Archivi del giorno: 4 febbraio 2011

Stragi del ’93. Spatuzza: ”Berlusconi e Dell’Utri nostri interlocutori”

Fonte: Antimafia Duemila – Stragi del ’93. Spatuzza: ”Berlusconi e Dell’Utri nostri interlocutori”.

È cominciata stamani nell’aula bunker di Firenze la deposizione del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza testimone chiave per la Procura di Firenze nelle stragi del ’93, in particolare la strage di via dei Georgofili. In collegamento dal carcere di Viterbo l’unico imputato Francesco Tagliavia. Il racconto di Spatuzza è partito dal primo incontro con il boss Tagliavia.
Rispondendo alle domande del pm Giuseppe Nicolosi il pentito ha dichiarato: “L’ho visto per la  prima volta nell’86-87, periodo in cui eravamo partecipi per spingere il Partito socialista. C’è stato un incontro politico in Sant’Erasmo, in un ristorantino in via del Tiro a segno”. ……”Non era una persona comune, l’ho capito subito – ha aggiunto Spatuzza parlando di Tagliavia – , quel giorno era tutto vestito di nero, non so se gli era morto il  fratello. Negli anni seguenti abbiamo poi fatto degli omicidi  insieme”.

Strage di via dei Georgofili
Sull’attentato di Firenze Spatuzza ha riferito che fu organizzato durante una riunione che si tenne in un villino a Santa Flavia, vicino a Palermo, erano presenti Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Matteo Messina Denaro, Barranca e Giuliano. “Graviano – ha proseguito Spatuzza – mi comunica che siamo lì per mettere a punto un attentato”. Da quello che il pentito intuisce però “avevano già fatto sopralluoghi a Firenze” perché “parlavano di quei posti come se fossero già a conoscenza”. Spatuzza si sofferma anche sui dettagli dei preparativi della strage: dal trasporto dell’esplosivo dalla Sicilia, all’arrivo a Firenze, dove sono ospiti dei familiari di Vincenzo Ferro fino al fiorino imbottito di esplosivo posizionato in via Georgofili. “Apprendemmo della riuscita dell’attentato dalla tv. Lo Nigro ci disse che non era proprio quello l’obiettivo che aveva dovuto mettere il furgone un po’ più lontano” dall’obiettivo perché “c’era un vigile urbano”. Dopo quel 27 maggio 1993 ci fu un incontro in un’aula del tribunale di Palermo, durante un’udienza a carico di Tagliavia, al quale lo stesso Spatuzza partecipò, fra Cosimo Lo Nigro e Francesco Tagliavia durante il quale il Tagliavia avrebbe detto a Lo Nigro di riferire a “Madre Natura, Giuseppe Graviano, di fermare il bingo, cioè la fase stragista, gli attentati”. In quell’occasione, oltre ad affidare a Cosimo Lo Nigro il messaggio per Giuseppe Graviano, Tagliavia mandò a Graviano un “bacio” attraverso Spatuzza. In particolare “Tagliavia mandò un bacio e mimò il gesto del martello – ha detto Spatuzza – un chiaro riferimento al soprannome giovanile di Graviano, cioè ‘Martello’, e capii che era un messaggio di saluto a Graviano per il tramite mio”.

Spatuzza: “Berlusconi e Dell’Utri nostri interlocutori
“Giuseppe Graviano mi disse: Berlusconi e Dell’Utri sono gli interlocutori, attraverso queste persone ci siamo messi il Paese nelle mani” . E’ quanto ha riferito Spatuzza in relazione ad un incontro da lui avuto con il boss Giuseppe Graviano al bar Doney di Via Veneto a  Roma nel gennaio del 1994. “Ci siamo incontrati con Giuseppe Graviano, era gioioso, mi disse che avevamo ottenuto tutto, grazie alla serietà di queste persone, che non erano quei quattro socialisti che ci avevano tradito nell’88. Lì, mi parla di Silvio Berlusconi. Io chiedo conferma se è quel Berlusconi di Canale 5, e lui  me lo conferma, e mi dice che c’era di mezzo anche un nostro compaesano Marcello dell’Utri, e che avevano chiuso tutto”. “Graviano ci disse che avevamo il paese nelle mani, da con questa trattativa con Berlusconi e Dell’Utri “, “una cosa in piedi, da cui avremmo avuto benefici”.
E’ nell’autunno del 1993 a Campofelice di Roccella che per la prima volta Giuseppe Graviano, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza hanno un incontro ‘politico’. In quell’occasione “Graviano ci chiese a me e a Lo Nigro, se capivamo di politica – ha riferito Spatuzza – perché la situazione era quella, e Graviano disse che se la situazione andava a buon fine, ne avremmo avuto giovamento tutti, e anche dei benefici per i carcerati”.
Nel 1994 mancava solo l’ultimo attentato da portare a termine, quello all’Olimpico che fallisce per un guasto al telecomando della bomba. “Per aumentare la potenzialità dell’attentato – ha spiegato il pentito – abbiamo usato una tecnica particolare, con chili di pezzettini di ferro esplosivo, schegge che avrebbero fatto davvero male”.
Il 27 gennaio 1994 i  fratelli Graviano vengono arrestati e fa la stessa fine anche il boss Nino Mangano (nel giugno 1995) Spatuzza subentra come responsabile del mandamento di Brancaccio sponsorizzato dalla famiglia Graviano e dalla famiglia Tagliavia.
Dopo l’arresto dei Graviano in un incontro con alcuni mafiosi, Pietro Romeo e Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza ha raccontato di averli dovuto tranquillizzare dicendo che i Graviano “avevano puntato molto su questo soggetto politico che si stava formando, Forza Italia e Berlusconi”. Così in una confidenza ad entrambi per tranquillizzarli Spatuzza ha detto ‘siamo in mani buone” perché “era nato questo soggetto politico che si chiama Forza Italia”.
Il 2 luglio 1997 viene arrestato da latitante e nel 2008 inizia a collaborare con le procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo parlando degli intrecci tra mafia e politica negli anni della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.
Oggi, a tirare in ballo il premier sarebbe anche un verbale di interrogatorio di Giovanni Brusca nel quale sarebbero contenute nuove dichiarazioni circa presunte visite ad Arcore di mafiosi dopo le stragi del ’92. A renderlo noto è un articolo del settimanale l’Espresso, ma la procura di Palermo ne ha immediatamente smentito l’esistenza.
Di una visita di Brusca ad Arcore aveva già parlato però un altro pentito: Giuseppe Monticciolo.

ECCO LE BANCHE CHE SAPEVANO – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: ECCO LE BANCHE CHE SAPEVANO – La fermata – Cadoinpiedi.

Intervista a Vittorio Malagutti

Crac Parmalat: gli istituti bancari ritenuti responsabili di aver nascosto la verità ai risparmiatori. La Procura di Milano chiede che vengano multati per 120 milioni di euro

Calisto Tanzi, per adesso, non va in carcere. Lo ha deciso la Cassazione, ritenendo inesistente il pericolo di fuga dell’ex patron della Parmalat. E’ questa l’ultima notizia relativa al crac finanziario più grave della storia italiana, che nel 2003 sbriciolò in pochi giorni un colosso che si reggeva su fondamenta di cartapesta. Intanto la procura di Milano ritiene le banche responsabili di aver nascosto una situazione drammatica ai risparmiatori. E per questo motivo ha avanzato una richiesta di multa pari a 120 milioni di euro. Vittorio Malagutti, giornalista e autore, ha risposto alle domande di Cado in piedi.

Multa da 120 milioni alle banche. Quali sono gli istituti interessati?

La Procura di Milano, con una richiesta di una multa di 120 milioni, ha chiamato in causa le 4 principali banche che secondo la ricostruzione dell’accusa sarebbero state coinvolte nel crac della Parmalat. Le banche sono 3 grandi gruppi finanziari americani Citygroup, Bank of America e Morgan Stanley, e poi la tedesca Deutsche Bank. Queste 4 banche nel corso di almeno un decennio, dalla metà degli anni 90 fino al crac nel 2003, in tempi e in modi diversi l’una dall’altra, hanno lavorato tantissimo con la Parmalat della Famiglia Tanzi e hanno guadagnato enormi quantità di denaro, sotto forma di commissioni per i prestiti e per altre operazioni che hanno organizzato. La tesi della Procura è che queste banche in qualche modo sapessero o avessero sentore della situazione di grave crisi in cui si trovava la Parmalat e che nonostante questo siano andate avanti con le loro operazioni, in modo da spillare altro denaro a una società ormai finita. Per questo motivo l’accusa è di aggiotaggio. Con i prospetti informativi e con le altre informazioni rilasciate al mercato, queste banche pur consapevoli delle condizioni di Parmalat, hanno fornito in qualche modo notizie false al mercato, atte a alterare il valore del Titolo Parmalat che era quotato in borsa. Dunque la procura chiede alle banche di risarcire in qualche modo il danno con questa multa di 120 milioni che arriva al termine di un processo che dura ormai da quasi un paio di anni. Una richiesta di pena che arriva oltre 7 anni dopo il crac della Parmalat che, ricordiamo, è del dicembre 2003.

La cifra della multa corrisponde al danno causato? Come sarà suddivisa fra le diverse banche?

La richiesta di 120 milioni, che è una richiesta complessiva, viene in qualche modo spartita tra le varie banche che per 70 milioni riguarda Citygroup, per 30 milioni riguarda Bank of America, per circa 15 milioni la Deutsche Bank, e per circa 6 milioni riguarda Morgan Stanley. E’ una cifra che arriva da calcoli che sono stati fatti dalla Procura con i loro consulenti tecnici e che in questo momento è difficile valutare o sindacare. Certo è che con questa richiesta di confisca record, in qualche modo la Procura vuole segnalare un fatto che ritiene inoppugnabile, e cioè che le banche, che il sistema finanziario ha avuto un ruolo determinante nel crac della Parmalat e che quindi il crac della stesso non può essere ricondotto soltanto a dei reati, a delle mancanze da parte dei manager che la gestivano, ma che questi manager hanno fatto sponda, sempre durante il periodo di gestione fallimentare della Parmalat, con il sistema finanziario e quindi soprattutto con le banche. Banche che vengono anche punite in base a una norma, la legge 231 sull’organizzazione interna delle istituzioni. Si ritiene che le banche non abbiano messo in essere un’organizzazione interna, tale da scongiurare una malagestio che avrebbe portato poi alla collaborazione, scaturendo un crac di dimensioni enormi.

Una multa così importante può segnare una svolta nella storia della giustizia finanziaria italiana?

Certamente per l’Italia è la prima volta che la responsabilità delle banche viene chiamata in causa per una vicenda di queste dimensioni, più volte nel passato e con alterne fortune da parte della pubblica accusa, le banche sono state chiamate a rispondere per esempio di fallimenti nel caso in cui si è ipotizzato, le banche avessero tenuto artificiosamente o artificialmente in vita delle aziende che erano decotte per continuare a ricavare denaro da una serie di attività che avevano messo in atto con queste aziende. Con alterna fortuna perché non sempre poi in sentenza si è riconosciuta la colpevolezza degli istituti di credito. Nel caso della Parmalat certamente se non altro per le dimensioni della vicenda e per i nomi delle banche chiamate in causa che sono alcune tra le più grandi istituzioni finanziarie mondiali, segnerebbe certamente una svolta per la giustizia e la finanza in Italia.

Nella storia del crac Parmalat, qual è la componente che ne esce più danneggiata? L’immagine del Paese o i risparmiatori truffati?

Sul piano pratico sicuramente i più danneggiati sono stati i risparmiatori: gli azionisti, che hanno perso gran parte del loro capitale, e gli obbligazionisti che hanno perso in parte perché poi sono stati in qualche modo risarciti con azioni, titoli quotati in borsa. Sul piano dell’immagine chiaramente le banche da parte dell’opinione pubblica sono state viste in qualche modo come complici di Tanzi e quindi sicuramente la loro immagine, già abbastanza deteriorata, ha subito un altro colpo duro, ricordiamo che questa vicenda arriva con poco anticipo o quasi coincide con il grande crac della finanza del 2008 che ha esposto ancora di più un certo stile di gestione non propriamente corretto da parte delle istituzioni finanziarie, che ha innescato in qualche modo la recessione, quindi danni gravi all’immagine delle banche, danni materiali molto forti ai risparmiatori. Quanto all’immagine del paese direi che c’è poco da danneggiare. Sicuramente il fatto che un’azienda così grande sia potuta crollare come un fuscello nel giro di pochi giorni, sostanzialmente, ha fatto impressione nell’epoca in cui è successo, nel 2003. Visto quello che è successo dopo da una parte nel mondo della finanza, ricordiamo i grandi crac della Lehaman negli Stati Uniti e poi i salvataggi in serie delle grandi banche inglesi, per esempio da parte dello Stato e anche in altri paesi, e considerato quello che è successo dopo anche sul piano dell’immagine del paese, parlo a livello politico, direi che ormai il crac della Parmalat sembra veramente qualcosa di passato remoto che danni all’immagine non ne fa più di tanti.