Archivi del giorno: 20 febbraio 2011

YouTube – BERLUSCONI E LA MAFIA

Più chiaro di così…

Fonte: YouTube – BERLUSCONI E LA MAFIA.

Minacce e tende da sole | Domenico Valter Rizzo | Il Fatto Quotidiano

Solidarietà al giornalista Antonio Condorelli

Fonte: Minacce e tende da sole | Domenico Valter Rizzo | Il Fatto Quotidiano.

A Catania accade che un giornalista per bene come Antonio Condorelli venga prima cacciato dal suo posto di lavoro, poi fatto a pezzi, massacrato con ingiurie, maldicenze, insinuazioni vergognose e episodi inventati di sana pianta. Accade che a far questo siano gli stesi editori che lo hanno chiamato a fondare e a dirigere “Sud” un periodico di giornalismo investigativo. Su quel giornale Condorelli ha scritto cose che non si dovevano scrivere, ha fatto nomi di potenti, non attribuendo loro una generica (e per tanto innocua) accusa, ma pubblicando le carte. Insomma ha fatto il giornalista in una città nella quale quasi nessuno lo fa più da anni. A Catania l’informazione è blindata, controllata in maniera ferrea da un regime monopolista nelle mani di Mario Ciancio Sanfilippo, editore di lungo corso, con vastissimi interessi nei più svariati campi economici e recentemente – come rivelato proprio da Condorelli e da chi scrive, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano – indagato dalla Procura della Repubblica di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa. La stessa imputazione per la quale sempre a Catania è indagato il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Condorelli ha scritto queste ed altre storie, tutte scomode, tutte rigidamente documentate. Lo ha fatto in splendida solitudine, lo ha fatto su Report, ma soprattutto lo ha fatto a Catania, su un foglio catanese. Questo è stato il suo peccato capitale. A Catania infatti, dopo la pulizia etnica che Ciancio ha operato nel 2006 nei confronti della redazione di Telecolor, nessuno ha più osato parlare, scrive e pensare fuori dal coro.

Prima di Sud, per avere notizie sui grandi fatti, sui grandi affari, sull’intreccio tragico tra interessi mafiosi, interessi economici e politica servile, bisognava andare a leggere quello che scrivevano, con i tempi e gli spazi dei giornali nazionali, testate come l’Unità, Il Corriere della Sera o Il Fatto Quotidiano. La stampa catanese come sempre taceva, guardava dall’altra parte oppure mistificava la realtà.

Oggi dopo la cacciata di Condorelli molti in Italia gli hanno espresso solidarietà, ma la città tace. Tace la politica, con qualche rarissima eccezione (la Sel e Rifondazione), tace la società civile, anche quella che nei convegni si straccia le vesti in difesa della legalità, tacciono i cosiddetti antimafiosi duri e puri. Tacciono i sindacati. L’Assostampa ieri ha però fatto sentire la sua autorevole voce. Ha diffuso alle agenzie un comunicato a firma del segretario provinciale, Maria Ausilia Boemi. Ve lo sottopongo senza alcun commento: “Cari colleghi, è con piacere che vi annunciamo una nuova convenzione stipulata dall’Assostampa provinciale di Catania. Negozio (Omississ) Categoria merceologica: tende da sole, arredo bagno. Sconto: 30% su tende da sole; 20% su zanzariere e avvolgibili; 40% su arredo bagno (non si applica su box doccia in cristallo). Forme di pagamento: cash e assegni bancari. Ovviamente, per usufruire di questi sconti e di tutte le altre convenzioni stipulate dall’Assostampa provinciale e regionale e dalla Fnsi, occorre essere iscritti al sindacato dei giornalisti, in regola con i pagamenti annuali ed esibire la relativa tessera (che non è il tesserino dell’Ordine). Potete controllare tutte le convenzioni vigenti sul sito http://www.assostampasicilia.it cliccando sul relativo link ‘Convenzioni’. Grazie a tutti“.

Antimafia Duemila – Minacce mafiose e intimidazioni al giornalista Antonio Condorelli

Fonte: Antimafia Duemila – Minacce mafiose e intimidazioni al giornalista Antonio Condorelli.

Un giornalista che fa bene il proprio mestiere nel nostro Paese è spesso sottoposto ad attacchi feroci, sovente basati su menzogne e mistificazioni.

Questo è grave in qualunque parte del Paese avvenga, assume però una valenza inquietante e drammatica quando accade in terra di mafia e quando a essere oggetto di attacchi di tal fatta è un giornalista come Antonio Condorelli, che ha già subito pesanti minacce mafiose, al punto da indurre il Prefetto ad assegnargli una forma di tutela da parte delle forze dell’ordine.
Quello che sta avvenendo a Catania contro Antonio Condorelli, finito al centro di una campagna mediatica orchestrata dai suoi ex editori, assume le caratteristiche di una vera intimidazione che mira non solo a delegittimarlo, infangando la sua storia personale e professionale, ma soprattutto a isolarlo, esponendolo così a rischi altissimi. Condorelli ha avuto come unico limite il non aver abbassato il capo, come sovente accade a molti che fanno informazione a Catania, davanti a quella torbida lobby che per anni hanno affossato la città’ nel fango e soffocato le sue speranze.
Oggi è fatto segno di attacchi violenti, affermazioni apodittiche prive del seppur minimo fondamento, che lo dipingono come un personaggio ambiguo dai comportamenti poco chiari. Abbiamo già visto molti anni fa questo sistema di delegittimazione all’opera attorno all’assassinio mafioso di Giuseppe Fava. Un metodo riproposto in maniera agghiacciante. Ascoltiamo insinuazioni, menzogne, per distruggere un giornalista scomodo e pericoloso per un sistema che vede a Catania immutato l’intreccio scelerato tra mafia, massoneria, pezzi dell’economia, della politica, editoria e persino elementi delle istituzioni. Condorelli ha denunciato tutto questo con le carte alla mano, seguendo sempre un metodo rigorosissimo, che onora la professione. Antonio è stato, tra l’altro, coautore dell’inchiesta di Report che ha sviscerato il “sistema Catania” e, dalle pagine di Sud (fino alle sue recentissime dimissioni) e del Fatto Quotidiano ha continuato a  fare giornalismo d’inchiesta, scrivendo quello che nessun’altra testata siciliana ha avuto il coraggio di scrivere. Per tutto questo siamo vicini ad Antonio Condorelli e non lo lasceremo solo.
Primi firmatari
Sigfrido Ranucci (Report/Rai Tre), Domenico Valter Rizzo (Chi l’Ha Visto/Rai Tre), Giuseppe La Venia (La Vita in Diretta/Rai Uno), Filippo Barone (Annozero/Rai Due), Sabrina Provenzani  (Annozero/Rai Due), Roberto Pozzan (Annozero/Raidue), Giusy Arena (giornalista e scrittrice), Alfio Sciacca (Il Corriere della Sera), Stefano Corradino (Direttore Articolo 21), Giuseppe Giulietti (Portavoce Articolo 21), Don Luigi Ciotti (presidente nazionale di Libera), Enza Rando (componente ufficio di presidenza nazionale di Libera), Roberto Morrione (presidente nazionale di Libera Informazione).

Tratto da: liberainformazione.org

Petizione Articolo21: articolo21.org

La Redazione di ANTIMAFIADuemila aderisce alla solidarietà a favore di Antonio Condorelli

Savoia a bolletta salvato dai Rothschild

Fonte: Savoia a bolletta salvato dai Rothschild.

LE BANCHE dei  “Fratelli” d’Italia stretti a “coorte”
Tratto da www.cronologia.it/mondo28s.htm

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima: è soltanto una truffa, una grande truffa. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L’anno dell’unità d’Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata.
L’interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l’emissione di carta moneta veniva fatta solo dal piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch’essa una riserva d’oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d’oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l’emissione incontrollata che se ne fece.

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia. Avvenuta l’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell’oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell’oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d’Italia risultò non avere parte di quell’oro nella sua riserva.

Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l’occasione, che erano socie (!) della Banca d’Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.
Le ruberie operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro.
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata. Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).

Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all’oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d’Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell’attuale Banca d’Italia sono possedute da varie Casse di Risparmio, da Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d’Italia dovrebbe vigilare.
Da tutto questo potete facilmente capire in mano a chi siamo e che, dato che la Banca d’Italia ha un immenso potere finanziario e politico…..

qualsiasi governo in Italia conta come il due di briscola. (*)

Antonio Pagano

(*) Questo spiega, perché quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d’Italia (Da Carli – (che a un certo momento va ad assumere la presidenza della Confindustria) fino a Ciampi). Cioè con i “santi” al vertice delle autorità monetarie e di governo

Un’internazionale antimafia

Fonte: Antimafia Duemila – Un’internazionale antimafia.

di Nicola Tranfaglia – 18 febbraio 2011
Uno scrittore italiano, che oggi definiremmo di centrodestra e che, durante la dittatura fascista, mantenne una posizione dura contro la sinistra e benevola con gli altri, Giuseppe Prezzolini, fondatore e direttore della rivista La Voce che raccolse intorno a sé alcuni tra i grandi e piccoli intellettuali del tempo, scrisse nel 1910, pressappoco un secolo fa, parole che a me sembrano adeguate ai tempi di oggi: “La democrazia presente non contenta più gli onesti.

Essa non rappresenta ormai che un abbassamento di ogni limite, per far credere di aver innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l’interesse dei più avidi e più prepotenti. Da per tutto è lo stesso fenomeno. Si veda, ad esempio, nel campo degli studi, la minore severità di criteri intellettuali… La severità per il minimo necessario di coerenza e di onestà in politica è pure decresciuta. Nelle elezioni trionfa il danaro, il favore, l’imbroglio; ma non accettare tali mezzi è considerato come ingenuità imperdonabile… Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal Parlamento il triste spettacolo si ripercuote nel Paese. Ogni partito è scisso… Tutto si frantuma”.

Parole valide per il passato ma, a quanto pare anche per il futuro, e dette da uno scrittore molto moderato e naturalmente vicino alla destra e non alla sinistra, per chi dia importanza a queste etichette in campo storico e letterario. Questo, dopo un secolo di storia, è dunque l’interrogativo che dobbiamo porci oggi, nel 2011, e che il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia con lo storico Carlo Marino dell’Università di Enna, ci pongono in un libro che uscirà la settimana prossima, edito da Bompiani, e che vorrei tanto che i giovani leggessero perché si stanno affacciando al lavoro e alla propria vita. I due saggi che compongono il volume Manifesto per un’Internazionale Antimafia (Bompiani editore, pp. 415, 22 euro) disegnano con chiarezza qual è il problema che abbiamo oggi di fronte nell’Italia di Berlusconi e del suo populismo autoritario.

Forniamo ai lettori alcuni dati impressionanti sul peso economico delle mafie nel mondo. “Secondo le stime della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale – scrive Carlo Marino nel suo ampio saggio – l’economia sommersa ha raggiunto già nel 2001, dieci anni fa, il 20-25 per cento del Pil globale, mentre si stima che le transazioni finanziarie legate al riciclaggio si attestino oggi al livello impressionante tra il 2 e il 5 per cento del Pil globale, circa 1,5 milioni di miliardi di dollari”. Quanto al potere attuale delle mafie (parliamo, come nel libro di Marino e Ingroia, delle associazioni mafiose Cosa nostra siciliana, ’Ndrangheta calabrese, Camorra campana, Sacra corona unita pugliese, e di tutte le loro diramazioni internazionali citate da Antonio Forgione, ex presidente della commissione Antimafia durante il secondo governo Prodi).

Ma, prima di concludere l’articolo, vorrei ricordare quel che dice con grande chiarezza il procuratore aggiunto della Procura di Palermo, Antonio Ingroia, che è autore del secondo saggio di questo libro: “A vent’anni dalle strage di Capaci (Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta) il 19 maggio 1992 e di via D’Amelio (Paolo Borsellino e la sua scorta) nel luglio 1992, due mesi dopo, è maturata la nuova fase evolutiva della mafia, entrata in un processo di spiccata finanziarizzazione. Il che reca con sé almeno due conseguenze. In primo luogo, la “delocalizzazione” di Cosa nostra (e delle altre organizzazioni mafiose), non più padrona assoluta del territorio, comporta una sua maggiore mobilità sul territorio nazionale e internazionale, una sua maggiore competitività sui mercati illeciti internazionali. È la consapevolezza di ciò che ha probabilmente ispirato i più recenti progetti della direzione strategica di Cosa nostra di riaprire i canali di collegamento Oltreoceano, soprattutto con la mafia italo-americana, per cercare di riconquistare un ruolo di protagonista nei grandi traffici illeciti, oggi saldamente in mano alla ‘Ndrangheta calabrese. In secondo luogo, il diminuire complessivo delle entrate degli ultimi anni ha fatto sì che nell’economia mafiosa abbia acquisito sempre maggior peso il ruolo dei “colletti bianchi”, quel ceto di professionisti della finanza, di consulenti del riciclaggio, dai quali dipende la buona riuscita del reimpiego degli investimenti e del denaro sporco introitato dalla mafia negli anni d’oro della grande accumulazione illecita soprattutto proveniente dai traffici di stupefacenti, quando la mafia vi aveva un ruolo leader a livello mondiale”.

E l’appello dei due autori per un’iniziativa culturale che può avere successo soltanto se ha il sostegno dell’opinione pubblica nazionale e internazionale: “Un sistema mafioso sempre più internazionale può essere fronteggiato soltanto con un movimento antimafia internazionale, un movimento antimafia che si traduca in iniziative internazionali per ottenere dalle Istituzioni internazionali precisi impegni e atti concreti. Un’antimafia internazionale che, prima ancora che istituzionale, sia sociale”. Escludiamo l’Italia che è nelle condizioni peggiori per farlo, e l’Europa che, precisa Marino, è piuttosto un’araba fenice. E allora? Almeno discutiamone e poi si vedrà.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

Caso Catania: il memoriale di Scida’

Fonte: Antimafia Duemila – Caso Catania: il memoriale di Scida’.

NOTA EDITORIALE di Riccardo Orioles – 19 febbraio 2011
Questo documentoil promemoria del Giudice Giambattista Scidà, Presidente Emerito del Tribunale dei Minori e protagonista prestigiosissimo, da oltre un quarto di secolo, dell’antimafia a Catania – è uno strumento indispensabile per la comprensione di almeno una delle possibili interpretazioni del “caso Catania”, di cui la stampa ufficiale non ritiene di dovere dar conto al lettore. Di che si tratta?

La città di Catania, tormentata da un sistema politico-mafioso fra i più potenti d’Italia, non ha mai potuto contare, in tutti questi anni, su un impegno giudiziario anche lontanamente paragonabile a quello del pool palermitano. Non è storia di oggi ma degli anni Ottanta (mancate indagini sull’omicidio Fava), Novanta (enucleazione delle responsabilità imprenditoriali), Duemila (privatizzazione della città da parte dei monopoli). L’inquietudine della società civile si accresce ora, e trova forse un’ “ultima goccia” decisiva, nella pubblicazione di un documento che ritrae insieme un boss mafioso e il principale candidato a una carica importantissima nel Palazzo: compresenza, per quanto auspicabilmente priva di significati penali, che non aumenta certo la fiducia dei cittadini nel Palazzo.

Il nostro mestiere di giornalisti ci impone di accertare e diffondere una notizia che non può essere negata all’opinione pubblica. Non certo per avversioni o simpatie personali o per volere schierarsi nelle faide che, disgraziatamente, consumano in questi tempi non solo la classe politica, ma parte della giustizia siciliana. Ma perché non è in nostro potere di privare i lettori del loro diritto alla verità.

Il nostro non è prevalentemente, come si dice oggigiorno, “giornalismo investigativo” (non lo fu quello di Giuseppe Fava), né corre dietro agli scoop; per noi l’investigazione è solo una parte di un processo complesso di ricostruzione e racconto della realtà che al centro ha la cultura e la società.

La nostra verità, insomma, non si estrinseca mai in un “viva questo e abbasso quello”, non grida, non cerca facili notorietà; ma cerca di rappresentare al lettore un quadro il più possibile fedele e veritiero di un mondo che, come i veri giornalisti sanno, è articolato e difficile e non si lascia rinchiudere in facili ovvietà.

* * *

Questo modo di pensare, in questo momento , non è molto popolare. Le idee del giudice Scidà non sono state contestate, sulla stampa ufficiale, ma aggredite. Ultimamente l’attacco ha raggiunto (sempre attentamente guardandosi dall’affrontare in qualsiasi modo la descrizione dei fatti) forme odiose e personali e se n’è resa responsabile, nell’edizione locale, “Repubblica”.

Il che apparrebbe incongruo, pensando all’impegno civile di cui questa testata ha sempre dato prova a Palermo e sul piano nazionale. Ma non lo è, purtroppo, se si considera il ruolo che questo giornale (o meglio, il suo editore) ha sempre avuto a Catania. Aperta alleanza con Ciancio, silenzio sugli affari, autocensura dei contenuti (fino a poco tempo fa si evitava di distribuire la cronaca) in ossequio all’alleato. E questo non per scelte “ideologiche” o culturali, ma banalmente per la comunanza d’affari col piccolo Berlusconi catanese.

Hanno questi interessi un ruolo nell’attacco personale e violento a Scidà, nella difesa dunque del Sistema catanese qui ed ora? Non lo sappiamo. Ma, non essendo affatto arbitrario né privo di connessioni con schieramente vecchi e nuovi, è un dubbio che dobbiamo consegnare – con tutto il resto – al lettore.

Al quale, per l’ennesima volta, forniamo dunque non la Verità rivelata o lo scoop maiuscolo ma, più semplicemente, un utile strumento di lavoro. Questo è sempre stato il nostro principio e il nostro stile e questo, sommessamente, intendiamo mantenere.

Riccardo Orioles

Visita: ucuntu.org

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Lo Stato pusher | Luigi D’Elia e Nicola Piccinini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Lo Stato pusher | Luigi D’Elia e Nicola Piccinini | Il Fatto Quotidiano.

I nostri attuali stili di vita appaiono sempre più come un passare continuo da un’ambientazione dipendente a un’altra: dal lavoro allo shopping, dal pc alla tv, dalle relazioni al cibo, tutto il nostro tempo oggi sembra ipercodificato da una sorta di codice a barre sul quale, decriptato, troviamo scritto “godi, usa e getta, velocemente, e soprattutto non soffermarti”. Un passare così vorticoso da non consentire nemmeno per un attimo di rimanere da soli con se stessi, con le proprie emozioni, i propri pensieri, divenuti all’improvviso terribilmente minacciosi e pericolosi. Sembrerebbe proprio che lo scopo dei nostri stili di vita sia quello di evitare il contatto con sé, il mondo interno, l’intimità, ma anche il contatto autentico con l’altro, con gli altri.

Su questo terreno comune di “normale” alienazione, proliferano in maniera epidemica nuove forme di disagio psicologico, o forse dovremmo dire vecchissime forme di patimento che si sono dovute giocoforza aggiornare alle nuove condizioni di vita. Pensiamo alle fenomenologie ansiose e depressive, ma pensiamo anche e soprattutto alla preoccupante impennata delle nuove “addictions” legate al gioco d’azzardo compulsivo (Gambling), le ludopatie da poker, slot videopoker, lotterie, assieme ad altre innumerevoli forme “tecnologizzate” di dipendenza (internet, telefonino, tv, videogiochi), problematiche queste gravissime che possono colpire trasversalmente, diremmo democraticamente, ognuno di noi senza distinzione di sorta, proprio perché sono forme di sofferenza del tutto contigue/confuse con i più comuni stili di vita e quindi facilmente mimetizzati con essi, e perciò difficilmente riconoscibili come “problemi”, almeno inizialmente. La gravità di queste psicopatologie non consiste solo nell’invalidare la vita personale degli individui, inchiodati alla ripetizione di azioni e pensieri totalizzanti, ma di travolgere le persone care e vicine nel tracollo economico che producono.

Ma cosa c’entra lo Stato? C’entra eccome visto che su queste problematiche così comuni specula e di fatto impone una sorta di tassazione su base psicopatologica incentivando sempre più il comportamento di azzardo. Prendiamo ad esempio l’ultima geniale trovata del 10 e Lotto, dove ci sono estrazioni ogni 5 minuti e tutto sembra congegnato per costruire una patologia compulsiva. Ma questa è solo l’ultima trovata di una serie infinita di invenzioni incentivanti la dipendenza: moltiplicazione di estrazioni, lotterie, gratta e vinci, diffusione capillare di videopoker, poker online, bische, sale giochi, facilitazioni per le puntate.

Una folle escalation di giocate di anno in anno (guarda i dati) che pare non porre alcuno scrupolo etico o sanitario ai responsabili, a tutti i livelli, visti gli interessi economici in ballo e visto che un anno di giochi vale come due scudi fiscali.

Da psicologi e da cittadini ci domandiamo se tutto questo ha senso e dove ci porterà. Può l’interesse economico essere sovraordinato rispetto alla salute dei cittadini? E quando esiste un conflitto tra questi due interessi quale deve prevalere? Può lo Stato comportarsi come uno spacciatore?

di Luigi D’Elia