Archivi del giorno: 21 febbraio 2011

FINANZA E SISTEMI DI CONTROLLO PER UNA DITTATURA ECONOMICA

Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale sono istituti privati che perseguono il profitto per i propri azionisti a scapito della popolazione. In pratica fanno di tutto per mettere la popolazione mondiale nella schiavitù del debito.

Fonte: ComeDonChisciotte – FINANZA E SISTEMI DI CONTROLLO PER UNA DITTATURA ECONOMICA.

DI NANDO DICE’
laquintastagione.com

Per non ripetere l’errore dei borbone e dei vecchi meridionalisti che credevano che il sud fosse un “isola”, e che da soli si potessero cambiare le cose o fermarle, dobbiamo renderci conto che siamo inseriti in un contesto mondiale che come una piovra agisce e come una piovra sfrutta perseguendo l’unica uguaglianza che conosce “l’uguaglianza dello sfruttamento”. Comprendere però non servirà se non useremo la nostra comprensione in una premessa per agire. Nel 1930 a Basilea, nella Banhofplatz al n° 2, venne fondata la BRI (la Banca dei Regolamenti Internazionali) da allora in poi tutti i governatori di banche centrali al mondo si riuniscono una volta al mese li per decidere….

Nella foto: la sede della la Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea

Non lo sappiamo, in quanto essendo una istituzione “seria” nulla trapela e non ci sono verbali di quelle riunioni, ne si può sbirciare dalle finestre. Potremmo dar sfogo all’immaginazione, ma sarebbe tutto inutile nessuna indiscrezione, nessuna fuga di notizie, neppure il Gabibbo e striscia la notizia potrà mai convalidare o confutare la nostra immaginazione, quindi atteniamoci a quello che sappiamo.

Sappiamo sicuramente che nessun membro del BRI si è mai candidato alle elezioni in nessuna competizione elettorale al mondo o se l’ha fatto non è stato tanto orgoglioso della sua appartenenza da dirlo.

Sappiamo sicuramente che la BRI ha fondato vari comitati che controllano e regolano i rapporti bancari (CBVB comitato di Basilea sulla vigilanza bancaria – CSFG Comitato sul sistema finanziario globale – CSPR Comitato sui sistemi di pagamento e regolazioni) ma soprattutto sappiamo che nel 1944 danno l’impulso fondante a Bretton Woods[1], dove nasce la Banca Mondiale[2], una banca, gestita da privati. Essa mediante una sua sotto struttura, la Società finanziaria internazionale, distribuisce i prestiti su scala mondiale, finanziando nei[3] paesi in via di colonizzazione gli investimenti delle multinazionali che sono gli azionisti della stessa banca. Tutte le banche nazionali, e quindi i governi, contraggono prestiti presso la B.M. che quindi naturalmente limita le economie locali per favorire quelle dei suoi azionisti, le multinazionali. Incamerando interessi e ampliando le attività economiche e finanziarie dei suoi azionisti, negli stati debitori la banca lucra (come abbiamo spiegato in precedenza) al punto tale che nessuno stato (anche gli USA[4]) sarà mai in grado di liberarsi dalle catene del debito. Ma una diversa politica monetaria e dei cambi, su scala nazionale poteva danneggiare gli azionisti della B.M. quindi sempre a Bretton Woods venne creato il Fondo Monetario Internazionale, una sorta di ufficio cambio a livello planetario, con il compito di “mantenere una precisa interdipendenza monetaria atta ad evitare rivalutazioni o svalutazioni danneggianti la B.M”. Per evitare la rottura della dipendenza monetaria il F.M.I. deve omologare i deficit degli stati costringendoli a ridurre la spesa pubblica, quindi a: Ridurre il numero ed il salario dei dipendenti pubblici, parcheggiare i giovani più tempo possibile fuori dal mondo del lavoro ma sempre a spese delle famiglie, far entrare i nuovi occupati nel mondo del lavoro con “salari d’ingrasso” per le aziende, “libero caporalaggio riconosciuto”, diminuire i servizi, svendere patrimoni, eliminare le sovvenzioni alle imprese secondo uno schema a maglie preciso, aprirsi alle multinazionali e privatizzare tutto, ma proprio tutto[5].

Controllati il valore e i flussi monetari, controllati i prezzi, controllati i cambi monetari si è poi passati al controllo dei flussi mercantili. Nel 93 il GATT[6] si trasforma in WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) una sorta di grande controllore doganale, che controlla le dogane di tutto il mondo sostituendosi ad esse, con la scusa di volerle eliminare[7]. Essa a parole dice di volere il libero scambio ma nei fatti applica il libero scambio delle merci decise dagli azionisti della Banca Mondiale. Non importa se quella merce viene prodotta nei lager industriali del secondo mondo, o nei gulag di periferia del terzo, sfruttando bambini di 9 anni o che distrugga la natura o che distrugga il tessuto sociale ed economico dei paesi in cui viene venduta, o che faccia male alla salute, o che contenga OGM, se essa è “raccomandata” dal WTO questa merce, attraverso il controllo-ricatto che questi organismi hanno sui vari stati attraverso le banche, verrà consumata. La cosa abominevole e che se producono profitto anche gli uomini saranno “consumati”, perché la definizione di “merce” del FMI non si limita alle cose non viventi. Fra i fondatori della B.M. c’era l’economista John Maynard Keynes[8] celebre per aver ripreso il motto “l’economia sarà il cavallo, la politica il carro”[9]e per aver proferito all’atto dell’istituzione dello scippo di sovranità monetaria agli stati “Un governo può sopravvivere con il signoraggio quando non può sopravvivere con nessun altro mezzo”. Parafrasandolo abbiamo abbozzato i nomi di qualche briglia, ora passeremo alle staffe. Nell’interregno fra economia e politica esistono delle organizzazioni intermedie tutte formate da privati e senza legittimazione popolare che influenzano, dirigono o dettano, decisioni con conseguenze politiche.

Questi gruppi di pressione hanno “gusti hobby ed interessi” differenti che a volte li fanno litigare, al punto di farsi “dispetti” sulla pelle dei popoli, ma sono unite da precise regole di fondo. Il credo capitalistico, l’internazionalismo[10], il disprezzo delle identità, il dirigismo economico, la non curanza verso l’ecosistema, la voglia di potere, il credersi portatori di civilizzazione[11]. Il Cfr[12], La Trilateral, il gruppo Bilderberg[13], i Clubs, G7 (oggi G8), forum di Davos[14], il comitato di Bali (per le supervisioni bancarie), la IOSCO (che organizza le commissioni nazionali emettitrici di titolo obbligatori), la ISMA, la ISO (che definisce ed uniforma gli standard industriali) le loggie massoniche, sono fra i gruppi più importanti, ma tutti regolano o influenzano la politica del mondo e quindi anche la nostra. Per non parlare di quelle società che dietro il paravento di certificazione delle contabilità delle imprese invece impongono il modo di fare impresa alle imprese ed agli stati trasformati in imprese. Il “carro” mediante questi gruppi di potere viene gestito nella direzione voluta ma bisogna anche prevedere che nessuno cerchi di deviarlo, quindi va tenuto sotto controllo ma non bisogna farsi controllare. In questo senso e sintomatico l’inquadramento istituzionale del Trattato di Maastricht in cui la BCE ha solo diritti da “personalità giuridica” e d’autonomia ma non è una istituzione della comunità Europea (che sono: Parlamento-Consiglio- Commissione- Corte di giustizia- Corte dei conti) quindi pur avendo per statuto il riconoscimento e la possibilità di agire in ogni stato non ha doveri verso di essi.

A parziale chiusura di un paragrafo che di per se dovrebbe essere un volume, diremo che gli azionisti della B.M. sono gli stessi delle società che strumentalizzano (forniscono strumenti) la National Security Agency (NSA) oggi Special Colection Service (SCS) una struttura di controllo dell’informatica e delle telecomunicazioni che gia nel 1992 impiegava ventiseimila poliziotti telematici e duecentomila collaboratori esterni. Basti dire che il progetto ECHELON, che avrebbe fatto rabbrividire Orwell non era che solo la parte di interesse commerciale del suo progetto globale. Il sud non deve secondo i loro piani, né cambiare direzione del carro, ma neppure democraticamente scendere.

Nando Dicè
Fonte: http://www.laquintastagione.com/
Link: http://www.laquintastagione.com/wp/?p=2326
10.02.2011

NOTE

[1]Località americana dello stato New Hampshire ai confini col Canada.

[2]In un primo momento chiamata: Banca Internazionale per la ricostruzione e per lo sviluppo (IBRD). Nella parte propagandistica questa operazione di controllo del mondo venne spacciata per l’unica (le soluzioni dei liberisti sono sempre UNICHE) risposta del progresso, alla “grande depressione” causata, secondo loro, dalla diversificazione dei tassi di cambio, dalle barriere commerciali e dalla confusione (leggasi libertà) monetaria dei vari popoli.

[3]Si faccia attenzione, nei e non per i paesi in via di sviluppo, come vogliono farci credere. Per non dimenticare si può fare riferimento all’intervento USA in Somalia in “aiuto” alle popolazioni colpite dalla guerra civile. Tale operazione “umanitaria” conosciuta al mondo come lo sbarco “segreto” dei marin’s ripresi dalle telecamere di tutto il mondo inizio anni prima attraverso una società americana (la Conoco) che in Somalia trovo il petrolio, continuò con uno stanziamento del FMI di 500 milioni di dollari per lo sfruttamento del petrolio e per un oleodotto e fini con l’occupazione delle riserve petrolifere da parte degli azionisti delle B.M e con il controllo della politica di quel popolo da parte delle direttive del “piano di aggiustamento strutturale” somalo emesso dal F.M.I.. E la popolazione che si era andati ad aiutare? Muore ancora di guerra civile ed oggi anche d’inquinamento. Ecco il destino dei sud.

[4]Il noto direttore del programma di geoeconomia presso il Center for Strategic and international Studies di Waschington E. N. Luttwak scrive: “Quando gli USA diventeranno un paese del terzo mondo? Tra non molto, entro il 2050, a preparare la situazione che porterà l’America verso condizioni da Terzo Mondo è la pura e semplice forza della demografia: La percentuale di americani poveri è in crescita, come sono in crescita anche la concentrazione di ricchezza nelle mani dell’1% più ricco, nonché la percentuale di americani che godono di una ricchezza e di un reddito tali da denunciare che la classe media è in declino o che non esisterà. Questo sono le basi al tipico modello da terzo mondo.” Cera una volta il sogno americano Rizzoli

[5]Il primo “privatizzatore” in Italia fu Andreotti su forte pressione del ministro G. Carli legato a confindustria nel 1991. La parola d’ordine dell’epoca era “privatizziamo per diminuire il debito pubblico”. Oggi capiamo che era un’altra colossale bugia. Dal 1991 la risposta giusta per la domanda dell’esame d’ammissione di ogni governo è stata “privatizzare”. Dieci anni prima nel luglio 81 il ministro Andreatta sancì la definitiva “libertà” di Bankitalia dal ministero del tesoro.

[6]General Agreement on Tariffs and Trade (liberalizzazione delle tariffe e del commercio)

[7]Proprio il contrario della politica borbonica che istituì un forte regime protezionistico doganale, vietò l’esportazioni delle merci prodotte al sud se il mercato interno non era saturo, impose la trasformazione dei beni nei luoghi di produzione. Limito le speculazioni con il “calmiere al ribasso” cioè i prodotti della terra non potevano essere pagati al di sotto del prezzo stabilito da stato.

[8] Gli accordi di Bretton Woods si basarono su due progetti. Entrambi liberisti e con poche variazioni a tema. Quello di Harry Dexter White delegato Usa e quello di Keynes delegato inglese. Venne approvato il piano, manco a dirlo, di White. In quanto più convergente con il modello di sviluppo neoliberista del “Washington Consensus”.

[9]Riprendendo forse inconsapevolmente l’analisi di E. Zolà sulla sudditanza dell’economia su una politica non incarnante valori etici nella modernità.

[10]Essi hanno col tempo dimostrato la validità delle teorie che vedevano nell’internazionalismo comunista l’altra faccia del capitalismo. Sintomatica è che gli stessi no global si sono adeguati innanzi al punto fermo dell’internazionalismo (capitalistico o comunistico non importa) definendosi New Global. Restano quindi “No Global” solo le forze identitarie a cui il nuovo meridionalismo è fautore.

[11]Gli USA sono la potenza egemone nel mondo ma in Fondo non sono altro che il punto di arrivo della civilizzazione anglosassone, animata dal mondialismo ecumenico e dall’uniformismo giacobino. Fondamentalmente non è l’imperialismo americano il motore ideologico del mondialismo ma la ideologia Wasp (Bianca, anglosassone e protestante) di cui il CFR è portatore

[12]Council for Foreign Relations. Clubs iper capitalista fondato dai Rokefeller che attraverso i suoi membri (Nixon, Kissinger, Soros…) guida di fatto la politica estera degli USA.

[13]Di tale gruppo non si conosce il nome, lo si definisce Bildeberg dal nome dell’hotel svizzero in cui fecero la prima riunione. Esso rappresenta davvero l’elit del pensiero globalizzante, basti dire che se nella Trilateral sono presenti elementi di secondo piano rispetto ai centri di potere, nel Bildergerg hanno accesso solo uomini dal potere vero dagli Agnelli a salire. “Non è corretto definirlo come il vero centro del potere, lo è tuttavia di sicuro il dire che si colloca al centro del potere” Adinolfi. Il prof. Joshua Paul della Georgetown University nel 2000 ha pubblicato dei documenti inediti del gruppo in cui si dimostra che sin dal 1948 la fondazione Ford e quella Rockefeller premevano al suo interno per l’ unificazione monetaria europea. A dire il vero è nostra speranza che se almeno non ha migliorato il nostro modo di vivere l’euro da sistema di controllo delle economie nazionali si possa trasformare in competitore internazionale del dollaro.

[14]Si riunirono i “padroni del mondo” per decidere che da quel momento in poi si sarebbe applicata la legge delle 3 D : Dereglementation (liberalizzazione), desintermediation (senza mediazione), decloisonnement (senza barriere).

Giambattista Scidà e Fabio Repici replicano ad un articolo de La Repubblica

Il marciume del caso Catania è possibile grazie anche a una stampa che non fa il proprio dovere.

Fonte: Giambattista Scidà e Fabio Repici replicano ad un articolo de La Repubblica.

Il 18 febbraio 2011 l’avvocato Fabio Repici chiese per il giudice Giambattista Scidà rettifica di quanto apparso quello stesso giorno su La Repubblica a riguardo del magistrato. Riportiamo il testo della richiesta, pubblicato tra le lettere invece che al debito posto, e con omissione delle parti che trascriviamo in grassetto.

Egregio Direttore, scrivo nell’interesse del dr. Giambattista Scidà per chiedere la pubblicazione, ai sensi dellart. 8 1.47/48, della presente rettifica a quanto riportato dalla giornalista Alessandra Ziniti nell’articolo dal titolo Archiviazione per Lombardo? A Catania scontro in Procura,pubblicato oggi, 18 febbraio 2011, alla pagina IV delle cronache siciliane. La giornalista Ziniti, già coautrice nella primavera scorsa della pubblicazione delle notizie riservate sull’indagine catanese a carico dell’on. Lombardo (indagine coordinata dal dr. Giuseppe Gennaro), oggi, continuando a occuparsi di quella vicenda giudiziaria e della competizione per il posto di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, è passata direttamente alla volgare diffamazione nei confronti del dr. Scidà. Naturalmente, risponderà presso il giudice penale competente per la consumata diffamazione. Intanto le segnalo, qui di seguito, le mistificazioni, le falsità e le lacune del suddetto articolo:

 

1. Nel 1987 il dr. Gennaro, PM presso il Tribunale di Catania, raccolse le dichiarazioni di un pentito (in tal modo, almeno, propostosi). Costui riferì che un minore (del quale tuttora il dr. Scidà sconosce il nome) gli aveva confidato di aver ricevuto molestie dall’allora Presidente del Tribunale per i minorenni di Catania (al tempo il dr. Scidà tale era da sei anni e tale sarebbe stato per altri quindici anni ancora, ma già dal 1967 prestava servizio in quella città);

2. La presunta vittima, sentita dal Procuratore Generale di Catania, smentì il “pentito”;

3. L’anomala personalità dell’aspirante collaboratore di giustizia fu dettagliatamente descritta dalla sentenza 8/90 della Corte di assise di Catania (presidente Siscaro), che lo assolse per una strage della quale si era detto responsabile;

4. Gli uffici giudiziari catanesi (e primo fra tutti il dr. Gennaro) omisero di trasmettere le dichiarazioni del “pentito” alla Procura della Repubblica di Messina, che sarebbe stata competente sia per leventuale ipotesi di reato a carico del dr. Scidà sia per la calunnia in suo danno;

5. Certo, fosse stato sentito da diversa Procura, il pentito” avrebbe anche potuto spiegare le ragioni per cui aveva reso in danno del dr. Scidà quelle calunniose dichiarazioni al magistrato di Catania.

In conclusione segnalo – come Lei, Direttore, ben dovrebbe sapere – che la levatura morale e l‘impegno civile del dr. Scidà sono noti e sono cari a tutta la cittadinanza onesta di Catania, che sa bene come la macchina del fango che SI muove – oggi come decenni fa – contro di lui sia la risposta alla sua onestà, al suo coraggio e alla sua intransigenza, caratteristiche che non lo hanno fatto tacere anche quando le devianze del potere catanese coinvolgevano importanti magistrati. Forse la colpa che oggi la giornalista Ziniti addebita al dr. Scidà è di non aver acquistato casa da mafiosi, di non esserne stato commensale e di non aver a loro rilasciato titoli di credito. Se l’autrice dell‘articolo, adempiendo ai suo doveri di verifica delle notizie suggeritegli da qualche parte interessata, avesse interpellato il dr. Scidà, non sarebbe incorsa nell’imbarazzante gaffe. Avrebbe, anzi, appreso i contenuti del documento di 30 pagine dal titolo Per capire il caso Cataniache il dr. Scidà il 14 dicembre scorso ha inviato al Consiglio giudiziario di Catania per illustrare i fatti da cui deriva lincompatibilità fra il dr. Gennaro ed il ruolo cui aspira. Ma evidentemente limpegno di tanti al momento attuale è mirato a spostare l‘attenzione da quei fatti gravi e sconcertanti. Quando non siano reperibili spiegazioni minimamente decorose – deve aver pensato qualcuno – meglio evitare ogni sforzo. Con le conseguenze, sul decoro dell’immagine della Città di Catania e dei suoi uffici giudiziari, che ognuno vede.

Avv. Fabio Repici

L’articolo indica il livello sino al quale si abbassano gli ispiratori, non so se più nel furore per il dissolversi di un sogno protervo, o nella paura del confronto che ormai non può essere eluso, con il tema della compatibilità di certe presenze a Catania con l’ambiente locale, o per un disperato bisogno di diversione, o la rabbia accecante contro un vecchio che nulla è mai valso a piegare a vile silenzio sullo scempio della sua città e della Giustizia. Fa una pena profonda che un quotidiano come La Repubblica si sia lasciato coinvolgere nel “sicariato giornalistico” di cui scrivevo tempo addietro al Capo dello Stato, a proposito dei mezzi di cui si avvalgono certi interessi catanesi.

Come farà chiaro un altro mio scritto, nessuno degli attacchi che mi sono stati mossi, a partire dall’83, ha mai prodotto altro effetto che quello di guadagnarmi la stima degli uomini cui toccò occuparsene, nel Consiglio Superiore, quell’anno e durante la consiliatura ’86-’90, e una corale commovente protesta di apprezzamento e di affetto (dei giudici minorili italiani, riuniti a congresso; di tutti i settori della Commissione Antimafia; della società catanese: colleghi, associazioni e singoli cittadini; e della stampa, non solo isolana) quando ad assalirmi, nel quadriennio 1998-2002, fu proprio una commissione del CSM. La nemesi scese puntuale, con le rivelazioni Arcidiacono, sul ritorno all’aggressione, nel marzo 2001, della maggioranza di quel ristretto consesso e della maggioranza del plenum. Tra i grandi beni che debbo a quei fatti è il consenso subito manifestatomi dall’avv. Repici.

Come già allora scrivevo, nessuno e niente mi distoglieranno dal fare, sinché la vita mi duri, ciò che ritengo doveroso.

Giambattista Scidà (www.scida.worpress.com, 20 febbraio 2011)

Lettera aperta di Giambattista Scidà all’on. Forgione – 30/03/2007

Emergono ulteriori dettagli sul marciume al palazzo di giustizia di Catania

Fonte: Lettera aperta di Giambattista Scidà all’on. Forgione – 30/03/2007.

19 febbraio 2011. Rilanciamo la lettera aperta inviata il 30 marzo 2007 dal Giudice Giambattista Scidà all’allora Presidente della Commissione Antimafia On. Francesco Forgione. Il contenuto della lettera è oggi di estrema attualità per capire fino in fondo tutto ‘il dramma di Catania’, città ove ‘la situazione della Giustizia inquirente è senza eguali, crediamo, in nessun’altra parte del Paese’.

Mi rivolgo a Lei, che presiede la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia, per esporLe ancora ciò che con ripetute comunicazioni non pubbliche Le ho segnalato come cosa inconfutabilmente necessaria: che Ella provochi sospensione di certo provvedimento dell’Ufficio di Presidenza, e sollecito accesso della Commissione a Catania.

I fatti locali Le sono presenti: quelli, in particolare, successivi alla uccisione di Carmelo Rizzo, imprenditore di San Giovanni La Punta da lungo tempo affiliato ad una temibile cosca. Costui venne ucciso in febbraio del ’97, per mandato del vertice di quel clan, perché non potesse pentirsi, come si riteneva che stesse per fare. Quali cose avrebbe rivelato il Rizzo? lui che di molte, e di grande rilievo, era certo a conoscenza (composizione della squadra; omicidi; riciclaggi; connessioni con imprenditori e pubblici funzionari; favori fatti dal clan a chi non doveva accettarne, e favori venuti, al clan, da persone che non avrebbero dovuto farne a nessuno)?

Certo è che dopo averlo fatto uccidere, il mandante fu più forte di prima, nei confronti delle persone che Rizzo avrebbe potuto coinvolgere: sapeva tutto ciò che Rizzo sapeva, e poteva asserire, in aggiunta, al fine di perdere quanti, in posizione socialmente qualificata, lo frustrassero nelle sue attese di compiacenze e di benefici, di averlo fatto uccidere proprio per loro, per salvarli dalle sue propalazioni. La loro rovina sarebbe stata, in tal caso, intera: corrispondessero o no, quelle vendicative asserzioni, a verità.

Dieci anni sono trascorsi da quel delitto, e in dieci anni la Procura della Repubblica di Catania, sempre in mano alle stesse persone, non ha fatto, contro il mandante, sinchè non costrettavi da ineludibili circostanze, ciò che la legge le imponeva, di volta in volta, di fare; ed ha fatto molto, con vantaggio di lui, in via di disobbedienza alla legge. Ha cercato di evitare che procedimenti insorgessero, a suo carico, e quando non ha più potuto scongiurarne l’insorgere, ha preso a traversarne il corso. Mi limito ad evocare, come saltando di cima in cima, i comportamenti di maggiore rilievo, quasi tutti posti in essere da uno stesso gruppo di Sostituti (una triade, ridottasi a diade dopo il 2000, per passaggio di uno dei membri ad altro settore giudiziario) e dal Procuratore Capo, andato in pensione recentemente.

La notizia del delitto Rizzo venne mandata in archivio dopo più di un anno, senza che nessuna indagine fosse stata iniziata; e a chiederlo fu un candido Sostituto, ignaro di affari mafiosi, al quale era stata lasciata in mano, e al quale non furono comunicate propalazioni che sarebbero bastate a dissuaderlo dal porre termine alla pendenza. Avvenne poi che altre dichiarazioni di pentiti, i quali accusavano il mandante di altri omicidi, e accusavano di collusione con lui un ricchissimo operatore economico, particolarmente attivo nella sua San Giovanni La Punta, fossero tenute da canto, per anni, senza séguito; che se ne rifiutasse comunicazione, con protervo ed invitto silenzio, al magistrato (estraneo alla triade) che nel 2000 la richiedeva, legittimamente e con insistenza; e che infine si tentasse di provocarne archiviazione, per fortuna rifiutata dal Gip. Intanto erano state stroncate, pretestuosamente, indagini intraprese dai C.C., previa autorizzazione, in ordine a riciclaggio di capitali di esso mandante, ad opera del suaccennato opulento imprenditore. Trascurate furono altre dichiarazioni di collaboratori, uno dei quali, esecutore confesso dell’omicidio Rizzo, chiamava in correità quell’intoccabile boss: sino a quando il pericolo che la Procura Generale, avocato altro affare, avocasse per connessione anche quello, non ebbe resa necessaria la messa in moto di un procedimento. È difficile trovare aggettivi per ciò che venne osato, subito dopo. Alla Procura Generale, impegnata in procedimento per mafia, a carico del cennato imprenditore, che era stato in rapporti col Rizzo: alla Procura Generale che perciò domandava in visione il fascicolo dell’omicidio: a quel superiore Ufficio, certamente in diritto di esaminare gli atti, fu opposto rifiuto: per esigenze, si disse, di segretezza delle indagini.

Ci fu poi recesso, ma non sappiamo quali carte vennero allora comunicate, e se tutte. Dubbi al riguardo derivano anche dal fatto che il procedimento aveva carattere di alterità  e novità rispetto a quello che era stato chiuso con archiviazione. Chi non ha accesso ai fascicoli non può né superare la incertezza né verificare l’ordine nel quale sono qui collocati gli eventi – avvio del procedimento; richiesta della Procura Generale; diniego – piuttosto che in altro: richiesta; pretestuoso rifiuto; messa in movimento degli atti.

Ciò che fu fatto e ciò che fu pretermesso, relativamente all’omicidio Rizzo, pare conforme ad un graduato disegno: lasciar tutto nel buio (omettendo, per questo fine, indagini e provocando archiviazioni); non dar séguito, sino a quando possibile, ad informazioni pervenute dall’esterno, a dispetto di quella inerzia; impedire che la Procura Generale vedesse le carte, a costo di opporle, per impedirglielo, i cennati stupefacenti motivi; e infine controllare strettamente il corso del processo, anche in dibattimento, evitando approfondimenti che concernessero magistrati (il magistrato, al quale il Rizzo si vantava di aver venduto una villetta; il giudice di Roma che egli malediceva, per aver preteso, in cambio di soffiate, in ordine a provvedimenti de libertate, centinaia di milioni di lire), o relativi alla “Società Di Stefano”, sotto il cui nome il Rizzo aveva fabbricato, appunto, villette, e per la quale si era ricevuti acconti, qualificandosene amministratore. Un siffatto, serrato governo della vicenda processuale, da parte degli stessi magistrati, lungamente prodigatisi nei massicci deplorevoli precedenti, era nell’aria già all’inizio del 2002, se qualcuno sentì il bisogno di deprecarlo, nel giorno di inaugurazione di quell’anno giudiziario: “Ci aspettiamo – fu allora detto, con riferimento alla soppressione di Rizzo – “uno sforzo intransigente di recupero della verità; e una Giustizia senza riguardi, fatta da mani che non tremano: per la salute della Catania di oggi e della Catania di domani, e non di essa soltanto…”

L’uomo, sulla tragica fine del quale non furon fatte indagini, in tutto l’anno che la seguì, era molto più che un comune compartecipe di una comune associazione mafiosa. Era, nel sistema di potere costituitosi in San Giovanni La Punta, un personaggio di rilievo. Nella G.U. del ’93 si diceva di lui diffusamente, in motivazione del decreto di scioglimento, per mafia, di quell’Amministrazione Comunale. In quello stesso tempo, il Questore ne aveva proposto sottoposizione a misure: e proprio nello sfuggire a quella richiesta il personaggio aveva dato prova di poter contare sopra avanzate connessioni, anche nell’ambiente giudiziario: non erano in fascicolo, quando la Corte d’Appello si pronunciò, documenti decisivi, pur tempestivamente inviati dalla Questura a certissima prova di una già antica immedesimazione di lui con il clan locale. Omettendo dunque tutte le indagini sull’omicidio che le circostanze imponevano (perquisizioni, sequestri di carte, accertamenti bancari, accertamenti sulle società, intestate a lui, ma paravento del capo del clan, come era ritenuta la “Società Di Stefano Costruzioni” di tre soli soci, uno dei quali la moglie di esso Rizzo), la Giustizia si negava l’acquisizione di un sapere complessivo, avente ad oggetto, oltre che l’identità del mandante, tutto l’universo mafioso di San Giovanni La Punta. Il venire in luce, di anello in anello, delle concatenazioni proprie della realtà locale, avrebbe potuto render visibile legami tra malavita ed imprese, e persino l’acquisto di casa, fatto da quel tale magistrato, e forse anche la circostanza, fra tutte incresciosa che in tempo non lontano dall’acquisto, per atto notarile definitivo, e ancor meno lontano dal preliminare, egli aveva atteso come P.M. ad un processo a carico di stretti congiunti (il padre e un fratello) del ripetuto capo mafia. Ma sviluppi del genere la chiusura del caso, senza alcun principio di indagine, esorcizzava per intanto, e rendeva improbabili per l’avvenire, esponendo a dispersione le prove.

Non meno severo dovrebbe essere il giudizio sul processo che infine fu reso inevitabile dall’irrompere di prove non cercate. Se l’archiviazione del ‘98 prevenne l’affiorare di relazioni tra magistrati e ambienti mafiosi, nulla fu introdotto nel processo, di parecchi anni dopo, degli elementi che in materia erano frattanto emersi, anche clamorosamente. Era esploso, nel dicembre del 2000, il “caso Catania”, con al centro dello scandalo l’affare della villetta; si sapeva ormai, oltre che dell’acquisto, del modo tenuto dall’acquirente nel discolparsene, dando a credere al CSM – mediante produzione di un atto mendace – di aver comprato non già da mafiosi ma da persona non sospetta; ed era noto lo smascheramento che di quell’inganno avevan fatto i C.C., riferendo le dichiarazioni, conformi al vero, dell’apparente venditore. Il dibattimento era un terreno minato, indipendentemente dal fatto che esso si svolgesse solo nei confronti dei concorrenti, e non anche del capo mafia, asseritamente infermo; ma la gestione ne fu avveduta.

Si sa quale fosse, in tutto quel tempo, la posizione, all’interno dell’Ufficio requirente, del magistrato compratore; e quale la composizione del gruppo di magistrati, che condusse le indagini, e da chi fu sostenuta l’accusa.

Si legge in sentenza una peregrina “assoluzione” del PM dall’addebito, che nessuno aveva formulato, di inerzia nella fase delle indagini. “Non petita”, essa rivela, senza poterlo soddisfare, il bisogno di giustificazione nel quale versava e versa, senza rimedio, la Procura della Repubblica.

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Ho accennato, illustre Onorevole, agli espedienti cui si fece ricorso, quando più non si poté evitare che a carico del mandante altri procedimenti e processi insorgessero, per bloccarne lo svolgimento. Una strenua, molteplice, indefessa attività è stata svolta, mille volte superando, per zelo, la stessa difesa, perché il boss, simulatore flagrante per coloro che lo osservavano giorno e notte, nel centro clinico di Parma, venisse detto incapace di partecipare coscientemente alle udienze. In un caso (un caso speciale, in verità, per i privati interessi che vi erano indirettamente coinvolti) tutti i limiti furono varcati. Perché il Gip non potesse tenere l’udienza preliminare che aveva fissata, il Procuratore Capo chiese al Presidente di quell’Ufficio di impedirla, negando autorizzazione alla “inutile” trasferta, e per indurlo ad impedirla prospettò che in caso contrario avrebbe scelto, lui, tra il renderla impossibile, ordinando al Sostituto suo di non parteciparvi, e il denunciare la spesa, come non giustificata, alla magistratura contabile. E’ nota – per la pubblicazione fattane da un quotidiano – la risposta del Presidente: “Egregio Procuratore, mi meraviglia quantomeno la richiesta di revoca dell’udienza preliminare e della trasferta, situazione mai verificatasi nella mia ultraquarantennale esperienza di giudice penale, avanzata da una parte processuale prima dell’udienza e diretta a coartare la volontà del libero giudice (…). Non intendo, pertanto, disporre alcuna revoca” della trasferta e delle udienze “disposte dai giudicanti che hanno speso la loro vita per l’accertamento della verità, sempre con sprezzo del pericolo, al solo scopo di definire i procedimenti penali e di rendere giustizia, senza nulla temere né dalle parti processuali né da altra magistratura. In caso di intervento, su sua richiesta, della magistratura erariale, pur di assicurare il giusto corso della Giustizia penale, correrò anche il rischio, senza alcuna preoccupazione, di avere addebitato l’importo della trasferta, che (…) dedurrò in tempi spero non brevi, dalla somma di denaro che dovrò lasciare in eredità.”

Si trattava, ho detto, di un caso speciale. Al capo del clan si era dovuto contestare, per conseguenza di propalazioni di pentiti e di un rapporto della G.d.F., il reato di falsa intestazione di beni suoi (edifici di nuova costruzione) a società portanti il nome del Rizzo, o alla “Società Di Stefano”. Tra quei beni sarebbe dunque potuta rientrare anche la villa acquistata dal magistrato (la finzione che a vendergliela fosse stato un tale Arcidiacono, invece che detta “Di Stefano”, era infatti irrimediabilmente caduta, come accennato, già nel 2001). Il rumore del processo avrebbe nuociuto, di per sé, a parecchi acquirenti; la condanna avrebbe potuto importare confisca degli immobili. Maggiore che il danno economico, di pur grande rilevanza, sarebbe stato il pregiudizio morale: grave per tutti, catastrofico per qualcuno. Da temere erano anche, per il caso di condanna, le reazioni dell’imputato.

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Nel quadro gremito dalle gesta, riguardanti la mafia di San Giovanni La Punta, hanno trovato posto altre mafie. Secondo il quotidiano “La Stampa” del 25/10/2006, la Procura utilizza, per intercettazioni, un’azienda di soggetti nei confronti dei quali sono state fatte iscrizioni, nella stessa Catania o a Caltanissetta, per ipotesi di concorso in famigerata strage di mafia. L’articolo Le è ben noto; ed Ella se ne è tanto allarmata da rivolgere, quale deputato, prima della sua elezione a Presidente della Commissione Antimafia, interrogazione al Ministro. Anche in questa vicenda entra, per qualche verso, taluno dei Sostituti della triade, occupatasi nel modo che ho detto della mafia di San Giovanni.

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Questa la situazione della Giustizia inquirente, a Catania – senza eguali, crediamo, in nessun’altra parte del Paese – quando all’Ufficio di Presidenza dell’Antimafia è stata richiesta, da componenti della Commissione, la nomina a consulente dell’organo di un magistrato in servizio a Catania; di un magistrato della Procura della Repubblica: del Sostituto Procuratore al quale dovrebbero esser chieste spiegazioni (a lui e ad altri, ma a lui forse più che ad altri) in ordine a ciò che è stato fatto in Procura, o a ciò che è stato omesso o ritardato, con vantaggio di quella cosca, nel corso di un decennio, in offesa al normale funzionamento dell’Ufficio.

Purtroppo, il fatto è stato seguito da altro, più sorprendente, dell’Ufficio di Presidenza: che oltre ad accogliere la segnalazione, sùbito procedendo alla nomina (il che potrebbe esser messo a carico di un’ancora inadeguata conoscenza dei fatti) la nomina stessa ha tenuto ferma, senza neanche sospenderla, pur dopo essere stato informato di tutto con varie comunicazioni, tra le quali una circostanziata memoria. Secondo ogni apparenza, l’Ufficio tiene a che il CSM, richiesto di collocare fuori ruolo l’interessato, abbia il tempo di annuire, come di prassi; e il fatto compiuto travolga i tentativi, diretti a scongiurarne il compimento.

Nessuno può impedire che la S.V. e gli altri membri dell’Ufficio mandino ad effetto, così, la presa deliberazione; ma nessuno può pretendere che le circostanze, ad onta delle quali viene intransigentemente perseguita la scelta, e le conseguenze che essa non può mancar di produrre, restino in ombra. L’interesse pubblico vuole che di esse si dia conoscenza; vuole che il silenzio protervo dei media, intorno alla vita giudiziaria di Catania, venga rotto dai cittadini che, come me, sono al corrente dei fatti. Tento perciò un elenco delle conseguenze, più rilevanti.

L’atto introduce all’interno della Commissione interessi non compatibili con l’interesse pubblico all’accertamento dei fatti. Pone l’organo nella condizione di non poterli constatare e riferire, senza attirarsi rimprovero di estrema imprudenza, per quanto viene ora voluto. Ma già prima, non appena uscita dal riserbo che la circonda, la scelta di adesso avrà pregiudicato l’immagine della Commissione. In quest’ultima, la coscienza pubblica sarà tentata di vedere un organo che tiene a concludere, e in modo inatteso, ancor prima di aver cominciato a cercare; che si avventura in avalli anticipati; che invece di impegnarsi nell’accertamento dei fatti, tenendo seduta a Catania, ne rende difficile, a sé stesso, la libera ricognizione. La nomina inibirà gli apporti che, senza di essa, molti darebbero, con fiducia; ma sarà a tutti difficile, dopo, prestare collaborazioni che essa fa credere non gradite, e sfidare, per prestarle, sia la mafia che i magistrati, storicamente in possesso del potente apparato repressivo locale. Si tratta, infatti, di un gruppo compatto, cementato dalla diuturna milizia di corrente e dalle frequenti congiunture elettorali, che è in sella da lunghissimo tempo: se il Procuratore della Repubblica (tale per 10 anni, e Procuratore Aggiunto, prima, per altri 10) è stato collocato in pensione, tutti e cinque gli Aggiunti han trascorso tra Pretura e Procura, o solo in quest’ultima, un quarto di secolo. Nelle condizioni che la Commissione ora crea, nessuno oserà provocare quel poderoso insieme, offendendone, senza alcuna speranza di ottener cambiamenti, il carismatico leader. Un tale Calì (stato a suo tempo collaboratore del Rizzo), che davanti ad un Tribunale in udienza, in Catania, diceva di saper tutto in ordine agli acquisti di case, fatti da magistrati e politici, da potere del suo principale, con isconti di centinaia di milioni, ha preferito, davanti al PM di Messina, tacere, avvalendosi dell’art.210 c.p.p.: “Sono potenti – ha spiegato, in sostanza – ed io son troppo piccolo…”. Chi oserebbe parlare, da ora in poi, in una situazione resa tanto più difficile, per tutti i “piccoli”, dalla stessa Commissione Antimafia? dall’aver questa voluto per suo consulente proprio un magistrato della Procura, proprio uno di coloro che dell’Ufficio hanno determinato la rotta, negli affari riguardanti la mafia di San Giovanni La Punta? Se Catania è un “vaso di Pandora”, il provvedimento, di cui non si ritiene di sospendere il corso, graverà sul suo coperchio come un gran masso: di per sé, senza che i magistrati interessati, o altri, abbiano da far qualcosa per tenerlo fermo.

Tutte le conseguenze anzidette Le sono state rassegnate, illustre Presidente, con un fax del 10 febbraio, con una diffusa memoria dello stesso mese, e con altri scritti. Ma l’Ufficio di Presidenza fa palese, evitando di prender provvedimenti, di fortissimamente volere, sebbene al corrente dei fatti, quanto voluto prima di averne ricevuto denuncia. Non sembra che del problema, grave, sia stata informata la Commissione; non sembra che un’adunanza plenaria abbia offerto a ciascuno dei componenti la possibilità di discuterne, in tempo, con tutti gli altri.

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Riaffermo la convinzione, sinora non confutata, e nemmeno contraddetta, che per il raggiungimento dei fini assegnati a codesta onorevole Commissione, è necessario che essa, sospeso il provvedimento in parola, apra inchiesta su Catania. Grandi sforzi e possenti saranno qui compiuti per scongiurarla (come fu fatto, con pieno successo, per tutta la durata della XIV Legislatura) o per il fine di renderla inoffensiva, e persino giovevole, mediante schivamento di tutte le audizioni pericolose, in favore di altre, che inneggino alla locale Giustizia inquirente (non mancano, tra i politici catanesi, panegiristi puntuali, in servizio da lustri e lustri). Per dissuadere dall’accesso si metterà avanti, prevedo, che tutto è stato chiarito a Messina, dall’archiviazione di certi atti. La sfrontatezza sarebbe in tal caso oscena. Gli Uffici di Messina non si sono mai occupati di ciò che è stato fatto, nella Procura di Catania, con vantaggio della mafia di San Giovanni La Punta in dieci anni, dal giorno dell’omicidio al giorno di ieri. Il nome del capomafia non ricorre, in quei documenti, nemmeno una volta.

Una moltitudine di cittadini si aspetta che inchiesta ci sia, e che si svolga come l’onore del Parlamento prescrive. Essa è di estrema impellenza. Solo la Commissione può ricomporre il quadro di San Giovanni La Punta, frantumato, in sede giudiziaria, in tanti disiecta membra (il processo, per concorso in associazione mafiosa, a carico del più volte accennato imprenditore: il quale è condotto, a séguito di avocazione degli atti, dalla Procura Generale; il processo per l’omicidio Rizzo, sospeso, nella parte riguardante il capo del clan, per asserita infermità mentale di lui; il processo per intestazione fittizia di beni, del pari sospeso per la parte riguardante lo stesso soggetto; i procedimenti archiviati); e solo su di essa si può contare perché il silenzio cessi intorno alla mostruosa reciprocità di competenze penali – tra Uffici di Catania e Uffici di Messina – per cui indagini su magistrati della Procura etnea, anche per reati di mafia, o sopra altri, qui in servizio, si sono svolte, a Messina, mentre magistrati di Messina erano sotto procedimento o processo (come tuttora), anche per mafia, a Catania.

Ma il profilo più vistoso, di necessità e di urgenza, si connette al procedimento in corso, di nomina del nuovo Procuratore della Repubblica. Occorre, perché la scelta cada sopra certo aspirante, che codesta Commissione si sottragga agli imperativi della situazione: al dovere, mi permetto di dire, di promuovere, venendo a Catania, l’emersione dei fatti. Nel concetto di chi lavora per questa riuscita, il resto sarebbe fatto dalla leva generale delle solidarietà e dallo scambio tra correnti.

La congiuntura è cruciale. Non si tratta soltanto del destino di un individuo o di un posto direttivo o di un Ufficio (del posto più importante, nel più incisivo degli Uffici). La posta, la vera posta, è Catania. E’ il permanere in vita o la caduta del “regime materiale” della città. Quale ordinamento dovrà aver vigore, in questi luoghi: quello ufficiale, o l’altro, sinora vivo nella realtà, al cui montaggio, con varietà di mezzi, dai più sottili ai più drastici e persino violenti, hanno lavorato i decenni? Questa, signor Presidente della Commissione Antimafia, è la questione che si pretende venga risolta, giusto dalla Commissione, nel senso più contrario alla sua natura e funzione.

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Se poi nulla, di ciò che affermo necessario, all’unisono con catanesi senza numero, Le paia realmente tale, allora accetti, Onorevole Presidente, una pubblica discussione sul tema Catania. Al dibattito che così Le propongo, verrebbe invitato un rappresentante, in campo nazionale, dello schieramento politico dal quale è venuta la segnalazione. Se essa è stata fatta in nome de “L’Ulivo”, destinataria dell’invito sarebbe, fin troppo ovviamente, la senatrice Anna Finocchiaro, catanese, magistrato, stata in servizio come tale, prima dei fatti, proprio presso la Procura Repubblica di Catania, e parlamentare già per venti anni, sempre eletta in queste circoscrizioni, e in vari tempi ministra, o Presidente della Commissione Giustizia della Camera, o incaricata del suo partito per il settore giudiziario. E chi, meglio di don Luigi Ciotti, potrebbe fare da moderatore?

Non voglio, a questo punto, né ignorare la domanda che potrà venirle alle labbra – chi sia mai, io che Le scrivo, per pretendere tanto – né sottrarmi alla risposta. Sono, illustre Onorevole, quasi nessuno (dove lo stesso “quasi” forse riflette, evitando l’assolutezza della negazione, l’amor di sé che sempre è in ognuno). Sono solo un italiano di Catania, di già 77 anni, che nessun ruolo pubblico riveste, cessato da cinque il suo servizio di magistrato; sono un senza-partito; un estraneo a tutte le logge; uno del quale potrebbe presumersi inutile l’ascolto, non fosse per il silenzio che su cose essenziali, concernenti Catania e la sua Giustizia, e il dramma di entrambe, tenacemente han serbato e serbano, per indifferenza o viltà o calcolo o gusto di complicità con i forti, mentre egli ne ha parlato, e parla, i tanti che saprebbero farlo, volendo, infinitamente meglio di lui.

Nessuno di costoro gli fu compagno, nel ’96, quand’egli, Presidente del TM, invocò, motivatamente, la nomina di un Procuratore della Repubblica estraneo all’ambiente (l’immane criminalità minorile e la criminalità adulta, comune e mafiosa, rimandavano come a loro causa comune, alla devianza amministrativa; e questa, egli sosteneva, trovava presupposti e condizioni nelle disfunzioni della Giustizia requirente); nessuno concorse con lui, nel ’98, nel deprecare la consegna, che pareva imminente, della Procura della Repubblica di Messina a magistrati della Procura catanese (competente, la prima, per ogni indagine sopra il Capo della seconda, e i suoi Sostituti); e tutti si sono guardati sia dal proporre all’attenzione del CSM il tema tabù del processo per il grande appalto di Viale Africa, sia dal lacerare il sipario davanti la scena di San Giovanni La Punta. Non essi reclamarono il riarmo della città, che l’allontanamento di troppa parte delle forze dell’ordine aveva ceduto alla malavita; non essi protestarono, in faccia a ministri, contro la mancata cattura del capo della mafia catanese, latitante fatato per dodici anni.

Se il tacere di pubblici ufficiali, di politici, di giornalisti, di intellettuali, non avesse fatto il vuoto attorno alla voce dei pochi che tacere non abbiamo voluto, Catania sarebbe oggi assai diversa da com’è, tristemente: con i suoi primati di frequenza degli arresti di minorenni e di insuccesso della scolarizzazione obbligatoria, e di bassa qualità della vita; con lo scempio delle sue risorse; con la divisione che la sfregia tra parti fortunate e quartieri derelitti; e con i processi economici in corso, di rapidissima moltiplicazione, promossa con atti amministrativi dalla incerta legalità, di già ingenti ricchezze, e di sempre maggiore immiserimento dei poveri: privati, questi ultimi, di servizi buoni e costretti a pagare, per i non buoni che stentatamente ottengono, esosi corrispettivi.

Senza quel corale mutismo, e senza il patto di censura, in ordine alle vicende della magistratura catanese, che sembra vincolare tutta la stampa nazionale, anche lo stato della Giustizia sarebbe altro. Della discussione che Le propongo mancherebbe, forse la stessa materia: sappiamo tutti quanto tragicamente copiosa.

Che Ella accetti, potrà dunque giovare (gioverà, ne sono convinto) ad impedire di questa trista materia, malignamente feconda, la crescita ulteriore.

Giambattista Scidà (30 marzo 2007)

L’UNITA’ D’ITALIA E I CONTI CON LA STORIA

Fonte: ComeDonChisciotte – L’UNITA’ D’ITALIA E I CONTI CON LA STORIA.

DI TRUMAN BURBANK comedonchisciotte.org

A 150 anni dall’unità, l’Italia sembra un giocattolo inceppato, che si agita in modo inconcludente. Piuttosto che agitarsi furiosamente come fanno tanti è forse il caso di studiare il passato.

“Chi non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo” dice Santayana e la frase ha due possibili letture: la prima (la più comune) è che chi non conosce la propria storia ripeterà gli stessi errori a parità di condizioni; dopo un primo fascismo ne conoscerà una seconda versione (e magari anche una terza), senza che l’esperienza precedente consenta di resistere all’ascesa progressiva di ducetti, gerarchetti e galoppini. Ma ancora peggiore è una seconda lettura della frase di Santayana, chi non conosce la propria storia non si rende conto di ciò che ha fatto di buono e lo distrugge senza neanche accorgersene. Allora, se si vuole crescere e diventare adulti, bisogna fare i conti con la propria storia.

Per fare i conti può convenire partire dalla favoletta con cui ci viene propinato il racconto tradizionale dell’unità d’Italia. La storia provvidenziale (la favola del Risorgimento)

Per gli studiosi di antropologia potrebbe essere interessante analizzare il racconto convenzionale in senso provvidenziale del “Risorgimento”. La visione proposta è tesa a dimostrare quanto siano stati necessari gli avvenimenti riportati. Dopo secoli di sofferenze gli italiani erano pronti ad essere riunificati, questo era il loro destino manifesto. Per fare ciò servivano degli eroi: Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour. Ma gli eroi presuppongono dei cattivi dall’altra parte: gli austriaci, i Borbone. Un po’ meno cattivo il Papa, ma certo non poteva avere il suo stato su quella che era destinata a ridiventare capitale d’Italia.

Tutte le fiabe raccontano la stessa storia all’interno di un numero di variabili limitato e la fiaba dell’unità d’Italia non fa eccezione.

Per i dettagli conviene fare riferimento alla “Morfologia della fiaba” di Vladimir Propp[1]. E’ opportuno notare che, rispetto alla fiaba standard, qui l’unità nazionale conseguita (la legittima unione tra il popolo e la patria) rimpiazza il matrimonio finale dell’eroe.

Chiaramente la storia provvidenziale che ci viene raccontata è in realtà un artefatto, realizzato per soddisfare degli interessi umani. Ma come si fabbrica un tale artefatto? Non è poi così difficile costruire un’interpretazione provvidenziale della storia. Prima di tutto vengono gli interessi: si fa quello che conviene fare con qualsiasi tecnica, per esempio è tradizione corrompere gli alti gradi dell’esercito nemico. Grazie alla corruzione ed altri trucchi sporchi si vince. In guerra normalmente vince il peggiore, non il migliore (a parità di forze in campo). Vince il più privo di scrupoli, il disonesto, chi trama nell’ombra. Dopo la vittoria si scrivono libri che dimostrano come ciò che è successo fosse inevitabile, nel destino della nazione, come si stesse preparando da secoli. Si troveranno sempre con facilità intellettuali e giornalisti pronti a sostenere i vincitori. Anche il vocabolario verrà riformato. Si introdurranno nuovi termini, come risorgimento, esportazione della democrazia e così via. In parallelo si provvederà ad emarginare e poi distruggere chi si ostina a mostrare il punto di vista dei vinti, dai giornali fino alle cattedre universitarie. Alla lunga resterà solo il punto dei vista dei vincitori. Per questo è rarissimo nelle opere storiche trovare dei vincitori cattivi. Per questo gli antichi romani portavano la civiltà. Il popolo pigro
Un importante corollario della favola standard, popolata da eroi, è il popolo pigro. Adatto il concetto da Wikipedia[2]. Un filone di critica storiografica, elaborando le analisi che fece Antonio Gramsci nei suoi quaderni del carcere, che partì dalle considerazioni del meridionalista Gaetano Salvemini sulla mancata soluzione della questione contadina, legata alla irrisolta questione meridionale, ha sottolineato un’interpretazione che sostiene come nel Risorgimento italiano fosse stata assai limitata la partecipazione delle masse popolari, soprattutto contadine, agli eventi che hanno caratterizzato l’unità nazionale italiana e come il Risorgimento possa essere considerato come una rivoluzione mancata. Per chi guardi gli avvenimenti in modo disincantato la realtà è diversa e il popolo c’è. Il popolo è quello che neutralizza la spedizione dei Pisacane, il popolo è a Bronte che reclama le terre, il popolo combatte a Pontelandolfo, il popolo partecipa al brigantaggio, riuscendo a contrastare un esercito di 140.000 soldati[3] in assetto da guerra, soldati che riusciranno a vincere solo grazie a tecniche di genocidio. Il popolo è quello costretto ad emigrare a causa della fame creata dai Savoia nel sud. Il popolo continuerà a celebrare i briganti contro gli invasori per decenni. Oltre un secolo dopo la spedizione dei mille c’erano ancora dei cantastorie che onoravano le gesta dei briganti. Il problema è che nell’interpretazione favolistica del Risorgimento, il popolo è quasi sempre dalla parte sbagliata e viene fatto diventare invisibile dai mass-media (inclusi i libri di storia). Ma se abbandoniamo la favola è facile vedere come il risorgimento sia un’operazione fatta contro il popolo italiano, a cui il popolo si è opposto fortemente, a volte anche ferocemente. Conviene prestare attenzione al concetto di storia dei vincitori, la storia così come viene raccontata da chi ha vinto. Dalla storia dei vincitori non c’è niente da imparare. Tutto viene giustificato in termini di provvidenza o destino manifesto. Sul lato opposto, dalla storia dei perdenti si possono raccogliere molte utili informazioni. Solo che i perdenti quasi sempre sono stati azzittiti. Per questo solitamente bisogna cercare al di fuori dei libri di storia per trovare qualche verità, un grande esempio è Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, altro esempio è Noi credevamo di Anna Banti. Per quanto riguarda la saggistica, per lungo tempo le poche cose decenti sul risorgimento sono stati i libri del grande Nicola Zitara[4] e qualcosa di Mack Smith, che non era italiano. Lo spiegava bene Carl Schmitt (in Ex captivitate salus) come i perdenti siano costretti a scrivere la storia con estremo rigore mentre i vincitori possano permettersi tutti gli abusi. Sono andato a riguardare la vita di Tucidide, forse il più grande storico mai vissuto, ed era uno sconfitto. Vae victis diceva Brenno ai Romani. Non è cambiato molto da quell’epoca, anche se una mitigazione viene data dalla “storia sociale”, che studia la vita quotidiana delle persone nelle varie epoche. I Mille Episodio chiave del Risorgimento è la Spedizione dei Mille nel 1860. Qui conviene approfondire. La spedizione dei mille durò pochi mesi, con un migliaio di soldati iniziali e poche migliaia alla fine convenzionale della spedizione. Alla fine della spedizione buona parte dell’Italia era formalmente unificata sotto i Savoia. Restava in sostanza solo il Lazio e Roma, che avrebbe resistito una decina di anni. L’unità d’Italia era cosa fatta, toccava fare gli italiani (per terminare correttamente la fiaba). Solo che si sviluppò il cosiddetto “brigantaggio”, il quale tenne impegnati fino a 140.000 soldati nella cosiddetta repressione, la quale durò almeno un decennio. Sotto l’aspetto degli interessi economici in gioco, la spedizione dei Mille puntava allo zolfo, che all’epoca valeva come il petrolio di oggi. Si voleva che lo zolfo siciliano rifornisse a buon prezzo le navi inglesi. E così fu. Per fare ciò i generali borbonici furono comprati, il Regno delle due Sicilie fu depredato, il popolo fu massacrato. Qui ci sono molte analogie con l’invasione USA dell’Iraq (la Seconda guerra del golfo del 2003), fatta per rubare il petrolio agli iracheni. La guerra recitata durò tre mesi, dopo di che (a maggio 2003) Bush dichiarò la pace (non è colpa mia se suona male). E venne invece la guerra di sterminio contro il popolo iracheno, che dura da anni. L’unità d’Italia realizzata dai Savoia nel 1860 ed anni successivi fu un capitolo di infamia e rapina, e nel suo complesso si configura come un vero e proprio genocidio. Il Sud depredato e rapinato, affamato fino all’inedia, deportato nel lager di Fenestrelle[5], sottoposto alla pulizia etnica gestita dai militari piemontesi ed ideologicamente organizzata da Cesare Lombroso, si riduceva in stato miserevole. Solo una mitigazione molto parziale proveniva dall’emigrazione. Per dirla in altre parole c’erano tre scelte per chi abitava nel sud dopo la conquista dei Savoia:

  • cercare di sopravvivere in condizioni che non lo consentivano
  • morire combattendo
  • emigrare.

Si arriva così alla fine dell’800. Dopo parecchi anni e parecchi massacri di genti inermi qualche forma di unità politica era stata raggiunta, ma essa era un’unità formale che poggiava su un paese spezzato e su un meridione distrutto (destrutturato, demoralizzato). Anche se gradualmente ci fu qualche uniformazione amministrativa (va ricordata almeno la legge Casati, che introdusse la scuola pubblica in tutto il regno), l’Italia rimase un paese diviso. Il sud, terra di conquista, perse molto della sua tradizione, ma non acquistò senso dello stato. In seguito la mitologia fascista ebbe però qualche presa in tutta Italia con i suoi simbolismi, i richiami all’antica Roma imperiale, la sua voglia di apparire. Ma il fascismo era anche una recita tragica e mal riuscita ed in particolare fu un errore il modo in cui fece entrare l’Italia nella Seconda Guerra mondiale. A un certo punto fu chiaro a quasi tutta la popolazione che la guerra era persa e lo show fascista stava terminando. Ma la caduta del fascismo si portava dietro la sudditanza agli USA. Con gli accordi di Yalta l’Italia prendeva il ruolo di stato-cuscinetto, ruolo che avrebbe mantenuto per lungo tempo. Gli USA avevano ripreso concetto di stato-cuscinetto dall’Impero Romano. Gli stati cuscinetto stavano ai bordi dell’Impero e difendevano dagli imperi confinanti, godendo di una discreta autonomia rispetto al centro, purché non venisse messa in dubbio la sottomissione all’impero.[6] Diciamo che era una libertà presidiata. In parallelo alla storia ufficiale si svolgono quindi le strategie per tenere divisi gli italiani.
Tali strategie (il “Divide et impera”) nella versione USA si esplicano solitamente nell’organizzazione di guerre civili, esplicite o latenti. Se guardiamo in prospettiva la storia recente italiana, il “Divide et impera” nel secondo dopoguerra si è basato in Italia sul pericolo comunista, contrapposto a seconda dei casi ad una destra eversiva o ad un Chiesa reazionaria. Con la caduta della monarchia nel 1948 l’Italia gradualmente si riprese. La caduta del Fascismo ebbe degli aspetti rivoluzionari: tutta una tipologia di classe politica servile (ruffiani e yes-men) fu messa da parte e rimpiazzata da una classe politica dotata di contenuti morali. La nuova classe dirigente si era temprata nel disastro ed ebbe la statura politica e morale di fare scelte coraggiose, nell’interesse comune della popolazione prima che nell’interesse della classe politica. Dalla caduta del fascismo nacque la Costituzione repubblicana, che in qualche modo tentava di far tesoro dell’esperienza (e degli errori) del fascismo. Da qui cominciava uno dei periodi migliori: partiva la ricostruzione del paese, si sviluppavano industrie nel nord e partivano poderose migrazioni interne dal sud verso il nord per alimentare di manodopera a basso costo le industrie del nord.[7] Avvenne anche un fatto nuovo, la povertà del sud diventava un problema. Al Nord era molto utile avere mano d’opera a basso prezzo proveniente dal Sud, ma ad un certo punto ci si rese conto che il sud sarebbe stato un paradiso per le industrie del nord se gli abitanti fossero stati dei bravi consumatori. In altre parole, si voleva una nazione di consumatori omogenea. Disgraziatamente gli abitanti del sud non potevano spendere abbastanza per gli appetiti delle aziende del Nord. Questo era un problema. A questo problema fu trovato il nome di questione meridionale. L’unità degli italiani L’Italia era ancora composta di genti molto diverse, ma esse cominciavano a capirsi, grazie agli scambi migratori. Negli anni ’60 arrivò in tutta Italia la RAI (intesa come TV). E qui tutti cominciarono a capire l’italiano della RAI, a vedere Carosello, Lascia o raddoppia, Canzonissima, Sanremo e le partite della nazionale di calcio. La RAI-TV cambiò la vita quotidiana delle persone e gradualmente assimilò al consumismo tutti gli italiani, fece sognare a tutti gli stessi simboli del cosiddetto benessere, li omologò sugli stessi miti e valori. In una decina di anni l’Italia diventava una nazione e l’unità d’Italia, quella sostanziale, del popolo che condivide sentimenti, emozioni, valori, era cosa fatta. Gli italiani si sentivano “a casa propria” più o meno da tutte le parti. Gli eroi di questa unità, coloro che avevano fatto l’Italia e anche gli italiani, erano molti. Si chiamavano Claudio Villa, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Gianni Morandi, e poi Burgnich, Facchetti, Zoff e tanti altri.[8] [9] L’operazione della RAI aveva formato un diffuso sentire nazionale. Tutti gli italiani si sentivano fratelli, almeno in occasione dei mondiali di calcio. Il paese era praticamente unificato, la RAI aveva fatto ciò che a Cavour non era riuscito (né gli interessava in realtà): creare un insieme di consumatori abbastanza omogeneo.

Nel frattempo il lavorio nascosto dell’Impero continuava. Il ’68 aveva sconvolto molti luoghi comuni. In quel periodo si erano creati degli strati sociali portatori di novità, che non da tutti erano visti favorevolmente.

L’economia italiana era cresciuta rapidamente ed il miglioramento del tenore di vita era percettibile. La mortalità infantile si era fortemente ridotta. La popolazione cresceva e all’interno di essa la classe media si era ampliata. L’analfabetismo era praticamente scomparso. Con circa un secolo di ritardo rispetto ai tempi ufficiali, l’Italia cominciava ad essere una nazione, con una lingua diffusamente parlata (o almeno capita) dalla Sicilia fino alle Alpi. La Rai TV era riuscita, oltre che a diffondere una lingua nazionale, a creare una certa attenzione verso i simboli nazionali, almeno in occasione di mondiali di calcio, olimpiadi e fenomeni analoghi.

In quegli anni si stava anche formando una crescita culturale, molto spesso egemonizzata dalla sinistra, con effetti ad essa favorevoli in occasione delle consultazioni elettorali.

La continua crescita del Partito Comunista Italiano sicuramente non era vista di buon occhio negli USA, che valutarono il passaggio a forme d’intervento più incisive, rispetto al precedente finanziamento della sinistra non comunista.[10]

Da qui nascevano gli opposti estremismi e la strategia della tensione.

Iniziava così il kolossal degli anni di piombo, quando interi settori della società si muovevano come gruppi ordinati di marionette pilotate dai burattinai.

Definirei quegli anni come gli anni del golpe, un colpo di stato progressivo con cui fu tolto agli italiani quel poco di sovranità che avevano. In un turbinoso spettacolo di massa, un sanguinoso kolossal recitato nelle strade e nei palazzi, si fece in modo che il potere restasse nelle mani di chi non aveva più titolo a detenere quel potere. Il risultato finale di un golpe al rallentatore durato dieci anni, fu che alla fine degli anni ‘70 chi stava al potere riuscì miracolosamente a mantenerlo.[11]

Non necessariamente un golpe deve essere rivoluzionario, anzi di solito è conservatore. Con tecniche analoghe a quelle di un prestigiatore si può dare la sensazione di un turbine di cambiamenti, mentre in realtà cambia ben poco, anzi il potere vero si rafforza.

Insomma, per la sinistra fu una sconfitta epocale, mentre la DC di Andreotti e Cossiga rimase in piedi.

La fase strategica della tensione “destra contro sinistra” durò per tutti gli anni ’70. Negli anni ’80 però questa strategia era logora, non produceva più effetti. Probabilmente era la fine degli anni ’80 quando i padroni dell’Italia si resero conto che la strategia della tensione, il dividere gli italiani in destra e sinistra, sostenendo tutte e due le parti in modo che si combattessero come i capponi di Renzo, cominciava a fare acqua. Il divide et impera aveva bisogno di nuove strade. Il tentativo di frammentare gli italiani su basi religiose non poteva funzionare, da millenni il papato unificava il popolo sotto la stessa religione. L’altra strada era lavorare sulle etnie, ma l’Italia, da secoli paese di bastardi, era un tale miscuglio etnico che identificare razze era impossibile. Si poteva però lavorare sulla divisione nord-sud. Il paese era unificato da qualche decennio, l’operazione della RAI aveva formato un sentimento nazionale diffuso. Ma era qualcosa di recente. Si poteva disfare. Nell’89 cadeva il Muro di Berlino e dalla caduta del comunismo e dalla frammentazione della Jugoslavia un’Italia unita, baluardo contro il comunismo, non era più necessaria. Il pericolo comunista ad est non c’era più. Adesso l’Impero USA si allargava ad est e l’Italia cuscinetto non serviva più. L’avvio della dissoluzione dello stato italiano andava fatto a nord, dove c’erano già un certo numero di partitini razzisti e localisti che erano convinti di pagare troppe tasse verso il centro. Andavano aiutati. Quando il più grosso di questi partiti andò in fallimento per una gestione economica alquanto traballante, arrivarono aiuti a pioggia, praticamente incondizionati. Anche se qualcuno fece capire che gli articoli di Libero contro gli USA dovevano smettere. E così fu. Come ben spiegava Theodore Shackley nel suo “The third option” (La terza opzione), bisognava però avere due parti in conflitto tra di loro per mantenere il potere e fare business sul conflitto. Il contrasto del nord contro “Roma ladrona” non era sufficiente, bisognava prepararne uno più sostanzioso. A questo scopo bisognava lavorare anche al sud, per spingere l’orgoglio meridionale contro l’arroganza del nord. Furono acquisite un certo numero di piccole case editrici, le quali cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri. E si arriva così ai giorni nostri. Pian piano si è formata una “coscienza meridionale”. E’ costata molti soldi ma comincia a produrre effetti. Siamo quasi pronti per la frammentazione dell’Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione. *** Ma adesso bisogna fare i conti con la nostra storia, la storia d’Italia. In questi giorni, che dovrebbero celebrare i 150 anni di unità nazionale, si susseguono polemiche sulle origini di tale unità, tra i suoi sostenitori, che ne parlano come di un evento storico realizzato da grandi uomini, e tra i suoi detrattori, che evidenziano la ricchezza delle culture preesistenti all’unità e la pochezza dei cosiddetti “eroi”. Nel loro complesso, i discorsi di una parte e dell’altra mi appaiono costituire una trappola, un meccanismo che spinge a scegliere una delle due parti ed a sostenere le sue ragioni, a schierarsi con una fazione invece che a ragionare. Perché chi si schiera trascura un fatto sostanziale, che circa un secolo dopo le date ufficiali, oltre all’Italia (fittizia) furono fatti gli italiani, sui valori della Costituzione e su quelli del consumismo della RAI (mantenendo sempre sul fondo i valori cattolici, o forse più correttamente la loro variante democristiana). Chi volesse criticare l’Unità d’Italia da qui dovrebbe partire, e non dai vari Garibaldi, Mazzini, Cavour. Si potrebbe discutere se uno stato nazionale basato su Pippo Baudo e Mike Bongiorno sia qualcosa di tutto sommato apprezzabile o qualcosa da distruggere ad ogni costo. Io sarei per la prima. Per l’Italia dei Savoia ho più che altro che disprezzo, eppure tocca riconoscere che, anche grazie all’unità politica realizzata dai Savoia, alla fine l’unità della nazione era stata raggiunta. Però, se insistiamo a discutere tra garibaldini ed antigaribaldini i conti con la nostra storia non li faremo mai e non diventeremo mai un popolo adulto. Perché, oggi come ieri,  qualcuno ha interesse a dividere gli italiani e li vuole frammentare per dominarli, anzi portarli al pascolo come un gregge di pecore. Oggi probabilmente è peggio, perché la finzione dello Stato italiano non serve più all’Impero. Truman Burbank (trumanb.blogspot.com/)
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
21.02.2011
*** NOTE

[2] Dalla voce “Risorgimento”

[3] Qui, come nel seguito, ci sono analogie tra la spedizione dei Mille e la guerra degli USA contro l’Iraq iniziata nel 2003. Il numero di soldati nella fase di repressione è molto vicino.

[4] Fondamentale è di Zitara L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, 1971, Jaca Book

[6] Su questo punto mi segnalano “La grande Strategia dell’Impero Romano” di Luttwak, che però non ho letto.

[7] Cfr. “Il proletariato esterno” di Zitara e il film “ Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam “.

[8] Ricordare Henri Pirenne  per la sua analisi sociologica applicata alla storia (Maometto e Carlo Magno): invece che papi ed imperatori ci sono classi sociali, commerci, monete, cibi quotidiani. La data ufficiale dell’inizio del Medioevo o dell’unificazione d’Italia può essere una convenzione opinabile, ma l’approccio sociale alla storia fa scuola. I cambiamenti epocali nella vita delle persone sono ciò che fa la loro storia, non i potenti seduti su un trono.

[9] Sul contrasto stridente tra la storia ufficiale, la storia dei potenti, e la storia come vita quotidiana delle persone c’è chiaramente anche “La Storia” di Elsa Morante con il suo Useppe.

[10] Vedi Frances Stonor Saunders, La Guerra Fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi, Roma, 2004

[11] La chiave di lettura degli anni di piombo è il sequestro Dozier. Qui si vede che le Brigate Rosse erano effettivamente un’organizzazione militare capace di azioni clamorose, ma che tali azioni venivano rapidamente neutralizzate quando non erano funzionali al potere e le coperture all’interno di servizi segreti ed istituzioni saltavano.