Archivi del giorno: 22 febbraio 2011

Gheddafi, uno di noi

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Gheddafi, uno di noi.

La meraviglia è una dote degli italiani. La sorpresa di fronte all’impensabile, ma solo perché nessuno ci aveva voluto pensare, è una caratteristica nazionale. Abbasso Gheddafi, il sanguinario dittatore beduino, il genocida del suo stesso popolo, lo stragista di migliaia di libici innocenti. Sì, d’accordo, ma nessuno ha mai detto nulla all’Eni di Scaroni, alla Juventus degli Agnelli, all’Impregilo di Romiti, alla Finmeccanica o all’Unicredit di nonsipapiùchi? La mamma non li ha informati prima che si sposassero con Gheddafi? Aziende italiane con enormi interessi nella Libia e partecipazioni azionarie dirette da parte del Paese responsabile dell’attentato di Lockerbie. La cittadina scozzese dove morirono le 259 persone del volo Pan Am insieme a 11 abitanti. Il più sanguinario atto terroristico prima delle Torri Gemelle? Qualcuno ha alzato un dito in quarant’anni contro chi ha spogliato di tutti i beni e cacciato da un giorno all’altro come dei cani gli italiani che vivevano in Libia da decenni? Anzi, è avvenuto il contrario. Gheddafi è stato protetto, riverito, accolto come il garante della mitica Quarta Sponda dell’Italia. Non è un mistero che la sua aviazione militare sia stata addestrata in Italia e neppure che i nostri servizi segreti lo abbiano più volte avvertito di minacce e attentati. Si dice che sfuggì alla morte durante il bombardamento ordinato da Reagan grazie a informatori italiani. Gheddafi è uno di noi, che lo si voglia o meno, che lo si accetti oppure no. Il baciamano di Berlusconi è solo l’ultimo episodio, il più plateale e indecoroso per gli italiani, di un rapporto lungo decenni. Gheddafi salvò la Fiat alla fine degli anni’ 70 con i suoi capitali, nessuno si indignò. Abbiamo barattato petrolio con armi e assistenza militare, energia con la perdita del pudore della nostra democrazia. E ora, giustamente, ci indigniamo. La meraviglia è dei bambini e degli ipocriti. L’Italia è il Paese delle Meraviglie e dell’Ipocrisia. Gheddafi ha dichiarato che rimarrà fino alla morte. L’Italia perde un suo fedele alleato che ha già rinnegato. Gheddafi? Ma chi lo conosce?

I complici | Furio Colombo | Il Fatto Quotidiano

Basta con la complicità del governo italiano alle stragi compiute dal governo libico. Sosteniamo la democratizzazione della Libia (e anche quella dell’Italia!)

Fonte: I complici | Furio Colombo | Il Fatto Quotidiano.

Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati da unità militari mercenarie. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole. L’Europa ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.

Nessuno? Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che – come ricorderete – è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, Sarubbi e chi scrive, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.

In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.

È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Cominceremo la nostra denuncia con la frase pronunciata da Berlusconi, mentre i dimostranti di Bengasi venivano falcidiati con mezzi e armi forse italiani: “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”.

La Libia brucia, voci su una possibile fugadel Rais. Almeno 250 i morti a Tripoli | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: La Libia brucia, voci su una possibile fugadel Rais. Almeno 250 i morti a Tripoli | Il Fatto Quotidiano.

Quasi trecento morti. I cecchini sparano sulla folla. Al Jazeera: “Il rais in Venezuela”. Saif Al Islam, figlio di Gheddafi, evoca scenari da guerra civile e smentisce la fuga del padre: “Il colonnello guida la lotta da Tripoli”. L’Ue: “Indignati dall’inaccetabile uso della forza”

Raid aerei sui manifestanti, colpi di mitragliatrice sulla piazza in protesta. E’ un’altra giornata di sangue quella vissuta oggi dalla Libia in rivolta contro il dittatore Muhammar Gheddafi, al potere dal 1969.

La sorte del leader libico rimane in ogni caso un mistero. Il ministero degli Esteri inglese dà per certa una sua fuga verso il Venezuela: “Non ho informazioni sul fatto che sia lì, ma ho avuto visione di informazioni che indicano che in questo momento si sta dirigendo là”. Ma la Ue e le autorità venezuelane per ora smentiscono: “Non è previsto il suo arrivo”. La notizia era già circolata questa mattina: secondo i gruppi di opposizione il Rais è ancora nel paese mentre per la televisione del Qatar il raìs sarebbe fuggito nel paese sudamericano. La notizia era stata poi smentita dal secondogenito Saif Al Islam: “Muammar Gheddafi sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo”. Il figlio del rais ha evocato scenari da guerra civile e il ritorno del potere coloniale.

Intanto l’immagine perfetta di quello che sta succedendo in Libia in queste ore è il palazzo del Governo dato alle fiamme dai manifestanti a Tripoli. Razziati e dati alle fiamme anche altri edifici governativi a Tripoli. La folla ha dato l’assalto alla sede della televisione nazionale pubblica. E questa mattina anche diverse stazioni di polizia della città sono state prese d’assalto e incendiate. La polizia e la sicurezza libica sono completamenti assenti nel centro della città, anzi le forze dell’ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche.

Durissima la reazione dell’esercito. Le televisioni arabe riferiscono di colpi di mitragliatrice sulla piazza in protesta e di raid aerei contro i manifestanti a Tripoli, in cui sarebbero state sganciate bombe sulle zone in mano agli insorti. Al Jazira parla di almeno 61 morti nella capitale, ma la cifra potrebbe salire fino a 300 e forse più. Un dato difficile da aggiornare data la scarsità di informazioni e di copertura dei media. Nel pomeriggio, intanto, due caccia libici sono atterrati a Malta. I piloti hanno chiesto asilo politico. Una decisione motivata probabilmente dal rifiuto di bombardare i concittadini in protesta.

E mentre prosegue l’escalation di sangue nel paese nordafricano, la tensione rimane alta in tutto il mondo arabo ed anche in Iran. Ieri la protesta è esplosa anche in Marocco dove decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Rabat e e in altre città del per chiedere riforme costituzionali. E gli stessi organizzatori hanno dovuto annullare il gran premier di F1 del Bahrain, per paura che le tensioni possano sfociare in violenza. Ma dopo le rivolte di Tunisia ed Egitto, gli occhi della comunità internazionale sono puntati sulla situazione libica.

A quanto riferiscono le agenzie, lo scalo aereo di Bengasi, seconda città del Paese, è in mano ai manifestanti, tanto che a un aereo della Turkish Airlines, giunto in Libia per rimpatriare i cittadini turchi, è stato negato il permesso all’atterraggio. L’Unione europea intanto si preparerebbe a un’evacuazione dei cittadini comunitari dalla Libia, in particolare dalla Cirenaica e dalle altre aree orientali. Il ministro degli Esteri spagnolo, Trinidad Jimenez, ha dichiarato da Bruxelles: “Siamo estremamente preoccupati e stiamo coordinando la possibile evacuazione dei cittadini comunitari dalla Libia, specialmente da Bengasi”, il collega per gli Affari Europei, il francese Laurent Wauquiez, è stato più cauto: “Per il momento non sussistono minacce dirette che impongano l’immediato rimpatrio – ha detto – dei circa 750 connazionali residenti nel Paese nord-africano”.

Intanto si contano le vittime della giornata di ieri. Quella domenica di sangue che ha segnato il sesto giorno di proteste e l’ulteriore inasprimento del confitto in atto. Secondo l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, dall’inizio delle proteste, lo scorso 17 febbraio, i morti sono 233. 60 nella sola Bengasi. Ed è proprio lì che si sono registrati gli episodi più gravi. Nonostante alcuni esponenti delle forze di polizia si siano unite ai manifestanti, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla arrivando a colpire anche un corteo funebre. La brigata responsabile della sicurezza in città, al-Fadil Abu Omar, ha usato contro i manifestanti anche razzi Rpg e armi anti-carro. “La maggior parte delle persone uccise in questi giorni a Bengasi sono state ferite da colpi d’arma da fuoco al cuore o allo stomaco”, ha riferito il medico dell’ospedale al-Jala di Bengasi, Mohammed Mahmoud, nel corso di un collegamento telefonico con la tv araba al-Jazeera.

GHEDDAFI: UNA STORIA ITALIANA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: GHEDDAFI: UNA STORIA ITALIANA – La fermata – Cadoinpiedi.

Dal colpo di Stato agli attentati sventati. Il colonnello è una nostra creatura

Il colonnello Gheddafi e l’Italia: una lunga storia piena di misteri. Giovanni Fasanella ce ne svela qualcuno.

E’ vero, come ha scritto in Intrigo internazionale, che dietro al colpo di stato in Libia nel ’69 c’era l’Italia?

Nel 1969 un golpe militare cacciò dalla Libia il filo-britannico Re Idris e portò al potere il giovane Colonnello Gheddafi. Quel colpo di stato venne organizzato in un albergo di Abano Terme, in Veneto, dai Servizi segreti italiani. Gheddafi era una nostra creatura, aveva studiato nelle accademie militari italiane.

I servizi segreti italiani salvarono la vita al colonnello Gheddafi. E’ così?

Sì, in almeno due occasioni, la prima poco dopo il colpo di stato. Gli inglesi, arrabbiati perché il colonnello aveva espulso le loro basi militari dalla Libia, avevano organizzato una spedizione militare assoldando mercenari e allestito una nave per uno sbarco sulla costa libica. I mercenari avrebbero dovuto dare l’assalto alla prigione della capitale dove erano detenuti gli oppositori politici di Gheddafi e quindi organizzare una rivolta per deporre il leader filo – italiano. Ma i nostri servizi intercettarono quella nave nel porto di Trieste e avvertirono Gheddafi, il quale non si fece cogliere di sorpresa.
E poi c’è l’episodio di Ustica. L’obiettivo, come ormai risulta da molti elementi anche se non esiste una prova giudiziaria, era proprio il colonnello libico in volo da Tripoli verso la Polonia utilizzando corridoi aerei privi di copertura radar, segnalati alle autorità libiche ovviamente dalla nostra Aeronautica. Quella sera era proprio lui l’obiettivo dei caccia militari francesi. Ma Gheddafi, avvertito dai servizi italiani, invertì la rotta e tornò in patria.

Dunque l’aereo civile abbattuto fu un errore?

L’obiettivo dei francesi era il leader libico e per sbaglio colpirono il DC9 Itavia sotto la cui pancia erano andati a nascondersi, con ogni probabilità, due Mig libici della scorta di Gheddafi.

Da questa lunga storia con la Libia di Gheddafi l’Italia ne ha tratto vantaggi?

Enormi i vantaggi dell’Italia. Non solo dal punto di vista economico, perché il nostro Paese, la nostra industria, nell’arco di un quarantennio ha fatto affari con il regime libico, ma anche da un punto di vista strategico e geopolitico, perché grazie alla posizione conquistata dall’Italia in Libia e più in generale nel Nord Africa, il nostro Paese per alcuni decenni ha svolto un ruolo fondamentale nell’area del Mediterraneo. Un ruolo di mediazione dei conflitti e in un certo senso di leadership politico – diplomatica.
Oggi quando si parla dei rapporti tra Italia e Libia non solo una parte dell’opinione pubblica interna, ma anche la stampa, gli ambienti politici, diplomatici di paesi come la Gran Bretagna tendono a rappresentarli come qualcosa di losco. La verità è che a causa della politica mediterranea dell’Italia, paese sconfitto nel secondo conflitto mondiale, la Gran Bretagna, una delle potenze vincitrici della Seconda guerra, è stata via via emarginata da quest’area, ha perso il suo peso di antica potenza coloniale diventando, di fatto, una semplice isola del Nord Europa; e questo, i britannici, non ce l’hanno mai perdonato. Vorrei ricordare che prima che scoppiassero disordini in Libia proprio mentre una campagna britannica metteva nel mirino i rapporti tra Italia e il regime di Tripoli, l’ex premier inglese Tony Blair era diventato uno dei più ascoltati consiglieri di Gheddafi e la compagnia petrolifera britannica DP aveva ottenuto numerose concessioni per cercare il petrolio nel Golfo della Sirte. Questo è indice di due cose: una perdita di credibilità internazionale dell’Italia a causa dei nostri interminabili e estenuanti conflitti interni e l’ennesima prova della doppia morale che ha sempre ispirato la politica estera di Londra: qualunque cosa facciano gli altri paesi per difendere i propri interessi nazionali è losca, qualunque cosa facciano invece gli inglesi è lecita.

LA LIBIA FA TREMARE L’ITALIA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: LA LIBIA FA TREMARE L’ITALIA – La fermata – Cadoinpiedi.

La rivolta mette a rischio il business delle multinazionali italiane come Eni e Impregilo

La rivolta che è scoppiata nelle strade di Bengasi, e poi anche di Tripoli, in Libia, in queste ore, sta avendo pesanti ripercussioni sulla borsa italiana. Sono fortemente colpite dalle vendite, quindi in forte ribasso, alcune società che per motivi di business o per motivi dei propri soci sono legate al regime di Gheddafi. Quali sono queste società? Innanzitutto l’Eni che al momento sta perdendo in borsa circa il 4% e poi l’Impregilo, la grande società di costruzioni che sta perdendo quasi il 4%. Ma anche Unicredit e Finmeccanica che sono in ribasso di percentuali vicine al 2%.

Vediamo una per una perché queste società sono legate alla Libia. Partiamo dall’Eni che ovviamente, essendo una società petrolifera è strettamente legata alla Libia per le forniture di gas. C’è un grande gasdotto che è stato ultimato proprio nel 2004 che parte dalle coste libiche e approda a Gela, in Sicilia e serve proprio a rifornire di gas il nostro Paese, di cui la Libia è uno dei primi fornitori di gas. E’ evidente che in una situazione di forte tensione interna alla Libia ci si può aspettare di tutto, anche se solitamente, come si sono immediatamente affrettati a precisare dirigenti legati all’Eni, le forniture di gas e di petrolio sono sempre state mantenute anche in momenti di forte tensione istituzionale. E’ chiaro però che gli investitori non vedono certo orizzonti chiari e quindi si precipitano a vendere i titoli, in questo caso dell’Eni.

Per quanto riguarda invece l’Impregilo, quest’ultima è una società di costruzioni che è controllata in parti uguali, 1/3 ciascuno dal gruppo Ligresti, dalle autostrade della Famiglia Benetton e dal gruppo Gavio, che è un gruppo di costruzioni piemontesi molto importante. L’Impregilo ha in corso in Libia importanti progetti di costruzioni, autostrade, università, ha anche progetti di ingegneria civile che valgono diverse centinaia di milioni di euro e quindi anche in questo caso potrebbero, questi progetti essere quantomeno ritardati da un’eventuale rivoluzione, da un cambio di regime in Libia. Abbiamo visto anche qui forti ribassi in borsa, perché gli investitori non ci vedono chiaro, sono pessimisti sul futuro.
Poi abbiamo Unicredit. Qual è il problema di Unicredit? Unicredit non ha grandi affari in Libia, ma sono i libici che hanno fatto grandi affari con Unicredit, perché il governo libico sostanzialmente ha quasi il 7% del capitale di Unicredit. E’ una quota molto importante. Di fatto è il più importante socio all’interno di un azionariato fortemente frammentato che fa capo, peraltro con quote del 5% alla fondazione “CariVerona” e alla Fondazione Crt. Quindi è evidente che l’eventuale cambio di regime in Libia porta forte instabilità all’interno dell’azionariato di Unicredit. Possiamo ricordare, è storia recente, che la defenestrazione dell’amministratore delegato Profumo a settembre, è stata proprio innescata da uno scontro interno sull’opportunità che i libici aumentassero la loro presenza all’interno dell’azionariato Unicredit. Si diceva all’epoca che le fondazioni, soprattutto la Fondazione Cari Verona fortemente egemonizzata dalla Lega, non fosse d’accordo dell’aumento dei libici che avevano aumentato la loro quota del 2% l’estate scorsa, passando dal 5 al 7%. La Fondazione veronese, e poi anche la componente dell’azionariato tedesco, vedeva molto male l’eventuale aumento ulteriore della presenza libica. Invece Profumo era più favorevole perché la interpretava in chiave di sostegno alla sua presenza. Fatto sta che Profumo è uscito, ma i libici sono ancora lì e non si sa bene chi potrà comandare nei prossimi mesi.

Infine Finmeccanica che è legata al regime libico sia da rapporti d’affari, sia da rapporti di azionariato. Rapporti di azionariato perché il governo libico ha circa il 2% all’interno di Finmeccanica. Il maggiore azionista di Finmeccanica è lo Stato, il governo italiano. L’ingresso dei libici all’interno di Finmeccanica era stato visto come la dimostrazione pratica degli anni politici di amicizia esistenti tra Silvio Berlusconi e Gheddafi. Peraltro Finmeccanica ha in corso progetti di fornitura, soprattutto di elicotteri, alla Libia. Anche questi che valgono svariate decine di milioni di Euro e questo perché, come sappiamo, Gheddafi è sempre stato un grosso acquirente di armi ed è venuto a fare shopping anche in Italia.
Quindi è prevedibile che ancora nelle prossime ore, forse nei prossimi giorni, se non si chiarisce in qualche modo la situazione, le tensioni su questi titoli continueranno. Tensioni al ribasso. Così come ci saranno nuvole nere anche sulla prospettiva di affari di tutte queste società in Libia. Poi ricordiamo che un’altra conseguenza della vicenda a Tripoli è l’aumento del prezzo del petrolio su cui ci sono già forti tensioni.

Sinistra alla rovescia | Furio Colombo | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Sinistra alla rovescia | Furio Colombo | Il Fatto Quotidiano.

Berlusconi deve dimettersi? Lo dice il diritto, la politica, il buonsenso e il mondo. Infatti le accuse sono per reati infamanti, uno dei quali prevede l’esclusione dai pubblici uffici. Il rinvio a giudizio ha già avuto luogo, e almeno una delle due accuse riguarda un fatto non solo ammesso e riconosciuto dall’imputato, ma votato come verità dal Parlamento: il presidente del Consiglio italiano ha effettivamente ingannato la polizia italiana dando notizie false e ordini che non poteva dare.

La politica non può avere per protagonista istituzionale e politico un persona, Silvio Berlusconi, che è sotto processo mentre il Paese è sotto possibile, forse imminente, forse inevitabile attacco finanziario. E la politica non può funzionare se il partito di maggioranza è in mano a un imputato – e fra poco protagonista di un processo – per fatti gravi che comportano l’esclusione dai pubblici uffici. Ovvio che il buon senso suggerisca un autoesonero per evitare pericolo per il Paese e ridicolo infamante per la persona.

Non è propaganda, è cronaca e tutta la stampa libera del mondo lo dice, i commentatori più amici dell’Italia lo chiedono. I precedenti di fatti simili (in genere assai meno gravi) in altre democrazie indicano un comportamento unico: dimissioni, per impossibilità evidente di continuare nel proprio compito. Questo tipo di dimissioni non dipende dalla presunzione di colpevolezza o dalla probabilità di condanna, ma dalla necessità di evitare due rischi: coinvolgere il prestigio dell’istituzione nel processo che riguarda la persona; e l’impossibilità di funzionare sovrapponendo i due ruoli di primo ministro e di imputato.

Qui nasce il caso Italia, che persino agli occhi di osservatori vicini e coinvolti come tanti di noi, mantiene, oltre a ragioni squallide e (direbbe il ministro Giulio Tremonti) “mercatiste”, o a clamorosi errori politici, fatti più difficili da capire, e certo difficilmente spiegabili senza imbarazzo ai colleghi (giornalisti o parlamentari) di altri Paesi. Tenterò di elencare i protagonisti della strana scena.

Cominciamo da una constatazione realistica: quasi mai qualcuno prova da solo, e di sua iniziativa, un irresistibile impulso a dimettersi. Però, se usiamo per confronto scene politico-giudiziarie simili alla storia italiana (dunque soprattutto gli Stati Uniti di Richard Nixon e di innumerevoli senatori e deputati americani, e le vicende di Israele, il processo al presidente della Repubblica e al primo ministro, quasi nello stesso tempo e senza alcun risentimento politico o di opinione pubblica) notiamo che la richiesta pressante di dimissioni viene sempre esercitata sul personaggio istituzionale divenuto imputato, dal suo partito, dalla stessa gente, leadership, politici ed elettori della stessa parte politica dell’imputato. L’Italia sta meravigliando il mondo per il caso inverso, che non è tipico delle democrazie: il partito si mobilita intorno al leader imputato, dichiara immediatamente “politica” la chiamata in giudizio del loro leader. E crea le condizioni per un assedio alla magistratura attraverso una rivolta di popolo.

Siamo notati nel mondo per una situazione che non ha precedenti e non si lascia spiegare da normali teorie politiche. Non possiamo dire che questa situazione durerà, ma intanto dura. Pensate alla frase, detta in conferenza stampa dal premier italiano: “Conto che fra poco saremo almeno venti di più nel nostro schieramento”. Non si stanno aspettando i risultati di nuove elezioni. Si sta parlando delle trattative apertamente in corso sotto il cielo dell’illegalità più sfacciata, ma anche sbandierata come un successo.

Negli stessi giorni, nelle stesse ore, le stesse fonti – che includono quasi tutte le televisioni e, dopo un poco, persuadono anche i maggiori quotidiani allo stesso linguaggio – iniziano a sostituire le imputazioni del tribunale e la decisione del processo immediato (che vuol dire prove certe) con la dizione “gogna mediatica”. A tutto ciò si aggiunge il militantismo fervido con cui si uniscono al cerchio stretto di difesa di Berlusconi quei dirigenti del Pdl che non solo si presentano come “cattolici” ma lasciano trapelare legami profondi, che qui funzionano come garanzia e come imprimatur: Compagnia delle Opere e Comunione e liberazione.

Lo strano e anomalo quadro della situazione italiana che salda la vita pubblica italiana in un unico blocco (ormai diciassette anni di governo diretto o indiretto, quasi ininterrotto, di Berlusconi) ha altri pezzi da esibire. Pezzi unici, come l’inaspettato e clamoroso sostegno di un importante magistrato che è stato presidente della Camera e fra i leader storici (teoricamente anche adesso) della sinistra, o almeno dell’opposizione italiana. La voce è di Luciano Violante: “La pubblicazione degli atti giudiziari è un atto abnorme, una distorsione dei diritti. Credo che l’Italia sia un caso unico in cui i media dedicano tanto spazio alle trascrizioni”. Evidentemente Violante non ha mai sentito parlare dei Pentagon Papers o delle trascrizioni delle registrazioni nella Casa Bianca di Nixon che hanno tenuto impegnati i grandi giornali americani per mesi mentre si preparava l’impeachment del presidente.

Ma ascoltate, lo stesso giorno (17 febbraio), ciò che ha da dire, sul quotidiano Libero, lo scrittore e giornalista “di sinistra” Giampaolo Pansa: “È iniziata la lunga vigilia dell’imputato Berlusconi. Sarà una guerra nauseante che obbliga a una domanda: non ho mai votato per il Cavaliere. Ma adesso, se si andrà a votare, sarei propenso a diventare un suo elettore. Una nauseante guerriglia faziosa costringe anche me a dire basta!”. Resterebbe da chiedere: che cosa è nauseante, l’incriminazione (che per la legge italiana è obbligatoria) o la notizia dell’incriminazione, dunque il lavoro dei media che in qualunque democrazia è considerato l’indispensabile garanzia dei diritti dei cittadini? E quale è il rimedio, il silenzio spontaneo o la censura, come proposto alla commissione di Vigilanza Rai dalla maggioranza berlusconiana?

La vera meraviglia che occupa tanto spazio nella stampa e nelle tv del mondo non è più Berlusconi. È l’Italia. Non è in catene, benché privata di una parte importante delle sue libertà. I giudici non hanno ceduto. Perché sono inclini a cedere tutti gli altri? Non sentite che c’è già nell’aria una certa stanchezza, un “lasciamo perdere” che fa spazio alla “nausea” di Pansa e alle riserve giuridiche di Violante? Siamo sicuri che l’opposizione disponga soltanto di brevi ed educate dichiarazioni di dissenso (questa volta anche di condanna) nell’aula della Camera e del Senato, e poi si ritorna al lavoro? Quale lavoro, con un imputato di prostituzione minorile e di connesso abuso di potere, e con tutti i suoi complici?

Stragi 92/93! Italia, Beirut di fine secolo.

Fonte: Stragi 92/93! Italia, Beirut di fine secolo..

L’audizione dell’ex ministro Mancino, resa nell’aula bunker di Firenze nell’ambito della strage di Via Dei Georgofili, lascia ancora una volta l’amaro in bocca. A dire il vero non è che mi aspettassi qualcosa di nuovo, ma in cuor mio nutrivo la speranza che la memoria permettesse a Mancino di illustrare agli italiani quali sono stati i motivi che hanno scatenato l’escalation violenta di Cosa nostra. Attendevo anche, con particolare interesse, che lo stesso Mancino, dicesse per quali motivi Cosa nostra ha interrotto repentinamente le stragi. In buona sostanza, si aspettava dal senatore. Mancino una testimonianza che finalmente dicesse se c’è stata o non c’è stata trattativa coi “Corleonesi” di Riina, per fermare le stragi e se il mancato rinnovo del 41/bis, per centinaia di mafiosi, facesse parte di una “trattativa”, tra Stato e Cosa nostra.

Giova ricordare, per i distratti e per coloro avulsi a dimenticare per agio e comodità, che nel 92/93 in nostro Paese è stato ignobilmente fatto oggetto di inaudita violenza, facendoci somigliare a Beirut. Le città colpite sono state Palermo, Milano, Roma e Firenze, con decine e decine di vittime innocenti..

Per la prima parte, ovvero che Mancino spiegasse agli italiani il cruento risentimento di Riina e company, sfociato nelle strage, non mi vedeva particolarmente interessato, giacchè conosco bene il movente. Invero, contavo moltissimo su quel che riguardava la cessazione improvvisa delle stragi. Solitamente, le consorterie criminose, sia mafiose che terroristiche, rallentano o cessino del tutto le azioni violenti, quando sentono il fiato degli investigatori attorno al collo. Per le stragi del 92/93, questa circostanza non si è verificata o per lo meno a me non risulta pur avendo in qualche maniera partecipato alle investigazioni sulle stragi. Ergo, che qualche evento “estraneo” alla volontà dei mafiosi sia intervenuto. Intervento a dir poco risolutivo e convincente da far fermare la mano omicida di Cosa nostra. Ritengo, che una sorta di dare e avere attraverso una “trattativa” possa essere sopravvenuta. E, mi rifiuto di credere, conoscendo una “anticchia” la mentalità mafiosa di Riina, Provenzano e gli altri componenti la Cupola, che costoro siano stati folgorati sulla via di Damasco. Semmai, sulla via di Roma! Tant’è che a Cosa nostra è stata dimostrata particolare benevolenza non rinnovando la proroga del 41/bis per parecchi reclusi condannati per mafia.

L’ex Ministro Mancino, non può farci credere che l’iniziativa del ministro Conso di non prorogare il 41/bis ai mafiosi, sia stata una decisione da lui presa in solitudine. E’ fuori di ogni logica se si pensa all’allarme sociale che si era creato a seguito delle stragi.

Ritengo verosimile che sia intercorsa una “trattativa” per fermare il massacro. Occorre rimarcare che, mentre le stragi di Capaci e via D’Amelio, potevano far parte di un vetusto disegno criminoso, iniziato con la strage di Rocco Chinnici, quelle di Milano, Roma e Firenze, avevano come obbiettivo la “revisione” delle norme antimafia, ed in particolare l’abolizione del 41/bis. Sulla base di ciò è ovvio ipotizzare che una sorta di “trattativa” sia sta posta in essere.

Pertanto, quando Mancino afferma di non aver chiesto lumi né a Conso né a Ciampi sulla mancata proroga del 41/bis ritengo che egli, come tanti altri del resto, può darsi che non “ricordi” la circostanza. Ma come si può credere che di fronte ad tale emergenza la decisione di Conso non sia stata comunicata al titolare del Viminale, responsabile dell’ordine e della sicurezza pubblica? Forse, non c’è stato motivo di comunicarla perché la decisione, potrebbe essere stata presa collegialmente dall’intero Governo e che lo stesso Mancino non “ricorda”.

Il senatore Mancino, tuttavia, sarebbe pervaso da labile memoria, talchè anche nell’occasione della visita a Viminale di Paolo Borsellino, non ricorda o esclude che quest’ultimo si sia incontrato con lui. Anche in questa circostanza, appare incredibile che Paolo Borsellino, erede naturale delle indagini sulla strage di Falcone, recatosi al Ministero dell’Interno, non si fosse incontrato con Mancino. Io non ero al Viminale, però ho visto partire Paolo Borsellino e l’ho visto ritornare, serio e preoccupato. Qualcosa al Viminale l’aveva turbato, cosa?

Il senatore Mancino, potrebbe compiere uno sforzo di memoria, con l’auspicio che dalla ritrovata memoria si possano aprire gli ambulacri del potere romano, ove verosimilmente potrebbe essere custodita la verità dell’Italia libanese degli anni 92/93.

Pippo Giordano