Archivi del giorno: 20 febbraio 2011

YouTube – BERLUSCONI E LA MAFIA

Più chiaro di così…

Fonte: YouTube – BERLUSCONI E LA MAFIA.

Minacce e tende da sole | Domenico Valter Rizzo | Il Fatto Quotidiano

Solidarietà al giornalista Antonio Condorelli

Fonte: Minacce e tende da sole | Domenico Valter Rizzo | Il Fatto Quotidiano.

A Catania accade che un giornalista per bene come Antonio Condorelli venga prima cacciato dal suo posto di lavoro, poi fatto a pezzi, massacrato con ingiurie, maldicenze, insinuazioni vergognose e episodi inventati di sana pianta. Accade che a far questo siano gli stesi editori che lo hanno chiamato a fondare e a dirigere “Sud” un periodico di giornalismo investigativo. Su quel giornale Condorelli ha scritto cose che non si dovevano scrivere, ha fatto nomi di potenti, non attribuendo loro una generica (e per tanto innocua) accusa, ma pubblicando le carte. Insomma ha fatto il giornalista in una città nella quale quasi nessuno lo fa più da anni. A Catania l’informazione è blindata, controllata in maniera ferrea da un regime monopolista nelle mani di Mario Ciancio Sanfilippo, editore di lungo corso, con vastissimi interessi nei più svariati campi economici e recentemente – come rivelato proprio da Condorelli e da chi scrive, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano – indagato dalla Procura della Repubblica di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa. La stessa imputazione per la quale sempre a Catania è indagato il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Condorelli ha scritto queste ed altre storie, tutte scomode, tutte rigidamente documentate. Lo ha fatto in splendida solitudine, lo ha fatto su Report, ma soprattutto lo ha fatto a Catania, su un foglio catanese. Questo è stato il suo peccato capitale. A Catania infatti, dopo la pulizia etnica che Ciancio ha operato nel 2006 nei confronti della redazione di Telecolor, nessuno ha più osato parlare, scrive e pensare fuori dal coro.

Prima di Sud, per avere notizie sui grandi fatti, sui grandi affari, sull’intreccio tragico tra interessi mafiosi, interessi economici e politica servile, bisognava andare a leggere quello che scrivevano, con i tempi e gli spazi dei giornali nazionali, testate come l’Unità, Il Corriere della Sera o Il Fatto Quotidiano. La stampa catanese come sempre taceva, guardava dall’altra parte oppure mistificava la realtà.

Oggi dopo la cacciata di Condorelli molti in Italia gli hanno espresso solidarietà, ma la città tace. Tace la politica, con qualche rarissima eccezione (la Sel e Rifondazione), tace la società civile, anche quella che nei convegni si straccia le vesti in difesa della legalità, tacciono i cosiddetti antimafiosi duri e puri. Tacciono i sindacati. L’Assostampa ieri ha però fatto sentire la sua autorevole voce. Ha diffuso alle agenzie un comunicato a firma del segretario provinciale, Maria Ausilia Boemi. Ve lo sottopongo senza alcun commento: “Cari colleghi, è con piacere che vi annunciamo una nuova convenzione stipulata dall’Assostampa provinciale di Catania. Negozio (Omississ) Categoria merceologica: tende da sole, arredo bagno. Sconto: 30% su tende da sole; 20% su zanzariere e avvolgibili; 40% su arredo bagno (non si applica su box doccia in cristallo). Forme di pagamento: cash e assegni bancari. Ovviamente, per usufruire di questi sconti e di tutte le altre convenzioni stipulate dall’Assostampa provinciale e regionale e dalla Fnsi, occorre essere iscritti al sindacato dei giornalisti, in regola con i pagamenti annuali ed esibire la relativa tessera (che non è il tesserino dell’Ordine). Potete controllare tutte le convenzioni vigenti sul sito http://www.assostampasicilia.it cliccando sul relativo link ‘Convenzioni’. Grazie a tutti“.

Antimafia Duemila – Minacce mafiose e intimidazioni al giornalista Antonio Condorelli

Fonte: Antimafia Duemila – Minacce mafiose e intimidazioni al giornalista Antonio Condorelli.

Un giornalista che fa bene il proprio mestiere nel nostro Paese è spesso sottoposto ad attacchi feroci, sovente basati su menzogne e mistificazioni.

Questo è grave in qualunque parte del Paese avvenga, assume però una valenza inquietante e drammatica quando accade in terra di mafia e quando a essere oggetto di attacchi di tal fatta è un giornalista come Antonio Condorelli, che ha già subito pesanti minacce mafiose, al punto da indurre il Prefetto ad assegnargli una forma di tutela da parte delle forze dell’ordine.
Quello che sta avvenendo a Catania contro Antonio Condorelli, finito al centro di una campagna mediatica orchestrata dai suoi ex editori, assume le caratteristiche di una vera intimidazione che mira non solo a delegittimarlo, infangando la sua storia personale e professionale, ma soprattutto a isolarlo, esponendolo così a rischi altissimi. Condorelli ha avuto come unico limite il non aver abbassato il capo, come sovente accade a molti che fanno informazione a Catania, davanti a quella torbida lobby che per anni hanno affossato la città’ nel fango e soffocato le sue speranze.
Oggi è fatto segno di attacchi violenti, affermazioni apodittiche prive del seppur minimo fondamento, che lo dipingono come un personaggio ambiguo dai comportamenti poco chiari. Abbiamo già visto molti anni fa questo sistema di delegittimazione all’opera attorno all’assassinio mafioso di Giuseppe Fava. Un metodo riproposto in maniera agghiacciante. Ascoltiamo insinuazioni, menzogne, per distruggere un giornalista scomodo e pericoloso per un sistema che vede a Catania immutato l’intreccio scelerato tra mafia, massoneria, pezzi dell’economia, della politica, editoria e persino elementi delle istituzioni. Condorelli ha denunciato tutto questo con le carte alla mano, seguendo sempre un metodo rigorosissimo, che onora la professione. Antonio è stato, tra l’altro, coautore dell’inchiesta di Report che ha sviscerato il “sistema Catania” e, dalle pagine di Sud (fino alle sue recentissime dimissioni) e del Fatto Quotidiano ha continuato a  fare giornalismo d’inchiesta, scrivendo quello che nessun’altra testata siciliana ha avuto il coraggio di scrivere. Per tutto questo siamo vicini ad Antonio Condorelli e non lo lasceremo solo.
Primi firmatari
Sigfrido Ranucci (Report/Rai Tre), Domenico Valter Rizzo (Chi l’Ha Visto/Rai Tre), Giuseppe La Venia (La Vita in Diretta/Rai Uno), Filippo Barone (Annozero/Rai Due), Sabrina Provenzani  (Annozero/Rai Due), Roberto Pozzan (Annozero/Raidue), Giusy Arena (giornalista e scrittrice), Alfio Sciacca (Il Corriere della Sera), Stefano Corradino (Direttore Articolo 21), Giuseppe Giulietti (Portavoce Articolo 21), Don Luigi Ciotti (presidente nazionale di Libera), Enza Rando (componente ufficio di presidenza nazionale di Libera), Roberto Morrione (presidente nazionale di Libera Informazione).

Tratto da: liberainformazione.org

Petizione Articolo21: articolo21.org

La Redazione di ANTIMAFIADuemila aderisce alla solidarietà a favore di Antonio Condorelli

Savoia a bolletta salvato dai Rothschild

Fonte: Savoia a bolletta salvato dai Rothschild.

LE BANCHE dei  “Fratelli” d’Italia stretti a “coorte”
Tratto da www.cronologia.it/mondo28s.htm

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima: è soltanto una truffa, una grande truffa. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L’anno dell’unità d’Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata.
L’interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l’emissione di carta moneta veniva fatta solo dal piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch’essa una riserva d’oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d’oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l’emissione incontrollata che se ne fece.

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia. Avvenuta l’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell’oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell’oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d’Italia risultò non avere parte di quell’oro nella sua riserva.

Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l’occasione, che erano socie (!) della Banca d’Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.
Le ruberie operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro.
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata. Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).

Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all’oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d’Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell’attuale Banca d’Italia sono possedute da varie Casse di Risparmio, da Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d’Italia dovrebbe vigilare.
Da tutto questo potete facilmente capire in mano a chi siamo e che, dato che la Banca d’Italia ha un immenso potere finanziario e politico…..

qualsiasi governo in Italia conta come il due di briscola. (*)

Antonio Pagano

(*) Questo spiega, perché quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d’Italia (Da Carli – (che a un certo momento va ad assumere la presidenza della Confindustria) fino a Ciampi). Cioè con i “santi” al vertice delle autorità monetarie e di governo

Un’internazionale antimafia

Fonte: Antimafia Duemila – Un’internazionale antimafia.

di Nicola Tranfaglia – 18 febbraio 2011
Uno scrittore italiano, che oggi definiremmo di centrodestra e che, durante la dittatura fascista, mantenne una posizione dura contro la sinistra e benevola con gli altri, Giuseppe Prezzolini, fondatore e direttore della rivista La Voce che raccolse intorno a sé alcuni tra i grandi e piccoli intellettuali del tempo, scrisse nel 1910, pressappoco un secolo fa, parole che a me sembrano adeguate ai tempi di oggi: “La democrazia presente non contenta più gli onesti.

Essa non rappresenta ormai che un abbassamento di ogni limite, per far credere di aver innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l’interesse dei più avidi e più prepotenti. Da per tutto è lo stesso fenomeno. Si veda, ad esempio, nel campo degli studi, la minore severità di criteri intellettuali… La severità per il minimo necessario di coerenza e di onestà in politica è pure decresciuta. Nelle elezioni trionfa il danaro, il favore, l’imbroglio; ma non accettare tali mezzi è considerato come ingenuità imperdonabile… Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal Parlamento il triste spettacolo si ripercuote nel Paese. Ogni partito è scisso… Tutto si frantuma”.

Parole valide per il passato ma, a quanto pare anche per il futuro, e dette da uno scrittore molto moderato e naturalmente vicino alla destra e non alla sinistra, per chi dia importanza a queste etichette in campo storico e letterario. Questo, dopo un secolo di storia, è dunque l’interrogativo che dobbiamo porci oggi, nel 2011, e che il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia con lo storico Carlo Marino dell’Università di Enna, ci pongono in un libro che uscirà la settimana prossima, edito da Bompiani, e che vorrei tanto che i giovani leggessero perché si stanno affacciando al lavoro e alla propria vita. I due saggi che compongono il volume Manifesto per un’Internazionale Antimafia (Bompiani editore, pp. 415, 22 euro) disegnano con chiarezza qual è il problema che abbiamo oggi di fronte nell’Italia di Berlusconi e del suo populismo autoritario.

Forniamo ai lettori alcuni dati impressionanti sul peso economico delle mafie nel mondo. “Secondo le stime della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale – scrive Carlo Marino nel suo ampio saggio – l’economia sommersa ha raggiunto già nel 2001, dieci anni fa, il 20-25 per cento del Pil globale, mentre si stima che le transazioni finanziarie legate al riciclaggio si attestino oggi al livello impressionante tra il 2 e il 5 per cento del Pil globale, circa 1,5 milioni di miliardi di dollari”. Quanto al potere attuale delle mafie (parliamo, come nel libro di Marino e Ingroia, delle associazioni mafiose Cosa nostra siciliana, ’Ndrangheta calabrese, Camorra campana, Sacra corona unita pugliese, e di tutte le loro diramazioni internazionali citate da Antonio Forgione, ex presidente della commissione Antimafia durante il secondo governo Prodi).

Ma, prima di concludere l’articolo, vorrei ricordare quel che dice con grande chiarezza il procuratore aggiunto della Procura di Palermo, Antonio Ingroia, che è autore del secondo saggio di questo libro: “A vent’anni dalle strage di Capaci (Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta) il 19 maggio 1992 e di via D’Amelio (Paolo Borsellino e la sua scorta) nel luglio 1992, due mesi dopo, è maturata la nuova fase evolutiva della mafia, entrata in un processo di spiccata finanziarizzazione. Il che reca con sé almeno due conseguenze. In primo luogo, la “delocalizzazione” di Cosa nostra (e delle altre organizzazioni mafiose), non più padrona assoluta del territorio, comporta una sua maggiore mobilità sul territorio nazionale e internazionale, una sua maggiore competitività sui mercati illeciti internazionali. È la consapevolezza di ciò che ha probabilmente ispirato i più recenti progetti della direzione strategica di Cosa nostra di riaprire i canali di collegamento Oltreoceano, soprattutto con la mafia italo-americana, per cercare di riconquistare un ruolo di protagonista nei grandi traffici illeciti, oggi saldamente in mano alla ‘Ndrangheta calabrese. In secondo luogo, il diminuire complessivo delle entrate degli ultimi anni ha fatto sì che nell’economia mafiosa abbia acquisito sempre maggior peso il ruolo dei “colletti bianchi”, quel ceto di professionisti della finanza, di consulenti del riciclaggio, dai quali dipende la buona riuscita del reimpiego degli investimenti e del denaro sporco introitato dalla mafia negli anni d’oro della grande accumulazione illecita soprattutto proveniente dai traffici di stupefacenti, quando la mafia vi aveva un ruolo leader a livello mondiale”.

E l’appello dei due autori per un’iniziativa culturale che può avere successo soltanto se ha il sostegno dell’opinione pubblica nazionale e internazionale: “Un sistema mafioso sempre più internazionale può essere fronteggiato soltanto con un movimento antimafia internazionale, un movimento antimafia che si traduca in iniziative internazionali per ottenere dalle Istituzioni internazionali precisi impegni e atti concreti. Un’antimafia internazionale che, prima ancora che istituzionale, sia sociale”. Escludiamo l’Italia che è nelle condizioni peggiori per farlo, e l’Europa che, precisa Marino, è piuttosto un’araba fenice. E allora? Almeno discutiamone e poi si vedrà.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

Caso Catania: il memoriale di Scida’

Fonte: Antimafia Duemila – Caso Catania: il memoriale di Scida’.

NOTA EDITORIALE di Riccardo Orioles – 19 febbraio 2011
Questo documentoil promemoria del Giudice Giambattista Scidà, Presidente Emerito del Tribunale dei Minori e protagonista prestigiosissimo, da oltre un quarto di secolo, dell’antimafia a Catania – è uno strumento indispensabile per la comprensione di almeno una delle possibili interpretazioni del “caso Catania”, di cui la stampa ufficiale non ritiene di dovere dar conto al lettore. Di che si tratta?

La città di Catania, tormentata da un sistema politico-mafioso fra i più potenti d’Italia, non ha mai potuto contare, in tutti questi anni, su un impegno giudiziario anche lontanamente paragonabile a quello del pool palermitano. Non è storia di oggi ma degli anni Ottanta (mancate indagini sull’omicidio Fava), Novanta (enucleazione delle responsabilità imprenditoriali), Duemila (privatizzazione della città da parte dei monopoli). L’inquietudine della società civile si accresce ora, e trova forse un’ “ultima goccia” decisiva, nella pubblicazione di un documento che ritrae insieme un boss mafioso e il principale candidato a una carica importantissima nel Palazzo: compresenza, per quanto auspicabilmente priva di significati penali, che non aumenta certo la fiducia dei cittadini nel Palazzo.

Il nostro mestiere di giornalisti ci impone di accertare e diffondere una notizia che non può essere negata all’opinione pubblica. Non certo per avversioni o simpatie personali o per volere schierarsi nelle faide che, disgraziatamente, consumano in questi tempi non solo la classe politica, ma parte della giustizia siciliana. Ma perché non è in nostro potere di privare i lettori del loro diritto alla verità.

Il nostro non è prevalentemente, come si dice oggigiorno, “giornalismo investigativo” (non lo fu quello di Giuseppe Fava), né corre dietro agli scoop; per noi l’investigazione è solo una parte di un processo complesso di ricostruzione e racconto della realtà che al centro ha la cultura e la società.

La nostra verità, insomma, non si estrinseca mai in un “viva questo e abbasso quello”, non grida, non cerca facili notorietà; ma cerca di rappresentare al lettore un quadro il più possibile fedele e veritiero di un mondo che, come i veri giornalisti sanno, è articolato e difficile e non si lascia rinchiudere in facili ovvietà.

* * *

Questo modo di pensare, in questo momento , non è molto popolare. Le idee del giudice Scidà non sono state contestate, sulla stampa ufficiale, ma aggredite. Ultimamente l’attacco ha raggiunto (sempre attentamente guardandosi dall’affrontare in qualsiasi modo la descrizione dei fatti) forme odiose e personali e se n’è resa responsabile, nell’edizione locale, “Repubblica”.

Il che apparrebbe incongruo, pensando all’impegno civile di cui questa testata ha sempre dato prova a Palermo e sul piano nazionale. Ma non lo è, purtroppo, se si considera il ruolo che questo giornale (o meglio, il suo editore) ha sempre avuto a Catania. Aperta alleanza con Ciancio, silenzio sugli affari, autocensura dei contenuti (fino a poco tempo fa si evitava di distribuire la cronaca) in ossequio all’alleato. E questo non per scelte “ideologiche” o culturali, ma banalmente per la comunanza d’affari col piccolo Berlusconi catanese.

Hanno questi interessi un ruolo nell’attacco personale e violento a Scidà, nella difesa dunque del Sistema catanese qui ed ora? Non lo sappiamo. Ma, non essendo affatto arbitrario né privo di connessioni con schieramente vecchi e nuovi, è un dubbio che dobbiamo consegnare – con tutto il resto – al lettore.

Al quale, per l’ennesima volta, forniamo dunque non la Verità rivelata o lo scoop maiuscolo ma, più semplicemente, un utile strumento di lavoro. Questo è sempre stato il nostro principio e il nostro stile e questo, sommessamente, intendiamo mantenere.

Riccardo Orioles

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Lo Stato pusher | Luigi D’Elia e Nicola Piccinini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Lo Stato pusher | Luigi D’Elia e Nicola Piccinini | Il Fatto Quotidiano.

I nostri attuali stili di vita appaiono sempre più come un passare continuo da un’ambientazione dipendente a un’altra: dal lavoro allo shopping, dal pc alla tv, dalle relazioni al cibo, tutto il nostro tempo oggi sembra ipercodificato da una sorta di codice a barre sul quale, decriptato, troviamo scritto “godi, usa e getta, velocemente, e soprattutto non soffermarti”. Un passare così vorticoso da non consentire nemmeno per un attimo di rimanere da soli con se stessi, con le proprie emozioni, i propri pensieri, divenuti all’improvviso terribilmente minacciosi e pericolosi. Sembrerebbe proprio che lo scopo dei nostri stili di vita sia quello di evitare il contatto con sé, il mondo interno, l’intimità, ma anche il contatto autentico con l’altro, con gli altri.

Su questo terreno comune di “normale” alienazione, proliferano in maniera epidemica nuove forme di disagio psicologico, o forse dovremmo dire vecchissime forme di patimento che si sono dovute giocoforza aggiornare alle nuove condizioni di vita. Pensiamo alle fenomenologie ansiose e depressive, ma pensiamo anche e soprattutto alla preoccupante impennata delle nuove “addictions” legate al gioco d’azzardo compulsivo (Gambling), le ludopatie da poker, slot videopoker, lotterie, assieme ad altre innumerevoli forme “tecnologizzate” di dipendenza (internet, telefonino, tv, videogiochi), problematiche queste gravissime che possono colpire trasversalmente, diremmo democraticamente, ognuno di noi senza distinzione di sorta, proprio perché sono forme di sofferenza del tutto contigue/confuse con i più comuni stili di vita e quindi facilmente mimetizzati con essi, e perciò difficilmente riconoscibili come “problemi”, almeno inizialmente. La gravità di queste psicopatologie non consiste solo nell’invalidare la vita personale degli individui, inchiodati alla ripetizione di azioni e pensieri totalizzanti, ma di travolgere le persone care e vicine nel tracollo economico che producono.

Ma cosa c’entra lo Stato? C’entra eccome visto che su queste problematiche così comuni specula e di fatto impone una sorta di tassazione su base psicopatologica incentivando sempre più il comportamento di azzardo. Prendiamo ad esempio l’ultima geniale trovata del 10 e Lotto, dove ci sono estrazioni ogni 5 minuti e tutto sembra congegnato per costruire una patologia compulsiva. Ma questa è solo l’ultima trovata di una serie infinita di invenzioni incentivanti la dipendenza: moltiplicazione di estrazioni, lotterie, gratta e vinci, diffusione capillare di videopoker, poker online, bische, sale giochi, facilitazioni per le puntate.

Una folle escalation di giocate di anno in anno (guarda i dati) che pare non porre alcuno scrupolo etico o sanitario ai responsabili, a tutti i livelli, visti gli interessi economici in ballo e visto che un anno di giochi vale come due scudi fiscali.

Da psicologi e da cittadini ci domandiamo se tutto questo ha senso e dove ci porterà. Può l’interesse economico essere sovraordinato rispetto alla salute dei cittadini? E quando esiste un conflitto tra questi due interessi quale deve prevalere? Può lo Stato comportarsi come uno spacciatore?

di Luigi D’Elia

In Libia va tutto bene!

Il governo italiano è complice interessato di Gheddafi, l’ispiratore del bunga bunga, che schifo..

Fonte: Blog di Beppe Grillo – In Libia va tutto bene!.

La Libia è un protettorato italiano o l’Italia è un protettorato libico?
“Libia, la rivolta criptata (e la Farnesina, è muta). Sale a 84 il bilancio delle vittime nelle rivolte contro il regime di Tripoli. Da stamattina, anche Internet è fuori uso. E sulla rivolta in Libia è calato il buio. L’Italia – prima che l’Europa – è complice. Sta zitta, fa finta di nulla per proteggere interessi economici, nefandi accordi bilaterali sulle migrazioni e umilianti amicizie professate. Non ci sono scusanti: ma l’amministratore dell’Eni, Paolo Scaroni, dice: “in Libia? Tutto normale, continuiamo a lavorare regolarmente […] non si tratta di tensioni particolarmente forti […] Bengasi ha una tradizione di città molto attiva e certe cose possono succedere”; il sottosegretario Stefania Craxi, afferma: “le critiche al governo di Tripoli sembrano non scalfire il forte rapporto che esiste tra Gheddafi e il suo popolo [..] non bisognare compiere l’errore di giudicare con il nostro metro occidentale”. E la Farnesina? Sul sito viaggiaresicuri.it, a differenza del bollettino riguardante il Bahrein dove si “consiglia di evitare viaggi se non strettamente necessari”, quello sulla Libia è ordinario. Il ministero degli Esteri italiano avverte di manifestazioni di piazza in diverse località della Cirenaica (dove si sconsiglia, il 19 febbraio, di viaggiare): “si raccomanda di evitare gli assembramenti di folla, di allontanasi immediatamente dalle zone dove siano in corso manifestazioni e, in generale, di rimanere sempre aggiornati sull’attualità internazionale e regionale”. Magari guardando la tv di Stato che mostra Gheddafi in un bagno di folla.” (da Peacereporter.it). Italia…………Altro che repubblica delle banane!”. THIRA FISHERMAN Giuseppe – M – A.

Protesta in Libia, l’esercito spara su un funerale. Le vittime salgano a centoventi | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Protesta in Libia, l’esercito spara su un funerale. Le vittime salgano a centoventi | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Centro della rivolta è Bengasi. Qui gli uomini del Colonnello ha aperto sul fuco durante una cerimonia funebre provocando quindi vittime. Berlusconi non sente Gheddafi: “Sarà occupato”

La rivolta del popolo libico finisce nel sangue. In serata la conta dei morti viene aggiornata a 120 vittime. Di queste 15, riporta al Jazira, sono state uccise nella sola Bengasi, il cuore della contestazione anti Gheddafi in Cirenaica, quando alcuni uomini delle forze di sicurezza hanno aperto il fuoco su un corteo funebre. Gli socntri sono proseguiti per tutta la serata nel centro della città proprio davanti alla caserma di Al-Birka

In Cirenaica, invece, parte dell’esercito si è unita ai manifestanti ad Al Beida, Derna e Tobruk, mentre non ci sono notizie sicure sulla presa di posizione dell’esercito locale nella citta’ di Benghazi. La situazione risulta critica anche all’aereoporto, dove la popolazione cerca di impedire gli arrivi di mercenari provenienti dai paesi dell’Africa Nera. Fonti locali riferiscono che il cognato di Gheddafi, Abdallah Senussi, appositamente inviato per sedare la rivolta sia stato ucciso, mentre il figlio del Colonnello, Al Saadi, che era intrappolato all’hotel Tibesti, sia riuscito a fuggire.

Totalmente bloccate le comunicazioni. Non c’è accesso ad Internet, anche le linee telefoniche verso l’estero sono interrotte da un paio di giorni. Il governo turco ha nel frattempo inviato degli aerei per far evacuare i propri connazionali. Sulla polveriera libica questo pomeriggio è intervenuto anche Silvio Berlusconi, il quale, alla domanda se avesse sentito Gheddafi ha risposto. “No, non lo ho sentito. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”.

Intanto si fanno sempre più insistenti le voci sulla morte dell’ex presidente tunisino. Diverse fonti non verificate che circolano sul web riferiscono che Zine al-Abidine Ben Ali sarebbe morto in un ospedale di Gedda, in Arabia Saudita. Ben Ali, da due giorni in coma, era fuggito all’estero il 14 gennaio, dopo una rivolta popolare che ha messo fine ai suoi 23 anni di potere nel Paese nordafricano. Un webmagazine israeliano in francese, JSSNews, ha dato la notizia del decesso, sostenendo di averla avuta da diplomatici tunisini in Europa occidentale, “fonti affidabili” secondo cui sono in corso trattative per organizzare i funerali a Tunisi. Il webmagazine è lo stesso che aveva dato per primo notizia del coma dell’ex presidente. Sarebbe stata la moglie Leila Trabelsi, da Tripoli, a dare l’autorizzazione a staccare la spina dopo che il marito era già clinicamente morto da 24 ore. Secondo JSSNews, il presidente Ben Ali è morto nella notte tra venerdì e sabato, alle 22.30, senza avere vicino alcun membro della famiglia. Per il momento la notizia non è stata ancora confermata perché si sta cercando di rispettare il rito musulmano che vuole i funerali nello stesso giorno del decesso. Pertanto, secondo il magazine, “l’annuncio della morte potrebbe essere ritardato di 3 o 4 giorni”.

La conta dei morti si aggiorna di minuto in minuto. Fino al tardo pomeriggio, Amnesty International aggiornava a 46 le vittime negli ultimi tre giorni, mentre Human Right Watch parla di addirittura 84 decessi. Gran parte delle vittime sono state registrate proprio a Bengasi e a Al Baida, afferma l’organizzazione umanitaria denunciando il comportamento “sconsiderato” delle autorità. A Bengasi, la seconda città del paese da sempre ribelle, migliaia di dimostranti sono scesi in piazza ed alcuni di loro hanno occupato l’aeroporto per impedire l’arrivo di rinforzi. La Bbc in serata ha reso noto che lo scalo era stato chiuso. In alcune zone della città è stata sospesa l’erogazione della corrente elettrica. Per tarpare le ali tecnologiche della protesta, Facebook da ieri sera era stato reso inaccessibile e la navigazione su Internet resa più difficoltosa. Anche le comunicazione telefoniche per tutta la giornata di ieri sono risultate ardue. Due poliziotti sono stati impiccati dai manifestanti ad Al Baida (terza città del Paese) mentre a Bengasi la sede della radio è stata incendiata. Le forze di sicurezza hanno successivamente ricevuto l’ordine di ritirarsi dal centro delle due località, ufficialmente “per evitare ulteriori scontri con i manifestanti e altre vittime”. Ma nello stesso tempo non si sono allontanate, prendendo il controllo di tutte le vie d’accesso, sia per impedire a chi ha partecipato ai disordini di allontanarsi sia per bloccare eventuali civili o miliziani intenzionati ad unirsi alla piazza.

In serata il sito di un giornale online vicino al figlio riformista di Gheddafi, Seif al Islam aveva ammesso 20 morti a Bengasi e sette a Derna, dove ieri si sono celebrati i funerali delle vittime di giovedi. A Tripoli invece, per tutta la giornata la vita è andata avanti abbastanza normalmente. Gheddafi si è fatto vedere nel centro della città, nella Piazza Verde, dove è stato salutato con entusiasmo dai suoi sostenitori. Non ha parlato ma hanno parlato i comitati rivoluzionari: una risposta “violenta e fulminante” colpirà – hanno detto – gli “avventurieri” che protestano, e qualunque tentativo di “superare i limiti” si trasformerà in “suicidio”.

Algeria. Il deputato dell’Rcd si trova attualmente ricoverato in rianimazione all’Ospedale Mustapha Pacha, a pochi passi da piazza Primo Maggio. “I medici stanno tentando di risvegliarlo”, ha detto all’agenzia di stampa Ansa, Mohseb Belabbas, portavoce del partito. “Dopo essere stato colpito al ventre da un agente – ha precisato – ha sbattuto la testa e ha perso i sensi e per alcuni minuti è rimasto a terra”. “La polizia ha impedito che venisse trasportato via subito dalla protezione civile”, ha aggiunto. “Soltanto l’insistenza di alcuni manifestanti ha convinto gli agenti a lasciar passare i soccorsi”.

La polizia di Algeri in tenuta antisommossa sta usando la linea dura per reprimere la manifestazione in corso della capitale, dove secondo il giornale arabo al-Watan si sono riuniti 300 manifestanti. Le forze dell’ordine hanno impedito l’accesso alla piazza del Primo Maggio, dove sabato scorso si è tenuta la prima ‘giornata della collera’, e i manifestanti si sono dispiegati lungo boulevard Belouizdad cantando slogan contro il governo, sulla scia delle proteste che in Tunisia e in Egitto hanno portato alle dimissioni di presidenti in carica da 23 e 30 anni. La polizia, circa 400 uomini in campo, ha usato manganelli per disperdere la folla e diversi carri armati sono stati posti in diverse zone della capitale per evitare che i cittadini aderissero alla manifestazione. I manifestanti si sono comunque riuniti davanti al ministero della Gioventù e dello sport chiedendo una “Algeria libera e democratica”. La marcia odierna non è stata autorizzata dalle autorità in base allo stato di emergenza, in vigore da 19 anni, che impedisce la libertà di manifestare in piazza.

Yemen. Uno studente è rimasto ucciso negli scontri intorno all’Università di Sanaa fra oppositori e sostenitori del presidente. Cinque i feriti. Secondo la tv araba al-Jazeera si tratta degli scontri più violenti degli ultimi nove giorni nella capitale yemenita.

Bahrein. L’opposizione respinge l’offerta di negoziato avanzata dal principe ereditario e in mattinata riprendono i disordini.

La posizione degli Usa. In una telefonata al re del Bahrein, Hamad bin Isa al-Khalifa, il presidente americano, Barack Obama ha “condannato l’uso della violenza contro i pacifici manifestanti e ha sollecitato con forza il governo” del piccolo emirato del Golfo “a mostrare moderazione”. “Da alleato di lunga data del Bahrein”, ha riferito una nota della Casa Bianca, “gli Usa ritengono che la stabilità del Paese dipenda dal rispetto dei diritti universali e da riforme che rispondano alle aspirazioni di tutti i cittadini”. Il Bahrein ospita la Quinta Flotta Usa ed è un alleato strategico dell’America nel Golfo. In un altro comunicato diffuso a margine di una visita in Oregon, Obama si era detto “profondamente preoccupato” dalle notizie di violenze in Bahrein, Yemen e Libia. “Gli Usa”, ha ricordato il presidente americano, “condannano l’uso della violenza da parte dei governi contro manifestanti pacifici in questi Paesi o dovunque possa accadere”. Ai governi dei tre Paesi viene chiesto di “mostrare moderazione nel rispondere a proteste pacifiche e di rispettare i diritti dei loro popoli”.

IL “TIPO TEFLON” DEI TITOLI SPAZZATURA DIETRO LA RIVOLUZIONE EGIZIANA

Tanti auguri al popolo egiziano e a tutti gli altri popoli che si ribellano in modo fermo e pacifico alla dittatura. Gli italiani dovrebbero prendere esempio. Comunque oltre agli auguri bisogna fare un invito alla cautela per evitate che la rivolta popolare sia manipolata dall’esterno, da gruppi e potentati che hanno interesse a riportare la popolazione in situazioni di schiavitù e miseria simili a quelle contro cui si sono rivoltate. Attenzione!

Fonte: ComeDonChisciotte – IL “TIPO TEFLON” DEI TITOLI SPAZZATURA DIETRO LA RIVOLUZIONE EGIZIANA.

DI MAIDHC O CATHAIL
dissidentvoice.org

Il 9 febbraio, Al Jazeera ha mandato in onda un episodio della sua serie People and Power intitolato “Egitto: i Semi del Cambiamento”.” Il programma offre un eloquente sguardo dietro le quinte ad un nucleo di attivisti dell’April 6 Youth Movement che ha giocato un ruolo cruciale nella rivoluzione non-violenta in Egitto.

“Questa non è una rivolta spontanea,” ha sottolineato la reporter Elizabeth Jones. “La rivoluzione va avanti da tre anni.” La chiave del successo, apprendiamo, è stato l’ordine che i leader dell’April 6 hanno ricevuto dai veterani di gruppi come l’Otpor, il movimento studentesco che fece cadere il presidente serbo Slododan Milosevic.

Il logo del Movimento del 6 aprile su Facebook

Srdja Popovic, uno dei leader di quella rivoluzione, ci dicono, “ha condiviso la sua esperienza di prima mano con l’April 6.” Mohamed Adel, uno dei leader dell’April 6, descrive il suo allentamento in Serbia nelle tattiche di resistenza non-violenta, compreso “come organizzare e far uscire le persone in strada.” Ha riportato video e sussidi didattici per contribuire ad allenare gli altri leader, che vengono mostrati a “dirigere la rivolta dall’inizio.”

Dall’espulsione di Milosevic nel 2000, Popovic è stato occupato a diffondere il vangelo del conflitto non-violento. Nel 2003, ha fondato il CANVAS – Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies [Centro per l’Azione e le Strategie Non-violente Applicate, ndt] a Belgrado. Stando a quanto riportato , per la primavera del 2010, il giramondo serbo aveva “cinque rivoluzioni al suo attivo.” In un pezzo del Mother Jones, Nicholas Schmidle scrive: “CANVAS fece un inizio impressionante, allenando gli attivisti pro-democratici in Georgia, Ucraina e Libano che procedettero alla guida, rispettivamente, delle rivoluzioni delle Rose, degli Aranci e del Cedro.”

Ma chi paga tutto questo? Schmidle, un membro della New America Foundation collegata a Soros , cita Popovic: “CANVAS è ‘al 100% indipendente da qualsiasi governo’ ed interamente finanziata da donatori privati.” Tuttavia un profilo del LA Times di Nini Gogiberidze, un impiegato georgiano della CANVAS, afferma che il gruppo è in parte finanziato dall’organizzazione filo-governativa Freedom House . “Gogiberidze,” aggiunge il Times, “è tra i rivoluzionari di ‘velluto’ della Georgia, un gruppo di attivisti occidentali e locali che formano una robusta società pro-democratica nel paese del Caucaso – è talmente finanziato dal filantropo americano George Soros che un analista chiama la nazione Sorosistan.”

CANVAS lavora a stretto contatto con l’ICNC – International Center for Nonviolent Conflict [Centro Internazionale per il Conflitto Non-violento, ndt], con il quale ha condiviso un certo numero di membri dello staff – compreso il Dr. Stephen Zunes , che ha collaborato con la CANVAS nell’allenamento degli attivisti egiziani. Fondato nel 2002, l’ICNC è interamente finanziato da Peter Ackerman, il suo presidente fondatore. Inoltre Ackerman, che ha presieduto la commissione della Freedom House dal settembre 2005 al luglio 2009, finanzia indirettamente la CANVAS.

La ricchezza di Ackerman deriva principalmente dal suo periodo alla Drexel Burnham Lambert, la banca di investimenti di Wall Street che è stata costretta alla bancarotta nel febbraio 1990 a causa del suo coinvolgimento in attività illegali nel mercato dei titoli spazzatura. Come speciale collaboratore ai progetti del re dei titoli spazzatura Michael Milken, Ackerman ci ha guadaganto parecchio . Nel 1988 da solo, si è portato a casa un salario di 165 milioni di dollari per il suo ruolo critico nel finanziamento del leverage buyout da 26 miliardi di dollari della Kohlberg Kravis Roberts della RJR Nabisco. Ma quattro mesi prima che la Drexel cadesse in bancarotta, Ackerman “batté una ritirata fortuitamente tempestiva” all’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra. Mentre il “re” veniva condannato a 10 anni per frode di titoli, “il più pagato di tutti i tirapiedi di Michael R. Milken” uscì come “il grande vincitore” con una fortuna di circa 500 milioni di dollari – inducendo uno dei suoi ex colleghi a reclamare: “Peter Ackerman è il vero tipo Teflon [espressione per indicare qualcuno a cui scivola tutto addosso, ndt].”

Essendo scappato con successo dal “tanfo della Drexel,” Ackerman ha completato quello che Business Week ha chiamato “un’improbabile trasformazione retroattiva da promotore di titoli spazzatura a borsista.” Prima dei suoi exploits finanziari, aveva scritto la sua tesi di dottorato sotto la guida di Gene Sharp, l’accademico di Harvard le cui teorie sulla lotta non-violenta hanno ispirato i rivoluzionari di velluto. Infatti, mentre lavorava ancora per Milken, Ackerman stava finanziando la Albert Einstein Institution di Sharp. Secondo il Wall Street Journal, “gran parte dell’arsenale teoretico della ICNC e della Canvas è ripreso dagli scritti del signor Sharp.”

Come parte del suo contributo alla rivoluzione globale, Ackerman ha collaborato alla produzione di due documentari sul conflitto non-violento e persino di un video game sul cambiamento di regime. Il suo video sul rovesciamento di Milosevic da parte della Otpor ha giocato un ruolo cruciale nel successo della georgiana rivoluzione delle Rose, che ha portato il protetto di George Soros Mikheil Saakashvili alla presidenza nel 2004. Ogni sabato per mesi, rete televisiva sostenuta da Soros ha trasmesso “Buttare Giù un Dittatore”.

Come ha detto un attivista al Washington Post, “la cosa più importante è stato il video. Tutti i dimostranti conoscevano a memoria le tattiche della rivoluzione di Belgrado perché avevano mostrato [il video]… Tutti sapevano cosa fare.”

Ad un certo punto del programma di Al Jazeera, Ahmed Maher, “il principale istigatore di questa rivoluzione,” rivela la stretta collaborazione del suo gruppo con Mohamed ElBaradei (trad.it), l’ex capo dell’IAEA – Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che è tornato al Cairo il 27 gennaio. “Fin dal principio,” ha affermato, “l’April 6 Youth Movement è stato alleato con i gruppi che cooperavano con ElBaradei quando è tornato in Egitto.” Fino al suo opportuno ritorno, ElBaradei e la moglie di Peter Ackerman, Joanne Leedom-Ackerman , erano entrambi stati membri della commissione dell’ICNC finanziato da Soros.

E per coloro che credono che Israele sia puramente preoccupata della prospettiva di un “cambiamento democratico” a sud del confine, la partecipazione di Ackerman ad una tavola rotonda intitolata “La Sfida dell’Islam Radicale” alla Conferenza di Herzliya del 2008 con Uzi Landau — il Ministro per la Sicurezza Interna di Ariel Sharon ed attuale membro del Knesset per il partito Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman — dovrebbe dargli del tempo per pensarci.

Maidhc Ó Cathail
Fonte: http://dissidentvoice.org
Link: http://dissidentvoice.org/2011/02/the-junk-bond-%E2%80%9Cteflon-guy%E2%80%9D-behind-egypt%E2%80%99s-nonviolent-revolution/
18.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

LEGGI ANCHE: ELBARADEI: L’UOMO DI SOROS AL CAIRO

Craxiani a orologeria | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Craxiani a orologeria | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano.

La giustizia a orologeria. Già, ci eravamo dimenticati della “giustizia a orologeria”. Per la verità questa non è un’invenzione berlusconiana, compare per la prima volta ad opera dei socialisti o per essere più precisi dei craxiani (essere stati craxiani non vuol dire essere stati socialisti) quando Alberto Teardo e altri esponenti del Psi savonese furono incriminati e arrestati nel giugno del 1983, prima delle elezioni politiche, per concussione, estorsione, interesse privato in atti d’ufficio, associazione a delinquere. Fu allora che i craxiani gridarono alla “giustizia a orologeria” sostenendo che quelle incriminazioni erano state fatte appositamente per danneggiare il Psi nella libera gara elettorale. Teardo fu poi condannato a 12 anni di reclusione e i suoi complici a pene di poco inferiori. Se il sostituto procuratore della Repubblica Michele del Gaudio avesse dovuto rispettare il calendario elettorale, invece che le esigenze di giustizia, Teardo sarebbe stato eletto parlamentare e, godendo dell’immunità, sarebbe ancora in circolazione a far danni.

Nel caso di Berlusconi non si capisce di quale orologio si tratti, se non del suo. È stato lui a dettare i tempi telefonando la sera del 27 maggio alla questura di Milano facendo pressioni sui poliziotti per determinare la sorte di Karima El Mahroug, detta Ruby. Cosa avrebbe dovuto fare la procura della Repubblica di Milano di fronte a una “notizia criminis” così palese, comprovata dalle relazioni della polizia, ammessa dallo stesso Berlusconi? Ignorarla per non intralciare la vita politica? Questa sì sarebbe stata una “ingiustizia a orologeria”. Quelli del centrodestra continuano a far rullare la grancassa che Berlusconi “ha il consenso popolare”. Devono dirci, una volta per tutte, se il consenso popolare autorizza a commettere reati. Se la risposta è sì, retrocediamo oltre il “monarca costituzionale” che deve rispettare almeno le leggi da lui stesso emanate come fu stabilito dalla “Magna Charta Libertatum” varata nel 1215 in Inghilterra sotto il regno di John Lackland (Giovanni Senza Terra) il fratello intelligente, ma diffamato, del muscolare e cretino, ma onorato, Riccardo Cuor di Leone.

Giuliano Ferrara, nella sua esibizione al Dal Verme, ha detto che non possiamo permetterci di entrare “nell’inconscio di un uomo che ha perso di recente la madre e si è separato dalla moglie”. A parte che perdere la madre quando si hanno più di 70 anni non dovrebbe essere poi così anomalo (ci sarebbe anzi da ringraziare Domineddio che ce l’ha conservata così a lungo…), che vuol dire? Che se uno ha perso i genitori è autorizzato a delinquere? Quanti anni aveva Totò Riina quando perse i suoi? E quanti delitti ho diritto a commettere io, visto che mio padre è morto quando avevo 17 anni? Oltre, e forse più, che di Berlusconi siamo stufi di questi D’Annunzio per meno abbienti, di questi dandy “de noantri”, di questi Oscar Wilde da strapazzo, che alla tenera età di 59 anni non hanno scritto un libro purchessia (non dico “Il piacere” o “Il Ritratto di Dorian Gray”) e si dan grandi arie da intellettuali, che si atteggiano a dei Talleyrand e sono al livello in cui, a teatro, sta la buca del suggeritore, che non hanno mai combinato nulla nella vita se non affossare, come ricordava giorni fa Marco Travaglio in un divertente excursus sul fregnone, qualsiasi impresa cui abbiano partecipato. Eppure Ferrara fa audience, gli si dà ascolto e persino retta. Quel che fa senso in questo Paese, oltre la delinquenza della sua classe dirigente, è la confusione mentale in cui è precipitato.

Antimafia DuemilaIL LIBRO CHE LE MULTINAZIONALI NON TI FAREBBERO MAI LEGGERE di Klaus Werner-Lobo

Fonte: IL LIBRO CHE LE MULTINAZIONALI NON TI FAREBBERO MAI LEGGERE di Klaus Werner-Lobo.

Editore : Newton & Compton
Pagine : 288
Prezzo : € 6,90
ISBN : 978-88-541-2240-6

Sfruttamento del lavoro, esaurimento delle risorse.
Come la dittatura dei grandi marchi condiziona le nostre vite

Nokia, McDonald’s, Coca-Cola, Adidas: nei centri commerciali troviamo scintillanti marche a prezzi competitivi. E il nostro sabato pomeriggio di shopping ci fa sentire realizzati, alla moda, perfettamente inseriti nella società. Peccato però che quel telefonino e quel paio di scarpe acquistati con leggerezza siano il frutto del lavoro duro e sottopagato di donne e bambini del Terzo Mondo al servizio delle ricche multinazionali. Ma davvero è tutto così “normale”? Non c’è alcuna possibilità di riscatto per chi ha avuto la sfortuna di nascere in un Paese povero? Esiste un modo per dire basta alle multinazionali che ignorano i diritti umani e distruggono l’ambiente nella corsa inarrestabile verso il profitto? Questo libro dimostra che un’alternativa è possibile. E indagando crimini e colpe dei grandi gruppi industriali, ci indica una strada che anche noi nel nostro piccolo, con poche accortezze, possiamo percorrere per realizzare finalmente un mondo più equo e umano.

«Il libro contiene un’appendice shock dalla A di Apple alla S di Siemens, da leggere attentamente.»
Laura Piccinini, D – la Repubblica delle Donne

«Rende comprensibili i nessi tra problemi globali come sfruttamento, corruzione, guerra e razzismo e cambiamento del clima e la personale quotidianità degli abitanti dei Paesi poveri e nostra.»
Terra

OCCIDENTE ESTREMO

OCCIDENTE ESTREMO.

Editore : Mondadori
Pagine : 300
Prezzo : € 18,00
ISBN : 978880460333

«Fu nel 2009 che lasciai Pechino per New York. Per me era un ritorno negli Stati Uniti. Avevo già vissuto sull’altra costa, a San Francisco, fino al 2004. In mezzo, quei cinque anni in Cina sono stati lunghi quasi quanto un secolo. Non per me: per i rapporti di forza tra Asia e Occidente. Lasciai la California quando ancora la Cina era un’allieva, impegnata a emulare il maestro americano. Ho ritrovato un’America stremata dalla più grave crisi economica dopo la Grande Depressione. Una crisi che la Cina ha evitato, in modo magistrale, usando le leve del suo capitalismo di Stato. Così la storia ha avuto un’accelerazione improvvisa. Era chiaro che il XXI secolo sarebbe stato asiatico, ma in poco tempo lo scatto dell’Oriente ha dato la sensazione che i giochi siano già fatti. La Cina sembra padrona del proprio futuro, lanciata in una modernizzazione che brucia le tappe, l’America si trascina faticosamente fuori dal tunnel.» Che gli Stati Uniti siano in declino è un dato di fatto. La parabola dell’impero americano non è diversa da quella di altri imperi per i quali la crescita eccessiva dell’estensione territoriale e l’ambizione egemonica si sono trasformati in un drammatico fattore di debolezza verso l’esterno e di fragilità al proprio interno. L’America che Federico Rampini ritrova dopo cinque anni trascorsi nel cuore della tumultuosa crescita cinese è un paese in cui il debito pubblico e i tagli feroci hanno reso ogni infrastruttura fatiscente, in cui strade, metropolitane e ospedali non sono paragonabili a quelli realizzati nelle grandi capitali asiatiche. La Cina, invece, spinge ormai la sua influenza fino a luoghi insospettabili. La «fabbrica del mondo» si sta rapidamente convertendo in «fabbrica di idee», in un’economia sempre più avanzata e ambiziosa, capace di essere competitiva anche in ambiti creativi, progettuali e persino culturali. Eppure, insospettabilmente, l’America, forse proprio perché attraversata da una fase di decadenza, è diventata anche il laboratorio in cui si elaborano nuovi stili di vita, nuovi modi di rapportarsi all’ambiente, nuove forme di produzione e di consumo sostenibile. Occidente estremo è un mosaico di esperienze vissute, di luoghi e di personaggi incontrati nei due imperi incompetizione. È il racconto, tra Est e Ovest, del futuro che si sta spalancando davanti a noi. Un futuro fatto di grandi scenari politici ed economici, ma anche di città che si trasformano in giardini, di idee rivoluzionarie che giovani ricercatori, spesso asiatici, sanno far germinare in università americane, di uomini che hanno riscoperto il valore di riparare i propri oggetti quotidiani da sé. «A New York ho la sensazione di essere al centro del mondo. Per un giornalista italiano è evidente: tutto ciò che accade negli Stati Uniti fa notizia, acquista immediatamente una grande visibilità, “fa tendenza”. A torto o a ragione, una foglia d’acero che cade a Central Park provoca un’onda d’aria che si trasmette attraverso gli oceani. Se l’America è in declino, la sua è una magnifica decadenza. Potrebbe perfino farci bene, a tutti.»

”De Mauro ucciso su ordine del signor Riina”

Fonte: Antimafia Duemila – ”De Mauro ucciso su ordine del signor Riina”.

Sentito al processo il neo pentito Rosario Naimo
di Aaron Pettinari – 18 febbraio 2011
Questa mattina, innanzi alla Corte d’assise di Palermo, è stato sentito come teste assistito, per la prima volta in un’aula di giustizia, il pentito Rosario Naimo (arrestato nell’ottobre 2010). L’occasione l’ha data il processo per il sequestro e l’omicidio del cronista del quotidiano “L’Ora” Mauro De Mauro.
Per il delitto è imputato il boss Totò Riina il quale viene accusato dall’ ex boss di aver ordinato il sequestro del giornalista. La sua è una descrizione dettagliata di quel che avvenne in quella sera del 16 settembre 1970 basata su quanto a lui rivelato dal mafioso Emanuele D’Agostino, appartenente alla famiglia di Stefano Bontade e incaricato del rapimento. “Quando nel 1972 tornai dagli Stati Uniti a Palermo – ha raccontato Naimo rispondendo alle domande del pm De Montis – chiamai al telefono Emanuele D’Agostino e lui mi raggiunse subito in un appartamento a Ballarò, dicendomi per prima cosa che lo avevano affiliato. Era euforico e incominciò a raccontarmi subito un sacco di cose. Voleva fare bella figura con me per dimostrarmi che anche lui era diventato un mafioso e che era diventato importante. Prima mi raccontò tutto sulla strage di viale Lazio, poi mi disse come fu ucciso Michele Cavataio e infine mi disse ‘la sai quella del giornalista De Mauro, hai sentito che è successo?’ ma io negli Stati Uniti non avevo ancora sentito cosa fosse accaduto. Così mi raccontò che De Mauro fu preso e ucciso su ordine dello ‘zio Totuccio’, cioè Totò Riina”.
Quindi ha proseguito nel racconto degli ultimi istanti di vita del giornalista: “D’Agostino lo vide arrivare in auto, aprì lo sportello e non gli diede tempo di scappare. Lo colpì al viso col calcio della pistola e, insieme al ragazzo che lo aiutava nella missione, lo mise nel sedile dietro della loro macchina. D’Agostino, proprio per farmi capire che ruolo aveva assunto in Cosa nostra, mi raccontava di De Mauro come fosse una cosa di cui vantarsi. De Mauro dopo essere stato colpito era stonato e pieno di sangue. Mentre il ragazzino guidava, D’Agostino gli puntava la pistola per non farlo parlare. Fingeva di averlo confuso con un altro, lo chiamava con altro nome e gli diceva che l’aveva preso perché aveva dato fastidio alla sorella”. “Poi – ha continuato – quando arrivarono in un terreno dei Madonia lo fecero scendere e lì c’era Riina. A quel punto gli dissero ‘caro De Mauro’ svelando che sapevano benissimo chi avevano rapito e subito lo uccisero forse sparandogli”. D’Agostino avrebbe detto a Naimo che fecero sparire il corpo. Il pentito non ricorda se l’amico gli disse che l’avevano buttato in un pozzo o meno. Naimo ha quindi voluto ribadire che l’ordine di rapire De Mauro era partito da Riina ma che erano d’accordo anche i boss Ciccio Madonia e Stefano Bontade. Sul motivo per cui De Mauro venne ucciso Naimo ha detto: “D’Agostino mi disse che avevano ammazzato De Mauro perché attaccava sempre la mafia nei suoi articoli”.
Quindi il collaboratore di giustizia ha raccontato anche di altri delitti. “Della strage di viale Lazio (avvenuta nel ‘69 per eliminare il boss Michele Cavataio ndr) – ha aggiunto Naimo – D’Agostino mi disse che parteciparono il signor Riina, Provenzano, Calogero Bagarella e altri due o tre”. “Bagarella – ha proseguito – morì nel conflitto. Il suo corpo durante la fuga del commando fu messo nel cofano di un’auto che poi in corsa si aprì”. “Dietro – ha raccontato – c’era un bus e l’autista e anche alcuni passanti videro il corpo di Bagarella. Poi il cadavere fu portato in un terreno del boss Madonia”. “D’Agostino poi fu ucciso perché nella seconda guerra di mafia non si allineò coi corleonesi. Lo tradì un suo fraterno amico: Saro Riccobono. Me lo disse Gambino”. “Mi disse – ha spiegato – che mentre lo strangolava D’Agostino disse a Riccobono: ‘solo tu mi potevi tradire’”.
Naimo ha quindi raccontato della propria permanenza negli Usa e i suoi rapporti con le famiglie mafiose siciliane che erano negli Stati Uniti. “Non ho mai perso i contatti con l’Italia ad esempio con Giuseppe Buffa e Giacomo Gambino o con il ‘signor’ Riina”.

Pentimento
“Già nel 1993 Cosa nostra mi aveva fatto schifo, ero molto deluso e lo dissi anche a Giovambattista Ferrante quando lasciai Palermo e mi accompagnò in Corsica. Ero deluso perchè quando mi affiliarono la prima cosa che facemmo era stata quella di comprare una mucca ad un poveretto a cui era morta. Noi invece eravamo terroristi, è stato tutto questo terrorismo a farmi schifo. Era da tempo che volevo collaborare, poi ebbi l’occasione e l’ho fatto consapevole di quello che facevo». Il neo pentito di mafia Rosario Naimo ha raccontato  con queste parole i motivi che lo hanno spinto, subito dopo l’arresto dopo una lunga latitanza, a collaborare con la giustizia. Rispondendo alle domande Naimo ha ricordato che “dall’89 al ’93 sono stato latitante a Palermo, nel ’93 lasciai Palermo e da allora mi sono totalmente distaccato da Cosa nostra e non ho più avuto contatti con la mafia. Lo dissi nel ’93 proprio a Giovambattista Ferrante (anch’egli poi pentito ndr). Gli dissi che non mi piacevano più i modi di tutto quello che facevano e lui, con le lacrime agli occhi, mi rispose ‘e lo dici a me?’. Io gli risposi ‘se tuo padre fosse qui, mi darebbe ragione e direbbe che non era questa Cosa nostra quando eravamo entrati”.
Successivamente Naimo è stato controesaminato dai legali di Riina, gli avvocati Luca Cianferoni e Giovanni Anania, quest’ultimo nominato oggi dal capomafia.
Naimo ha così fornito alcune precisazioni e raccontando anche che, negli anni ’70, a Milano parlò col boss Luciano Liggio, col capomafia Domenico Coppola e col fratello di questi, il prete mafioso Agostino, del golpe Borghese. “Se ne parlò vagamente – ha detto – come di una specie di rivoluzione”. Del fallito golpe il pentito ha ampiamente riferito anche nei verbali di interrogatorio resi ai pm di Palermo.
Prima di ascoltare la testimonianza di Naimo la Corte ha sentito Guerrino Citton, giornalista che scrisse un libro- intervista con l’ex senatore dc Graziano Verzotto che incontrò De Mauro due giorni prima che questi venisse sequestrato, il 16 settembre del 1970. “Verzotto mi disse – ha spiegato Citton – che De Mauro lo aveva voluto vedere per degli articoli che doveva scrivere sull’Ente Minerario Siciliano”.
Al termine dell’udienza di oggi il presidente Trizzino ha dichiarato la chiusura dell’istruttoria dibattimentale invitando il pm Sergio De Montis a iniziare nella prossima udienza, fissata per il 4 marzo, la discussione.