LA LIBIA FA TREMARE L’ITALIA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: LA LIBIA FA TREMARE L’ITALIA – La fermata – Cadoinpiedi.

La rivolta mette a rischio il business delle multinazionali italiane come Eni e Impregilo

La rivolta che è scoppiata nelle strade di Bengasi, e poi anche di Tripoli, in Libia, in queste ore, sta avendo pesanti ripercussioni sulla borsa italiana. Sono fortemente colpite dalle vendite, quindi in forte ribasso, alcune società che per motivi di business o per motivi dei propri soci sono legate al regime di Gheddafi. Quali sono queste società? Innanzitutto l’Eni che al momento sta perdendo in borsa circa il 4% e poi l’Impregilo, la grande società di costruzioni che sta perdendo quasi il 4%. Ma anche Unicredit e Finmeccanica che sono in ribasso di percentuali vicine al 2%.

Vediamo una per una perché queste società sono legate alla Libia. Partiamo dall’Eni che ovviamente, essendo una società petrolifera è strettamente legata alla Libia per le forniture di gas. C’è un grande gasdotto che è stato ultimato proprio nel 2004 che parte dalle coste libiche e approda a Gela, in Sicilia e serve proprio a rifornire di gas il nostro Paese, di cui la Libia è uno dei primi fornitori di gas. E’ evidente che in una situazione di forte tensione interna alla Libia ci si può aspettare di tutto, anche se solitamente, come si sono immediatamente affrettati a precisare dirigenti legati all’Eni, le forniture di gas e di petrolio sono sempre state mantenute anche in momenti di forte tensione istituzionale. E’ chiaro però che gli investitori non vedono certo orizzonti chiari e quindi si precipitano a vendere i titoli, in questo caso dell’Eni.

Per quanto riguarda invece l’Impregilo, quest’ultima è una società di costruzioni che è controllata in parti uguali, 1/3 ciascuno dal gruppo Ligresti, dalle autostrade della Famiglia Benetton e dal gruppo Gavio, che è un gruppo di costruzioni piemontesi molto importante. L’Impregilo ha in corso in Libia importanti progetti di costruzioni, autostrade, università, ha anche progetti di ingegneria civile che valgono diverse centinaia di milioni di euro e quindi anche in questo caso potrebbero, questi progetti essere quantomeno ritardati da un’eventuale rivoluzione, da un cambio di regime in Libia. Abbiamo visto anche qui forti ribassi in borsa, perché gli investitori non ci vedono chiaro, sono pessimisti sul futuro.
Poi abbiamo Unicredit. Qual è il problema di Unicredit? Unicredit non ha grandi affari in Libia, ma sono i libici che hanno fatto grandi affari con Unicredit, perché il governo libico sostanzialmente ha quasi il 7% del capitale di Unicredit. E’ una quota molto importante. Di fatto è il più importante socio all’interno di un azionariato fortemente frammentato che fa capo, peraltro con quote del 5% alla fondazione “CariVerona” e alla Fondazione Crt. Quindi è evidente che l’eventuale cambio di regime in Libia porta forte instabilità all’interno dell’azionariato di Unicredit. Possiamo ricordare, è storia recente, che la defenestrazione dell’amministratore delegato Profumo a settembre, è stata proprio innescata da uno scontro interno sull’opportunità che i libici aumentassero la loro presenza all’interno dell’azionariato Unicredit. Si diceva all’epoca che le fondazioni, soprattutto la Fondazione Cari Verona fortemente egemonizzata dalla Lega, non fosse d’accordo dell’aumento dei libici che avevano aumentato la loro quota del 2% l’estate scorsa, passando dal 5 al 7%. La Fondazione veronese, e poi anche la componente dell’azionariato tedesco, vedeva molto male l’eventuale aumento ulteriore della presenza libica. Invece Profumo era più favorevole perché la interpretava in chiave di sostegno alla sua presenza. Fatto sta che Profumo è uscito, ma i libici sono ancora lì e non si sa bene chi potrà comandare nei prossimi mesi.

Infine Finmeccanica che è legata al regime libico sia da rapporti d’affari, sia da rapporti di azionariato. Rapporti di azionariato perché il governo libico ha circa il 2% all’interno di Finmeccanica. Il maggiore azionista di Finmeccanica è lo Stato, il governo italiano. L’ingresso dei libici all’interno di Finmeccanica era stato visto come la dimostrazione pratica degli anni politici di amicizia esistenti tra Silvio Berlusconi e Gheddafi. Peraltro Finmeccanica ha in corso progetti di fornitura, soprattutto di elicotteri, alla Libia. Anche questi che valgono svariate decine di milioni di Euro e questo perché, come sappiamo, Gheddafi è sempre stato un grosso acquirente di armi ed è venuto a fare shopping anche in Italia.
Quindi è prevedibile che ancora nelle prossime ore, forse nei prossimi giorni, se non si chiarisce in qualche modo la situazione, le tensioni su questi titoli continueranno. Tensioni al ribasso. Così come ci saranno nuvole nere anche sulla prospettiva di affari di tutte queste società in Libia. Poi ricordiamo che un’altra conseguenza della vicenda a Tripoli è l’aumento del prezzo del petrolio su cui ci sono già forti tensioni.

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