Archivi del giorno: 2 febbraio 2011

Antonio Ingroia: “pezzi delle istituzioni non vogliono la verità”

Fonte: Antonio Ingroia: “pezzi delle istituzioni non vogliono la verità”.

L’intervento del Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia alla presentazione del 29 gennaio 2011 del Film ’19 luglio 1992 – una Strage di Stato’ diretto da Marco Canestrari e curato dalla redazione del sito 19luglio1992.com.


“Credo che il video dica già tanto, tutto. E’ un video molto, molto emozionante sia per le immagini sia anche per il contenuto delle interviste, delle cose che vengono dette. Aldilà delle emozioni che già il video ha trasmesso, credo che le uniche riflessioni che vadano fatte oggi da parte mia a margine di questo video, alla fine di questa giornata – abbiamo fatto prima un altro dibattito importante nell’Aula Magna di Giurisprudenza nel pomeriggio – credo che questa debba essere anche l’occasione per riflettere un po’ e fare un bilancio di quello che è successo negli ultimi anni. Questo video racconta non tanto e non soltanto quei giorni del ’92, quello che accadde prima e quello che accadde dopo, credo che racconti molto anche di noi degli ultimi tempi e cioè questo ritorno di speranza e nuove verità che si sono profilate all’orizzonte dopo anni anche di oblio, anni in cui ci si era rassegnati ormai quasi a una verità dimezzata: una verità, ma una verità dimezzata su quella strage e su quella stagione. Poi una serie di fattori, anche risultanze processuali – è noto – le dichiarazioni di Spatuzza da una parte, le dichiarazioni di Massimo Ciancimino dall’altra, le indagini che hanno fatto seguito a queste risultanze, hanno suscitato grande aspettativa e grande attenzione. Sono usciti dei libri di cui alcuni autori sono qui, ci sono degli autori diciamo nella platea. La Commissione Parlamentare Antimafia, un fatto diciamo storico, quasi epocale, per la prima volta, una Commissione Parlamentare Antimafia, mentre direi questo costituiva per certi versi uno scandalo, nessuna Commissione Parlamentare Antimafia nell’arco di 20 anni aveva aperto mai una sessione sul tema della stagione delle stragi, non aveva neanche pensato di sollevare il coperchio su quella stagione, colpevolmente possiamo dirlo, e senza fare sconto a nessuno, visto che abbiamo avuto in passato presidenti di Commissioni Parlamentari Antimafia di centro destra ma anche di centro sinistra e soltanto in quest’ultima Commissione Parlamentare Antimafia si è aperto anche questo fronte, anche questo con grandi aspettative, grande attenzione da parte dei giornali, dei mass media.

Però la mia sensazione è che nell’ultimo, negli ultimi mesi ci sia un calo di tensione e un calo di attenzione, dovuto anche al fatto che ci sono, diciamo, altri fatti di attualità che si sono impadroniti delle prime pagine dei giornali, per carità! Però non vorrei che, appunto, approfittando del clamore di altre vicende che occupano la cronaca quotidiana, ci si sia dimenticati di quanto sia cruciale la possibilità, l’opportunità che ancora una volta ci si sta presentando davanti di poterla scoprire questa verità. Perché dico ancora una volta? Perché è accaduto ciclicamente e periodicamente in alcuni momenti della nostra storia recente delle occasioni di questo genere. Era accaduto anche verso la, molto tempo fa, verso la metà degli anni ’90 al culmine della stagione dei cosiddetti nuovi pentiti, comunque la stagione dei collaboratori nel periodo del post stragismo, che si erano aperti dei grandi squarci di verità e poi dopo un momento di grande attenzione, tensione e passi in avanti nelle indagini, poi c’erano state delle battute di arresto. Era cambiato il clima nel Paese, venne approvata la cosiddetta nuova legge sui pentiti, che ho ribattezzato anch’essa legge bavaglio, perché come quella sulle intercettazioni, secondo me la legge sui pentiti è stata una legge bavaglio perché di fatto ha imbavagliato i pentiti sia nel senso che di pentiti ce ne sono poco o nulla, sia perché, essendo una legge che ha penalizzato il pentitismo, ha di fatto svolto un ruolo quasi di intimidazione nei confronti dei pentiti stessi che da quel momento in poi hanno capito che possono parlare sì, ma prima di parlare di certi temi come quelli legati alle eventuali complicità nella stagione delle stragi e della trattativa o comunque più in generale al tema del rapporto mafia-politica, mafia-istituzioni, quel pentito può finire male. Peraltro c’è l’esempio abbastanza recente della vicenda di Gaspare Spatuzza a cui è stato revocato il programma di protezione con la motivazione ufficiale che questo avveniva perché ha violato la legge che gli impone di dire tutto entro sei mesi, ma coincidenza vuole che questo sia avvenuto nel momento in cui ha anche pronunciato nomi pesanti di uomini politici – è noto – che sono i nomi del Presidente Berlusconi e del senatore Dell’Utri . E allora tutto questo, voglio dire, quindi c’è stata quella stagione in cui si sono fatti dei grossi passi avanti e poi una battuta d’arresto con la legge sui pentiti. E oggi di nuovo in questi ultimi due anni dei grossi passi avanti, non vorrei che si determinino delle battute d’arresto. Ad esempio il dibattito anche, lasciamo perdere le risultanze delle indagini di cui ovviamente non posso parlare, ma se guardiamo a come si è svolto il dibattito politico e giornalistico, si è tutto concentrato ad esempio sulla vicenda del 41bis nel ’93, che ha una sua importanza, un suo peso, sul quale la Procura di Palermo in particolare sta indagando, peraltro tornando a indagare su vicende sulle quali aveva già indagato il collega Gabriele Chelazzi della Procura di Firenze qualche anno fa. Però quel 41bis come è noto che venne non prorogato nel ’93 dal Governo Ciampi, quando era Ministro della Giustizia Conso, che ha un suo peso e che merita di essere investigato, non può essere, non corrisponde a nessuna risultanza che sia tutto, la spiegazione di tutta la vicenda papello, trattativa etc. Costituisce un piccolo episodio nella vicenda più lunga. Ora la mia sensazione è che il lavorio, le aspettative che si sono create in questi anni, qualcuno voglia ridurle a qualcosa di veramente riduttivo e insoddisfacente, per dare la sensazione agli italiani che la montagna ha partorito il topolino, in realtà non c’è nulla di straordinario, di misterioso, diciamo così, dietro la stagione dello stragismo, ma era stato tutto, quello che noi abbiamo detto ciascuno nei propri ruoli diversi, erano soltanto fantasie di Pubblici Ministeri o giornalisti o uomini impegnati nella società come Salvatore Borsellino, tutti chi più chi meno ciascuno di noi un po’ visionario, ma in realtà si trattava di stragi di sola mafia, mentre poi c’è stata una vicenda nel ’93 di un allentamento dello stato del 41bis. Ecco, siccome io vedo all’orizzonte la possibilità che si voglia ridurre tutto ancora una volta per ricacciare indietro ogni chance di scoprire tutta la verità su quella stagione, chance che io ritengo concretamente profilatasi in questi ultimi tempi, il mio oggi vuole essere un’occasione per fare diciamo un appello a ciascuno di noi, a ciascuno di voi, e tenere alta l’attenzione, perché, lo ha anche detto, chi è stato diciamo attento nell’intervento di Nino Di Matteo oggi pomeriggio, ha detto sostanzialmente la stessa cosa, perché riteniamo che possa esserci il rischio che quei pezzi delle Istituzioni che la verità non la vogliano su quella stagione del 92-93, pezzi delle Istituzioni ancora presenti dentro le Istituzioni, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, faranno ancora di tutto perché noi restiamo come avevamo detto l’anno scorso grosso modo di essere giunti nell’anticamera della verità, allora qualcuno vuole lasciarci in quell’anticamera e non farci entrare dentro la stanza successiva, ci vuole impedire di aprirla quella porta, ricacciandoci indietro, vuole insomma che questa sia l’ennesima occasione perduta per scoprire la verità su quella stagione. E allora dipende naturalmente da chi si occupa delle indagini e delle investigazioni fare che ciò non accada, ma dipende un po’ anche da ciascuno di noi come cittadini. Io lo dicevo già oggi pomeriggio, quando si ha a che fare con verità così complesse, occorre il contributo di tutti. E allora dico ai cittadini, ai giovani, al Movimento delle Agende Rosse, ai giornalisti che di questo si sono occupati, insomma a tutti coloro i quali in questi anni con convinzione si sono impegnati nel dare il loro contributo a cercare la verità e che la mia sensazione, anche per ragioni che per ovvie ragioni non posso spiegarvi, la mia sensazione è che possano verificarsi degli eventi finalizzati a non farla venire fuori questa verità. Quindi il mio appello, cerco di essere il più esplicito possibile potendo esserlo sino a un certo punto: tenete gli occhi aperti, non pensiate che la verità viene fuori da sola e che ormai si è incanalata in modo tale che inesorabilmente verrà fuori, perché occorre una grande vigilanza da parte di tutti. Io sono convinto che se non tutta la verità, parti consistenti di verità possano ancora venire fuori e l’anno che abbiamo davanti sia un anno cruciale, anche perché venga fuori buona parte della verità sulla strage di Via D’Amelio e tutta quella stagione delle stragi e della trattativa. Ci sono però in campo altre forze che questa verità non la vogliono e ci sono una serie di variabili che possono giocare un ruolo non favorevole all’emersione della verità. Ecco perché dico attenzione da parte di tutti, pronti ad accendere i riflettori che temo si siano spenti, si stiano affievolendo se non spenti. Teniamo accesi i riflettori su quella stagione e sulle indagini su quella stagione. Grazie.”

Antonio Ingroia

Quanto ci piacciono i dittatori

Fonte: Antimafia Duemila – Quanto ci piacciono i dittatori.

di Massimo Fini – 1° febbraio 2011
È evidente l’estremo imbarazzo dell’Occidente (con ciò intendendo l’America e tutti i Paesi cosiddetti democratici che le fanno da codazzo) di fronte alle rivoluzioni popolari, laiche, emerse improvvisamente in Tunisia, in Albania, in Egitto. Perché ci mette di fronte alla nostra contraddizione di fondo: da una parte noi siamo i grandi vessilliferi dell’ideale democratico tanto che non esitiamo a imporlo, anche a suon di “bombe blu” e all’uranio impoverito, a popoli che non ne vogliono sapere (Afghanistan), dall’altra se emergono forze, democraticamente elette, che non ci sono amiche, o che sospettiamo che non lo siano, preferiamo le dittature, anche quelle particolarmente infami e corrotte (una nostra specialità è appoggiare i regimi più corrotti del mondo, perché sono più facilmente manovrabili).

La prova si ebbe nel 1991 quando in Algeria si tennero le prime elezioni libere e democratiche di quel Paese dopo trent’anni di una dittatura militare sanguinaria. Vinse il Fis, Fronte Islamico di Salvezza, col 75% dei consensi. Allora aiutammo i generali tagliagole algerini ad annullare quelle elezioni con la motivazione che il Fis avrebbe instaurato un regime totalitario. Cioè in nome di una dittatura ipotetica si ribadiva quella che già c’era. I dirigenti del Fis furono arrestati e decine di migliaia di militanti messi in galera. Quando si vuole schiacciare una forza che ha il consenso di tre quarti della popolazione la conseguenza non può che essere la guerra civile, che infatti ha insanguinato l’Algeria per più di dieci anni con centinaia di migliaia di vittime che pesano in buona parte sulla nostra adamantina coscienza di occidentali. Comunque la lezione algerina aveva questa pedagogia: le elezioni democratiche valgono solo  quando le vinciamo noi.

Un discorso apparentemente diverso ma sostanzialmente analogo va fatto per la Rivoluzione khomeinista. Per decenni l’Occidente ha sostenuto lo Scià di Persia, un dittatore patinato (quanti servizi su Soraya, “la principessa triste”, e Farah Diba abbiamo dovuto sorbirci nella nostra giovinezza) quanto spietato, la cui polizia, la Savak, era la più famigerata del Medio Oriente, il che è tutto dire. Lo Scià rappresentava una sottilissima striscia, il 2%, di borghesia occidentalizzante ricchissima che si poteva vedere in quegli anni, tutta in ghingheri a Londra e a New York, mentre il resto del Paese era alla fame. Finché il tappo è saltato ed è arrivato Khomeini che, poiché noi ragioniamo sempre e solo con le nostre categorie, dapprima fu scambiato dalle sinistre per un bolscevico (“Baktiar = Kerenski, Khomeini = Lenin” scriveva l’Unità) e in seguito, quando fu chiaro che proponeva una via allo sviluppo del mondo islamico che non fosse né comunista né capitalista, divenne per tutti “il demonio”. Tanto è vero che gli opponemmo un dittatore vero, e particolarmente criminale, Saddam Hussein, mentre la teocrazia non è certo la democrazia, ma non è nemmeno il potere assoluto nelle mani di un solo uomo. La stessa cosa sta avvenendo in questi giorni in Egitto. Hosni Mubarak sarebbe saltato da tempo come un tappo, sotto la pressione dell’ebollizione strisciante di un’intera popolazione che non ne poteva più del suo prepotere, del suo nepotismo, della corruzione sua e del suo clan, dei metodi illiberali e polizieschi (non per nulla gli americani quando hanno catturato illegalmente, violando ogni norma di diritto internazionale, l’imam di Milano Abu Omar, lo hanno spedito subito nelle prigioni del Cairo perché vi potesse essere adeguatamente torturato), se gli Stati Uniti non lo avessero sostenuto per decenni con miliardi di dollari l’anno e costruendogli addosso uno dei più imponenti eserciti del mondo, in funzione antiraniana e pro israeliana (ma era stato Sadat, un uomo probo, e non quel pendaglio da forca di Mubarak, ad avere il coraggio di alzare il telefono e dire al nemico di sempre: piantiamola). Anche qui la lezione è che, nonostante i nostri roboanti proclami, i regimi dittatoriali, i calpestatori professionali dei “diritti umani”, ci stanno bene purché stiano ai nostri ordini e servano i nostri interessi. Così abbiamo sostenuto Musharraf, il sanguinario dittatore del Pakistan, perché ci ha aperto le porte dell’Afghanistan, così come sosteniamo, per lo stesso motivo, il corrottissimo e altrettanto dittatoriale, sotto false forme democratiche, Sali Berisha, Alì Zardari, o il re Abdullah dell’Arabia Saudita dove la sharia è applicata in modo più sistematico di quanto avvenga in Iran e di quanto avvenisse sotto il demonizzato regime talebano, e tiranni e tirannelli di mezzo mondo, purché “amici” e sensibili ai dollari.

Adesso la tentazione, anzi il progetto, è di pilotare le rivoluzioni tunisina, albanese e egiziana a nostro uso e consumo. Di giocare sulla carne e sulla pelle di chi ha avuto il coraggio – che manca in Italia – di ribellarsi all’ingiustizia, perché torni tutto come prima e quei Paesi restino a fare da servi agli interessi dell’Occidente. Io credo che questa politica imperiale, di “gendarmi del mondo” che si sono   autonominati tali, non paghi più, nemmeno in termini di realpolitik. Credo che sia venuto finalmente il momento di lasciare agli altri popoli il diritto elementare di autodeterminarsi da sé, secondo la propria storia, le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria vocazione e anche i propri interessi. E forse allora scopriremmo che l’evidente ostilità che circonda l’Occidente, in Medio Oriente, in America Latina, in quel che resta dell’Africa nera, in Asia centrale, in Afghanistan, non è dovuta a motivi ideologici o religiosi, ma alle prepotenze militari, economiche e politiche di cui li facciamo oggetto da decenni se non da secoli. Usando costantemente la pratica dei “due pesi e due misure”. Questo sarebbe anche un modo per spazzar via il radicalismo terrorista, che peraltro è un fenomeno marginale. Dopo gli attentati londinesi di qualche anno fa, il sindaco di Londra, Livingstone, molto amato dai suoi concittadini, li condannò, ma disse anche: “Se il popolo inglese avesse dovuto subire le ingerenze che noi anglosassoni stiamo perpetrando da più di un secolo su quelli arabi e musulmani, credo che io sarei diventato un terrorista britannico”.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

TRARRE PROFITTO DALLA POVERTÀ

Fonte: ComeDonChisciotte – TRARRE PROFITTO DALLA POVERTÀ.

A CURA DI ECONOMIC COLLAPSE

La JP Morgan è il più importante fornitore di sussidi per buoni alimentari degli Stati Uniti. Ha ottenuto l’appalto per la fornitura delle debit card relative ai buoni alimentari in 26 stati e nel distretto di Columbia. La società ottiene un compenso per ogni caso di cui si occupa, ciò significa che più americani fanno richiesta per i buoni alimentari, più aumentano i profitti per la JP Morgan. Sì, avete capito bene.

Se aumenta il numero di americani che ricorrono ai buoni alimentari, la JP Morgan accresce il proprio introito. Nel video (vedi più sotto) il direttore generale della JP Morgan, Christopher Paton, ammette che si tratta di “un business molto importante per la JP Morgan” e sta andando molto bene. Considerando che il numero di americani che si affidano ai buoni alimentari è cresciuto in maniera esponenziale dai 26 milioni del 2007 agli attuali 43, è facile immaginare l’impennata dei profitti in questo settore per la JP Morgan. Ma ciò non spinge la JP Morgan a mantenere più alto possibile il numero di americani coinvolti nel programma dei buoni alimentari?

E’ solo che ci sono alcune cose che fanno un po’ “rabbrividire” per essere “esternalizzate” alle grandi imprese private. Il direttore generale della JP Morgan nell’intervista fa del suo meglio per far emergere gli aspetti positivi di questa situazione, ma per una grande banca di Wall Street risulta veramente raccapricciante il fatto di trarre profitto dalla sofferenza di decine di milioni di americani…

Quindi, se la disoccupazione scendesse, ciò metterebbe in crisi il business della JP Morgan basato sui buoni alimentari?
Beh, apparentemente no. Nell’intervista Paton afferma che il 40% dei beneficiari dei buoni alimentari sono occupati, e sembra convinto che ci possa ancora essere “crescita” in questo segmento.

E’ così che si sta trasformando l’America ?

Un paese in cui decine di milioni di disoccupati e di poveri occupati si trascinano nei discount e nei negozi dove si vende tutto a un dollaro per utilizzare ogni mese i buoni alimentari forniti dalla JP Morgan?

La JP Morgan fornisce inoltre sussidi per i bambini in 15 stati e per i disoccupati in altri 7 stati.

A quanto pare, gli stati hanno scoperto che possono risparmiare milioni di dollari “esternalizzando” la fornitura di questi sussidi a grandi istituti finanziari come la JP Morgan.

Ma cosa succede se si ha un problema con la card relativa ai buoni alimentari?

Bene, si chiama il centro servizi della JP Morgan. Facendo così, c’è una buona probabilità che si venga aiutati da un impiegato di un call center della JP Morgan in India.

Proprio così – se ne deduce che la società risparmia “delocalizzando” in India le chiamate per il servizio relativo ai buoni alimentari.

Quando la ABC News ha chiesto chiarimenti alla JP Morgan riguardo questo aspetto, l’azienda non ha specificato per quali stati le chiamate al servizio clienti vengono dirottate in India e per quali, invece, vengono gestite all’interno degli Stati Uniti…

La JP Morgan è al momento ancora l’unica società ad avere call center oltreoceano operanti nell’ambito dell’assistenza pubblica. L’azienda si rifiuta di comunicare per quali stati le chiamate vengono inoltrate in India e per quali vengono gestite a livello nazionale. Questa decisione, afferma la società, è spesso lasciata ai singoli stati.

La JP Morgan, in seguito a pressioni politiche, sta trasferendo all’interno degli Stati Uniti alcuni di questi call center, ma la situazione complessiva è un ottimo esempio di come l’“economia globale” sta incidendo sulla classe media americana.

Provate ad immaginare l’ironia – quella che un tempo era la classe media americana, che ha perso il lavoro a causa della delocalizzazione, si trova a ricorrere ai buoni alimentari per finire poi a contattare un impiegato di un call center in India. Benvenuti nell’economia globale, eh?

Ma c’è ancora dell’altro.

E’ appena stato annunciato che la JP Morgan ha ammesso di aver erroneamente precluso il riscatto dell’ipoteca a dozzine di famiglie di militari e di aver imposto costi eccessivi ad altre “migliaia” di famiglie di militari. Ahi.

Andare a provocare le famiglie dei militari è decisamente sconveniente.

Manca ancora qualcuno all’attenzione della JP Morgan?

La JP Morgan è stata tra i principali istituti finanziari coinvolti nello scandalo dei pignoramenti facili.

Pare abbiano avuto molti problemi ultimamente. Ma non sono gli unici.

La verità è che siamo arrivati al punto in cui i grandi istituti finanziari di Wall Street, come la JP Morgan, la Goldman Sachs, la Citibank e la Morgan Stanley hanno la strada spianata per accrescere il loro potere.

I più grandi istituti finanziari di Wall Street non hanno avuto alcuna remora a chiedere aiuti al governo statunitense durante la crisi finanziaria, ma nel momento in cui i cittadini americani avrebbero necessitato un po’ di comprensione e clemenza da parte loro, si sono rivelati decisamente poco disponibili.

Titolo originale: ” Profits In Poverty JPMorgan Is Making Big Money From Food Stamps! “

Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link
20.01.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ELENA

Eurogermania

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Eurogermania.

Che fine ha fatto l’Europa? E’ mai esistita? In principio fu l’euro e in seguito non c’è stato altro. Se l’Europa è solo una moneta, in assenza di questa non esiste neppure l’Europa. Dal 2008, l’anno della crisi, negli incontri europei si discute di debito pubblico, spread tra i diversi titoli, tenuta delle banche, default e triple A. L’Unione Bancaria Europea si è sostituita nell’immaginario all’Unione Europea.
Non c’è traccia di una politica estera comune. Il Mediterraneo è in fiamme e l’Europa è muta, come sempre in questi casi. Eppure la sorte dell’Egitto, e più in generale del Nord Africa, può portare a una nuova guerra dei Paesi Arabi con Israele e a un aumento del prezzo del petrolio non sostenibile dalle economie nazionali già in ginocchio dei Pigs. Dall’altra parte dell’Atlantico interviene Obama, in sostanza per liquidare Mubarak, mentre l’Europa, al massimo, può far emettere un comunicato a Trichet sull’esposizione delle banche europee verso l’Egitto.
Sono stato a Bruxelles, ho visto le scolaresche provenienti da diversi Paesi visitare il Parlamento Europeo. Ho avuto l’impressione di ragazzi in gita a un luna park, a un gigantesco mausoleo abitato da funzionari e eurodeputati, Un Club Med, un cimitero degli elefanti che ospita residuati della politica come Albertini e Occhetto o Mastella, il profugo di Ceppalonia. Un trampolino, per altri, verso il parlamento nazionale. Di che Unione si può parlare senza un sistema fiscale omogeneo, una ricerca e innovazione comune, una politica condivisa dei flussi per il lavoro e dei rifugiati politici, una lotta alle mafie condivisa?
La Russia è rappresentata da Putin, l’America da Obama e la Cina da Hu Jintao, ma l’Europa da chi è rappresentata? Il primo nome che viene in mente ai più è Angela Merkel, che non ha nessun incarico europeo. L’identificazione Europa-Germania è però nei fatti. Senza la Germania, questa Europa, tenuta in piedi dall’economia tedesca, svanirebbe. Eppure si allarga, si allunga sempre più, come un palloncino, siamo arrivati a 27 Stati, ognuno dei quali per garantirsi il futuro dovrebbe correre come la Germania o rischiare di perdere la sovranità nazionale, dopo quella monetaria, come sta per accadere a Grecia e Irlanda. L’Italia, in questa compagnia, recita la parte di chi aderisce in principio a ogni direttiva dall’agricoltura, al commercio, alla protezione ambientale per poi ignorarla. Ogni anno, implacabili, arrivano centinaia di milioni di euro di multa. Siamo i tafazzi d’Europa. “Se stiamo insieme ci sarà un perché“, forse è il caso di trovarlo alla svelta prima del “Rompete le righe“.

Verso la guerra urbana | Il blog di Daniele Martinelli

Fonte: Verso la guerra urbana | Il blog di Daniele Martinelli.

Si chiama Urban Operations in the Year 2020. E’ un progetto della Nato che prevede l’impego dell’esercito nelle guerre urbane entro quell’anno, quando la popolazione mondiale avrà toccato i 7 miliardi e mezzo di individui stipati in quartieri sovraffollati, quasi tutti in condizioni di povertà economica.
Le nuove guerre non saranno più tra Stati, ma dentro i singoli Stati. Lo sa bene la ristretta oligarchia ricca e corrotta che detiene il potere e che non intende rinunciare ai propri privilegi. Dunque, per tentare di mantenere questa differenza di ceto diventerà opportuno reprimere rivolte, tumulti e proteste col crescente disagio sociale come sta già accadendo in Tunisia e in Egitto ridotti alla fame. L’esercito si prepara a diventare il “mezzo” o se preferite lo spartiacque tra i ricchi e i poveri. Il Ministero della Difesa italiano si è già adeguato a tal proposito. Ha arruolato qualche migliaio di giovani impegnati in un corso di abilitazione alle lotte urbane, salutate dal governo Berlusconi con l’operazione strade sicure varato nel 2008, quando La Russa mandò nelle strade e nelle piazze italiane 2.500 giovani in mimetica .

Era un’operazione che doveva durare 6 mesi. Invece da ormai 3 anni le città sono sempre più militarizzate, anche le più piccole, in luoghi dove di militari armati non c’è alcun bisogno. Mi riferisco ai mercati e alle stazioni in orari in cui circolano studenti e pendolari (la foto postata è un esempio). Girano nel traffico giornaliero a bordo delle camionette affinché la strategia di abitudine alla militarizzazione del territorio, porti assuefazione alla presenza di giovani in mimetica armati, incaricati di sedare proteste spontanee di cittadini inermi contro i quali sarà più facile intervenire con metodi repressivi, armi comprese. Altro che sicurezza. Del resto un governo che volesse reprimere la criminalità spicciola impiegherebbe agenti in borghese, non in mimetica. Ma a quanto pare le lobby ricche e arricchite di tutto il mondo non vedono alternative. Col crescente disagio sociale giocheranno la carta della repressione dura e pura. Dalle città ai paesini la presa di coscienza è ormai chiara: si va verso le guerre urbane. Italia compresa.

CHI C’E’ DIETRO QUEL DELITTO – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: CHI C’E’ DIETRO QUEL DELITTO – La fermata – Cadoinpiedi.

Inizia oggi, a Trapani, il processo a carico dei due unici rinviati a giudizio per l’omicidio di Mauro Rostagno. Si arriva a un processo 23 anni dopo il delitto, perché parliamo di un omicidio avvenuto il 26 settembre 1988. Dei due rinviati a giudizio, uno è un personaggio molto rilevante: si chiama Vincenzo Virga (l’altro è Vito Mazza), capo mafia della cosca trapanese che all’epoca dei fatti e fino al 1994, era un perfetto sconosciuto. Un imprenditore. Non si sapeva neanche che fosse affiliato alla mafia. Lo si scoprì nel 1994 e oggi ha già alcune condanne, tant’è che in realtà il rinvio a giudizio, il mandato di custodia cautelare, tutti gli atti relativi al processo Rostagno, gli sono stati notificati in carcere, dove sta già scontando una serie di condanne tra cui la condanna per la strage di Pizzolungo dove la mafia voleva uccidere il magistrato Carlo Palermo appena trasferito a Trapani. Una tentata strage nella quale persero la vita due gemellini e la loro madre che incrociavano l’auto di Carlo Palermo lungo la strada. Ma anche altre vicende: per esempio a breve dovrebbe tornare in aula per il grado di Appello relativo alla denuncia per minacce e/o estorsione ai danni della squadra di pallacanestro di Trapani, perché doveva recuperare dei fondi extra bilancio per conto di Dell’Utri per un finanziamento in nero di Publitalia. Virga, insomma, è una figura di primissimo piano, nello scacchiere di Cosa Nostra.

Per quanto riguarda l’omicidio Rostagno, l’aspetto importante è che questo rinvio a giudizio, anche secondo le dichiarazioni del Procuratore aggiunto di Palermo Ingroia, non è in qualche modo la chiusura delle indagini. Virga e Mazza sono i primi due rinviati a giudizio su un’indagine relativa ad un omicidio che è frutto di una convergenza di interessi. Dunque, c’entra la Mafia ma c’entra anche qualcun altro che ancora la Procura non ha identificato, o forse non ha svelato. Un’indagine che “rischia” di essere la parte più interessante della faccenda, perché ricordiamo che la pista considerata da Ingroia come una delle piste promettenti per arrivare a mandanti e esecutori e movente, è quella di una delle attività che aveva sviluppato Rostagno nell’ultimo periodo, nate da casualità. Lui si era trovato vicino a una pista di un aeroporto che avrebbe dovuto essere dismesso, inutilizzato e aveva visto atterrare un aereo militare italiano, scaricare delle casse di materiale di cibo, di aiuti e caricare casse d’armi dirette in Somalia. Era tornato poi sulla pista e aveva filmato questo stesso episodio, dopodiché ne aveva parlato con Giovanni Falcone, che ovviamente non può dirci nulla su questo episodio, perché purtroppo è morto anche lui poco tempo dopo.

Le due videocassette registrate da Rostagno, l’originale più la copia che Mauro aveva voluto fare subito, sono sparite la sera stessa dell’omicidio. Una delle due cassette si trovava nella sua auto, l’altra, invece, si trovava non suo ufficio della televisione che guidava a Trapani. E quindi, come conferma adesso a distanza di tanti anni Ingroia, questa pista che parte in qualche modo dalla scomparsa di queste cassette, da questo episodio mai chiarito fino in fondo, potrebbe essere la pista più promettente, rilevante. Ovviamente su questo la Procura ha molto riserbo.

In 1994, con Luigi Grimaldi, abbiamo toccato proprio sotto questo profilo dell’aspetto dei rapporti non tanto della Comunità Saman in quanto tale, ma piuttosto di Francesca Cardella con la Somalia. E’ evidente il fatto che prima Rostagno sta per prepararsi a denunciare questo episodio e sta indagando su questo traffico d’armi. Poi, muore Rostagno e da quel momento in poi, negli anni successivi, la Comunità Saman improvvisamente viene coperta di denaro, miliardi di lire all’epoca di aiuti e Cardella diventa una persona che gravita nell’orbita craxiana. Alcune procure d’Italia hanno indagato ripetutamente su questi rapporti assolutamente misteriosi e oscuri della Saman con la Somalia, in particolare questi progetti fantasma avviati dalla Comunità Saman ma gestiti direttamente e personalmente da Cardella e dal suo braccio destro Giuseppe Cammisa. Progetti di cui lì non c’è alcuna traccia. Quindi un mistero nel mistero che col processo che si apre oggi, potrebbe essere svelato.

Le indagini sul caso Rostagno hanno avuto molti problemi, molte interruzioni, cambiamenti di mano e varie ipotesi investigative che poi si erano rivelate anche in parte fuorvianti. C’era stata la cosiddetta pista interna, si pensava che l’omicidio nascesse da questioni interne alla Comunità Saman. Ci sono stati altri periodi in cui si era indagato in altre direzioni, a un certo momento, come accade in questi casi, quando non si trovano vie d’uscita l’inchiesta tende a diventare quasi dormiente, con un’archiviazione di fatto o anche formale.

Poi c’era stato un riavvio abbastanza importante perché alcuni pentiti, collaboratori di giustizia, avevano rivelato elementi che dicevano in pratica che si trattava di un delitto di mafia e quindi dalla Procura di Trapani la questione era passata in mano alla Procura di Palermo che ha cominciato a indagare e che ha riaperto il caso ormai da diversi anni, anche lì ci si è arrivati con molta difficoltà, lentezza, anche recuperando omissioni o comunque cose che non erano state fatte prima. Per esempio una cosa che di solito si fa in un caso di omicidio come quello di Rostagno: non era neanche stata fatta la perizia balistica sui bossoli trovati sul luogo del delitto, che ha fatto poi il capo della Polizia di Trapani Linares, non più tardi di due anni fa. Quindi questo è un po’ tutto quello che ha reso difficoltosa l’indagine, tanto che è aperta da 23 anni, poi c’è da aggiungere che ci sono stati molti atti omissivi e di depistaggio vero e proprio che hanno costellato letteralmente questa vicenda come purtroppo diversi altri misteri d’Italia.

ComeDonChisciotte – LIBERARE IL POPOLO AMERICANO

ComeDonChisciotte – LIBERARE IL POPOLO AMERICANO.

DI GILAD ATZMON
gilad.co.uk

Nel suo ultimo articolo su Newsweek Stephen Kinzer si chiede su chi l’America stia scommettendo per opporsi alle crescenti forze popolari nel Medio Oriente: “Gli stessi amici sono andati avanti a scommettere per decenni” risponde. “Il faraonico regime in Egitto di Mubarak, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e la sua Autorità Palestinese, la monarchia Saudita, e la sempre più radicale classe politica in Israele. Non c’è da meravigliarsi che la potenza dell’Iran sia in aumento, dato che l’ordine imposto dall’ America inizia a sgretolarsi”, conclude.

Kinzer spiega la posizione dell’America in modo succinto e preciso: “Gli Stati Uniti tengono Mubarak al potere – hanno dato al suo regime 1,5 miliardi di dollari di aiuti lo scorso anno – principalmente perché sostiene le politiche pro-israeliane americane, specialmente aiutando Israele a mantenere la sua morsa su Gaza. Sostiene Abu Mazen per lo stesso motivo; Abbas è visto come disposto al compromesso con Israele ed è, quindi, un gradevole partner negoziale…Il sostegno americano a Mubarak e Abu Mazen continua, sebbene nessuno dei due sia al potere senza una sorta di legalità finta; Mubarak mette sfacciatamente in scena le elezioni, e Abbas ha governato sotto decreto da quando il suo mandato è scaduto nel 2009”.

Alla luce delle dichiarazioni di Kinzer, le seguenti domande hanno certamente bisogno di una risposta – perché l’America sostiene questi regimi, i cui dettami, ideologie e metodi di governo sono totalmente ed apertamente incongruenti con il presunto sistema di valori americano? E se l’America è veramente preoccupata per la cosiddetta “ascesa dell’Islam”, perché allora ha deposto il regime spiccatamente laico di Saddam Hussein? E se l’America è, come dichiara, entusiasta di appoggiare Arabi laici non estremisti, perché è costantemente in cerca di conflitto con Bashir Asad, leader di un’altra roccaforte laica? E se l’America davvero si batte per la democrazia, perché sostiene il regime Saudita, di Mubarak e di Abu Mazen? Perché non ricerca l’amicizia con il democraticamente eletto partito di Hamas?

In breve, la politica americana sembra essere una confusione totale-a meno che non si è disposti ad ammettere apertamente che esiste un chiaro e coerente filo che attraversa la politica estera americana: semplicemente essa serve solo gli interessi di Israele.
v Per decenni la politica estera americana è stata imposta dalle forze Sioniste all’interno della propria Amministrazione. Da decenni l’America sta esaurendo le proprie risorse per perseguitare i nemici dello stato ebraico. Invia anche i suoi ragazzi e ragazze a combattere e morire nelle guerre Sioniste. La seconda guerra in Iraq è stata ovviamente una guerra di questo tipo. E’ormai chiaro che coloro che decidono in America hanno sacrificato gli interessi del popolo americano.

Abbiamo appreso ieri che la Lobby Ebraica in America ha stroncato senza vergogna il Senatore Repubblicano e rappresentante del Tea Party Rand Paul per aver proposto che “gli Stati Uniti dovrebbero bloccare tutti gli aiuti stranieri compreso il suo appoggio finanziario ad Israele”. Persino il presunto “uomo di pace” J Street è stato veloce ad attaccare il patriottico Senatore. E ovviamente non si è risparmiato: “La proposta del Senatore Paul minerebbe il consenso bipartitico pluridecennale sul supporto Usa ad Israele. Ogni erosione di tale supporto dovrebbe preoccupare gli alleati di Israele nelle due ali del panorama politico, e ci rivolgiamo in particolare ai dirigenti e ai sostenitori nel partito del Senatore Paul affinché ripudino i suoi commenti e assicurino che la leadership dell’America nel mondo non sia minacciata da questa proposta irresponsabile”, è la dichiarazione rilasciata da J Street.

Il Presidente e Amministratore Delegato del National Democratic Jewish Council (NJDC) David Harris si è posto sulla stessa linea di pensiero dicendo che “la proposta di Paul è negligente, miope e semplicemente sbagliata…le dichiarazioni del Senatore Paul sono l’ennesimo esempio di come il partito repubblicano continui a crescere sempre di più al di fuori del mondo dei valori della grande maggioranza della comunità ebraica americana”.

Ma il portavoce del NJDC David Harris non è riuscito ad afferrare che il patriottico Senatore Paul è in realtà a favore degli interessi dell’America, piuttosto che dei “valori – ad orientamento tribale – della grande maggioranza della comunità ebraica americana”, poiché il Senatore Rand Paul punta ovviamente ad un chiaro conflitto tra gli interessi americani e gli interessi stranieri promossi dalla Lobby Ebraica.

Nel suo articolo sul Newsweek, Kinzer evidenzia astutamente che l’America ha bisogno di “nuove premesse e nuovi partners. Ascoltare più da vicino la Turchia, il più stretto alleato degli USA nel Medio Oriente musulmano, potrebbe essere un buon inizio. Un saggio passo successivo potrebbe essere un rovesciamento della politica nei confronti dell’Iran, dal confronto a un’autentica ricerca del compromesso”.

Ma è evidente oltre ogni dubbio che l’America non sarà in grado di inserire nella sua politica estera i consigli estremamente ragionevoli di Kinzer, a meno che non si liberi prima essa stessa dalla presa della Lobby Ebraica. Ed è stato dimostrato che non è facile per i nostri politici, guidati dall’avidità, di emanciparsi volontariamente dalla Lobby. Come abbiamo letto sopra, il “liberale” gruppo di J Street ha invocato i donatori a tagliare gli approvvigionamenti al Senatore Rand Paul. E la Lobby Ebraica farebbe lo stesso ad ogni politico americano che osasse rompere tali legami.

In ogni caso, sulla scia delle attuali turbolenze finanziarie, sono convinto che sempre più americani abbiano iniziato ad identificare le radici del problema alla base della loro politica estera fallata. Quando questo succederà, l’America potrà essere liberata.

E qui c’è il mio contributo musicale sul tema.

Gilad Atzmon
Fonte: http://www.gilad.co.uk
Link: http://www.gilad.co.uk/writings/gilad-atzmon-liberating-the-american-people.html
29.01.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciottre.org a cura di MICIOGA