aveva ricevuto input diversi, anche se Conso continua ostinatamente a dire che ha deciso tutto lui e che nessuno gli ha detto niente, che strano, prima Amato Nicolò, poi Conso e intanto questa manovra per depotenziare il 41 bis ha i suoi effetti a novembre e guarda caso da novembre in avanti non ci sono più stragi.
Non ci sono più stragi perché poi viene annullata quella di gennaio del 1994 prevista allo Stadio Olimpico di Roma come forse qualcuno di voi ricorderà, naturalmente nel papello non c’era solo il 41 bis, quindi non è che la mafia si può accontentare che siano saldati i 41 bis per dire: adesso ci va bene chiunque vinca le elezioni, la mafia deve ancora ottenere tutto il resto, la ciccia vera, ma con la revoca dei 41 bis, intanto è riuscita a far stare meglio i suoi detenuti in carcere e fin qui Berlusconi non c’entra, perché in quel periodo al governo c’era il vecchio centro-sinistra che attenzione non ha niente a che fare con il nuovo centro-sinistra, era poi sostanzialmente il pentapartito o il quadripartito, la sinistra non c’era, si chiamava centro-sinistra perché c’erano pure i socialisti, ma il Pds in quel momento non era al governo, avrebbe dovuto appoggiare il governo Ciampi, poi invece aveva rifiutato di appoggiarlo quando a aprile il Parlamento aveva negato alcune autorizzazioni a procedere contro Craxi.
Per arrivare alla conclusione qui finisce la trattativa dell’ultimo governo della Prima Repubblica con la revoca dei 41 bis, quello è il massimo che riescono a dare, la mafia però sta aspettando il resto, via l’ergastolo, via i pentiti, via il sequestro dei beni, revisione delle condanne del maxiprocesso , le leggi che poi abbiamo visto approvare o proporre negli anni successivi, quasi tutte per iniziativa del centro-destra, anche se poi colpevolmente quelle che sono state votate, sono spesso state votate anche da gente del centro-sinistra e quindi qui c’è la saldatura con l’altra trattativa, proprio nel novembre del 1993, mentre vengono revocati i 41 bis dal governo Ciampi tramite il Ministro Conso, ci sono quei famosi due appuntamenti tra Mangano e Dell’Utri che solo la Corte d’Appello di Palermo ha potuto ritenere che si riferiscano a un altro Mangano, a un caso di omonimia, dopo che neanche Dell’Utri fino all’ultimo periodo, si era mai sognato di negare che quel Mangano fosse davvero il Vittorio Mangano, abbiamo le confessioni di Giuffrè che dicono che proprio in quel periodo, fine 1993 Provenzano rassicurò i clan e garantì che si poteva tranquillamente scaricare il partito di Sicilia Libera un paio di mesi dopo che era nato, perché Dell’Utri dava grandi garanzie e quindi abbiamo la mobilitazione di Cosa Nostra per votare Forza Italia.
Il figlio di Ciancimino ricorda che suo padre era convinto che dal momento in cui lui fu arrestato alla fine del 1992, di lì a poco si preparavano mafia e Stato a nominare un nuovo mediatore per le loro trattative e questo mediatore secondo Massimo Ciancimino Don Vito lo indicò nella persona di Dell’Utri, tant’è che Ciancimino era furibondo perché diceva: ma Berlusconi e Dell’Utri cosa hanno fatto di diverso rispetto a me? Allora io perché sono finito in galera e loro invece sono finiti nelle istituzioni? Ma su questa parte di trattativa siamo ancora abbastanza indietro, almeno sappiamo ancora poco di quello che stanno scoprendo i magistrati, sulla prima parte invece con gli interrogatori dei vari Ciampi, Scalfaro, Nicolò Amato e di funzionari del Dap, sappiamo già molto, voi capite che se le cose verranno confermate si farà un processo perché si scoprirà che ci sono reati e ci sono già molti indagati o per falsa testimonianza o addirittura per avere favorito la mafia e quindi per concorso esterno oppure addirittura per una sorta di attentato alle istituzioni con le tresche segrete con Cosa Nostra.

Ce n’è abbastanza per promuovere una specie di processo di Norimberga e forse non è casuale che lo si possa celebrare in un periodo che sembra segnare la fine della Seconda Repubblica, alla fine della Seconda Repubblica avremo finalmente le forze, gli elementi e le informazioni per processare quelli che sono all’origine della nascita della Seconda Repubblica, passate parola e buona settimana!

Alpi – Hrovatin, nuove indagini

Fonte: Alpi – Hrovatin, nuove indagini.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti riaprirà le indagini sulla morte di Ilaria Alpi, all’interno della più ampia inchiesta sulle cosiddette “navi dei veleni” e sui traffici transfrontalieri di rifiuti tossici.

Lo si legge in una nota del presidente della Commissione Gaetano Pecorella, che sottolinea: “L’audizione del maresciallo Scimone, che ha operato in collaborazione con il capitano De Grazia e con i magistrati di Reggio Calabria, ha consentito alla Commissione di acquisire una notizia di estremo interesse: nel corso di una perquisizione nei confronti di Giorgio Comerio è stata ritrovata, in un fascicolo rubricato con il nome Somalia relativo alla smaltimento dei rifiuti, la copia di un dispaccio dell’agenzia Ansa sulla morte di Ilaria Alpi. Poiché in quel momento nulla consentiva di collegare la morte della giornalista e del suo operatore al traffico dei rifiuti con la Somalia, il rinvenimento di questo documento e la sua collocazione richiedono un ulteriore e penetrante approfondimento”.

Racconta Pecorella: “La cosa che abbiamo trovato assolutamente importante sul piano dell’inchiesta è che…

non vi sarebbe stato in quel momento alcun motivo di collegare la Somalia, come questione di cui si occupava Comerio, con la morte di Ilaria Alpi. In quel momento nessuno ha pensato alla questione dei rifiuti. Vorremmo capire perchè si è instaurato questo rapporto nella testa di Comerio”.

 

Una strana osservazione, quella di Pecorella. Che Comerio si occupasse di rifiuti è già noto da anni. Ricordiamo che alcuni suoi documenti furono trovati a bordo del relitto della Jolly Rosso, spiaggiata ad Amantea. Per chi non lo sapesse, Giorgio Comerio è un ingegnere di Busto Arsizio, ma residente in diverse parti del mondo: sull’isola britannica di Guernsey, a Malta, a Lugano e in Italia, in una bella villa di Garlasco in provincia di Pavia.

Balzò agli onori nella prima metà degli anni ’80, quando fu espulso dal Principato di Monaco per traffico d’armi, poiché riforniva di missili Exocet i generali argentini durante la guerra delle Falkland. Definisce se stesso un “semplice esperto di navi e di localizzazioni”. Negli ultimi anni ha messo in piedi, con un socio austriaco e altri personaggi, la società Oceanic Disposal Management, poi è andato in giro per il mondo ad offrire una soluzione davvero originale per la sistemazione delle scorie radioattive.

Quelle stesse che i Governi non sanno dove mettere. L’ingegnoso progetto prevede il lancio, da navi appositamente riadattate, di siluri metallici, chiamati “penetratori”, caricati di scorie radioattive vetrificate o comunque rese inerti. Secondo il progetto dell’ingegnere, i siluri si andrebbero a conficcare fra i cinquanta e gli ottanta metri al di sotto del fondale marino. I penetratori sono anche dotati di sonar che li rendono rilevabili per un eventuale recupero. Proprio la presenza dei sonar gli ha consentito di aggirare la legge, e far così considerare il suo sistema non come un trasferimento ai fondali marini del concetto di discarica, ma come un metodo di “deposito temporaneo”.

Certo, esistono sia la Convenzione di Londra sia altre convenzioni internazionali che vietano lo scarico in mare dei rifiuti e dichiarano espressamente illegali questi piani, ma secondo le parole di Comerio “attraverso i penetratori le scorie vengono depositate non dentro il mare, ma sotto i fondali marini” e poi ricorda che “ci sono Nazioni che non hanno firmato la Convenzione, con cui è possibile lavorare”. Su di lui sono in corso indagini anche in Italia, da molti anni. Indagini dalle quali è emersa la rete di affari che ha proceduto per decenni con un’alternativa ai penetratori: le cosiddette “navi a perdere”. In pratica si affonda dolosamente la nave, con l’intero carico pericoloso, simulando un incidente. Ancora oggi, non si sa quante siano di preciso le navi dolosamente affondatenel Mediterraneo.

Queste considerazioni, fanno anche parte del patrimonio della Commissione Ecomafie, fin dalla XV legislatura. Ci si potrebbe quindi chiedere come mai Pecorella non ne fosse al corrente. Però una novità c’è davvero: dopo il collegamento, già dimostrato, tra la morte di Ilaria Alpi e le attività in Africa del faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, ora emerge la prova documentale di un collegamento con la figura di Giorgio Comerio.

Dal mare somalo ancora oggi affiorano, per galleggiamento, bidoni e cisterne. Vengono affondati pieni, poi si svuotavano per la corrosione, e tornano a galla, o vengono spinti a riva. Sulla costa di Boosaaso i tecnici dell’Agenzia per l’Ambiente dell’Onu rilevarono, nel 1994, altissime concentrazioni di sostanze tossiche. Concentrazioni tanto elevate che li indussero, per paura di essere contaminati, ad allontanarsi celermente. Nell’ultima intervista compiuta prima di essere assassinata, la giornalista della Rai aveva chiesto al sultano di Boosaaso, Abdullah Muse Bogor, proprio notizie sulle sostanze pericolose gettate in mare o sepolte sotto l’asfalto della strada Garoowe-Boosaaso.

Il sultano aveva risposto: “Si, la gente ne parla. Ho sentito dire che sono state trovate cisterne in mare, o sepolte sotto l’asfalto, stia attenta però signorina da noi chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell’altro, è morto”. Ilaria venne falciata dalle pallottole dei kalashnikov pochi giorni dopo.

In realtà in Somalia non c’era alcun traffico d’armi. In piena guerra civile, nonostante lo sbarco delle truppe della cosiddetta “missione di pace” che non ha portato alcuna pace nel Corno d’Africa, nessuno pagava per avere quelle armi. Perchè erano le armi ad essere il pagamento. Pagamento per le tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi, di provenienza occidentale, inviati in Somalia. I clan somali in quel periodo non accettavano in pagamento né dollari né altre valute, ma preferivano ricevere direttamente armi e munizioni. Solo dopo l’omicidio Alpi, e il conseguente rischio che l’affare venisse troppo alla luce, si scelse di incrementare l’eliminazione dei rifiuti mediante le navi a perdere. Navi su cui stavano compiendo accertamenti sia il maresciallo Scimone sia il comandante Natale De Grazia, poi morto misteriosamente.

Per quanto riguarda l’inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare, il WWF Italia già nel 2009, in audizione, aveva richiesto di rintracciare ed ascoltare Giorgio Comerio. E se Pecorella vede per la prima volta Comerio collegato a Ilaria Alpi, è bene ricordare che già nel 2004 il ministro per i rapporti col Parlamento Giovanardi aveva dichiarato: “Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d’armi. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia”.

Per ora, Comerio si guarda bene dal rendersi reperibile, ma non si sa mai. Potrebbe anche succedere che, con i soliti 20 anni di ritardo minimo, ci si stia avvicinando allo scoperchiare la pentola su questo ennesimo mistero italiano. Perché anche per quanto riguarda le armi ed i rifiuti in Somalia, è bene aspettarsi fin da ora che venga alla luce più made in Italy di quanto si possa immaginare.

 

AlessandroIacuelli

La guerra di Villaputzu con il Poligono della morte

Fonte: Antimafia Duemila – La guerra di Villaputzu con il Poligono della morte.

di Paola Medde – 31 gennaio 2011
Bambini malformati. Pastori malati di leucemia. Animali con due teste. L’hanno chiamata “sindrome di Quirra” perché le patologie sono simili a quelle dei soldati inviati nelle missioni internazionali, che partono sani e tornano con tumori e linfomi in dote. Il Salto di Quirra, costa sudorientale della Sardegna, è invece un luogo di pace, almeno apparente.
Un luogo di pascoli e di filo spinato: 12.700 ettari che ospitano il più grande poligono militare d’Europa, con la testa sprofondata a Perdasdefogu – che, tradotto dal sardo, significa “Pietre di fuoco”, una profezia nel nome – e i piedi tuffati nel mare di Quirra, nelle spiagge di Murtas e Capo San Lorenzo.
Qui, in realtà, si combattono due guerre: la guerra simulata degli eserciti internazionali, che prendono in affitto la terra sarda per sperimentare aerei, armi e missili di ultima generazione, e la guerra civile, silenziosa e muta, dei pastori, che portano al pascolo le pecore nei terreni contaminati.
Pastori divisi tra la necessità di lavorare per produrre latte che venderanno a 60 centesimi al litro e la paura, che è quasi una scommessa, di contrarre un tumore. Perché portare le greggi al pascolo a Quirra, come ha dimostrato la recente indagine condotta dai veterinari
delle Asl di Lanusei e Cagliari, significa avere il 65 per cento delle possibilità di ammalarsi di una leucemia o di linfoma.
A Quirra, piccola frazione di Villaputzu che conta neanche 150anime, epicentro dell’indagine che ha accertato un impressionante numero di tumori del sistema emolinfatico, in pochi accettano di parlare del poligono militare. Al bar del paese, il giovane che serve il caffè si trincera dietro un cupo no comment. Ed è dal tono che comprendi di camminare suunterreno minato. Un terreno su cui, in realtà, si puòpasseggiare quasi liberamente: una vasta area del poligono è aperta, non recintata dafilo spinato,maaccessibile, coltivata, adibita a pascolo. Nel cuore della base interforze sorgono agrumeti, oliveti e piccole aziende d’allevamento a conduzione familiare: si tratta di una zona cuscinetto che fino a poco tempo fa veniva sgomberata nei giorni delle esercitazioni militari. «Ci davano un indennizzo per la giornata lavorativa persa e ci mandavano via» spiega un anziano signore. «Caricavano gli abitanti di Quirra su un pullman – conferma Mariella Cao, attivista del comitato pacifista “Gettiamo le basi” – e li lasciavano suuno spiazzo per l’intera
giornata, fino ad esercitazione conclusa. Oggi no, non succede più: oggi non si preoccupano neppure di mandarli via». Oggi le pecore, i baristi, i pastori e gli olivi convivono e sconfinano, senza accorgersene, nella guerra, in questa pace impastata di guerra che è nella terra che coltivano e che pascolano.
La storia. La storia del PISQ (Poligono Interforze Salto di Quirra) nasce da unaribellione e da unaviolenza: la ribellione di Tertenia, dove la popolazione non accettò l’installazione
della base militare nel suo territorio, e la violenza che venne invece perpetrata sugli abitanti di Villaputzu, che si videro privati di ettari ed ettari di terra in cambio di pochi spiccioli, non contrattabili. «A noi espropriaronounmandorleto, tredici ettari: era tutto quello che avevamo » ricorda una anziana signora. In compenso ha avuto un posto di lavoro come donna delle pulizie nel poligono, un cognato impiegato alla Vitrociset – gruppo privato che cura la manutenzione e l’assistenza radar, ottica e informatica per la base militare: una ditta civile che ha a capo un militare, il generale Mario Arpino- e due morti in famiglia per leucemia.
La storia del più grande poligono interoforze d’Europa è tutta riassunta in quella di questa signora, che fa la cicoria accanto al filo spinato e fa la conta dei morti con ingenua naturalezza: «Sì, di leucemia è morta una coppia che abitava qui vicino, due cugini di mio marito e anche diversi pastori che conosciamo.
La causa? Non la sappiamo. Certo, è strano che ce ne siano così tanti».
Le malattie. «Così tanti», secondo il registro non ufficiale compilato dal Comitato Popolare per la Difesa dell’Ambiente e Salute nel Sarrabus, sarebbero cinquanta persone, solo tra i civili. Cinquanta persone che negli ultimi vent’anni a Villaputzu si sono ammalate di leucemia, linfomi o altri tumori. Si tratta di un dato approssimato per difetto: dall’elenco del Comitato sono esclusi i militari, che in realtà sono i più esposti al presunto killer della sindrome di Quirra. Eppure, nonostante siano dieci anni che la popolazione di Villaputzu chiede chiarezza, nonostante la rincorsa di indagini di Asl e Regione, questa lista fai-da-te è l’unica conta, parziale, sui morti, che se venissero conteggiati anche i dipendenti della base, potrebbe arrivare a triplicarsi.
Dal ‘98 ad oggi, le leucemie registrate sono state 23: un dato che fa rabbrividire se confrontato con le statistiche nazionali. Gli epidemiologi spiegano che, proiettando la media nazionale sulla popolazione di Villaputzu, che conta poco più di 5000 abitanti, si dovrebbero registrare 7 casi di leucemia ogni dieci anni. Se si restringe ilcampoalla piccola frazione di Quirra, che ospita appena 150 residenti, negli stessi dieci anni si dovrebbero rilevare statisticamente fra 0,5 e 1,6 casi. Per la maggior parte sono pastori – su 18, 10 si sono ammalati di leucemia – o dipendenti della Vitrociset. E casalinghe, studenti, figli di dipendenti del poligono. Poi ci sono i quattordici bambini nati con gravi malformazioni genetiche fra il ‘98 e il 2003a Escalaplano, piccolo centro che confina con il poligono: ermafroditismo, esadattilia, idrocefalia e ipospadia. E quelli mai nati: gli aborti spontanei.
Le indagini. Nel 2003 e nel 2006 la Asl di Cagliari prima e la Regione poi hanno avviato indagini per fare luce sullo strano caso di Quirra, ma nessuno è mai arrivato a dichiarare esplicitamente il nesso fra il poligonoe lo sviluppo tumultuoso delle patologie.
Chi ci è andata più vicino è stata la responsabile del Laboratorio di biomateriali dell’università di Modena Antonietta Gatti, che dopo un’approfondita analisi biologica sui soggetti residenti a Villaputzu affetti datumori e leucemie, ha dichiarato nell’audizione della Commissione d’inchiesta del Senato del 2005: «All’interno dei tessuti si nota una pallina bianca che non è normale trovare in tessuti biologici: essa può essere prodotta soltanto con una combustione ad altissima temperatura.
Questa pallina è composta da alluminio, silicio, titanio e ferro, più carbonio ed ossigeno. Come biomaterialista posso affermare che questi corpi estranei producono sempre una reazione». Nonostante queste pesanti dichiarazioni nel più grande poligono d’Europa si è continuato a operare indisturbati.
Nel frattempo, sono stati messi in piedi quelli che più d’uno ha definito “sapienti depistaggi”. Prima sul banco degli imputati è finita la consanguineità, presunta responsabile delle malformazioni genetiche a Escalaplano, poi è toccato all’arsenico proveniente dalla vicina miniera di Baccu Locci. «Il punto – osserva Mariella Cao – è che in questi studi la Difesa è sempre stata sia controllore che controllato».
Il business. Dietro il poligono si nasconde un business i cui contorni nonsono mai stati chiariti. Qui effettuano le loro sperimentazioni non solo le forze militari italiane, ma anche gli eserciti stranieri e i giganti industriali privati, che utilizzano il Salto di Quirra come uno show room dove esporre le moderne tecnologie belliche e concludere onerosi contratti internazionali nel campo della difesa. «Con una semplice autocertificazione – sostiene l’ammiraglio Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, che da anni si batte per le vittime militari dell’uranio impoverito – ottengono il diritto di fare tutto ciò che vogliono. Noi non sappiamo cosa viene sparato, cosa viene utilizzato da questi eserciti e da queste ditte: con l’autocertificazione si sfugge a ogni controllo». Un ex dipendente Vitrociset, che ha scelto la via dell’anonimato, ha raccontato di quello che ha visto fare a Quirra, dove si sperimentava la resistenza dei materiali attraverso le esplosioni al largo dalla costa: «Ho visto scene incredibili.
È spaventoso quello che hanno fatto al nostro mare e alla nostra terra». Per avere chiavi in mano questo pezzo di Sardegna, ditte ed eserciti stranieri versano una cifra che non è mai stata dichiarata ufficialmente, ma che secondo fonti attendibili ammonterebbe a 50.000 euro l’ora, dati del 2003.
Siccome il poligono è in attività per oltre 200 giorni l’anno, anche ipotizzando una sola ora di attività al giorno, il minimo sindacale, ciò significherebbe che dal solo affitto del terreno la Difesa percepirebbe, a stare stretti, 10 milioni di euro l’anno.
Al contrario, il Comune di Villaputzu riceve dallo Stato cinque milioni ogni quinquennio a titolo di indennizzo per le servitù militari: un milione all’anno che, divisi per i 12.700 ettari, fanno meno di un euro a metro quadro.
Il sindaco eroe. Un Don Chisciotte che si è opposto al poligono c’è stato, ma, come lui stesso ammette, ne è uscito a pezzi. Si chiama Antonio Pili, è un medico pneumologo ed è stato sindaco di Villaputzu in quota Forza Italia dal ‘97 al 2002. «Cosa ci dà la base? Sessanta buste paga, nient’altro.
In compenso ci ha mutilato per sempre da tutti i punti di vista: turistico, economico, ambientale,
pernonparlare dell’aspetto sanitario.
Ho perso il conto del numero di lettere scritte al Ministro della Sanità per denunciare l’insopportabile numero di leucemie e tumori dei miei concittadini:mairicevuto uno straccio di risposta. È una carneficina, ci stanno uccidendo. Ho avuto il coraggio di denunciare queste cose e sono riuscito a strappare 500 ettari alla base militare, ma mi sono procurato molti nemici». Ed è stato così che la Procura militare, non quella civile, lo ha denunciato per non aver avvertito
la popolazione sull’allarme arsenico della miniera di Baccu Locci, uno dei molti spettri agitati per deviare l’attenzione dalla base.
La mozione dei parlamentari sardi. La recente indagine dei veterinari Asl ha ora sollevato l’ennesimopolverone, mapochi fra i cittadini di Villaputzu credono che qualcosa cambi: «Di noi ha parlato persino la televisione svizzera, ma non è successo niente». Adesso, ed è questa la novità, Quirra non è più solo un caso giornalistico, ma politico: per la prima volta i senatori sardi, capeggiati dal democratico Gian Piero Scanu, hanno presentato una mozione parlamentare
che chiede la sospensione delle attività missilistiche a terra e in mare svolte nel poligono in base al principio della ragionevole precauzione. Analoga azione è stata mossa dai deputati sardi del Pd alla Camera.
Basi militari in Sardegna /1 puntata

Tratto da: L’Unità

Questa è la mia terra e io la difendo

Fonte: Questa è la mia terra e io la difendo.

Sono appena tornata da un bell’incontro pubblico con la comunità italiana di Londra, fatta da studenti, lavoratori e cervelli in fuga da una nazione fondata sulla perversione. Persone di cui l’Inghilterra sta beneficiando e che molti qui lasciano partire tirando un sospiro di sollievo: “Un disoccupato in meno”. Il mio primo pensiero oggi è dedicato ad un amico che ha avuto il coraggio di rimanere nella sua terra, di resistere alla cappa culturale del suo paese per difendere quella Sicilia che amava più di ogni altra cosa. Giuseppe Gatì è una persona che oggi mi manca, ma che manca soprattutto a questa regione. Oggi ci rimane il suo ricordo, la sua voglia di lottare per una Sicilia ed un’Italia libere.

Ho conosciuto Giuseppe a Palermo, alla presentazione di un libro di Marco Travaglio, e sono stata subito conquistata dal suo sguardo pulito e fiero, dalla sua voglia di reagire, di fare qualcosa di concreto. Da quel momento è nata un’amicizia che ancora oggi sento dentro come allora. Lo vedevo spuntare tra la folla agli incontri in giro per la Sicilia, sempre. Giuseppe, poco più che ventenne, non si faceva fermare dai chilometri nè dalla sua vecchia auto traballante. Niente poteva vincere sul suo entusiasmo, per questo Giuseppe rappresenta uno di quei rari esempi che non potevamo permetterci di perdere.

Sono passati esattamente due anni da quel terribile 31 gennaio 2009, quando mi giunse la notizia che Giuseppe non c’era più. Era morto sul lavoro. Era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. Una morte assolutamente evitabile per un giovane che avrebbe potuto fare tanto per la Sicilia, più di quanto, in soli vent’anni, era riuscito ad insegnare ai suoi amici e a quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Non potrò mai dimenticare la sua telefonata dopo la contestazione a Vittorio Sgarbi. Era spaventato, agitato perchè era stato rinchiuso in una stanza per ore, intimidito e strattonato da uomini della Polizia Municipale e sedicenti poliziotti in borghese per aver osato urlare in faccia a Sgarbi: “Pregiudicato! Viva Caselli, viva il pool antimafia!”. Cercai in tutti i modi di calmarlo e restammo tutta la notte a parlare perchè attendevo che mi inviasse il video della contestazione. Nonostante la paura, però, Giuseppe la contestazione l’aveva fatta. Oggi, dopo due anni, il pregiudicato Vittorio Sgarbi si sbraccia e protesta perchè lo Stato non lo protegge (ma da chi?), e Giuseppe invece non ha più la possibilità di protestare. Dobbiamo farlo noi, anche per lui.

La sua storia mi porta sempre a fare una riflessione. Non condivido l’idea semplicistica che i giovani siano il futuro: i giovani sono e devono essere il presente. E’ oggi, adesso, che devono alzare la testa e reagire ai soprusi e alle prevaricazioni. Oggi devono difendere i propri diritti e le proprie aspirazioni.

“E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci. Questa è la mia terra ed io la difendo. E tu?. Questo diceva Giuseppe.

In questo giorno, quindi, il mio appello è rivolto a tutti quei ragazzi che ne condividono le idee e i principi: non fermatevi al ricordo fine a se stesso, onorate la sua memoria perseguendo degli obiettivi. Lottate in suo nome per i vostri diritti. Solo così la morte ingiusta e crudele di Giuseppe, piccolo grande combattente, potrà avere davvero un senso.

Sonia Alfano

da: ilfattoquotidiano.it