Archivi del giorno: 19 febbraio 2011

ACQUA PUBBLICA. BERLINO DA’ L’ ESEMPIO

Fonte: ComeDonChisciotte – ACQUA. BERLINO DA’ L’ ESEMPIO.

DI ANDREA BERTAGLIO
ilribelle.com

Il referendum popolare di domenica scorsa si è chiuso con una vittoria che ha sfiorato l’unanimità: il 98,2 per cento dei cittadini vuole che la Berliner Wasserbetriebe sia gestita esclusivamente dal Comune

Anche a Berlino l’acqua torna pubblica. A deciderlo una consultazione popolare che ha chiesto ai cittadini della capitale tedesca, domenica 13 febbraio, di dire “sì” o “no” alla proposta di togliere la gestione dell’acqua ai privati.

Se in Italia si deve ancora votare sulla questione della privatizzazione dei servizi idrici , e se in una città come Parigi è già stato deciso da parecchio tempo di renderli nuovamente pubblici, oggi anche Berlino ha deciso che non si possono più associare speculazioni e profitti ad un bene di primaria importanza come l’acqua.

I berlinesi hanno infatti votato “sì” al referendum per l’annullamento della privatizzazione parziale della società di gestione dei servizi idrici. Una vittoria a dir poco schiacciante: su oltre 678.000 elettori, il 98,2%, ha votato a favore di un’inversione di marcia, rivendicando anche una maggiore trasparenza dei contratti.

«Un bene essenziale come l’acqua non può essere fonte di profitto, vogliamo che torni in mano pubblica», ha dichiarato il portavoce del Comitato promotore, Thomas Rodek. E così sarà. Quello del referendum berlinese è stato un trionfo dei sì: ne servivano almeno 616.571, e ne sono arrivati 665.713. Andreas Fuchs, il cassiere del comitato referendario, commenta: «Ci speravo, ma non me l’aspettavo più, vista la scarsa affluenza in mattinata». Ed aggiunge: «È la prova che si può fare molto anche con pochi mezzi». Pochi mezzi davvero, dato che il comitato disponeva di soli 12 mila euro per organizzare tutto: soldi ottenuti interamente da donazioni (mentre gli organizzatori del fallito referendum sulla religione a scuola di due anni fa avevano raccolto centinaia di migliaia di euro).

La richiesta riguardava la pubblicazione integrale del contratto con cui nel 1999 la capitale tedesca, cercando di fare cassa, decise di vendere alle società Rwe e Veolia il 49,9% dell’azienda dei servizi idrici comunali, la Berliner Wasserbetriebe. Un contratto di cui solo nel novembre del 2010 i promotori del referendum hanno ottenuto la pubblicazione da parte del municipio berlinese: 700 pagine che illustrano il processo di privatizzazione parziale. Un dossier che mostra come la città abbia garantito alti margini di guadagno alle due imprese interessate, Rwe e Veolia. Che, nell’arco di dieci anni, hanno incassato più utili dell’intera città di Berlino: 1,3 miliardi contro 696 milioni. Ora l’obiettivo del comitato referendario resta quello di riportare completamente la Berliner Wasserbetriebe in mani pubbliche. Evitando possibilmente di replicare quanto successo nella vicina Potsdam, dove, nonostante la società di gestione dei servizi idrici sia stata rimunicipalizzata dieci anni fa, i prezzi hanno continuato a salire. E a far pagare oggi un metro cubo d’acqua più che a Berlino (5,82 euro).

In una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno gli italiani si potranno esprimere sul quesito riguardante l’abrogazione del decreto Ronchi, col quale nel 2009 è stato sancito che il servizio idrico non potrà più essere gestito da società pubbliche, ma solamente affidato a società che sono o totalmente private, o possedute da privati per almeno il 40%. Il secondo quesito riguarda invece la cancellazione del “Codice dell’ambiente”, una norma che prevede una quota di profitto sulla tariffa per il servizio idrico, la cosiddetta “remunerazione del capitale investito”.

Secondo i detrattori italiani dei referendum sull’acqua “privatizzare non può che migliorare la qualità dei servizi”. Per i sostenitori del referendum di Berlino, invece, in seguito alla privatizzazione parziale dei servizi idrici comunali i prezzi dell’acqua sono aumentati del 35%, collocandosi fra i più alti di qualsiasi altra città tedesca. A Berlino un metro cubo d’acqua costa 5,12 euro, a Colonia 3,26.

Teniamolo ben presente, quando questa primavera ci recheremo a votare. Ce lo ricorda anche Dorothea Härlin, del comitato referendario berlinese, che sottolinea l’importanza internazionale del successo registrato nelle urne il 13 febbraio, ricordando che «non soltanto i berlinesi, ma i cittadini di tutto il mondo si battono per l’acqua».

Andrea Bertaglio
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2011/2/18/acqua-berlino-da-lesempio-free.html
18.02.2011

Il silenzio dei colpevoli

Fonte: Il silenzio dei colpevoli.

Le gravi omissioni di Nicola Mancino e Giovanni Conso sul biennio stragista ’92/’93

18 febbraio 2011. Nell’aula bunker di Firenze il senatore Nicola Mancino è tornato ad affrontare la questione della revoca del 41 bis per 140 detenuti decisa inspiegabilmente nel novembre del ’93 dall’allora ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso. Mancino ha affermato di non averne mai parlato con il suo collega di via Arenula, smentendo di fatto le precedenti dichiarazioni dell’ex Guardasigilli già di per sé lacunose e gravemente omertose. Le deposizioni dell’ex ministro dell’Interno hanno acuito un senso di rabbia e disgusto nei confronti di questi uomini delle istituzioni. Uomini che avevano e che hanno il dovere di essere al servizio del nostro Paese e che invece, barricandosi dietro palesi omissioni o evidenti contraddizioni, rischiano di macchiarsi del reato più infamante per un servitore dello Stato: alto tradimento.
Cosa si cela dietro ai tanti “non ricordo”, ai troppi “non so” di questi smemorati di Stato?
Non è più tollerabile sentir dire da un ex ministro della giustizia che “al momento non siamo in grado di dire nulla di sicurissimo, ma col tempo pezzi di verità verranno tirati fuori”.
Ma da chi dobbiamo aspettare che vengano fuori questi “pezzi di verità”?

Da altri uomini delle istituzioni che per codardia bussano alle procure per fornire solamente una parte di quello che sanno, prima di essere chiamati in causa da mafiosi o da collaboratori di giustizia?
Non è più ammissibile che nelle aule di giustizia rimbombino questi silenzi colpevoli!
Il silenzio di chi sa ma non parla ci induce al sospetto che entrambi tacciano per coprire uno Stato che, con la sua grave incompetenza, noncuranza e finanche complicità, porta su di sé il peso della corresponsabilità nelle stragi del ’92 e del ’93.
Come potevano sapere all’epoca Mancino e Conso dell’esistenza di due schieramenti di Cosa Nostra? Chi li aveva informati della fazione “terroristica” legata a Riina e di quella più “politica” capitanata da Provenzano? Solamente chi stava “trattando” ne era a conoscenza e lo avrebbe comunicato ad entrambe le personalità istituzionali.
Se così fosse i due eminenti ex ministri dovrebbero finire sotto inchiesta per falsa testimonianza, con l’aggravante di aver favorito la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato. A prescindere che entrambi lo abbiano potuto fare inconsapevolmente, o consapevolmente.
Mai più ruoli istituzionali a uomini come Nicola Mancino o Giovanni Conso!
Mai più ruoli istituzionali a chi ha pensato solo ai propri interessi e non al bene comune, a chi afferma di non aver affrontato questioni di rilevanza fondamentale “per rispetto dell’autonomia del ministro” quando c’era un Paese a ferro e fuoco.
Nessuna attenuante a chi ha negato e continua a negare di aver incontrato Paolo Borsellino il 1° luglio al Viminale nonostante l’evidenza di un’agenda, non sottratta da altri uomini fedeli ad un Giano Bifronte, ma solo il biasimo unito al disprezzo generale per il loro contributo nel continuare ad occultare la verità.
La richiesta di giustizia di tutti i familiari delle vittime della violenza politico-mafiosa peserà su di loro e su tutti gli altri “smemorati” come un macigno dal quale si potranno liberare solamente rompendo una volta per tutte quel silenzio colpevole.


Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo (AntimafiaDuemila, 18 febbraio 2011)

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Revoca del 41 bis, Mancino contraddice Consodi Attilio Bolzoni

Articolo 21 lancia una raccolta firme per Antonio Condorelli | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Articolo 21 lancia una raccolta firme per Antonio Condorelli | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Il cronista fino a pochi giorni fa era il direttore di Sud, una freepress che aveva turbato i sonni di molti potenti a Catania. Oggi quel giornale è senza direttore perché Condorelli è stato di fatto obbligato a lasciare

Un appello e una raccolta di firme su Articolo 21 (vai alla pagina della petizione), in difesa di un giornalista, Antonio Condorelli, collaboratore di Report e de Il Fatto Quotidiano. Il cronista fino a pochi giorni fa era il direttore di Sud, una freepress che aveva turbato i sonni di molti potenti a Catania. Oggi quel giornale è senza direttore perché Condorelli è stato di fatto obbligato a lasciare.

Si è ritrovato con un’associazione, gli “Amici di Sud”, tirata su a sua insaputa che nel suo logo ha usato proprio la testata del giornale e si è resa protagonista di un’incredibile vicenda. Qualche settimana fa un’inchiesta di Condorelli aveva fatto luce sulla vicenda della moglie di un magistrato catanese. L’Associazione, riconducibile al legale della società editrice di Sud, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, inviò una denuncia contro il magistrato in questione usando proprio il logo con la testata del giornale. Da notare che dopo un’accanita resistenza, la moglie del magistrato ha sostituito proprio Fiumefreddo alla guida del teatro Massimo Bellini.

Da qui le dimissioni, con effetto immediato. La reazione degli editori è stata una sistematica campagna mediatica con l’unico scopo di screditare un giornalista già nel mirino a causa delle sue inchieste, che ha già avuto pesanti minacce mafiose e che per questo è sottoposto ad una forma di tutela personale decisa dalla Prefettura di Catania. Gli editori hanno pubblicato con cadenza quotidiana una raffica di pezzi nei quali Condorelli veniva dipinto come un personaggio ambiguo. Si parla di “frequentazioni di Condorelli di ambienti politici (…) da lui tenacemente tutelati, a scapito del giornale e dei suoi lettori” e ancoralo lo si accusa senza il minimo riscontro di avere rapporti ambigui di compiere azoni poco limpide per ottenere informazioni. “Quali sono le reali fonti che utilizza per i suoi scoop? – si chiedono gli editori – E quale tutela si deve garantire per continuare ad ottenere le sue famose carte? Investigazione o prostituzione”. Addirittura affermano di aver scoperto, restandone sconvolti, che Condorelli aveva aderito moltissimi anni fa al movimento giovanile della Fiamma Tricolore.

Tra le altre inchieste pubblicate dall’ex giornale di Condorelli è degna di nota quella sulla falsa certificazione medica con la quale si attestava che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo soffriva di un aneurisma all’aorta. Ma non solo. E’ sempre sua l’inchiesta che ha svelato l’affare dell’informatizzazione sanitaria che vede protagonista il marito della presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, e ancora la pubblicazione delle intercettazioni di Cimino e Mineo, esponenti vicini a Marcello Dell’Utri. Per non parlare delle notizie pubblicata su Il Fatto Quotidiano, in particolare dell’inchiesta a doppia firma che ha svelato che l’innominabile editore Mario Ciancio Sanfilippo è indagato a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa.

Condoreli il peccato più grosso l’ha commesso quando, insieme a Sigfrido Ranucci, ha realizzato l’inchiesta di Report “I Vicerè” sullo sfascio di Catania e sull’intreccio tra mafia, imprenditoria, politica ed editoria. Un’inchiesta devastante per i potenti della città

Insomma un giornalista scomodo, uno dei pochissimi che a Catania, ha avuto il coraggio di scrivere nomi, cognomi, fatti e circostante, ma soprattutto lo ha fatto documentando tutto.

L’attacco contro Condorelli ha suscitato poche ma significative reazioni. Oltre alla raccolta di firme su Articolo 21, a difesa dell’ex direttore di Sud si è schierato il coordinatore di Sinistra ecologia e libertà, Giovanni Vindigni. Soprattutto al fianco di Condorelli si sono schiarati i suoi giornalisti che hanno abbandonato in blocco il giornale e gli editori solidarizzando col Direttore. Il resto della città, così come è avvenuto in altri casi, è rimasta in silenzio. Tacciono le associazioni antimafia, tacciono i partiti, i sindacati. Assordante il silenzio dell’Assostampa e dell’Ordine dei Giornalisti. Tutti zitti, tutti distratti.

di Walter Rizzo

Trattativa e 41-bis, un passato che non vuole passare

Fonte: Trattativa e 41-bis, un passato che non vuole passare.

Da qualunque parte si prenda, questa storia sembra il prodotto malato della mente di uno sceneggiatore horror. Una storia così inverosimile che risulterebbe irricevibile per qualunque produttore cinematografico che si rispetti. Una storia all’apparenza del tutto inventata, se solo non fosse fondata su fatti e documenti mai smentiti, anzi puntualmente riscontrati ogni volta che sono stati sottoposti a verifica.
Allora è doveroso raccontarla, avvertendo i lettori che è una storia che non ha ancora trovato la sua conclusione, se mai la troverà, e che si intreccia con la stagione che cambiò per sempre la nostra vita, il biennio stragista 1992/93. E conviene raccontarla partendo dagli spunti di cronaca.

1993, l’anno delle bombe e delle prime revoche del 41-bis

Da un paio d’anni – più o meno da quando il braccio destro dei fratelli Graviano, Gaspare Spatuzza, ha iniziato a collaborare con la giustizia – le Direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta e Palermo stanno cercando di capire quali apparati dello Stato abbiano condiviso con Cosa Nostra la strategia eversiva a suon di bombe che ha spalancato le porte alla cosiddetta Seconda Repubblica e quali siano stati i tempi e gli strumenti che hanno permesso l’insana interlocuzione, più correttamente chiamata ‘Trattativa’, fra Stato e antiStato.[1], [2]


Con imperdonabile ritardo, sulla scia delle rivelazioni di Spatuzza e del figlio minore di don Vito Ciancimino, numerosi personaggi istituzionali hanno avuto riverberi di memoria su due snodi decisivi della Trattativa. Il primo: lo sciagurato dialogo a partire dal mese di giugno 1992 fra il Ros dei Carabinieri (nelle persone degli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, con la copertura del generale Antonio Subranni) e Vito Ciancimino, che ha visto dall’estate 2009 la resurrezione della memoria di Luciano Violante, Claudio Martelli e Liliana Ferraro. Il secondo: i provvedimenti di revoca o mancata proroga susseguitisi nel 1993, in favore di uomini di Cosa Nostra, del regime detentivo speciale previsto dall’art 41-bis dell’ordinamento penitenziario, sui quali i ricordi a scoppio ritardato sono stati soprattutto quelli dell’allora ministro di grazia e giustizia Giovanni Conso, che il 12 febbraio 1993 sostituì il dimissionario Claudio Martelli nel primo governo di Giuliano Amato e che fu confermato il 28 aprile 1993 nel successivo governo di Carlo Azeglio Ciampi.
Conso ha rivelato l’undici novembre 2010 agli attoniti membri della Commissione parlamentare antimafia di avere assunto il 5 novembre 1993 in completa solitudine la decisione di venire incontro alle esigenze di detenuti mafiosi, per fornire un segnale di pace all’ala provenzaniana di Cosa Nostra, che in quel momento aveva adottato una linea strategica contraria a quella stragista sostenuta da Leoluca Bagarella: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi… La decisione non era un’offerta di tregua o per aprire una trattativa, non voleva essere vista in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del maggio ’93 a Firenze, quelle del luglio ’93 a Milano e Roma, Cosa nostra taceva. Cosa era cambiato? Toto’ Riina era stato arrestato, il suo successore, Bernardo Provenzano era contrario alla politica delle stragi, pensava piu’ agli affari, a fare impresa; dunque la mafia adotto’ una nuova strategia, non stragista”.[3] Come l’algido giurista sabaudo avesse avuto contezza dell’esistenza di due tendenze contrapposte all’interno di Cosa Nostra, circostanza che gli investigatori avrebbero scoperto molto tempo dopo l’intuizione di Conso, rimane tuttora un mistero. Gli inquirenti titolari dell’inchiesta palermitana sulla Trattativa tra ‘pezzi’ dello Stato e ‘pezzi’ dell’antiStato hanno accertato che in realtà Conso in quell’occasione non rinnovò altri 194 provvedimenti di regime carcerario 41-bis, per un totale di 334 detenuti ai quali non fu prorogato il carcere duro.[4]
Testimoniando il 15 febbraio davanti ai giudici della Corte d’assise di Firenze nel processo a carico del boss Francesco Tagliavia, Conso ha perfino peggiorato la sua indifendibile posizione: “A me di intese (tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia, n.d.a.) non risulta assolutamente nulla, anche perché ero chiuso nel mio bunker. L’idea di una vicinanza mafiosa mi offende nel profondo. Dopo tutta una vita dedicata al diritto, sentirmi sospettato di aver trattato… Ma nemmeno lontanamente, abbiate pazienza!”. Ha poi incredibilmente aggiunto con tono sibillino: “A me non risulta che ci fossero dei mediatori, ma certo non posso escludere che fra due funzionari, magari una sera a cena, si possa aver detto ‘facciamo un ponte’”. Parole dal sen fuggite, quelle sull’intesa “fra due funzionari una sera a cena” o un preciso messaggio? Se di messaggio si è trattato sembrerebbe il riferimento a uomini d’apparato piuttosto che a politici. Ma chi potevano essere i funzionari che si incontravano a cena per “fare un ponte”? Forse le parole di Conso sono più velenose di quanto possa sembrare a prima vista. Velenose come le parole di coda nella deposizione dell’ex ministro: “Al momento non siamo ancora in grado di dire nulla di sicuro, magari col tempo, piano piano, pezzo dopo pezzo arriveremo alla verità”. Come se ci fosse un informale segreto di Stato, per far cadere il quale occorre tempo.[5]

Peraltro, le affermazioni di Conso in merito alla mancata proroga dei provvedimenti di carcere duro ai primi di novembre del 1993, oltre a lasciare perplessi pressoché tutti gli osservatori, hanno trovato un’autorevole smentita nell’ex direttore del Dap (Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria) Nicolò Amato. Quest’ultimo era stato sostituito alla guida del Dap il 4 giugno 1993 dal magistrato Adalberto Capriotti, cui fu abbinato come vicedirettore Francesco Di Maggio, magistrato di punta alla Procura di Milano per quasi tutti gli anni Ottanta, poi passato all’Alto commissariato antimafia a coadiuvare Domenico Sica e infine, dietro segnalazione governativa, finito a Vienna a dirigere l’agenzia antidroga delle Nazioni Unite, incarico lasciato per insediarsi al Dap. In un’intervista rilasciata a Rainews24,[6] Nicolò Amato ha rivelato il proprio fermo convincimento che la paternità del mancato rinnovo dei 41-bis del 5 novembre 1993 vada attribuita proprio a Francesco Di Maggio, che era il vero dominus del Dap, alle spalle del ruolo meramente formale assegnato a Capriotti. Amato nulla ha saputo (o voluto o potuto) dire, però, su un documento, da lui redatto nel marzo 1993, nel quale veniva sollecitata la messa in mora della normativa sul carcere duro per i mafiosi.[7] Quella nota dell’ex capo del Dap faceva riferimento ad orientamenti già emersi il 12 febbraio 1993, lo stesso giorno dell’insediamento di Conso al posto di Martelli in via Arenula, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica: in quell’occasione – scrive Amato – era stato il capo della Polizia Vincenzo Parisi, storico mentore di Bruno Contrada, a manifestare contrarietà al mantenimento del regime detentivo previsto dall’art. 41-bis. Nei verbali di quel comitato, però, che Parisi abbia manifestato questo atteggiamento non risulta; risulta invece che fu lo stesso Nicolò Amato a sollecitare un alleggerimento del 41-bis. È un fatto che il 15 maggio 1993, il giorno successivo al fallito attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro a Roma, il regime carcerario del 41-bis fu revocato per 140 detenuti. Di questi, solo 17 erano divenuti collaboratori di giustizia, e per loro erano stati gli stessi magistrati a sollecitare l’alleggerimento del trattamento in cella. Per tutti gli altri fu una scelta autonoma del governo. I provvedimenti di revoca del 41-bis furono firmati dal vice-direttore del Dap Edoardo Fazioli.

Si diceva di Francesco Di Maggio. Si tratta del personaggio più controverso fra gli attori di quello squilibrato frangente istituzionale, nel quale il capo del governo Ciampi arrivò a temere un colpo di Stato di marca tardo-piduista.[8] Personaggio controverso, Di Maggio, soprattutto per la statura indiscussa di molti suoi estimatori, fra i quali esponenti tra i migliori della storia giudiziaria milanese: da Piercamillo Davigo ad Armando Spataro a Ilda Boccassini. Senza dimenticare un dato di fatto da non trascurare: Francesco Di Maggio era stato uno dei magistrati antimafia più intimi con Giovanni Falcone.

Le indagini del pubblico ministero Gabriele Chelazzi sulle stragi del ‘93

E allora quali sono le ragioni che impongono di riflettere sull’eventuale ruolo di Di Maggio nella Trattativa? La prima è insuperabile: poco prima di morire, fu proprio il compianto pubblico ministero Gabriele Chelazzi – indubbiamente il magistrato che con maggiore sagacia e con indiscussa rettitudine cercò di venire a capo dei misteri di Stato della Trattativa – a mettere nel fuoco della sua attenzione investigativa l’operato di Di Maggio quale vicecapo del DAP nel 1993. Quando Chelazzi virò le indagini su di lui, in realtà Di Maggio era già morto, stroncato il 7 ottobre 1996 a soli 48 anni per una grave forma di epatite degenerata in cirrosi epatica. Ma ad insospettire il Pm fiorentino, oltre al ruolo formale di Di Maggio al Dap, era stata un’inspiegabile annotazione trovata nell’agenda dell’allora colonnello Mario Mori, esattamente nella pagina dedicata al 27 luglio 1993. Si tratta di una data drammatica per l’Italia: nella notte successiva tre auto riempite di esplosivo (una a Milano nei pressi del padiglione di arte contemporanea, una a Roma a San Giovanni in Laterano e un’altra sempre a Roma davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro) avrebbero insanguinato il centro cittadino di Milano e provocato terrore nell’area di due famosi edifici religiosi della capitale, intestati, curiosamente, a santi omonimi dei Presidenti dei due rami del Parlamento, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Ecco, proprio in quella data, sull’agenda di Mario Mori risultò annotato un appuntamento dell’ufficiale del Ros con Francesco Di Maggio, con una causale davvero strana: “per prob. detenuti mafiosi”. Strana, anzi inspiegabile, perché non risulta che fra i campi d’intervento del Ros ci fosse il controllo del trattamento penitenziario dei mafiosi. Chelazzi dovette saltare sulla sedia dalla sorpresa, nel leggere quell’appunto sull’agenda di Mori. Si consideri che le bombe di Milano e Roma scoppiarono all’indomani del rinnovo, deliberato il 16 luglio, di 325 decreti che imponevano il 41-bis ad altrettanti mafiosi, quelli varati subito dopo la strage di via D’Amelio a Palermo.

E un altro balzo Chelazzi dovette fare quando scoprì che il 22 ottobre 1993 Di Maggio e Mori si erano nuovamente incontrati, questa volta alla presenza anche dell’allora colonnello Giampaolo Ganzer, l’attuale comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione per gravissime imputazioni, a partire dal traffico di droga.[9] Occhio alla data, 22 ottobre 1993: pochi giorni dopo, il 5 novembre 1993, 334 detenuti non si videro prorogato il regime restrittivo del 41-bis. Tra questi Conso decise di non rinnovare il carcere duro per 140 mafiosi rinchiusi all’Ucciardone nonostante Capriotti avesse chiesto un parere alla Procura di Palermo e quest’ultima avesse risposto che era inopportuno modificare il regime carcerario dei detenuti in questione, esprimendo parere favorevole alla proroga. Il parere della Procura di Palermo recava la firma degli allora procuratori aggiunti Vittorio Aliquò e Luigi Croce.

Fu all’esito di queste scoperte che Gabriele Chelazzi si decise a sentire come testimone Mario Mori. L’incontro fra il magistrato fiorentino e colui che il primo ottobre 2001 era diventato, su designazione del secondo governo Berlusconi, direttore del Sisde avvenne nel pomeriggio dell’11 aprile 2003 e Chelazzi non ne rimase per nulla soddisfatto: secondo lui, Mori si era trincerato dietro troppi inescusabili “non ricordo”. E per questo, come ricorda il magistrato Alfonso Sabella, in quel momento collega di Chelazzi alla Procura di Firenze, il P.m. che indagava sulla Trattativa si era determinato a iscrivere l’ex generale del Ros sul registro degli indagati: “L’ipotesi di Gabriele in quel periodo è che ci fosse stato un tentativo da parte degli organi dello Stato di dare un segnale di ‘apertura’ a Cosa Nostra in maniera da impedire che altre stragi si portassero avanti. Questo segnale di ‘apertura’ era collegato all’alleggerimento del 41-bis o quantomeno al ridurre il numero dei detenuti al 41-bis. Perché Gabriele faceva questa ipotesi? Perché – non ricordo in quale agenda o da qualche parte – aveva saputo di un incontro tra il generale Mori e Francesco di Maggio, all’epoca vicecapo del Dap, che sembrava collegato da un appunto alla vicenda del 41-bis. Nello stesso periodo si era registrata anche la revoca di parecchi decreti 41-bis. Questa era l’ipotesi che aveva Gabriele.[10]Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41-bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico (stadio Olimpico di Roma – ottobre 1993/gennaio 1994, n.d.a.). L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: ‘Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato’”.[11]Sabella non si dovette sorprendere dei sospetti di Chelazzi, se sul Ros, da P.m. della D.d.a. di Palermo negli anni del Procuratore Giancarlo Caselli, si era fatta un’idea per nulla positiva proprio sulle ricerche dell’allora latitante Bernardo Provenzano, tema centrale del processo oggi pendente a Palermo a carico di Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu:A noi sembrava – così si è espresso Sabella a Palermo davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale – che il Ros agisse in un’altra direzione, per acquisire informazioni non come forza di polizia ma per altri motivi, a noi sconosciuti”.

Se si legge il verbale delle dichiarazioni rese da Mori ai pubblici ministeri Chelazzi e Giuseppe Nicolosi si comprende appieno la sensazione che Sabella ebbe della delusione del collega. Se ne ricavano, fra l’altro, alcune impressioni nette: intanto, la metodicità e lo scrupolo minuzioso con cui Chelazzi – che durante quel verbale, nelle premesse alle domande poste a Mori, spiega in dettaglio l’obiettivo delle sue indagini – aveva ricostruito in punto di fatto il susseguirsi di ogni anche minuscolo evento susseguitosi nel biennio 1992-93; poi il “buon rapporto” che intercorreva fra Mario Mori e Nicolò Amato, il quale, cessata la sua permanenza al Dap e intrapresa l’attività di avvocato, secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato nominato quale difensore da Vito Ciancimino su consiglio proprio di Mori; ancora, il sospetto che Mori in quell’incontro del 27 luglio 1993 avesse potuto riportare a Di Maggio le confidenze che il pentito Salvatore Cancemi, consegnatosi ai carabinieri il 22 luglio precedente con l’intenzione di iniziare da subito a collaborare con la giustizia, gli avesse potuto rivolgere circa il forte malumore serpeggiante in Cosa Nostra per le modalità applicative del 41-bis; i tentennamenti manifestati al riguardo da Mori, che ricordava come subito dopo la sua costituzione Cancemi fosse stato alloggiato a Verona sotto il controllo del maggiore Mauro Obinu e, del tutto inspiegabilmente, del maresciallo Giuseppe Scibilia, a quel tempo in servizio al Ros di Messina (e dalla domanda del P.m. Nicolosi, se si trattasse proprio di quel maresciallo Scibilia in servizio a Messina, emerge la sorpresa pure dei magistrati); il rapporto di grande solidarietà fra Mori e Di Maggio, che erano “veramente amici” e che, al di là delle due annotazioni risultanti sull’agenda del generale Mori, si incontravano spesso anche a cena (sic!); i buoni rapporti di frequentazione fra Mori e l’allora direttore del Giornale di Sicilia Giovanni Pepi, che aveva ricevuto pubblico encomio niente di meno che da Totò Riina in un’esternazione dalla gabbia davanti alla Corte di assise di Roma il 29 aprile 1993: “Pepi è una persona seria che sa quello che scrive e quello che dice”; [12] la prima visita che una giornalista, Liana Milella (allora a Panorama), riuscì a fare il 10 agosto 1993 al supercarcere di Pianosa per uno scoop che provocò le ire del Prefetto di Livorno, tenuto all’oscuro della sortita avvenuta con la copertura di Di Maggio, e avvenuta poco dopo un incontro che, il 30 luglio di quell’anno, la Milella aveva avuto con Mario Mori.

Di tutti i temi e i nomi emersi da quel lungo verbale, è qui il caso di soffermarsi su quello meno conosciuto, il maresciallo Giuseppe Scibilia. Sì, perché non si riesce a capire a quale titolo a un sottufficiale del Ros di Messina fosse stata assegnata la responsabilità di gestire l’avvio della collaborazione con la giustizia di Salvatore Cancemi nel luglio 1993. Peraltro, ciò avveniva pochissimo tempo dopo un eclatante ed inescusabile passo falso che il Ros di Messina, guidato per l’appunto da Scibilia, aveva fatto con l’omessa cattura nel barcellonese del boss allora latitante Nitto Santapaola: il capomafia catanese frequentava stabilmente dei locali nei quali erano attive intercettazioni ambientali gestite dal Ros di Messina nell’ambito dell’indagine sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano; anziché andare con tutta calma ad ammanettare Santapaola, il Ros aveva fatto intervenire la squadra del capitano Ultimo, che anziché acciuffare il latitante si era data ad inseguire un diciannovenne della zona, che per un soffio non fu ucciso dalle pistolettate esplosegli dietro da Sergio De Caprio. Ne venne fuori perfino un procedimento penale a carico di Ultimo, archiviato con una motivazione abbastanza infamante per l’ufficiale. Se Scibilia aveva ricevuto quell’incarico delicato ed estraneo alle funzioni che ricopriva in quel momento, ciò era dovuto agli antichi rapporti di fiducia che legavano il sottufficiale al generale Antonio Subranni, che nella seconda metà degli anni Settanta era stato in servizio a Palermo e aveva avuto ai suoi ordini il giovane maresciallo Giuseppe Scibilia. Proprio in quegli anni Scibilia, insieme ad altri subordinati di Subranni, fu impegnato nelle indagini sull’uccisione di due carabinieri della stazione di Alcamo Marittima, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta.[13] In un processo di revisione attualmente in corso presso la Corte di appello di Reggio Calabria, è emerso il forte sospetto che Scibilia ed altri si sarebbero resi responsabili di torture per costringere alcuni giovani del trapanese a confessare di essere i responsabili dell’eccidio.[14] Ne è scaturito un procedimento a carico di Scibilia e altri tre sottufficiali presso la Procura di Trapani, per calunnia e altro, archiviato per prescrizione dei reati.[15] Sullo sfondo delle torture, i depistaggi nelle indagini sul duplice omicidio, dietro il quale si è sospettata la presenza di trame nere e di deviazioni istituzionali. Negli anni Novanta, però, Scibilia era in servizio a Messina. Eppure, veniva usato dai vertici del Ros come un fidato globe-trotter per casi di particolare delicatezza. Cosa che avvenne pure nelle vicende che avvolsero il suicidio del maresciallo (anch’egli del Ros) Antonino Lombardo. La sera del 23 febbraio 1995, nel corso della trasmissione “Tempo reale” condotta da Michele Santoro, Leoluca Orlando e Manlio Mele (allora sindaco di Terrasini) avevano rivolto al maresciallo Lombardo accuse di contiguità mafiosa. Lombardo in quel periodo era da tempo impegnato in trasferte per gli Stati Uniti, ove si recava con il maggiore Obinu per svolgere colloqui investigativi con il boss Gaetano Badalamenti. Si disse che Badalamenti stesse per essere convinto a tornare in Italia per rendere alla magistratura dichiarazioni con le quali avrebbe messo in crisi i processi fondati sulle rivelazioni di Tommaso Buscetta: stravagante progetto di collaborazione con la giustizia a beneficio di imputati eccellenti. La sopravvenuta esposizione mediatica di Lombardo determinò i vertici del Ros a revocargli l’incarico per una partenza già programmata per il 26 febbraio. Vistosi abbandonato e in pericolo, Lombardo si tolse la vita il 4 marzo 1995, lasciando ai suoi familiari una lettera nella quale spiegava che “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Il 16 marzo 1995 Mario Mori venne sentito dai pubblici ministeri di Palermo sul suicidio del maresciallo Lombardo e si espresse in questi termini circa la revoca dell’incarico a Lombardo per la nuova trasferta americana: “Il 24 avendo saputo che il sottufficiale avrebbe sporto querela contro le persone che lo avevano accusato, discussi della cosa con il maggiore Obinu. Questi segnalò l’inopportunità di esporre in quel momento il sottufficiale ad eventuali ulteriori polemiche, che potevano derivare dalla diffusione della notizia del suo incarico di portare Badalamenti in Italia e preso atto di tali osservazioni, parlai con il generale Nunzella (allora comandante del Ros, n.d.a.) ed insieme stabilimmo di mandare negli USA il maresciallo Scibilia, al posto di Lombardo”.[16] Insomma, in quegli anni, ed anche in quelli a venire, il maresciallo Giuseppe Scibilia era uno dei più fidati ambasciatori degli uomini di vertice del Ros.

Ufficiali del Ros, e Mario Mori per primo, come rappresentanti dello Stato che si muovevano per ragioni apparentemente estranee ai propri compiti d’ufficio: questo, quindi, fu il filone investigativo coltivato dal P.m. Chelazzi negli ultimi giorni di vita. Lo sfortunato magistrato fiorentino, però, nella mattina del 17 aprile 2003 fu colto da un improvviso malore che ne provocò la morte.

L’eredità scomoda di Gabriele Chelazzi

A proseguire su quell’indirizzo d’indagine furono i suoi colleghi della D.d.a. di Firenze, che a poche settimane dalla morte di Chelazzi raccolsero imprevedibili riscontri sulle anomalie nei contatti fra Francesco Di Maggio e Mario Mori.

Ne parlò nel giugno 2008 il battagliero mensile d’inchiesta La Voce delle Voci, in seno all’articolo a firma di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola dal titolo “L’infiltrato speciale”, dedicato a “Servizi segreti e inquinamento delle istituzioni”.[17] I due autori riportarono stralci di un sofferto verbale di dichiarazioni rese il 13 maggio 2003 ai pubblici ministeri fiorentini Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi dall’ispettore del Dap Nicola Cristella, fedelissimo collaboratore di Di Maggio nei mesi caldi del 1993. Così aveva raccontato Cristella: “Quanto alle frequentazioni che il consigliere Di Maggio aveva in quel periodo anche in relazione al suo ruolo istituzionale, rammento che frequentava il maggiore Bonaventura del Sisde, l’attuale comandante del Ros generale Ganzer, il colonnello Ragosa della Polizia penitenziaria con cui erano molto amici. La abituale frequentazione con Bonaventura era accompagnata anche dalla presenza di un’altra persona con cui si vedevano spesso a cena tutte e tre, quasi tutte le sere; questa persona veniva all’appuntamento in motorino e se non ricordo male si tratta di un civile all’epoca anch’egli nei servizi segreti … Un’altra persona con cui il consigliere aveva una qualche frequentazione era il giornalista di Famiglia Cristiana Sasinini”. Il verbale dell’ispettore Cristella si concludeva con una precisazione: “In sede di rilettura l’ispettore Cristella precisa che la persona indicata precedentemente come commensale abituale del consigliere Di Maggio e del maggiore Bonaventura era il colonnello Mori del Ros. L’ispettore precisa che a questo punto è un po’ più incerto sul fatto di chi dei due, se cioè Bonaventura o Mori, venisse all’appuntamento in motorino”.

Dunque i rapporti fra Di Maggio e Mori erano ben più frequenti della singola annotazione dell’agenda del generale del Ros. Ma quel che più appare significativo è l’intero ventaglio delle relazioni personali praticate dal vicecapo del Dap: oltre agli ufficiali del Ros Mori e Ganzer, un altro ufficiale dell’Arma come Umberto Bonaventura che in quel momento era un dirigente del Sismi, il giornalista Guglielmo Sasinini oggi imputato nel processo per gli spionaggi Telecom che ha coinvolto anche Luciano Tavaroli e Marco Mancini (lo scandalo sullo spionaggio Telecom scoppiò nel settembre 2006[18]), e infine l’ufficiale della Polizia penitenziaria e oggi dirigente del Dap Enrico Ragosa. Certo, persone molto diverse fra loro ma tutte a modo loro significative.

Per Umberto Bonaventura si potrebbe ripetere quanto detto per Di Maggio: figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, Bonaventura fu sicuramente, a partire dalla fine degli anni Settanta, uno dei giovani ufficiali più fedeli a Carlo Alberto Dalla Chiesa; fu il capo del Nucleo antiterrorismo e poi della Sezione anticrimine a Milano; passò dunque, al seguito di Di Maggio, all’Alto commissariato antimafia per poi, negli anni Novanta, entrare al Sismi, dove rimase fino alla sua morte improvvisa, avvenuta nel 2002. Fra i suoi subordinati a Milano ci furono due giovani sottufficiali destinati a diventare famosi: proprio Luciano Tavaroli e Marco Mancini, coinvolti nello scandalo Telecom insieme al giornalista Guglielmo Sasinini.

Il quale Guglielmo Sasinini, oltre ad essere imputato a Milano nel processo per gli spionaggi Telecom, è stato un giornalista che spesso si è interessato di vicende di mafia. Ancora oggi Vincenzo Calcara, il pentito di Castelvetrano che iniziò a collaborare con Paolo Borsellino nel 1991, ricorda un po’ stranito l’intervista che Sasinini, dietro accreditamento dell’Alto commissariato antimafia, gli fece dopo la strage di via D’Amelio e che venne pubblicata da Famiglia Cristiana il 5 agosto 1992.
Il pezzo giornalistico più sconvolgente su questioni di mafia, però, l’ex vicedirettore di Famiglia Cristiana lo scrisse quando era più impegnato nelle traversie giudiziarie che non nel mestiere di cronista. Comparve sulle colonne di Libero il 3 aprile 2008 con il titolo “Lo Stato mortifica chi lotta sul serio contro la mafia[19] ed era un’accorata difesa del Ros di Mori. Ma soprattutto conteneva una rivelazione sconvolgente che non avrebbe mai trovato smentita. Sasinini, infatti, sostenne di aver condiviso con Mori e con l’allora capitano Sergio De Caprio (meglio noto con lo pseudonimo di Ultimo) i giorni che precedettero la cattura di Riina. Tutto scritto nero su bianco e occultato dalla più inspiegabile distrazione generalizzata (tranne i già citati Cinquegrani e Pennarola e lo scrittore Alfio Caruso, nel suo “Milano ordina uccidete Borsellino”, ed. Longanesi): “Dopo mesi di lavoro puro gli ‘indiani’ scovarono e catturarono il capo dei macellai corleonesi: Totò Riina. Io conoscevo bene quel gruppo di guerrieri e condivisi molte giornate con loro e soprattutto con Mario Mori, in particolare l’estenuante attesa della vigilia quando ‘il pacco’ stava per essere consegnato. Poi tutta l’Italia si emozionò per la più famosa delle catture”. Certo, la cattura di Riina raccontata come un “pacco” che viene consegnato sembra la ricopiatura della tesi, ritenuta infamante dal Ros ma ritenuta molto più che verosimile da molti osservatori e da molti investigatori, secondo cui Riina fu consegnato nelle mani del Ros, per iniziativa di Bernardo Provenzano. Solo che stavolta a sostenere questa teoria fu non un avversatore del Ros ma una persona strettamente legata agli esponenti di vertice dell’organismo d’investigazione d’eccellenza dell’Arma dei carabinieri. Senza trascurare la domanda più banale: ma che ci azzeccava il giornalista Guglielmo Sasinini con Mori e De Caprio in attesa della cattura di Riina?

Dalle parole di Cristella emerge un altro nome della cerchia ristretta dei fedelissimi di Di Maggio, il “colonnello Ragosa della Polizia penitenziaria”. Si tratta di Enrico Ragosa (ancora oggi dirigente del Dap), che nel 1986 era stato impegnato al carcere palermitano dell’Ucciardone, per il maxiprocesso celebratosi nell’aula bunker, e che nel 1997 per due anni sarebbe transitato al Sisde. Giusto il 6 luglio 1993 (sotto la gestione Capriotti-Di Maggio) Ragosa era stato nominato responsabile del Servizio di coordinamento operativo (dedito specificamente ai detenuti di mafia) del Dap. E certo non dovette essere un caso se il 4 dicembre 1996 su Famiglia Cristiana comparve un’intervista esclusiva del generale Ragosa al giornalista Guglielmo Sasinini.[20] In premessa alle risposte di Ragosa, l’intervistatore segnalava, con invidiabile arguzia, che “le bombe di Roma, Firenze, Milano avevano lo scopo di indurre il potere politico a eliminare il regime 41-bis’”. Poi però tuonava convinto: “invece così non è stato”. E le 334 revoche del 5 novembre 1993? Distrazioni di un giornalista. Il quale proseguiva notando che “alle spalle della sua scrivania il generale Ragosa tiene in bella evidenza le fotografie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone, di Francesco Di Maggio che diresse (sic!) il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”.

Barcellona Pozzo di Gotto, uno snodo cruciale dei rapporti mafia-potere

Si torna, dunque, a Di Maggio e a quei sospetti che Chelazzi stava cercando di verificare, di fare diventare ipotesi processuali. Non sappiamo se Chelazzi, in quei giorni, avesse letto (o riletto), una vecchia informativa del Gico della Guardia di Finanza di Firenze, trasmessa il 3 aprile 1996 (Nr. 109/U.G. di prot.) ai pubblici ministeri di La Spezia che in quel periodo stavano indagando su traffici d’armi all’ombra di una possibile nuova P2, in un’inchiesta che avrebbe portato in carcere il 16 settembre 1996, tra gli altri, Pierfrancesco Pacini Battaglia e Lorenzo Necci.[21] Quell’informativa del 3 aprile 1996, però, era dedicata a un altro personaggio, Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952. Si tratta della stessa persona che negli anni Novanta venne indagata (e poi archiviata) sia nella famosa inchiesta “Sistemi criminali” della D.d.a. di Palermo sia nell’inchiesta di Caltanissetta sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

La cronaca giudiziaria messinese degli anni Settanta testimonia che Cattafi era stato compagno d’armi, all’università di Messina, niente di meno che di Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci. Cattafi successivamente era stato anche il mentore, oltre che il testimone di nozze, del boss barcellonese Giuseppe Gullotti. Quello stesso Gullotti che, secondo Giovanni Brusca, su richiesta di Rampulla, aveva personalmente recapitato agli stragisti di Capaci il telecomando utilizzato proprio da Brusca il 23 maggio 1992.

Beh, se Chelazzi negli ultimi tempi lesse quell’informativa dovette strabuzzare gli occhi. Perché vi era riportata un’intercettazione in cui era proprio Cattafi a parlare dei propri rapporti con Di Maggio.

A questo punto, però, è meglio fare un passo indietro. Cattafi, dopo i burrascosi anni di militanza neofascista all’università di Messina, che gli avevano fruttato due condanne definitive (una per una goliardica sventagliata con un mitra Sten all’interno della Casa dello studente; l’altra, insieme a Pietro Rampulla, per l’aggressione ad un gruppo di studenti sospetti di simpatie sinistrorse), si era trasferito dalla fine del 1973 a Milano dove aveva impiantato affari nel campo farmaceutico. Era però finito, anche all’ombra della Madonnina, in guai giudiziari. In un’occasione era stato pure arrestato, in un’indagine per il sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, che nel gennaio 1975 aveva fruttato ai rapitori il riscatto di addirittura due miliardi e mezzo di lire. Le prove sembravano solide, c’era perfino una testimone oculare che aveva visto Cattafi ed un complice, con le borse piene dei soldi del riscatto, partire per la Svizzera. Sennonché, su richiesta proprio del pubblico ministero Francesco Di Maggio, Cattafi era stato prosciolto in istruttoria con una sentenza emessa nel 1986 dal giudice istruttore milanese Paolo Arbasino.

Cattafi, però, era rimasto coinvolto anche nelle rivelazioni che il pentito milanese (di origine catanese) Angelo Epaminonda, detto “il Tebano”, aveva reso proprio al dr. Di Maggio, a partire dal novembre 1984. Epaminonda aveva accusato Cattafi di essere l’emissario del boss catanese Nitto Santapaola negli affari dei casinò e di essere uno degli uomini più importanti del sodalizio mafioso insediatosi nell’autoparco di via Salomone a Milano. Una storia da prendere con le pinze, quella dell’indagine sull’autoparco della mafia, perché era rimasta senza esito a Milano fin dal 1984 e quando era stata tirata fuori nel 1992 dalla Procura di Firenze ne era nata una violenta polemica, strumentalizzata da chi aveva tentato di brandirla, in difesa dei tangentisti di regime, come arma contro il pool Mani Pulite di Milano. Di quell’inchiesta, nel 1984 a Milano, era stato titolare per l’appunto Francesco Di Maggio, che da un lato aveva raccolto le dichiarazioni di Epaminonda sui mafiosi dell’autoparco e dall’altro aveva ricevuto le informative dei carabinieri sulla stessa vicenda. Ma nulla ne era sortito. Non solo: nel maxiprocesso derivato dalle confessioni di Epaminonda fra gli imputati non era comparso Rosario Cattafi (per lui le accuse di Epaminonda erano state stralciate e inserite nel fascicolo per il sequestro Agrati). Anzi, nel “processo Epaminonda” il P.m. Di Maggio aveva fatto svolgere a Cattafi il ruolo di testimone dell’accusa.

Francesco Di Maggio – non lo avevamo ancora detto – era cresciuto a Barcellona Pozzo di Gotto, figlio di un sottufficiale dell’Arma che prestava servizio lì. Solo dopo la licenza liceale si era trasferito in Brianza, a Desio, dove, prima di entrare in magistratura, aveva fatto in tempo a dedicarsi alla politica come consigliere comunale.

Torniamo all’intercettazione di Cattafi riportata nell’informativa del Gico di Firenze. Nella notte del 16 settembre 1992 gli investigatori del Gico, con un’ambientale piazzata negli uffici dell’autoparco di via Salomone, avevano intercettato una lunghissima conversazione fra Rosario Cattafi, Ambrogio Crescente e Vincenzo Caccamo. Il discorso ad un certo punto era andato sul pentito Angelo Epaminonda, che aveva rivelato a Di Maggio un incontro che Cattafi gli aveva chiesto, per conto di Nitto Santapola, per entrare in società al casinò di Saint Vincent.

Eccone il testo: “CATTAFI: ‘Io non lo conoscevo (Angelo Epaminonda, n.d.a.) … e maledetto il momento che l’ho conosciuto … perché io ero … sono stato arrestato in Svizzera … sono venuto in Italia, scendo per chiedere e chiarire … mandato di cattura in Italia … eh potevo uscire dopo altri tre mesi … ad un certo punto … neanche il tempo di fare accertamenti e interrogatori … si è pentito sto cazzo in brodo … eh … diciamo il dottor DI MAGGIO … il P.M. non lo sai ci sono andato a scuola…’. CRESCENTE: ‘… inc. … DI MAGGIO era un avvocato fallito a Monza … inc. … DI MAGGIO era un caruso … un … inc. … fallito…’. CATTAFI: ‘Questo era il figlio del maresciallo dei Carabinieri al mio paese (incomp.) … questo dice … ti manda come cassiere della mafia internazionale … questo … inc. … ehh … lui DI MAGGIO … inc. … dice non appartiene a … non è uno … eh dice però … DI MAGGIO si sente dire … ma c’ero pure io con – inc. – a questo punto … quello ci disse sappi che per me è uomo di SANTAPAOLA … eh … avvicinato…’”.
Chiunque può farsi un’idea: la più adesiva al tenore delle parole è che Cattafi ammettesse di aver effettivamente incontrato Epaminonda, il quale poi si era pentito con un P.m., Di Maggio, al quale Cattafi era legato da antichi rapporti risalenti ai tempi della scuola a Barcellona Pozzo di Gotto; e non sembra potersi mettere in dubbio che Cattafi riferisca la reazione di sorpresa che Di Maggio aveva avuto all’indirizzo di Epaminonda quando il pentito aveva legato il nome di Cattafi alla mafia e in particolare al boss Santapaola. Certo è che, fra le rivelazioni di Epaminonda e quell’intercettazione, Cattafi con Di Maggio per forza di cosa aveva avuto contatti, non foss’altro che per il fatto che il pubblico ministero aveva chiamato Cattafi come teste d’accusa per la posizione dell’imputato Salvatore Cuscunà nel processo nato dalla collaborazione di Epaminonda. È, quindi, abbastanza fondato il sospetto che Cattafi in quella conversazione intercettata ripetesse un discorso fattogli personalmente dal suo vecchio conoscente Francesco Di Maggio.

Ecco, quindi, come in quell’incredibile gioco di specchi che sembra fare da scenario alla Trattativa si passa da Di Maggio ad un personaggio di alta valenza criminale come Cattafi, il quale nel decreto emesso dal Tribunale di Messina con il quale nel luglio 2000 gli venne irrogata la misure di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno venne sospettato di essere una sorta di trait d’union fra la mafia barcellonese, la mafia catanese e i servizi segreti.

E così si entra nel gioco grande del progetto politico-eversivo che fece, almeno in parte, da propulsore alle stragi mafiose. In questo quadro, occorre ricordare, allora, che due collaboratori di giustizia siciliani (uno catanese, Maurizio Avola, e uno messinese, Luigi Sparacio) hanno reiteratamente dichiarato che Rosario Cattafi nei primi anni Novanta avrebbe partecipato ad alcuni summit, tenutisi in provincia di Messina, prodromici alle stragi del 1992, alla presenza, fra emissari della mafia e di apparati deviati, anche di Marcello Dell’Utri. Quelle dichiarazioni non trovarono seguito ma nemmeno smentita.

Di quelle riunioni potrebbe tornare a parlarsi nel processo di revisione che si preannuncia per la strage di via D’Amelio.[22] Infatti a breve la D.d.a. di Caltanissetta proporrà alla Procura generale di Caltanissetta le risultanze finali delle indagini avviate con la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che hanno spazzato via i depistaggi di Stato che avevano accompagnato il “pentimento” di Vincenzo Scarantino ed una parte dei processi che si erano celebrati fra Caltanissetta, la Corte di cassazione e Catania. Secondo le regole sulla competenza per i processi di revisione, così, ad occuparsi della revisione sulla strage del 19 luglio 1992 sarà la Procura generale di Messina, guidata dal magistrato barcellonese Antonio Franco Cassata.

Anche di lui e dei suoi legami con Cattafi si parla in quella informativa del Gico di Firenze. Al momento dell’arresto furono trovati nell’agenda di Cattafi tutti i recapiti telefonici del magistrato, compreso quello di casa. Chissà perché li teneva in agenda. Viene anche ricordata la militanza di Cattafi in un particolarissimo circolo culturale barcellonese il cui nome dice già abbastanza: Corda Fratres (cuori fratelli). Ne era socio, quando organizzava l’omicidio del giornalista Beppe Alfano o quando – secondo il racconto di Brusca – procurava il telecomando per la strage di Capaci, anche il boss Gullotti. Il dominus di quel circolo culturale era ed è proprio il magistrato, Antonio Franco Cassata, cui arriveranno gli atti per la revisione del processo su via D’Amelio.

Sulle pareti della sede di Corda Fratres, che si trova nella piazza centrale di Barcellona P.G., campeggiano ancora le vecchie locandine attestanti la partecipazione di Di Maggio a conferenze indette dal circolo cui erano iscritti Rosario Cattafi e Giuseppe Gullotti.

La Trattativa e quel che ne è derivato come una persecuzione del destino: un passato oscuro che non vuole passare.

Fabio Repici e Marco Bertelli


[1] L’accordo, Giorgio Bongiovanni ed Anna Petrozzi, AntimafiaDuemila n° 66, 20 dicembre 2010

[2] LItalia è una Repubblica fondata sulla mafia, Marco Travaglio, rubrica PASSAPAROLA su http://www.beppegrillo.it, 31 gennaio 2011

[3] Conso: “Nel ‘93 non rinnovai il 41-bis per lUcciardone ed evitai altre stragi, Redazione de Il Fatto Quotidiano, ilfattoquotidiano.it, 11 novembre 2010)

[4] Quel no alle revoche del 41-bis, Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 27 gennaio 2010.

[5] Conso e la revoca del carcere duro – “Intese mai, ero chiuso nel mio bunker”, Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 16 febbraio 2010

[6] Le stragi del 1993, il segreto è nelle date, Flaviano Masella, Angelo Saso, Mario Sanna e Maurizio Torrealta, RAINEWS24, 12 novemre 2010

[7] Appunto per il Signor Capo di Gabinetto dellOnorevole Ministro, Prot. n° 115077, Ministero di Grazia e Giustizia – Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato, 6 marzo 1993 (dal BLOG www.ipezzimancanti.it del giornalista Salvo Palazzolo)

[8] Ciampi: “La notte del ‘93 con la paura del golpe, Massimo Giannini, La Repubblica, 29 maggio 2010

[9] Droga, Ganzer condannato a 14 anni, Redazione de ilfattoquotidiano.it, 12 luglio 2010

[10] Deposizione di Alfonso Sabella innanzi alla quarta sezione penale del Tribunale di Palermo, processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, 11 gennaio 2011 (Radio Radicale, minuto 10)

[11] Silenzio sulla trattativa. A colloquio con Alfonso Sabella, Lorenzo Baldo, AntiamafiaDuemila, 14 novembre 2009

[12] Riina: “Ringrazio tutti i corleonesi”, Marco Nese, il Corriere della Sera, 30 aprile 1993

[13] La strage della casermetta di Alcamo Marina (dal BLOG di Roberto Scurto, 13 novembre 2009)

[16] “Uno sparo in caserma” , Daniela Pellicanò, ed. Città del Sole, 2006

[17] L’infiltrato speciale, Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, La Voce delle Voci, 6 giugno 2008

[19] Lo Stato mortifica chi lotta sul serio contro la mafia, Guglielmo Sasinini, Libero, 3 aprile 2008

[20] Il silenzio dei boss, Guglielmo Sasinini, Famiglia Cristiana, 4 dicembre 1996

[21] “Operazione container”, in carcere Necci, Gianluca Di Feo, il Corriere della Sera, 17 settembre 1996

[22] Caso Borsellino verso la revisione, Giornale Radio Rai, 18 gennaio 2011

Allegata

Per capire il “caso Catania”

Da quest’esposizione dei fatti si capisce bene che il marciume delle istituzioni fa marcire l’intera società. Aveve ragione il giornalista Pippo Fava che affermava in televisione che la vera mafia è in nelle istituzioni, nelle banche e ne”imprenditoria e per aver fatto queste affermazioni in televisione venne ucciso pochi giorni dopo.

Fonte: Per capire il “caso Catania”.

Indice

Premessa

Si tratta di cose e di uomini di un trentennio compatto, dall’ ’82 ad oggi : concatenati i fatti, e sempre gli stessi, da allora, taluni dei magistrati protagonisti.


La situazione all’inizio

 

Si diffidava diffusamente, al principio degli anni ottanta, della Procura della Repubblica : in paradossale diminuzione, per questo, le denunce di reati contro la Pubblica Amministrazione, mentre la frequenza dei fatti andava crescendo. La mafia? Pretendevano di far credere che Catania ne fosse immune, pur mentre la lotta tra i clan insanguinava la città.

Fu dal lato della Giustizia Minorile che venne nell’ ’81 l’allarme. La criminalità, tutta, era in rapido aumento; quello era un anno-svolta; l’avvenire poteva essere tremendo; era necessario far presto : i mesi contavano come anni. Per il riscatto della città, nelle sue parti malate – matrici terribilmente feconde di disadattamento minorile – ci voleva impegno concorde dello Stato e degli Enti Locali : danaro, competenza nel progettare, probità nella gestione. Quella relazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni cadde nel vuoto. Il Prefetto ne sorrise.

Se qualche speranza si poteva nutrire, erano i Pretori ad ispirarla : uomini nuovi (Gennaro, D’Angelo e altri) dai quali non pochi cittadini si aspettavano progressivo rinnovamento della Giustizia. Ma i fatti delusero, amaramente.

 

I fatti

cap. I : da “via Crispi” a “viale Africa”

1. L’appalto di una nuova sede, proprio per la Pretura, in via Crispi, fu denunciato con clamore come variamente illegale : dal prof. D’Urso, Direttore del Dipartimento Urbanistica dell’Università, da un gruppo di architetti e da molti giornalisti; in Consiglio Comunale ne fu fatta critica serrata : ma nessuno si mosse, né la Procura , né i Pretori. Esortato da un giornale ad agire, Gennaro tacque. L’appaltatore trionfò.

Nella storia della città quell’inerzia fu come una spezzata, come una curva a gomito. Le forze dominanti potevano ora guardare senza preoccupazione alla “magistratura progressista” (l’espressione è nelle cartelline dell’imprenditore Rendo, cadute in sequestro a Roma). Costituì, quell’inerzia, una tappa di cruciale importanza nella costruzione della pax cathinensis, la pace di una comunità senza “eretici”.

Se si fossero impegnati nel contrastare, avrebbero sfidato, nello stesso tempo, le forze politiche ed economiche egemoni e la mafia (inquietante era infatti per la sua composizione la giunta municipale del tempo, proprio dal lato più attivo in quell’affare). All’opposto, l’astenzione da ogni atto di guerra spianava al gruppo e al suo abile proselitismo, la strada del più ampio successo, nella triplice direzione, della conquista di un seggio in CSM, come oggetto di permanente appannaggio, dell’accesso a posti-chiave della Procura della Repubblica e della scalata dell’ANM. Vero è che la caduta di prestigio fu netta; vero è anche che isolati autori di anonimi sfruttarono l’aura di grande tentatrice che avvolgeva l’impresa, per mettere avanti spiegazioni diffamatorie dell’inattività, ma la risonanza di quegli scritti, archiviati all’unanimità dal CSM, fu tra minima e nulla, e presto le vociferazioni maligne parvero tacersi per sempre.

2. Il Prefetto di Palermo, Dalla Chiesa, autore della fatidica intervista sulla mafia a Catania e sulle collusioni con essa degli imprenditori catanesi (La Repubblica del 10/08/’82), venne ucciso il 3 settembre, 24 giorni dopo.

Durante la solenne inaugurazione del nuovo edificio, in ottobre, il costruttore potè esaltare, tra gli applausi, i meriti dell’imprenditoria catanese. Dall’interno di quel nuovo tempio della Giustizia il disinvolto artefice di callidi affari replicava al caduto servitore della legalità.

A Dalla Chiesa successe, con poteri di Alto Commissario Antimafia, un ex Questore di Catania, che con i grandi imprenditori locali aveva sempre avuto rapporti scorrevoli, improntati a fiducia reciproca.

3. Il quotidiano diretto da Giuseppe Fava fu chiuso quell’anno stesso; Fava venne ucciso il 5 gennaio dell’ ’84. Aveva raccolto il testimonio caduto di mano al Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, fondando un mensile di battaglia, sul tema Catania, e radunandovi giovani di valore (col figlio di lui, erano Orioles, i Roccuzzo, Gulisano, Gambino; altri come Faillaci, ancora ragazzo, accorreranno dopo).

La mafia assassina fu buona interprete dei grandi interessi in gioco : quel sangue era necessario al sistema.

Il quotidiano La Repubblica accettò di chiudere il proprio ufficio di corrispondenza e di non metter piede nella provincia etnea con la sua cronaca regionale.

4. Nel clima creato dalla vicenda della nuova Pretura, l’inchiesta del CSM su Catania, provocata dal prof. D’Urso e dal Comandante della GdF, venne facilmente esorcizzata. Poteva mettere in luce inveterate prassi devianti della Procura Repubblica, ma fu ridotta a tenzone attorno alle responsabilità di due persone. La realtà di Catania, ben più vasta e più profonda nel tempo, non ne sarebbe emersa per nulla.

5. Quando Uffici Giudiziari di Torino, competenti per connessione, procedettero penalmente contro magistrati di Catania (dicembre ’84), la protesta unì l’establishment tradizionale e i “progressisti” : tutti pretesero, rumorosamente, che quell’affare fosse consegnato alla Procura della Repubblica di Messina, ex art. 11 CPP.

Il dissenso fu di pochi. Connessione a parte, Messina era a sua volta soggetta, per lo stesso art. 11, alla competenza di Catania; l’autonomia di ciascuna delle due sedi, rispetto all’altra, non poteva non soffrirne. E a Messina occupava posizione eminente un magistrato catanese, già stato a capo di un importante Ufficio della sua città.

Il processo rimase a Torino, e la paziente decifrazione di un diario in sequestro rivelò che l’autore aveva raccomandato un capomafia a colleghi di altre sedi, recandosi a visitarli nei rispettivi uffici. Era uno squarcio nel sottosuolo della “città senza mafia”.

6. Scomparso Fava, Catania venne disarmata : meno uomini, meno volanti, meno uomini sulle volanti. La città si trovò ceduta alla malavita, che poteva scorrerla da un capo all’altro, con i traffici e lo spaccio di droga, con le rapine e le estorsioni, con i furti in casa e gli scippi. Impossibile un adeguato controllo del territorio, impossibili investigazioni adeguate; al sicuro i grandi latitanti, Santapaola in testa.

La protesta, pubblica, viene dalla giustizia per i minori : un articolo del Presidente del Tribunale, in settembre dello stesso ’84, su I Siciliani che i ragazzi di Fava tengono in vita; rimostranze al Guardasigilli, a Catania, in presenza e nel silenzio dei capi di altri Uffici; un appello, in gennaio   dell’ ’85, al Ministro degli Interni, Scalfaro, per il diritto della città alla restituzione dei presidî necessari : Catania non può aspettare assunzioni di agenti e carabinieri, ha bisogno di equità nuova e sollecita nel riparto delle risorse disponibili, o anche la lotta alla droga sarà irrisoria. Non c’è occasione di interventi, in convegni e in altre riunioni, che il magistrato trascuri.

7. Il quotidiano di Catania, ormai padrone del terreno, può permettersi di sottacere avvenimenti importanti, come l’affollatissimo convegno di Albatros, svoltosi nell’aula del Consiglio Comunale il primo dicembre dell’ ’86. E’ l’associazione di cento catanesi, sorta per una lotta nuova e vera alle tossicodipendenze, che parta dalla lotta all’offerta di droga : lo Stato torni a presidiare Catania; il Comune imposti un’articolata politica giovanile; il Servizio Sanitario Nazionale faccia la sua parte con competenza e decisione. È deplorevole, dice il presidente del sodalizio – e il pubblico fervidamente attento gremisce anche l’atrio, sino alle scale – che un Ospedale spenda 245 milioni l’anno – con l’aggiunta di altri 40, annui del pari, di compenso per l’uso dei mobili e di altre utilità – nella locazione passiva di una villa, nuova sede dei suoi uffici amministrativi, mentre confina in un piccolo garage (pareti rustiche; unica apertura la saracinesca d’ingresso) il Centro Accoglienza Tossicodipendenti.

I lettori del giornale catanese non sapranno nulla di questa intensa giornata cittadina.

Voliamo per un momento da quel tempo all’anno ora in corso, 2010, e a queste ultime settimane. E’ passato da allora un quarto di secolo, e un altro convegno, di rilevanza ancora maggiore, è incorso nella censura de La Sicilia. Si è svolto a Palazzo Biscari, il 28 ottobre, con grande concorso di pubblico, proprio sul tema del ruolo avuto dall’informazione nel cosiddetto “caso Catania”, (il quale è sempre attualissimo, più drammaticamente attuale che mai). Nel sottacere l’evento La Repubblica non è da meno de La Sicilia.

8. Gennaro e D’Angelo, fattisi trasferire dalla Pretura alla Procura della Repubblica, vi hanno a collega, sino all’ ’87, il Sostituto Anna Finocchiaro. Prima di uscire dall’Ufficio, perchè eletta alla Camera dei Deputati, costei tratta, sino alla richiesta di archiviazione compresa, denunce di quel contratto di locazione.

9. L’onda della criminalità è montata, come nel presagio angosciato del 1981. Il Presidente del TM e il nuovo Procuratore presso il Tribunale, Cortegiani, ne scrivono nell’ ’87 su Segno, rilevando l’effetto di trascinamento che il delitto dilagante e impunito produce in mezzo a schiere di ragazzi non preparati a resistere.

Nell’ ’88 una relazione del Presidente fa valere i numeri, spietati. La frequenza degli arresti di minori è sconvolgente : 204 in dodici mesi quelli di residenti italiani nel capoluogo (la cifra equivale al 3.46% del totale nazionale, mentre la popolazione non supera lo 0.64%). Gli indiziati di rapina, 58 su 204, costituiscono il 7.67% dei minorenni italiani incorsi in arresto per tale reato, in tutto il Paese. E’ una cifra, questa di 58 arresti per indizio di rapina, alla quale non arrivano, messi insieme, tredici interi Distretti di Corte D’Appello, con i loro 17 milioni di abitanti.

Il documento si sofferma sulla corruzione senza freno, e sul posto che ha la mafia nel sistema locale di potere, ma soprattutto sulla condizione minorile. Il CSM ne resta talmente colpito (lo presiede il prof. Cesare Mirabelli; ne fanno parte, con Fernanda Contri, Maddalena e Caselli, Morozzo della Rocca e Racheli, Ambrosio e Abate) da volere che tutti i capi degli Uffici Giudiziari Minorili lavorino sul tema per una intera giornata, nella sua stessa sede.

Ma Catania non se ne allarma.

10. Scoppia l’enorme scandalo di viale Africa, per il mega-appalto, a tangenti di miliardi e miliardi di lire, del Centro Fieristico “Le Ciminiere” : enorme anche per il numero e il ruolo delle persone coinvolte. E’ un’immensa soperchieria, anche in danno del Comune di Catania. Il Consiglio rinnovato nell’ ’87 (ne fanno parte uomini come Giusso del Galdo e altri, anche giovanissimi) non consente la variante al PRG necessaria perchè l’opera, voluta dalla Provincia, possa essere realizzata, ma uno stratagemma, nel quale concorrono Uffici Municipali – trattenendo sin quasi all’ultimo giorno utile per il “no” un interpello della Regione – ne vanifica la resistenza.

L’imprenditore, a dispetto di tante evidenze, che fanno una massa, non viene perseguito per nulla. Secondo la Procura (che il Tribunale e la Corte d’Appello non mancheranno di smentire), egli è vittima di concussione. Come tale può riprendersi, se vuole, le ingenti somme distribuite ad amministratori elettivi e a burocrati e a politici; può riprendersele in barba all’Erario, spogliato del suo diritto a confisca.

Molti vedono nel sorprendente trattamento dei fatti una grandiosa sequela dell’affare Pretura. L’appaltatore – invulnerato allora, invulnerabile ora – è lo stesso, e il magistrato che imposta il processo, da solo o con altri più giovani, è uno dei Pretori di quel tempo : è il dott. D’Angelo.

Alla fine, nessuno sarà stato punito : né l’imprenditore (morto durante il giudizio di primo grado), né gli altri : perchè a morte sono venuti anche i reati, per prescrizione.

***

E Gennaro? E’ tempo di riassumerne l’opera tra Catania e San Giovanni la Punta.

cap. II : Nel “teatro” di San Giovanni la Punta

1. Un processo a carico di molti mafiosi coinvolge Sebastiano Laudani, patriarca dell’omonimo clan (temibile clan, in lotta cruenta con altri per il predominio), ed il figlio Gaetano. La Procura li incrimina per un tentativo di omicidio, ma non per mafia. Per conseguenza non intervengono provvedimenti del genere consueto nei procedimenti ex art. 416 bis CP (ricerche e sequestri di cose e documenti; perquisizioni). Avuto sentore della cattura che comunque li minaccia, i due si danno alla latitanza; passerà un anno prima che vengano presi. Nel definire il processo, anni dopo, la Corte d’Assise (Presid. Curasì) rileverà sobriamente (sent. n.10 del ’92) lo spessore criminale del Sebastiano, quale risulta dai più importanti rapporti : in contrasto (è lasciato al lettore di rilevare) con i limiti della imputazione.

Il magistrato del PM che ha gestito fino al termine l’istruttoria sommaria entra da privato, aspirante all’acquisto di un alloggio, in quel comune di S. Giovanni la Punta, che è regno dei Laudani e del loro storico manager e prestanome nel campo dell’edilizia, Rizzo Carmelo. Una società di due soci (un ingegnere e un geometra) nella quale è entrato il Rizzo, attraverso la moglie, intraprende la costruzione di ville bifamiliari su terreno ceduto in permuta da un Arcidiacono. Il magistrato stipula preliminare di compravendita di parte predominante di una di tali ville: di quella che la società, intestata ad inesistenti “Di Stefano”, prenderà a costruire subito, per prima. Egli è seguito a ruota da un professionista di Catania (il dott. X, in questo scritto) che si assicura la metà giusta di un’altra villa, da costruirsi su lotto contiguo.

Il magistrato è il dott. Gennaro, già Pretore; il dott. X è cognato del magistrato Anna Finocchiaro, deputato dall’ ’87: è fratello di suo marito.

2. Rizzo non cesserà di menar vanto di quelle vendite, a compratori tanto qualificati il cui nome innalza e qualifica lui. In un lussuoso dèpliant del ’96, che deve esaltarne le realizzazioni di imprenditore, le ville di Gennaro e del dott. X illustrano la copertina.

Dopo la morte di Rizzo (1997), un uomo di lui dirà davanti al Tribunale che lo giudica (è quello di Catania, sezione II, 2002), che dal suo principale (“da noi…” gli piacerà dire) venivano a comprar case magistrati e politici; e di uno degli acquirenti saprà rendere facilissima, pur senza nominarlo, l’identificazione nel Gennaro.

3. Installatosi nella nuova abitazione, con la famiglia, a metà del ’90, Gennaro stipula atto definitivo (not. Gagliardi) in gennaio del ’91. Nel rogito, si presta a far figura di costruttore e venditore, in luogo della Di Stefano, l’insospettabile Arcidiacono, che nulla ha costruito e niente incassa del prezzo : è solo l’intestatario, ancora per otto giorni soltanto, del suolo ceduto da tempo alla Società.

Il dott. X, che non ha alternative al contrarre con la famigerata Di Stefano, trova prudente astenersene. Stipulerà solo due anni dopo, nel ’93 (atto notarile del 24 maggio), all’esito, favorevole al Rizzo (decreto del 7 stesso mese) di un procedimento per misure di prevenzione, personali e patrimoniali, proposte dal Questore. I giudici non ritengono ci sia prova di connessioni dell’imprenditore con i Laudani; X può comprare tranquillamente dalla Di Stefano, senza timore che l’immagine della Finocchiaro ne sia danneggiato : se è “pulito” Rizzo, pulita è la società.

Ma il cielo si oscura ben presto. C’è appello; è apparso sulla G.U. il DPR 11/3/’93, di scioglimento del Consiglio Comunale di San Giovanni, proprio per l’influenza che su di esso esercita Rizzo. E la Questura spedisce irrefutabili prove delle connessioni negate, che sono antiche e strette. Solo rudi interventi sulla composizione del fascicolo di causa (rimandiamo per questo a MicroMega, marzo 2006, art. di Giustolisi e Travaglio) possono scongiurare riforma del provvedimento di primo grado.

La conferma salva Rizzo, e salva da Rizzo tutti coloro che egli coinvolgerebbe nella propria rovina se dovesse perdere la disponibilità del patrimonio e subire esilio da San Giovanni.

Tutto bene, dunque, per tutti? Si, ma soltanto per un certo tempo. Il peggio deve ancora venire, e verrà per entrambi, per il dott. X e per il dott. Gennaro. Durerà, quel peggio, dall’inizio del nuovo secolo sino al 2009.

Il pericolo cui resteranno esposti, per tanto tempo, ambedue gli interessati; il bisogno di proteggersene, in qualunque modo; e la posizione di uno dei due nella Procura della Repubblica di Catania (ossia nell’organo che per promuovere giustizia dovrebbe attaccarne gli interessi morali e materiali) produrranno sconvolgimeti profondi dell’attività istituzionale.

4. La villa di Gennaro è difforme dalla concessione edilizia, e non per dettagli come l’ampiezza delle finestre, non dovrebbe esser detta abitabile, né potrebbero esserne effettuati allacci alle reti municipali e dell’Enel. Il magistrato ottiene tutto, e anche attacco senza ritardo alla rete telefonica, per intervento di Rizzo.

Al seguito di quell’alloggio, tutti gli altri, della stessa lottizzazione, vengono costruiti in difformità.

Non è forse deplorevole che un magistrato – del PM per giunta – richieda o accetti illegalità nella costruzione dell’alloggio che deve essere suo, nella circoscrizione stessa del suo Ufficio?

Sanatoria sarà poi concessa a Gennaro, a firma di funzionari del Comune, nel 2000, nel corso di indagini della Procura della Repubblica di Catania, condotte da Sostituti e coordinate da lui, nuovo Procuratore Aggiunto, sul Capo dell’Amministrazione.

5. L’alloggio di Gennaro, in villa bifamiliare, non è simmetrico all’altro, non è la metà del tutto, è più che la metà. Alloggi simmetrici, in altre ville, sono stati pagati 240 o 250 milioni di lire ciascuno. Quanto ha pagato Gennaro per il suo, che simmetrico non è? Secondo il Calì, già citato, i magistrati e politici ottenevano sconti di centinaia di milioni. Chiamato dal PM di Messina, a seguito di quelle dichiarazioni, Calì non le ha smentite; si è solo avvalso della facoltà di non rispondere, ma aggiungendo parole univocamente significative : se ne asteneva perchè “piccolo così ….”.

Poiché nell’atto notarile di compravendita si legge che Gennaro aveva pagato il prezzo di lire 165 milioni, bisognerebbe concludere che aveva speso, per un alloggio più grande dell’alloggio contiguo, molto di meno di quanto dovuto sborsare da ogni altro acquirente per avere meno : per un immobile appena eguale all’immobile confinante.

Il dott. Gennaro dirà in seguito che nell’atto notarile fu indicata, per motivi fiscali, somma molto inferiore a quella pagata (una frode richiesta dal simulato venditore e consentita, deplorevolmente, dal compratore, che pur ne usciva danneggiato?) ; e dirà che il prezzo effettivamente corrisposto era ammontato a 240 milioni. Lo stesso prezzo, ci sarebbe da chiedere, che per un alloggio simmetrico?, senza compenso, dunque, per il parecchio avuto in più?

Peraltro, lo stesso computo che approda alla somma di 240 milioni ha bisogno, per raggiungerla, di includere spese successive all’acquisto.

cap. III : Intermezzo romano

1. Nel ’93 il dott. Gennaro volle passare alla Procura Generale; nel ’94 fu eletto al CSM.

2. Nel ’96, vacante il posto di Procuratore della Repubblica, pervenne al Consiglio (alla sua Commissione Uffici Direttivi, di cui faceva parte Gennaro) un ampiamente motivato appello : si facesse cader la nomina sopra un estraneo all’ambiente – a costo, se necessario, di riaprire i termini per la presentazione di istanze. L’autore denunciava lo scandalo di viale Africa, evocando l’antecedente di via Crispi. Per tutta risposta, la Commissione propose il più “intraneo” degli aspiranti, Procuratore Aggiunto da ben 11 anni. La proposta fu seguita da voto unanime del plenum. L’eletto è stato in carica per un decennio, sino al novembre 2006.

Nessun partito aveva interesse a mutamenti di stile nella gestione dell’Ufficio; il partito dell’on. Finocchiaro, dal quale era stato denunciato l’appalto di viale Africa, era adesso positivamente interessato a che mutamenti non intervenissero, data la pendenza, a carico di suoi uomini, di indagini per estorsione, in danno di un grande imprenditore, costretto, secondo asserito da lui, a cedere per prezzo inadeguato la proprietà del palazzetto di via Carbone, sede della Federazione provinciale PC. Infine, nessuno dei Sostituti si era sentito di rifiutare sottoscrizione all’auspicio che il posto di Procuratore venisse dato alla giunta

3. Nello stesso ’96 il CSM si trovò investito di altra questione riguardante Catania. Il 9 febbraio di 4 anni prima, due magistrati in servizio a Catania, dove uno di essi dirigeva un importante Ufficio a competenza distrettuale, avevano reso testimonianze di opposto tenore davanti alla VII Sezione del Tribunale di Roma, persistendo nelle rispettive contrastanti dichiarazioni nel corso di un lungo confronto, che in sentenza fu detto drammatico. Uno dei due aveva mentito; uno dei due portava il fatto a conoscenza del CSM, chiedendo accertamenti.

L’esposto venne archiviato, con motivazione dalla grossolanamente evidente fallacia, senza che l’autore fosse stato sentito; e negata gli fu riapertura della pratica, sempre senza sentirlo, pur dopo che egli, avuto accesso al provvedimento di archiviazione, ne ebbe messo in luce l’erroneità.

4. Nel ’98 – ancora in CSM il dott. Gennaro, anche se non più componente della Commissione Direttivi – fu messo a concorso il posto di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina. Era un affare di estrema importanza per Catania, sotto tre profili :

A. Il Distretto di Messina era territorialmente competente, a’ sensi dell’art. 11 cpp, per tutti i procedimenti riguardanti magistrati in servizio nel Distretto di Catania.

B. Poteva considerarsi imminente una legge di riforma, abolitiva della perniciosa reciprocità, per cui Messina, competente per Catania, si trovava a sua volta soggetta alla competenza degli uffici di questo Distretto (il Procuratore che indagasse su magistrati della Procura di Catania, poteva essere indagato dal Procuratore di ques’ultima sede). Il bilancio appariva tutto favorevole a Catania. Denunce contro magistrati catanesi, proposte da privati, erano state archiviate; denunce proposte da magistrati erano state seguite da incriminazioni, risultate poi senza giustificazione. La riforma avrebbe dato agli Uffici messinesi l’autonomia di cui non avevano mai potuto godere, e spogliato Catania della possibilità di comprimerla.

C. Pendeva, a Catania, procedimento per un omicidio di mafia (24/02/1997) per il quale non era stata fatta alcuna indagine, o per il quale era stata chiesta archiviazione degli atti, senza che indagini fossero state compiute. L’affare, di per sè grave in ragione di quelle carenze, andava giudicato gravissimo data l’identità della vittima ed il suo ruolo nella situazione mafiosa di San Giovanni la Punta.

5. Per quel posto di Procuratore Gennaro aveva sostenuto, senza fortuna, un candidato della sua stessa corrente, a suo tempo eletto al CSM (1990) con i voti di Catania, e che ora, nel ’98, doveva con i suoi voti far succedere a lui, Gennaro, il catanese D’Angelo (già Pretore come Gennaro al tempo della nuova Pretura, e poi dominus, quale Sostituto Proc. Rep. del processo per viale Africa).

Fallito quel disegno, anche per effetto di un esposto tempestivamente giunto da Catania, Gennaro passò a patrocinare la nomina di un catanese, veterano della locale Procura. Una tale nomina avrebbe abolito di fatto l’alterità voluta dal legislatore dell’Ufficio indagante rispetto all’Ufficio di appartenenza dei magistrati indagati.

Il dott. Gennaro esplicò attività proporzionata nel suo fervore alla importanza della posta in gioco, adoprandosi presso la Commissione, di cui non faceva più parte, perchè questa proponesse il dott. Vincenzo D’Agata.

Anche questo tentativo, possente, fallì per l’incontro tra le serene osservazioni critiche, assolutamente esenti da inflessioni personalistiche, pervenute dalla medesima fonte catanese delle precedenti, e l’alta coscienza del magistrato presidente della Commissione.

Sopraggiunse di lì a poco la legge di riforma dell’art. 11, ma non per questo cessò la mutua dipendenza, tra le due sedi, che già tanti mali aveva prodotto. Procedimenti per mafia, a carico di magistrati della Procura di Messina, erano pendenti a Catania quando a Messina ebbero luogo (2001-2004) indagini, anche queste ex art.416 bis cp, a carico di magistrati della Procura di Catania. Pendono ancora a Catania affari del genere.

cap. IV : Il sangue di Rizzo

1. Di lotta alla mafia, anche di San Giovanni, si occupavano in gruppo tre Sostituti Procuratori, quando un rapporto a carico di mafiosi coinvolse anche Rizzo.

Venuto a conoscenza dell’imminente cattura, questi la eluse e avvertì molti altri imputati (è falso che sia stato arrestato e poi scarcerato dal Tribunale in sede di riesame). Il Tribunale annullò le misure, per lui, latitante, e per parecchi altri, o latitanti o carcerati, ma la Cassazione rimosse (12/02/1997) i provvedimenti del Tribunale; Rizzo, rabbiosamente frustrato, lasciò trasparire che non appena in carcere avrebbe cantato. Lo uccisero prima, il 24 di quel febbraio.

A Catania, nessun crimine ha mai pesato, come ha fatto questo, sulla Giustizia, sovvertendone il corso per moltissimi anni.

2. Decenni di stretto sodalizio con i Laudani, in un ruolo speciale, implicante contatti e rapporti con pubblici ufficiali e operatori economici, avevano fatto di Rizzo un pericoloso conoscitore di segreti del clan. Il suo pentimento ne avrebbe svelato struttura e connessioni, messo gli inquirenti sulle tracce dei suoi capitali, smascherato referenti non sospetti, gettato nel fango funzionari che favori avessero fatto alla cosca, o favori ne avessero ricevuto. Coi Laudani, ce l’aveva : ne era stato abbandonato, “dopo tutto quello che egli aveva fatto per loro”; e anche imprecava contro un certo bastardo di giudice di Roma, esoso fornitore, per non meno che centinaia di milioni di lire, di soffiate circa imminenze di arresti. Solo i capi del clan sapevano che cosa egli sapesse e potevano fare previsioni circa ciò che avrebbe detto.

L’eliminazione di lui, necessaria al clan, giovava a molti, affrancandoli per sempre dalla sua offensiva, ma nello stesso tempo assoggettava ad un servaggio nuovo e spietato quanti di costoro fossero uomini delle Istituzioni, chiamati come tali a perseguirne l’autore.

Perseguito e convinto, il mandante poteva reagire asserendo d’aver commesso anche per loro il delitto che si voleva punire in lui solo; e già con questo egli li avrebbe sradicati dalla vita civile. E se egli trovava intollerabile il pagare, soltanto lui, per un delitto che era giovato anche a loro, chi poteva proteggerli da altre sue reazioni, anche fisicamente distruttive? La tremenda potenza della quale egli era armato poteva suggerire prudenza oltre che in quella specifica area di inchiesta, nella ricerca dei suoi capitali e nel perseguire i suoi referenti più qualificati.

cap. V : Volontà di non sapere e rivincita della verità

1. Identificato il cadavere – arso – di Rizzo, le cronache giornalistiche del 29 febbraio dissero tutto : di lui, al corrente di tutti i segreti dei Laudani, dell’infortunio occorsogli in Cassazione, il 12, e della causale dell’omicidio, voluto dal clan per prevenirne l’arresto e le rivelazioni. La Procura (il gruppo Antimafia; il Procuratore Capo; gli altri Sostituti, cui fosse toccata la notizia di reato, prima della identificazione dei resti) dovevano mettersi in caccia della verità, dalla imponente rilevanza per il procedimento in corso (il primo “ficodindia”).

2. C’erano molte cose da fare : sequestri di libri contabili e corrispondenza, sequestri di beni, indagini e sequestri presso banche, convocazioni di persone che si potessero presumere informate. Non fu fatto nulla, da nessuno; e nel giugno dell’anno dopo, ’98, venne chiesta archiviazione.

3. Ma di lì a poco la verità, non voluta cercare, irruppe essa in Procura. L’esecutore materiale del delitto rese confessione e chiamò in correità, quali mandanti, il capo clan, Laudani Alfio, ed altri. Era il ’98 o il ’99, ma nessuna iscrizione nel registro degli indagati fu fatta sin oltre il marzo del 2001, sebbene nel 2000 lo staff della Procura si fosse accresciuto di un pezzo forte, col rientro di Gennaro, in veste di Procuratore Aggiunto. Iscrizioni sopraggiunsero solo in aprile del 2001, dopo che la Procura Generale ebbe avocato un altro procedimento per l’omicidio di Atanasio, a carico del Laudani : al che poteva seguire avocazione, per connessione, anche di questo.

4. Richiesta di comunicazione degli atti ci fu in effetti da parte dei Sostituti assegnatari del procedimento avocato, ma ad essa fu opposto, dal Procuratore Capo, netto rifiuto : le indagini in corso – egli disse – esigevano speciale riservatezza. Il Procuratore Generale si acconciò.

Deve essere di molto improbabile successo la ricerca, in tutta la storia della Magistratura italiana, di precedenti di un tale rifiuto o di una siffatta acquiescenza.

5. All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 (12 gennaio) qualcuno riuscì a dire – presente Gennaro; presente, verosimilmente, l’on. Finocchiaro – le parole giuste : a proposito di San Giovanni (luogo nel quale si incontravano tutte le devianze, tutte), e di quell’assassinio col quale erano stati seppelliti ontosi segreti, e a concludere – interrotto con immoderata insistenza dal Presidente della Corte, “per l’ora già tarda” – auspicando che ad occuparsi delle indagini fossero “mani che non tremano”. (Il testo dell’intervento in Città d’Utopia, 2002).

6. Rinvio a giudizio fu chiesto un anno appresso; ma intanto veniva negata la capacità del Laudani, di partecipare coscientemente alle udienze, e la negazione, fatta propria dalla Procura, caparbiamente, anche contro irresistibili evidenze di simulazione (conclamate dalla CC di Parma, che deteneva l’imputato; conclamate dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna) ha impedito la celebrazione del processo sino al 2009. (Si veda per il seguito il cap. XVIII)

Fine del Capitolo V
c o n t i n u a

con la trattazione

degli argomenti qui di seguito elencati.

Scuto, residente a San Giovanni, è un grande imprenditore della distribuzione : 49 supermercati, di cui uno in San Giovanni; azienda valutata 1000 miliardi. Frequentato dal Rizzo, sua “staffetta” con i capi del clan, Scuto caldeggia l’elezione di Gennaro a Sindaco di San Giovanni

Per il gruppo Antimafia, per altri Sostituti e per il Procuratore Capo, Scuto è vittima dei Laudani (nel 2000 ultimo tentativo di archiviazione di atti che lo accusano, negati dal gruppo antimafia, per silentium, al Sostituto Marino), ma è sodale del clan per i Carabinieri (un’indagine dei quali, presso banche, per sospetto di riciclaggio di danaro dei Laudani, viene troncata da quel gruppo) e per il Marino (che ne ottiene cattura), nonché per la Procura Generale, che avoca gli atti, e per il Tribunale, che in esito ad otto anni di dibattimento ne pronuncia condanna. La sentenza, impugnata anche dal PM, non è stata ancora depositata. Nel corso del giudizio una proposta di legge (processo breve, senza esclusione dei reati di mafia) è stata presentata al Senato il 19/07/2006, a firma, con altri, della Sen. Finocchiaro. E’ questa una deplorevole disattenzione, da parte di un parlamentare catanese, al quale sia l’esistenza che l’importanza di quel processo è stata recata a mente, pochi mesi prima, da un articolo di Giustolisi e Travaglio, sulla rivista MicroMega.

L’Aggiunto Gennaro che ha “vistato” (fine gennaio 2001) la richiesta di custodia in carcere, sottopostagli dal Sostituto Marino (inconcepibile il rifiuto del “visto”, nel pieno del clamore provocato dai fatti di cui sub. VII e sub. VIII) fa subito apparire sul quotidiano di Palermo (4 febbraio) una sorprendente intervista : gli arresti di imprenditori, per asserita collusione con i mafiosi, possono riuscire di giovamento proprio alla mafia, mentre mettono in pericolo il pane dei lavoratori dipendenti. Solo in fine dell’intervista si fa posto, brevemente, alla ipotesi che la collusione sia provata, per dedurne che in tal caso etc… .

E’ una presa di distanza di cui i giudici del riesame possano tener conto o si tratta di un messaggio?

L’avocazione, del marzo 2001, ha per motivi (e le cronache giornalistiche ne informano il pubblico) l’ i n e r z i a, e la m a l a   g e s t i o nella quale è incorsa la Procura della Repubblica. Ma il 15 marzo appaiono sullo stesso quotidiano di Catania, fianco a fianco, interviste del Procuratore Capo e del Procuratore Generale. Il primo difende la richiesta di archiviazione, disattesa dal GIP, critica l’avocazione (in Procura Generale han tempo da perdere), sottace l’addebito di inerzia, come se non fosse mai stato formulato, e spiega il riferimento alla mala gestio col fatto in sé, del contrasto tra la richiesta di archiviazione (formulata dal gruppo o pool antimafia), e quella di cattura, avanzata dal dott. Marino, appartenente allo stesso Ufficio di Procura, e accolta dal GIP. In altri termini, nessun rimprovero di mala gestio sarebbe stato possibile, senza l’iniziativa del Marino.

Il Procuratore Generale si mantiene, sorprendentemente, sulla stessa linea. Sottace anche lui l’inerzia, come motivo dell’avocazione, e spiega allo stesso modo il motivo della mala gestio. I lettori attenti ne sono sbalorditi. Impossibile, infatti, trovare una spiegazione in personali vulnerabilità del magistrato: se i suoi figli, entrambi, erano stati assunti dalla BAE, del Cav. Del Lavoro Graci (uno dei grandi imprenditori attaccati dal Dalla Chiesa, nel tragico ’82, e poi da Giuseppe Fava), le assunzioni erano avvenute in esito a concorso; se i detti suoi figli avevano comprato casa, entrambi, in San Giovanni la Punta, sulla via Montello, di fronte alla casa comprata da Gennaro, a quella lottizzazione era stato sempre estraneo o si era reso estraneo, da tempo, il Rizzo; e se il magistrato aveva deciso come giudice tributario in favore della BAE un certo ricorso la decisione era stata giusta.

Audizione del magistrato Scidà in Commissione Antimafia (07/12/2000). Per completare l’esposizione egli chiede 60 minuti ancora, che non gli vengono concessi.

Da quali fatti l’audizione fu provocata.

Nel ’98, mentre Gennaro esce dal CSM, entra a farne parte il dott. D’Angelo. In dicembre del ’99 Scidà si duole che non lo abbiano voluto sentire né a proposito di “viale Africa” (cap. I n.10 e cap. III n.2 ) né in ordine al processo di Roma (cap. III n.3 ). La prima Commissione viene dissuasa dal chiamarlo e indotta, con mezzi di cui Scidà non deve avere né notizia né sospetto, a perseguirlo, pur nella mancanza di qualunque giusto motivo, per incompatibilità con l’ambiente e con la funzione di Presidente del TM. La proposta di trasferimento deliberata, all’unanimità, il 09/11/2000 prescinde rigorosamente dall’avere egli sollevato quelle tali questioni (su cui si vuole scenda perpetuo silenzio), così come non contiene alcun riferimento a ciò che gli è stato attribuito segretamente. Essa si fonda sopra asserzioni incompatibili con la realtà, o sopra altre invenzioni difatti incompatibili con la realtà, o sopra assunti che onorano il magistrato : di comportamenti doverosi o addirittura meritori. L’infondatezza, assoluta, non preoccupa. Una legge (n. 1/81) rende non perseguibili i componenti del CSM, né penalmente né civilmente, per voti espressi o per opinioni manifestate; e inoltre Scidà è un isolato, ignoto a tutti (non ha rapporti con partiti politici; non ha dalla sua nessuna corrente di magistrati; non confina con logge massoniche), che parlerà invano davanti al plenum. I proponenti hanno sbagliato. Al primo annuncio della proposta (un “lancio” ANSA del 09/11/2000) la rivolta della coscienza pubblica è corale e fragorosa : nel seno della Commissione Antimafia; in mezzo ai giudici minorili italiani, giusto in quei giorni riuniti in congresso; e a Catania, a Messina e a Palermo. Qualcuno chiede perchè, invece di attaccare “una delle personalità più limpide” il CSM non posa gli occhi sui vertici della Procura della Repubblica di Catania; e da qui migliaia e migliaia di cittadini chiedono alla Commissione di convocare l’anziano magistrato. Non è valso a frenare la valanga, che gli stessi autori della proposta si siano gettati su quella loro creatura, a soli 11 giorni dalla deliberazione, per traversarne il cammino verso il plenum e ridomandarla indietro col pretesto fosse necessaria un’ispezione ministeriale : che fu effettuata, e constatò la totale infondatezza degli addebiti.

Sulla dismisura di quel modo di esercizio del potere si abbatteva, puntuale, la nemesi

Tacciato di aver fatto acquisto di casa da un mafioso (Rizzo), Gennaro si discolpa producendo al CSM, come veridico, l’atto Arcidiacono, mendace, e lo fa giungere, attraverso la Procura Generale, a tutti gli Uffici per i quali, date le circostanze, può presentare interesse.

In marzo 2001, mentre a Messina stanno per essere prese determinazioni (apertura di indagine) sulle dichiarazioni Scidà all’Antimafia, Gennaro chiede al CSM di tutelarlo.

Cap.X

Il CSM interviene a tutela di Gennaro (Presidente dell’ANM), contro Scidà e contro Marino (comparso anche questi davanti all’Antimafia), senza voler sentire né l’uno né l’altro. La deliberazione (processo verbale di seduta plenaria del 20/03/2001) viene adottata a maggioranza, contro strenua opposizione di alcuni dissenzienti (con quel voto a tutela, essi obiettano, il Consiglio si sostituisce agli Uffici Giudiziari competenti, prevenendone gli accertameti; il voto è una sentenza).

Cap. XI

In maggio o giugno dello stesso 2001 Arcidiacono rivela ai Carabinieri di Catania la verità (non è lui il costruttore e venditore; si è prestato ad una finzione, per quell’atto soltanto) e produce la controdichiarazione illo tempore rilasciatagli, a sua richiesta, da Gennaro.

Cap. XII

Il CSM, informato, si rifiuta di agire contro Gennaro, nonostante richiestone da uno dei suoi componenti.

Cap. XIII

Nell’agosto 2001, dal carcere catanese di Piazza Lanza, dove sono ristretti molti mafiosi del clan Laudani, un detenuto ostile alla mafia, che gli ha ucciso un congiunto, avverte per lettera il “Presidente Sciatà” che “la sua vita è in pericolo, perchè si è messo contro le persone sbagliate”. La Procura della Repubblica di Messina omette di compiere le attività del caso. Non chiede immediato trasferimento del mittente in altro istituto; non lo esamina se non dopo settimane dalla denuncia; e al detenuto – che ha subito riconosciuto per sue la lettera e la sottoscrizione, ricollegando il segnalato pericolo alla posizione di Scidà nel “caso Catania” – accolla il peso di dichiarare, lì, entro quelle mura, nell’assedio di quelle tali presenze, delle quali resterà alla mercè, la fonte del suo sapere. Alla risposta – quale ognuno in quelle circostanze darebbe – : non ha avuto altra fonte che il suo stesso animo, il magistrato tralascia ogni indagine, salvo un accertamento risibilmente superfluo sull’autenticità della sottoscrizione, e passa a separare gli atti dal procedimento in corso a carico di Gennaro, per chiederne quindi archiviazione, senza aver sentito Scidà. Il GIP rigetta opposizione dell’offeso.

Cap. XIV

Archiviazione a Messina (2004) della indagine su Gennaro, ex art.416 bis cp che è stata aperta dopo le rivelazioni Arcidiacono.

L’inchiesta ha ignorato la lettera ricevuta dal dott. Scidà (v. cap. XIII) tempestivamente espunta dall’incarto. La richiesta conclusiva del PM (18/07/2003) afferma pagato da Gennaro, il prezzo che gli altri compratori pagavano, ma prescinde dalla consistenza e dal valore, mai adeguatamente indagati, dell’immobile avuto dal magistrato, diversa sotto entrambi i profili da quella che gli altri ottenevano. La richiesta evita altresì ogni contatto con il punto, fra tutti scabroso, dell’uso fatto dall’indagato presso il CSM, e in altre sedi, dell’atto Arcidiacono, nel 2001, mentre riporta gli elaboratissimi conati del dott. Gennaro, intesi a dimostrare che dieci anni prima la simulazione (Arcidiacono costruttore e venditore) non fu diretta a dissimulare la venditrice effettiva (società Di Stefano) ma al risparmio di tempo prezioso, mediante riduzione ad un solo passaggio, dei due che altrimenti sarebbero occorsi (Arcidiacono > Società; Società > Gennaro) ma soprattutto ignora, nel senso che non ne ha mai avuto notizia, il processo (v. cap. II n.1) con due Laudani tra gli imputati, che avrebbe acceso curiosità e suggerito domande.

Il testo della richiesta è tuttavia di grande interesse per le risultanze che riassume : Gennaro che nega di aver mai conosciuto Rizzo (contro la verità ampiamente accertata, ma nell’esercizio, osserva il PM, della facoltà di mentire, spettantegli come indagato). Interessante è quel testo anche per ciò che riporta delle affermazioni di uomini del clan, e di altri, circa il magistrato Gennaro.

Nessuno può negare che l’ANM (lasciando indosso a Gennaro il manto di suo Presidente, pur dopo le dichiarazioni del magistrato Scidà all’antimafia, e pur dopo la clamorosa conferma, venuta ad esse dalle rivelazioni Arcidiacono) ed il CSM (avventurandosi nel voto a tutela di Gennaro, e rifiutandosi di tornare su di esso, dopo quelle rivelazioni) hanno posto la Giustizia di Messina nell’impossibilità di concludere diversamente l’inchiesta, senza trapassare, trapassando quel paludamento, l’onore della magistratura associata e senza distruggere il prestigio dell’organo di autogoverno.

Cap. XV

La politica, destra e sinistra, è tutta per Gennaro e per la Procura. I Governi Berlusconi ne sono lo scudo, come la Commissione Antimafia della XIV Legislatura e la Commissione della XV. Quali gli interessi in gioco.

Per la sinistra, Gennaro, immedesimato con la Finocchiaro, era un campione da quando, il 23 novembre 2000 (la vigilia, si può dire, dell’audizione Scidà in Antimafia), aveva dato, dal podio del congresso veneziano di MD, come Presidente dell’ANM, nel grido di guerra : “Berlusconi non può essere Presidente del Consiglio”.

Per la destra, vincitrice delle elezioni, Gennaro diventava il miglior Presidente dell’ANM, da quando debole ed esposto : per le dichiarazioni di Scidà in Antimafia, e per la tremenda conferma che esse avevano avuto, 4 o 5 mesi dopo, dalle rivelazioni Arcidiacono. Ed era anche, così esposto all’azione del Ministero della Giustizia (accertamenti ispettivi; azioni disciplinari) il miglior leader di fatto della Procura di Catania, città nella quale era a sua volta esposto all’azione di quell’Ufficio, come Sindaco, il medico personale di Berlusconi, Scapagnini. Un’altra ragione, formidabile, di risparmiare Gennaro, condonandogli l’uscita antiberlusconiana di Venezia, era nell’interesse dell’On. Berlusconi a buoni rapporti con l’On. Finocchiaro, terminale, per Arcore, di ogni dialogo con l’opposizione (vedi Giustolisi e Travaglio in MicroMega 3/06).

A capo del Ministero della Giustizia stava il leghista Castelli, Sottosegretario il casiniano Vietti, già relatore in marzo del voto del CSM a tutela di Gennaro.

L’Antimafia della XIV legislatura (presidenza e maggioranza di destra) avrebbe dovuto portare avanti l’inchiesta che la precedente, frenata dal partito della Finocchiaro e dalla sinistra in genere, aveva eluso : le convocazioni del col. dei CC Pinotti, dell’avv. Brancato, al corrente di tutti i fatti di San Giovanni la Punta, e di altri, non erano neanche partite; l’audizione del Sostituto Marino era stata variamente remorata; il tempo residuo, prima dell’ormai scontato scioglimento delle Camere, fu preso dall’ascolto di assertori dell’ineccepibile andamento delle cose, in Procura. Ma la nuova Commissione si rifiutò, dal momento della sua costituzione sino alla fine della legislatura, di occuparsi di Catania. Non volle metter piede nella provincia etnea, mentre accedeva a sette altri capoluoghi; e nessun seguito dette alle segnalazioni ed istanze dalle quali era tempestata la Presidenza.

L’Antimafia della XV (presidenza e maggioranza di sinistra) volle andare, nel coprire Catania, ben oltre i limiti della mera omissione, impegnandosi, sin dal primo momento, positivamente nella messa in sicurezza della Procura e di Gennaro. Essa nominò suo consulente, a tempo pieno, proprio uno dei tre Sostituti del pool antimafia, che avevano trattato, nel modo già descritto (capp. IV – V – VI) l’omicidio Rizzo e gli affari concerneti Scuto. La portata, ingente, di quella determinazione fu contestata al Presidente On. Forgione con una lettera aperta di Giambattista Scidà (disponibile sul blog all’indirizzo www.scida.wordpress.com) il testo è riportato in apposita appendice in questo scritto.

Cap. XVI

L’ANM rielegge Gennaro (2006) suo Presidente. I votanti si aggrappano al debolissimo testo dell’archiviazione (cap. XIV). Dopo avere reso quasi inevitabile l’archiviazione dell’inchiesta messinese, mantenendo Gennaro nella posizione di Presidente del sodalizio, i componenti del CDC mettono a frutto la conclusione dell’inchiesta per conferire di nuovo quell’altissimo incarico allo stesso Gennaro. Peraltro essi valorizzano il decreto del GIP, senza leggere la richiesta del PM, conforme nelle conclusioni, ma infesta all’indagato per quel che riporta delle acquisite informazioni. Votano tutti a favore. La deliberazione è di quelle che o sono unanimi o non possono esserlo. Concorre alla elezione, se non ci inganniamo, un ex membro del CSM (’98 – 2002) partecipe del voto di marzo del 2001 a tutela di Gennaro e informato delle rivelazioni Arcidiacono sopraggiunte pochi mesi dopo.

Cap. XVII

Il posto di Procuratore Capo a Catania è di nuovo a concorso. Il gruppo di Unicost (ben sei componenti, uno dei quali di Catania), il Vicepresidente Mancino, il laico Volpi (eletto in quota bertinottiana) scongiurano la nomina di un estraneo (Di Natale, che la Commissione ha proposto con 4 voti su 6). Viene nominato (2007) il dott. D’Agata (v. cap.3 n.5).

Non accadrà che un occhio di estraneo – tale non soltanto perchè mai stato in servizio nel Distretto di Catania, ma perchè non connesso con l’élite giudiziaria dominante, che in Gennaro ha il suo carismatico capo – si posi su vicende come quelle del processo per falsa intestazione delle ville di San Giovanni la Puta (v. cap. XVIII) ancora pendente per la parte riguardante il Laudani.

Nell’apparenza, la vittoria di Gennaro è di strettissima misura. In realtà è stato come un voto unanime perchè nessuno dei votanti per Di Natale ha osato dire le poche parole – di evocazione del “caso Catania” – che avrebbero impedito agli altri di votare come votarono. Il “caso” era ben noto in Consiglio anche per l’esposizione fattane da un “appello per la salute della Giustizia a Catania e per l’onore del CSM” pervenuto nel 2006 al Presidente della Repubblica e dal Presidente rimesso al Consiglio l’11 settembre di quell’anno.

Cap. XVIII

Procedimento a carico di Laudani per falsa intestazione (art.12 quinquies della l. 356/92) delle ville di San Giovanni, una delle quali acquistata da Gennaro ed altra dal cognato della Finocchiaro. Scontro, in ottobre 2005, tra il Procuratore Capo, e il Capo dell’Ufficio GIP. Un giudice avendo fatto cessare la lunga sospensione del procedimento, perchè simulata l’infermità mentale dell’imputato, e altro giudice, succedutogli nella trattazione, avendo fissato Udienza Preliminare (da tenersi in Parma), il Procuratore pretese che il capo di quell’Ufficio la impedisse, revocando l’autorizzazione alla trasferta : o l’avrebbe impedita lui, Capo della Procura, ordinando ai Sostituti di non prendervi parte; in alternativa, avrebbe denunciato alla magistratura contabile la spesa, certamente inutile perchè effettiva la malattia.

Durissima e degna di memoria fu la risposta dello “intimato”, resa nota da un quotidiano : in tanti decenni di attività professionale non aveva mai udito che una parte processuale volesse coartare il libero giudice : un giudice, nel caso, che aveva lungamente rischiato la vita pur di fare giustizia; no, egli non avrebbe revocato nulla : lo denunciasse pure, il Procuratore al magistrato : egli avrebbe dedotto l’importo dell’eventuale condanna da quella destinata agli eredi. L’udienza ebbe luogo, e rinvio fu disposto, in difformità dalla conclusione del PM (uno dei tre del pool); ma il Procuratore interpose elaboratissimo ricorso per cassazione contro l’atto del GIP, di revoca della sospensione del procedimento. L’impugnazione venne dichiarata inammissibile, come scontato

Il processo ebbe luogo nel 2006, ma solo a carico del Di Giacomo. L’imputato fu assolto (III sez., 15 giugno) a richiesta del PM. Che Rizzo, alter ego degli imputati, in altri affari, fosse socio della “Di Stefano” non era provato, per il PM; non lo era a sufficienza, per i giudicanti, dal mero fatto che socio della società fosse “un congiunto” di lui : espressione in verità troppo lata (poteva intendersi un congiunto neanche prossimo; un collaterale sino al sesto grado per il lettore non informato : “il congiunto” era il coniuge, era la moglie convivente). Il Laudani fu tratto a giudizio solo tre anni dopo, nel 2009. Anche lui è stato assolto (III sez., 13 marzo), sempre in conformità di richiesta del PM, che ha prodotto la sentenza del 2006.

Scelte lessicali a parte, il fatto che le due sentenze accettano di opinare non sufficientemente provato (cioè che Rizzo fosse socio della Di Stefano), era conclamato : dalle affermazioni di lui, Rizzo; da una sentenza 23/05/2006 n. 6350/06 reg. sent. del Tribunale di Monza sezione di Desio, e da innumeri altri elementi : Rizzo ci era entrato attraverso la moglie, a proposta del socio Di Loreto; e a causa dell’esserci entrato lui, Rizzo, e del suo spadroneggiare, ne era voluto uscire il socio Finocchiaro. Nel procedimento per misure di prevenzione il fatto che Rizzo fosse socio della Di Stefano era emerso, pacificamente, senza contraddizione.

La stampa ha celato ai lettori le due sentenze; la Procura Generale non ne ha impugnato nessuna, e non ha sollevato questioni di legittima suspicione. Non era questo forse un caso scolasticamente esemplare, dato l’interesse personale del Procuratore Aggiunto, compratore di uno di quegli immobili, alla assoluzione degli imputati? Gli stessi processi, con le richieste del PM, in così radicale contrasto con la realtà rafforzavano l’evidenza della incompatibilità con l’ambiente, per non dire di altri fatti : l’impegno del Procuratore Capo, senza rispetto di argini, nel cercar di traversare il corso della Giustizia, opponendosi all’udienza preliminare; la mancata incriminazione, per concorso nel reato, dei soci della Di Stefano, Di Loreto e la vedova di Rizzo, come se il fatto potesse essere stato commesso senza alcun apporto loro; il mancato sequestro o il dissequestro delle ville.

Cap. XIX

Il processo a carico del Laudani, per l’omicidio Rizzo, è potuto arrivare al dibattimento solo nel 2009, a distanza di 12 anni dal delitto, e ci è arrivato solo grazie alla consulenza collegiale, voluta dalla Procura Generale, nel processo per l’omicidio Atanasio, dalla quale è stato sbaragliato l’assunto di infermità mentale dell’imputato.

La Corte d’Assise ha assolto Laudani : attendibile l’esecutore confesso dell’omicidio, Troina; non provato il mandato ad uccidere, da parte del Laudani.

E’ in corso giudizio d’appello, particolarmente interessante per l’assunto, implicito, se non erriamo, nella decisione impugnata, che l’uccisione di un associato dello spessore di Rizzo possa avvenire per volere di un luogotenente, contro la volontà del capoclan senza un seguito anch’esso tragico. Intanto la difesa ha chiesto ennesima consulenza, risoltasi in conferma della simulazione di malattia.

Cap. XX Il Palazzo e gli altri palazzi

Gennaro è la Procura, sin da prima di rientrarvi come Procuratore Aggiunto : sin dalla sua elezione in CSM. Gennaro e Procura, forti per gli strumenti di cui dispongono nei confronti di amministratori e politici, hanno bisogno, dati i fatti, della politica tutta : hanno bisogno della destra e della sinistra. Ciò importa, nel fatto, che qualunque schieramento sia localmente al potere (nominali peraltro le contrapposizioni, rispetto all’omogeneità delle prassi), l’esposizione a seguiti repressivi scenda a livelli bassissimi. E’ in questo quadro che, con gli abusi impuniti, lo spareggio del bilancio si integra come un dato strutturale alla gestione del Municipio : colmato ogni anno dalla contrazione di mutui, sinchè mutui fu possibile contrarre, e poi occultato, per evitare dichiarazione di dissesto, con manipolazioni del bilancio. La reazione processuale, attualmente in corso, colpisce solo questi espedienti dell’ultima epoca, ma non gli sprechi ed abusi di essa e delle precedenti.

Nel tempo l’adeguatezza dell’azione giudiziaria ha trovato altre condizioni sfavorevoli nella pratica, dalla quale gli Enti non hanno saputo astenersi, del contrarre rapporti di diritto privato con magistrati, anche inquirenti : le locazioni passive insegnano.

Non si può dunque negare che la crisi, permanente, dell’Istituzione Giudiziaria, è stata causa di crisi dell’Amministrazione Municipale, e alla fine della comunità urbana.

Del caso Catania “non si parla” (non ci si arrischia né a parlare né a scrivere) se non per dire (semmai si sia costretti a nominarlo) che esso è chiuso da tempo, o che non è mai nato. Il “caso Catania” è tabù.

Ad erigerlo in tabù – a tabuizzarlo – hanno lavorato costantemente il CSM e il Ministero della Giustizia, le Commissioni Antimafia di più legislature e l’ANM, l’informazione locale e grandi testate nazionali, inchieste come quella di Report sulla città (muta a proposito del Palazzo di Giustizia) e libri come “La Supercasta” di Livaidotti o come la “Storia della mafia” di Lupo, nonché grandi soggetti della società civile, come Libera, seriamente dediti a prevenire ed a spegnere la risonanza di un franco intervento catanese negli Stati Generali dell’Antimafia; e persino la Giustizia, mandando sotto processo, a querela di magistrati della Procura, giornalisti (Travaglio, Giustolisi, Flores) che abbiano rotto il silenzio : per non dire della proprietà di giornali e gruppi di giornali, col suo pretendere dai giornalisti, autori di ineccepibili articoli, ma querelati e rinviati a giudizio come diffamatori, accettazione di querele.

E adesso, in quest’anno 2010, vacante di nuovo il posto di Procuratore della Repubblica, sui fatti del “caso Catania”, avvolti nel silenzio, viene calato, perchè nessuno ne scorga la massa, un sipario figurato, dalle forti vampe cromatiche, come se ne vedono, in piccolo, sui carretti siciliani : arcangelo antimafia, sul destriero rampante, vi campeggia il magistrato Gennaro, e di fronte a lui, incalzati senza remissione, l’infedele e la turba infinita dei suoi dannati accoliti; in toga ed occhiali, emerso dagli inferi, un emissario del maligno, loico e sottile, che infrena la spada ultrice. Senza entrare in una vicenda che è aperta, come tutti sanno, a disparate ricostruzioni, tiriamo sù, energicamente, sino al soffitto, l’impedimento di quella tenda dagli accesi disegni, perchè si offrano alla percezione e al giudizio, nudi, gli avvenimenti e comportamenti dei tre decenni, durante i quali si è consumato, nell’indifferenza di troppi suoi figli, il sacrificio di una insigne città.

Giambattista Scidà

Wikileaks, gli Usa: “Berlusconi danneggia l’Italia” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Wikileaks, gli Usa: “Berlusconi danneggia l’Italia” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Nei nuovi dispacci diplomatici pubblicati in anteprima da L’espresso emerge come gli americani vedono il nostro paese: “Grazie a B. il paese è in declino. Dobbiamo usare il premier italiano”

“Berlusconi danneggia l’Italia”. Parole che non sono dell’opposizione o di qualche giornale di sinistra, ma della diplomazia statunitense. Questa e moltissime altre rivelazioni sono contenute negli oltre quattromila cables di Wikileaks in parte anticipati da L’espresso. Inutile dire che Silvio Berlusconi ne esce a pezzi. “Le continue gaffe e la povertà di linguaggio del premier hanno offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei. E’ chiara la sua volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello Stato e ha una reputazione disgraziatamente comica”. Così l’ex ambasciatore statunitense Ronald Spogli descrive al dipartimento di Stato il presidente del Consiglio italiano. Insomma, secondo gli Usa, il presidente del Consiglio è l’immagine perfetta di un paese in declino: “La sua leadership manca spesso di una visione strategica a lungo termine”. Ma c’è anche di peggio. La debolezza  del Cavaliere permette agli americani di ottenere se non tutto, molto: dall’impiego di più militari in Afghanistan, all’ampliamento delle basi statunitensi sul territorio nazionale.

La politica internazionale del premier è velleitaria e spesso viene fatta con degli annunci estemporanei. “Come quando – prosegue Spogli – pensa di poter impegnarsi con Hezbollah e Hamas, o mediare con la Russia e l’Occidente, stabilire nuovi canali con l’Iran, oppure espandere l’agenda del G8 al di là di ogni riconoscimento”.
Dai cablogrammi emerge anche la realpolitik a stelle e strisce. E’ vero che l’immagine di B, fra scandali, gaffes e manifesta incapacità, sta trascinando l’Italia verso il baratro, ma è altrettanto vero che gli Usa hanno tutto da guadagnare dal loro screditato alleato. In cambio del sostegno al governo di centrodestra gli States chiedono importanti contropartite sul fronte militare. Una collaborazione che ottengono sempre e spesso senza avere nulla in cambio. Ecco cosa scrive Spogli al dipartimento di Stato: “L’Italia ci permetterà di consolidare i progressi fatti faticosamente nei Balcani negli ultimi vent’anni, le loro forze armate continueranno a giocare un ruolo importante nelle operazioni di peacekeeping in Libano e in Afghanistan e, infine, il territorio nazionale sarà strategico per l’Africom”. E il comando statunitense per gli affari africani è strategico per la politica estera a stelle e strisce. Il quartier generale è basato a Stoccarda, ma i caccia bombardieri sono di stanza a Vicenza, nella celebre base militare Dal Molin che gli americani vorrebbero raddoppiare e che ha scatenato le proteste degli abitanti della città veneta.
Non solo la vicentina Camp Ederle è al centro degli interessi Usa. Gli americani chiedono e ottengono importanti concessioni su molte altre basi militari: da Sigonella, ad Aviano fino ad Aversa. Un’altra voce importante riguarda l’impegno militare italiano a Kabul: dall’aumento delle truppe alla modifica delle regole d’ingaggio. Grazie alla disponibilità del ministro della Difesa Ignazio La Russa, Roma decide di mandare ad Herat altri 1200 uomini (e gli americani non si aspettavano più di 500) e soprattutto a cambiare i caveat, le regole nazionali che limitano l’uso della forza nei contesti bellici e di peacekeeping.
Insomma un premier e un governo facilmente manipolabili, sempre pronti ad assecondare i voleri dell’alleato a stelle e strisce. Scrive David Thorne, il capo della diplomazia americana a Roma succeduto a Spogli con l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca: “Dobbiamo assecondare la convinzione di Berlusconi di essere uno statista esperto”.
Come era già emerso in passato, l’unico elemento di preoccupazione per gli americani è il rapporto fra B e Vladimir Putin. Una relazione fra i due leader che aveva fatto chiedere al segretario di Stato Hillary Clinton se esistessero investimenti personali fra i due in grado di orientare la politica energetica dei due paesi.
Al di là della partita energetica, unica fonte di incomprensione fra Roma e Washington, il fatto che gli States facciano il tifo per il Cavaliere perché più facilmente assecondabile agli interessi americani, emerge chiaramente in un cablogramma datato aprile 2008: “Se vince Veltroni la situazione sarà eccellente. Se ritorna Berlusconi sarà molto eccellente”.
Ma le ingerenze degli Usa nella vita italiana non riguardano solo la politica estera e militare. Ad esempio nel 2003 gli States sono preoccupati perché in materia di organismi geneticamente modificati (ogm) il ministro Gianni Alemanno sta seguendo la linea del suo predecessore Paolo De Castro improntata al principio di precauzione che vieta le colture biotech all’aria aperta. Questa decisione avrebbe delle conseguenze negative sull’export delle sementi ogm americane. Ed ecco che l’allora capo della diplomazia Usa a Roma Mel Sembler ha una serie di colloqui con Gianni Letta, Franco Frattini e con lo stesso Berlusconi per fare in modo che il ministro dell’Agricoltura ritiri il suo decreto legge. Ecco cosa scrive l’ex ambasciatore nel suo report al consiglio di Stato: “Siamo molto incoraggiati dalla rapida e apparentemente decisa risposta di Berlusconi e Letta alla manovra dell’ambasciatore. Noi crediamo che loro assicurino un’alta percentuale di probabilità che il decreto Alemanno sia messo da parte. Tuttavia, ci aspettiamo anche che il ministro delle politiche agricole cerchi in altri modi di realizzare la propria visione di un’Italia libera dal biotech”.
I cablogrammi parlano anche degli altri poteri dello Stato. La magistratura è definita “una casta inefficiente e autoreferenziale” mentre grande attenzione viene data al ruolo del presidente della Repubblica e allo scontro sottotraccia fra Berlusconi e il Quirinale. “Gli attacchi a una figura molto rispettata potrebbero essere presi molto male da molti italiani e e determinare più ampie divisioni tra le due istituzioni”.

LEGGE DI PARETO, LEGGE DELLA DOMINAZIONE

Fonte: ComeDonChisciotte – LEGGE DI PARETO, LEGGE DELLA DOMINAZIONE.

DI GILLES BONAFI
gillesbonafi.skyrock.com

Ecco una legge fondamentale spiegata semplicemente e che è al cuore delle mie analisi economiche.

Tutte le organizzazioni sociali dipendono da una legge matematica fondamentale, la legge di Pareto, o, meglio, la legge della dominazione, che prova che in un qualsiasi sistema organizzato, un piccolo numero di persone si impossessa sempre della quasi totalità delle ricchezze a scapito degli altri.

Sul piano matematico, le rendite si ripartiscono così secondo una legge matematica decrescente ad andamento esponenziale. L’economista Moshe Levy spiega che “la legge di Pareto, lontana dall’essere universale e ineluttabile, non sarebbe altro che il modo di funzionamento specifico di una società egocentrica” e che “sono gli effetti stocastici (e non l’intelligenza e il lavoro) della concorrenza che arricchiscono alcuni a svantaggio della maggioranza, conducendo alla distribuzione di Pareto.” (Fonte)

Una società egocentrica dunque (finché si prova a capire il mondo, si finisce invariabilmente per trovarsi all’interno del cervello umano), che ha posizionato la banca al cuore del sistema economico. La riscossione degli interessi, interdetta da tutte le religioni [perché finiscono per ridurre il creditore ad uno schiavo (versetto 275 della seconda sura del Corano per esempio )] è diventata la regola.

Bisogna aggiungere che questa legge possiede un funzionamento frattale, cioè che questo principio si applica in seno al 20 % dei dominanti, etc, etc., e si assiste ad una iper-concentrazione del capitale nelle mani di solo alcuni.

L’economista Michel Chossudovsky ha d’altronde recentemente spiegato : « siamo arrivati a un punto di accumulazione del potere e della ricchezza che è senza precedenti nella storia, in un periodo molto molto breve… In fin dei conti, c’è una concentrazione del potere economico a un punto tale che chi deve prendere decisioni politiche ne è in qualche misura soggetto. Si diventa strumenti del potere economico e c’è nello stesso tempo una centralizzazione di questo potere.”

Una crescita esponenziale del capitale accumulato di cui la controparte è una crescita esponenziale del debito, il che porterà ineluttabilmente all’affondamento di questo sistema, con due esiti possibili :

– una dittatura contro « il migliore dei mondi », ciò che si potrebbe chiamare una démoctature [demodittatura] riassunta da Aldous Huxley. “Uno Stato totalitario davvero ‘efficiente’ sarebbe quello in cui l’onnipotente comitato esecutivo dei capi politici e la loro armata di direttori esercitassero la longa manus su una popolazione di schiavi tanto che sarebbe inutile controbattere, perché questi conserverebbero l’amore della loro servitù”

– una vera democrazia che permetta alla fine la chiarezza, « il cervello collettivo » Tutto il problemta è sapere se noi saremmo capaci di modificare i nostri comportamenti basati sulla predazione, sul tutto all’ego.

La crisi attuale è una crisi di coscienza, una guerra fra l’“Io” (il capitalismo) e il “Noi” (il comunismo).
La terza via sarà quella che terrà conto infine dell’importanza della relazione fra “sé” e gli altri.
Il paradigma materialista alla fine si disintegra e noi dobbiamo cambiare livello di coscienza perché la maniera in cui noi percepiamo il mondo crea il mondo stesso. Ecco la grande rivoluzione della fisica quantistica applicata all’economia.

Titolo originale: “Loi de Pareto, la loi de la domination !”

Fonte: http://gillesbonafi.skyrock.com
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07.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO MUSSOLINO