Sardegna colonia d’Italia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Sardegna colonia d’Italia.

La Sardegna è una colonia italiana, come la Somalia o l’Eritrea di una volta. La parola “colonia” significa: “Comunità costruita per l’occupazione e lo sfruttamento di un territorio d’oltremare, per lo più fornita di una più o meno evidente autonomia rispetto alla patria di origine“. E’ la fotografia della Sardegna. Il neocolonialismo italiano ha distrutto il territorio con la cementificazione delle coste (il lavoro non è ancora terminato, Marcegaglia e Benetton sono impegnati nel paradiso della Costa Verde), la pastorizia con l’introduzione di pecore dall’Est Europa in seguito naturalizzate sarde, il suo bellissimo mare, circondandola di impianti petroliferi da nord (E.On) a sud (Saras di Moratti) e con lo sversamento di decine di migliaia di metri cubi di petrolio. Le ribellioni vengono stroncate sul nascere, come da tradizione nelle colonie. E’ avvenuto a Cagliari e a Porto Torres con l’intervento delle forze occupanti. Gli indigeni, quando cercano ascolto nell’opinione pubblica del Continente, sono recintati come bestie e manganellati il giusto come a Civitavecchia. La Sardegna, alla stregua di ogni colonia o protettorato che si rispetti, ha un governatore indigeno collaborazionista, Cappellacci, che esegue gli ordini dell’occupante. La colonia è luogo di svago per i suoi padroni italiani, è consuetudine che vi costruiscano ville faraoniche in cui soggiornano con le loro favorite e invitino importanti ospiti stranieri. Il segreto del successo dell’occupazione italiana risiede nella negazione dell’occupazione stessa. L’Italia porta lavoro e in cambio non chiede nulla. Solo l’anima sarda e il futuro di questa straordinaria gemma del Mediterraneo. Forza Paris!

Intervista a Stefano Deliperi da Porto Torres, Sardegna
Sono Stefano Deliperi, responsabile dell’Associazione ecologista Gruppo Intervento Giuridico, una Onlus che si occupa di difendere l’ambiente utilizzando lo strumento del diritto. Utilizziamo leggi, norme per difendere i valori ambientali del territorio, operiamo ormai in tutta Italia. Abbiamo iniziato dalla Sardegna ma stiamo lavorando un po’ dappertutto.

Il disastro ambientale di Porto Torres
A noi si rivolgono soprattutto cittadini, comitati locali, altre associazioni ambientaliste, molte volte anche amministrazioni pubbliche che chiedono aiuto per affrontare i problemi ambientali.
La dinamica dell’incidente, per quello che è stato possibile capire, è stata di una banalità estrema.Il rifornimento degli impianti di produzione dell’energia elettrica della E-On avviene tramite il porto industriale di Porto Torres, arrivano le petroliere nel molo dove c’è il collegamento diretto tramite tubi con gli impianti petroliferi. Lì sversano il combustibile, conseguentemente c’è una serie di strutture di sicurezza per evitare che avvengano questi sversamenti in mare. Qualche cosa non è andato per il verso giusto, i pannelli galleggianti sono stati posti, ma sono stati posti male e lo sversamento del petrolio è avvenuto dal tubo di collegamento e nessuno sul momento se ne è accorto. Quando è scattato l’allarme la vicenda era già accaduta e purtroppo forse 50 mila, 60 mila, i dati precisi non sono stati forniti, metri cubi di petrolio erano finiti direttamente in mare. Qualcosa non ha funzionato nel momento del rifornimento.
Questo significa che i sistemi di sicurezza non erano ben calibrati, ma soprattutto quello che lascia profonda amarezza è il fatto che per tanto tempo, per molte ore dopo l’incidente non sia stato fatto assolutamente nulla, non è accaduto assolutamente niente. Il combustibile ha potuto essere portato in lungo e in largo per il Golfo dell’Asinara dalle correnti.
La vicenda che si è presentata davanti ai nostri occhi è stata veramente drammatica, uno sversamento di un quantitativo di combustibile molto ingente, ancora non siamo riusciti a distanza di oltre un mese e mezzo a sapere quanto è stato effettivamente il sversato in mare. È accaduto a Porto Torres sulla costa nord della Sardegna nel Golfo dell’Asinara, una delle zone più importanti sotto il profilo naturalistico in tutto il Mediterraneo, lo sversamento è accaduto durante il rifornimento degli impianti di produzione di energia elettrica della ditta E-On, una multinazionale dell’energia. È accaduto l’11 gennaio e con le correnti marine il combustibile è andato lungo le coste del Golfo dell’Asinara, da una parte è arrivato fino a Santa Teresa di Gallura, a Capo Testa, dall’altra fino a Stintino, fino alla famosa spiaggia de La Pelosa. Come associazione ecologista fin da subito ci siamo impegnati, anche raccogliendo le varie segnalazioni che arrivavano un po’ da tutte le parti del nord Sardegna, nel chiedere che cosa avevano fatto le amministrazioni pubbliche competenti, a iniziare dal Ministero dell’ambiente per arrivare ai Comuni territorialmente interessati (da Stintino, a Santa Teresa, Sorso, Porto Torres, Sassari, la Provincia di Sassari, la Regione Autonoma della Sardegna). Quali provvedimenti avevano preso per raggiungere da un lato il disinquinamento, ma dall’altro il ripristino ambientale e il risarcimento dei danni, anche perché l’immagine di una costa coperta di olio combustibile va in danno dell’economia turistica.

Il minimalismo della Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente
Ora a distanza di settimane non abbiamo avuto una risposta definitiva, le azioni di ripristino previste dal Codice dell’ambiente e le azioni risarcitorie previste dal Codice dell’ambiente hanno competenze ben precise, dal Ministero dell’ambiente a tutti gli enti territoriali. Abbiamo invece visto tanti volontari impegnarsi per la raccolta, dove possibile, dei grumi di catrame, abbiamo visto anche le squadre, senza alcuna specializzazione però, inviate dalla multinazionale E-On e molta buona volontà, ma una grande disorganizzazione. È vero, da una parte il petrolio è stato in buona parte raccolto, portato via, portato via anche insieme alla sabbia nelle spiagge e quindi con un danno ambientale immediatamente percepibile, però da un altro canto noi non sappiamo quali sono gli effetti negativi sia sull’ambiente marino che su quello costiero. Ricordiamo che davanti alla costa oltraggiata dallo sversamento di combustibile c’è il Parco Nazionale dell’Asinara, una delle perle ambientali della Sardegna, dell’Italia e di tutto il Mediterraneo. Abbiamo effettuato una serie di richieste di informazioni, di interventi proprio per quanto riguarda le azioni ripristinatorie e le azioni di risarcimento danni però ancora risposte non ne sono arrivate, anzi il ministro dell’Ambiente, la Prestigiacomo, in Parlamento quando ha risposto a alcune interrogazioni orali sulla vicenda ha cercato un po’ di minimizzare, ha detto: “No, non si tratta di un vero e proprio danno ambientale, sì è stata una cosa certamente negativa ma dai dati che abbiamo non si tratta di un vero e proprio danno ambientale”. Peccato che questi dati non li abbia resi pubblici di fatto.
Ora noi continuiamo a insistere, se non ci saranno risposte provvederemo con l’interessamento della magistratura proprio perché queste cose non solo non devono capitare, ma quando purtroppo capitano i danni devono essere da un lato contenuti e da un altro lato compiutamente risarciti. L’ambiente non deve essere visto come al solito come una merce di scambio, in questo caso in balia di imprese che producono energia, che producono reddito. Le amministrazioni pubbliche devono difendere gli interessi della collettività e se non ci pensano allora dovranno essere i cittadini, in questo caso riuniti in comitati o in associazioni come la nostra, come Il Gruppo di Intervento Giuridico. Un aspetto importante da sottolineare che gli impianti della multinazionale E.On sono certificati sul piano ambientale, sono certificati con le norme Iso di sicurezza ambientale e questo ha dimostrato che invece sicurezza in realtà non ce ne erano, non era rispettata. Questi, tra virgolette difetti nei sistemi di sicurezza non ci sarebbero dovuti essere: quindi anche le certificazioni ambientali non ci danno assolutamente sicurezza.

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