Archivi del giorno: 9 febbraio 2011

ComeDonChisciotte – COME LE BANCHE E GLI INVESTITORI STANNO FACENDO MORIRE DI FAME IL TERZO MONDO

Bisogna vietare a livello mondiale le speculazioni sui generi alimentari, è una questione di Umanità, ci stiamo giocando il pianeta…

Fonte: ComeDonChisciotte – COME LE BANCHE E GLI INVESTITORI STANNO FACENDO MORIRE DI FAME IL TERZO MONDO.

DI ELLEN BROWN
globalresearch.ca

L’aumento dei prezzi alimentari e l’acciarino egiziano

“Quello che per un povero è una crosta, per un uomo ricco è una classe di attività cartolarizzate”. – Futures trader Ann Berg, citato nel Guardian UK

Una crescente crisi globale innescata dal rialzo dei prezzi alimentari e dalla disoccupazione è il motivo di fondo dell’improvvisa, volatile rivolta in Egitto e Tunisia. L’Associated Press riporta che circa il 40 per cento degli egiziani si dibatte attorno al livello di povertà stabilito dalla Banca mondiale di meno di 2 $ al giorno. Gli analisti stimano che l’inflazione dei prezzi alimentari in Egitto è attualmente un insostenibile 17 per cento annuo. Nei paesi più poveri, il 60-80 per cento del reddito della gente serve per il cibo, rispetto al solo 10-20 per cento dei paesi industrializzati. Un aumento di un quarto di dollaro o giù di lì nel costo di un litro di latte o di pezzo di pane per gli americani, può significare la morte per fame per le persone in Egitto e in altri paesi poveri.

SEGUIRE IL DENARO

La causa della recente impennata dei prezzi alimentari mondiali è ancora fonte di dibattito. Secondo alcuni analisti, la colpa è del programma “alleggerimento quantitativo”(quantitative easing) della Federal Reserve (aumentare l’offerta di moneta con il credito creato con le scritture contabili), dal quale mettono in guardia in quanto causa d’iperinflazione. Troppi soldi a caccia di pochi beni sono la classica spiegazione per l’aumento dei prezzi.

Il problema con questa teoria è che l’offerta di moneta globale si è di fatto ridotta dal 2006, quando i prezzi alimentari hanno iniziato la loro drammatica ascesa . Virtualmente oggi tutto il denaro è creato sulle scritture delle banche come “credito” o “debito”, e gli impieghi complessivi si sono ridotti. Ciò è avvenuto in un crescente processo di deleveraging (riduzione del proprio rapporto d’indebitamento NdT), con l’estinzione dei debiti in essere senza farne di nuovi, così il mercato immobiliare dei subprime è crollato e i requisiti patrimoniali delle banche sono aumentati. Anche se sembra controintuitivo, il debito maggiore è, più soldi ci sono nel sistema. Come si contrae il debito, cosi in tandem si restringe l’offerta di moneta.

Ecco perché oggi il debito pubblico non è in realtà quello spauracchio così come è stato scritto dai terroristi del deficit. Il rovescio della medaglia del debito è il credito, e le imprese operano su di esso. Quando crolla il credito, crolla il commercio . Quando si contrae il debito privato, il debito pubblico deve quindi intervenire per sostituirlo. Il credito “buono” o debito è del tipo utilizzato per la costruzione di infrastrutture e di altre capacità produttive, aumentando il PIL e i salari; e di questo i buoni Governi sono in grado di occuparsene. Le forme di credito o di debito parassite sono gli schemi “soldi che fanno soldi” da giocatori d’azzardo, che non aggiungono nulla al PIL.

I prezzi sono stati spinti al rialzo per i troppi soldi a caccia di troppo pochi beni, ma il denaro sta inseguendo solo alcune merci selezionate. I prezzi degli alimentari e dei carburanti salgono, ma i prezzi delle case sono in calo. Il risultato netto è che l’inflazione generale dei prezzi rimane bassa.

Mentre il “rallentamento quantitativo” non può essere il colpevole, l’azione della Fed ha guidato la corsa alle merci. In risposta alla crisi bancaria del 2008, la Federal Reserve ha ribassato il Fed Funds rate (tasso al quale le banche prendono a prestito le une dalle altre) quasi a zero. Ciò ha consentito alle banche e ai loro clienti di prendere in prestito negli Stati Uniti a tasso molto basso e investire all’estero con rendimenti più elevati, creando un dollaro “carry trade”.

Nel frattempo, i tassi di interesse sui titoli federali sono stati spinti a livelli molto bassi, lasciando gli investitori senza quella sicura e stabile possibilità di finanziamento per le loro pensioni. Il “denaro caldo” – investimenti in cerca di rendimenti più elevati – è fuggito dal crollato mercato immobiliare rifugiandosi in tutto tranne chenel dollaro, che in genere significava fuga verso le merci.

UN NUOVO SIGNIFICATO AL VECCHIO ADAGIO “NON GIOCARE CON IL TUO CIBO”

Un tempo le derrate alimentari erano considerate un investimento speculativo povero, perché erano troppo deperibili per essere immagazzinate fino a quando le condizioni di mercato fossero buone per la rivendita. Ma questo è cambiato con lo sviluppo degli ETF (Excange-Traded Funds) e altre innovazioni finanziarie.

All’inizio la speculazione sui futures degli alimentari era abbastanza innocua, dal momento che quando il contratto scadeva, qualcuno effettivamente doveva acquistare il prodotto al prezzo in contanti o del “pronto”. Ciò costrinse all’allineamento del prezzi dei futures di fantasia a quelli più realistici del pronto. Ma ciò cambiò nel 1991. In un articolo rivelatore del luglio 2010 su Harper’s Magazine dal titolo “The Bubble Food: How Wall Street Starved Millions and Got Away with It” (La bolla alimentare: come Wall Street ha ridotto alla fame milioni di persone e gli è andata bene), Frederick Kaufman ha scritto:

La storia del cibo ha preso una piega inquietante nel 1991, in un’epoca in cui nessuno stava prestando molta attenzione. Fu in quell’anno che Goldman Sachs ha deciso il nostro pane quotidiano avrebbe potuto produrre un ottimo investimento. . . .

Baroni ladri, fanatici dell’oro, e finanzieri di ogni risma avevano a lungo sognato di controllare tutto di qualcosa di necessario o desiderato da chiunque, quindi si trattava di trattenere l’offerta perché la domanda facesse risalire i prezzi.

Così Kaufman ha spiegato questa innovazione finanziaria in un’ intervista del 16 luglio su Democracy Now :

Alla Goldman. . . se ne uscirono con questa idea del Commodity Index Funds (prodotto finanziario basato su futures di diverse merci NdT), che in realtà era un modo per loro di accumulare enormi mucchi di denaro per se stessi. . . . Invece di un ordine di compra-e-vendi, come chiunque fa in questi mercati, hanno solo iniziato ad acquistare. Si chiama “andare lungo”. Hanno cominciato ad andare a lungo sui futures del grano. . . . E ogni volta che uno di questi contratti veniva a termine, si faceva qualcosa chiamato “ribaltamento” nel contratto successivo. . . . E continuarono a comprare e comprare e comprare e comprare e accumulare questo mucchio senza precedenti nella storia dei futures del grano solo “a lungo”. E questo accumulo ha creato un fenomeno molto strano nel mercato. Si chiama “shock della domanda”. Di solito i prezzi salgono perché l’offerta è bassa. . . . In questo caso, Goldman e le altre banche avevano introdotto questa domanda del tutto innaturale e artificiale per acquistare il grano, e che quindi portò il prezzo in alto. . . . Il grano hard red è quotato in genere tra i 3 e i 6 dollari allo staio da sessanta chili. È salito fino a 12 dollari, quindi a 15 dollari, quindi a 18. Poi ha sforato i 20 dollari. E il 25 febbraio 2008, il balzo dei futures dell’hard red lo ha fissato a 25 dollari per staio. . . . L’ironia è che il 2008 è stato l’anno con la più grande produzione di grano nella storia del mondo.

. . . L’altro oltraggio. . . è che nel momento in cui Goldman e queste altre banche hanno completamente rovinato la struttura di questo mercato, si sono auto-protette al di fuori del mercato, attraverso questa idea veramente quasi diabolica chiamata “replicazione”. . . . Diciamo,. . . volete che io investa per voi nel mercato del grano. Mi date un centinaio di dollari. . . . Quello che dovrei fare è mettere un centinaio di dollari sui mercati del grano. Ma non devo fare ciò. Tutto quello che devo fare è metterci 5 dollari. . . E con questi 5 dollari, posso tenere la vostra posizione da cento dollari. Bene, ora ho novantacinque dei vostri dollari. . . . Cosa ha fatto Goldman con centinaia di miliardi di dollari, e che tutte queste banche hanno fatto con centinaia di miliardi di dollari, è che li hanno messi in investimenti più conservativi possibili. Li hanno messi in Buoni del Tesoro. . . . Adesso che avete centinaia di miliardi di dollari in Buoni del Tesoro, è possibile investirli per trasformarli in migliaia di miliardi di dollari. . . . E allora prendono quel migliaio di miliardi di dollari, lo danno ai loro day trader, e dicono: “Provateci, ragazzi. Fate tutto quello che è più redditizio oggi”. E così, mentre miliardi di persone muoiono di fame, usano quei soldi per guadagnare miliardi di dollari.

Altri ricercatori hanno concordato con questa spiegazione della crisi alimentare. In un articolo del luglio 2010 dal titolo “How Goldman Sachs Gambled on Starving the World’s Poor – And Won” (Come Goldman Sachs ha giocato d’azzardo affamando i poveri del mondo – e ha vinto), il giornalista Johann Hari ha osservato :

Iniziando alla fine del 2006, i prezzi alimentari a livello mondiale hanno cominciato ad aumentare. Un anno dopo, il prezzo del grano era salito dell’80 per cento, il mais del 90 per cento e il riso del 320 per cento. Rivolte per il cibo sono scoppiate in più di 30 paesi e 200 milioni di persone rischiano la malnutrizione e l’inedia. Improvvisamente, nella primavera del 2008, i prezzi alimentari sono scesi a livelli precedenti, come per magia. Jean Ziegler, il relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione, ha definito questo “un silenzioso omicidio di massa”, interamente dovuto alle “azioni dell’uomo”.

Alcuni economisti hanno detto le escursioni sono state causate da un aumento della domanda per via dell’espansione della classe media nella popolazione indiana e cinese e il crescente utilizzo del mais per l’etanolo. Ma secondo il professor Jayati Ghosh del Centro di Studi Economici a New Delhi, la domanda di questi paesi in realtà è scesa del 3 per cento nel corso del periodo, e l’International Grain Council ha dichiarato che la produzione globale di grano era aumentata durante l’impennata dei prezzi.

Secondo uno studio della ormai defunta Lehman Brothers, la speculazione degli Index Fund è passata da 13 miliardi dollari a 260 miliardi dal 2003 al 2008. Non sorprendentemente, i prezzi alimentari sono aumentati in tandem, a partire dal 2003. Il manager Michael Masters degli Hedge fund stima che sugli scambi regolamentati negli Stati Uniti, il 64 per cento di tutti i contratti di grano sono state tenuti da speculatori con nessun interesse nel frumento reale. Lo hanno posseduto solo in previsione dell’inflazione dei prezzi e della rivendita. George Soros ha detto che è stato “proprio come accaparrare segretamente cibo durante una crisi di fame per poter fare profitti dall’aumento dei prezzi”.

Un documento dell’agosto 2009 di Jayati Ghosh, professore presso il Centro di Studi Economici e Pianificazione Jawaharlal Nehru all’Università di Nuova Delhi, confronta i prodotti alimentari di base negoziati su mercati a termine rispetto a quelli che non lo erano. Ha trovato che il prezzo del cibo non negoziato su mercati a termine, come il miglio, la manioca e le patate, è salito solo di una frazione di quello dei prodotti oggetto di speculazioni, come il grano.

Anche Nomi Prins , scrivendo su Mother Jones (sito americano di giornalismo alternativo NdT) nel 2008, ha denunciato che il rialzo dei prezzi è dovuto alla speculazione. Lei ha osservato che futures agricoli e futures energetici venivano confezionati e venduti come CDO (collateralized debt obligations), ma in questo caso sono stati chiamati CCO (collateralized commodity obbligations). Più alto è il prezzo del cibo, più gli investitori guadagnano sui CCO. Ha così messo in guardia:

Senza una forte regolamentazione degli scambi elettronici e dei prodotti derivati che permettono agli speculatori di spostare enormi proporzioni dei mercati futures relativi alle materie prime, mettere solo un freno agli scambi basati a Londra non serve a nulla. Senza nessun controllo, questa bolla sta per prendersi più che delle case. Sta per prendersi delle vite.

COSA SI PUO’ FARE ?

Secondo Kaufman, la bolla alimentare ha aumentato le fila dei degli affamati di 250 milioni. Il 21 luglio 2010 il presidente Obama ha firmato un disegno di legge per una riforma di Wall Street che dovrebbe chiudere molte delle falle regolamentari che consentano alle grandi istituzioni finanziarie di agire nei mercati dei futures agricoli, ma Kaufman dice che le soluzioni previste da questa legge probabilmente non funzioneranno. Gli innovatori di Wall Street possono escogitare nuovi modi per speculare che facilmente possono aggirare una legislazione ingombrante e pigra nell’aggiornarsi. I tentativi di vietare tutte le speculazioni alimentari sono inoltre dall’esito improbabile, egli dice, dal momento che le imprese possono alzare il telefono e fare i loro affari da Londra, o organizzare scambi privati al di fuori dei normali circuiti della Borsa.

In alternativa, Kaufman suggerisce una riserva mondiale o nazionale del grano, in modo che le autorità di regolamentazione possano immettere il grano sul mercato quando necessario, per stabilizzare i prezzi. Egli osserva come in realtà si mantenne una grande riserva di cereali nell’era Clinton, prima della mania per la deregolamentazione. Il presidente Franklin Roosevelt si impegnò a mantenere un grande riserva cerealicola nel suo secondo Agricultural Adjustment Act del 1938.

Chris Cook, ex direttore di una borsa energetica internazionale, sostiene :

L’unica soluzione a lungo termine è quello di riprogettare completamente i mercati. In primo luogo, tagliando fuori gli intermediari – che è un processo già in corso. In secondo luogo, un nuovo accordo, tra paesi produttori e consumatori – una Bretton Woods II.

I mercati speculativi oggi sono guidati più dalla paura, dice Cook, che dalla cupidigia. Gli investitori sono alla ricerca di qualcosa di sicuro che possa dare loro un adeguato ritorno, il che significa qualcosa con cui possano vivere in pensione. Essi hanno bisogno di questi investimenti, perché i loro datori di lavoro e il governo non forniscono una rete di sicurezza adeguata.

Un tempo, i titoli federali erano un investimento sicuro e adeguato per i pensionati. Poi tassi di interesse federali crollarono e gli investitori migrarono verso le obbligazioni municipali. Ora anche quel mercato sta precipitando a causa di minacce di fallimento tra gli emittenti di obbligazioni. Città, contee e Stati si dibattono nella crisi del credito e gli è stato negato l’accesso agli strumenti di rallentamento quantitativo usato per salvare le banche – sebbene siano state banche e non i governi locali a causare la crisi. Vedi ” La Fed ha detto: Nessun salvataggio per Main Street

Nel frattempo, le pensioni sono tagliate e la sicurezza sociale è sotto attacco. Probabilmente, insieme con le riserve di cereali istituzionalizzate sotto Franklin Roosevelt, abbiamo bisogno di una legge economica dei diritti del genere che lui aveva in mente, quella che avrebbe garantito ai cittadini almeno uno spoglio minimo standard di vita. Ciò poteva essere fatto attraverso garanzie occupazionali quando le persone erano in grado di lavorare e di sicurezza sociale quando non lo erano. Il programma potrebbe essere finanziato con un credito governativo oppure misto bancario-governativo, e questo potrebbe essere fatto senza causare iperinflazione. Per sostenere tale affermazione ci vorrebbe più spazio, ma l’argomento è stato affrontato nel mio libro ” Web of Debt ” . Nel frattempo, il credito necessario per permettere alle economie locali di risollevarsi e correre ancora può essere fornito tramite le banche di proprietà pubblica. Per ulteriori informazioni su questa possibilità, vedere http://PublicBankingInstitute.org .

Ellen Brown è un avvocato e autore di undici libri, tra cui Web of Debt: la scioccante verità su I nostri soldi di sistema e di come possiamo Break Free. I suoi siti web sono http://WebOfDebt.com, http://EllenBrown.com e http://PublicBankingInstitute.org

Niko Kyriakou ha contribuito a questo articolo.

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23079
4.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

Antonio Ingroia, l’urlo nel vuoto

Chiaro che adesso siamo in una fase di cambio di regime, il delinquente del consiglio è al minimo della credibilità e il partito dei ladri senza di lui non esiste. Per compattare intorno a lui l’opinione pubblica non basterebbe un altro finto attentato con statuine di gomma e sangue al pomodoro.

Dall’altra parte il PD (=Propaganda Due) è anch’esso ai minimi storici nei sondaggi e sotto zero nella credibilità.

Un attentato mafioso in questo momento servirebbe solo a compattare l’opinione pubblica intorno a questa classe politica screditata, dunque sarebbero lì i mandanti e la mafia come al solito sarebbe solo il braccio che esegue in cambio delle richieste dell’ennesimo papello.

Secondo me ci vuole una voce forte come quella di Salvatore Borsellino che gridi in faccia a queste entità che sappiamo cosa tramano e che non si azzardino a commissionare alla mafia altri attentati, conosciamo già i mandanti e in caso di attentato sarebbe loro la responsabilità, sarebbero travolti dalla rabbia
popolare.

In questo momento bisogna far sentire molto forte all’opinione pubblica il sostegno ai magistrati che vengono quotidianamente attaccati da questa classe politica da in putrefazione.

Salvatore fatti sentire!

Fonte: Antonio Ingroia, l’urlo nel vuoto.

Il Procuratore Aggiunto di Palermo Ingroia lancia un allarme sui verosimili propositi di Matteo Messina Denaro di compiere attentati. Ebbene, come il passato ci insegna e di cui dirò, il grido di allerta del procuratore, invece di essere preso in serio esame, è stato oggetto di considerazioni da parte dell’On. Cicchitto.

Solo che c’è un però! Non c’era affatto bisogno di scomodare Giovanbattista Vico o definire “parole da bar o parole dette a vanvera” quelle pronunciate dal dottor Ingroia. A meno che lei On. Cicchitto non ritenga d’essere l’unico detentore di verità assoluta. Sarebbe stato giusto prestare “orecchio” verso l’urlo del Procuratore invece di fare sterile polemiche.

Non le sembra che così facendo si presta il fianco a Matteo Messina Denaro il quale potrebbe giovarsi da siffatte visioni silenti e contrastanti sulla lotta alla mafia?

Capisco bene che lei non è esperto di cose mafiose, tuttavia potrebbe recarsi nel “Palazzo” accanto al suo, dove ci sono esimi esperti di Cosa nostra che potrebbero ragguagliarla compiutamente. E, mi creda sono talmente esperti da poter salire sulle cattedre e condurre ore e ore di lezioni; sono convinto che attraverso il loro sapere, lei potrebbe giovarsi a tal punto poi di esternare quella giusta e sana considerazione sull’allarme lanciato da procuratore Ingroia.

Capisco anche, che lei e tanti del suo Partito avete un’innata repulsione contro i PM e questo spiega tante cose e le rammento On. Cicchitto che proprio gli urli di Falcone e Borsellino, rimasti inascoltati, sono stati il prodromo della stagione stragista del 92/93. Sarebbe ora di smetterla di considerare alcuni PM come i nemici della classe politica.

Il problema è che sin quando i “pentiti” raccontavano o raccontano le cose di “Cosa loro” erano beatificati. Ma, ahimè, e glielo dico per esperienza personale, appena le dichiarazioni aprivano gli ambulacri del potere, ecco che i PM erano considerati di sinistra, o mentalmente disturbati, come a qualcuno piace definirli, con assordante silenzio del ministro che avrebbe l’onore di difenderli. Il Guardasigilli, non fa altro che applicare le reminiscenze da “picciriddu”, Muto devi stare! Ed infatti, non spende una sola parola a favore dei PM dalle immotivate accuse.

Se una persona come il procuratore Antonio Ingroia, che è bene ripetere è titolare delle inchieste su Cosa nostra e che vanta decennale esperienza di lotta alla mafia, dichiara pubblicamente il suo timore di eventuali stragi, perché non prendere sul serio l’allarme? Qui non è questione di trovarsi in un bar o parlare a vanvera, come lei sostiene On. Cicchitto, qui siamo innanzi al suo pregiudizio nei confronti di Ingroia. Non trovo altre spiegazioni.

E, purtroppo io vedo analogie tra l’urlo di Ingroia e quello di Falcone e Borsellino, con la medesima prosopopea della classe politica di allora: non dare retta ai PM.. Col risultato, però, che l’Italia ha perso dei galantuomini degni di questo nome, mentre non si può dire altrettanto per tanti che siedono nei “Palazzi” del potere.

E la Commissione Antimafia e il Copasir, non sentono e non vedono? Non hanno nulla da dire sulle parole di Ingroia?

Pippo Giordano

da Blogsicilia.it

IL PICCO DEL PETROLIO È STORIA

Fonte: ComeDonChisciotte – IL PICCO DEL PETROLIO È STORIA.

DI DMITRY ORLOV
CultureChange.org

Nota dell’editore: Dmitri Orlov è l’autore di “Reinventing Collapse”, basato sulle sue osservazioni dirette del collasso del Unione Sovietica e delle prospettive socioeconomiche degli Stati Uniti d’America. Il suo nuovo articolo descrive i fattori chiave fisici, sociali, politici ed economici che gli analisti dell’industria dell’energia devono prendere in considerazione nelle previsioni della produzione di petrolio, perché queste siano significative. “Il picco del petrolio è storia” è esclusivamente su CultureChange.org fino al 1° Novembre – JL

La quarta di copertina della prima edizione del mio primo libro, Reinventing Collapse, mi descriveva come “un eminente teorico del Picco del Petrolio”. Quando l’ho letto per la prima volta sono rimasto a bocca aperta. Vedete, se scorrete una lista di seri eminenti teorici del Picco del Petrolio : i vostri Hubbert, Campbell, Laherrère, Heinberg, Simmons e pochi altri che vale la pena di menzionare, non troverete un solo Orlov tra di essi. Cercherete invano tra gli annali e i procedimenti delle conferenze dell’ Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio una traccia del vostro umile autore. Ma ora che questo sproposito è stato stampato e messo in circolazione in un numero così alto di copie, suppongo che non abbia altra scelta che corrispondere alle aspettative che ha suscitato.

A parte le mie scarse qualifiche, questo sembra un momento propizio per disquisire a lungo su una nuova parte della teoria del Picco del Petrolio, perché quest’anno, per la prima volta, quasi tutti sono pronti ad ammettere che il picco del petrolio è sostanzialmente reale, nonostante alcuni non siano ancora pronti per chiamarlo con tale nome. Solo cinque anni fa tutti, dai rappresentanti governativi ai dirigenti delle compagnie petrolifere trattavano il picco del petrolio come il prodotto di una frangia di scienziati folli, ma ora che la produzione tradizionale di petrolio ha raggiunto il massimo nel 2005 e quella dei combustibili liquidi lo ha fatto nel 2008, tutti sono pronti a riconoscere che ci sono seri problemi nell’aumentare l’erogazione di petrolio a livello mondiale. E nonostante alcune persone siano ancora scettiche nell’usare il termine “Picco del Petrolio” (e pochi esperti ancora insistono che ci si debba riferire al picco come ad un “altopiano ondulato”, che se non altro è una graziosa parafrasi) le differenze di opinione ora sono originate da un rifiuto di accettare la terminologia “Picco del Petrolio” piuttosto che dall’essenza del raggiungere il massimo della produzione globale di petrolio. Certo, questo è abbastanza comprensibile: è imbarazzante passare istantaneamente da gridare “il picco del petrolio è una stupidaggine” a gridare “il picco del petrolio è storia” in poco tempo. Tali acrobazie sono consentite solo ai politici e agli economisti.

Ora che la questione è stata ampiamente definita, sento che i tempi sono per me maturi per intervenire sull’argomento e dichiarare inequivocabilmente che il picco del petrolio è veramente una sciocchezza. Non la parte circa la produzione mondiale che raggiunge in qualche momento vicino al presente un massimo e poi declina inesorabilmente: quella parte sembra abbastanza vera. E neanche la parte che riguarda la produzione che in ogni regione del pianeta diventa vincolata dalla geologia e dalla tecnologia una volta raggiunto il picco : anche quella parte, sotto condizioni sperimentali ben progettate, sembra essere profetica. In effetti il modello di deplezione è stato elegantemente confermato dall’esempio degli Stati Uniti continentali (tranne l’Alaska) dal 1970. Ma l’idea che questo modello di esaurimento possa essere applicato all’intero pianeta, è, ritengo, qualcosa che deve essere rifiutato come completamente e sommamente fasullo. Per vedere quello che intendo, guardate al tipico grafico del picco del petrolio (Fig1) che mostra la produzione globale che sale fino a un picco e poi declina.

Osservate che la salita contiene molte strutture interessanti. Ci sono guerre mondiali, depressioni, collassi di imperi, embarghi petroliferi, scoperte di immensi giacimenti, per non menzionare i terribili cicli di espansione e frenata che sono la sventura delle economie capitaliste (mentre quelle socialiste sono a volte riuscite a crescere, ristagnare ed eventualmente collassare molto più gradualmente). E’ una salita accidentata, con pareti, crepacci, affioramenti scoscesi e pendii ripidi. Ora guardate alla discesa: non è liscia in maniera sconcertante? La sua origine geologica deve essere completamente diversa da quella della salita. Sembra essere costituita da una singola morena gigante, accumulata all’angolo di riposo vicino alla cima, con una certa diffusione alla base, senza dubbio dovuta all’erosione, con una graduale transizione verso quello che sembra essere un dolce pendio di una pianura alluvionale, sicuramente composta di limo proveniente dalle inondazioni, seguito da una vasta area perfettamente piatta, che potrebbe essere il fondale di un antico mare. Se salire fino alla cima deve aver richiesto tecniche alpinistiche, sembra che la discesa sia affrontabile in ciabatte da bagno. Uno potrebbe rotolare giù per tutta la discesa, e essere sicuro di non urtare nulla di affilato prima di fermarsi lentamente da qualche parte intorno al 2100. Matematicamente, la curva di salita dovrebbe essere caratterizzata da qualche polinomiale di alto grado, mentre la discesa è semplicemente e^(-t) con un minimo di rumore statistico. Questo, ne converrete, è estremamente sospetto: un fenomeno naturale di grande complessità che, appena è costretto a smettere di crescere, cambia direzione e diventa semplice come un cumulo di terra. Dove altro abbiamo osservato questa specie di spontanea e immediata semplificazione di un complesso e dinamico processo? La morte fisica è a volte preceduta da un lento decadimento, ma prima o poi la maggior parte degli esseri viventi passa dalla vita alla morte in una transizione netta. Non si avvizziscono continuamente per decadi, fino a diventare troppo piccoli per essere osservabili. Così io chiamo questa generica e largamente accettata situazione del picco del petrolio lo Scenario Roseo. E’ quello in cui la civiltà industriale, invece di crollare a terra immediatamente, si ritira in una immaginaria casa di riposo e passa i suoi ultimi anni dorati legata a fantomatici serbatoio di ossigeno e sacca per colostomia.

La cosa veramente strana è che lo Scenario Roseo potrebbe essere abbastanza accurato, in circostanze ideali, quando viene applicato a singole nazioni e regioni produttrici di petrolio. Per esempio immaginiamo che il più grosso produttore di petrolio, che ha iniziato con più petrolio dell’Arabia Saudita, raggiunge il picco, diciamo, nel 1970, ma poi all’improvviso decade dal regime aureo, impone la sua valuta al resto del mondo supportandola con la minaccia della forza, inclusa la minaccia di una iniziativa di attacco nucleare, alla fine arriva a importare oltre il 60% del suo petrolio, molto del quale a credito, e, poche decadi più tardi va in bancarotta. Quindi, durante le decadi intercorse, la sua produzione di petrolio domestica esibirebbe in effetti questa curva splendidamente delicata e tecnologicamente costruita – fino al momento della bancarotta nazionale.


[Superato il punto della bancarotta nazionale le circostanze sono vincolate a diventare non ideali, ma le implicazioni di ciò rimangono poco chiare. Riuscirà quella sventurata nazione a continuare a prendere in prestito soldi da tutto il mondo per importare abbastanza petrolio per far continuare a funzionare la sua economia, e, nel caso ciò accada, a quali condizioni, e per quanto a lungo ? Sarebbe bello sapere come va a finire questa storia, ma sfortunatamente tutto quello che possiamo fare è stare a guardare quello che accadrà.]

Ma abbiamo un altro esempio (fig. 3), che potrebbe offrirci delucidazioni su cosa intendiamo quando scriviamo che le circostanze saranno “non ideali”. La nazione che è al momento il più grande produttore di petrolio ha raggiunto il suo picco di produzione intorno al 1987. La sua classe dirigente sclerotica, geriatrica, irrigidita ideologicamente e sistematicamente corrotta non fu in grado di intuire l’importanza di questo fatto, e solo tre anni dopo la nazione era in bancarotta, poco dopo si è dissolta politicamente. In questo caso il crollo della produzione di petrolio divenne il principale indicatore economico della nazione: è crollata la produzione di greggio, quindi è crollato il PIL , quindi è crollata la produzione di carbone e gas naturale, e, una decade più tardi l’economia era sprofondata al 40%. Dietro a queste cifre c’era un tracollo dell’aspettativa di vita e un pervasivo clima di disperazione in cui molte vite furono perse o rovinate.

Ma finché nessun fattore politico o economico destabilizzante interferisce con il naturale calo della curva, le predizioni della teoria del Picco del Petrolio su quello che avviene dopo l’apice sembrano reggere. (Quando parlo di “circostanze ideali”, immagino che vada inteso come ideali dal punto di vista di senzienti, per quanto irrazionali, molecole di idrocarburi, il cui desiderio è di essere pompate fuori dal sottosuolo e bruciate prima e più efficientemente possibile, perché non è chiaro, in fin dei conti, chi altro ne benefici… ma non stiamo a cavillare). Dal momento che si sa che il problema di non avere abbastanza petrolio per spostarsi causa ogni sorta di problemi politici ed economici, e dal momento che questo è esattamente il problema che ci dovremmo aspettare di affrontare subito dopo che il mondo raggiunge il picco di produzione, l’assunzione di fondo su cui poggiano le previsioni della teoria del Picco della produzione globale di Petrolio, non è realistica. Gli specialisti che sono nella posizione di predire il Picco del Petrolio non sono in grado di valutare i suoi effetti politici ed economici, e quindi tutto quello che possono fare è fornirci lo Scenario Roseo come limite superiore definitivo. Comunque, questo ammonimento non è mai spiegato a chiare lettere come dovrebbe. Il risultato è che potremmo trovarci a lavorare con una teoria che predice che, una volta che il picco della produzione globale viene raggiunto, deliziosi dolcetti al cioccolato si sforneranno dal nulla e voleranno nelle nostre bocche su delicate ali di marzapane.

La spiegazione basata sulla teoria del Picco del Petrolio è che, mentre la salita è vincolata economicamente, la discesa è vincolata solamente dalla geologia delle riserve che si svuotano e dalla tecnologia dell’estrazione del greggio, che sono soggette a limiti termodinamici e non possono migliorare per sempre senza incorrere in una flessione e infine in un calo. Mentre la fornitura di petrolio è in crescita, la domanda fluttua, producendo numerose oscillazioni nella produzione sovrapposte alla principale tendenza al rialzo, in quanto la produzione prova ad adattarsi alla domanda. Ma sul lato del calo, la domanda è sempre superiore alla produzione, e quindi ogni barile di greggio che può essere prodotto in ogni istante sarà estratto.

Estrapolando le conseguenze di un declino locale della produzione di petrolio per capire quelle di un declino globale, il tacito assunto è che l’economia globale continuerà a funzionare con una sorprendente tranquillità a livello di domanda che può essere soddisfatta, mentre la domanda non soddisfatta sarà drenata nei bassifondi da un costante e potente flusso di assurdità sociali e politiche. Tutto questo si risolverà spontaneamente con partecipanti al mercato razionali che rispondendo ai segnali delle variazioni di prezzo decideranno in ogni istante se devono:

A) continuare a consumare petrolio nella maniera in cui sono abituati , oppure
B) allontanarsi tranquillamente e morire senza richiamare l’attenzione su di sé o fare chiasso.

Dove è stata mai vista una tale organizzazione perfetta in situazioni dove una merce chiave – come ad esempio, il cibo o l’acqua potabile – scarseggia criticamente? Si è mai vista? Si è vista mai da qualche parte?

E suppongo che un ulteriore tacito assunto è che una economia in contrazione (cosa da aspettarsi con tutta questa domanda non corrisposta e corrispettivo attrito tra i partecipanti al mercato) può funzionare altrettanto bene di una in espansione, senza subire un collasso finanziario. Speciali strumenti finanziari chiamati “credit default-swaps” possono essere usati come copertura contro il crescente rischio della controparte che gli antagonisti collassino in massa per ferite auto-inflittesi, per quanto, dopo un po’ questi strumenti inizierebbero a diventare troppo costosi. Ma non credo che si possa fare molto con le proiezioni di crescita economica sfornate con ogni piano finanziario, ad ogni livello. Una volta che queste si rivelano infondate, tutte le piramidi di debito inizieranno a crollare. E dal momento che una valuta a corso forzoso (quale il dollaro americano) è composta di debito – credito anticipato basato sulla promessa di una futura crescita – non è chiaro come e con cosa il petrolio rimanente continuerà ad essere acquistato. La fine della crescita è un evento imponderabile; iniziate a parlarne, e tutti improvvisamente decidono che si è fatta ora di pranzo e iniziano a ordinare da bere. Almeno i francesi hanno una parola adatta per questo : décroissance (letteralmente, de-crescita (la parola esatta manca in Inglese, NdT)); qui, nel mondo anglofono, tutto quello che possiamo fare è farfugliare e borbottare di “doppie recessioni”. Forse Geithner e Bernanke possono esibirsi in una danza di cifre per illustrare.

Vediamola in un altro modo. Come ho già fatto menzione, la teoria del Picco del Petrolio è stata abbastanza buona nel predire il profilo della deplezione di certe nazioni e province stabili e prospere. Ma queste previsioni sono senza senso quando estrapolate sul pianeta come un tutto, per una ragione veramente ovvia: il mondo non può importare petrolio. Lasciatemelo riscrivere, questa volata a caratteri da titolo, grassetto e centrato, per enfatizzare il significato di questa frase :

Il Pianeta Terra Non può Importare Petrolio

Quando deve affrontare una produzione di petrolio insufficiente una nazione industrializzata ha soltanto due scelte:

1. importare petrolio
2. collassare

Ma quando è un pianeta industrializzato ad affrontare una produzione globale insufficiente ha solo una scelta: la scelta numero 2. Qualcuno potrebbe obiettare che esiste una terza scelta: iniziare da subito a usare meno petrolio. Comunque, in pratica, questa si rivelerebbe equivalente alla scelta numero due.

Usare meno petrolio condurrebbe a effettuare alcuni cambiamenti radicali, spesso tecnologicamente impegnativi, politicamente impopolari e di conseguenza costosi in termini di soldi e di tempo. Queste scelte potrebbero essere tecnologicamente avanzate (e poco realistiche) come rimpiazzare l’attuale flotta di veicoli a motore con veicoli elettrici alimentati a batteria e costruire un grande numero di centrali nucleari per ricaricare le loro batterie, oppure semplici (e piuttosto realistiche) come spostarsi in un luogo da cui sia possibile raggiungere il lavoro a piedi o in bicicletta, far crescere la maggior parte del proprio cibo in un orto-giardino e in un pollaio e così via.

Ma qualunque siano questi passi, tutti richiedono una certa preparazione e spesa e, in un momento di crisi (come ad esempio il momento in cui le scorte di petrolio improvvisamente si assottigliano) è notoriamente un momento difficile per imbarcarsi in attività di pianificazione a lungo termine. Per quando la crisi arriva o un paese ha già preparato quello che può o vuole preparare (rimandando il momento del collasso) oppure non lo ha fatto, accelerando l’arrivo della crisi e rendendola più severa. Il Rapporto Hirsch (spesso citato) afferma che ci vorranno venti anni per prepararsi per il picco del petrolio per evitare una siccità severa e prolungata di carburanti per il trasporto, e dato che il picco si è verificato nel 2005 abbiamo già cinque anni in meno per poltrire prima di dover cominciare a prepararci. Secondo Hirsch et al. abbiamo già perso l’occasione per prepararci.

Alcuni potrebbero anche chiedersi perché una riduzione delle scorte di petrolio dovrebbe dare via automaticamente al collasso. Si può vedere che – in un’economia industrializzata – una diminuzione nel consumo di petrolio comporta una diminuzione proporzionale nelle attività economiche nel loro complesso. Il petrolio è la materia prima per la vasta maggioranza dei carburanti utilizzati per spostare prodotti e fornire servizi attraverso tutta la struttura economica. Negli USA in particolare c’è una correlazione molto forte tra il PIL e le miglia percorse da veicoli a motore. Così si può affermare che l’economia USA va a petrolio in modo piuttosto diretto e immediato: meno petrolio comporta un’economia più compressa. Qual è il punto in cui l’economia si riduce tanto da non riuscire più a mantenere i requisiti minimi per la sua sopravvivenza? Per poter continuare a funzionare tutte le infrastrutture, le centrali e gli equipaggiamenti devono essere sottoposti a manutenzione e sostituiti tempestivamente. Una volta che quel punto è stato raggiunto le attività economiche sono vincolate non solo dalla disponibilità di carburante, ma anche dalla disponibilità di equipaggiamento funzionante. Arriva un punto in cui l’economia si riduce tanto da invalidare le ipotesi finanziare sulle quali si basa, rendendo impossibile l’importazione di petrolio a credito. Una volta che quel punto è stato raggiunto la quantità di carburanti per il trasporto disponibile non è limitata soltanto dalla disponibilità di petrolio, ma anche dall’impossibilità di finanziarne le importazioni.

Per innescare l’intera sequenza di eventi la carenza iniziale di carburanti per il trasporto non deve essere necessariamente grande perché anche una riduzione piccola delle scorte può attivare un numero di reazioni economicamente distruttive. Molto carburante si spreca rimanendo in coda presso i pochi distributori di benzina che rimangono aperti. Altri sprechi derivano dalla pratica di fare sempre e comunque il pieno, non sapendo quando e dove si potrà fare rifornimento di nuovo. Ulteriori porzioni di carburante spariscono dal mercato perché vengono stivate in taniche e contenitori improvvisati. Mentre la carenza si prolunga e si amplia il carburante viene accumulato e nascosto e nasce il mercato nero: carburante dirottato dai canali di distribuzione ufficiali e sottratto alle cisterne diviene disponibile sul mercato nero a prezzi gonfiati. Così anche l’effetto di una lieve diminuzione delle scorte iniziale può facilmente innescare un effetto valanga generando una perturbazione {economica} sufficiente a spingere l’economia oltre i suoi limiti fisici e finanziari e [quindi] verso il collasso.

Se a questo punto iniziate a sentirvi preoccupati… mi dispiace dirlo, siete dei pesi leggeri, perché è solo l’inizio. Lo scenario del picco del petrolio può apparire roseo, ma anche una rosa ha le spine. E ci sono altri aspetti da prendere in considerazione nel quadro sinottico.

Primo: il roseo profilo di produzione globale post-picco è basato su cifre sovrastimate per quanto riguarda le riserve. Molto del petrolio che resta si trova in Medio Oriente, nelle nazioni OPEC, e queste nazioni hanno dichiarato riserve largamente sovrastimate durante la “guerra delle quotazioni” negli anni ’80 del secolo scorso. Mentre gli altri membri dell’OPEC hanno timidamente inventato numeri sballati ma con una vaga parvenza di realismo, Saddam Hussein – che ha sempre avuto un certo gusto per la spettacolarizzazione – ha arrotondato le riserve irachene a un bel numero intero: 100 miliardi di barili. Ne consegue che le riserve dell’OPEC sono state gonfiate un bel po’ – almeno un terzo. E l’OPEC non è l’unica ad aver esagerato i numeri della propria scorta. Le compagnie energetiche USA hanno fatto lo stesso gioco per fare contenta Wall Street. Mettete via le pantofole: per scendere la china del picco del petrolio c’è bisogno di un equipaggiamento da scalata serio.

Secondo: c’è un fenomeno chiamato Effetto Paese Esportatore: le nazioni esportatrici quando la produzione inizia a vacillare hanno una forte tendenza a ridurre le esportazioni prima di incidere sul consumo interno. Naturalmente ci sono alcune nazioni che hanno ceduto la sovranità sulle loro risorse ad aziende internazionali e hanno perso il controllo sulle politiche di esportazione. Ci sono anche alcuni regimi dittatoriali che penalizzano i loro concittadini consumatori per continuare a incassare i guadagni delle esportazioni, necessari per sostenere il regime. Ma la maggior parte delle nazioni esporterà soltanto il proprio eccesso di produzione. Questo vuol dire che sarà impossibile comprare petrolio a livello internazionale molto prima che i pozzi si prosciughino, lasciando tutte le nazioni importatrici di petrolio fuori al freddo. Così se vivete in una nazione importatrice di petrolio e pensavate di poter scendere la china di del picco del petrolio in scarponi da montagna… metteteli via: avrete bisogno di un paracadute.

Terzo: benché le quantità totali di petrolio prodotte nel mondo siano aumentate fino al 2005, la quantità totale di prodotti basati sul petrolio (benzina, gasolio, etc.) distribuite ai punti di utilizzo ha raggiunto il suo picco anni prima, in termini di energia derivata utilizzabile. Il motivo risiede nel fatto che è richiesta sempre maggiore energia per estrarre un barile di petrolio dal suolo e raffinarlo. Le riserve di greggio hanno mostrato la tendenza a divenire più difficili da estrarre, più pesanti e più inquinate da zolfo; inoltre la richiesta di carburanti con minor contenuto di piombo per aumentare il numero di ottani contribuisce allo spreco di energia.

L’indice energia prodotta su energia investita (Energy Returned On Energy Invested – EROEI) è passato dal 100:1 dell’alba dell’era del petrolio, quando un gruppo di robusti ragazzi potevano scavare un pozzo di petrolio con pala e piccone, a un valore medio di 10:1, ora che la produzione di petrolio richiede piattaforme sottomarine (che a volte esplodono e avvelenano interi ecosistemi), perforazioni orizzontali e tecnologie per la distillazione frazionata, recupero secondario e terziario con iniezioni di acqua e azoto, impianti di separazione del petrolio dall’acqua e ogni sorta di altre complessità tecnologiche che consumano sempre più dell’energia che producono. Mentre l’indice EROEI scende da 10:1 a 1:1 l’industria petrolifera inizia a somigliare a una balia obesa ma affamata che succhia avidamente il proprio seno accanto alla culla di un neonato che muore di fame. A un certo punto non sarà più economicamente conveniente trasportare gasolio e benzina ai distributori.

Non sappiamo con esattezza quando questo momento arriverà, ma alcuni indicatori portano a pensare che il minimo EROEI sostenibile per l’industria si aggiri intorno a 3:1.

L’effetto della diminuzione dell’EROEI è di rendere il dolce declivio dello scenario roseo molto più ripido. La curva non assomiglia più a un mucchietto di ciottoli, ma a una fiume di lava che si tuffa in mare solidificandosi tra nuvole di vapore. C’è molta energia rimasta, ma molta di questa è destinata a disperdersi e potrebbe essere impossibile avvicinarvisi a sufficienza per arrostire i marshmallow.

Quarto: dobbiamo considerare il fatto che la nostra moderna industria petrolifera globale è altamente integrata. Se si necessita di un certo componente specializzato per un’operazione di trivellazione è probabile che venga acquistato da una delle due aziende globali. Ed è altrettanto probabile che questa azienda abbia alcune operazioni importanti ed altamente tecnologiche in una nazione che è incidentalmente un’importatrice di petrolio. L’importanza di questo diviene chiara quando si prende in considerazione che cosa accadrebbe alle operazioni di quell’azienda quando si manifesti l’Effetto Nazioni Esportatrici. Supponiamo che voi siate un’azienda petrolifera nazionale in una nazione ricca di petrolio che abbia ancora greggio sufficiente per il consumo domestico, benché sia stata costretta di recente a sganciare tutti i suoi clienti internazionali. I vostri campi petroliferi sono grandi ma maturi, e potete mantenerli produttivi soltanto continuando a trivellare nuovi pozzi orizzontali appena sopra il livello dell’acqua e tenere la pressione alta iniettando acqua marina. Se interrompeste anche solo brevemente questa attività la composizione del greggio cambierebbe da petrolio acquoso in acqua oleosa che tanto varrebbe rimandare di nuovo sottoterra. E ora accade che questo equipaggiamento di cui avete bisogno per continuare a perforare pozzi orizzontali provenga proprio da una delle sfortunate nazioni che solitamente importavano il vostro petrolio ma ora non possono più, e i tecnici che solitamente costruivano i vostri equipaggiamenti hanno rinunciato a cercare benzina al mercato nero per andare al lavoro in macchina e sono impegnati a dissodare il loro giardino per piantare patate. Non molto tempo dopo le vostre operazioni di trivellazione terminano i pezzi di ricambio, la vostra produzione di petrolio si sfascia e la maggior parte delle vostre riserve residue rimangono sepolte, contribuendo a incrementare un’altra categoria sempre più importante di giacimenti: quelli che non verranno mai estratti.

Quando si tengono in considerazione questi quattro elementi insieme diviene difficile immaginare che la produzione globale di petrolio possa declinare lentamente dal suo picco in una curva dolce e continua lunga decenni. Piuttosto l’immagine che si presenta è quella di un crollo brusco e diffuso che alla fine colpirà tutto il pianeta. Chiunque e ovunque siate è probabile che vedrete il processo dispiegarsi in tre fasi:

Fase 1: l’accesso ai carburanti per trasporti e servizi rimane al livello attuale
Fase 2: l’accesso ai carburanti per trasporti e servizi è fortemente limitato
Fase 3: l’accesso ai carburanti per trasporti e servizi è impossibile e si manifestano severe restrizioni alle possibilità di spostamento.

La durata della fase 2 varierà da un luogo all’altro. In alcuni luoghi si potrebbe passare direttamente alla fase 3: le autocisterne non raggiungeranno più alcune città, i distributori della zona chiuderanno e basta. In altri paesi un fiorente mercato nero potrebbe permettere di avere benzina ancora per qualche anno a prezzi che permetteranno ancora alcuni utilizzi, come un generatore elettrico nei centri di emergenza. Ma l’abilità di gestire la fase 2 e di sopravvivere alla fase 3 dipende in larga parte dai cambiamenti e dai preparativi messi in atto durante la fase 1.

Ci si deve aspettare che la grande maggioranza delle persone non avranno fatto nulla per prepararsi, non avendo la consapevolezza di doverlo fare. Ci si può aspettare che qualcuno faccia qualche passo nella direzione del buon senso come installare una stufa a legna o provvedere all’isolamento termico delle case, oppure in una direzione apparentemente di buon senso ma fondamentalmente inutile, come sprecare il loro denaro per una nuova auto ibrida o sprecare le loro energie per fondare un nuovo partito politico o cercare di prendere il controllo di uno di quelli esistenti.

Alcuni compreranno una fattoria, equipaggiandola per essere autonomi, cominceranno a far crescere il loro cibo (forse trasportando il loro surplus a un vicino mercato rurale con biciclette attrezzate o barche), istruiranno i loro bambini a casa, enfatizzando i classici e l’agricoltura, l’allevamento degli animali e altri tipi di conoscenza utili in tutte le epoche. Alcuni fuggiranno in luoghi dove il carburante è già scarso e dove un motorino è considerato un dispositivo che allevia la fatica… di asini e cammelli.

Sfortunatamente è difficile prevedere quali di questi cambiamenti e adattamenti saranno effettivamente coronati da successo e quali falliranno perché molto dipende da circostanze imprevedibili e varieranno da luogo a luogo e da persona a persona: l’incertezza è semplicemente troppo grande. Ma c’è una cosa di cui si può essere certi: che lo scenario roseo del picco del petrolio, che proietta un declino lento e graduale delle produzioni mondiali di petrolio, è privo di senso. Prendere coscienza di questo fatto dovrebbe causare un senso di urgenza. Che lo usiamo stupidamente o saggiamente dipende da noi, e il nostro successo dipende anche dalla fortuna, ma avere un senso di urgenza non è affatto una cosa sbagliata. Se nutriamo il desiderio di prepararci potremo avere alcuni mesi, forse alcuni anni, ma sicuramente non abbiamo decenni. Lasciate che quelli che vorrebbero farvi credere altrimenti, prendano prima in considerazione le obiezioni che ho sollevato in questo articolo.

Titolo originale: “Peak Oil is History “

Fonte: http://www.culturechange.org
Link
01.09.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLO CASTELLETTI

Benzina sintetica dall’idrogeno la sfida di Cella Energy – Repubblica.it

Fonte: Benzina sintetica dall’idrogeno la sfida di Cella Energy – Repubblica.it.

Un carburante pulito, non emetterebbe Co2 con la combustione. E soprattutto economico, costo di produzione circa 50 centesimi di dollaro al litro. Funzionerebbe sugli attuali motori benzina e diesel. E’ il progetto finora top secret di un’azienda inglese e dei laboratori Rutherford Appleton di TIZIANO TONIUTTI

OXFORD – Benzina senza petrolio, ottenibile senza attendere milioni di anni che servono ai fossili per diventare idrocarburi. Secondo l’azienda inglese Cella Energy 1, dopo quattro anni di ricerche segrete, condotte con i laboratori Rutherford Appleton di Oxford, è possibile. La parola magica che ci sarebbe dietro è già nota: idrogeno. Cella Energy dichiara che il carburante sintetico prodotto utilizzando questo processo di sintesi avrebbe almeno tre qualità: non produrrebbe emissioni nocive, costerebbe circa 1 dollaro e 50 al gallone, attorno ai 50 centesimi di euro al litro. E soprattutto funzionerebbe sui motori a scoppio così come sono ora, senza modificare nulla.

I laboratori Rutherford Appleton sono considerati luoghi di scienza di un certo livello. E infatti, il processo di produzione di questo “benzidrogeno” sembra piuttosto sofisticato. Il progetto del nuovo carburante è stato portato avanti dall’equipe del professor Stephen Bennington, in collaborazione con scienziati delle università di Oxford e di Londra. Nomi importanti, che ammantano la notizia con il fascino dei grandi momenti della scienza. Stephen Voller, CEO di Cella Energy, descrive il processo di produzione del nuovo carburante utilizzando concetti complessi. “Sono stati impiegate materie ad alta energia, incapsulate utilizzando una tecnica di nanostrutturazione chiamata elettrospray coassiale”. Parole difficili, che Voller poi sintetizza in frasi più immediate:

“Abbiamo sintetizzato un carburante che può essere utilizzato nei motori attuali, rimpiazzando i combustibili tradizionali. Abbiamo impiegato materiali basati sull’idrogeno, che quindi non producono emissioni nocive. Come se il motore utilizzato fosse elettrico”. Naturalmente, il brevetto sulla tecnologia di incapsulamento del “benzidrogeno” è proprietario di Cella Energy.

La chiave. L’idea dietro il nuovo carburante è la conservazione dell’idrogeno in una maniera innovativa, più semplice ed economica. L’incapsulamento sviluppato da Cella Energy permetterebbe, grazie alle nanotecnologie, di produrre microfibre di materiale di spessore fino a 30 volte inferiore a un capello. Questo nuovo materiale forma una fibra in grado di contenere tanto idrogeno quanto i tradizionali contenitori speciali, e possono essere trasformati in sostanza liquida distribuibile alle pompe. L’idrogeno produce circa tre volte l’energia di una stessa quantità di carburante basato sul petrolio, e dai tubi di scappamento esce soltanto acqua. Insomma fare il pieno rimarrebbe un’esperienza del tutto simile a quella attuale, senza l’odore del carburante e i fumi nocivi. E con qualche euro in più nel portafoglio una volta ripartiti. Il problema dell’idrogeno come carburante per veicoli sta nello stoccaggio e la distribuzione, che hanno bisogno di condizioni termiche particolari e costi di gestione elevati, entrambi freni alla diffusione delle nuove forme di propulsione. E molte ipotesi sul futuro della mobilità sono al momento rimaste tali. Se l’idea di Cella Energy dovesse produrre i risultati che promette, la rimandata era dell’idrogeno potrebbe iniziare davvero

La morte dell’aria a Milano. Filippa Lagerbäck

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La morte dell’aria a Milano. Filippa Lagerbäck.

La terza città più indebitata d’Italia, la prima per lo smog nel 2011, la prima per la presenza della famiglia Moratti. A Milano si muore per l’inquinamento e la giunta Moratti ha approvato a febbraio altri 35 milioni di metri cubi di cemento che si aggiungeranno a City Life e all’Expo 2015. La città è in mano ai costruttori. A Milano si può comprare un libretto in edicola: “Come difendersi dallo smog“. E’ come se a Auschwitz avessero distribuito un vademecum su come proteggersi dal nazismo. A Milano, nelle farmacie sono esaurite persino le mascherine antismog. E’ arrivata l’ora di una class action aperta a tutti i milanesi contro quella che ormai è una “città a gas“, l’equivalente morbido delle camere a gas. Chiedo agli studi legali e agli avvocati di Milano di contattarmi attraverso il blog per mettere sotto accusa una gestione pubblica che non tiene conto della salute dei suoi cittadini. Se ce la faremo a Milano, ci riusciremo anche nelle altre città inquinate d’Italia, da Taranto a Torino.

Intervista a Filippa Lagerbäck di “Genitori Antismog

Una mamma svedese contro l’inquinamento di Milano (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
“Ciao, sono Filippa Lägerback sono svedese, ma vivo a Milano in Italia da 10 anni e ho scelto di vivere a Milano per l’amore per questo paese, per l’amore per questa città e ho scelto addirittura di far nascere mia figlia in Italia e farla crescere qua a Milano.Quindi sono una mamma, la cosa più importante per me è ovviamente la salute di mia figlia e è per questo che mi sono iscritta ai “Genitori Antismog” quest’ultima è un’associazione che è nata più o meno 10 anni fa da alcune mamme che in quell’anno c’era un incredibile inquinamento e a loro era stato detto che l’unica cosa che potevano fare è tenere i loro bambini a casa, a quel punto hanno detto: dobbiamo fare qualcosa e quindi si è creato “Mamme antismog” che poi si è trasformato in “Genitori antismog” perché ovviamente non sono solo le mamme ma anche i papà che ci tengono alla salute dei propri figli.
Nel 2011 sono 35 i giorni di permesso di superare il limite dell’inquinamento in un anno e Milano l’ha già superato, siamo all’8 febbraio che è un record in qualche modo e quindi è ora che facciamo qualcosa, mi iscrivo così ai “Genitori Antismog” per essere in tanti per fare lobby, per portare la parola, per cercare di richiedere cambiamenti da chi ci governa, ma anche di sensibilizzare le persone che vivono in questa città.
Cosa vogliamo per questa città? E’ una città che veramente amiamo, vogliamo solo migliorarla per tutti, non vogliamo angosciare le persone, vogliamo con il sorriso far bene a tutti perché comunque l’ambiente non è la politica di sinistra o di destra, l’ambiente è di tutti e è ovvio, quindi noi siamo disposti a cambiare, perché credo sia veramente importante che il cambiamento succede dentro di noi, dobbiamo un po’ cambiare le nostre abitudini per migliorare, dobbiamo usare più la bici, sono in bici oggi e arrivo da abbastanza lontano, è una sfida ogni volta, perché le piste ciclabili non ci sono e quindi è un continuo andare su è giù, magari sui marciapiedi che in realtà non è permesso, però prima che mi ammazzo vado lì, cerco di trovare i parchi, magari piantare più alberi e così rendere la città più bella per tutti, il lavaggio delle strade è fondamentale per togliere le polveri sottili, i parcheggi magari fuori dalla città così per permettere alle persone che arrivano da lontano per lasciare la macchina, usare i mezzi per arrivare in centro a Milano.
Andrei anche oltre, chiuderei il centro per il traffico e parlo un po’ contro me stessa perché oltre a essere una ciclista sono anche un’automobilista, però sono disposta a cambiare perché voglio che questa città torni a splendere come una volta, che sarà una città a misura d’uomo. I bambini che corrono, che possono usare le bici, che possono giocare nei parchi, senza avere questa angoscia, oggi per esempio è una bellissima giornata di sole, tu dici: “Ah che bello, vado fuori e respiro un po’ di aria buona”, no invece devo dire a mia figlia di tornare a casa per respirare l’aria buona e non deve essere così.

Maschere antismog esaurite a Milano (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Credo veramente che insieme dobbiamo fare questi cambiamenti, non tocca solo a chi ci governa, non è che loro hanno la bacchetta magica per poter migliorare, dobbiamo veramente farlo tutti noi, non è che lo facciamo per qualcun altro, lo facciamo proprio per noi stessi, quindi è anche un’azione egoistica,usare meno la macchina perché è anche bello, mano nella mano con tua figlia, tuo figlio, portarlo a scuola, oppure in bici se è un po’ più lontano.
Sabato ci siamo radunati in Piazza della Scala a Milano davanti al Palazzo Marino, noi dei “Genitori Antismog” ma anche tanti di Ciclobby di WWF e di Legambiente per dare così un segnale, un segnale che non ce la facciamo più, abbiamo bisogno di cambiamenti e ne abbiamo bisogno adesso, proprio dobbiamo fare qualcosa noi, devono aiutarci chi ci governa assolutamente, oggi è una giornata di sole, volevo andare al parco, leggermi un libro, invece sono passata in edicola a prendere questo “Come difendersi dallo smog” non avrei mai voluto prendere un depliant come questo, però credo che siamo arrivati proprio a questo, la situazione è insopportabile e dobbiamo fare qualcosa.
In Europa 350 mila persone che muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento, 2 milioni di persone in tutto il mondo, sono numeri spaventosi e noi viviamo a Milano dove la situazione è veramente critica e non può essere ignorato.
Un’altra cosa, questa è veramente una bella città, una bellissima città e ci vuole anche un po’ di senso civico per renderla ancora più bella, vado in giro con la bici però per poter passare ai semafori, sulle strisce pedonali quando porto mia figlia a scuola, nessuno si ferma, sulle strade è pieno di escrementi dei cani perché nessuno li raccoglie, si buttano le sigarette dappertutto, se ne frega, però a casa sua non fanno così è ovvio perché uno tiene solo alle cose proprie, però questa città, questo paese, questo mondo è di proprietà nostra, quindi è assurdo non trattarlo bene, quindi vi prego, cambiate, come sto cercando io, senza essere bacchettona perché diventi insopportabile, però con delle piccole cose, delle piccole abitudini che cambiano, possiamo veramente migliorare e questo sarebbe il mio sogno per il 2011 e per il futuro, e adesso vado!
Oggi venendo qua sono passata in 3 farmacie per cercarmi la maschera, non c’erano, sono tutte esaurite!”

Totò Riina: “Berlusconi è un bravo picciotto” | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Totò Riina: “Berlusconi è un bravo picciotto” | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano.

Lo sostiene l’ex boss di Napoli Giuseppe ‘O Nasone Misso che in un verbale ha affrontato i presunti rapporti tra mafia, camorra e il mondo delle televisioni di B.

Per Totò Riina, Silvio Berlusconi era un “bravo picciotto”. Lo afferma in un verbale l’ex boss di Napoli Giuseppe Misso, detto ‘o nasone’. E’ quanto hanno rivelato Il Mattino e l’edizione partenopea di Repubblica.

Ma ecco cosa ha detto ai magistrati (con cui collabora dal 2007) il capo-clan del rione Sanità: “Il mio affiliato Salvatore Savarese mi disse che Riina, in cambio del favore che ci chiedeva, cioè di uccidere l’avvocato Li Gotti, ci offriva di farci entrare nella gestione dei capitali investiti da cosa nostra, in molte aziende italiane. In particolare, Savarese mi parlò delle aziende televisive di Berlusconi, che Riina avrebbe definito come ‘un bravo picciotto’, stessa espressione usata per Dell’Utri”.

L’interrogatorio è depositato agli atti di un processo di camorra a Napoli. Il colloquio tra Savarese e Riina sarebbe avvenuto nel 2001, nel cortile del carcere di Ascoli Piceno. Misso afferma che nel corso di quelle passeggiate durante l’ora d’aria, Savarese e Riina avrebbero discusso di un possibile scambio di favori (mai concretizzato) tra la camorra napoletana e la mafia corleonese, che voleva vedere morto l’avvocato Luigi Li Gotti, difensore di alcuni pentiti, diventato in seguito sottosegretario alla Giustizia nell’ultimo governo Prodi.

Nel verbale, Misso affronta i presunti rapporti tra mafia, camorra e il mondo delle tv e delle opere pubbliche della Milano ‘da bere’ di fine anni ’70 e inizio anni ’80, quelli dell’ascesa di Silvio Berlusconi nell’olimpo della grande finanza.

Le parole del collaboratore sono al momento prive di qualsiasi riscontro. Né Savarese, né Riina, ha mai parlato coi giudici di questo presunto colloquio. C’è da dire che la posizione di Misso è ancora al vaglio del servizio centrale di protezione, che ne sta vagliando con attenzione l’attendibilità complessiva e la possibilità di farlo accedere al programma definitivo di protezione riservato ai pentiti considerati credibili.

Antonio Di Pietro: Processo breve: vogliamo reagire?

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo breve: vogliamo reagire?.

Vi rendete conto di quello che sta succedendo? Berlusconi sta organizzando un’altra legge ad personam. Nei giorni scorsi, per televisione, con il gobbo davanti, ha detto: “Italiani, da domani in poi ci occuperemo di un nuovo Piano casa, di un nuovo Piano sud, di rilancio dell’economia, di occupazione e lavoro”. Poi lui e i suoi lacchè hanno fatto finta di arrabbiarsi per il fatto che noi dell’opposizione, che voi, insomma che tutti insieme non ci abbiamo creduto. “Ma come – abbiamo detto – è dal ’94 che racconta sta storiella, e adesso lo vuole fare davvero?”. Ma abbiamo comunque pensato: “Va bene, porta in Parlamento tutte queste idee e vediamo”. E le ha portate, in Parlamento: una si chiama processo breve, una intercettazioni, una responsabilità civile dei magistrati. Tutti provvedimenti che non servono a dare una casa in più, magari ai rom che muoiono bruciati, non servono né per rilanciare il sud né per ridare un’economia più equa al nord. Servono soltanto a lui. Oggi voglio dirvelo in dipietrese, che cos’è il processo breve.

Ieri il ministro Alfano si è arrabbiato: “Non si deve chiamare processo breve, ma ragionevole durata dei processi”. Bellissimo, tutti vogliono un processo che abbia una ragionevole durata. Ma il problema non è la durata, è il risultato. Si dovrebbe partire dal presupposto che entro un certo tempo si deve avere un risultato. Invece la loro riforma prevede che entro un certo tempo o c’ho un risultato o il processo non si fa più. Questo significa che passato un certo periodo il processo si ferma e quelli che hanno ragione si ritrovano cornuti e mazziati.

Tutte le vittime dei reati non potranno più avere giustizia. E a tutte le persone imputate rimarrà per sempre l’alone del dubbio perché non hanno potuto scagionarsi. Tutti vogliamo un processo breve. Ma per fare che cosa? Per avere una sentenza e sapere chi c’ha ragione e chi torto. Qual è la proposta di Berlusconi, Alfano, Ghedini e compagnia bella, invece? Alla magistratura, loro dicono: “Ti tolgo gli strumenti, i soldi, il personale, le strutture e pure la carta dove scrivere, e poi siccome non lo fai entro un certo tempo non lo puoi fare più”. Insomma, devi mangiare presto. Però, o mangi entro mezzogiorno in punto o non mangi più, e al tempo stesso ti tolgo forchetta, piatto e pastasciutta. Scommetti che non mangi entro mezzogiorno? Scusate la semplificazione, ma vogliamo reagire o no? Credo sia importante farlo prima che sia troppo tardi. Non vogliamo trasformare il nostro Paese nel nuovo Egitto, dove c’è un raìs. Dobbiamo opporci prima che sia troppo tardi. E come? Scordate che Berlusconi si dimetta. Questo non si dimetterà mai, perché sta bene lì dove sta. Bisogna schiodarlo dalla sedia, ma il Parlamento non lo farà perché la maggior parte dei deputati non verrebbero rieletti e stanno bene lì a scaldare la poltrona. Quindi facciamo le manifestazioni di piazza, sì, tante, ma devono essere finalizzate a un risultato.

Uno può essere il referendum. Il mese di maggio ci sono i referendum per i quali abbiamo raccolto le firme, noi dell’Idv, il Comitato per l’acqua pubblica. Quattro referendum fondamentali: due sull’acqua pubblica, uno sul nucleare. Perché pure Gesù Cristo diceva che acqua e aria dovevano essere libere. Ma soprattutto c’è il referendum sul legittimo impedimento. Noi abbiamo raccolto le firme per dire: vuoi o non vuoi che Berlusconi continui a fare leggi ad personam? Allora, se tutti insieme, queste manifestazioni le finalizziamo a uno scopo concreto, ai referendum, affinché almeno il 51% dei cittadini vada a votare, noi lo abbiamo disarcionato. Quel referendum sarà il giudizio di Dio, che, come è giusto in una democrazia, spetta ai cittadini. Volete o no tenervi Silvio Berlusconi? Armiamoci di santa pazienza e di santa determinazione e mandiamolo a casa con i referendum.