Archivi del giorno: 24 febbraio 2011

Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere

Fonte: Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere.

La minaccia delle armi chimichei morti per le strade e le truppe di mercenari africani che si aggirano per la città. Il racconto che Diritto di Criticaha ricevuto via Skype da una ragazza libica è drammatico: “Ci stanno ammazzando tutti! Stasera siamo sicuri che finiranno di ammazzarci — esclama — I mercenari entrano nelle case e rapiscono uomini e bambini che poi vengono fatti sparireGheddafi lo sa che queste sono le sue ore finali ma vuole che tutti muoiano con lui, la sua è una vendetta contro l’intero popolo libico”. E a rischio sarebbero anche gli oleodotti: «potrebbe bombardarli».

A farle rabbia però è l’immobilismo della comunità internazionale e degli Stati Uniti: «Sebombardassero le basi militari come già hanno fatto negli anni Ottanta, sarebbe la fine di Gheddafi. In tutto — racconta — si tratta di una ventina di persone al potere, il resto del lavoro lo fanno i mercenari». Per un eventuale intervento militare, prosegue, «non vogliamo la Nato, non ci fidiamo perché andrebbe a proteggere solo gli oleodotti e il petrolio». Nel discorso di ieri, inoltre, Gheddafi ha chiesto ai suoi fedelissimi di scendere in piazza per dimostrare «ma oggi — spiega la ragazza — per strada non c’è nessuno, tutto il Paese è deserto. La gente adesso è nascosta perché teme i mercenari: non abbiamo il telefono, internet, la tv né la radio. Si deve essere fortunatissimi per riuscire a comunicare con l’esterno. I mercenari, invece, adesso entrano nelle case, uccidono la gente, prendono i nostri uomini e i bambini poi distruggono ogni evidenza: i corpi non so dove li portino ma scompaiono. Allo stesso modo cancellano le frasi scritte sui muri dai manifestanti, fidando nel fatto che oggi nessuno è sceso in strada». Glaciale il giudizio sull’Italia: “È il peggior Paese d’Europa”.

Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire

Fonte: Antimafia Duemila – Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire.

da perlapace.it – 23 febbraio 2011
Il nostro paese è il principale partner militare del regime di Gheddafi. Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono il blocco immediato della vendita di armi e ogni altra forma di collaborazione militare con la Libia.

Le armi fornite dall’Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime.
Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.
“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”
Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo “la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani”.

Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l’azione diplomatica dell’esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo – che non a caso è l’unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia. Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d’arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l’uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

Contatti:

Rete Italiana per il Disarmo – Francesco Vignarca – 328.3399267 – segreteria@disarmo.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Tavola della Pace – Ufficio Stampa: Floriana Lenti 338/4770151 stampa@perlapace.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo 075/5734830 – Fax 075/5739337

DATI DI APPROFONDIMENTO
fonte: Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo – membro di Rete Disarmo

Il valore delle esportazioni italiane di natura militare verso la Libia è in costante crescita a partire dal 2006 e si è attestato per il 2009 (dato complessivo più recente) sul valore record di 112 milioni di euro.
In sintesi, questi sono stati i più importanti affari ed accordi stipulati negli ultimi anni:

Agusta Westland, una società del Gruppo Finmeccanica, ha venduto 10 elicotteri AW109E Power tra il 2006 e il 2009, per un valore di circa 80 milioni di euro. L’azienda, inoltre, afferma di avere venduto quasi 20 elicotteri negli ultimi anni, tra cui l’aereo monorotore AW119K per le missioni mediche di emergenza e il bimotore medio AW139 per le attività di sicurezza generale.
Joint-venture: la Libyan Italian Advanced Technology Company (LIATEC), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da Agusta Westlands. LIATEC offre servizi di manutenzione e addestramento degli equipaggi dei velivoli AW119K, AW109 e AW139, tra cui servizio di assistenza tecnica, revisioni e fornitura di pezzi di ricambio.

Nel gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un’altra società del Gruppo Finmeccanica, ha firmato un accordo con la Libia per la fornitura di un ATR-42MP Surveyor, un velivolo adibito al pattugliamento marittimo. Inoltre, nel contratto, del valore di 31 milioni di euro, sono compresi l’addestramento dei piloti, degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.

Itas srl, una società di La Spezia (secondo il Servizio Studi – Dipartimento affari esteri della Camera, doc. 140-21/05/2010) cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, acquistati a partire degli anni Settanta dal governo di Tripoli. L’Otomat è un missile a lunga gittata anti-nave.

A seguito degli accordi contenuti nel Trattato di Bengasi, nel maggio 2009, la Guardia di Finanza ha proceduto alla consegna delle prime tre motovedette alla Marina libica per il pattugliamento nel Mar Mediterraneo, seguite nel febbraio 2010 da altre tre imbarcazioni (da una di queste sono state sparate raffiche di mitragliatrice contro un peschereccio italiano nel 2010).
Il gruppo Finmeccanica ha stipulato diversi accordi con società libiche: nel 2009 ha firmato un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica con la  Libyan Investment Authority e con la Libya Africa Investment Portfolio. La controllata SELEX Sistemi Integrati ha invece firmato nell’ottobre 2009 un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini.

Tratto da:
perlapace.it

Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere

Fonte: Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere.

L’analisi di Giorgio Beretta: “Il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”

MILANO – Perché l’Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non ha ancora revocato la fornitura di armi alla Libia? Una domanda a cui prova a rispondere Giorgio Beretta della Ong Unimondo, in un articolo pubblicato oggi sul sito unimondo.org (vedi lancio precedente). Secondo Beretta, il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, tra cui Agusta Westland (elicotteri, anche da guerra), Alenia Aermacchi (aerei da combattimento) e Mbda (sistemi missilistici).

Secondo le relazioni annuali della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari, citate da Unimondo, dal 2006 al 2009 le controllate di Finmeccanica in Libia hanno venduto elicotteri militari, aerei, dispositivi per l’ammodernamento di aeromobili, ricambi, servizi di addestramento e persino missili (attraverso la Mbda, partecipata al 25% da Finmeccanica, ndr), per un totale di oltre 164 milioni di euro. Non solo: la holding italiana, partecipata al 32,5% dal Ministero dell’Economia, ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority, l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%, “quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati”, spiega Beretta.

Anche le voci minori in apparenza minori, secondo Beretta, devono destare preoccupazione, come i 2,2 milioni di euro spesi in “ricambi e addestramento” per i velivoli F260W della Alenia Aermacchi, di cui la Libia possiede circa 250 esemplari. Questi aerei, “che in Europa vengono utilizzati come addestratori, in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri”, scrive Beretta, citando un articolo di Enrico Casale apparso sulla rivista Popoli. Secondo il giornalista del mensile dei Gesuiti, nel luglio 2009 Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti siglando l’impegno a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. A cominciare da un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto del valore di 300 milioni di euro che consentirà la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

“Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico -chiosa Beretta-. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il ‘rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese’ e di rifiutare le esportazione di armamenti ‘qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna’”. Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi, tra cui la Libia. Info: http://www.unimondo.org (ar)

Fonte: Redattoresociale.it

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12141&catid=39&Itemid=68

Fermiamo il massacro in Libia

Fonte: Fermiamo il massacro in Libia – liberainformazione.

C’è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo. Il profumo dei gelsomini arriva anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda di futuro.
Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane, lavoro e libertà. Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il mondo intero. Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove sembra più difficile. Oggi soffia da una regione rapinata dai colonialismi vecchi e nuovi, oppressa da dirigenti corrotti e venduti, violentata da guerre e terrorismi, troppo spesso contesa, divisa, umiliata.

Alzare la testa si può, anche quando costa immensamente caro, come il prezzo che il popolo libico sta pagando in queste ore per aver sfidato il dittatore.

Siamo tutti coinvolti da ciò che accade aldilà del mare. Le speranze e i timori, i successi e le tragedie delle sollevazioni arabe disegnano anche il nostro futuro.
Viviamo conficcati in mezzo al Mediterraneo ed è da qui che è sempre venuta gran parte della nostra storia.

Non possiamo restare in silenzio, mentre il Governo italiano tace, preoccupato solo di impedire l’arrivo di migranti sulle nostre coste, e ancora difende il colonnello Gheddafi.

Uniamo le nostre voci per chiedere la fine della repressione in Libia e in tutti gli altri paesi coinvolti dalla rivolta dei gelsomini, dallo Yemen al Bahrein fino alla lontana Cina. Per sostenere i processi democratici in Tunisia e in Egitto e lo smantellamento dei vecchi regimi.
Per rafforzare le società civili democratiche che escono da anni di clandestinità e di esilio.

Per politiche di vero dialogo tra culture e per promuovere i “diritti culturali” delle popolazioni coinvolte. Per la revisione degli accordi ineguali e ingiusti imposti dalle nostre economie ai vecchi regimi.  Per la fine delle occupazioni e delle guerre in tutta la regione. Per chiudere la stagione dei respingimenti e di esternalizzazione delle frontiere, la stagione della guerra ai migranti.

Chiediamo che ai migranti della sponda sud sia, in questo frangente eccezionale, concesso immediatamente lo status di protezione temporanea. Non possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in mezzo al mare.

Ai morti nelle piazze stanno aggiungendo in questi giorni ancora tanti, troppi, morti in mare. È arrivato il momento di dire basta! Chiediamo a tutti e tutte di firmare questo appello, di farlo girare, di farsi sentire.

Primo appuntamento a Roma, giovedì 24 febbraio, alle ore 16.00 davanti a Montecitorio.

Primi firmatari: Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego

FIRMA, FAI FIRMARE, ADERISCI, PARTECIPA
Primo appuntamento a Roma: presidio davanti a Montecitorio giovedì 24 febbraio ore 16.00

per adesioni: gelsomini2011@gmail.com

“Giornalisti spesso complici dei governi nel giustificare guerre e stragi di civili” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: “Giornalisti spesso complici dei governi nel giustificare guerre e stragi di civili” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano.

Secondo il reporter John Pilger, regista del documentario ‘The war you don’t see’, l’informazione manipolata è responsabile delle vittime dei conflitti in Iraq e Afghanistan. Sotto accusa il giornalismo embedded. “Tra i pochi a salvarsi c’è il fondatore di Wikileaks Julian Assange”

“Il cattivo giornalismo è responsabile della morte di migliaia di persone nei conflitti in Iraq e Afghanistan”, sostiene il giornalista e regista John Pilger. Nel suo ultimo documentario The war you don’t see, attraverso le interviste ai reporter dei principali network tv e ai commissari dell’Onu, Pilger dimostra quanto l’informazione sia stata manipolata da chi ha promosso i conflitti, perché interessato allo sfruttamento delle risorse naturali e non all’esportazione della democrazia. Secondo Pilger, a Baghdad ci sarebbe stato il 90% di morti in meno, se i cronisti avessero investigato su menzogne come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e non avessero accettato supini le dichiarazioni dei portavoce governativi. Ma qualcuno si salva: tra i pochi cronisti ancora ‘cani da guardia’ c’è il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di cyber-terrorismo e spionaggio per avere rivelato soprusi e violazioni perpetrati anche dalle democrazie occidentali. Cosa su cui i media mainstream, dalla Bbc al New York Times, non hanno indagato.

Pilger, inviato di guerra in Vietnam, Egitto e Biafra, in passato si è occupato delle atrocità dei Khmer Rossi in Cambogia e della violazione dei diritti umani a seguito delle sanzioni dell’Onu. Nella sua ultima inchiesta Pilger ricostruisce i meccanismi che hanno portato alla sudditanza dei 700 giornalisti embedded in Iraq i quali, per timore di perdere lavoro o di essere considerati antipatriottici, hanno accettato di osservare solo ciò che i governi, attraverso le truppe, consentivano di vedere. Il documentario mette in evidenza come i media non abbiano dato risalto alla morte di 500mila bambini sotto i 5 anni a causa dell’embargo imposto all’Iraq del 1998. E ancora: che civili e bambini sono diventati bersagli, che Obama, nonostante l’immagine pacifista, ha stanziato 7 miliardi di dollari per l’apparato militare, che il 90% dei giornalisti non embedded perde le proprie fonti ed è escluso dai circoli delle pubbliche relazioni governative.

“Le guerre moderne sono di tipo coloniale, invasioni per la conquista delle risorse”, spiega Pilger a ilfattoquotidiano.it. “E gli Stati Uniti hanno introdotto un elemento omicida nelle loro guerre. Anche una donna al mercato può essere sospettata di nascondere una bomba e così le forze armate hanno sviluppato armi destinate a colpire bersagli generici. Penso a mine antiuomo, cluster bombs e ‘daisy cutters’ contro i civili”.

Il fattore di cui parla Pilger ha determinato un vertiginoso aumento delle morti dei cittadini comuni che è esploso dal 10% nel primo conflitto mondiale per raggiungere il 70% in Vietnam fino al 90% in Iraq. Numeri da capogiro di cui anche il giornalismo è responsabile, perché ha fatto da cassa di risonanza alla propaganda dei governi spacciandola per verità. Ciò che intimorisce i governi è che abusi e falsità siano denunciati, come ha fatto Wikileaks. “Il sito di Assange”, prosegue Pilger che si è sempre schierato dalla sua parte, “rende il potere responsabile delle proprie azioni, cosa che normalmente dovrebbe fare il giornalismo. Wikileaks offre le informazioni che il servizio pubblico garantiva un tempo. Oggi i media sono diventati l’eco dell’establishment ed è per questo che Assange gode di tanta popolarità. E’ un bravo giornalista soggetto a pressioni fortissime e deve essere protetto”.

E dell’Italia che pensa Pilger? Probabilmente dei buoni ‘cani da guardia’ non avrebbero permesso che Berlusconi governasse tanto a lungo: “I media italiani mi hanno sempre sorpreso: o sono estremamente buoni, anche se in minoranza, o pessimi – osserva Pilger -. Penso in particolare alle reti tv e al controllo che lo Stato e Berlusconi sono stati in grado di esercitare”. E poi una domanda: “Perché i giornalisti non si sono rivoltati in massa, ad eccezione dei soliti impavidi?”, si chiede Pilger.

Antimafia Duemila – Il Giuri’ boccia lo spot dei nuclearisti

Fonte: Antimafia Duemila – Il Giuri’ boccia lo spot dei nuclearisti.

E’ una vittoria della ragione e della verità, e siamo ben lieti di essere stati i primi ad attaccare la menzogna degli spot pro-nucleare con un contro-spot.

Il Giurì dell’autodisciplina pubblicitaria chiede di ritirare il messaggio ingannevole dei nuclearisti. Avevamo visto giusto.
Alternativa, MegaChannelZero, Megachip.

da ecoblog.it.

Lo spot pro nucleare del Forum Nucleare italiano, quello della partita a scacchi, è ingannevole e va cessata la sua diffusione. Lo ha deciso il Giurì, ossia l’organo di controllo dello Iap (Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria). Lo spot quando fu presentato lo scorso dicembre sollevò immediate proteste rispetto al messaggio che veicolava. Furono poi prodotte da molte associazioni ambientaliste una serie di spoof o contro-spot contro le menzogne del nucleare.

Per ora non sono state ancora depositate le motivazioni, si conosce però che il messaggio contestato è:

E tu sei a favore o contro l’energia nucleare o non hai ancora una posizione? – http://www.forumnucleare.it

In base all’Art.2 (Comunicazione commerciale ingannevole) del Codice di autodisciplina, il Giurì ne ha ordinato la cessazione.

Fonte: ecoblog.it

Tratto da: megachip.info

Per far parte dell’Alternativa, iscriviti ora!

GIULIETTO CHIESA su ANTIMAFIADuemila: Clicca qui!

SEGUI: www.giuliettochiesa.itwww.megachip.infowww.pandoratv.itwww.zerofilm.infowww.cometa-online.it


IL LABORATORIO POLITICO


La prima lettera-manifesto del Gennaio 2010. Una ”centuria” di volontari per ”Alternativa” di Giulietto Chiesa

Prima Assemblea Nazionale di Alternativa. Relazione introduttiva al dibattito
di Giulietto Chiesa

Lettera-appello di Giulietto Chiesa: Cinque ”centurie” di volontari per l’Alternativa
di Giulietto Chiesa

Il laboratorio politico di Alternativa: Stato dell’arte n° 3 di Giulietto Chiesa

Berlusconi per salvarsi aiuta le cosche

Fonte: Berlusconi per salvarsi aiuta le cosche.

«Dopo il Rubygate è partita un’offensiva senza precedenti contro la magistratura. E il nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un grande regalo a Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo

Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l’inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L’inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? “L’Espresso” ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell’Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l’ultimo da rimuovere nella pretesa dell’esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario lei, come presidente dell’Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe…
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto – il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l’adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni…
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia – dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all’informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l’opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l’efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività…
«L’approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell’intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato…
«L’analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C’è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l’isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».

Voi magistrati “esternate” troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste…
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o – ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell’Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell’assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall’esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E’ il nostro, ulteriore contributo, per difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».

Umberto Lucentini

Da: espresso.repubblica.it